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    TFF34: Tutti i vincitori

    TORINO 34
    Miglior film a: Juan Zeng Zhe / The Donor di Qiwu Zang (Cina, 2016)
    “Siamo onorati di assegnare il premio a un film così meravigliosamente penetrante e così poetico nella narrazione, nella performance, nella comprensione del mondo in cui proviamo a vivere.
    Pensiamo di aver trovato una nuova voce del cinema cinese che ci arricchirà tutti. Grazie”.

    Premio Speciale della giuria – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a:
    Los decentes di Lukas Valenta Rinner (Austria/Corea Del Sud/Argentina, 2016)
    “Questo film ci porta in un viaggio con Belén, una collaboratrice domestica di una ricca famiglia in un quartiere sorvegliato e recintato, che trova una via di fuga dal suo mondo claustrofobico quando scopre una comunità di nudisti che vive al di là del recinto. Los decentes esplora con grande sensibilità e penetrante spirito di osservazione l’impatto che questa nuova libertà ha sulla vita della donna. Allo stesso tempo, questa libertà provoca la reazione della borghesia del
    quartiere. Diamo il Premio Speciale della Giuria a questo film audace e originale”.

    Premio per la Miglior attrice a:
    Rebecca Hall per il film Christine di Antonio Campos (USA, 2016)
    “L’attrice, con una fortissima presenza scenica e le molte sfumature della sua performance è riuscita a ritrarre perfettamente un personaggio commovente che è in conflitto emotivo con se stesso.”

    Premio per il Miglior attore a:
    Nicolas Duran per il film Jesus di Fernando Guzzoni (Cile/Francia, 2016)
    “Per un ritratto molto credibile, che veicola una gamma di emozioni, da parte di un talento così giovane e promettente”.

    Premio per la Miglior sceneggiatura a:
    Juan Zeng Zhe / The Donor di Qiwu Zang (Cina, 2016)
    “Forse saremmo stati influenzati dall’ambiente che ci circonda, ma la giuria è rimasta colpita da questo film duro ed emotivamente devastante, che mostra come la tradizione del Neorealismo italiano sia ancora viva in angoli remoti del globo”.

    Premio del pubblico a:
    Wir Sind die Flut / We Are the Tide di Sebastian Hilger (Germania, 2016)

    TFFdoc
    INTERNAZIONALE.DOC

    Miglior film a:
    Houses Without Doors di Avo Kaprealian (Siria/Libano, 2016)
    “In una situazione impossibile, ci fa vedere l’impossibile – dal balcone di casa egli guarda il mondo intero. Ci fa sentire come i siriani e gli armeni rappresentino tutta l’umanità e ci restituisce la fiducia nella capacità del cinema di aiutare tutti gli essere umani a esistere e a resistere in ogni epoca”.

    Premio Speciale della giuria a:
    Attaque di Carmit Harash (Francia, 2016)
    “Perché si pone nel cuore del caos sollevando interrogativi sulle tante immagini che ci circondano, con uno spirito libero e con uno humour che aiutano a prendere le distanze e a sconfiggere la depressione, perché propone di non credere alle immagini ma trattarle in modo originale e nuovo”.

    ITALIANA.DOC
    Miglior Film a:
    Saro di Enrico Maria Artale (Italia, 2016)
    “Un viaggio alla ricerca di un padre mai conosciuto. Un documentario intimo e spiazzante diretto con incredibile lucidità e rigore. L’autore riesce a trattare la sua storia con intensità e coraggio, attraverso una struttura narrativa coinvolgente dove la dimensione personale diventa universale”.

    Premio Speciale della giuria a:
    Moo Ya di Filippo Ticozzi (Italia, 2016)
    “Un documentario intenso e raffinato. Uno sguardo poetico che scava un territorio segnato da un trauma di violenza e morte la cui memoria è viva nel protagonista Opio e nelle persone che incontriamo. Il regista riesce a creare con sensibilità e rigore una vera mimesi tra la temporalità filmica ed il tempo sospeso della vita quotidiana dove la natura è una lunga lacrima colorata”.

    Menzione speciale a:
    A Bitter Story di Francesca Bono (Italia, 2016)
    “La giovane autrice decide di confrontarsi con una delle questioni sociali più imminenti: l’integrazione. Gli adolescenti di una piccola comunità cinese che affrontano le decisioni sul proprio futuro sospesi in un limbo identitario e territoriale. Un approccio formale e psicologico audace che fa uso della messa in scena non escludendo momenti di autentica intimità, riuscendo così ad andare oltre il realismo frontale senza perdere la sincerità”.

    ITALIANA.CORTI
    Premio Chicca Richelmy per il Miglior film a:
    Ex voto di Fabrizio Paterniti Martello (Italia, 2016)
    “Il film racconta la tradizione di un luogo diviso fra sacro e profano e ci restituisce poeticamente l’immagine di un’Italia divisa tra tradizione e modernità”.

    Premio Speciale della giuria a:
    Il futuro di Era di Luis Fulvio (Italia, 2016)
    “Il film scolpisce la metafora della condizione umana. Propone una chiave di lettura attuale della continua e ossessiva ricerca della bellezza attraverso la sua distruzione”.

    PREMIO FIPRESCI
    Les derniers parisiens di Hamè Bourokba e Ekoué Labitey (Francia, 2016)
    “Una storia attuale raccontata con empatia e urgenza, con un tocco leggero. Les Derniers Parisiens narra il difficile rapporto tra due fratelli migranti che cercano di sbarcare il lunario a Parigi. Offre uno sguardo della vita a Pigalle e scorci sulle molte storie accennate sullo schermo”.

    PREMIO CIPPUTI
    Miglior film sul mondo del lavoro a:
    Lao Shi / Old Stone di Johnny Ma (Cina/Canada, 2016)
    “Per lo stile sospeso fra la cronaca vera e lo stato d’allucinazione con cui Johnny Ma segue la fulminante odissea tragica di un taxista rimasto coinvolto in un incidente stradale. La responsabilità non era sua, ma il senso di colpa per avere fatto sprofondare un ragazzino in coma profondo è ossessivo: niente e nessuno lo aiuteranno, né gli amici, né la famiglia sempre meno comprensiva e affettuosa, né tanto meno gli squali burocrati delle società d’assicurazione. La perdita del lavoro quotidiano provoca un fatale smarrimento dell’identità. Ognuno è solo sul cuore della terra, e il buio si avvicina”.

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    TFF34 – Clash: Il Cairo in un blindato

    Clash di Mohamed Diab ci porta nel caos della rivoluzione che sconvolse il Cairo e l’intero Egitto. Il film, candidato dall’Egitto alla corsa agli Oscar, dopo il passaggio a Cannes esordisce in Italia al Torino Film Festival.

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    Piazza Tahrir inondata di gente se la ricorda bene, perché nei giorni della rivoluzione che avrebbe portato alle dimissioni del presidente Hosni Mubarak e in quelli delle rivolte che negli anni successivi avrebbero trascinato il paese in una guerra civile lui era lì. Ma Hany Adel forse non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi qualche anno dopo a interpretare uno dei protagonisti di Clash, che segna al Torino Film Festival solo una delle tappe che dopo Cannes, dove è stato presentato come film d’apertura dell’Un Certain Regard, lo accompagneranno nella sua marcia verso l’America. Il film di Mohamed Diab, il regista che si era fatto già apprezzare al suo esordio nel 2010 con Cairo 678, è infatti il candidato dall’Egitto nella corsa agli Oscar per il miglior film straniero. Strano destino per una pellicola inizialmente contestata in patria, dove prima della sua uscita “molti canali tv senza neanche averlo visto lo accusavano di essere antigovernativo e contro il paese. Tre settimane fa però il film è arrivato nelle sale ed è piaciuto molto”.

    Hany Adel interpreta una delle 23 persone caricate su un furgone della polizia durante le rivolte al Cairo nel 2013, due anni dopo la rivoluzione ed è all’interno di questo abitacolo che si sviluppa l’intero film di Diab. Un punto di vista privilegiato con piccole incursioni sul ‘fuori’ devastato da violenti scontri mentre ‘dentro’ una variegata umanità (un anziano padre e sua figlia, una famiglia, un giornalista e un fotografo, gruppi di amici, adolescenti e bambini tutti divisi tra Fratelli Musulmani e sostenitori dell’esercito) dovrà cercare di superare le proprie divergenze politiche e religiose se vorrà sopravvivere alla furia che divampa tutto intorno.

    “Ognuno di loro appartiene a mondi diversi – ci racconta l’attore, a Torino per presentare il film – ha punti vista differenti sulla politica e sulla società, ma ogni volta cercherà di confrontarsi fino a quando non troverà una via di uscita. Sono la dimostrazione che quando riusciamo a superare le nostre divergenze di opinioni è possibile fare uno sforzo comune per trovare una soluzione”.

    Girare in uno spazio così limitato non è stato affatto semplice con una sola videocamera, un operatore addetto alle riprese sul posto – che era lo stesso direttore della fotografia – e un altro che da remoto si occupava della messa a fuoco, niente effetti speciali e nessun materiale d’archivio: bastava il fatto che “tutti i componenti della troupe avevano vissuto i giorni della rivoluzione e ciascuno di noi ne conosceva dettagli e immagini”. Ci sono voluti tre mesi di prove “in una specie di scatola molto simile all’ambiente del furgone dove poi avremmo girato la maggior parte del film”.

    Il viaggio di Clash procede per alternanze tra l’interno del blindato e le strade del Cairo invase dai manifestanti e assediate da scene di guerriglia urbana tra fazioni opposte, un viaggio delirante e confuso dov’è sempre più difficile capire chi c’è dall’altra parte della barricata. Un’implosione riprodotta nell’angusto spazio del furgone dove ad ogni lite, ad ogni scontro sembrerà spesso prevalere un comune spirito di sopravvivenza, che a volte si dimostra capace di andare oltre qualsiasi dogma religioso o convinzione politica. Salvo precipitare l’attimo dopo nuovamente nella follia dello scontro.

    Mohamed Diab ha il grande merito di essere riuscito a convogliare tra le quattro pareti di un furgone il caos e le violenze di quei giorni, ponendoli alla base di molte delle più oscure conseguenze consegnate alla Storia recente: non è un caso ad esempio che alcuni personaggi valutino l’ipotesi di unirsi agli estremisti siriani una volta che le rivolte saranno finite, “perché questa è solo una tappa”. Diab non ha problemi ad ammetterlo e a chi tempo fa gli chiedeva quale connessione ci fosse tra i Fratelli Musulmani e Daesh, il regista rispondeva: “La risposta è nel film: l’esposizione alla brutalità e alla violenza portano alcuni personaggi a considerare la possibilità di raggiungere i combattenti siriani. Ed è quello che sta succedendo in Egitto: i fratelli Musulmani sono al collasso, e così molti giovani li abbandonano e si uniscono a Daesh”. Crudo e profondamente realistico, Clash finisce per essere uno dei più lucidi e umani ritratti di una realtà molto complessa, che vive di sfumature e che né le immagini raffazzonate e devianti dei media, né la forza di un documentario avrebbe potuto descrivere meglio.

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    TFF34 – I figli della notte: Deformazione di un rampollo

    Arriva al Torino Film Festival l’unico film italiano in concorso: l’esordio alla regia di Andrea De Sica, nipote di Vittorio, a lungo autore di colonne sonore e aiuto regista sui set di Bertolucci e Ozpetek. La scelta è una favola nera a partire dall’universo disturbante di un collegio per ricchi adolescenti isolato tra le nevi delle Alpi.

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    Rampolli di buona famiglia, figli di madri e padri inadeguati, relegati in collegi super esclusivi, meglio se il collegio in questione è un edificio sperduto nel bel mezzo delle Alpi: castrante, disturbante, una sorta di labirinto degli orrori, lezioni di economia, mezz’ora di telefonate al giorno, niente internet, zero ragazze.
    Ma c’è di peggio: nel luogo dove si consumano atti di nonnismo con il benestare degli educatori, crescerà la classe dirigente del futuro. E non è certo un bel vedere. Almeno per come ce lo racconta ne I figli della notte Andrea De Sica, nipote di Vittorio e figlio di Manuel, un passato non certo digiuno di cinema impegnato sia come autore di colonne sonore che come assistente alla regia di Bernardo Bertolucci, Ferzan Ozpetek, Vincenzo Marra e Daniele Vicari ed oggi pronto (o quasi) al suo esordio cinematografico, l’unico italiano in concorso al Torino Film Festival.

    Prima di cominciare le riprese dice di aver rivisto Sciuscià per ben tre volte, il suo film lo descrive come una “storia di deformazione” e per raccontarla ha immaginato una favola nera:  quella di Giulio (Vincenzo Crea), il 17enne protagonista del film che si ritrova catapultato nella solitudine e nella rigida disciplina di un collegio per ricchi adolescenti dell’alta società.
    Qui Giulio imparerà a sopravvivere grazie all’amicizia con Edoardo (Ludovico Succio), uno che il collegio lo conosce bene: ci è entrato e uscito da quando aveva undici anni, perché per suo padre “era un investimento a perdere”.
    Con lui Giulio  instaurerà una sorta di “interdipendenza strategica” diventando suo inseparabile compagno di fughe notturne verso un luogo proibito nel cuore del bosco. Tutto, pare, sotto l’occhio vigile dei tutor, perché anche la trasgressione fa parte della formazione dei futuri capitani d’impresa…

    La spinta del film arriva direttamente dagli anni di liceo del regista e dall’incontro con le persone che gli hanno segnato la vita. “L. era stato tre anni in collegio, un ragazzo schivo, molto bene educato, era sempre il più elegante di tutti. Un giorno ebbe uno diverbio con un tipo per via di una ragazza: lo affrontò e lo lasciò riverso sul marciapiede in una pozza di sangue. L. fu denunciato per tentato omicidio: non fece mai parola di quello che aveva fatto, nemmeno per fare il gradasso. Sotto quell’aurea serafica e taciturna era nascosto l’istinto di un killer. – confessa – E. a quindici anni era già scappato di casa tre volte. Aveva fatto di tutto: il taccheggiatore, il barbone, il lavavetri, nonostante fosse molto ricco. Anche lui in passato era stato in collegio, dove aveva conosciuto i suoi più grandi amici, che dopo non avrebbe rivisto mai più”.
    Questi incontri sono stati la spinta per provare a raccontare un universo giovanile che mi sembrava poco esplorato, almeno nel nostro paese: volevo raccontare un disagio che non è legato all’emarginazione sociale di qualsiasi natura, ma che non per questo è meno profondo o radicato oggi nella nostra società. La situazione estrema di un collegio per rampolli di ricche famiglie è stata la chiave che ho scelto per confrontarmi con uno dei sentimenti più forti che un adolescente possa sperimentare: l’abbandono
    ”.

    Un disagio più e più volte ribadito (“I miei sanno fare le valigie come nessun altro: entra dentro di tutto, anche i figli”) ed evocato dal rigore delle atmosfere e dalla freddezza degli ambienti; i riferimenti però risultano alti e spesso ingombranti a partire dalle ripetute carrellate nei corridoi che vorrebbero strizzare l’occhio a Shining. La solitudine incombente cede il passo all’incubo e alle suggestioni da horror, mentre l’adolescente abbandonato diventa una sorta di Lucifero in una discesa spettrale negli antri più reconditi della mente umana.
    Tante, forse troppe le suggestioni che De Sica pretende di mettere in campo per poi liquidarle in maniera frettolosa dimostrandosi invece abile regista nella gestione degli spazi e nella costruzione delle atmosfere. Lo stesso non può dirsi per la direzione dei giovanissimi attori le cui interpretazioni risultano spesso posticce e poco credibili, complici anche dei dialoghi spesso carenti di ritmo e poco organici.

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    Tff34 – Porto: Mi ricordo, sì, io mi ricordo

    Destinato a essere ricordato come l’ultima interpretazione di Anton Yelchin, prima che perdesse prematuramente la vita, il film diretto da Gabe Klinger arriva in concorso al 34esimo Torino Film Festival. Un unico dolente ricordo dell’incontro tra due solitudini. Struggente e malinconico come solo la memoria sa essere. 

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    Ricordi, frammenti, istantanee. Fotogramma dopo fotogramma, un gesto, un volto, una mano che giocherella con un accendino, una tazzina di caffè, rumori, voci, un locale, immagini sfocate e consumate dal tempo che ormai è passato sopra ogni cosa… parole, sospiri, silenzi. Porto di Gabe Klinger parte da qui: rompe, destruttura, spezza qualsiasi regola di narrazione lineare e procede per flash costringendo lo spettatore alla ricostruzione del puzzle e alla condivisione di uno struggimento d’animo di cui trasuda ogni millimetro della pellicola. Un’ ode al tempo, al suo trascorrere struggente, alla sua capacità di offuscare, rarefare, distillare che fa suo un assunto di James Benning: “Tutto ciò che sperimentiamo può essere considerato solo ricordo”. E non è certamente un caso se si pensa che il regista è lo stesso di Double Play: James Benning and Richard Linklater, il documentario che racconta l’amicizia tra i due cineasti del titolo – grandi sperimentatori e narratori del passare del tempo – dagli esordi a oggi.

    Un’opera outsider e profondamente originale per scelte di linguaggio e stile, destinata a essere ricordata per l’ultima interpretazione di Anton Yelchin, l’attore morto giovanissimo lo scorso anno in un incidente davanti alla propria abitazione.
    L’intero film è un unico dolente ricordo della fugace notte di passione tra Jake (Anton Yelchin) e Mati (Lucie Lucas) e di quello che ne verrà, una storia di ‘amor fou’ rivista a distanza di anni attraverso incursioni frammentarie nelle vite di ciascuno dei due.
    Il racconto procede per capitoli (per la precisione tre, ciascuno corrispondente a un punto di vista diverso: Jake, Mati, Jake e Mati) e affastella momenti, suggestioni e immagini che arrivano dritti dal passato. Nel dolente ricomporsi della memoria Klinger ricorre al Super 8 e ai 16mm per incorniciare i momenti successivi al loro incontro e usa invece il respiro dei 35mm per catturare i ricordi di quella ormai lontanissima folle notte di comunione dei sensi. Sullo sfondo Porto, le sue strade, i locali, la musica jazz, quell’atmosfera vagamente decadente e crepuscolare che cascherà sulla vita e i corpi dei due protagonisti.
    Mati e Jake sono due stranieri: lei francese, lui americano, lei studentessa incastrata in una storia di convenienza con il suo professore universitario, lui un uomo solitario in esilio dalla propria famiglia. Si incontreranno la prima volta “per caso”, la seconda “per coincindenza” in mezzo al via vai di una stazione ferroviaria e la terza semplicemente “succederà”: in un bar, dove Jake troverà il coraggio di parlarle.
    La notte portoghese li sorprenderà a desiderarsi, godersi, amarsi con la ferocia dell’ultima volta e l’incanto della prima e li accompagnerà tragicament verso il destino degli amanti perduti nel tempo.
    Oggi Jake e Mati sono solo un ricordo. Un fotogramma. Un’immagine sporca. Un filmino in Super8. Una vita fa.

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    34 Torino Film Festival: La madrina è Jasmine Trinca

    “Sono felicissima di tornare a Torino per accompagnare un festival libero come pochi altri, capace sempre di anticipare un’idea di cinema inedita con la curiosità e lo sguardo ancora più che di un cinema giovane, di un cinema bambino”. Così Jasmine Trinca commenta il suo prossimo ruolo da madrina al Torino Film Festival (in programma dal 18 al 26 novembre); sarà infatti l’attrice de Il caimano, girato con Nanni Moretti all’epoca direttore del festival torinese, a condurre la serata di apertura di questa 34a edizione che partirà il 18 novembre al al Lingotto con la proiezione in anteprima del film Between Us di Rafael Palacio Illingworth.

    A farle eco la direttrice Emanuela Martini: “Avere accanto a me Jasmine, attrice che ammiro e stimo da sempre, nella presentazione del programma del festival  mi rende particolarmente orgogliosa”. A Torino la Trinca sarà anche protagonista di Slam – Tutto per una ragazza, il film di Andrea Molaioli che dopo la presentazione al Torino Film Festival vedremo anche nelle sale a partire dal 23 marzo prossimo grazie a Universal.

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    34 Torino Film Festival: Un festival sempre più punk

    Parola d’ordine: punk. Il Torino Film Festival  conferma il suo spirito di outsider e ritorna con una 34esima edizione (dal 18 al 26 novembre prossimi) che dichiara le sue intenzioni sin dalla locandina dedicata a David Bowie: la rivisitazione pop di una scena di Absolute Beginners, diretto nel 1986 da Julien Temple, l’irriverente regista britannico che ha dedicato gran parte della sua filmografia alla storia del punk.
    Ed è sotto il segno dell’irriverenza che il Torino Film Festival entra nel suo 34esimo anno di età, riproponendo la seconda parte della retrospettiva, “Cose che verranno. La terra vista dal cinema”, “sulle raffigurazioni, per lo più distopiche catastrofiche-apocalittiche, che il cinema ha dato della Terra del futuro”, e consegnando il Gran Premio al direttore della fotografia  Christopher Doyle, leggendario collaboratore di Wong Kar-wai per il quale ha ‘illuminato’ ben otto film,  “un occhio libero, eccentrico, profondo” come lo definisce la direttrice del festival Emanuela Martini.
    Guest Director quest’anno sarà Gabriele Salvatores, che incontra il pubblico e presenta i suoi “5 pezzi facili”: Jules et Jim di François Truffaut, Blow Up di Michelangelo Antonioni, If di Lindsay Anderson, Alice’s restaurant di Arthur Penn e The Strawberry Statement di Stuart Hagmann.
    Apertura affidata alla commedia indie Between Us di Rafael Palacio Illingworth, “film dal sapore cassavettiano”; a chiudere il cartellone invece sarà invece Free Fire, thriller di Ben Wheatley con Brie Larson, Cillian Murphy e Arnie Hammer.
    Sono 15 i film, tutti inediti in Italia, del concorso ufficiale con una forte rappresentanza della compagine latino americana e un solo titolo italiano: I figli della notte di Andrea De Sica, “una favola nera che mescola suggestioni horror, ambizioni d’autore, analisi politica, cinefilia e postmoderno. Un esordio insolito, che spazia tra le fiabe dei Grimm e il cinema di Bellocchio e Lynch”.
    Torna poi l’eterogeneità di Festa Mobile, i titoli più in vista della produzione mondiale contemporanea: tra i più attesi Sully, la storia dell’ammaraggio sull’Hudson nel 2009 dell’aereo pilotato da Chelsey “Sully” Sullenberg, diretto da Clint Eastwood e interpretato da Tom Hanks; Roberto Bolle: l’arte della danza, il documentario diretto da Francesca Pedroni che segue il tour estivo della Bolle &Friends tra Pompei, le Terme di Caracalla e l’Arena di Verona; Free State of Jones di Gary Ross, con Matthew McConaughey, la storia del disertore dell’esercito confederato che alla fine della Guerra di Secessione creò uno stato autonomo antisegregazionista; Kate Plays Christine di Robert Greene, docu-fiction in cui Kate Lyn Sheil si prepara per interpretare il ruolo di Christine Chubbuck, la giornalista il cui suicidio in diretta tv nel 1974 ispirò Quinto potere di Lumet. E poi tutto “quello che ci è piaciuto di più nei festival stranieri”: dal bellissimo Elle di Paul Verhoeven con una straordinaria Isabelle Huppert a uno dei film più belli dello scorso Festival di Cannes,  L’économie du couple di Joachim Lafosse.
    Nel mezzo anche un nutrito gruppo di film italiani: dall’atteso ritorno di Andrea Molaioli con Slam – Tutto per una ragazza, che riambienta il romanzo di Nick Hornby a Roma, al mockumentary Sono Guido e non Guido, nel quale Alessandro Maria Buonomo inventa un fratello gemello autore delle poesie di Guido Catalano; dal viaggio di Maurizio Zaccaro attraverso il mondo, La felicità umana, per chiedere a intellettuali, artisti, filosofi, politici che cos’è oggi la felicità  a quello di Elisabetta Sgarbi sui volti e i corpi degli umili ritratti dal Romanino nei suoi affreschi in tre
    chiese della Val Camonica, La lingua dei furfanti; dallo sguardo sugli anni ‘60 di Steve Della Casa, che in Nessuno ci può giudicare rievoca l’impatto che ebbero il rock italiano e i musicarelli sui cambiamenti radicali del decennio, a quello di Daniele Segre, che in Nome di battaglia donna ricostruisce la Resistenza attraverso le testimonianze delle partigiane piemontesi.
    Sono diciannove invece i film (8 italiani e 11 internazionali) della sezione dedicata ai documentari TFFdoc, che quest’anno mette a fuoco il tema dell’amore declinato in tutte le sue forme: amore per il cinema e motore che muove ogni cosa.
    Si rinnova inoltre l’appuntamento con la sezione  più eccentrica del festival, After Hours, che spazia dall’horror al mockumentary, dal bizzarro all’erotico, dalla metafora sofisticata alla commedia demenziale: si va dall’horror sanguigno e politico del coreano Na Hong, Goksung/The Wailing, al gotico contemporaneo di Lavender, il nuovo thriller di Ed Gass-Donnelly, fino alla satira demenziale di Yoga Hosers, secondo capitolo della trilogia True North di Kevin Smith, dove sua figlia, Harley Quinn Smith, e quella di Johnny Depp, Lily-Rose Depp, “affrontano truppe di mostriciattoli nazisti a forma di bratwürst”.
    Attesi tra gli ospiti di casa nostra Paolo Sorrentino, che riceverà il Premio Langhe–Roero e Monferrato, e Nanni Moretti, che presenta il restauro di Palombella Rossa.

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    34° Torino Film Festival: Gabriele Salvatores guest director

    Sarà Gabriele Salvatores il Guest Director della prossima, la 34esima, edizione del Torino Film Festival (18 – 26 novembre 2016).
    “Trovo che Gabriele Salvatores sia l’autore ideale per ricoprire il ruolo di Guest Director del TFF. È un regista che si muove tra spazi e suggestioni diverse, che rischia e osa temi e stili insoliti e, nello stesso tempo, non si sottrae al fascino della cultura popolare che, comunque, sottende il cinema. – commenta la direttrice del festival Emanuela Martini –  E’ un autore in sintonia con l’idea di un cinema che continua a reinventarsi, a rinascere, nel pieno spirito della tradizione del TFF”.
    A Torino il regista, premio Oscar con Mediterraneo, porterà i cinque film, i  ‘cinque pezzi facili’, che gli hanno cambiato la vita e spiega:
    “Era tutto pronto. La mia stanza, la scrivania, persino la targhetta d’ottone col mio nome sulla porta dell’ufficio legale di mio padre. Ma c’erano in giro quei film, in quegli anni… E quella musica che ti catturava dalla colonna sonora! Devo ringraziare questi cinque film, questi “Cinque pezzi facili” (ma non semplici), perché sono tra quelli che mi hanno impedito di fare l’avvocato.
    Un film può cambiarti la vita? Nel mio caso la risposta è sì. Anche se, per essere sincero, accanto a quei film, c’erano anche tanti romanzi e tante, tante canzoni. Sicuramente nella storia del cinema ci sono film più belli, più profondi, anche più interessanti dal punto di vista artistico.
    Ma quei film mi hanno fornito la spinta emotiva, irrazionale, che mi ha permesso di incamminarmi sulla strada del teatro prima e del cinema poi. L’emozione senza pensiero, forse, non è sufficiente. Ma anche il pensiero da solo non basta. Ecco perché voglio condividere questi film con voi.
    Perché faccio questo mestiere nella speranza che (sì!) un film possa cambiarti la vita”.

    Andrea Corsini

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