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    Venezia 71.: Munzi, ecco le mie ‘anime nere’

    Il ritorno di Francesco Munzi al Lido, dove nel 2004 si era guadagnato una Menzione speciale Opera prima con Saimir, è di quelli destinati a far parlare di sè per il resto della stagione cinematografica. Il regista presenta in concorso il suo originalissimo Anime nere, ritratto di una famiglia criminale tratto liberamente dal libro di Gioacchino Criaco e girato ad Africo, paesino abbarbicato tra le vette dell’Aspromonte e tristemente noto alla letteratura giudiziaria come il luogo a più alta concentrazione mafiosa. Un film nato pensando a Rossellini e Scorsese, costruito secondo le regole del gangster movie e diventato luogo privilegiato da dove “si può vedere meglio l’Italia”.

    Da dove nasce l’urgenza di questo film?
    Stavo lavorando a un altro progetto e alcuni amici mi consigliarono di leggere il romanzo di Gioacchino; è stato un innamoramento, un colpo di fulmine e alla fine ho mantenuto anche lo stesso titolo.
    Del libro mi ha colpito la forte carica emozionale e viscerale, parlava di un mondo, l’Aspromonte, che non conoscevo affatto. C’era uno sguardo interno attento però a non esaltare mai l’aspetto violento del crimine, vissuto sempre come un qualcosa di doloroso.
    Leggendolo mi è venuta voglia di saperne di più, ma avevo la consapevolezza di non poter fare questo film senza la collaborazione del suo autore, di quei luoghi e dei suoi abitanti. L’approccio iniziale ancora prima della sceneggiatura è stato di tipo documentaristico, poi abbiamo cercato di realizzare la nostra storia.
    Il romanzo è una pietra miliare importantissima da cui siamo partiti, ma per restituirne il senso è stato necessario tradirlo. Abbiamo cambiato l’epoca in cui è ambientato trasferendola dagli anni ‘80 ai giorni nostri; inoltre i protagonisti del libro erano amici mentre nel film diventano tre fratelli.

    La scelta del dialetto del luogo?
    Volevo assolutamente girare il film in dialetto, non per un fatto estetico ma perché il dialetto fa parte del senso del film: i personaggi si sentono altro rispetto al mondo esterno e hanno un senso di identità molto forte, restituita in questo caso dal linguaggio.
    Il mio obiettivo però era rendere il senso di universalità di questa storia; non mi interessava tanto raccontare una guerra criminale, ma vedere cosa succede all’interno di una famiglia messa alla prova da una faida che riesplode all’improvviso: la guerra apparentemente è nei confronti di un clan rivale, ma il vero film è la guerra che si sviluppa al suo interno.

    Si può definire il film una specie di western?
    E’ una parola che ho usato io ma forse in maniera un po’ sprovveduta, mi venne in mente mentre giravo perchè avevo davanti degli scenari così selvaggi da portarmi a pensarlo. Ma non so se è esatto definirlo così.

    Hai avuto qualche difficoltà a girare in quei luoghi?
    Assolutamente nessuna fatica, abbiamo lavorato senza nessun tipo di censura. Era uno dei miei pregiudizi ma per fortuna mi ritrovo a doverlo sfatare. Il mio approccio con la Calabria era carico di pregiudizi e paura, poi invece si è rivelato un’occasione di scoperta. Ho vissuto il film come un laboratorio, quasi un esperimento che mi ha dato ulteriore possibilità di approfondimento.
    Il film acquista soprattutto nel finale un senso di tragicità, diventando espressione di una lotta fra bene e male. È un finale nerissimo ma ha una forte carica di energia; nella sua cupezza e drammaticità, rompe gli schemi del male: lo trovo giusto, addirittura catartico perché porta con sé una sorta di redenzione.

    Chi sono i tuoi riferimenti cinematografici?
    Il mio mito è Rossellini per il suo modo di mettere in scena e la capacità di raggiungere una normalità anche nelle scene forti, tragiche, in cui è necessario azzerare la spettacolarità; ma ho pensato anche al Martin Scorsese di “Mean Streets”.

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    Venezia 71.: Il trionfo di “Anime nere”

    La Calabria di Francesco Munzi incanta la 71° Mostra del Cinema di Venezia. Sangue e faide in un tragico western dei nostri tempi.

    4stelle

    Una storia di sangue, faide, ‘ndrangheta che inizia in Olanda, passa per Milano e finisce sulle vette dell’ Aspromonte; tratto liberamente dall’omonimo libro di Gioacchino Criaco, è la storia di tre fratelli, figli di pastori vicini agli ambienti della malavita.
    Luigi e Rocco, interpretati rispettivamente da Marco Leonardi e Peppino Mazzotta, vivono a Milano: il primo è un trafficante di droga, il secondo un imprenditore grazie al riciclaggio di soldi sporchi; Luciano (Fabrizio Ferracane) è rimasto in Calabria, solitario pastore che coltiva in sé la speranza di tornare a un mondo quasi preindustriale, lontano da regolamenti di conti e vendette. Leo (Giuseppe Fumo) ha venti anni, è suo figlio ed è il simbolo di una generazione perduta, priva di un’identità, incapace di seguire altri modelli se non quelli che ha visto crescere attorno a lui, gli stessi che lo porteranno a compiere un atto intimidatorio contro il bar protetto dal clan rivale. Inevitabile che la faida riesploda e a quel punto per Luciano non rimarrà che fare i conti con conflitti irrisolti e contraddizioni mai placate, a tanti anni di distanza dall’uccisione del padre.

    La letteratura giudiziaria lo etichetta come uno dei paesi a maggior concentrazione mafiosa d’Italia, ma per Francesco Munzi, che lo ha scelto per girarci il suo terzo film, Africo, nell’Aspromonte calabrese, è diventato anche altro: un non luogo dove l’efferatezza di certi crimini si mescola agli aspetti più secolari, ancestrali e viscerali del Sud che uccide e accoglie allo stesso tempo, che abbraccia e respinge i suoi figli.
    Secondo film italiano ad essere stato presentato in concorso alla 71. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Anime nere (in sala per Good Films dal 18 settembre) non perdona e scuote la platea festivaliera.

    Nero, nerissimo western che assume i connotati della tragedia quando gli occhi di Munzi iniziano ad esplorare le dinamiche interne della famiglia, le sue lotte intestine, la sua personalissima, oscura guerra interna. Munzi sfugge così ai clichè e si affida a un racconto in perfetto equilibrio tra realismo e suggestioni magico-arcaiche, permettendo al film quello straordinario volo pindarico tra il gangster movie e il dramma familiare. Senza paure, onesto, sincero, evocativo di un cinema che va da Luchino Visconti al Francis Ford Coppola de Il padrino. E quando i gangster diventano umanità perdute e la lotta tra clan rivali lascia il posto a quella universale tra il bene il male, l’anima tragica dell’intero film esplode correndo verso un finale che ha il sapore dell’espiazione.

    Un film che certo non avrebbe avuto lo stesso impatto senza un cast di attori, professionisti e non, che lo hanno vissuto sui propri corpi, espresso nei volti lividi e urlato attraverso l’idioma dialettale del luogo: perché la lingua connota, identifica e in questo caso restituisce “il senso di alterità che provano i personaggi per il mondo esterno”. Un’ estraneità sottolineata dal personaggio cui presta il volto Barbora Bobulova, moglie milanese di Rocco, lontana non solo a causa dei semplici chilometri da quella realtà cosi chiusa, incomprensibile e, ai suoi occhi, spaventosa.
    Il cammino di Anime nere è appena cominciato: Venezia sarà solo l’inizio del lungo viaggio di questo atto appassionato, ribelle e profondamente umano di cui il cinema italiano aveva ed ha bisogno.

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    29.Settimana Internazionale della Critica: il pubblico premia No One’s Child

    Va al serbo No One’s Child (Ničije dete) di Vuk Ršumovic, il Premio del Pubblico RaroVideo al miglior film della 29. Settimana Internazionale della Critica, nell’ambito della 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
    Cinque mila euro che verranno consegnato direttamente al vincitore.

    La giuria della FEDEORA (Federazione dei Critici Europei dei Paesi Euromediterranei) – composta da Nenad Dukic, Ninos Mikelides, Dubravka Lakic, Eva Af Geijerestam e Matic Majcen – assegna inoltre ai film della Settimana Internazionale della Critica:

    Miglior Sceneggiatore: Vuk Ršumović per il film Ničije dete – No Ones’s Child
    Miglior Film: Flapping in the Middle of Nowhere di Nguyen Hoàng Điep.

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    Words with Gods : quando la religione si fa concetto

    Potente lavoro corale di nove abili registi che rappresentano, attraverso le loro specifiche metriche, nove storie in cui le protagoniste assolute sono le globali credenze religiose. Questo è Words with Gods.

    4stelle

    Una coralità di intenti molto particolare. Un film che racconta come l’umanità affronti in modi alquanto diversi l’esperienza della nascita e della morte, della fede smarrita e di quella apparentemente ritrovata. Words with Gods mostra ciò che oggi alimenta la società contemporanea, ovvero l’aridità esistenziale che staziona fortemente a danno della religione. Ad incentivare un’ottica pressoché nichilistica è l’influenza di questi nove registi che risultano essere profondamente coinvolti, facendo riferimento alle loro esperienze di vita riguardo a determinate religioni. Se si pensa poi che in questo “lotto” compaiono nomi come quelli di Amos Gitai, Hideo Nakata, Alex De la Iglesia ed Emir Kusturica, allora si comprende il valore metaforico ma soprattutto concettuale di questo lavoro. Words with Gods è infatti un film eterogeneamente nobile, che mischia la sacralità delle religioni con l’”esorcizzazione” stessa di alcune di queste. Si passa infatti da lavori semi-biblici – “Veri Dei”, diretto da Warwick Thornton, e “Sangue di Dio” di Guillermo Arriaga – ad episodi altamente riflessivi che in qualche modo contestano la conduzione esistenziale dell’umanità stessa attraverso i “dogmi” della religione – uno su tutti “il libro di Amos”, diretto da Amos Gitai. Si assiste poi anche ad un vero e proprio abbattimento della “soggezione” indotta dallo pseudo-tradizionalismo – abile in questo caso il solito “vate” dell’ironia riflessiva Alex de la Iglesia. Words with Gods è un’opera complessa, culturalmente imponente: in qualche modo questo lavoro suggestiona lo spettatore nel riflettere sulla sua esistenza e, soprattutto, sulla sua coscienza. I produttori di Words with Gods di fatto credono che questo film sia un mezzo efficace per far sviluppare una discussione sul pluralismo religioso – argomento che ora viene trattato superficialmente dalla massa – in modo tale da ripristinare quelle coscienze tormentate che sostengono, nel bene e nel male, la società di oggi.
    Words with Gods è un lavoro sollecitativo per l’uomo , una sorta di ammonimento per il suo “credo” e per la sua filosofia di vita. Tuttavia a causa della pungente capacità di mettere lo spettatore di fronte ad una totale presa di coscienza, risultando essenzialmente provocatorio, difficilmente ci saranno estimatori che capiranno il vero valore di questo lavoro, perché il rischio che questo film possa diventare oggetto per gli indottrinati “filo-tradizionalistici” è tanto.

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    Venezia 71.: Elio Germano, giovane favoloso per Martone

    Ribelle, inedito, rivoluzionario. Insomma uno di noi, di questa sfortunata generazione di giovani viandanti. E’  il Leopardi di Mario Martone,  ‘giovane favoloso’ come dichiara il film, terzo e ultimo italiano in concorso alla 71. Mostra d’’Arte Cinematografica di Venezia, sin dal suo titolo.
    Un biopic che per il regista, che a teatro aveva già messo in scena le sue “Operette morali”,  è stato un passo quasi naturale per riesumare, dopo il dramma storico di “Noi credevamo”, un altro pezzo del passato di questo paese senza memoria.
    Così gli è toccato districarsi tra la mole infinita di carteggi, studi, lettere e mettere a fuoco l’uomo, il lato più inquieto e insieme quello più ribelle e ironico; ma la sfida più grande è stata dare vita a un’anima e restituire l’ineffabile attraverso il linguaggio del cinema.
    Immagini per raccontare parole, sensazioni, malinconie cosmiche. Ma soprattutto un corpo: quello che Elio Germano ha sapientemente trasformato in uno strumento narrativo agendo parole, pensieri e sensazioni del personaggio.
    Una performance che ha il sapore della trasfigurazione e che lo porta dritto tra gli interpreti favoriti per la Coppa Volpi: “Troppo spesso siamo chiamati a essere attori del quotidiano. – racconta – Restituire invece queste vibrazioni è stata un’esperienza unica; l’unico modo che avevo a disposizione per rendere il personaggio era farsi tramite, essere scrittura”. E mentre giravano lo chiamava per nome, Giacomo, perché ormai “era diventato uno di famiglia”.
    Il valore aggiunto de “Il giovane favoloso” è proprio Germano, protagonista di un’interpretazione impeccabile insieme a quelle del resto del cast da Isabella Ragonese a Paolo Briguglia, Massimo Popolizo e Michele Riondino nei panni del compagno di una vita, Antonio Ranieri.
    È con lui che per oltre due ore lo seguiremo nel suo peregrinare da uomo libero: dalla prigionia nella biblioteca di famiglia a Recanati ai salotti fiorentini, dall’amore non corrisposto per Fanny Targioni-Tozzetti alla Napoli dei ‘pulcinella’, dei taralli, della convivialità e infine del colera. Un viaggio che terminerà sulle pendici del Vesuvio.
    Ma se la performance dell’attore Palma d’Oro a Cannes nel 2010 non ha macchia, lo stesso non può dirsi del film che ha senz’altro diversi meriti, tranne quello di aver sfruttato pienamente le suggestioni che solo un personaggio così complesso, immenso, gigantesco poteva offrire.
    Il racconto riesce comunque nell’impresa di non inciampare in velleità didattiche e procede dall’inizio alla fine esplorando diversi livelli stilistici, risultando più organico in alcuni punti e meno in altri. Sublime poi, l’accompagnamento ‘spregiudicato’ delle musiche firmate Apparat: è proprio lui infatti, l’icona dell’elettronica mondiale Sascha Ring, a produrre la colonna sonora.
    Ma a trionfare su tutto è il ‘favoloso’ Leopardi di Germano: incantato dalla vita, rivoluzionario e appassionato. Pura poesia.

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    Venezia 71, tre italiani per un Leone

    Presentata la lista di film in concorso. Ci sono Mario Martone, Saverio Costanzo e Francesco Munzi. Apertura affidata a Birdman di Iñárritu. In lizza anche “Pasolini” di Abel Ferrara e i film con Al Pacino e Andrew Garfield.

    Mario Martone, Saverio Costanzo, Francesco Munzi. Sono tre gli italiani che proveranno a conquistare il premio più ambito della 71esima Mostra del Cinema di Venezia e a regalare quindi un bis all’Italia dopo l’inaspettata affermazione, lo scorso anno, di Sacro Gra di Gianfranco Rosi. Nella lista dei film in concorso, presentata dal presidente Paolo Baratta, figurano infatti “Il giovane favoloso”, lungometraggio di Martone incentrato sulla figura di Giacomo Leopardi e interpretato da Elio Germano, il noir “Anime nere” di Munzi e “Hungry hearts” di Costanzo, interpretato da Alba Rohrwacher e dalla rising star americana Adam Driver.
    Ma sotto gli occhi della giuria presieduta dal compositore Alexandre Desplat e di cui fanno parte tra gli altri Tim Roth, Carlo Verdone e la scrittrice Jhumpa Lahiri, passeranno molti progetti ambiziosi interessanti a cominciare dal biopic “Pasolini” diretto da Abel Ferrara, con Willem Dafoe e Riccardo Scamarcio, e dal ritorno dietro la macchina da presa di Alejandro González Iñárritu che con il suo Birdman aprirà la mostra il prossimo 27 agosto. Grande curiosità anche per “The postman’s white nights” del russo Andrej Konchalovsky e per gli americani “Manglehorn” di David Gordon Green che vede il ritorno in scena di Al Pacino, “99 homes” di Ramin Bahrani con Andrew “Spider-Man” Garfield, e “Good Kill” del regista sceneggiatore Andrew Niccol.
    Tante le proposte di pregio anche nella categoria orizzonti, a cominciare dal film con cui si aprirà la selezione, “The President” dell’iraniano Mohsen Makhmalbaf. Nutrita anche qui la pattuglia italiana guidata da Franco Maresco con il suo “Belluscone, una storia siciliana” e Renato De Maria con “Una vita oscena”.
    Fuori concorso invece assisteremo tra le altre alle nuove opere di Peter Bogdanovich (She’s funny that way), Joe Dante (Burying the ex), James Franco (The sound and the fury), Amos Gitai (Tsili), Manoel de Oliveira (Old man of Belem), Barry Levinson (The Humbling), Sabina Guzzanti (La trattativa), al progetto documentario di Gabriele Salvatores (Italy in a day), alla director’s cut di Nymphomaniac vol. 2 di Lars Von Trier e al cinese “The golden era” di Ann Hui a cui è stata affidata la serata di chiusura.
    Scelte controcorrente per quel che riguarda i Leoni d’oro alla carriera che saranno consegnati nel corso della cerimonia di chiusura di cui Luisa Ranieri sarà la madrina. Per la prima volta infatti il cda della Biennale presiuduto da Paolo Baratta su proposta del direttore della Mostra Alberto Barbera ha deciso di assegnare il premio a un montatore e in particolare alla collaboratrice abituale di Martin Scorsese, la tre volte premio Oscar Thelma Schoonmaker. Il riconoscimento poi andrà anche al regista documentarista Frederick Wiseman.
    “Spesso, non si pretende dai festival quello che essi dovrebbero necessariamente provvedere – ha commentato in conclusione il direttore Barbera – non solo una fotografia del presente, ma la capacità di vedere le cose in altro modo, di percepire ciò che talvolta risulta invisibile o poco chiaro, di venire a contatto con un altro cinema possibile, di intuire percorsi alternativi o semplicemente prossimi a venire. Se la 71esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia sarà capace anche solo di sfiorare per un istante uno o più di questi intendimenti, avrà almeno in parte assolto il suo compito”.

    IL PROGRAMMA

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    Venezia 71. – Alexandre Desplat presidente di Giuria

    Sarà Alexandre Desplat, compositore francese di musiche da film internazionalmente riconosciuto, a presiedere la Giuria Internazionale del Concorso della 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (27 agosto – 6 settembre 2014), che assegnerà il Leone d’oro per il miglior film e gli altri premi ufficiali. La decisione è stata presa dal Cda della Biennale di Venezia presieduto da Paolo Baratta, su proposta del Direttore della Mostra Alberto Barbera.

    Nominato per sei volte al premio Oscar (per The Queen, Il curioso caso di Benjamin Button, Fantastic Mr. Fox, Il discorso del re, Argo, Philomena), Desplat ha ricevuto inoltre un Golden Globe, tre César, due European Film Award, un Bafta. Ha collaborato con registi quali Stephen Frears, Roman Polanski, Terrence Malick, Tom Hooper, Jacques Audiard, Kathryn Bigelow, David Fincher, George Clooney, Ang Lee, Ben Affleck, David Yates, Wes Anderson, Matteo Garrone. È la prima volta che un compositore di musiche da film presiede la Giuria del Concorso della Mostra del Cinema di Venezia.

    “Alexandre Desplat non è soltanto uno dei grandi compositori odierni di musiche da film ma un appassionato cinefilo, la cui straordinaria sensibilità artistica si somma a una profonda conoscenza del cinema, della sua storia, del suo linguaggio”, ha dichiarato il Direttore della Mostra di Venezia, Alberto Barbera.

    “È un grande onore e un’ardua responsabilità essere presidente di giuria di un festival così prestigioso. – ha  commentato Desplat – Il cinema italiano ha influenzato sia il mio gusto che la mia musica più di qualsiasi altro e sono orgoglioso di venire alla Mostra di Venezia l’anno dopo Bernardo Bertolucci”.
    Nella serata conclusiva della prossima 71. Mostra (6 settembre 2014), la Giuria Internazionale di Venezia 71, presieduta da Alexandre Desplat e complessivamente composta da 9 personalità del cinema e della cultura di diversi Paesi, assegnerà ai lungometraggi in Concorso i seguenti premi ufficiali:

    – Leone d’Oro per il miglior film

    – Leone d’Argento per la migliore regia

    – Gran Premio della Giuria

    – Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile

    – Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile

    – Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente

    – Premio per la migliore sceneggiatura

    – Premio Speciale della Giuria

     

    Andrea Corsini

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    Venzia 71. : Alice Rohrwacher presidente di Giuria per il Premio Opera Prima “Luigi De Laurentiis”

    Toccherà ad Alice Rohrwacher presiedere la Giuria Internazionale del Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” della 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2014 (in programma dal 27 agosto al 6 settembre 2014 .

    Una nomina che arriva dopo il trionfo a Cannes dove la Rohrwacher ha conquistato il Gran Premio della Giuria con Le meraviglie. Nel 2011 il suo primo lungometraggio, Corpo celeste, è stato presentato alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes e poi selezionato al Sundance e ai festival di New York, Londra, Rio e Tokyo. Corpo celeste ha vinto l’Ingmar Bergman Int. Debut Award, il Nastro d’argento e il Ciak d’Oro per la migliore opera prima, il Premio Suso Cecchi D’Amico per la migliore sceneggiatura.

    La Giuria Internazionale del Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”, composta da 7 personalità del cinema e della cultura di diversi Paesi, tra i quali un produttore, assegnerà senza possibilità di ex aequo, tra tutte le opere prime di lungometraggio nelle diverse sezioni competitive della Mostra (Selezione ufficiale e Sezioni Autonome e Parallele), il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”, e un premio di 100.000 USD, messi a disposizione da Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis, che sarà suddiviso in parti uguali tra il regista e il produttore.

    Negli ultimi anni si sono aggiudicati il Premio Venezia Opera Prima: Le grand voyage (Viaggio alla Mecca) di Ismaël Ferroukhi (2004), 13 – Tzameti di Gela Babluani (2005), Khadak di Peter Brosens e Jessica Woodworth (2006), La zona di Rodrigo Plá (2007),  Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio (2008),  Engkwentro di Pepe Diokno (2009), Cogunluk (Majority) di Seren Yüce (2010), Là-bas di Guido Lombardi (2011), Küf(Mold) di Ali Aydin (2012), White Shadow di Noaz Deshe (2013).

    Andrea Corsini

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