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    Venezia74. Magnitudo presenta “I palazzi del potere – Palladio, l’architetto del mondo”

    Dopo i grandi successi ottenuti dai titoli co-prodotti con Sky – Musei Vaticani, Firenze-Uffizi, Basiliche Papali e Raffaello, principe delle arti – Magnitudo film ha intenzione di proseguire su questa strada del film d’arte narrativo e questa mattina, durante la 74esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ha presentato il suo nuovo progetto, dal titolo I palazzi del potere – Palladio, l’architetto del mondo.
    Un film on the road che segue Gregorio Carboni Maestri, professore dell’Université Libre di Bruxelles, nei suoi incontri con lo storico dell’architettura Kenneth Frampton, Peter Eisenman, professore a Yale, il filosofo Massimo Cacciari e l’architetto francese Jean Louis Cohen per dimostrare quanto sia importante ed estremamente moderna l’opera di Andrea di Pietro della Gondola, noto al mondo come Palladio. Il film sarà diretto da Giacomo Gatti, che potrà contare sulla fotografia di Marco Sgorbati e sulla sceneggiatura di Elia Gonella.

    I palazzi del potere – Palladio, l’architetto del mondo sarà girato tra Veneto, a Vicenza, capoluogo delle opere del Palladio, Lombardia, Lazio e Stati Uniti in formato 4K HDR. Alla realizzazione del progetto contribuiranno la Regione Veneto – Veneto Film Commission e Lombardia Film Commission. “Con il suo stile inconfondibile, adottato da poteri e istituzioni di tutto il mondo, – ha commentato Francesco Invernizzi, fondatore di Magnitudo film – Andrea Palladio è un punto di riferimento della cultura e icona dello stile italiano. Mi è sembrato naturale dedicargli un film, un’opera che raccontando la contemporaneità dei suoi progetti, colmi il vuoto cinematografico di colui che potrebbe essere definito la prima ‘archistar’ della storia“.

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    Venezia 74 – Downsizing: Alexander Payne e quell’umanità piccola, piccola

    Il regista di Nebraska firma una satira sociale sul mondo contemporaneo usando il racconto fantascientifico come pretesto. I personaggi di Downsizing si muovono, infatti, in un immaginario mondo rimpicciolito dove si sono rifugiati per evitare l’imminente apocalisse.

    L’Homo Sapiens non è una specie di gran successo”. No, decisamente no, almeno a guardare i protagonisti di Downsizing di Alexander Payne, film d’apertura della 74esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia su una fantomatica miniaturizzazione dell’uomo come soluzione estrema per salvare la vita sul pianeta. Una transizione dal grande al piccolo messa a punto da un gruppo di scienziati norvegesi per salvarsi dal sovrappopolamento, risparmiare spazio e risorse, e raggiungere uno stato di benessere economico altrimenti impossibile. Un minimondo in cui fare molte più cose ma con pochissimo, dove a guidare le migrazioni dal grande al piccolo sarà il miraggio di una vita migliore, ma dove alla fine proprio questa idea di una ‘vita migliore’ risponde all’immagine del consumismo più sfrenato: una villa super lusso, signore abbagliate da diamanti e vasche idromassaggio, montagne di soldi facili, feste a base di sigari cubani e vodka. Ed è per sfuggire ai debiti e al fatto che “le cose non vadano mai come vuole” che Paul Safranek (Matt Damon) convincerà sua moglie ad affrontare quella strana traversata.

    Il regista di Sideways e Nebraska firma un’opera sulla miseria umana, un ritratto satirico che si allunga graffiante per 140 minuti, non tutti utilizzati al meglio a dire il vero: poco più di due ore durante le quali la narrazione cambia spesso focus lasciando per strada tematiche e personaggi e suggerendo un ventaglio infinito di argomentazioni (forse troppe) che rimandano alla contemporaneità di un mondo in continua emergenza ambientale, sociale ed economica.
    Payne mantiene la sua cifra stilistica, l’umorismo che gli è proprio e il sapore dolceamaro del racconto, e con intelligenza e lucido spirito dissacratorio affronta temi enormi come i cambiamenti climatici, l’immigrazione, le contraddizioni del sogno americano. Il contatto tra le comunità dei minuscoli e i giganti del mondo di fuori genera un senso di straniamento e un cortocircuito capace di offrire un ulteriore spunto di riflessione sulla condivisione di questo nostro mondo folle, alterato, consumato, diviso.

    Non è un film perfetto, le direzioni inseguite sono molteplici e poco coese, con una prima parte da favoletta fantascientifica ed una seconda prigioniera di un’improvvisa svolta apocalittica. Ma restano dentro tante domande, tante risposte possibili e l’eccellente prova corale del cast da Matt Damon a Hong Chau, da Kristen Wiig a Christoph Waltz che, nei panni di un trafficante serbo cinico, giullare e gigione, è già un cult. Anche lui parte di questa straordinaria ‘transumanza umana’, seduto lì a guardare il mondo scorrere.

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