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    Anita B: c’è vita dopo la guerra

    Adattando un romanzo di Edith Bruck, Roberto Faenza ci racconta il lento e difficile ritorno alla normalità dopo gli orrori della guerra e dell’olocausto. Dal 16 gennaio al cinema.

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    La vita dopo la morte. Ma qui il percorso è metaforico, non spirituale. E per tornare alla vita dopo la morte, rappresentata dalla guerra e dall’olocausto, la giovane Anita B., protagonista del lungometraggio omonimo di Roberto Faenza, ha bisogno di una compagna di viaggio che sembra sgradita a molti degli altri personaggi, la memoria.
    Faenza, veterano del cinema del Belpaese che non ha mai disdegnato qualche escursione all’estero, adatta il romanzo ‘Quanta stella c’è nel cielo’ dell’italo-ungherese Edith Bruck in una sceneggiatura firmata insieme alla stessa Bruck e a Nelo Risi. E nel raccontare la storia di una sopravvissuta ad Auschwitz, non si sofferma sulla tragedia ma sulla voglia di ricominciare a vivere, ad amare, scegliendo però un personaggio che si fa anche paladino della memoria contro chi, vuoi per dolore, vuoi per senso di colpa, quel passato vorrebbe non solo lasciarlo alle spalle ma anche dimenticarlo.

    In questa versione alla rovescia del mito di Orfeo (dove il cantore, per riportare dagli inferi la sua Euridice, era costretto a seguire il percorso senza guardarsi indietro) le trappole però sono dietro l’angolo e il risultato incespica già dalle prime battute. Nella prima mezz’ora un certo eccesso didascalico finisce per appesantire e rendere poco naturali i dialoghi che si trasformano con frequenza in mini lezioni di storia a uso e consumo dello spettatore, in seguito qualche scena (l’incontro di Anita con una giovane pianista) sembra cadere dalle nuvole forse a causa di un adattamento cinematografico costretto a troncare per motivi di tempo lo sviluppo più armonico del romanzo.

    A qualche ombra però si contrappone pure la luce. Come quella soffusa dei duetti tra la protagonista e il giovane Eli, fascinoso e amareggiato guascone. Scene cariche di sensualità e dolcezza, perfettamente catturate dal direttore della fotografia Arnaldo Catinari, già collaboratore di Moretti, Soldini, Muccino e Virzì e accompagnate dalle musiche composte da Paolo Buonvino.
    Ma anche la luce degli occhi dei due protagonisti, la giovane Eline Powell (scoperta da Dustin Hoffman per il suo Quartet) nel ruolo di Anita e Robert Sheehan (teen star irlandese tra i protagonisti della serie tv Misfits) in quello di Eli. Sicuramente tra le note più positive del film che vedeva nel cast anche le guest star di volti noti come Moni Ovadia e Jane Alexander.

    Marcello Lembo

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    Tutto sua madre: Salti pirandelliani…

    Esordio alla regia dell’attore/autore/mattatore francese Guillaume Gallienne. Nei panni di se stesso e di sua madre strabilia pubblico e critica.

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    Per fare un film ci vogliono tante cose. Per fare un bel film basta un attore o un’attrice di talento e una storia che valga la pena di essere, non solo vista, ma anche semplicemente raccontata. Se poi l’attore che interpreta il film è anche l’attrice, il vero protagonista della storia, nonché l’autore dell’opera, allora siamo a cavallo. Perché significa che sa riempire lo schermo e che sa anche quel che dice al suo pubblico. Questo il preciso caso di Guillaime Gallienne, un uomo e sua madre, un attore e un autore, un mattatore del teatro e ora anche del cinema. Fenomeno incredibile il suo esordio alla regia, Tutto suo madre, ancora più bello con il suo titolo originale – Ragazzi e Guillaume, a tavola! – che racchiude tutto il senso di questo piccolo e prezioso lungometraggio francese. La storia di un uomo che si scopre eterosessuale, in una famiglia in cui tutti lo credevano omosessuale. Guillaime è ciò che gli altri vogliono, o meglio ciò che sua madre vuole e ciò che gli altri pensano che sia. Una donna. Non è effeminato. Pensa davvero di essere la figlia femmina che sua madre tanto voleva. Gli altri pensano solo che sia gay, niente di più. Ma non è così semplice. Perché Guillaime conosce il mondo, conosce le persone, conosce le donne soprattutto e si rende conto che, nonostante ciò che accade, ama sempre e solo sua madre, vuole essere lei, la imita alla perfezione. Guillaime è sua madre appunto. Un paradosso perfetto visto che il nostro attore protagonista/regista interpreta entrambi i ruoli egregiamente.
    Guillaime vuole essere diverso dai suoi fratelli maschi, dalla massa, per essere notato da sua madre, per essere accattato. È solo quando conosce un’altra donna e si rende conto che è capace di amarla, anche se non è sua madre, che si chiarisce tutto il mistero. Svanisce la paura e si può iniziare a vivere. In questa commedia surreale, a metà fra il teatro e il cinema, che viene dal teatro ma si è così tanto ben adattata al grande schermo, nulla è come sembra o come potremmo immaginare. Tutto è nuovo, diverso, fresco, intelligente. La storia, i personaggi, il modo di raccontarla. Un tripudio di energia e creatività giustamente vincitore al Festival del Cinema di Cannes dell’ART Cinema. Un caso cinematografico capace di incassare nelle sole prime due settimane di programmazione 7 milioni di euro. Una dichiarazione d’amore alle donne e a sua madre in maniera particolare. Un film tutto su sua madre, tutto su di sé.

    Giulia Oppia

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    Sole a catinelle: Crisi da ridere

    Terzo lungometraggio per la coppia Checco Zalone-Gennaro Nunziante. Esauriti i temi dell’omosessualità e della discriminazione razziale, il duo comico fa man bassa di venti anni di berlusconismo.

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    Sarà meno velenoso e sferzante del solito, ma forse sarà anche una delle più amare riflessioni cinematografiche che la commedia italiana negli ultimi tempi sia riuscita a proporre sulla crisi di un paese e sui prodotti di un ventennio nefasto.
    Ci sono voluti due anni per tirare fuori la storia di “Sole a catinelle” e riproporre un sodalizio, Checco ZaloneGennaro Nunziante, che va avanti da anni, da molto prima che i due approdassero in sala con “Cado dalle nubi” prima e “Che bella giornata” poi.
    Questa volta lo fanno con la responsabilità di misurarsi con gli incassi record dei precedenti episodi e con il peso di una distribuzione da 1200 copie, che suona come un’invasione.
    Non funzionerà tutto alla perfezione in questo terzo lungometraggio della collaudata coppia: qualche banalità di troppo in alcune scene, un finale consolatorio, una scelta delle canzoni che penalizza la verve comica da supercattivo, ma la scorrettezza e il cinismo che hanno caratterizzato le scorribande di Zalone in questi anni svolgono il loro compito fino in fondo. E la risata non manca. Languono i cosiddetti temi sensibili come l’omosessualità o la discriminazione razziale, assi portanti delle altre due pellicole, e allora il cabarettista barese con il sogno di fare il “musico”, si diverte a sbatterci in faccia l’uomo qualunque, il frutto di “venti anni di berlusconismo”, quello che la crisi non la vede, anzi la ‘rateizza’, l’imprenditore da ’sciogno’ o il più comune rampante venditore assuefatto ad un’ideologia che ha messo radici tra i resti di un paese addormentato.
    E da una promessa da sogno parte il viaggio del film: “Se sarai promosso con tutti dieci papà ti regala una vacanza da sogno”. Checco, venditore di aspirapolvere in piena crisi, squattrinato e ai ferri corti con la propria moglie, lo giura  al figlio Nicolò. Ma quando i dieci in pagella arrivano, cominciano i guai: la promessa va mantenuta e per non deludere il piccolo Nicolò, Checco si inventerà qualsiasi cosa, come invadere la casa di una vecchia zia in un borgo quasi disabitato del Molise. Salvo poi finire tra campi da golf, meeting new age, set d’autore e vacanze a Portofino dopo aver conosciuto una ricca ereditiera, Zoe, con un figlio della stessa età di Nicolò.
    Lo spregiudicato ottimismo del protagonista si adagia tra i disagi di un’Italia dove le fabbriche chiudono, i radical chic si prodigano in cene di beneficienza e gli imprenditori continuano a tessere le loro brave public relation. Così Zalone si prende gioco di tutti con una buona dose di nichilismo: truffatori, aspiranti comunisti, intellettualoidi. E dallo sberleffo non rifugge neanche l’eutanasia!

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    Metallica – Through the Never: Sogno di una notte da vero fan

    Il visionario film-concerto di una delle rock band più influenti della musica americana arriva il 29 e il 30 ottobre nei cinema italiani grazie a Lucky Red. Sedici canzoni per un’ora e mezzo di incubi targati Hetfield e soci.

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    James Hetfield, Lars Ullrich, Kirk Hammett, Robert Trujillo. Quattro nomi che forse per gli appassionati di cinema non significano nulla, ma che per quel che riguarda la musica hanno decisamente un’altra eco. Una storia più che ventennale, 110 milioni di album venduti in tutto il mondo, uno dei quali, l’omonimo Metallica (ma noto ai fan come il ‘Black Album’), detiene ancora il record di disco più venduto dal ’91 ad oggi. Ecco quindi che i quattro alfieri dell’heavy metal decidono di varcare i confini del palcoscenico per puntare alla conquista delle sale cinematografiche. E non lo fanno con un classico film concerto ma – tanto per dimostrare che a volte invertendo i fattori il risultato dell’operazione cambia – con una sorta di concerto film, “Metallica – Through the Never”.
    Nell’estate 2012 la band decide dunque di tenere una serie di date con l’intento di fare da base a questo film, non prima però di aver reclutato la produttrice Charlotte Huggins, il regista ungherese Nimród Antal (in passato una partecipazione al festival di Cannes con “Kontroll”, poi Hollywood e una serie di film poco ambiziosi come “Vacancy” e “Predators”) e l’attore Dane DeHaan (giovane rampante visto in “Chronicle”, nel recente “Giovani ribelli” e nell’adattamento americano di “In Treatment”).

    E questo si traduce in un palco studiato appositamente per sorprendere gli spettatori nell’arena e al cinema, dove gli effetti speciali sono realizzati dal vivo e non tramite computer graphic, e con trenta obiettivi pronti a riprendere in 3d e con tecnologia Imax le evoluzioni sul palco della band, che sceglie una scaletta in equilibrio tra le preferenze dei fan e le esigenze della trama.
    Sì, perché i Metallica e Antal non si limitano, dicevamo, a raccontare un concerto ma alternano all’esibizione live una trama legata alle canzoni stesse, mescolando l’approccio classico che usarono Scorsese e i Rolling Stones per “Shine a light”, con la creazione musical narrativa in stile Quadrophenia degli Who. Il risultato corre su un confine molto sottile che da un lato suggerisce l’estetica e gli intenti promozionali di un videoclip, dall’altro però ci regala immagini potenti che compensano uno sviluppo tanto esile da non provare neanche a nascondere il suo ruolo di pretesto.

    Ecco quindi il giovane DeHaan, in una parte praticamente muta, che si aggira, perso nel sogno/incubo di un fan dei Metallica, tra le strade di una città preda della violenza e le visioni di un misterioso assassino a cavallo che lo insegue, fino a uno confronto finale dove fanno capolino effetti speciali, quelli sì, in digitale. Ma come le canzoni dei Metallica fanno da filo conduttore alla fine anche la trama, in un modo che non sveliamo, incide sul concerto e dà così ai fan l’occasione di gustarsi i loro beniamini in una nuova avventura che, riuscita o non riuscita, ha il marchio – mai scontato e mai banale – dei Metallica cucito addosso.

    Marcello Lembo

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    Il quinto potere: Rivoluzione a metà

    Bill Condon allestisce un thriller politico che si mescola al dramma umano, penalizzato però da una visione eccessivamente parziale.

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    Nel contesto sfaccettato e complesso disegnato dalle nuove tecnologie, WikiLeaks occupa un posto di primo piano, avendo di fatto rivoluzionato la diffusione di informazioni e avendo messo in seria discussione il concetto di segretezza e trasparenza. Nondimeno il suo fondatore, l’enigmatico Julian Assange, è un personaggio contraddittorio e controverso, un mix tra lo stereotipo dell’hacker nerd e un colto profeta visionario portatore di un nuovo concetto di informazione. E molto altro ancora.
    Non era semplice portare su pellicola una storia che mescola idealismo, intrighi politici e conflitti etici, per di più con un protagonista così’ingombrante’.
    Ci ha provato Bill Condon che, con lo sceneggiatore Josh Singer, tenta di ricostruire le vicende che hanno portato alla creazione di WikiLeaks e l’impatto fortissimo che il sito ha avuto nel creare un nuovo concetto di informazione in netto contrasto con quello dei media tradizionali.
    Basandosi su due libri, ‘Wikileaks’ e ‘Inside Wikileaks’, quest’ultimo scritto da Daniel Domscheit-Berg, seguace della prima ora attualmente in causa con Assange dopo aver abbandonato bruscamente WikiLeaks, il regista è riuscito solo in parte nel suo intento, e il limite principale della pellicola (“Il quinto potere”, in sala dal 24 ottobre)è sicuramente da individuare nella sua scarsa obiettività, dovuta anche al fatto che il film si fonda su una testimonianza decisamente parziale.
    Il ritratto di Assange (interpretato da un eccellente Benedict Cumberbatch) restituito dal film è quello di un fanatico bugiardo egomaniaco traumatizzato da un’infanzia travagliata, e ben poco traspare degli ideali e delle convinzioni che hanno portato alla creazione del progetto Wikileaks nonchè della ridefinizione profonda del concetto di informazione legato a Internet.
    Il film, pur essendo ottimamente girato e impreziosito da una splendida fotografia e da una generale cura dal punto di vista formale, sembra sempre muoversi in superficie, limitandosi a contrapporre il mondo dell’informazione tradizionale a quello della rivoluzione digitale, presentandoli come ‘il bene’ e ‘il male’ irrimediabilmente in contrasto e non è sufficiente l’ottimo cast a risollevare le sorti della pellicola.
    Il potere di Internet, il capovolgimento dei ruoli, le enormi e imprevedibili conseguenze che la Rete porta con sè vengono ridotte ad una dicotomia in cui non sono previsti punti di incontro.
    Nella ricostruzione sfaccettata di Bill Condon c’è molta carne al fuoco, e dispiace sentire la mancanza di ritmo, di carica emotiva e di profondità, in un film che ha l’amaro sapore di un’ottima occasione mancata.

    Sara Tonarelli

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    A Roma riapre lo Studio Fersen di Arti Sceniche

    Grande notizia per la cultura italiana. Lo Studio Fersen di Arti Sceniche ha riaperto battenti ieri 14 ottobre dopo tanti anni di chiusura. Creato nel 1957 dal drammaturgo regista e teorico del teatro Alessandro Fersen, lo studio è rimasto aperto fino agli anni ’90 diventando un punto di riferimento per la scena culturale italiana. Negli anni del suo maggior successo è stato frequentato da artisti come Pasolini, Dario Fo, Grotowski e Andy Warhol ed ha formato attori del calibro di Claudia Cardinale, Paola Pitagora, Monica Guerritore, Alessandro Haber, Cosimo Cinieri.
    Sono ripartiti così i corsi di tecnica psicoscenica dell’attore, ossia il metodo adottato dal maestro Fersen. I Corsi di alta formazione, della durata di 30 ore circa, si svolgeranno nei week-end e saranno tenuti da importanti figure del teatro, come la scenografa e costumista Santuzza Calì, il professor Ferruccio Marotti ed altri personaggi dello spettacolo e non solo.
    Secondo Fersen la vita teatrale deve tornare alla dimensione perduta del rito, all’origine. L’attore deve arrivare alla consapevolezza di possedere una vera e propria grammatica interiore da cui attingere per giungere la migliore sua interpretazione scenica.
    “Si tratta di eliminare storture e manomissioni che influiscono sulla personalità dell’attore, di risalire alle origini stesse della vita teatrale in noi…E’ un itinerario a ritroso nel tempo individuale e nel tempo storico insieme; un itinerario dalla superficie alla profondità: giacché il presente è la nostra superficie, nelle profondità dorme il nostro passato individuale ed ancestrale”. Così Fersen spiegava la sua tecnica a partire da una serie di esercizi, che seguono due direzioni, l’abbandono ed il controllo.
    Il nuovo direttore dello Studio è Marco Colli, regista, sceneggiatore ed autore di cinema e teatro, che già negli anni ’70 e ’80 ha insegnato allo Studio, formandosi prima come allievo e poi come aiuto-regista del maestro Fersen.
    Ad affiancare Colli ci sarà Milco Paravani che condurrà le esercitazioni con gli attori, mentre Clemente Tafuri e David Beronio, direttori artistici del Teatro Akropolis di Genova, condurranno il corso-laboratorio “Il potenziale espressivo del corpo”e Luigi Arpini, allievo di Fersen, regista e drammaturgo terrà il corso “L’eredità dei maestri: la memoria”

    INFORMAZIONI PRATICHE

    • Lo Studio è aperto a tutti quelli che vogliano scoprire le proprie capacità espressive per metterle in pratica sia su un palcoscenico che nella vita di tutti i giorni.

    • I corsi dello Studio Fersen di Arti Sceniche permettono di esplorare i campi dell’espressività e della comunicazione, attraverso la recitazione, il movimento, la musica, il canto e il mimo.

    • I corsi sono suddivisi in due quadrimestri: il primo da ottobre 2013 a febbraio 2014, il secondo da marzo a giugno. Si articoleranno in quattro giorni alla settimana per quattro ore, dalle 18 alle 22. I corsi del primo quadrimestre sono: Tecnica psicoscenica, Il potenziale espressivo del corpo, L’eredità dei maestri e le Esercitazioni, implicano la frequenza ed una partecipazione attiva e creativa degli allievi.

    • Non sono richieste specifiche attitudini e non ci sono limiti d’età.

    • Lo studio organizzerà Laboratori di alta formazione, aperti a tutti, della durata di circa 30 ore, tenuti da importanti figure della scena teatrale.

    • Il nuovo Studio Fersen di Arti Sceniche è ospitato all’interno dell’Istituto Tecnico Industriale Galileo Galilei di Roma. Il grande edificio, progettato negli anni ’20 dall’architetto Marcello Piacentini, si affaccia su via Conte Verde al numero civico 51, a due passi da Piazza Vittorio e dalla Stazione Termini, a pochi metri dalla fermata della Metro A –Manzoni.

    • Le iscrizioni sono aperte dal 1 settembre.

    Maggiori informazioni sono disponibili su:
    www.studiofersen.it
    info@studiofersen.it
    mob. 366.8101806

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    Carlo Verdone testimonial per il sociale

    Ammirabile Carlo Verdone. L’attore celebre per i suoi eccentrici personaggi, espressione di una romanità che per molti lo colloca di diritto fra gli eredi di Alberto Sordi, torna a far parlare di sé, questa volta però non con un film ma con uno spot per il sociale. Da sempre Verdone ha mostrato interesse per la medicina, dimostrandolo in molte pellicole e in diversi sketch; in questa particolare occasione il comico romano è protagonista del nuovo spot della campagna di sensibilizzazione sulla fibrosi cistica, la malattia genetica molto diffusa in Italia e per la quale non esiste ancora una cura definitiva.

    Prodotto dalla Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica onlus nell’ambito della campagna solidale 2013  e, nato da un’idea dello stesso Verdone e di Renzo Gambi,  un avvocato fiorentino suo amico, lo spot , della durata di 30 secondi,  andrà in onda sulle emittenti televisive e radiofoniche e in tutti i circuiti locali.
    Il video sarà presentato domani mattina alle 11.30 a Roma, sulla Terrazza degli Aranci del Rome Cavalieri – Waldorf Astoria Hotel & Resorts. L’incontro, moderato dal regista Giovanni Bogani, prevede gli interventi dell’attore romano e di Matteo Marzotto e Graziella Borgo, rispettivamente cofondatore e vice direttore scientifico della Fondazione .

    Dall’ 11 al 20 ottobre sarà attivo il numero solidale 45507, dal quale si potrà inviare un sms  donando 2 euro (da rete mobile Tim, Vodafone, Wind, 3, PosteMobile, CoopVoce e No’verca e fissa Telecom Italia, Infostrada, Fastweb, TeleTu e TWT). La campagna di raccolta fondi è collegata al progetto di ricerca FFC#17/2012, inerente allo studio del ruolo dell’endotelio vascolare nell’infiammazione causata dalla fibrosi cistica e abilmente coordinato da Mario Romano del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università Chieti-Pescara.

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    Il cinema del reale di Marra apre il CinemaXXI

    “L’amministratore” di Vincenzo Marra è il documentario che aprirà il concorso di CinemaXXI, la linea di programma che il Festival Internazionale del Film di Roma (in programma all’Auditorium di Roma dall’8-17 novembre) dedica alle nuove correnti del cinema mondiale. Il regista napoletano, autore di Tornando a casa (2001, miglior film alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia), Estranei alla massa (2002, Menzione Speciale della giuria al Festival di Torino), Vento di terra (2004, Menzione Speciale della giuria a Venezia, film rivelazione dell’anno alla Semaine de la Critique di Cannes), L’udienza è aperta (2006, candidato al David di Donatello come miglior documentario italiano), Il gemello (2012, Menzione Speciale ai Nastri D’Argento), torna a puntare i riflettori sul Meridione, raccontando la vita di Umberto Montella, amministratore di condomini a Napoli. Le sue giornate trascorrono fra riunioni, incontri e problemi quotidiani di piccola e grande portata.
    Con L’amministratore ho voluto raccontare qualcosa dell’Italia di oggi, a partire da Napoli, una città che conosco bene – spiega Marra – Con Il gemello ho scoperto un modo di fare cinema in diretta che mi ha permesso di entrare in contatto con la realtà delle persone che incontravo senza mediazioni o filtri. Molti spettatori mi chiedono come faccio a scrivere sceneggiature così accurate. I miei film non hanno sceneggiatura. Sono come una jam session a cielo aperto che io, il mio operatore e i miei protagonisti affrontiamo spontaneamente. Le storie si coagulano e si sciolgono seguendo un ritmo naturale. Mi pongo in una posizione d’ascolto per raccontarle al meglio. Credo che in Italia oggi sia questo il cinema più adatto a mettere in scena un Paese che cambia instancabilmente. Con il mio quinto capitolo di film documentari dedicati a Napoli, ho seguito un incredibile amministratore di condominio. Grazie a lui e fedele al mio stile, sono riuscito ad entrare nelle case delle persone, quelle ricche e quelle povere, in una Napoli ai tempi della crisi, in ogni caso vitale, arrabbiata, esagerata ma sempre sorprendente. Sono contento ed eccitato di vivere, per me e per il mio film, la nuova esperienza del Festival di Roma”.
    L’amministratore, un documentario che avrebbe potuto essere diretto da Luigi Zampa e scritto da Eduardo De Filippo, conferma in Vincenzo Marra uno degli sguardi più schiettamente mobili e irrequieti del cinema italiano contemporaneo. Fautore di un cinema del reale che bracca corpi e storie negli angoli più angusti dell’Italia contemporanea, Marra è uno degli esponenti di punta del documentario di creazione italiano. Non a caso amatissimo da Martin Scorsese che lo reputa uno dei cineasti italiani più innovativi degli ultimi anni.

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    Oscar 2014, “La grande bellezza” in corsa per l’Italia

    Tutto come da copione. Sarà “La grande bellezza” a rappresentare l’Italia nella corsa ai prossimi Oscar. La commissione di Selezione per il film italiano istituita dall’ANICA, decide così di puntare sull’acclamata ultima fatica di Paolo Sorrentino che la spunta così sugli altri sei titoli: “Viva la libertà” di Roberto Andò, “Miele” di Valeria Golino, “Razza bastarda” di Alessando Gassmann, “Salvo” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, “Viaggio sola” di Maria Sole Tognazzi e indipendente “Midway tra la vita e la morte” di John Real.
    “Non me l’aspettavo, sono molto felice. – è stato il primo commento del regista in partenza per il Brasile e raggiunto da ‘La Repubblica’- Sarà molto difficile, lo so, ma faremo di tutto per arrivare alla serata degli Oscar. Però scusate, vi devo proprio lasciare. Sto salendo sulla scaletta di un aereo e già un addetto alla sicurezza mi sta guardando storto”.
    Intanto per sapere se l’Italia riuscirà a entrare nella cinquina finale dei candidati al Miglior Film Straniero, bisognerà aspettare il prossimo 16 gennaio quando l’Academy scioglierà le riserve annunciando le candidature definitive.

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    “Un mondo in pericolo”, debutto in sala

    Arriva sugli schermi italiani – distribuito da Officine Ubu – il documentario di Markus Imhoof, regista candidato all’Oscar nel 1982 con “La barca è piena”.

    Il documentario è un appassionante viaggio cinematografico nel microcosmo delle api, importanti risorse economiche della natura e insetti sociali di rilievo per tutto l’ecosistema, allevate per secoli dall’uomo e a rischio estinzione a causa del successo della civilizzazione.

    Reduce da un percorso festivaliero internazionale di successo iniziato nel 2012 con il Toronto Film Festival e il Festival del film di Locarno e continuato in oltre 40 festival, “Un mondo in pericolo” arriva ora nelle sale italiane: da oggi sarà a Roma al Politecnico Fandango e a Milano al MIC- Cineteca nell’ambito del Festival della Biodiversità. Seguirà nelle prossime settimane una distribuzione  in profondità nelle città di Firenze, Bologna, Trento, Ancona e altre in via di definizione.

    Attraverso spettacolari immagini di natura e paesaggi realizzate con tecnologie di ripresa avanzate quali palloni sonda e piccoli elicotteri telecomandati, il regista porta lo spettatore all’interno degli alveari e indirizza il suo sguardo verso il cielo per l’accoppiamento di un’ape regina in volo.

    Protagoniste dell’opera sono le storie di apicoltori provenienti da diverse parti del mondo – dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Svizzera all’Australia –  attraverso le quali Imhoof racconta l’intelligenza fenomenale delle api e la loro coesistenza sociale.

    La narrazione procede attraverso le testimonianze dei personaggi: dallo svizzero Fred Jaggi, apicoltore da generazioni che cerca di preservare la purezza della razza locale di api nere a Heidrun e Liane Singer, due allevatrici austriache che riprogrammano le api in regine e le spediscono in tutto il mondo, a Fred Terry che alimenta le api killer in Arizona con acqua zuccherata.

    Il documentario, realizzato con un lavoro di ricerca di cinque anni, si propone di analizzare lo spopolamento degli alveari – fenomeno non del tutto conosciuto – che negli ultimi quindici anni si è manifestato in diverse parti del mondo e le cui cause non sono ancora state stabilite. L’utilizzo di pesticidi e la crescente diffusione di onde elettromagnetiche dei cellulari sono solo alcuni dei fattori di questa moria che implica conseguenze devastanti per l’intero ecosistema: l’80% delle specie delle piante ha infatti bisogno delle api per essere impollinato, pena l’esistenza di frutta e verdura.

    “Un mondo in pericolo”, (“More than Honey”), ha vinto numerosi premi, tra i quali: Miglior documentario al German Film Award, Miglior Documentario al Santa Barbara International Film Festival, Miglior documentario al San Francisco Green Film Festival, Miglior documentario al Swiss Film Award, Premio Parco Nazionale Gran Paradiso 2013, Miglior documentario Zurich Film Award 2012.

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