LOGO
  • ,,,

    Venezia 72 – Sic 30: In fuga verso ‘Banat’

    Banat è una regione dell’Europa Centrale divisa tra Serbia, Ungheria e Romania, stretta tra il Mureș/Maros e il Danubio. Fino al 1944 ci vivevano Romeni, Serbi, Tedeschi, Ungheresi, Slovacchi, Ebrei, Rom, Bulgari, Ucraini ed Armeni, un melting pot etnico e culturale che nel tempo si è evoluto. Questo non gli ha impedito di mantenere la sua vocazione di terra di confine, diventando ai giorni nostri il simbolo di una migrazione al contrario, il luogo di un altrove dall’Italia che non è più solo rappresentato da paesi come l’Inghilterra o la Germania. E proprio a Banat, partendo da Bari, finiranno i protagonisti del film d’esordio di Adriano Valerio, Banat appunto, presentato a Venezia nella sezione autonoma della Settimana Internazionale della Critica. Un’opera prima che lavora per sottrazioni e che consacra Elena Radonicich grazie ad una performance piena di grazia sulle note di “Se t’amo t’amo”, la canzone di Rosanna Fratello del 1982.

    Da dove arriva l’urgenza di questo film?
    L’idea nasce qualche anno fa, quando un amico mi raccontò della sua decisione di andare a vivere in Romania: era il momento in cui in Italia ogni crimine era addebitato a un rumeno, un albanese o marocchino. La differenza tra questa immagine violentissima e i suoi racconti mi spinsero a fare un viaggio in Romania e così pensai a questa storia.
    Il nostro film racconta personaggi che vivono una crisi, ma hanno la possibilità di scegliere e decidere di restare o andare altrove. L’ immigrazione di cui si parla oggi invece non è più una questione di scelta, ma di necessità assolute e vitali.

    Cosa spinge i giovani ad andare via?
    Un aspetto molto specifico dell’Italia è che negli anni passati c’era un grande attaccamento alle radici, la partecipazione politica era molto importante cosi come la chiesa, la famiglia italiana tradizionale, il posto di lavoro fisso. Le radici vengono da qui, dal territorio, dalla terra ed aiutano ad attaccarsi a un luogo, a mettere ulteriori radici; adesso però sono in profonda crisi, si stanno sfaldando e contemporaneamente progetti come l’Erasmus, i voli a basso costo e le opportunità di scambio europei rendono più semplici la possibilità e il desiderio di partire.
    Poi quando parti sei lontano da casa, non conosci il nome degli oggetti o la lingua che la gente parla attorno a te, ma ognuno vive questa esperienza in modo diverso. Io ci sguazzo e mi interessa tornare, fare i miei film in Italia e guardare le mie radici con occhi diversi.

    C’è ancora spazio in una società così irrequieta per una stabilità sentimentale?
    Il film finisce in modo aperto perché mi piace l’idea di chiedere allo spettatore lo sforzo di rimanere un altro po’ con i personaggi e di farsi delle domande. Non ho la più pallida idea di quello che gli succederà, non so e mi piace non saperlo.

    Come hai messo insieme il cast?
    Con Elena è stato colpo di fulmine, lei aveva visto un mio corto a un festival. È stata un’affinità umana e poi artistica. Edoardo Gabriellini per me è perfetto sia per questo ruolo che come compagno di Elena, a livello cromatico e di nevrosi diverse. Il personaggio di Piera Degli Esposti si imponeva invece per humour e personalità, per il bisogno di creare in pochi tratti un personaggio con l’ambizione di essere abbastanza marcante.

    C’è molta ironia nonostante i temi drammatici affrontati…
    Mi piace usare lo humour nel mio lavoro. Trattando un tema potenzialmente drammatico la sua presenza per me era fondamentale; sono un grande amante dei film del Nord Europa, da Roy Andersson a Dagur Kári, e ho avuto la fortuna di studiare con un maestro bosniaco che lasciò aperta la scuola di Sarajevo durante l’assedio girando commedie.

    Come è nata invece l’idea di usare la canzone di Rosanna Fratello, “Se t’amo t’amo”, e farla cantare a Elena?
    L’intento in quella scena, in cui i personaggi sono mentalmente molto lontani dall’Italia, era di creare un cortocircuito per cui si ripensa al proprio Paese. Ogni tanto vivendo all’estero mi capita di ritrovarmi a cena con amici italiani e quando qualcuno canta lo slogan della Mulino Bianco o parla delle figurine Panini sentiamo all’improvviso di avere un vissuto comune. Ecco, cercavo proprio un brano che evocasse questo vissuto comune e che fosse allo stesso tempo una dichiarazione d’amore. “Se t’amo t’amo” si è imposta una sera a cena in un paesino praticamente deserto al confine tra la Bulgaria e Romania: abbiamo tirato fuori gli smartphone, ognuno doveva proporre una canzone che potesse rispondere a queste esigenze e quando abbiamo sentito quella canzone è diventato evidente che sarebbe stata lei a finire nel film.

    Read more »
  • ,,,

    Venezia 72: Gitai, Israele? E’ un Paese schizofrenico come l’Italia

    In concorso al festival il film del regista Israeliano che ricostruisce l’assassinio di Rabin; applausi all’ anteprima per la stampa.

    Inizia con un minuto di silenzio per ricordare tutte le vittime del conflitto israelo-palestinese la conferenza stampa di Rabin, the last day, il film di Amos Gitai in concorso alla 72° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia che ricostruisce l’assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin nel corso di un comizio a Tel Aviv, la sera del 4 novembre del 1995. Quei tre colpi di pistola che raggiunsero Rabin alle spalle per mano di un esponente dell’estrema destra religiosa, il 25enne Yigal Amir, avrebbero cambiato per sempre il corso della storia, bloccando un processo di pacificazione iniziato con i trattati di Oslo del 1993 e proseguito solo grazie alla caparbietà di Rabin. Impossibile non chiedersi come sarebbe andata altrimenti; è la domanda che ci si farà per tutta la durata del film, lucido, consapevole e geometrico nel ricomporre i fatti combinando le immagini di repertorio con quelle della fiction, in un continuo salto temporale tra presente e passato, perché come ribadisce lo stesso Gitai: “Dobbiamo ricordare e preservare la memoria. Bisogna guardare al passato per trovare la luce che ci guidi verso il futuro”.

    Cosa ha significato l’assassinio di Rabin per Israele?
    La commissione Shamgar, che si occupò delle indagini per far luce sulla morte di Rabin, scrisse una relazione molto lunga: centinaia di pagine, nell’ultima delle quali Shamgar ci mise il cuore sostenendo che quelle tre pallottole avevano cambiato per sempre il destino di Isralele.
    Mi trovo molto d’accordo e credo che abbiamo il dovere di ricordare e riflettere su quel momento di speranza svanita. Guardare al passato per trovare la luce che ci guidi verso il futuro: è questo il senso del film.

    La commissione indagò sulle eventuali falle del sistema di sicurezza. Voi che idea vi siete fatti?
    Non so perché non abbiano funzionato. Quando Oliver Stone fece il film su Kennedy sposò l’idea del complotto; io invece non credo ci sia stato nessuna cospirazione sull’ uccisione di Rabin; era scritto su tutti i muri, fu il frutto dell’incitazione a destabilizzare un leader eletto democraticamente e che non sarebbero riusciti a eliminare in altro modo.

    Come è riuscito a realizzare questa transizione tra il materiale di archivio e la sua opra di regista?
    La sfida fu proprio come trattare questo materiale. Sono partito dal carisma e dall’aura che circondavano Rabin; era un uomo modesto, semplice, viveva in un appartamento di 90 mq. Questo era il centro della sua vita, non volevo incarnarlo in un personaggio da fiction: lui è il buco nero del film, e intorno a questo buco nero abbiamo lavorato. Dal punto di vista narrativo la sfida più complessa era andare su e giù, tra presente e passato. Il film si conclude ad esempio sul presente più recente, con una carrellata di manifesti di Netanyahu, proprio per rafforzare l’idea di una connessione continua tra passato e presente.

    L’origine della violenza è anche all’interno di certi precetti religiosi?
    Israele è un progetto politico e non religioso: bisogna trovare il modo per accomodare la realtà. Raccomanderei ai politici israeliani di attenersi a un progetto politico e non religioso, ascoltando gli altri e non ignorandoli.

    Quale futuro intravede per Israele?
    Rabin aveva avuto ragione a decidere di affrontare il conflitto con i Palestinesi: Israeliani e Palestinesi devono trovare un modus vivendi. Per arrivare alla pace bisogna agire come si fa nei rapporti più intimi, era questo il senso delle parole di Rabin quando parlava di Gaza, come si vede in un filmato che girai io stesso e che ho voluto inserire nella parte finale del film. La cultura, l’ arte e il cinema devono parlare a voce alta e svolgere il proprio ruolo, anche se a volte le pistole hanno ottenuto risultati migliori.

    Dove si trova oggi l’assassino di Rabin?
    Per qualche strano motivo la gente fu molto generosa con Yigal Amir, lo trattarano con tenerezza; per alcuni diventò un mito, ebbe un forte seguito, gli è stato permesso anche di avere un figlio mentre era in prigione e tra qualche anno uscirà. Non volevo renderlo un mito: per me era solo il mezzo della campagna per destabilizzare Rabin e per questo ho deliberatamente scelto di non concentrarmi su di lui.

    Quanta opposizione reale esiste oggi in Israele?
    Israele, come l’Italia, è un Paese schizofrenico: da un lato kitsch, volgare e corrotto come il vostro ex premier, ma dall’altro colto e intelligente. Non è un caso che Berlusconi e Netanyahu fossero amici: avete ispirato il mondo ma non sempre in modo positivo.

    Read more »
  • ,,,

    Venezia 72 – L’attesa, Piero Messina: “Volevo Juliette Binoche sin dall’inizio”

    Si è laureato con una tesi su Sokurov, suona in una band da quando era bambino, la sua seconda passione dopo il cinema è la musica: “quando giro mi capita spesso di pensare alla musica che ci sarà”, racconta presentando L’attesa alla 72° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, primo degli italiani in concorso.
    Piero Messina, classe 1982, siciliano di Caltagirone, al Lido arriva da esordiente ma è già tra i favoriti nella corsa al Leone d’Oro portandosi dietro un nome che leggero non è e che sarà evidente per tutta la durata del film: quello di Paolo Sorrentino, di cui fu assistente alla regia in This Must be the Place e La grande bellezza. Fu proprio su questo set che Messina presentò il copione de L’attesa a Nicola Giuliano della Indigo Film; poi piacque a Medusa ed oggi quella storia nata da un ricordo di infanzia è diventato un film liberamente tratto da ‘La vita che ti diedi’ di Luigi Pirandello.
    Anna (Juliette Binoche) ha appena perso suo figlio, Giuseppe, quando incontra per la prima volta Jeanne (Lou De Laage): arriva da molto lontano, è giovane e dice di essere la ragazza di Giuseppe. Anna non ha mai saputo nulla di Jeanne, ora sa solo che suo figlio l’aveva invitata a trascorrere qualche giorno di vacanza a casa loro. Incapace di accettare una realtà insopportabile e impronunciabile, Anna fingerà che non sia mai successo nulla, lasciando Jeanne nell’attesa che Giuseppe rientri a casa il giorno di Pasqua.
    L’elegia di un’assenza con tutto il dolore e l’intima sofferenza che ne deriva, un lutto da esorcizzare nel corso di una muta sospensione del tempo.

    Come nasce il film e da dove parte?
    Nasce da una serie di suggestioni nate scrivendo e che nel tempo abbiamo cercato di mettere insieme in unico racconto. Il film nasce da una storia che mi raccontò un mio amico anni fa, di un padre che aveva perso un figlio e che aveva deciso di non parlare più di quanto fosse successo, al punto tale da coinvolgere anche tutte le altre persone che gli stavano accanto. Per molto tempo in quella casa nessuno più parlò della morte di quel ragazzo. Questo racconto mi ha subito colpito e spesso sono tornato a rifletterci; il film poi è nato nel momento in cui la storia mi ha rievocato un ricordo di quando ero bambino, e cioè di migliaia di volti trasfigurati dal pianto davanti ad un pezzo di legno. Da piccolo non ne capivo il senso, ma in realtà le due storie hanno qualcosa in comune: quello che c’è in una processione è quello che accade nel film, ovvero la decisione di condividere un’idea e di credere insieme in qualcosa. E quando tante persone condividono un’idea, allora quell’idea diventa reale e credibile.

    E Pirandello?
    È venuto successivamente. Il lavoro di scrittura è stato molto lungo, e abbiamo avuto la fortuna di scrivere la sceneggiatura quando ancora non avevamo un metodo, una deadline o delle ambizioni particolari. Ci sono state decine di stesure tutte diverse tra di loro: all’inizio doveva essere un film su una famiglia, poi era diventato un film in costume. Pirandello è arrivato alla fine, quando un amico mi chiese di leggere alcuni versi sia de L’attesa che de La vita che ti diedi perché, mi disse, raccontava proprio quello che stavamo scrivendo. Di queste storie abbiamo usato poi quegli elementi che ci hanno permesso di chiudere l’ultima stesura prima di farla leggere agli altri.

    Come ha scelto Lou e Juliette?
    Sin dall’inizio, nel mio ideale, Juliette era perfetta per interpretare questo ruolo e, quando mi chiesero chi avrei voluto, feci il suo nome. Lou è stata l’ultima invece a essere provinata, frutto di un lungo lavoro di ricerca: siamo stati a Parigi sei mesi, abbiamo fatto tantissimi provini e non riuscivo a trovare l’attrice perfetta per questa parte. Lou arrivò in ritardo, ero stanco perché avevamo visto molte altre attrici e quando la vidi mi dissi: “Vabbè, non è lei!”. Poi fece una lettura, il provino durò tre ore, accesi la telecamera e iniziai a girare. Era lei, l’avevo trovata.

    La sceneggiatura si basa su un’attesa molto lunga. In un periodo in cui ci sono mezzi di comunicazione che ti permettono di stare sempre connesso risulta difficile immaginare che la ragazza non potesse capire in breve tempo che qualcosa non andava. Come ha risolto questo problema?
    Uno dei motivi per cui una delle stesure era in costume è proprio questo, il fatto che una storia del genere potesse risultare inverosimile ai giorni nostri quando tutti abbiamo a portata di mano cellulari ed internet. Ma non volevo fare un film in costume, mi sembrava un peccato sprecare quest’occasione così. Tutto si è risolto però pensando ad una frase che spesso mi è stata detta: quando hai problema mettilo in scena. Ed è quello che ho fatto: abbiamo pensato a cosa della società reale poteva essere inserito in maniera fertile nel film dal punto di vista narrativo; così invece di evitarlo lo abbiamo affrontato e abbiamo tirato fuori l’idea della segreteria telefonica. Probabilmente il film vive proprio grazie a quell’idea.

    L’ammirazione per la Binoche viene da lontano…
    Ho imparato molto da lei. Una volta mi disse sul set qualcosa che all’inizio poteva sembrare snob: “Io non recito, io sono”. Invece no, riusciva davvero a calarsi in quel dolore e a viverlo. Lei è stato per me uno scandaglio che si immergeva in questo sentimento, tirava sempre fuori qualcosa di diverso, io così dovevo solo osservare e decidere di volta in volta cosa tenere e cosa no. Lei si sporcava le mani e mi dava la possibilità di vivere quel dolore trovando cose nuove, nonostante quello che avevamo già scritto.

    Read more »
  • ,,

    Venezia 72 – CineCocktail: Giannini alla Wertmuller: “Lina, ti devo tutto”

    Il segreto del suo successo? ‘‘Rubare dai camerini”, rivela con il piglio e l’ironia che le appartiene Lina Wertmuller, protagonista insieme a Giancarlo Giannini di uno degli appuntamenti dei CineCocktail condotto da Claudia Catalli al Lido di Venezia durante i giorni della 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. L’occasione per l’incontro con il pubblico è la presentazione ufficiale di Dietro gli occhiali bianchi il documentario a lei dedicato diretto da Valerio Ruiz (Venezia Classici), in onda su Studio Universal (Mediaset Premium) a inizio 2016.
    Classe 1928, la regista di Mimì mettallurgico si racconta ad una platea di colleghi, amici e fan senza perdere il sarcasmo che le è proprio, e così capita che a chi le chiede perché, visto il successo internazionale, non abbia puntato su Hollywood risponda: ‘‘Vi è mai venuto in mente che preferivo restare in Italia? Noi siamo diversi, siamo cresciuti a spaghetti”. Ad accompagnarla per tutto il tempo Giannini, uno degli attori diretti dalla Wertmuller in più di un capolavoro e che a lei, dice, deve tutta la sua carriera: ”Lina ti devo tutto, sei tu che mi hai inventato, senza di te sarei rimasto perito elettronico”.
    Poi si lascia andare al racconto di qualche curiosità come quello sul remake di Travolti di un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, realizzato nel 2002 da Guy Ritchie per Madonna (allora sua moglie), e intitolato Swept Away (Travolti dal destino): ”Madonna mi ha chiamato tante volte, ma io non ho mai risposto, non ero interessato. Poi mio figlio Adriano mi ha detto che lei gli aveva offerto la parte del protagonista ma lui voleva rifiutare. Io gli ho risposto ‘sei pazzo? In 50 anni non ho mai avuto l’opportunità di prendere a calci Madonna, ora lo puoi fare tu”. Di aneddoti e ricordi ce ne sono tanti, a partire da quelli evocati dal nipote Massimo Wertmuller: ”Nel primo film in cui mi hai diretto, la tinta ai capelli che mi hai fatto fare è venuta un colore tipo carota andata amale. Per mesi a Roma per strada mi prendevano a pernacchie perché non riuscivo a far tornare i capelli normali”.
    “A me mi ha rasato – ricorda Gabriella Pession, che Lina lanciò in Ferdinando e Carolinapoi ha la fissa della sopracciglia, le piacciono folte, quasi unite”.

    Read more »
  • ,,,

    Venezia 72: Il mondo ‘distorto’ di Bangland

    L’elezione di un presidente americano con la faccia di Steven Spielberg, un boss siciliano con la sindrome di Tourette, un tele predicatore che ricorda Bill Murray, l’ autore di uno show televisivo, Sympathy for the Devlins’, che mette alla berlina la Chiesa Cattolica, e ancora bizzarri conigli eroinomani, reduci di guerra, strozzini e pedofili: ecco Bangland, disturbante e surreale riflesso di un’America distopica, la nerissima metropoli che dà il titolo al film d’esordio del giovanissimo Lorenzo Berghella. Un’animazione per adulti, il primo di questo genere in Italia, presentata nella sezione parallela delle Giornate degli Autori di Venezia e che arriverà in sala grazie alla Pablo Cinematografica; Lorenzo lo ha disegnato fotogramma per fotogramma, scritto e diretto partendo da un suo fumetto. Ha venticinque anni appena e una passione per il disegno, il cinema e la letteratura che trovano in Bangland il loro naturale compimento: “Il nome è assolutamente inventato, mi piaceva il suono di questa parola”, ci racconta con la modestia e la timidezza che lo contraddistinguono sin dal primo momento di questa intervista.
    Dentro Bangland ci finisce di tutto, come in un grande buco nero, e l’abilità di questo giovane promettente talento tutto italiano sta nel sapercela mostrare combinando i toni pungenti della satira con quelli più scuri e disturbanti della black comedy.

    Perché scegliere l’animazione come veicolo di temi che nel nostro Paese vengono tradizionalmente affidati ad altri generi?
    Non c’è un motivo preciso, si è trattato di una reazione quasi istintiva; ho semplicemente sentito l’urgenza di trasporre quei fatti in questo piccolo mondo che è Bangland, creato per il fumetto. Il film si è sviluppato in modo strano, un insieme di situazioni, siparietti e sketch che restituiscono poi un quadro più ampio.

    Come è avvenuto il passaggio dal fumetto all’animazione?
    Nasce da un mio fumetto che non fu mai pubblicato e che avevo presentato ai docenti della scuola di cinema che frequentavo a Pescara, che oggi sono anche produttori del film insieme a Gianluca Arcopinto. Mi consigliarono di trasporlo in animazione e così abbiamo cominciato a lavorarci su unendo le loro abilità cinematografiche con la mia passione per il disegno. Dopo quattro anni ne è venuto fuori un cortometraggio, poi ce ne sono voluti altri due per il film.

    Ci sono tutte le contraddizioni dell’America contemporanea…
    Ho cercato di osservare il tipo di mondo in cui ci troviamo oggi: dentro Bangland c’è un po’ tutto il mondo.

    Ritroviamo disseminate moltissime citazioni. I tuoi ispiratori?
    L’animatore che mi ha ispirato di più è Ralph Bakshi, che ha trasposto al cinema Fritz il gatto, il primo film d’animazione per adulti. Mi ha fatto capire che si poteva fare. Ma molte suggestioni mi sono arrivate anche dalla letteratura e dal cinema: sicuramente ‘1984’ di Orwell e ‘Watchman’ di Alan Moore, che per me sono stati una Bibbia.

    Per atmosfere e contrasti il film ricorda molto Valzer con Bashir di Ari Folman. È casuale?
    È uno di quei film che ho amato talmente tanto da essermelo portato inconsciamente dietro, è rimasto con me; quasi senza volerlo in Bangland sono finiti anche film non necessariamente di animazione: su tutti, e in maniera più consapevole di Valzer con Bashir, Natural Born Killers mi ha fatto capire come si potessero combinare insieme i linguaggi del videoclip, del cartone e del cinema del reale.

    Il tratto del disegno distorce i volti e crea un’atmosfera disturbante. Come nasce?
    È l’unica modo in cui so disegnare, non c’è nulla di studiato perché non ho mai frequentato una scuola di animazione, mi viene naturale. Sono sempre stato affascinato da storie oniriche e surreali, una passione che poi molto probabilmente si è riversata sul tratto del disegno.

    Fai riferimento a delle figure politiche ben identificabili, ma per rappresentarli usi volti di attori e registi noti. Per esempio Steven Spielberg per Bush…
    Mi piaceva la contrapposizione tra le loro facce rassicuranti che associamo in genere a qualcosa di buono – Bill Murray è un comico, Spielberg è un attivista politico – e le loro azioni, che invece sono esattamente l’opposto. Si mostrano in un modo ma poi fanno tutto il contrario, come si può riscontrare in molte figure politiche del passato e del presente.

    Usi anche tanta ironia.
    Ho sfruttato molto la black comedy, mi piaceva far partire il film come una commedia; ad esempio l’elezione di Spielberg presidente è più grottesca e demenziale all’inizio, poi i toni diventano sempre più cupi fino al drammatico finale.

    La bandiera americana con la stella di David: che tipo di scelta c’è dietro?
    Ogni scelta ha una ragione ben precisa, nulla è stato lasciato al caso, ma preferisco lasciare libero lo spettatore di unire tutti i puntini e ricomporre il puzzle secondo le proprie intuizioni e idee.

    Uno dei personaggi parla a un certo punto dell’esperimento ‘Berserk’: è solo un riferimento al manga omonimo?
    ‘Berserk’ è uno dei miei tanti fumetti preferiti; in questo caso volevo citare sia il manga che la figura mitologica del guerriero indistruttibile, rappresentato nel film da un sicario che non si ferma davanti a nulla.

    Nella scena in cui alludi al crollo delle Torri Gemelle si vede un aereo schiantarsi sulla statua della Libertà.
    La statua è il simbolo dell’America più ipocrita, dove fino a un centinaio di anni fa esisteva ancora la schiavitù: quella scena rappresenta la distruzione dei nuovi simboli di questa America.

    Continuerai con animazione?
    Ho già un soggetto su cui sto lavorando, un noir onirico con un unico protagonista focalizzato sui suoi conflitti interiori, sempre con lo stesso stile d’animazione.

    Read more »
  • ,,

    Venezia 72, Johnny Depp: ‘Ho trovato il malvagio in me molto tempo fa e l’ho accettato. Siamo vecchi amici ormai’

    Di quell’ Edward mani di forbice oggi rimane ben poco, la crepuscolare e fiabesca creatura di Tim Burton negli anni ha ceduto il passo prima all’outsider trasformista, poi all’irriverenza di Jack Sparrow e infine alla bizzarria della star ‘fuori di testa’. Ma i miti, si sa, resistono oltre il tempo, tanto quanto basta ai fan per restare accampati sotto il sole accanto al red carpet in attesa di un ‘ciao’, un autografo, un’occhiata.
    Johnny Depp lo sa bene e a Venezia, dove presenta fuori concorso Black Mass di Scott Cooper, si presenta ai giornalisti sorseggiando birra e scherzando con chi gli chiede perché non abbia portato i suoi cani al Lido: “I miei cani? Li ho mangiati, su ordine preciso di un grassone australiano”.
    Nel film appare imbolsito, invecchiato e con occhi celesti per esigenze di copione: l’ennesima trasformazione fisica lo vedrà infatti interpretare il gangster di Boston James “Whitey” Bulger, il secondo uomo più ricercato dall’F.B.I., dopo Osama bin Laden, e catturato dopo 15 anni di latitanza..
    “Ho trovato il malvagio in me stesso molto tempo fa e l’ho accettato siamo vecchi amici ormai. Con un ruolo come questo credo sia necessario semplicemente affrontare il personaggio come un essere umano”, racconta in conferenza stampa.

    Cosa si sente di dire ai fan che la aspettano dalle sei di questa mattina? 
    Le persone che aspettano lì fuori sono molto devote, stanno lì ad aspettare cosi tanto tempo solo per dirmi ‘ciao’ o darmi il benvenuto. Non mi piace chiamarli fan, sono i nostri capi, queste persone sono quelle che vogliono andare al cinema e che ci mettono il loro cuore. Mi danno sempre una sensazione di calore ed è commovente ricevere questo tipo di benvenuto; le ringrazio, grazie capi!

    È la sua seconda volta nei panni di un criminale realmente esistito, dopo il John Dillinger di Nemico pubblico. Quanto è diverso rispetto a interpretare personaggi di fantasia?
    Ho interpretato diversi personaggi tratti dalla vita reale, e penso che sia una grande responsabilità a prescindere dal fatto che siano buoni o cattivi. Hai la responsabilità di rappresentarli nel modo più veritiero possibile, su Dilinger ad esempio si possono avere diverse opinioni ma per me era quasi una specie di Robin Hood.
    Con Bulger è stato un po’ diverso perché non ci sono molto materiali di repertorio a cui fare riferimento e non era semplice rappresentare in modo veritiero le varie facce del personaggio. C’era la sua parte oscura, ma anche quella amorevole di uomo di famiglia, devoto alla madre, al fratello e a suo figlio. Quando vai a fondo e scavi in una personalità così complessa hai poi la necessità di rendergli giustizia, anche se sul suo cammino ci sono stati alcuni brutti momenti. Ho chiesto attraverso il suo avvocato di incontrarlo, ma Bulger si è rifiutato perché non penso che fosse un grande fan del libro scritto su di lui “Black Mass: The True Story of an Unholy Alliance Between the FBI and the Irish Mob” (da cui è tratto il film).
    Ho deciso cosa dire e cosa fare con l’aiuto di Scott e di un vecchio amico di Bulger che mi ha aiutato molto sul set.

    Come avete lavorato sul dualismo tra l’immagine pubblica della famiglia – il fratello era presidente del senato dello stato del Massachusetts – e quella di Bulger?
    A prescindere da quanto si possa essere malvagi, una persona non lo è mai del tutto e Bulger nello specifico pensa che quello che fa sia giusto e vada bene. C’è qualcosa di poetico in quanto questo personaggio sia riuscito a fare nel suo lavoro pur venendo da quella generazione di immigrati irlandesi molto orgogliosi, leali e vicini alle loro famiglie. La sua è una sfida che può dare alla testa, un po’ come quando si può cambiare marcia e andare da 90 a 120 e viceversa da un momento all’altro.

    Ha interpretato ruoli molto diversi tra loro. Perché lo fa?
    All’inizio della mia carriera feci un paio di film senza sapere di voler fare l’attore, non lo avevo deciso e a dire il vero non l’ho deciso ancora. Ero appassionato di musica poi sono rimasto intrappolato in una serie tv, fare l’attore era molto frustrante e lo è tutt’ora  perché si dicono le parole di qualcun altro.
    I miei eroi sono sempre stati John Barrymore, Marlon Brando, John Garfield, Timothy Carey, tutte persone che si sono sempre trasformate e l’idea della trasformazione è diventata per me un’ossessione. Ho scelto di essere un caratterista più che un ragazzino da poster, che poi era quello che cercarono di fare di me.
    Un attore ha delle responsabilità verso il pubblico, deve sempre poter cambiare e dare ogni volta qualcosa di diverso, sorprenderlo senza annoiarlo. Per un attore è importante sfidarsi e accettare le sfide pur sapendo che potrebbe fare la figura del cretino. Il personaggio di Bulinger l’ho costruito insieme a Scott, dovevo essere molto somigliante: i suoi occhi dovevano essere perforanti e passare attraverso l’anima delle persone.

    Read more »
  • ,,

    Spotlight: Al Lido lo scandalo della pedofilia nella Chiesa Cattolica

    Fuori concorso il film sull’inchiesta giornalistica che nel 2001 denunciò gli abusi di preti pedofili su minori, nella cattolicissima Boston.

    C’è tutta la tradizione del cinema americano sul giornalismo d’inchiesta, da Tutti gli uomini del presidente ai film di Sidney Lumet, c’è il coraggio e la delicatezza di un regista come Tom McCarthy (L’ospite inatteso), c’è la grazia di Mark Ruffalo e l’eclettismo di Stanley Tucci. Ma c’è soprattutto sete di verità in Spotlight, film destinato a finire probabilmente alla prossima notte degli Oscar e presentato fuori concorso alla 72° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
    La storia è quella, nota a tutti, di un gruppo di giornalisti del Boston Globe (conosciuto come ‘Spotlight’) che nel 2002 sconvolse il mondo con un reportage che rivelava centinaia di abusi di preti pedofili su minori della comunità locale. Lo scandalo travolse la Chiesa Cattolica, che per trent’anni aveva taciuto nel tentativo di insabbiare qualsiasi prova; l’inchiesta partì infatti proprio dal coinvolgimento dell’arcivescovo Bernard Francis Law, accusato poi di aver coperto alcuni casi di pedofilia.
    Protagonisti assoluti nei panni dei giornalisti che si occuparono della vicenda Mark Ruffalo, Stanley Tucci, Rachel McAdams e Michael Keaton.

    È anche grazie alle loro interpretazioni che Spotlight rivela la sua profonda vocazione: non solo denuncia sociale ma anche un amarcord del giornalismo che fu e di cui oggi poco rimane. Come fa notare amaramente il regista presentando il film a Venezia: “L’industria del giornalismo è stata decimata, ha subito un ridimensionamento straordinario. Una stampa libera è fondamentale per l’esistenza delle democrazie, ma non credo che la gente si renda conto di quanto questo aspetto sia importante. Non sono molto ottimista”.
    Il ritmo serrato, la scrittura e la lucidità del racconto rendono “Spotlight” un’opera tanto coraggiosa quanto misurata nel ricostruire, rimettere insieme i pezzi, denunciare, insinuare il sospetto, interrogarsi sulle responsabilità collettive: “Famiglie, scuole, amministrazione, tutti avevano fatto finta di non vedere. È accaduto in tutti paesi in cui il cattolicesimo aveva una forte presa sulla comunità locale. – fa notare Ruffalo – Spero che il Vaticano veda il film e lo usi come occasione per raddrizzare i suoi torti schierandosi dalla parte delle vittime. Mi auguro che il Papa, i vescovi, i cardinali utilizzino questo film per iniziare a curare le ferite subite dalla Chiesa stessa e guarire.

    Anche io, come il mio personaggio, sono stata educato da una famiglia cattolica e come lui credo che la giustizia sociale derivi da quegli insegnamenti, so benissimo cosa prova Mike quando dice di aver perso la fede”.
    Un tradimento per cui la Chiesa Cattolica deve ancora chiedere perdono. Il cammino verso la redenzione è però ancora lungo se il cardinale Law, ritenuto poi colpevole, continua oggi ad esercitare nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, come dichiarano i titoli di coda, con il beneplacito del Vaticano.

    Read more »
  • ,,

    Everest, il gelo di Kormákur su Venezia 72

    Partenza ‘gelida’ per la 72° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con il film d’apertura  di Baltasar Kormákur. Anonima ricostruzione della tragica scalata sull’Everest che il 10 maggio 1996 costò la vita a otto persone.

    2stelle

    Sessantacinque milioni di dollari, una produzione epica diventata una missione dislocata tra il Nepal, i Pinewood Studios di Londra e le Alpi Italiane nel ghiacciaio della Val Senales a 3000 metri di altezza. Un cast all star da Jason Clarke a Jake Gyllenhaal passando per Josh Brolin, Sam Worthington, Robin Wright, Keira Knightley e Emily Watson, alla base la storia vera della disastrosa spedizione del 10 maggio 1996 sull’Everest.  Quella mattina due squadre guidate da Rob Hall, capo della Adventure Consultants e Scott Fischer, un alpinista e team leader della Mountain Madness di Seattle, partirono per conquistare il Tetto del Mondo, 29.029 piedi sopra il livello del mare di pura adrenalina. Da lassù però non sarebbero mai più tornati: sorpresi da una tempesta morirono assiderati durante la discesa insieme ad altre sei persone.
    Quella tragedia oggi ce la racconta Baltasar Kormákur: il suo Everest apre la 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e ‘gela’ il pubblico festivaliero.
    Dell’intima e profonda tragedia umana pur rivendicata dal regista come nucleo del film nel corso della conferenza stampa, resta ben poco; totalmente ingiustificato l’uso del 3d che nulla aggiunge allo spessore emotivo o alla dimensione spettacolare di un prodotto che resta asfittico e privo di slanci emotivi. Nonostante il tentativo del regista islandese di rimanere il più possibile ancorato al realismo della storia: “Gli errori commessi rendono questi personaggi umani, non abbiamo voluto eroicizzarli, non ci interessava raccontare una storia ripulita”.
    Impegno apprezzabile, ma non basta “girare a -30° C in Val Senales, dalle 12 alle 14 ore al giorno per sei settimane” e rischiare di congelare per restituire il dramma esistenziale e la desolante rassegnazione di chi da quella cima non avrebbe fatto più ritorno.
    La combriccola di scalatori alle prese con una ridiscesa più complicata del previsto dopo l’esultanza dell’essere arrivati in cima – liquidata nell’unico forse momento di empatia con il film – si riduce all’attesa reiterata di una tensione che non arriverà mai. Sprecata nelle ultime anonime telefonate di alcune dei malcapitati alle loro mogli, figure femminili relegate dall’altra parte della cornetta a ruoli marginali e di supporto.
    Il gelo oltre che sullo schermo sarà negli occhi e nel cuore dello spettatore, con buona pace delle parole del regista: “Queste sono solo alcune delle cose che abbiamo fatto per dare il massimo. -Ma se questo dovesse apparire un trattamento ingiusto, basta ricordarsi che delle persone hanno realmente vissuto in quelle condizioni”. Sì, perché l’unico brivido è quello dettato dall’idea che tutto questo sia realmente accaduto.

    Read more »
Back to Top