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    Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte I: La guerra civile è un reality

    In sala dal 20 novembre il penultimo atto della saga tratta dai romanzi di Suzanne Collins e interpretata dal trio di giovani e belli Jennifer Lawrence, Joel Hutcherson e Liam Hemsworth.

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    È l’inizio della fine. Si avvia verso la conclusione la saga cinematografica targata Lionsgate e tratta dai romanzi di Suzanne Collins. Una conclusione che parte proprio dalle due ore di Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte I, diretto dal Francis Lawrence di Constantine e Io sono leggenda, già regista del precedente La ragazza di fuoco come lo sarà pure del prossimo Il canto della rivolta – Parte II.

    Due ore di intrattenimento che riprendono il filo della trama da dove si era concluso il precedente episodio e che vedono la protagonista, Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence), trovare rifugio nel distretto 13, capofila della ribellione contro la corrotta Capitale, insieme alla famiglia e all’amico Gale (Liam Hemsworth), mentre l’amato Peeta (Joel Hutcherson) è ancora nelle mani del nemico.

    La principale differenza della sceneggiatura firmata da Peter Craig (The Town) e Danny Strong (The Butler) rispetto ai capitoli precedenti è sicuramente l’assenza dalla trama degli Hunger Games del titolo, perché qui i giochi che si affrontano sono quelli degli adulti, la guerra ad esempio, la guerra civile in questo particolare caso. Ma se quel misto tra ludi gladiatori e reality show che costituiva la formula dei primi due film non c’è più non vuol dire che dall’equazione sparisca la componente televisiva. Perché la guerra del Distretto 13 guidato dai leader ribelli (Julianne Moore e Philip Seymour Hoffman) contro il presidente della Capitale (Donald Sutherland) è una guerra combattuta a suon di propaganda, di filmati che oggi definiremmo virali, di eroine griffate e di interviste in stile tronista. La saga si avventura così in un territorio inesplorato, sulla linea sottile che divide una cinica critica sociale dall’estetica del kitsch, mentre sullo sfondo, a fare da intramezzo quasi, manipoli di uomini vestiti da boscaioli o da minatori finiscono per farsi massacrare da guardie in armatura bianco-asettica e col volto coperto da un visore nero.

    A prendersi il centro della scena sono comunque i tormenti della giovane Lawrence impegnata tanto nella guerra quanto nell’amore, divisa com’è nella fedeltà ai due spasimanti Hutcherson ed Hemsworth, mentre il ricchissimo cast riserva qualche minuto di ribalta ad attori importanti come Woody Harrelson o Stanley Tucci costretti a ruoli di secondo piano e premia lo spettatore con una delle ultime performance di Seymour Hoffman spesso in tandem con Julianne Moore che ha la gravitas giusta per interpretare una leader in clandestinità.
    La sensazione finale comunque è la stessa di quasi tutti i penultimi capitoli, che in fondo si tratti solo dell’ultimo sforzo da fare prima di arrivare al punto e i fan sono avvertiti.

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    Berlinale 2015: Darren Aronofsky presidente di Giuria

    Sarà il regista e sceneggiatore Darren Aronofsky il presidente di giuria del prossimo Festival di Berlino, l’edizione numero 65 per la precisione.
    “Darren Aronofsky – commenta il direttore della Berlinale, Dieter Kosslick si è distinto come protagonista eccellente nel panorama del contemporaneo cinema d’autore. Nel suo approccio artistico ha sempre indagato il linguaggio cinematografico e le sue possibilità estetiche”.
    Alla Berlinale il cinema è sempre eccitante e affascinante. Non vedo l’ora di vedere le ultime opere dei più grandi registi, in una delle più straordinarie città del mondo”, gli fa eco entusiasta Aronofsky.

    Dopo gli studi alla Harvard University, Darren Aronofsky firma il suo debutto alla regia nel 1998 con Pi, che vince prima il premio per la Miglior Regia al Sundance Film Festival poi quello per la Miglior Sceneggiatura all’Independent Spirit Awards.
    Nel 2000 è la volta dell’acclamato adattamento Requiem for a Dream presentato al Festival di Cannes, e nel 2006 arriva alla Mostra del Cinema di Venezia con il tormentato The Fountain – L’albero della vita. La laguna lo vedrà trionfare qualche anno più tardi nel 2008 con un altro colpo da maestro, The Wrestler, che vince il Leone d’Oro e riporta alla ribalta Mickey Rourke.
    Nel 2011 Aronofsky presenta Il cigno nero, questa volta un conturbante thriller psicologica ambientato nel mondo del balletto classico. L’ultima fatica risale all’epico Noah, blockbuster hollywoodiano che nel 2014 ha tenuto banco ai botteghini di mezzo mondo.

    Andrea Corsini

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    La spia: Trailer ufficiale

    GENERE: Thriller
    ANNO: 2014
    USCITA: 30/10/2014
    DURATA: 121′
    NAZIONALITA’: Germania, Gran Bretagna
    REGIA: Anton Corbijn
    CAST: Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Rachel McAdams, Willem Dafoe, Daniel Brühl
    DISTRIBUZIONE: Notorious Pictures
    TRAMA: La trama si dipana tra Amburgo e Berlino, e vede coinvolti un misterioso uomo in fuga, un banchiere britannico, una giovane avvocatessa idealista e il capo di un’unità segreta di spionaggio tedesca.

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    Ritual: Una disavventura psicomagica

    E’ un esordio alla regia decisamente particolare quello del duo Bazzale-Immensi. Una rappresentazione cinematografica del misticismo e delle credenze popolari venete attraverso un dramma-thriller atipico.

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    Stiamo al cospetto di pura originalità coattiva con Ritual; è notevole il tentativo di rappresentare filmicamente uno dei libri più complessi e metafisici di sempre – “La Danza della Realtà” – scritto da uno dei più grandi maestri di sociologia contemporanea, Alejandro Jodorowsky – per lui piccolo cameo nel film.  Ma nonostante questa rappresentazione surrealista della “psicomagia” , siamo al cospetto di un prodotto decisamente fuori dai canoni cinematografici. Il pretesto di adoperare un dramma-thriller per poter poi introdurre questa disciplina praticata dallo stesso Jodorowsky, risulta essere più uno sfizio personale dei registi che un qualcosa che cerca di ampliare le famose “frontiere” del cinema. Il tutto infatti ruota sempre e solo su questo mistico surrealismo che, purtroppo, è però difficile da assimilare e soprattutto da apprezzare. A rendere infatti impossibile il film è la conduzione narrativa, altamente sconclusionata e mal gestita; la suddivisione degli atti risulta scialba e allo stesso tempo compassata, generando totale confusione nella struttura. Diventa arduo anche dare un giudizio sulle interpretazioni dei protagonisti – attivi e passivi allo stesso tempo –  gestiti non proprio in maniera idilliaca. Le uniche note positive sono la rappresentazione dei loro caratteri, dei loro atteggiamenti, abbinabili al contesto nel quale vivono e il rapporto di coppia atipico, quasi malsano – a tratti rievocativo de “Il futuro è donna” di Marco Ferreri –  accentuato in maniera vistosa nella prima parte del film .  Ivan Franek e Désireé Giorgetti – già nota nel panorama del cinema indipendente per la sua partecipazione al “film censura” Morituris di Raffaele Picchio – sono i protagonisti di questo sedicente viaggio verso la “psicomagia”. Distribuito da Mariposa Cinematografica, Ritual sarà nelle sale cinematografiche dall’8 maggio.

    Alessio Giuffrida

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    Padre vostro: Il baby non fa boom

    Il film del regista Vinko Brešan, campione d’incassi in Croazia, ci propone una riflessione sul tema della diminuzione delle nascite che corre sul doppio filo di commedia e dramma. Dal 15 maggio in sala.

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    Si comincia con la commedia, si finisce nel dramma, passando per la farsa, la satira e tutto il resto. Il piatto proposto dal regista croato Vinko Brešan per il suo quinto lungometraggio, il primo distribuito in Italia, è decisamente ricco. Padre vostro, presentato in anteprima al Trieste Film Festival, è la storia del parroco di un’isola al largo della Dalmazia, don Fabijan (interpretato da Krešimir Mikić), che per risolvere il problema del calo delle nascite che minaccia letteralmente l’esistenza della sua parrocchia, decide di sabotare tutti gli anticoncezionali a disposizione degli abitanti.

    Ma se uno spunto simile, in Italia, non avrebbe potuto che tradursi in una commedia, in Croazia (paese che ha visto in dieci anni diminuire di un ottavo la sua popolazione) invece è motivo di una riflessione decisamente più articolata. Riflessione articolata che però non rinuncia a strappare qualche sorriso. Le avventure di don Fabijan si trasformano ben presto infatti in una baraonda inizialmente comica che vira presto al tragicomico e che sorprende con un finale dai toni inaspettati. La sceneggiatura – ispirata a una piece teatrale di Mate Matišić e adattata dall’autore stesso – scinde il film in due parti; nella prima ora il tono è allegro, non mancano le digressioni farsesche (divertenti le scene immaginate dal parroco nell’ascoltare i racconti dei parrocchiani), i personaggi al limite del demenziale (il reduce dalla guerra in Bosnia che odia sia ortodossi che mussulmani), ci si addentra a volte nel territorio della satira (la scena del vescovo su tutte), ma c’è anche la sensazione, inizialmente inspiegabile, di un umorismo trattenuto. La scelta stilistica si svela però nell’ultima mezz’ora, quando il racconto si fa più cupo e si intuisce che la prima parte non ha ecceduto più per pudore che per altro, per non fare scadere il dramma nel grottesco.

    Se l’estro visivo a Brešan (campione d’incassi e figura più celebre del cinema croato) non manca di certo e se gli attori tengono sicuramente botta, vero è che il film si basa tutto sulla sceneggiatura e sul cambiamento di toni. L’intento ambizioso e quel finale che colpisce come un pugno nello stomaco sono certamente lodevoli, ma è anche vero che il lato tragico di questo film avrebbe forse meritato più spazio, tanto da dare l’impressione che la parte comica sia troppo dilatata e che il finale, di conseguenza, contenga troppe cose in troppo poco tempo. In definitiva un film non perfetto ma neanche banale di figlio di una cinematografia poco conosciuta ma da non sottovalutare.

    Marcello Lembo

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    Comencini: “C’è ancora troppa paura delle storie di noi donne”

    Lezione di Cinema al Teatro Petruzzelli per Cristina Comencini. La regista e scrittrice ha affrontato a 360 gradi la sua carriera stimolata dalle domande del pubblico, cui ha parlato a cuore aperto. Sul suo nuovo film che si girerà in Puglia dal 5 maggio anticipa: “E’ una commedia con al centro un grande Divo che ha seminato figli e mogli. Nel decennale della sua morte nel suo paesello succede di tutto…”

    Cristina Comencini, intellettuale a tutto tondo, regista scrittrice, come fai?
    Le donne sono abituate a fare cento cose insieme, quindi è connaturato all’esser donna.
    io ho avuto figli presto, sono stata abituata a studiare e aver cura dei miei figli. Detto questo si può far tutto, basta volerlo, fortemente, ma volerlo.
    Le donne non sono ancora completamente riconosciute a tutti i livelli per quel che valgono e debbono faticare ancora molto ma le cose stanno cambiando per fortuna.

    Come adatti il tuo lavoro per cinema, teatro, letteratura?
    Io comincio sempre dalla scrittura, per il teatro, il cinema, la letteratura. Se poi la parola soddisfa tutta la vicenda resta un libro, altrimenti se ha bisogno dell’immagine può diventare cinema o teatro. C’è stato un periodo florido negli ultimi decenni in cui la letteratura ha regalato grandi sceneggiature.
    A me è successo con La bestia nel cuore, quando ho pensato alla confessione del fratello come ad una scena, e questo per fortuna è stato.

    Alcuni tuoi lavori su carta sono diventati film diretti da uomini…
    Mi meraviglia e affascina profondamente che storie di donne, scritte da donne siano rilette e portate in scena da un regista uomo. mi sembra un bello scambio di punti di vista. il fatto di scambiare idee, testi, film, è straordinario. Crea un sistema, non sono ‘egotica’, solo sui miei film lo sono un po. Certo poi se il mio lavoro viene portato in scena male mi arrabbio…

    Commozione, grande ilarità, spazi molto nel caleidoscopio, come ci lavori?
    Quando ero ragazza Billy Wilder era il massimo di tutto, non solo della commedia. ecco, le aspirazioni devono essere grandi. Nella mia famiglia ho ascoltato grandi risate seguite da improvvise lacrime e viceversa. Quello che quando era più giovane mi atterriva, man mano che andavo avanti con l’età è diventato un mio modo di guardare e raccontare. in Tutti a casa, di mio padre, una scena drammatica in cui i protagonisti fuggono dai nazisti attraverso una scala, lo fanno al ritmo di un rosario, è commedia della vita, tragica a volte.

    Ti diverti sempre a fare cinema?
    Il divertimento in questo lavoro ti permette di non aver paura.
    Il successo di Sorrentino lo dimostra. Paolo non ha avuto epura ed ha fatto bene, è stato premiato. Io quando tagliai la scena onirica dell’allagamento de La bestia nel cuore feci mele. Ebbi paura e sono stata premiata da un insuccesso. E’ una lezione che mi ha insegnato tanto, so che non lo farò mai più.

    Poche donne registe, in Italia ancor più che nel mondo, come mai?
    C’è sempre un rapporto malvagio con il senso di potere. Il potere sulla troupe, sugli attori ecc.
    C’è poi una cosa che oggi mi sento di dire, ovvero che spesso le cose belle ed importanti, dure, vere che spesso le donne vogliono raccontare fanno paura. ecco perché non vengono finanziate e quindi spesso faticano ad arrivare al pubblico o non ci arrivano per niente.
    Bisogna lavorarci ancora tanto, non bisogna abbassare la guardia. Io non mi vergogno a dirlo ma sono riuscita a raccontare perché ho avuto successo, sono fortunata ad avere maestre come Suso Cecchi d’Amico o Natalia Ginsburg. Mi interessa capire in generale il fenomeno, non solo guardare al mio orticello. Non giudichiamo, cerchiamo di capire.
    Io sono pazza dei film d’azione, ma non c’è solo quello. Una certa cultura delle donne non è arrivata ai maschietti, perché la cultura dominante non prevedeva ‘commistioni’.

    Una dicotomia insanabile per te quella tra donna e uomo?
    Assolutamente no! credo però che ancora una volta le donne devono assolutamente ‘portarsi dietro’ gli uomini in questa fase di cambiamento. Superare la subalternità culturale – spesso rassicurante perché parla di uno status quo – ad esempio è fondamentale.

    Cristina in chiusura ci accenni qualcosa del tuo nuovo lavoro?
    Si intitola Latin Lover ed è una commedia che ha al centro un grande Divo – interpretato da Francesco Scianna – che ha seminato figli e mogli. Al decennale della sua morte nel suo paesello succede di tutto. Il paese del ‘Divo’ è San Vito dei Normanni, dove inizierò a girare il cinque maggio. Mi sono innamorata della Puglia, anche di quella dove non si vede il mare, quella dell’interno. Racconto l’immobilismo dell’Italia di oggi attraverso una commedia molto divertente. ci saranno Valeria Bruni tedeschi Donatella Finocchiaro e tante altre straordinarie donne attrici.

    di Rocco Giurato

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  • Bif&st 2014: i Vanzina ricordano Volontè

    Non avrebbero mai immaginato che uno come Gian Maria Volontè potesse accettare l’idea di fare un loro film. E invece le cose andarono diversamente. Volontè accettò, il film si fece e loro, Carlo ed Enrico Vanzina, certo non avrebbero mai neanche pensato di ritrovarsi a parlarne quasi ventiquattro anni dopo. Il tributo del Bif&st all’attore simbolo del cinema italiano impegnato parte da Tre colonne in cronaca, che Carlo Vanzina diresse nel 1990 adattando un romanzo di Corrado Augias e Daniela Pasti all’epoca dei fatti redattori de ‘La Repubblica’.

    “Gian Maria Volontè era un mostro sacro, il contrario apparentemente di ciò che facevamo noi.- ricorda Carlo – Quando ci chiamò per dirci che avrebbe accettato restammo sorpresi. Eravamo andati a trovarlo a Velletri dove aveva casa, lui ascoltò le nostre motivazioni e lesse subito il copione. Ci richiamò immediatamente dopo per dirci che avrebbe fatto quel film”, con cui né critica né pubblico furono teneri. Tre colonne in cronaca si rivelò un insuccesso e i due registi non ne fanno mistero: “Si disse che il pubblico di Volontè non sarebbe mai andato a vedere un film nostro e viceversa il nostro pubblico non sarebbe andato a vedere un film con Volontè. Il solito problema dell’essere etichettati”.

    Storia di una scalata ad un importante quotidiano d’opposizione, giochi di potere e intrighi dell’alta finanza, Tre colonne in cronaca si rivela oggi sorprendentemente attuale, ennesimo banco di prova di un mattatore che fece del genio e sregolatezza il suo tratto distintivo. Artista ombroso, schizofrenico e viscerale, metodico a tal punto da  “riscrivere a mano la propria parte su un quaderno, così una volta sul set si sarebbe potuto dedicare ad altro che non fosse l’aspetto prettamente mnemonico del ruolo: la postura, i movimenti del personaggio, alcuni dettagli fisici. Era quel tipo di attore che non butta via le battute, accentuava una frase per farla entrare in testa allo spettatore”.
    Nel film di Carlo Vanzina Volontè diede anima e corpo al personaggio di un direttore di giornale che strizzava l’occhio a Eugenio Scalfari, allora direttore de ‘La Repubblica’: “Fu sua l’idea –ricorda Carlo – di caratterizzare il personaggio con quella risata da serpente”.
    “Fu lo specchio migliore di cosa sono gli italiani, come Sordi. – gli fa eco Enrico – Volontè entrava completamente nei personaggi che gli venivano offerti e lo faceva tutte le volte in modo diverso. Sordi era istintivamente vero, lui costruiva la verità, era il massimo del verismo pur lasciando quel velo che ti fa capire che si stava recitando una parte.
    Mi piace il modo in cui riusciva a rendere il senso della solitudine del potere, lo faceva con uno sguardo o con una parola omessa che restituisce la sensazione di un uomo solo in un’Italia che gli fa schifo, che non ama più”
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    Un uomo e un artista, oggi ricordo di un paese poco avvezzo a preservare la propria memoria storica.

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    Ida: In viaggio per scoprire se stessi

    Vincitore del premio della critica a Toronto e del London Film Festival, arriva nelle sale italiane dal 13 marzo il primo film del cineasta polacco Pawel Pawlikowski, girato interamente nella sua terra natia.

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    Acclamato anche al Torino Film Festival, un film asciutto ed essenziale nella forma, ma con una molteplicità di tematiche: l’identità, la famiglia, la fede, il senso di colpa, la musica e la solitudine. Tutto in soli 80 minuti di pellicola: è Ida, la storia di una giovane orfana, Anna (Agata Trzebuchowska), nella Polonia degli anni ’60. Cresciuta tra le mura di un convento, Anna sta per prendere i voti, ma qualche giorno prima di questo avvenimento, le viene comunicato di avere una parente ancora in vita, Wanda (Agata Kulesza ), la sorella di sua madre.
    Entrambe all’inizio quasi riluttanti nello scoprirsi estremamente diverse, quasi incapaci di credere di essere parenti, intraprendono poi insieme un viaggio alla scoperta l’una dell’altra, nel quale emergeranno i segreti del loro passato. Anna scopre di essere ebrea e che il suo vero nome è Ida; questo la spingerà a cercare le proprie radici e ad affrontare la verità sulla sua famiglia insieme alla zia. Ma tutto questo porterà Ida a dover alla fine scegliere tra la propria incrollabile fede e la voglia di giovane donna di esplorare più a fondo il mondo con la sua ritrovata identità.
    Girato in bianco e nero Ida è un film storico in cui il regista racconta abilmente una storia in cui ognuno ha le sue verità e che sta alla larga dalla facile retorica; il tutto condito da un sottofondo Jazz e di brani di Coltrane, in quegli anni colonna sonora di un paese che poteva sembrare grigio e oppresso ma che, secondo Pawel Pawlikowski, aveva aspetti più moderni di oggi.

    Antonella Ravaglia

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