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    Roma 2017 – The Place: guardarsi dentro

    Il regista di Perfetti Sconosciuti, Paolo Genovese, torna al cinema con una nuova storia corale che ci invita a guardarci dentro e a fare i conti con il nostro lato più oscuro. Trasposizione cinematografica della serie tv The Booth at the End, The Place ha chiuso la dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma e sarà in sala dal 9 novembre.

    Seduto ad un tavolino in un angolo di un bar, un uomo misterioso ascolta i problemi di chi si trova davanti. Prende appunti, controlla la sua agenda ed è disposto ad esaudire i desideri. In cambio, però, c’è un prezzo da pagare, un compito che mette in profonda crisi chi accetta il compromesso. The Place è il nuovo film di Paolo Genovese che, dopo aver chiuso l’edizione 2017 della Festa del Cinema di Roma, dal 9 novembre sarà nelle sale italiane. Dopo il successo di Perfetti Sconosciuti, “ho avuto la fortuna di dedicarmi a ciò che volevo – ha detto Genovese durante la presentazione del film – ho usato il credito di Perfetti Sconosciuti per proporre un film diverso, inaspettato e che potrebbe piacere al pubblico“.

    Ed effettivamente, in The Place, di novità ce ne sono a partire dall’idea di base del film. La pellicola è una trasposizione cinematografica della serie The Booth at the End, disponibile in Italia su Netflix, e ne riprende personaggi (anche se alcuni sono nuovi), ambiente e, soprattutto, tematiche. Cosa siamo disposti a fare per realizzare i nostri sogni? Quali sono i nostri limiti? Genovese pone al suo pubblico queste domande per ben 10 volte, tante quanti sono i personaggi che chiedono aiuto al misterioso uomo interpretato da Valerio Mastandrea. Un sottile filo rosso lega The Place a Perfetti Sconosciuti: lì si indagava “su quanto poco conosciamo le persone che ci sono vicine – ha detto il regista – qui, invece, si indaga su quanto poco conosciamo noi stessi“. Una riflessione sulla nostra parte più oscura attraverso una serie di storie che solo all’inizio sembrano non riguardarci e che vengono portate sullo schermo da un cast di grandi nomi. Da Valerio Mastandrea a Marco Giallini, da Sabrina Ferilli ad Alba Rohrwacher e poi Alessandro Borghi, Vinicio Marchioni, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Vittoria Puccini, ma, su tutti, Giulia Lazzarini e Silvia D’Amico.

    Così Genovese ci invita in un viaggio verso la costruzione di un sentimento di empatia nei confronti del dolore altrui: dai rapporti burrascosi tra genitori e figli alle frustrazioni quotidiane; dalla ricerca della spiritualità perduta alla voglia di sentirsi ancora amati e apprezzati. The Place ne ha per tutti e, forse, per troppi: sta proprio nella ricchezza dei temi il limite principale di questa pellicola. Non che sia un male portare lo spettatore a fare qualche sforzo in più per seguire queste storie, ma l’abbondanza di informazioni potrebbe pericolosamente portare alla distrazione: The Place si gioca tutto in uno spazio angusto, il tavolino di un bar, è un alternarsi di primi piani e dettagli proprio per permetterci di diventare un’unica cosa con i suoi protagonisti, ma resta fin troppo legato all’originale format televisivo soprattutto quando vuole cercare, per ogni storia e ad ogni costo, un finale che sia il più edificante possibile.

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    Roma 2017 – Borg McEnroe: Gioco, partita, incontro

    Vincitore del premio del pubblico alla 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Borg McEnroe ricostruisce la celebre finale di Wimbledon giocato dal campione svedese e dall’allora astro nascente americano. In sala dal 9 novembre.

    Uno era freddo come un ghiacciaio, l’altro esplodeva come un vulcano. Uno giocava da fondo, l’altro scendeva a rete. Björn Borg e John McEnroe sembravano due modi incompatibili di intendere il tennis ma forse erano solo due facce della stessa medaglia. È questa la teoria di Janus Metz, regista danese, che ha portato sullo schermo Borg McEnroe, un film dedicato a una delle più celebri finali di Wimbledon e a due delle figure più amate del circus tennistico. Interpretato dallo svedese Sverrir Gudnason e dall’americano Shia LaBeouf il film si è anche conquistato il premio del pubblico della 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma.

    La storia è quella di Borg (Gudnason), già quattro volte vincitore di Wimbledon, che arriva a Londra alla ricerca di una quinta vittoria da record. L’unico ostacolo alla sua corona è l’astro nascente John McEnroe (LaBoeuf), futuro numero uno del mondo ma al momento più famoso per le sue sfuriate che per i colpi, pur pregevoli, in campo. La loro sarà una sfida che resterà negli annali di uno sport spettacolare e complesso, tanto da essere entrato solo di rado nel mirino del cinema.

    La scelta registica di Metz è quella di trasformare il tennis in un thriller psicologico, l’unica valida per uno sport che oltre a essere individuale è anche uno sport privo di contatto. Nel tennis si è soli e quello di Borg McEnroe è un racconto di due solitudini: quella del campione svedese vissuta all’insegna di un controllo ossessivo compulsivo, della paura di vedere cancellate le precedenti vittorie a causa di un’ultima sconfitta, quella dell’enfant terrible americano consumata nel nome di un’ambizione frenetica che nasconde un mondo di insicurezze e la terribile prospettiva di non essere amato.

    Il quadro psicologico dei due personaggi, che è il vero protagonista del film, è costruito attraverso una serie di flashback che risalgono indietro nel tempo, fino all’infanzia dei due tennisti, approfondendo il loro rapporto con i genitori e con la figura di un maestro (interpretato da Stellan Skarsgård) che ha tratti evidentemente paterni. Verrebbe da chiedere quanto della ricostruzione sia documentata e quanto è invenzione narrativa. La prima delle due opzioni, sostiene il regista, specie nella parte relativa a Borg (che pur nella ricerca di un’equivicinanza andreottiana finisce per prevalere rispetto all’altra) dove si è avvalso della collaborazione del diretto interessato e della sua famiglia. In particolare Leo Borg, figlio del campione, che oltre a giocare a tennis a livello giovanile interpreta il ruolo di suo padre da ragazzo.

    A imprimere nella memoria il film di Metz non è solo la delicatezza dei suoi profili in chiaroscuro ma anche un montaggio brillante, firmato da Per Kirkegaard e Per Sandholt, che scompone la finale in tante microsequenze, che sottolinea il parapiglia psicologico, il saliscendi emozionale, il gioco di inerzie della mente che sembra muoversi al ritmo delle maree. Borg McEnroe forse non accontenterà tutti (tra i suoi fan di certo non si conta John McEnroe) ma ha il grande merito di ricostruire, come meglio non è stato fatto finora, l’epica e il senso di un sport, e di farlo senza lasciarsi intrappolare dai confini, spesso soffocanti, del cinema di genere sportivo.

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    Roma 2017 – C’est la vie!: Nozze d’oro

    Olivier Nakache ed Eric Tolidano, registi di Quasi Amici, dirigono un’esilarante commedia ambientata nel corso di una festa di matrimonio. Presentata in anteprima nella Selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma.

    Dicono sia il momento più bello di una vita, ma per alcuni è solo un giorno di lavoro. C’est la vie!, presentato in anteprima alla 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma, è il racconto di un party di matrimonio visto per una volta dagli occhi dei camerieri e dell’organizzazione, ma è soprattutto il nuovo film  di Olivier Nakache ed Eric Toledano, i due registi che con Quasi Amici hanno conquistato prima la Francia, poi l’Europa e poi il resto del mondo. Arrivata a tre anni dall’ultima prova, Samba, a sei dal loro film più famoso, questa nuova commedia conta su un cast estremamente variegato guidato da Jean-Pierre Bacri. “Abbiamo preso attori che vengono dal teatro, attori della comédie française –  ha raccontato uno dei due registi, Eric Toledano, presentando il film alla stampa italiana – volevamo unire persone con un background diverso e questo è già un modo di dare un’immagine della nostra Francia”.

    C’est la vie! racconta quindi di una festa di matrimonio organizzata nei minimi dettagli sullo sfondo di una cornice  suggestiva, lo chateau de Courances, vicino Fontainbleu. Gestiti dalla sapiente direzione di Max (Bacri) durante la giornata si intrecciano le storie del fotografo Guy (Jean-Paul Rouve), paladino dell’analogico in un mondo digitale, del cantante James (Gilles Lellouche) alle prese con un repertorio retrò che non conosce benissimo, del cameriere depresso Julien (Vincent Macaigne) che incontra una sua vecchia fiamma e di tanti altri.

    “L’idea di girare un film su un matrimonio c’è venuta dopo aver ripreso un giorno di nozze nel nostro film precedente – continua Toledano – È un giorno importante, dove si concentrano emozioni ma anche tensioni e ci è sembrato subito un’ambientazione interessante per un film”. Nakache e Toledano tessono mille trame alternandole con gran piglio e concentrando il loro lavoro sugli attori, sui tempi e sul montaggio serrato. “Abbiamo lavorato con ogni membro del cast singolarmente, abbiamo provato tantissimo, soprattutto volevamo che ogni movimento, che ogni gesto sembrasse realistico. E poi i tempi comici. I tempi sono tutto per la riuscita di una commedia”.

    La festa nuziale di C’est la vie!, oltre ad alimentare lo spasso dello spettatore, riesce a sfuggire alla trappola del cinema teatro grazie all’alternanza delle situazioni e a una location decisamente versatile, grazie anche a una trama che sfrutta al meglio la tecnica del tormentone, proponendo una battuta e ripetendola a intervalli regolari in un crescendo parossistico che trova una sua sorta di epifania nell’esilarante sequenza della mongolfiera. Toledano però confessa che nel suo film ha voluto anche e soprattutto raccontare la realtà francese. “Nel film c’è una scena, quella del blackout, che racconta bene la situazione del mio paese. È una scena in cui sembra che tutto possa andare male, ma è grazie allo sforzo di tutti, dai lavapiatti, agli invitati, ai manager dell’organizzazione, che la festa riesce a risollevarsi come penso che pure la Francia possa risollevarsi”.

    Allegorie a parte C’est la vie! è soprattutto una commedia, che per ammissione degli autori si rifà anche alla tradizione italiana degli anni 60 e 70, ma che purtroppo ha una coscienza autoriale sconosciuta alla produzione Italiana contemporanea. Un film divertente e bello, delicato e malinconico, un altro tassello di una filmografia, quella di Nakache e Toledano, che raramente delude.

     

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    Roma 2017 – A Prayer Before Dawn: tra demoni e speranze

    Presentato nella Selezione Ufficiale dello scorso Festival di Cannes, arriva alla Festa del Cinema di Roma il film di Jean-Stéphane Sauvaire, A Prayer Before Dawn. Un viaggio nei luoghi oscuri dell’anima tra i demoni della tossicodipendenza e le speranze regalate dalla boxe.

    Un film di corpi, di violenza, dei demoni della tossicodipendenza e delle speranze di sopravvivenza regalate dallo sport. La storia del giovane Billy Moore, pugile di origine inglese recluso in un carcere thailandese per possesso di droga, sveste i panni del libro e arriva sul grande schermo con A Prayer Before Dawn, prima a Cannes e, adesso, a Roma. Il regista Jean-Stéphane Sauvaire firma un’opera che mostra la discesa agli inferi di un giovane uomo: straniero in una terra con usanze e costumi molto diversi da quelli a cui è abituato, Billy deve fare i conti con le sue dipendenze in un ambiente ostile, di cui a fatica riesce a comprenderne le dinamiche.

    Un cinema che non vuole fare proseliti, ma vuole mostrare la determinazione di chi, ad un certo punto, si trova a dover scegliere se sopravvivere o cedere. Regna il caos nella testa di Billy e Sauvaire è molto bravo a rappresentarlo soprattutto all’inizio della pellicola, quando il ragazzo ci viene mostrato nelle sue debolezze in un montaggio dal ritmo veloce. Quella droga che lo condannerà al carcere, lo porterà ad affrontare la vita in maniera diversa. In un ambiente governato dalla violenza – il duro carcere thailandese – Billy capisce che solo canalizzandola potrà trovare un posto al suo interno. La boxe è l’unico modo che ha per evadere dall’aspro regime a cui è sottoposto: nella detenzione, è la sua unica via di salvezza, l’unico appiglio a cui afferrarsi quando tutto si fa cupo e crudele. A dare volto e, soprattutto, corpo a Billy c’è Joe Cole (unico attore professionista del cast): con la sua intensa interpretazione, fisica e mentale, l’attore è capace di reggere bene un personaggio complesso, ricco di contraddizioni e conflitti interiori.

    I lunghi piani sequenza si concentrano sui corpi di chi è in scena: tutti portano i segni di un passato difficile – che siano tatuaggi o ferite – ma non per questo Sauvaire si erge a difensore di chi popola quelle carceri. Ne mostra le difficoltà, certo, mostra a cosa devono sottostare, senza chiedere a chi osserva di avere pietà, ma solo rispetto perché, in fondo, sono persone che hanno fatto gravi errori. E che ora stanno pagando. A Prayer Before Dawn non nasconde nulla, mostra la forza brutale di un combattimento, la violenza del carcere e, allo stesso tempo, la ricerca di una certa normalità (allenarsi, far parte di un gruppo, innamorarsi). Pochi i dialoghi, tanti i primi piani, solo così la macchina da presa può mostrare non solo gli incontri di boxe – ripresi da molto vicino – ma anche quelle anime che si dimenano nelle loro battaglie interiori.

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    Roma 2017 – Valley of Shadows: le ombre della crescita

    In selezione ufficiale al Festival Internazionale di Toronto, alla Festa del Cinema di Roma arriva il norvegese Valley of Shadows, di Jonas Matzow Gulbrandsen. Un viaggio di crescita di un bambino tra le oscure ombre della foresta norvegese.

    Il cinema del Nord Europa si è sempre concentrato, sin dai suoi esordi, sul rapporto tra natura e uomo. Valley of Shadows di Jonas Matzow Gulbrandsen, presente della Selezione Ufficiale sia del Festival di Toronto che della Festa del Cinema di Roma, non fa eccezione, anche se il suo protagonista è un bambino. Aslak vive in un piccolo paesino della Norvegia con la madre. Il suo amico Lasse gli mostra delle pecore brutalmente uccise da quello che pensa essere un licantropo e, dopo una sconvolgente notizia che riguarda la sua famiglia, il bambino si avventura nella vicina foresta, alla ricerca del cane scappato.

    Cupo e impreziosito dagli spettacolari paesaggi norvegesi, Valley of Shadows è il classico film sul “coming-of-age” che questa volta vede un bambino affrontare le sue paure. Il licantropo come metafora di ciò che non si conosce, come simbolo del diverso e incarnazione della paura: il viaggio di Aslak, oltre a simboleggiare il passaggio dall’età infantile ad una più matura, vuole fare luce su questo mistero per arrivare a capire ciò che gli altri hanno rinunciato a fare. La pellicola di Guldbrandsen, però, è solo capace di sfruttare nel migliore dei modi – grazie alla fotografia di Marius Matzow Gulbrandsen – i paesaggi nordici, trascurando le basi che tutto l’intero progetto dovrebbe avere. Opacizzate dalla nebbia o disturbate dai fitti rami degli alberi e dalla pioggia, le immagini che Valley of Shadows ci regala sono di una bellezza intensa, che rapisce i nostri sguardi.

    Nello svolgimento, però, ci si rende conto che la pellicola, oltre quello, non offre molto di più. Anche l’incontro di Aslak con il misterioso ragazzo nei boschi, rappresenta più un’occasione mancata che un vero e proprio colpo di scena destinato a dare quella svolta tanto attesa. Le domande dell’inizio non trovano una risposta e quando la tensione sembra crescere – come cresce l’intensità della bellissima colonna sonora realizzata da Zbigniew Preisner – le attese vengono smorzate in un nulla di fatto che lascia spaesati. Gulbrandsen aveva davanti a sé una serie di elementi che potevano essere il punto di partenza per realizzare un prodotto che spiccasse non solo per la forma, ma anche, e soprattutto, per il contenuto.

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    Roma 2017 – The Party: Cinema da camera

    Kristin Scott Thomas, Timothy Spall, Bruno Ganz e Cillian Murphy animano The Party, la commedia britannica indipendente diretta da Sally Potter presentata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma.

    Una cena, gli amici di sempre, un’occasione da celebrare. Classico spaccato quotidiano che come le vite più imprevedibili comincia a sfuggire a qualunque illusione di controllo. The Party, presentato in anteprima alla 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma, è la nuova opera dell’inglese Sally Potter, regista di Orlando e Lezioni di Tango, che arruola un cast di livello e ci porta nei sobborghi della Londra benestante per raccontarci una storia di crisi di mezz’età e di ipocrisie, di malattie, tradimenti e pistole.

    Janet (Kristin Scott Thomas) ha appena coronato il grande obiettivo della sua vita politica, è diventata ministro del governo ombra britannico. Decide di celebrare invitando gli amici più stretti nella casa che divide col marito Bill (Timothy Spall), un intellettuale che naviga sulla rotta di una strana depressione. E così arrivano la sarcastica April (Patricia Clarkson) col suo nuovo compagno, un life coach tedesco (Bruno Ganz), e la professoressa Martha (Cherry Jones) con la moglie Jinny (Emily Mortimer), e poi c’è pure Tom (Cillian Murphy), broker cocainomane con una pistola in tasca e qualche conto da saldare.

    The Party, chiuso com’è tra le pareti di un’intimità domestica che nel migliore dei casi scricchiola, è un classico esempio di cinema da camera, di teatro adattato ad un altro medium. E come il miglior teatro è sulla forza del testo e dei suoi interpreti che costruisce le fondamenta della sua scalata all’umano divertimento. Sally Potter lascia le immagini nelle mani del direttore della fotografia e Aleksei Rodionov sfuma in un morbido bianco e nero le asperità di una trama che scompone a poco a poco le certezze della borghesia liberal. Una classe sociale all’apparenza solida, in realtà molto fragile. La regista preferisce lavorare sugli attori, sui tempi, sui personaggi. “Con loro ho svolto un lavoro dettagliato e individuale – ha spiegato la regista incontrando la stampa durante la Festa del cinema di Roma – li raggiungevo ovunque. Abbiamo lavorato sul dettaglio, sulla voce e sul modo di muoversi e una volta riuniti erano tutti molto sicuri di ciò che avrebbero dovuto fare. Poi è arrivato il momento di girare ed è stato tutto molto veloce ed intenso”. E questo lavoro paga alla perfezione per tutti, anche se le battute affilate di Patricia Clarkson e le irresistibili frasi fatte di Bruno Ganz sono quelle che al termine dei 70 minuti di film restano più impresse.

    Testo e attori, dunque. E sono loro che fanno di The Party una commedia semplice, divertente, ben diretta, ben recitata e con quel pizzico di sapore indie che non guasta mai.

     

     

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    Roma 2017 – Insyriated: guerra, morale e sacrificio

    Vincitore del Premio del Pubblico nella sezione Panorama della scorsa edizione del Festival di Berlino, arriva alla Festa del Cinema 2017 Insyriated, il dramma firmato dal belga Philippe Van Leeuw che porta gli spettatori in una casa di una città siriana sotto assedio.

    La guerra, agli occhi di chi la vive da lontano, magari attraverso le immagini passate alla tv o in giro per il web, sono palazzi che crollano, corpi privi di vita che giacciono per strada, miseria, disperazione. Raramente c’è uno sguardo più ravvicinato, dove il dettaglio, non necessariamente crudo, prenda il sopravvento. Mostrare il terrore di chi vive quotidianamente la guerra, diventarne parte: sta in questo lo scopo di Insyriated, il film di Philippe Van Leeuw già vincitore del Premio del Pubblico alla Berlinale e presentato, in questi giorni, alla Festa del Cinema di Roma.

    Come suggerisce il titolo, Insyriated è un processo di identificazione al quale siamo chiamati. Nella casa popolata da una famiglia di sette persone, più tre vicini, ci finiamo anche noi. Inutile mantenere un atteggiamento distaccato, Van Leeuw, in un modo o nell’altro, finisce per farci diventare l’undicesimo ospite della casa. Gli basta lo scoppio di una bomba, una raffica di spari da parte di un cecchino o qualcuno che insistentemente bussa alla porta e il gioco è fatto: la paura degli undici protagonisti diventa la nostra e quel luogo claustrofobico, con tutte quelle porte e quei corridoi, inevitabilmente ci inghiottisce. Insyriated va, però, oltre. Sarebbe inutile e anche irrispettoso verso chi vive questa condizione ogni giorno, affidare al cinema questi sentimenti: nel buio della sala, protetti, chi ci dà il diritto di “fare finta che” siamo lì anche noi? Dal processo di immedesimazione, si arriva, dunque, alla questione centrale del film: cosa siamo disposti a fare, a sacrificare, per salvaguardare la vita della nostra famiglia?

    Oum (Hiam Abbass) cerca di mantenere una parvenza di normalità: si dà da fare con la domestica Delhani (Juliette Navis) per garantire ai figli, al suocero e ai suoi vicini di casa quell’ordine che vigeva nella casa prima dell’inasprirsi della guerra. Cinque generazioni costrette a stare in un appartamento e a cercare riparo in quella cucina ad ogni esplosione esterna. La guerra, in Insyriated, si sente, fa sussultare, così come sussultiamo quando bussano alla porta. Nel silenzio del palazzo abbandonato, chi osa mettere in discussione l’ordine di Oum? L’uomo-animale creatore della guerra (e creato dalla guerra), quella forza bruta dalla quale la donna vuole proteggere la casa e i suoi abitanti. Ma l’assurdità dell’evento bellico si spinge oltre e richiede un terribile sacrificio.

    Insyriated interroga la nostra morale, ci pone dei quesiti a cui ci accorgiamo di non riuscire a rispondere. Ci provano le sue protagoniste (gli uomini sono secondari in questo film): Hiam Abbass in primo luogo, con la sua intensità e la forza che riesce a dare ad Oum, e Diamond Bou Abbound (Halima), la vicina di casa dalla quale ci aspettiamo, sin dall’inizio, solo una cosa, di avere sempre più coraggio. Su tutti, lo sguardo del nonno (interpretato da un vero rifugiato siriano, come il resto del cast ad eccezione delle tre attrici protagoniste), degna conclusione di una pellicola che sconvolge per la semplicità della sua struttura, ma che non fa sconti al suo pubblico.

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