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    ‘Il gusto della memoria’: Cecilia Pagliarani, così ridiamo vita al cinema d’archivio

    La memoria, la rivalutazione del cinema d’archivio, il sapore delle immagini di repertorio, vecchi filmini in 16mm. Sono gli ingredienti de ‘Il gusto della memoria’, rassegna di film ispirati alle immagini d’archivio e giunta quest’anno alla sua terza edizione. Intanto iscrizioni aperte per partecipare al concorso in attesa del 27 e 28 settembre prossimi, quando il festival entrerà nel vivo tra la Sala Cinema Trevi di Roma e gli incontri a bordo del Battello sul lago di Bracciano.
    Una manifestazione che viene da lontano, fondata e diretta dalla montatrice e regista Cecilia Pagliarani, che così ci racconta il suo viaggio nell’universo ancora oggi indefinito del cinema d’archivio.

    Perché un festival sul ‘gusto della memoria’?
    La rassegna è nata in seguito a un lungo lavoro di ricerca di immagini destinato a ridare onore al cinema amatoriale, che ha avuto una storia molto interessante e avventurosa tra gli anni ‘40 e ’50, non solo negli Usa ma anche in Europa.
    In un certo senso il cinema come tecnica di impressioni è nato in Europa e poi è stato trapiantato oltreoceano. Nel nostro archivio ad esempio sono finite collezioni del ’22 a dimostrazione del grande fermento tecnologico tra i benestanti francesi dell’epoca.
    Siamo arrivati a un numero di pellicole molto importante, ma non essendo Luce, nè Bbc o l’INA era molto difficile far sapere dell’esistenza di questo archivio e mettere queste immagini a disposizione di qualunque regista volesse usarle.
    Per questo abbiamo pensato di creare un festival che durante la prima edizione si è soltanto limitato a mostrare collezioni di bobine, e che dal secondo anno in poi è diventato un concorso per registi, un contest di scrittura cinematografica basata sui film degli altri.

    Quanto è durato il lavoro di ricerca per arrivare a realizzare il Nosarchives, cuore della manifestazione?
    Ci sono voluti anni. La ricerca però è sempre attiva anche se ora è meno faticosa perché più l’archivio è conosciuto più la gente si rende conto di quanto sia facile dare e trovare delle immagini.
    L’idea mi è venuta mentre facevo la regista in Francia qualche anno fa; stavo montando un film su un vecchio music-hall di Parigi, l’Alhambra, usando delle immagini dell’INA che la produzione aveva pagato 7 mila euro.
    In parallelo stavamo facendo ricerche su altre immagini di archivio e scoprii che un signore della provincia francese aveva un film a colori del balletto di Zizi Jeanmaire, che non esisteva in nessun altro archivio perché quel filmino era stato girato in 8mm cioè a colori, quando la televisione francese invece era in bianco e nero.
    Mi sono resa conto di aver dato 7 mila euro all’INA per un’immagine meno buona di quella del signore, ma non esisteva un contratto possibile per remunerarlo perché non era un autore, era solo un ferroviere in pensione. Allora mi sono chiesta per quale motivo se un 16mm girato da un amatore risulta migliore di un film, non si debba remunerare; ci siamo quindi messi a cercare le modalità per poterlo fare ed è su queste basi che nasce Nosarchives. In pratica diamo il 50% delle vendite agli autori o agli eredi dei filmati in archivio.
    Chiunque può associarsi liberamente, è un percorso alla luce del sole, se poi il materiale viene venduto ti rientrano i soldi.

    Che tipo di difficoltà avete incontrato?
    In Italia l’ostacolo principale è quello che potremmo definire una specie di velo nero su tutte le attività culturali; facciamo parte della Conferenza Mondiale degli Archivi, ma qui in Italia non se ne è interessato mai nessuno. Il problema più grande è stato renderci visibili, perché un lavoro come il nostro non è per niente alla portata di chi potrebbe utilizzarlo. Svolgiamo una grande attività pedagogica, lo scorso anno abbiamo avuto 28 stagisti di una scuola superiore e 4 dell’Università La Sapienza, quest’anno ne prenderemo altri. Tutto gratuitamente, ma non è bastato neanche questo a dare risalto al nostro lavoro.

    Qual è il vantaggio di avere un archivio simile?
    La cosa importante è la presenza di materiale in pace con i diritti, che permette a un autore di scegliere delle immagini e usarle realmente, perché basta pagare la licenza per avere la liberatoria sull’utilizzo. Il cinema amatoriale ha il grande problema di essere rimasto in qualche modo intoccabile, è un salto nel buio, non sai mai se potrai utilizzarlo o meno; capita spesso che un materiale piccolissimo venga poi a costare una cifra spropositata, perché magari l’erede ne è venuto a conoscenza solo dopa averlo visto nel film in cui è stato inserito.
    Il nostro lavoro permette alla gente di guadagnare e a chi vuole utilizzare quel filmato di stare sicuro e di non andare incontro a infiniti tira e molla per sapere se alla fine potrà montarlo o no.

    Cosa dobbiamo aspettarci da questa terza edizione?
    La prima novità è che il festival si sposterà da Bracciano, che ci ha ospitato nelle scorse edizioni, a Roma nella sala Trevi della Cineteca Nazionale che consentirà una migliore visione tecnica dei film. A Bracciano rimarrà la parte più culturale con degli approfondimenti sul Battello che si offrirà come sala cinematografica e luogo di discussioni sul cinema e sulle tematiche dell’utilizzo d’archivio.

    Come avviene la selezione delle opere e quante ne arrivano?
    Lo scorso anno ne son arrivate 20 e avevamo un solo contest; quest’anno abbiamo anche un concorso per gli under 18 che possono realizzare vere o finte biografie usando le immagini di archivio. Per questa edizione ci aspettiamo circa 50 film. La selezione avverrà dal 15 agosto in poi e le opere saranno scelte da un giuria che si sta via via componendo.

    C’è qualche opera che ti è rimasta particolarmente impressa?
    L’anno scorso arrivarono film di straordinaria qualità, molto curati e con una sapienza di scrittura tale da farmi pensare che chi si avvicina a un cinema d’archivio ha una cultura cinematografica che lo porta ad amare questo tipo di immagini. Mi colpì un film fantasy di Rita Rocca, giornalista Rai, che ebbe un buon seguito finendo al Festival di Trieste; e poi un piccolo film di Paola Manno, ‘Le donne sono tutte puttane’, un ritratto ironico del maschilismo con un montaggio che alterna frasi note di alcuni grandi della storia, come De Gasperi e Churchill, a immagini di donne che si divertono.

    Di recente hai montato “Felice chi è diverso” di Gianni Amelio, un film realizzato anche in questo caso partendo da immagini di repertorio. Che tipo di lavoro c’è stato rispetto alla memoria?
    Nel film ci sono diverse immagini del Luce che evocano un’epoca; ho quarant’anni e devo ammettere che un po’ di quel tono lo ricordavo. Invece tutto ciò che abbiamo trovato è stato un interessante lavoro di ricerca, quasi certosina; abbiamo trovato ad esempio antiche collezioni di giornali e quello per me è stato una vera scoperta perché è un linguaggio, un tono e un modo di parlare e fare ironia e sarcasmo che non ci appartiene più e che oggi sarebbe di difficile comprensione.

    Quale sarà il futuro di questo festival?
    Speriamo che possa diventare un appuntamento fisso del cinema di memoria. Ci sono film girati in 16mm perfetti, che non devono necessariamente essere utilizzati ma possono ispirare per creare altro.
    Il prossimo anno vorremmo fare un festival a Parigi, in collaborazione con tutti gli altri che in Europa si occupano dello stesso argomento, vogliamo che diventi una festa delle immagini d’archivio d’Europa.

    Il tuo rapporto con la memoria?
    Il mio lavoro di montatrice mi porta a non concepire la memoria come passato e quando ricordo, le immagini mi rimangono attuali e sempre utilizzabili. Ho poco il senso del passato, la memoria per me è sempre un qualcosa che può essere utilizzata anche domani, ho la sensazione che sia sempre attuale.

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    Spiders 3d: Aracnidi tridimensionali in giro per Manhattan

    Tibor Takacs decide di seguire la corrente del ‘nuovo corso’ digitale utilizzando la tecnologia 3D in una delle sue peggiori sceneggiature di sempre.

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    Tibor Takacs torna sul grande schermo dopo quasi sei anni di assenza, optando per un classico e un po’ fuori tempo massimo “eco-vengeance” dai risultati ben più che scontati, addirittura deleteri. Discutibile la tecnologia 3D, già visto, poco interessante e mai credibile  il plot, involuta la narrazione che si perde in banalità assortite e ridicolaggini varie. Eppure parliamo di un regista che nel cinema di genere ebbe la sua importanza, basti pensare a film come Non aprite quel cancello o I, MadmanSola in quella casa. Non è la prima volta che Takacs si cimenta con film tardo-catastrofistico che hanno come principale figura gli aracnidi – ad esempio Ice Spiders – ma questa suo ritorno  nel mondo “ad 8 zampe” non si lascia sfuggire nessuno dei discutibili cliché che caratterizzano negativamente il  sottogenere “animali-mutanti”: dall’esperimento proibito  al complotto militare, dai soliti problemi familiari dei protagonisti alla più totale mancanza di una figura autorevole che tuteli la società.

    Un “velo di banalità” che purtroppo si intensifica con l’epilogo,  tanto prevedibile quanto discutibile, che fa ulteriormente crollare Spiders 3D al rango del peggior “prodotto” targato Asylum  Dispiace molto per questo enorme passo falso di Takacs, da sempre abile artigiano della cinepresa che purtroppo offre un prodotto inaccettabile anche dal punto di vista interpretativo – altalenanti le recitazioni di Patrick Muldoon e di Christa Campbell.
    Non abbandoniamo comunque la speranza che il regista ungherese torni a proporre lavori “old-style”, accantonando un uso così pecoreccio delle nuove tecnologie: piccoli autori ‘analogici’ come lui potrebbero ancora deliziare con un preziosissimo retrogusto di genuinità quella fetta di cultori che lo ricordano ancora con affetto per svariati piccoli gioielli che caratterizzarono il cinema di genere anni ’80.

    Alessio Giuffrida

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    Festival ‘Il gusto della memoria’: aperto il bando della III edizione

    Aperte le iscrizioni alla terza edizione del festival Il gusto della memoria (in programma il 27 e 28 settembre), rassegna di film ispirati alle immagini d’archivio fondata e diretta dalla montatrice e regista Cecilia Pagliarani, di recente impegnata nel montaggio del documentario di Gianni Amelio, Felice chi è diverso.
    Terzo anno dunque per la kermesse che per questa edizione si trasferirà in parte nella Sala Cinema Trevi di Roma, senza rinunciare ai tradizionali appuntamenti con ospiti d’eccezione a bordo del battello sul Lago di Bracciano.
    Per il secondo anno è aperto il contest per registi appassionati di immagini d’archivio. Il tema di quest’anno è: ‘Ero quello che non sono più’. Il cambiamento, un tema di certo non facile, lirico, filosofico che si pone una domanda esistenziale: cosa vuol dire cambiare?

    Il contest si articola in tre sezioni: Fiction, con cortometraggi della durata massima di 12 minuti; Documentari, per opere di reportage o di docufiction della durata massima di 30 minuti e infine la sezione Advertising dedicata a spot pubblicitari per prodotti attuali o vintage, della durata massima di 45 secondi. Tutti i lavori devono essere presentati entro il 15 agosto 2014 e devono contenere almeno il 60% di immagini di cinema amatoriale tratte dall’archivio nosarchieves.com che custodisce in full HD film realizzati tra il 1922 ed il 1984 girati in formato ridotto (8mm, 9,5mm, 16mm, 17,5mm e Super8). Il portale, che ospita più di 10mila filmati e un innumerevole repertorio di immagini che hanno fatto la storia del Ventesimo secolo, possiede, restaura e digitalizza secondo i più innovati dispositivi dagherrotipi, negativi su vetro, diapositive, Polaroid, filmini familiari e di viaggi e di fatto costituisce il primo archivio mondiale di video ed immagini amatoriali.
    Novità di questa edizione, il contest Junior, dedicato a agli studenti under 18 delle scuole medie e superiori che potranno sbizzarrirsi sul tema ‘Questo sono io: biografie e autobiografie’.
    Oltre al materiale scaricabile dall’archivio, i partecipanti potranno usare immagini vecchie e nuove girate con qualsiasi supporto tecnologico.

    Il festival è organizzato dall’Associazione per la salvaguardia della memoria filmica amatoriale Come Eravamo, in collaborazione con l’archivio di cinema amatoriale nosarchives.com e il portale di cinema cinemaitaliano.info. La giuria dell’edizione 2014 è composta da: Ciro Giorgini, regista, scrittore e autore di Fuori Orario e Blob; Stefano Amadio, giornalista sceneggiatore e direttore di Cinemaitaliano.info; la regista Fiorella Infascelli (Il vestito da sposa, Zuppa di pesce); il regista Marco Santarelli (Lettera al Presidente, Le milleeunanotte, Scuola Media); Luigi Vernieri, direttore di IED Visual Communication e la giornalista cinematografica Valentina Neri.

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  • Tango Libre: Il tango che rende liberi anche in carcere

    Il quarto film del regista belga Frederic Fonteyne, in concorso in Orizzonti alla scorsa  Mostra di Venezia, parla di un quartetto amoroso tragicomico. In sala dal 13 febbraio.

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    In un luogo poco convenzionale, come il carcere, mai nessuno si aspetterebbe di vedere i detenuti lanciarsi in lezioni di tango argentino; invece è esattamente quello che succede nel nuovo film del regista Frederic Fonteyne, che ha fatto di questa danza passionale il filo conduttore del suo lungometraggio.
    JC (François Damiens) uomo mediocre, maldestro e ordinario, è una guardia carceraria: il suo motto è non contravvenire alle regole e l’unica sua follia è il corso di tango una volta a settimana. In una delle solite lezioni serali,  incontra Alice (Anne Paulicevich), donna misteriosa e sensuale da cui si sente subito attratto. Con sua grande sorpresa, il giorno dopo JC scopre che la nuova compagna di ballo è nel carcere dove lavora lui per la consueta visita ai detenuti. Chi dovrà incontrare? Fernard, (Sergi López)  marito morbosamente geloso, e Dominic (Jan Hamenecker) amico e compagno di cella di Fernand e amante di Alice. Il tango serve da sfogo, nei corpi e nelle teste di tutti i personaggi, non serve tanto alla ricerca di amore quanto alla voglia e al bisogno di emozioni, brividi e libertà.

    Se la vicenda raccontata da Fonteyne risulta piuttosto tradizionale nella messa in scena delle emozioni, così non è per le dinamiche relazionali, che rimangono comunque punto di fondamentale importanza in ogni film del regista. Molto interessante anche l’uso della danza, sia come elemento di gelosia che come simbolo di solidarietà tra i carcerati, che danno il via a dei veri e propri corsi di ballo durante le ore d’aria, trovando così una nuova passione da poter condividere dietro le sbarre.
    Un insolito quartetto amoroso e un connubio tra tango e carcere che lascia aperte diverse domande, anche nel finale, ma che diverte ed appassiona fino alla fine della pellicola.

    Antonella Ravaglia

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    ‘SO.LVING’ un faro sui suicidi causati dalla crisi

    Verrà distribuito in 16 sale, nel circuito multiplex ‘SO.LVING’ il film documentario sulla crisi di Giovanni Mazzitelli. Un imprenditore reale fa da cicerone in un mondo poco conosciuto, quello della disperazione dell’imprenditore e dei suoi operai al tempo della crisi.

    Salvatore Mignano, professione imprenditore, appassionato del suo lavoro ma anche del cinema giovane. E’ lui il motore della produzione di questo piccolo grande film che racconta il mondo terribile dei suicidi causati dalla crisi economica.
    “La morte non è la soluzione alla crisi” dice fiero Mignano, “non bisogna mai farsi schiacciare dai problemi, ma reagire con la forza delle idee”.
    L’occhio del regista segue le vicende imprenditoriali di un capitano d’impresa come Mignano, titolare di una impresa di accumulatori energetici, che cade e si rialza davanti alla macchina da presa, lottando, diversificando il suo business, non licenziando i propri lavoratori e in questo senso resistendo.
    “Devo ringraziare la forza di quest’uomo coraggioso che mi ha permesso di filmarlo per oltre due anni, credendo in un progetto giovane ma ambizioso – sottolinea il regista -;
    dietro c’è la voglia di fare cinema del reale, raccontare la nostra società ed il fatto di uscire in sala nella stessa settimana in cui esce il Marco Aurelio d’oro ‘TIR’ e nel paese in cui ‘Sacro G.R.A.’ vince il leone d’oro, beh quelle nostre 16 sale sono una soddisfazione grandissima…”
    Il piccolo imprenditore fa parte della spina dorsale dell’economia del nostro Paese e ‘SO.LVING’ racconta in maniera chiara gioie e dolori di un lavoro vissuto come una missione. Non mancano le testimonianze tecniche come quelle del Prof. Francesco Alberoni o del giornalista Rai Franco Di Mare, oltre che quella toccante di Tiziana Marrone, moglie di un imprenditore morto suicida nel 2010.
    Completa il panorama informativo del film di Mazzitelli la presenza, in fase di scrittura e documentazione, di molte associazioni che sul campo nel Nordest più colpito dal fenomeno, ma anche nel resto del Paese, combattono un fenomeno di spezzare più di 4000 vite negli ultimi 3 terribili anni di crisi.

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    The Unknown Known: A tu per tu con Donald Rumsfeld

    Dopo il successo incredibile di pubblico e critica di Fog of War, Errol Morris torna con un doc sul diplomatico statunitense Donald Rumsfeld e sulle situazioni burocratiche più delicate che hanno caratterizzato il  suo doppio mandato governativo.

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    Un’ intervista a 360 gradi sulla vita politica del diplomatico statunitense più giovane e al tempo stesso più anziano ad aver ricoperto tale incarico.  Errol Morris domanda, Donald Rumsfeld risponde.  Per ben 105 minuti prende corpo un vero e proprio documentario-rivelazione, The Unknown Known, articolato da tutte quei dettagli a sorpresa che Rumsfeld opera riguardo al suo doppio mandato governativo (il primo quando fu Segretario della Difesa degli Stati Uniti sotto l’amministrazione del Presidente Gerald Ford  fra il 1975 e il  1977, il secondo sotto la presidenza di George W. Bush, dal 2001 all’8 novembre del 2006).
    Anche se non è il suo reale obiettivo, Morris evidenzia attraverso le testimonianze di Rumsfeld  tutti quei risvolti strategico-istituzionali  da sempre celati al mondo, facendo risaltare aspramente il lato aggressivo, quasi assolutista degli Stati Uniti d’America (giustificato dall’ “amor per la madre patria” sotto la presidenza di George W. Bush) e soffermandosi essenzialmente sulla ingloriosa guerra di Iraq che costrinse lo stesso Rumsfeld a rassegnare le proprie dimissioni.

    La conduzione dell’intervista da parte di Morris è articolata in modo da strutturare The Unkown Known attorno a quel “memorandum rumsfeldiano” pieno di egocentrismo e delirio di onnipotenza totalmente ingiustificati.  Il non ammettere errori durante il suo mandato governativo sotto la presidenza Bush, rende via via più florido il fine che Morris si era prefissato per questo suo  ennesimo documentario sulla vita politica statunitense.
    Risulta evidente la voglia di esplorare l’immaginario egocentrico e l’impunità d’animo che questo politico  manifesta nell’intervista – evidente quando  passa dal famoso Watergate, da cui lui stesso uscì indenne,  alle pesanti aberrazioni di Abu Ghraib sulle quali giunge a non prendersi alcuna responsabilità.  Morris riesce a svelarci il Rumsfeld viscerale, non quello che all’apparenza risultava ‘banalmente’ bellico,  ma quello che era dannatamente astuto e calcolatore.  Questo documentario non mira dunque ad informare, ma bensì a mostrare allo spettatore il vero Rumsfeld, quello tormentato e financo contraddittorio con se stesso. L’audacia con cui lo stesso ex segretario della difesa statunitense bypassa le domande del regista-intervistatore mette in risalto le componenti caratteriali sempre più sfacciate di questo mancato “showman”, che ha avuto la fortuna di trovarsi in un contesto meravigliosamente adeguato alla sua eccentrica megalomania.

    Alessio Giuffrida

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    Storia d’Inverno: Un amore senza tempo

    Per il suo esordio alla regia Akiva Goldsman, sceneggiatore premio Oscar per “A Beautiful Mind”, sceglie una love story tinta di fantasy ambientata tra inizio novecento e giorni nostri sullo sfondo di una New York da cartolina. In sala nel giorno di San Valentino.

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    Sette anni di gestazione, passati tra problemi di ogni natura, da un drastico taglio del budget all’arrivo dell’uragano Sandy durante le riprese. Ma alla fine il regista-sceneggiatore Akiva Goldsman è riuscito a portare a termine quello che definisce il suo progetto più sentito, Storia d’Inverno, tratto dal romanzo omonimo dell’americano Mark Helprin.
    E il prodotto che si appresta a uscire nelle sale italiane il prossimo giorno di San Valentino è una love story che riprende tutta la tradizione hollywoodiana mescolandola con gli elementi più classici del cinema di genere fantastico. Ecco allora che la vicenda dei protagonisti, il ladro Peter Lake e la giovane Beverly Penn interpretati da Colin Farrell e dalla Jessica Brown Findlay di Downtown Abbey, si dipana nell’arco di più di un secolo, dal 1985 ai giorni nostri, in un tourbillon di sentimenti, cavalli alati e oscure figure demoniache vestite in giacca nera e bombetta, il tutto sullo sfondo di una New York che sembra racchiusa in un globo di neve.

    In termini di realizzazione però Goldsman, tra gli sceneggiatori più illustri dell’industria cinematografica, si ritrova spesso a balbettare, specie quando c’è da lasciare sul tavolo la penna per mettersi dietro la macchina da presa. E così ogni tanto indugia troppo su un primo piano, qualche volta si lascia prendere la mano dalla passione per i suoi monologhi, ma a soffrire di più sono le scene dai toni marcatamente fantasy che forse avrebbero avuto bisogno di una messa in scena più spregiudicata, di un occhio più abituato agli effetti speciali e di una maggiore attenzione in fase di post produzione. Goldsman se la cava decisamente meglio nella parte più romance della pellicola, sfruttando a proprio vantaggio il contributo del direttore della fotografia Caleb Deschanel, della scenografa Naomi Shohan e delle musiche dell’onnipresente Hans Zimmer (che con pochi tocchi riescono a definire quell’aria da fiaba urbana che è la cifra stilistica del romanzo) e valorizzando le doti dei due interpreti principali. In fase di sceneggiatura tutto sommato il regista fa il suo, anche se le difficoltà insite nel ridurre in poco meno di due ore un romanzo di 800 pagine fanno sì che la parte ambientata ai giorni nostri risulti un po’ sacrificata rispetto a quella precedente.

    Tra gli attori, oltre ai due protagonisti, si segnalano soprattutto le performance di William Hurt e di una sempreverde Eva Marie Saint che pur con poco spazio riescono a lasciare il segno, mentre i cattivi Russell Crowe e un Will Smith che non compare tra i credit principali si limitano a fare il loro compitino con più (Crowe) o meno (Smith) convinzione.

    Marcello Lembo

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    Hercules – La leggenda ha inizio: Il crepuscolo dell’eroe

    L’eroe più famoso della mitologia greca torna nei cinema reinterpretato dall’attore modello Kellan Lutz per la regia dello specialista di film d’azione Renny Harlin. In sala dal 30 gennaio.

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    La tredicesima fatica di Ercole arriva a qualche millennio di distanza dalle prime dodici e consiste nel tornare al cinema con ben due lungometraggi a stretto giro dopo qualche lustro di assenza dal grande schermo. Il primo a uscire (forse anche per bruciare l’altro, dotato di un budget molto più ricco) è Hercules – La leggenda ha inizio, prodotto dalla Millennium Films della serie The Expendables – I mercenari, e diretto dal finlandese emigrato a Hollywood Renny Harlin. La nuova impresa cinematografica dell’eroe più famoso della mitologia greca prende le mosse da prima della sua nascita, raccontandoci di fatto più la genesi del personaggio che non le sue sfide più celebri.

    Ecco allora il giovane Hercules, figlio del dio Zeus e della regina Alcmena, crescere all’ombra di un fratellastro invidioso nella corte del re Anfitrione – per l’occasione trasformato in un cupo e astioso tiranno – che non esiterà a tramarne la morte. E così da figlio ripudiato il protagonista intraprende un percorso che mette un po’ da parte i trascorsi classici e lo trasfigura a poco a poco in uno strano mix tra Spartaco e Robin Hood. Il risultato è che invece di rinverdire i fasti del peplum il film finisce per pagare il dazio a pellicole come 300 o serie tv come Spartacus, vittima com’è di una produzione low cost. E a dimostrare quanto fosse striminzito il budget valga da esempio l’utilizzo minimo e spesso raffazzonato degli effetti digitali (il Leone di Nemea ad esempio risulta particolarmente artificiale, come pure la folla delle arene).

    Harlin dal canto suo prova a ritrovare la verve dei primi anni 90, quando grazie a film come Die Hard – 58 minuti per morire, Cliffhanger e Corsari s’era costruito la fama di specialista in film d’azione. Alla fine però non può che limitarsi ad infarcire di rallenty le scene più concitate e di polline quelle più sentimentali, cercando di dare lustro visivo a una sceneggiatura (di Sean Hood e Daniel Giat) poco brillante ma quantomeno ritmata e che ha il merito di non tirarla per le lunghe.
    Poco da dire anche sugli interpreti, quasi tutti volti televisivi, che sembra siano stati scelti – il protagonista, l’attore modello Kellan Lutz prima di tutti – più sulla base di criteri lombrosiani che non per il talento. Fisici scolpiti per gli uomini dunque, linee morbide e sensuali per le donne. Gli unici a mettere un filo d’intensità in più sembrano Liam McIntyre, lo Spartacus televisivo qui ridotto al rango del comprimario Sotero, e Roxanne McPhee nel ruolo di Alcmena.

    Marcello Lembo

     

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    Bisio cattivissimo ne La gente che sta bene di Francesco Patierno

    Cinico, egoista ed arrogante. Eccolo il Claudio Bisio di Francesco Patierno, in una commedia, La gente che sta bene, che gli offe la possibilità di esplorare un territorio della comicità per lui fino ad ora inedito. Nei panni del cattivissimo avvocato Umberto Dorloni, il comico milanese dà sfoggio di un talento inesauribile supportato da compagni di scena (Margherita Buy e Diego Abatantuono ) che glielo permettono ad ogni duetto.
    Tratto dall’omonimo romanzo di Federico Baccamo, il film arriverà in sala dal 30 gennaio in ben 300 copie.

    Quanto ti affascinava questa storia e il messaggio che la sottende?
    Francesco Paterno: Eviterei il termine ‘messaggio’, preferisco si parli più che altro di riflessione. Il mio obiettivo e quello dell’autore dell’omonimo romanzo da cui è tratto il film, Federico Baccomo, era di creare all’interno di un universo tutto al maschile una storia al contrario molto femminile, dove questo elemento non fosse sbandierato ma venisse mostrato a sorpresa.
    Carla (interpretata da Margherita Buy) è un personaggio forte, ma con una sicurezza interiore tale da trasmettere molto lentamente allo spettatore quello che succederà in seguito.
    Non è un caso se gli unici personaggi positivi del film sono donne, una che si sacrifica involontariamente l’altra che invece dà origine a un ribaltamento; era una volontà molto precisa. E ci voleva molta intelligenza a interpretare Carla, una donna fatta di silenzi e poche parole.

    Siete i protagonisti di una coppia legati da qualcosa che si rivelerà solo nel finale…
    Claudio Bisio: C’è una redenzione finale che nel romanzo non esisteva e l’interpretazione di Margherita è fondamentale in questo punto della storia: i silenzi di Carla, il modo in cui questa figura femminile è stato disegnata e l’amore per un uomo terribile come Umberto, in qualche modo salvano il mio personaggio dall’essere un cattivo a sole due dimensioni, macchiettistico e abbastanza inutile. La grande umanità di Umberto viene data tanto dall’amore di Margherita.
    Questo film è quello che più mi piace fare. I duetti e le improvvisazioni con Diego Abatantuono sono stati un piacere fisico; ho sempre fatto della commedie omologate e simili tra di loro, questa era diversa: mi piace la scrittura, c’è una comicità che amo, un cinismo ed una ironia poco italiani anche se poi rivedendo alcuni film mi accorgo che in fondo lo sono molto.
    Margherita Buy: Carla ha una grande consapevolezza di ciò che fa, è una donna molto risolta, che sa di valere, con una grande forza nell’andare avanti e un amore incondizionato verso la propria famiglia. Ha superato la fase della donna che si sente costretta a fare una determinata cosa.

    Diego, e del tuo personaggio cosa pensi?

    Diego Abatantuono: È il cattivo per eccellenza, interpretarlo è stato piacevole perché quando torni a casa scopri di essere infinitamente buono!
    È il protagonista di una storia particolare, originale, uno spaccato di vita, la denuncia di un settore poco raccontato. Sono molto soddisfatto di interpretare un personaggio così.

    E l’idea degli occhi azzurri? Di chi è stata?
    D. A. : Mia! Volevo spegnergli un po’ lo sguardo per fare il cattivo fino in fondo e quindi proposi di fargli gli occhi blu; avevo anche suggerito dei denti finti ma l’idea fu cassata, anche se sono convinto che rispunterà fuori nel prossimo film!

    Quegli occhi insieme alla barba nera e agli occhiali conferiscono a Patrizio Azzesi un’inquietudine senza pari.

    Che lavoro di adattamento c’è stato?
    F. P. : Spesso abbiamo trovato delle soluzioni diverse rispetto al libro e abbiamo lavorato molto sui personaggi. Ci sono elementi che nel libro non esistono, come il ribaltamento di Carla o questo lato molto femminile della storia; certo, l’anima del romanzo è rimasta molto forte, i dialoghi sono gli stessi.
    Io e Baccamo siamo appassionati di serie americane, dove la drammaturgia è cambiata tanto e la storia è diventata storie di personaggi: abbiamo lavorato molto su questo aspetto, c’è stato un processo di comicità involontaria.
    Federico Baccamo: Il personaggio di Claudio Bisio è arrogante, egoista, cinico ma soprattutto goffo. Quando avevo in testa questo storia, prima di iniziare a scrivere, provavo a immaginare Umberto, ma non riuscivo a sentirlo o a vederlo, né a capire che tipo di uomo fosse e che voce dovesse avere.
    È uno che si illude sempre, un tipo che vende non solo agli altri ma persino a se stesso il fatto di essere migliore. Poi ho scoperto quanto fosse importante la sua goffaggine: non è un cattivo puro, ma uno che imparato male la lezione e Francesco ha capito benissimo questo passaggio. Ci impiegai degli anni a capire il personaggio di Claudio.

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    Belle & Sebastien: Amici inseparabili

    Nicolas Vanier allestisce una fiaba dolce e profonda, che tocca con leggerezza solo apparente i grandi temi dell’amicizia, del coraggio e del rapporto uomo-natura.

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    Sebastien è un ragazzino orfano, cresciuto dal burbero César in un villaggio dei Pirenei. Il paese è sorvegliato dalle truppe naziste, convinte che gli abitanti aiutino gli ebrei a fuggire al di là del confine. Abituato a scorrazzare liberamente per la montagna, Sebastien stringe un’amicizia speciale con Belle, uno splendido pastore maremmano che al villaggio è soprannominato “la bestia”, perchè accusato di essere aggressivo e di fare strage tra le greggi. Sfidando i pregiudizi della gente, Sebastien dimostrerà a tutti la bontà e il coraggio dell’animale, che si rivelerà un aiuto fondamentale per una famiglia ebrea in fuga verso la Svizzera.
    Cimentandosi con un classico francese della letteratura per l’infanzia (una serie di romanzi scritti da Cécile Aubry e da lei stessa successivamente adattati per la televisione) e con la celeberrima serie animata che ha incantato la generazione nata negli anni ottanta, Nicolas Vanier dà vita ad un’opera che inserisce la ‘favola’ tradizionale in un nuovo contesto storico, quello della Seconda Guerra Mondiale, con riprese mozzafiato derivate dalla sua esperienza di documentarista.
    Il punto forte del film è infatti la splendida rappresentazione della natura che, lungi dall’essere semplice sfondo, si delinea come vera grande protagonista. La montagna, nella sua imponenza, diventa simbolo di una natura impetuosa e talvolta crudele, ostile quando si sfidano le sue regole, ma anche capace di regalare emozioni impareggiabili. Il rapporto uomo-natura si delinea come il tema principale di un film che, se rivela qualche limite nella ricostruzione storica sicuramente semplicistica (del resto è un prodotto principalmente dedicato ai ragazzi), non manca di coinvolgere ed emozionare.
    Il piccolo Félix Bossuet, al suo esordio sul grande schermo, si rivela un interprete convincente, rendendo credibile e toccante l’amicizia con Belle, che rimane il vero eroe del film.
    Belle & Sebastien è un film che intrattiene e commuove, emoziona e fa riflettere, e, facendo leva su temi universali quali lotta della purezza contro il pregiudizio, il coraggio e l’amicizia, conquista non solo i nostalgici, ma il pubblico di tutte le età.

    Sara Tonarelli

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