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    Scola ricorda Fellini. Venezia in lacrime

    Ettore Scola sbarca al Lido per ricevere il premio Jaeger-LeCoultre e presenta il  film,  che celebra l’amico e collega Federico a venti anni dalla sua scomparsa.

    Penultima giornata di festival. Il baraccone veneziano comincia a smantellare la sua gigantesca impalcatura, ma le sorprese dell’ultimo momento sono forse le migliori. L’effetto che il documentario di Ettore Scola su Federico Fellini ha avuto sul pubblico festivaliero, ha proprio questo sapore. Presentato fuori concorso al Lido, l’omaggio di Scola a Fellini riesce forse laddove  hanno fallito i 55 film della selezione ufficiale della 70. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. E cioè nelle emozioni. Ce ne sono tante in “Che strano chiamarsi Federico. Scola racconta Fellini”, tante e forti al punto da strappare lacrime di commozione al termine della proiezione mattutina per la stampa. Una commozione che stupisce e spiazza i diretti interessati: Ettore e Silvia Scola, padre e figlia, regista e sceneggiatrice di questo tributo che, seppur inconsapevolmente, commuove.

    Non deve essere stato facile scegliere tra le tante cose da raccontare gli episodi più adatti per restituire lo spirito di Fellini. Come avete lavorato?
    Ettore Scola: La prima idea era di fare un omaggio a venti anni dalla sua morte. Ne parlavamo qui a Venezia qualche anno fa, si pensava all’uso di un repertorio. Apprezzavo l’idea e all’inizio pensavo di chiamare un giovane montatore che avrebbe dovuto lavorare sull’archivio di Fellini.
    Poi incontrai Roberto Cicutto che mi suggerì: ‘Ma perché non si fa un film visto che lo hai conosciuto?’

    “Che strano chiamarsi Federico. Scola racconta Fellini” è un album pieno di fotografie, brani, scritti, ricordi e come tutti i ricordi qualcuno è offuscato e andava ricostruito e articolato con gli altri. Di questo si sono occupate Silvia e Paola Scola.
    Mi stupisce un po’ quando mi si dice che questo film ha commosso tanto. Non era nostra intenzione, avrei tradito altrimenti il cinismo di cui spesso mi accusano.

    C’è da piangere per chi muore dimenticato, senza lasciare traccia ma non per Federico. No, non è assolutamente un film commovente, Federico non fa piangere, anzi era autoironico, allegro, sorridente e sognatore.
    È stato accusato di essere qualunquista e maschilista, ma lui era esattamente l’opposto di tutto questo. Abbiamo cercato quindi di restituire la tenerezza estrema di Fellini verso le donne: nessuno ha mai guardato la Saraghina o Anita Ekberg con gli stessi occhi con cui le guardava lui. Aveva una grande tenerezza soprattutto per i giovani.
    Il mio film è un album soprattutto per i giovani, perché lo vedano e perché Fellini ha parlato soprattutto a loro.
    Silvia Scola: C’era molto materiale ma se da un lato era una bella cosa, dall’altro non è stato facile gestire una così vasta mole di documenti.

    Volevamo raccontare un’amicizia fatta anche di ammirazione di mio padre per un grande maestro. Volendo alternare momenti di repertorio ad altri di finzione, sin dall’inizio abbiamo avuto ovviamente il problema di selezionare.

    Il soggetto è stato scritto da Ettore insieme ai nipoti, che gli hanno in qualche modo stimolato la memoria. Quando ci siamo messi a scrivere venivamo dalla visione e selezione di tantissimo materiale e abbiamo continuato a scrivere sempre: dal primo ciak al montaggio e anche dopo.

    La matrice comune tra mio padre e Fellini era l’ironia; l’obiettivo era quindi realizzare qualcosa di vitale e divertente, il fatto che abbia commosso ci ha spiazzato.

    C’era un cinema un tempo in cui tutti gli intellettuali si comunicavano delle idee. Oggi questo aspetto è andato perso e tra gli artisti non esiste più quella forma di comunicazione.

    E. S. : La nostalgia e i rimpianti non sono il mio forte. Sembrano passati secoli dal ‘Marc’Aurelio’, non 50 anni.
    Certo, si è persa la collaborazione e il contatto diretto, ma oggi i giovani hanno a disposizione cose che noi avremmo solo potuto sognare. C’erano tanti giornali umoristici che facevano satira: all’epoca erano intellettuali come Zavattini o Campanile a lanciare qualche stilettata alla retorica e alla magniloquenza romana, e a volte ci riuscivano anche.
    Detto ciò, esiterei comunque a dire: ‘Ah, non ci sono più i bei tempi di una volta’.

    Il materiale da visionare era tantissimo. Avete scoperto qualcosa di nuovo su Fellini, qualche aspetto rimasto nell’ombra?
    E. S. : No, non ho avuto sorprese. Lo conoscevo bene e conosco anche quei provini per il “Casanova” che in molti vedranno per la prima volta in questo film. Invece per Paola e Silvia, che non conoscevano alcune cose, deve essere stato diverso.

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    L’intrepido Amelio e la sua poesia sui tempi bui

    Antonio Albanese diretto da Amelio riesce ad interpretare un ruolo surreale che tuttavia racconta in modo drammaticamente calzante l’Italia della crisi.

    3stelle

    Un uomo delle favole riesce a raccontare la realtà. Succede tutto sotto l’occhio osservatore di un maestro come Gianni Amelio che a Venezia porta in concorso L’intrepido, interpretato in maniera eccellente da Antonio Albanese. Il regista vince la sua sfida quando affronta l’oggi con un approccio non cronachistico ma come solo un romanziere può fare.
    Non ci sono sconti alla nostra società liquida, alle generazioni senza futuro, alla drammatica carenza di lavoro, tutt’altro. Amelio non le manda a dire ai sindacati, alle istituzioni lontane, distanti anni luce dalla corsa ad ostacoli che il suo chapliniano protagonista affronta nel suo difficile ruolo di ‘rimpiazzista’.
    Non esiste – ancora temiamo – il ‘superprecario’ che di mestiere sostituisce ad ore altri lavoratori, ne per impegni familiari improvvisi, malattie, lutti ecc ecc non può recarsi al lavoro e ha bisogno di un sostituto.
    Il ‘rimpiazzista’ Albanese non si trova nelle categorie della riforma dei contratti di lavoro, per fortuna, ma potrebbe esserci, probabilmente in nuce esiste già nella vita o nel futuro di qualche italiano. Il pregio del racconto di Amelio, durissimo e al tempo stesso capace d’essere fiabesco, sta tutto nel seguire il viaggio di Albanese tra mille occupazioni, indugiando sul sorriso, sulla sua voglia di fare, sul suo inguaribile ottimismo che spaventa certo, come tutte le cose belle che stridono con una realtà orrenda come quella dell’Italia al tempo della crisi.
    Disgregata la famiglia, affetti alla deriva – maciullati da necessità quotidiane basiche, da pensieri bassi come il fatidico affitto o la quarta settimana – quel che resta ad Antonio il rimpiazzista e’ l’amore per il figlio, problematico sassofonista, in preda agli attacchi di panico.
    Il film sta tutto in due frasi che amorevolmente Antonio ‘regala’ al figlio, la prima sugli attacchi, che colpiscono anche lui alla mattina, ma che poi “passano, e vado avanti perché anche loro hanno paura di me…”; la seconda sul privilegio di “fare un lavoro che ti piace per vivere…”.
    Spaventerà chi ha paura di guardare il buio grazie alla flebile luce della poesia, guidati da un grande maestro ed il suo ottimo attore!

    Di Titta DiGirolamo

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    Morris a Venezia per raccontare Rumsfeld

    Errol Morris a tu per tu con l’ex Segretario della Difesa degli Stati Uniti, Donald Rumsfeld in un documentario in concorso alla 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

    Il potere, la sua fascinazione, le sue contraddizioni, le sue regole. Dopo aver vinto l’Oscar per il miglior documentario con “The Fog of War: La guerra secondo Robert McNamara”, Errol Morris ci riprova: questa volta a finire sotto il suo sguardo impietoso è Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa degli Stati Uniti durante il mandato di Gerald Ford e George W. Bush, l’uomo che ha alle spalle quattro presidenti degli Stati Uniti e oltre trentanni di attività alla Casa Bianca.
    In “The Unknown Known” svela alcuni dei suoi ‘fiocchi di neve’: un viaggio tra le migliaia di appunti, note, memorie raccolte durante il corso di una intera carriera. Il risultato è un ritratto grottesco e spietato, capace di mette a nudo le contraddizioni di un uomo che finisce per annegare tra le sue stesse parole.

    Donald Rumsfeld è forse il personaggio più rappresentativo della tua filmografia. Perché?
    Perché nel corso degli anni ho realizzato vari film su personaggi che sembrano non consapevoli di sé, in inglese diremmo: “Senza indizi di ciò che sono”. Insomma non ne hanno la pallida idea. Questo è il sentimento predominante alla fine del film.
    Ho ascoltato Rumsfeld per più di trentatre ore e spesso diceva cose contraddittorie e confuse; ancora una volta il quesito si ripresenta : ‘Cosa pensa davvero? Crede veramente a quello che dice? Questo è il mistero centrale del film: “Chi è Donald Rumsfeld? Chi è realmente? Perché ha fatto ciò che ha fatto?’.
    E il mistero si infittisce perché negli ultimi due giorni è riemerso a proposito dell’intervento in Siria, dicendo che sarebbe sbagliato intervenire e allora la domanda è: ‘Perché ora e non dieci anni fa quando fu il momento di occuparsi di Iran e Afghanistan?’

    Sembra che il personaggio non abbia un senso di colpa o un dubbio. Era l’obiettivo del suo documentario?
    Non penso si possa dire che il film serva a se stesso. Credo che il compito di un’opera non di fiction sia catturare la complessità dell’ individuo di cui si vuole fare il ritratto o anche la assenza di un profilo. Donald Rumsfeld è molto diverso da Robert McNamara. Mia moglie fa spesso un confronto tra i due che ritengo calzante: McNamara è l’Olandese Volante, l’uomo che viaggia per il mondo alla ricerca di redenzione,  Rumsfel invece è il gatto che non c’è, quello che alla fine di “Alice nel paese delle Meraviglie” scompare  e ciò che resta di lui è solo un sorriso.
    Il mio scopo era riuscire a guardare nella mente di quest’uomo; forse c’è qualcosa, forse no.
    I resoconti delle sue memorie, i suoi ‘fiocchi di neve’ sono un modo per guardare dentro la sua testa.
    Una delle domande che temo è: ‘Perché non hai intervistato qualcun altro?’
    È una scelta, come avvenne per il film su McNamara. Non volevo concentrarmi su ciò che gli altri pensano di Rumsfeld, ma su cosa Rumsfeld pensa di se stesso.

    Si può definire un film sulla fascinazione del potere e la sua capacità di manipolare? In qualche modo questo l’ha influenzata?
    Credo di essere stato abbastanza duro con lui. Vedo “The Unknown Known” come un ritratto devastante, pauroso; l’ho contraddetto abbastanza frequentemente anche se preferivo che fosse lui a contraddire se stesso, e lo fa di continuo con principi che servono a mescolare e confondere, con una lingua strana che mira a manipolare gli altri, ma che ha lo strano effetto di finire per  manipolare se stessi. Al punto tale che alla è lui a perdersi nel suo stesso mare di parole, nomenclature, definizioni..

    Ha detto di aver girato trentatre ore di intervista. Quanto è stato intensivo questo lavoro?
    Ho fatto molte ricerche. Rumsfeld è venuto a Boston, dove vivo, per quattro volte nel giro di undici giorni. Provai le stesse sensazioni di quando avevo appena cominciato a intervistare Mc Namara: mi sembrava cioè di essere in attesa di un esame.
    Non credo alla lista di domande che ci si prepara in anticipo, meglio una preparazione completa, una visione generale e poi non si sa mai cosa può succedere. Un amico presente alle interviste fatte per un altro film mi disse: “Ripeti sempre: ‘Non so da dove cominciare’.  E di solito questa è la verità.

    Per noi italiani, abituati a ritratti simili, è chiaro il motivo per cui Rumsfeld si contraddice dichiarando il falso un giorno sì e uno no: è semplicemente avido di potere come ogni politico…
    Potrei dire che si tratta di politica e  non sarebbe il primo a raccontare qualcosa di falso. Ma c’è qualcosa di diverso: l’uso della filosofia, l’ossessione per le parole, il modo in cui manipola gli altri ma anche se stesso. Trovo più sorprendente quando una persona riesce a contraddirsi un secondo dopo senza neanche accorgersene, tanto da non sapere cosa abbia in testa.

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    Il mito di Capitan Harlock rivive a Venezia 70

    Tra uno scandaloso e disturbante Kim Ki-duk e un’aliena dalle sembianze umane, la Johansson di Jonathan Glazer, in Laguna è anche tempo di vecchie glorie: è il turno di Capitan Harlock, il pirata di Leiji Matsumoto. Il mito di un’intera generazione sbarca così a Venezia rivisitato in 3D, in un film diretto da Shinji Aramaki.
    Un personaggio destinato a volare nello spazio ancora a lungo, perché Matsumoto per ora non ha proprio intenzione di scrivere la parola fine, almeno stando alle sue stesse parole.

    “Ci troviamo all’inizio di una nuova era, un nuovo viaggio di Harlock è appena cominciato. La sua bandiera nera con il teschio bianco vuol dire libertà ed è importante che da adesso in poi continui a farlo volare in tutto lo spazio. Stiamo andando avanti con nuovi progetti e  nuove storie collegate ad Harlock. Un giorno – continua il creatore dello storico manga – verrà scritta la loro fine, ma quel giorno è ancora molto lontano. Spero che i giovani siano spinti e stimolati dai mie racconti”.

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    Amore Carne: Destinazione… se stessi

    Il viaggio in soggettiva di Delbono dentro e fuori di se .
    2stelle
    Esce nelle sale il 27 giugno  la sfida più grande dell’attore e regista teatrale Pippo Delbono, Amore Carne, film interamente girato con un telefonino.
    Un percorso  partito da una camera d’albergo di Parigi passando per Budapest, Birkenau e L’Aquila, un viaggio dove si intrecciano tessuti del mondo contemporaneo, in cui il telefonino di Delbono registra momenti unici e incontri straordinari, tra cui Bobò, l’attore sordomuto o il compositore musicista Alexander Balanescu; tutti testimoni che raccontano la loro personale visione dell’universo, mostrandola attraverso la musica, i gesti e il silenzio. Amore, poesia, passione, ombra, dolore, tragedia e rinascita.
    Il desiderio del regista è quello di trasformare le sue ferite in una nuova linfa, di riuscire a vedere il mondo in modo diverso proprio attraverso le sue cicatrici e di riuscire a mostrarlo attraverso un telefonino, che ha la capacità di non creare imbarazzo, perché le persone che sono filmate non guardano mai in camera, ma guardano la persone che tiene la macchina.
    E’ difficile classificare questa nuova pellicola, documentario, commedia, film musical, costruzione coreografa: sicuramente, però la musica ricopre un ruolo fondamentale. Tutto riconduce alla musica, è la base, il collante di tutto il film, persino il titolo deriva da un testo lirico di Rimbaud; un’inquietudine dell’anima, un desiderio di luce, di spiritualità, un amore che non può e non riesce a staccarsi dalla carne.
    Delbono ha finalmente deciso di raccontare tutto di sè, senza più timori e indugi, spietato con se stesso e con il mondo, ma sempre prendendosi in giro con grande ironia, ed è riuscito a farlo solo dopo la morte della madre, filo conduttore che lega le sue ultime esperienze artistiche, ma alla quale ha sempre tenuto nascosto la parte più intima e nascosta di se stesso.

    Antonella Ravaglia

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  • Una notte agli studios

    Una Notte agli Studios_locandina

    UNA NOTTE AGLI STUDIOS
    GENERE: Commedia
    ANNO: 2012
    USCITA: 30/05/2013
    DURATA:
    NAZIONALITA‘: Italia
    REGIA: Claudio Insegno
    CAST: Elio Germano, Claudio Santamaria, Rolando Ravello, Aylin Prandi, Alessandro Roja, Monica Birladeanu, Jennifer Ulrich, Renato Scarpa, Davide Iacopini, Paolo Calabresi, Fabrizio Rongione, Ignazio Oliva, Ralph Amoussou, Mattia Sbragia, Francesco Acquaroli, Antonio Gerardi, Eva Cambiale, Emilie De Preissac, Camilla Semino, Michaela Bara
    DISTRIBUZIONE:
    TRAMA: Primo Fantasy in 3D tutto italiano. Gli Studios di Cinecittà sono in pericolo poiché un grande produttore americano senza scrupoli vuole radere al suolo tutti i teatri di posa. Il compito di salvare “la fabbrica dei sogni” tocca a due comparse imbranate, aiutati da un’aitante giornalista. Dovranno andare sui set e si ritroveranno a recitare in un film ambientato nell’Antica Roma, in un Poliziesco anni ’70, in un Horror e infine in un film Boccacesco.
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    RECENSIONE:
    VOTO:

    TRAILER

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    MAshRome FilmFest, imperdibile bis

    Celebrating Arts Experiences in the Remix Era
    Roma – Aranciera di San Sisto, Istituto Cervantes
    8 / 11 maggio 2013

    Si tiene a Roma, dall’8 all’11 maggio, presso l’Aranciera di San Sisto e l’Istituto Cervantes, la seconda edizione di MAshRome FilmFest, primo festival italiano dedicato al Mash up e alla cultura del Remix, ideato e diretto da Mariangela Matarozzo e Alessandra Lo Russo.
    Tra sperimentazione e contaminazione il Mash Up è un linguaggio che, mescolando immagini e suoni, estratti da sorgenti diverse – documentario, film d’animazione, film di finzione e contaminando arti diverse, dal cinema alla fotografia crea una nuova opera. Proiezioni di film “mashmetraggi”, masterclass e incontri con gli artisti.
    Evento Speciale di pre-apertura al Macro di via Nizza il maestoso mash up The Final Cut: Ladies and Gentleman del regista ungherese Gyorgy Palfi, che sarà ospite del festival. Già al Festival di Cannes, il film è una storia d’amore raccontata attraverso i fotogrammi tratti da 451 pellicole, dai fratelli Lumière ad Avatar. La trama racconta di un uomo e una donna che hanno centinaia e centinaia di volti ma che allo stesso tempo vivono un’unica storia d’amore.

    Altro atteso ospite del festival, il messicano Carlos Amorales, una delle figure di maggiore rilievo del panorama artistico internazionale, che con il suo Archivio liquido – archivio digitale avviato alla fine degli anni Novanta – attinge per la realizzazione di ogni suo nuovo lavoro, attraverso foto, immagini ricavate da riviste, libri che, trasformate, diventano disegni, installazioni, diapositive, video, copertine di dischi, collage, dipinti, sculture.
    Tra gli eventi del festival, il concerto degli Addictive TV, duo VJ di musica elettronica che creano remix di musica e video, già votati due volte come inumeri uno tra i VJ mashuppers nel mondo.
    Il 9 maggio, a ingresso gratuito, il panel Remix is Everywhere, presso la Real Academia de España di Roma, con artisti e creativi del mondo del cinema e dell’arte, per approfondire i terreni delle nuove tecnologie, dei nuovi linguaggi, dei nuovi media: uno scambio vivace,attivo, partecipato, con confronti e analisi di video, film e materiali audiovisivi.

    Ingresso gratuito fino a esaurimento posti per Masterclass e Talk e ingresso per proiezioni con tessera MashRome.

    MASH_carlos_amorales_-_corvi

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  • National Security: Il film della Tortura

    National Security – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: CHUNG Ji-young
    (sud Corea, 2012) – Durata: 106′

    VOTO: 4.5

    “Se gli eventi del passato vengono raccontati bene e accuratamente, oltre a far riflette, si può anche trovare la forza di perdonare”. Con queste parole è stato presentato alla terza giornata del Far East Film Festival National Security, film che racconta in modo molto accurato l’arresto e le torture subite dall’attivista politico Kim Geun-tea per ventidue giorni, nell’autunno del 1985, durante il regime di Chun Doo-hwan.
    Kim – prima di intraprendere con successo la carriera politica, ottenendo anche una nomina come membro dell’Assemblea Nazionale nel 1996 – era uno dei personaggi chiave del movimento democratico sudcoreano che alla fine obbligò la dittatura militare al potere a modificare la Costituzione e a introdurre le elezioni presidenziali dirette nel 1987.
    Il regista Chung Ji-young rende il film molto duro da sopportare per una forte impronta realistica: l’opprimente senso di disperazione di Kim è evidente, le torture sono mostrate per quasi l’intera durata del film, il lato umano dei carcerieri di Kim, l’empatia che nasce tra gli spettatori e i personaggi e soprattutto gli ultimi commoventi dieci minuti, in cui troviamo un Kim anziano provato dai giorni di tortura che decide di rivedere il peggiore dei suoi aguzzini, ora in carcere. Tutto arricchito dai brevi racconti quotidiani delle torture subite da altri attivisti come Kim, persone che hanno dovuto cercare dentro se stesse la forza di perdonare, nonostante la rabbia, i ricordi terribili e le umiliazioni subite.
    National Security è anche stato premiato al Busan International Film Festival nell’ottobre del 2012 e lo rende sicuramente il miglior film coreano delle giornate di Udine.

    Antonella Ravaglia

     

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    Riccobono e Lodovini, non solo belle in Passione sinistra

    Eva Riccobono e Valentina Lodovini, due bellissime e divertenti protagoniste di ‘Passione sinistra’, ci raccontano le loro protagoniste in un’Italia sempre più allo sbaraglio…

    Eva quanto è difficile recitare la parte della bionda completamente svampita?
    E’ difficile ma divertente. Perché hai la possibilità di tornare ad essere bambina, frivola dire quello che ti pare senza freni. I ruoli più distanti da te sono quelli che ti gratificano di più, devi inventare una personalità che non ti appartiene. In america hanno creato stelle ed incassi fantastici, in Italia non so perché fanno paura.

    Eppure sei quella che tra tutti i caratteri che vediamo nel film dice le verità più condivisibili
    Si perché è il personaggio meno costruito, il più spontaneo, che ha meno preconcetti. Essere di destra ti obbliga ad avere dei comportamenti, idem se sei di sinistra. E’ la nostra società e lei invece riesce ad essere se stessa e si vuole un gran bene.

    Abbiamo parlato di Simonetta, la tua protagonista, Eva invece come vede la realtà che ci circonda, come reagisce alle prime pagine dei giornali che legge al mattino?
    Sono profondamente imbarazzata, disgustata sinceramente. Sono stata sempre una grande sostenitrice dell’Italia nel periodo in cui per il mio mestiere di modella ero in America. Sono sempre voluta tornare, amando il mio Paese, che mi mancava. Proprio viaggiando in tutto il Mondo ho capito che meglio dell’Italia non c’è. Il problema dell’Italia sono gli italiani, un popolo chenon si ama. Noi preferiamo sempre l’erba del vicino, sempre più verde; abbiamo dimenticato quanto sia bella la nostra patria e non la rispettiamo più…

    Valentina, credi di assomigliare alla tua protagonista, ecologista e politicamente impegnata?
    Guarda in effetti no, io e Nina non abbiamo assolutamente nulla in comune, comunque è stato molto bello interpretarla. Siamo distantissime, lei è idealista e come gli idealisti spesso si fa travolgere dalla realtà, io sono molto più pragmatica. Io credo, spero, mi auguro, ci provo… ad essere coerente; Nina non si pone molto il problema di essere coerente, crede e basta. In questo dico che siamo distanti.

    Eva Riccobono si dice ‘disgustata’, tu invece come ti rapporti alle prime pagine dei giornali italiani?
    Da cittadina sono molto molto preoccupata. Mi rendo conto che stiamo vivendo il periodo più nero dal dopoguerra e c’è davvero poco da scherzare. Nina si racconta con leggerezza perché la sua vicenda è inquadrata nell’ambito della commedia. Ecco forse se mi chiedi di cercare un punto di contatto tra Nina e Valentina posso inquadrarlo nella confusione che entrambe ci troviamo ad affrontare. Le paure sono probabilmente le stesse, il modo di affrontarle è però profondamente diverso.

    La crisi quanto e come incide sul meraviglioso mondo dello spettacolo?
    Tanto, come in tutti gli altri settori, non è che poi siamo dei privilegiati inaccessibili. Io personalmente mi sento fortunata perché ho lavorato ed in questo momento sto lavorando tanto, però si produce molto meno e si può tranquillamente parlare di disoccupazione anche tra gli attori.
    La cultura nel nostro Paese sono molti anni che non riceve il giusto sostegno. Figuriamoci adesso che ci sono problemi molto, molto più seri. Se eravamo l’ultima ruota del carro adesso cosa siamo diventati…?

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