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    Kung Fu Panda 3: Alessandro Carloni, creatore di sogni a Hollywood

    Se ne è andato dall’Italia prima ancora che l’etichetta oggi tristemente diffusa di ‘cervello in fuga’ potesse piombargli addosso: “In un certo senso sono stato incoraggiato a scappare”, confessa. Sì, perché a sostenere le sue velleità artistiche e ad aiutarlo a cercare il suo destino fuori dal Bel Paese subito dopo gli studi liceali c’era tutta la sua famiglia. È diventato un professionista lavorando in Germania, Danimarca, Francia, Inghilterra ed oggi Alessandro Carloni, bolognese, classe 1978, dirige Kung Fu Panda 3 insieme a Jennifer Yuh.
    Dal 2002 il suo posto è in Dreamworks, dove è illustratore e supervisore dello storyboard (come in Dragon Trainer); Po, il panda protagonista della saga, è una vecchia conoscenza da quando nel 2008 fu chiamato a lavorare allo sviluppo del personaggio.
    Non sognava Hollywood, ma in Italia non tornerebbe “se non per portare lavoro, con un mio film e con una produzione e una distribuzione americana”.

    Sei il primo italiano a firmare una produzione animata da 147 milioni di dollari a Hollywood. Come ci si sente?
    In studi come la Dreamworks sono molto bravi a non far conoscere a noi registi il budget del film. Probabilmente se sapessi che una scena costa milioni di dollari mi bloccherei, sarei terrorizzato!
    In genere facciamo le nostre scelte a livello narrativo ed estetico e se la scena diventa ingestibile a livello economico allora si cercano altri modi per realizzarla. L’unica idea che abbiamo è che un minuto di animazione viene a costare più o meno un milione di dollari.
    Ad esempio in Kung Fu Panda 3 ci sono molti più personaggi rispetto ai precedenti episodi, almeno 100 panda in più e questo ci è costato molto.

    Qual è stato nello specifico il tuo contributo a questo film?
    Forse la mia sensibilità di europeo; ci sono molte scene in cui il film parla, ad esempio, attraverso la semplice relazione tra personaggi e la loro emotività. Sono elementi molto intimisti che appartengono alla mia sensibilità italiana ed europea, attratta da questo tipo di narrativa, piuttosto che da film più specificatamente hollywoodiani, che possono essere giganteschi, con esplosioni e azione a fiume.

    Come hai combinato questa tua sensibilità con il sistema hollywoodiano?
    Ad essere sincero mi sento a casa in entrambi i tipi di cinematografia. Mi piace molto la spettacolarità e sono allo stesso tempo attratto dalla semplicità e dall’intimismo delle relazioni tra personaggi. Spero di essere riuscito a combinare questi due aspetti in un film che è certamente grande a livello di budget e intrattenimento.

    Qual è la più grande difficoltà di un italiano a Hollywood?
    Forse accettare l’idea di squadra, ma più che un problema è un vantaggio. Il cinema italiano è soprattutto cinema d’autore e come tale si basa sulla visione individuale dell’autore stesso.
    Questo genere di film invece è frutto di un lavoro di gruppo, devi essere quindi veramente capace di collaborare con altri ed essere membro di una squadra che crea un progetto.
    Si tratta semplicemente di imparare ad abbandonare il concetto della visione individuale del lavoro e abbracciare il vantaggio che il sistema hollywoodiano può offrirti: lavorare con un gruppo di professionisti all’apice del mestiere e creare con loro qualcosa di incredibile.

    Cosa hai trovato in Dreamworks che in Italia ti è invece mancato?
    In America il cinema è un mestiere, l’artista è un professionista. Sono concetti ancora molto difficili da accettare nel nostro paese; molte scuole in Italia si preoccupano di insegnare l’arte senza alcun concetto di applicabilità. Non aiutano gli artisti a diventare professionisti e questo è molto frustrante: l’artista qui è ancora il ragazzino che vuole avere un hobby piuttosto che cercarsi un lavoro.

    Ti senti in qualche modo un cervello in fuga?
    Sono uscito dall’Italia prima ancora di sentire questa frustrazione. Stavo finendo il liceo e ho avuto la possibilità di andare all’estero dove sono diventato un professionista. In un certo senso sono stato incoraggiato a scappare.

    Hai mai pensato di lavorare in un progetto italiano?
    Assolutamente no. Nel momento in cui decidessi di farlo, tornerei per portare del lavoro. Ci verrei con un film mio, cercherei una produzione e una distribuzione americana e proverei a lavorare con giovani talenti italiani.

    Che idea ti sei fatto dell’animazione italiana?
    Non conosco quasi nessuno, la tristezza è che quando sono andato via conoscevo Enzo D’Alò e sento che è ancora lui a fare film d’animazione in Italia. Sono molto contento, ma al tempo stesso mi chiedo chi siano i giovani. Possibile che siamo così lenti a creare qualcosa di nuovo e che le uniche persone capaci di realizzare qualcosa sono quelle che hanno già dimostrato di saperlo fare per 40 anni? Mancano le opportunità.

    Ci confermi che sarai co-regista di Dragon Trainer 3?
    Dean DeBlois mi ha chiesto di collaborare a Dragon Trainer 3 come co-regista , ma non penso succederà; lo aiuterò però a sviluppare lo story board.

    I tuoi modelli di riferimento?
    Mi accorgo sempre più di essere attratto da scene che hanno a che fare con le relazioni tra personaggi, mi piace raccontare quelle storie a prescindere dal tipo di film. Non ho dei riferimenti precisi, mi è piaciuto molto La città incantata di Miyazaki come Alla ricerca di Nemo della Pixar, e sono molto fiero dei personaggi creati in Dragon Trainer.

    Cosa ti piace dell’animazione?
    Il senso di magia e mistero che l’animazione è ancora in grado di creare; vedi un Panda che parla e cammina, ma molta gente non ha idea di come sia venuto alla luce tutto questo: è lo stesso mistero che il pubblico provò 120 anni fa davanti alle prime immagini cinematografiche.

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