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    Moonlight: i dolori del giovane Chiron

    È stato il film di apertura dell’edizione 2016 della Festa del Cinema di Roma e, dopo la vittoria del Golden Globe come Miglior Film, Moonlight arriva nelle nostre sale dal 16 febbraio. Il bildungsroman di Barry Jenkins, candidato ad otto Premi Oscar, tra cui Miglior Film, porta sul grande schermo un percorso di formazione alla scoperta di se stessi, del proprio spazio nel mondo e della propria sessualità.

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    Se c’è una scena che meglio rende l’essenza di Moonlight è quella in cui il protagonista, il piccolo Chiron, impara a nuotare. Sorretto dalle possenti braccia di Juan (Mahershala Ali, candidato agli Oscar come Miglior Attore Non Protagonista), l’uomo che lo sta aiutando a crescere, il bambino arranca tra le onde, muove le braccia e respira a fatica. Diventiamo parte di quello che stiamo vedendo nel momento in cui Barry Jenkins posiziona la macchina da presa proprio a filo d’acqua, così da farci provare, per la prima volta, la sensazione che proveremo per tutto il film: quella di riuscire, a fatica, a stare a galla.

    Ogni fotogramma di Moonlight immerge lo spettatore in questo percorso di formazione: un bildungsroman che, dall’infanzia all’età adulta, porta il protagonista, Chiron, ad attraversare tutte le tappe fondamentali della crescita, fino alla scoperta, in una opprimente realtà intrisa di testosterone e forza bruta, della sua presunta omosessualità.
    Tratto da In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney, la pellicola di Jenkins gioca con i colori scuri e freddi di una notte di luna piena, e si impossessa di quello slang americano che vuole il blu come colore della tristezza. E in effetti gli occhi di Chiron, in tutte e tre le fasi della sua crescita, sono tristi, sembrano assuefatti all’idea che per lui non ci sarà nessun tipo di cambiamento, almeno fino a quando quel bacio con Kevin in riva al mare non stravolge la situazione. Quello che era il sospetto del bambino, la curiosità di capire, ora diventa il dubbio che perseguita l’adolescente e l’ossessione (nascosta) dell’adulto. Jenkins, però, non sviscera del tutto l’argomento e a parlare sono gli sguardi tra i due protagonisti, così spetta allo spettatore di coglierne le sfumature: di complicità nella prima parte del film, comprensione nella seconda e desiderio nella terza.

    Infanzia, adolescenza, età adulta. Little, Chiron e Black: tre capitoli di un romanzo che mirano a descrivere un’esistenza. E se i primi due affascinano, l’ultimo sembra rallentare il ritmo del racconto: qui, infatti, i dialoghi diventano superflui e quello che si avverte è solo la forte tensione che scaturisce dai lunghi sguardi che Chiron e Kevin si scambiano, regalandoci una lunga scena finale magnifica, che raramente si è vista al cinema. A Berry Jenkins va il merito di portare sullo schermo una storia che affronta un certo tema (la scoperta della propria natura) ambientandola in un contesto poco conosciuto sotto questo punto di vista (la comunità afroamericana degli Stati del Sud), ma affidare buona parte del racconto ad elementi che necessitano di molta attenzione per essere colti, può rappresentare un grande azzardo per Moonlight, tanto da arrivare ad oscurare la potenza di cui è intriso ogni suo singolo fotogramma.

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    Manchester by the sea: equilibri perfetti

    Dopo la presentazione alla scorsa Festa del Cinema di Roma, Manchester by the Sea arriva in Italia dal 16 febbraio. Candidato a sei premi Oscar, il film di Kenneth Lonergan può contare sulle straordinarie interpretazioni di Casey AffleckLucas Hedges e Michelle Williams e, in un equilibrio perfetto tra dramma e ironia, racconta la storia di un uomo che porta addosso un dolore molto forte.

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    Tragedia e ironia: in perfetto equilibrio tra questi due poli, Manchester by the Sea è specchio della vita. Il silenzioso tuttofare Lee (Casey Affleck) deve tornare nel suo paese di origine dopo la morte del fratello, da tempo malato. Qui scopre di essere stato nominato tutore del nipote, Patrick (Lucas Hedges), e deve affrontare un passato tragico che gli si ripropone in tutta la sua crudeltà. “Mi interessava portare sullo schermo – ha affermato il regista, Kenneth Lonergan durante la presentazione del film alla scorsa Festa del Cinema di Roma – la storia di un uomo che deve portare addosso un dolore molto forte. Volevo fare un film su una persona che non ha la forza di andare avanti in questa situazione“.

    Manchester by the Sea conquista da subito l’attenzione di chi guarda grazie ai tanti specchietti per le allodole che il regista dissemina nella prima parte del film: ci rendiamo immediatamente conto che quello che abbiamo davanti è un personaggio difficile, ma a lungo non riusciamo a capire le motivazioni che stanno alla base del suo modo di fare. Scontroso, silenzioso, facile agli scatti d’ira, pronto a chiudere qualsiasi conversazione con un “ne dobbiamo parlare proprio adesso?“, Lee ha il volto di uno straordinario Casey Affleck (meritatissima la nomination all’Oscar), che regge benissimo tutti i 135 minuti di durata del film. Ben presto la sua sofferenza diventa tangibile, ma le carte sono ben lungi dall’essere scoperte: tra flashback dal retrogusto fortemente nostalgico e battute ironiche che provocano molte risate, Lonergan prepara la strada per il colpo di scena, uno di quelli che fanno accapponare la pelle e restare a bocca aperta.

    La potenza di questo film sta proprio nel modo equilibrato, come dicevamo, che la regia ha usato per cucire insieme momenti fortemente drammatici ad altri più leggeri. “Penso che la presenza degli elementi comici – continua Lonergansia molto importante per questo tipo di storie. Quest’uomo sente che la sua vita è stata distrutta, ma si rende perfettamente conto che il mondo è andato avanti“. Non ci troviamo di fronte a qualcosa di verosimile, ma a qualcosa di vero: Manchester by the Sea trasuda realtà grazie all’incedere parallelo dei momenti tragici  con quelli ironici.
    Restituire al cinema una tale intensità è difficile e raramente ci si ritrova con film che funzionano in tal senso. La pellicola di Lonergan, invece, centra l’obiettivo e si configura come un’opera equilibrata, dove il dramma di un uomo diventa prima il dramma di una famiglia e poi di un’intera cittadina (basta vedere come gli abitanti del paese reagiscono al ritorno di Lee), dove i fantastici panorami (applausi per la fotografia di Jody Lee Lipes) fanno da corollario ora ai lunghi silenzi ora alle risate. L’unica cosa richiesta allo spettatore è la sua pazienza: le scelte di Lee non stanno lì per essere giudicate, si svolgono con tutta la lentezza possibile e, quando se ne scopre il motivo, ci si rende conto che il dolore di quest’uomo merita solo il nostro più profondo rispetto.

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    Le stagioni di Louise: la delicatezza di un acquerello

    In sala dal 22 dicembre, Le stagioni di Louise è il film di animazione franco-canadese diretto da Jean-François Laguionie. In un paesino della Normandia, un’anziana donna si ritrova completamente da sola con i suoi ricordi: un’occasione unica per guardare a se stessa in maniera molto diversa da prima.

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    La trama della carta, i colori pastello, le strisce del pennello, le linee essenziali dei disegni che però non rinunciano ai particolari, una storia che si insinua nelle profondità dell’inconscio: Le stagioni di Louise è tutto questo. Sotto le sembianze di un semplice film d’animazione d’altri tempi si nasconde una pellicola che conduce lo spettatore in un profondo percorso di introspezione.
    Louise è un’anziana signora dal naso grosso che trascorre i suoi ultimi giorni di vacanza in un piccolo paese della Normandia in riva all’Oceano: scontrosa e solitaria, la donna non ama essere circondata dai rumorosi bagnanti che affollano la spiaggia. Il giorno della partenza, Louise perde l’ultimo treno per tornare in città e resta completamente da sola nel paesino in balia di una brutta tempesta all’orizzonte.

    Scritto e diretto da Jean-François Laguionie, Le stagioni di Louise è stato presentato durante la scorsa edizione della Festa del Cinema di Roma, all’interno della sezione Alice nella città, e arriva, a ridosso di Natale, nei nostri cinema. E se il periodo, da un lato, si presta molto a storie di questo tipo, dall’altro vede il film fronteggiare concorrenti molto più appetibili, considerato anche che il pubblico a cui si rivolge non è certamente molto vasto.
    In riva all’Oceano, dove la donna si stabilisce costruendosi una baracca, realtà e tempo si fermano: procedendo avanti nella pellicola, con Louise abbandoniamo qualsiasi senso del reale, rinunciamo a trovare una spiegazione logica e razionale a tutto ciò che vediamo (perché nessuno la va a cercare?) e ci addentriamo in un viaggio nell’inconscio della protagonista, tra ricordi del passato e solitudini del presente. Quel paese dove Louise, novella Robinson Crusoe, si ritrova “naufraga”, è il luogo dell’infanzia vissuta con la nonna, dove lo scheletro di un paracadutista dello sbarco in Normandia imprigionato tra gli alberi di un bosco è custode delle sue confessioni di ragazzina, dove l’alternarsi delle stagioni ha quel sapore genuino di ciò che sembra essere perso per sempre.

    Nella solitudine forzata, rotta solo dalle conversazioni con un cane incontrato sulla spiaggia, Louise riflette sulla sua esistenza, si prende una pausa dalla frenesia della società moderna, per riscoprire, grazie alla quotidiana lotta per la sopravvivenza, grazie ai ricordi dell’infanzia, il valore originario di tutte quelle cose che finiamo per dare per scontate. Il connubio, poi, con la tradizionale tecnica di animazione, i colori pastello e la meraviglia degli acquerelli, con la trama della carta che si nota in più occasioni, fanno di Le stagioni di Louise (Louise en hiver in lingua originale) una pellicola dal fascino unico, che affronta il tema della solitudine mostrandocene il lato più poetico.

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    Lion: un viaggio lungo 25 anni

    Tratto dall’incredibile storia vera di Saroo Brierley, Lion è stato il film di chiusura della scorsa edizione della Festa del Cinema di Roma. Diretto da Garth Davis, il film si concentra sul lungo viaggio del suo protagonista alla ricerca della sua famiglia d’origine. Con Dev Patel, Rooney Mara e Nicole Kidman, il film sarà nelle nostre sale il 22 dicembre.

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    Saroo è nato in un piccolo villaggio dell’India del Nord. Un giorno, per errore, si ritrova su un treno che lo porta a Calcutta, a migliaia di chilometri lontano da casa. Completamente solo, il piccolo cerca di sopravvivere nelle strade della grande città indiana, fino a quando non viene condotto in un orfanotrofio e, qualche mese dopo, viene affidato ad una coppia australiana. Venti anni dopo, il desiderio di scoprire le proprie origini e di ritrovare i suoi amati fratelli e la madre, portano il giovane uomo ad intraprendere, finalmente, quel viaggio di ritorno.

    Tratto da La lunga strada per tornare a casa, libro di memorie scritto da Saroo Brierley, Lion è stato presentato, come film di chiusura, durante l’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma e porta sugli schermi una storia vera davanti alla quale è difficile rimanere impassibili. Ogni fotogramma della pellicola diretta da Garth Davis trasuda emozione, partendo proprio dalla primissima scena (Saroo in un campo circondato da farfalle), Lion si muove verso la costruzione di un processo che porta lo spettatore alla totale empatia con il protagonista. Complici gli occhioni di Sunny Pawar, il giovanissimo e strepitoso attore indiano che interpreta Saroo nella prima parte del film, e alcune scelte tecniche operate da Davis (come quella di posizionare all’altezza degli occhi di Pawar le telecamere) passiamo dal percepire le difficoltà in cui il bambino cresce al suo senso di spaesamento e di abbandono quando si allontana da casa, dalle paure per tutto ciò che la vita in strada comporta, fino alla speranza di cambiare la propria condizione.

    Con Dev Patel in scena, invece, entriamo nella seconda fase di questo viaggio. Qui la ricerca assume una chiave più intimistica e simbolica che trova la sua ragione d’essere nell’ancestrale bisogno di capire chi siamo attraverso la scoperta delle nostre radici. Patel da prova di grande maturità artistica, mostrandoci un personaggio in crisi che non riesce a dimenticare il suo passato, ma che ha la determinazione (e la paura) di volerlo riscoprire. Per il suo debutto, Davis, che in passato ha diretto molti spot pubblicitari e qualche puntata della serie Top of the Lake, può contare anche sull’interpretazione di Nicole Kidman: all’attrice spetta un ruolo minore, quello della madre adottiva di Saroo, ma che non resta inosservato. Poco incisiva, invece, l’interpretazione di Rooney Mara, chiamata ad interpretare Lucy, la fidanzata di Saroo.

    Nonostante la tematica, che si presta facilmente a venir trattata in maniera melensa o noiosa, dando vita ad un polpettone indigesto, Lion (aspettate la fine del film per scoprire le ragioni di questo titolo) per ben due ore gioca con la nostra emotività, ci invita ad abbandonarci ad esse e se scappa la lacrima, poco importa: non sarete gli unici in sala. Perché Davis, con questo film, ci mostra di sapere bene che il cinema è condivisione di emozioni, non solo tra noi e i personaggi che vediamo in azione, ma anche tra noi e chi ci è seduto vicino in sala.

     

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    The Birth of a Nation: Quel guerriero di Nat Turner

    Coraggioso, incendiario e appassionato: dopo la presentazione alla scorsa edizione della Festa del Cinema di Roma, arriva in sala l’esordio alla regia di Nate Parker. The Birth of A Nation è il ritratto di Nat Turner, afroamericano che nel 1831 guidò una rivolta di schiavi nella Contea di Southampton in Virginia. In sala dal 14 dicembre.

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    Saggezza, coraggio e lungimiranza: sono le qualità che fanno di un uomo un profeta, un capo. E almeno secondo Nate Parker, nel suo The Birth of a Nation, sono le stesse che avrebbero definito la personalità di Nat Turner, schiavo afroamericano che nel 1831 guidò una rivolta nella Contea di Southampton, in Virginia. Figura controversa che la letteratura del settore ha spesso consegnato all’immaginario collettivo come un fanatico sanguinario nonchè un radicale estremista supportato dalla sua incrollabile fede in Dio, dal suo misticismo e da una profonda conoscenza della Bibbia che il suo padrone, di cui aveva assunto il cognome, gli aveva insegnato a leggere sin da ragazzo: un predicatore che leggeva testi sacri per fare proselitismo tra la sua gente e che ben presto si sarebbe meritato l’appellativo di profeta.
    La rivolta condotta da Turner terminò con la sua impiccagione dopo che gli insorti avevano massacrato qualsiasi bianco si trovasse sul loro cammino; il suo cadavere venne scuoiato e la sua carne usata per farne del grasso.
    Nate Parker questo film lo ha voluto con tutto se stesso preoccupandosi di scriverlo, interpretarlo e dirigerlo a tal punto da firmarci il suo debutto alla regia.
    The Birth of a Nation, probabile favorito ai prossimi Oscar, non è certo un film accomodante, a partire del titolo: palese e beffarda presa in giro di quel Nascita di una nazione del 1915 di David Wark Griffith, caposaldo del cinema moderno, nonché ritratto celebrativo del Ku Klux Klan, ristabilizzatore di ordine e sicurezza.
    Il Turner di Parker è profetico, cristologico, rivoluzionario, un ribelle rabbioso e anche vendicativo, come spesso lo è chi sta dalla parte degli ultimi; il film non si risparmia per crudezza e violenza rinunciando a qualsiasi immagine consolatoria del nero abbrutito, sofferente, martire che per secoli ha tenuto a bada l’ego dell’uomo bianco.
    Qui gli oppressi non solo piangono, sanguinano, pregano e si piegano sotto il peso delle catene nelle piantagioni di cotone, ma si incazzano, ti guardano negli occhi e sì, armati di asce e pugnali, uccidono selvaggiamente il ‘buon cristiano’.

    The Birth of a Nation è un film incendiario, appassionato, arrabbiato, potente anche se a volte la foga del regista prende il sopravvento inondalo di una retorica sconsiderata e immagini oniriche fuori contesto, un Braveheart in salsa afro che trova il suo guerriero in Natan Turner.
    Un j’accuse anche verso quel verbo cristiano usato come strumento per addomesticare gli animi più irrequieti (“Anche il negro più cattivo teme il Vangelo”) e che un giorno inevitabilmente si ritorcerà contro gli stessi oppressori .
    “Si spezzino le catene della malvagità, si sciolgano i legami del giogo, si lascino liberi gli oppressi, s’infranga ogni sorta di catene. Presto sarà il momento in cui gli ultimi saranno i primi e i primi saranno gli ultimi”: a queste parole Parker affida il germe della rivoluzione, una presa di coscienza innescata da quella Bibbia che Turner conosceva così bene e che in nome di un Dio iracondo prima ammansisce e poi libera.

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    Captain Fantastic: Il dilemma dell’utopista

    Viggo Mortensen interpreta un hippie padre di sei figli alle prese con la sua piccola utopia. Captain Fantastic, di Matt Ross, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma.

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    Un padre, sei figli, una foresta, una libreria e il sogno di una vita diversa. Captain Fantastic non è il nome di un supereroe sebbene la sua parabola, intrecciata di assoluti, non sia priva di un certo eroismo. Captain Fantastic è l’ultimo personaggio portato sullo schermo da Viggo Mortensen, uno che dal Signore degli Anelli a History of Violence di eroi se ne intende, ed è anche il titolo del film scritto e diretto da Matt Ross, attore di serie tv con velleità da regista, qui al suo secondo lungometraggio.

    Presentato nella selezione ufficiale alla Festa del Cinema di Roma, in collaborazione con Alice nella Città, Captain Fantastic racconta la storia di Ben Cash (Mortensen), padre di sei figli, che ha deciso di rinnegare lo stile di vita americano e di ritirarsi nei boschi, dove al posto della consueta dieta di videogame e fast food, i figli sono sottoposti a un addestramento da survivalist ma anche a un’educazione culturale fuori dalla norma, a colpi di Noam Chomsky, di classici della letteratura e di trattati sulle grandi teorie scientifiche. A rompere l’idillio è però una notizia tragica, la morte della madre ricoverata da tempo in una clinica cittadina, che costringerà la famiglia Cash a un confronto con il loro passato e con il loro futuro, con i familiari di città, con le loro contraddizioni.

    Quello che lo stesso Mortensen ha definito “un road movie fisico e soprattutto spirituale” inizia col brio della commedia ma anche quando sceglie le note agrodolci non lo fa mai in maniera prevedibile. Ross, autore anche della sceneggiatura che prende spunto dalla sua infanzia vissuta in certe comuni rurali della California, non divide l’immaginario di Captain Fantastic in buoni e cattivi e sottolinea le contraddizioni di tutte le americhe descritte, quella delle campagne, l’America dei sobborghi, l’America dei ricchi conservatori. I figli di Ben sono addestrati a riflettere, ad avere una coscienza politica, hanno una forma invidiabile e guardano con stupore i clienti sovrappeso di un diner, ma sono completamente privi di qualunque spirito sociale, pensano che Nike sia solo il nome della dea vittoria e sono stati addestrati all’uso delle armi già in tenera età. Qual è lo stile di vita più giusto? Qual è il modo migliore per educare i propri figli? Captain Fantastic non ha l’arroganza di voler dare risposte ma ha la potenza di instillare i dubbi, in un meccanismo narrativo solido che neanche una certa ridondanza di scene finali riesce a scardinare.

    Mortensen, dopo l’Aragorn del Signore degli Anelli, dopo i protagonisti dei film di David Cronenberg, sceglie un altro splendido personaggio, quello di un hippie anti-sistema che si trova di fronte a una scelta impossibile, quello di un uomo che non accetta una società profondamente sbagliata ma che si rende conto a poco a poco che la vita non può essere costretta dai vincoli di un’utopia. Captain Fantastic è un film profondo come il suo protagonista, un eroe imperfetto che più lontano non si può dai “colleghi” in mantello e maschera.

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    3 Generations: autentici o normali? Umani!

    Dopo la presentazione alla Festa del Cinema di Roma 2016, dal 24 novembre arriva nelle nostre sale 3 Generations – Una famiglia quasi perfetta, film di Gaby Dellal che racconta la storia di una transizione sessuale. Le interpretazioni di Elle Fanning, Naomi Watts e Susan Sarandon fanno da contraltare alle improvvise virate narrative della pellicola.

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    Conserve the Humanity“. E’ quanto si legge su un poster in camera di Ray, sedicenne newyorkese che sin da quando aveva quattro anni ha un grande sogno: cambiare sesso e diventare un maschio. 3 Generations – Una famiglia quasi perfetta (furbissimo sottotitolo tutto italiano) si gioca tutto sulla dicotomia “autenticità vs. normalità” e quelle parole citate prima sembrano essere la sintesi perfetta del loro incontro.

    Ray, che ha il volto di Elle Fanning, è la personificazione di quello che significa crescere senza sentirsi minimamente a proprio agio nel corpo in cui si è nati: il suo non è un capriccio, ma è la determinazione di chi, nonostante la giovanissima età, sa perfettamente chi è e cosa vuole. Alla nonna lesbica, femminista ed ex-sessantottina (Susan Sarandon) che gli suggerisce di essere semplicemente “autentico”, Ray risponde dicendo di voler essere “normale”, di voler raggiungere il suo obiettivo consapevole di quello a cui sta andando incontro. In mezzo c’è l’agitata madre Maggie (Naomi Watts), terrorizzata di perdere la sua creatura: sia nel caso in cui accettasse di firmare i documenti per procedere all’operazione di riassegnazione sessuale (“non sarà troppo giovane per decidere?“) sia nel caso contrario.

    La regista Gaby Dellal usa la vicenda di Ray non per creare uno spaccato della situazione in cui si trovano moltissimi ragazzi e ragazze (se non bambini e bambine) oggi nel mondo, ma per investigare su come le famiglie di appartenenza reagiscono davanti a questa importante decisione. Non sono solo a rompersi i già precari equilibri interiori di chi decide di compiere questo passo, ma la stessa istituzione familiare viene travolta da una miriade di emozioni che danno vita alle reazioni più disparate. Ma qualsiasi sia il percorso, le 3 Generations di Dellal dimostrano che solo l’amore, la forza che unisce questi tre personaggi, vince su tutto: e dove uno arranca, gli altri arrivano a supporto; dove uno esulta, gli altri si uniscono al coro. Senza se e senza ma.

    Con 3 Generations – Una famiglia quasi perfetta non siamo di fronte ad uno stucchevole ritratto à la The Danish Girl di Tom Hooper, nè, tantomeno, al lirismo intimista di Laurence Anyways di Xavier Dolan (tanto per citare due film usciti in Italia nell’ultimo anno che trattano l’argomento), ma ci troviamo davanti ad un percorso più sfaccettato che, rispetto ad Hooper, non vuole colpire emotivamente il suo pubblico ad ogni costo, e, rispetto a Dolan, non va troppo nel profondo delle relazioni umane. Anche grazie alle interpretazioni delle tre protagoniste: ad iniziare da Elle Fanning che qui da grande prova di maturità artistica riuscendo a portare sullo schermo un affascinante Ray, passando per la veterana Susan Sarandon, alla quale viene affidata la chiave più comica del film, fino a giungere a Naomi Watts, la cui Maggie riporta fedelmente tutti i dubbi e le perplessità che il pubblico si fa nei confronti della vicenda narrata. Ed è solo grazie a queste tre splendide interpretazioni che si riesce, in una seppur minima misura, a soprassedere alle improvvise virate narrative che la pellicola prende in più occasioni e che l’allontanano dalle premesse iniziali.

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