LOGO
  • ,,

    Microbo e Gasolina: uno Stand by me alla francese

    Presentato nella sezione Alice nelle Città della Festa del Cinema di Roma il nuovo film di Michel Gondry, Microbe et Gasoil, è un romanzo di formazione che a volte sconfina nella fiaba moderna. In sala dal 5 aprile.

    2stellemezzo

    Due ragazzi molto diversi fra loro, un’amicizia che li farà cambiare, li farà crescere. Presentato ad ottobre alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nelle Città, e in sala dal 5 aprile, Microbo e Gasolina (conosciuto anche con il titolo internazionale di Microbe & Gasoline) è la nuova fatica di Michel Gondry, il regista francese che si è fatto conoscere e apprezzare da tutto il mondo grazie a Eternal sunshine of a spotless mind e che da allora si è diviso tra la patria e gli Stati Uniti per regalarci storie diverse tra loro, ma sempre raccontate con un piglio originale, dal supereroe di culto Green Hornet fino all’adattamento di uno dei capolavori della letteratura surrealista, Mood Indigo.

    Ora Gondry ritorna con questa sua interpretazione particolare del romanzo di formazione. Il racconto del viaggio di due compagni di classe, Daniel detto il Microbo, talentuoso giovane artista preso in giro per la bassa statura e per quei capelli lunghi che lo fanno sembrare una ragazza, e Theo detto Gasolina, meccanico fai da te ed outsider della classe. I due decideranno di intraprendere un viaggio a bordo di una strana casetta su ruote, un po’ per sfuggire a due situazioni casalinghe non delle migliori, un po’ per andare in cerca dell’amore, dell’avventura e delle suggestioni di un passato che non c’è più.

    E il regista francese, con i suoi personaggi delicati, con una regia che si muove tra e sopra le righe, ci racconta una storia che ricorda tanti film della tradizione hollywoodiana, come quello Stand by me che lanciò nel mondo di Hollywood la sfortunata stella di River Phoenix. Un percorso di complicità quindi diventa percorso di crescita, anche se dietro le avventure strampalate a volte si nasconde l’ansia per una realtà difficile e drammatica. Microbo e Gasolina è un film garbato, che come la sua casa su ruote arranca un po’ sulle salite, e che stilisticamente potrebbe inserirsi nel solco già tracciato da cineasti come Wes Anderson e il Jean-Pierre Jeunet di Amelié. L’impressione però è che la pellicola si fermi a un passo da quella dimensione di fiaba romantica e moderna che proprio Anderson e Jeunet hanno contribuito a creare negli ultimi quindici anni, restando forse troppo sospeso tra realtà e creazione letteraria.

    Read more »
  • ,,

    Mistress America: Il sorriso amaro della generazione Y

    L’ultimo ritratto di Noah Baumbach, regista di Frances Ha e dello Stravagante Mondo di Greenberg, ha per protagoniste Greta Gerwig e Lola Kirke. Mistress America era stato presentato alla scorsa edizione della Festa del Cinema di Roma.
    3stelle

    Due ragazze, due generazioni diverse, la x e la y, un unico senso di incompletezza, di incomunicabilità, e un’amicizia che va oltre tutto questo. Sembra la summa del cinema di Noah Baumbach invece è solo l’ultimo dei suoi ritratti. Si intitola Mistress America, è stato presentato nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma e la protagonista è Greta Gerwig, musa e compagna del regista che insieme a lei, nel 2012, mise la firma sul delizioso Frances Ha. L’accoppiata ritorna dunque per raccontare dello strano rapporto tra Brooke (Gerwig), trentenne dalle mille idee che per una ragione o per un’altra restano sempre sulla carta, e Tracy (la Lola Kirke di Mozart in the Jungle), matricola universitaria e aspirante scrittrice che non riesce a rompere il ghiaccio con New York e con quei sogni che non vuole abbandonare in un cassetto. A legarle è una parentela prossima ventura, il matrimonio tra il padre di Brooke e la madre di Tracy, ma presto il filo rosso evolverà in un sentimento sincero e le due sorellastre in pectore diventeranno sorelle, esponendosi a quel vortice di complicità e incomprensioni che questo comporta.

    Lo stile di Baumbach emerge fin da subito, fatto di scene brevi e sincopate, alternate a passaggi più lunghi, come quello brillante e ansioso della villa nel sobborgo da ricchi. Ma un taglio così riconoscibile, che potrebbe quasi nascondere i personaggi, finisce invece per esaltarli. Perché sono proprio i personaggi l’essenza del cinema del regista di Brooklyn che prima fu complice nel creare alcuni dei mondi più stravaganti di Wes Anderson (Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Fantastic Mr. Fox) e che ora si candida al ruolo di novello Woody Allen, nel raccontare le ansie e le manie, i sorrisi e le amarezze di una o più generazioni.

    Dal canto suo la Gerwig è la perfetta incarnazione dello sforzo creativo del regista. Il ruolo è stato scritto da e per lei ma c’è sicuramente qualcosa di più oltre la brillantezza, oltre quei discorsi spezzati, fitti d’intercalari. Il suo volto imperfetto, l’aspetto lontano dal glamour hollywoodiano, regalano al personaggio la vibrazione del reale, mentre Lola Kirke, con quei capelli che spesso le coprono la faccia e l’espressione a volte ottusa e sognante, a volte lucida e cinica, restituisce allo spettatore l’idea di una gioventù che sente l’impulso di mangiare il mondo ma che non sa bene come fare. Qua entra in gioco anche la sintonia con la più grande Brooke, perché Mistress America, come anche altri film di Baumbach, racconta di due generazioni che sembrano girare a vuoto, costrette a incanalare la loro creatività in una presenza ossessiva sui social media o in un qualche sforzo letterario destinato a restare lettera morta, costrette a venire a patti con una città che sembra aver occupato tutti gli spazi disponibili e che, per rifugiarsi a casa, ti concede solo di passare da una scala anti-incendio.

    Read more »
  • ,,

    Land of Mine: Una mina pronta ad esplodere

    Il regista Martin Zandvliet porta al cinema una pagina poco nota della Seconda Guerra Mondiale con Land of Mine. Grazie alle notevoli interpretazioni dei giovani attori, il film racconta la storia di un gruppo di soldati tedeschi prigionieri che devono recuperare le mine disseminate sulle coste danesi. In sala dal 24 marzo.

    3stelleemezzo

    Emotivamente toccante, Land of Mine è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma dal regista danese Martin Zandvliet in Selezione Ufficiale. La pellicola racconta una pagina poco nota della storia della Seconda Guerra Mondiale. Siamo in Danimarca alla fine del conflitto: i soldati tedeschi fatti prigionieri vengono mandati sulle coste del Paese per recuperare le mine antiuomo che l’esercito tedesco ha posizionato sotto la sabbia per fronteggiare l’invasione degli Alleati. Tra questi prigionieri vi è un gruppo di adolescenti che, guidati dal sergente Rasmussen (interpretato da Roland Møller), dovranno recuperare 45.000 mine.

    Zandvliet ci racconta questo doloroso evento ricostruendo la tensione emotiva che la storia porta con sé. Una tensione che emana da ogni singola scena del film: si segue il periodo di addestramento dei ragazzi per poi arrivare in questa landa desolata a pochi metri dal mare, dove occorre fare ben attenzione a dove si mettono i piedi. Non si è spettatori passivi davanti alle immagini di questo film, ma si partecipa alle ansie dei protagonisti: basta la minima distrazione, il minimo movimento a fare si che la mina scoppi in tutta la sua potenza.
    La pellicola di Zandvliet non vuole prendere le parti di nessuno: non si fa il tifo né per l’una né per l’altra fazione. Il regista vuole solo mostrarci l’orrore di una guerra che ha messo in ginocchio l’Europa. Come spettatori siamo chiamati ad osservare questo orrore, a viverlo con una tensione che cresce vertiginosamente. Anche le parti più “leggere” del film (come quella in cui Rasmussen gioca a calcio con i ragazzi) sottendono a qualcosa di più “pesante”: stiamo mettendo il piede nel posto sbagliato e tra poco la deflagrazione ci colpirà. Come le mine disseminate sotto la sabbia, anche noi spettatori non sappiamo il momento esatto in cui lo scoppio ci sorprenderà. E se siamo del parere che dopo la tempesta viene sempre un momento di quiete, Zandvliet non ci mette davanti nessuna eccezione. Lo scoppio sarà inevitabilmente seguito da un altro: non sappiamo quando accadrà, ma sentiamo solo crescere in noi una forte ansia, che è la stessa dei protagonisti.

    Egregio il lavoro fatto con i giovani attori: nei loro occhi azzurri si percepisce tutta la loro tensione, tutto il loro impegno per portare sullo schermo personaggi che restituiscano l’orrore visto, vissuto e che stanno vivendo.
    Dalla pellicola di Zandvliet vengono fuori anche i temi del rapporto tra “padre” e “figlio” (vedi le scene tra Rasmussen e uno dei soldati prigionieri) e del rapporto tra fratelli: la storia dei due gemelli è il momento più emotivo di un film che, di certo, non fa economia di emozioni, ma, anzi, ce le presenta in tutta la loro potenza, costringendoci a confrontarci con l’orrore della guerra.

    Durante il suo intervento alla Festa del cinema di Roma, lo stesso Møller ha parlato del rapporto particolare che sul set si era creato con gli altri giovanissimi attori: “Sono tutti ragazzi, ed erano venuti a girare un film in un paese straniero, e così è finita che l’hanno presa come una vacanza – racconta – io al contrario ero nervoso, era il mio primo film da protagonista e sentivo che era la mia grande occasione. Quindi, non lo negherò, ci sono state delle incomprensioni sul set, delle urla. Ma mi sono reso conto che ero io a sbagliare. Mi sono scusato con loro e proprio dalle mie scuse ha cominciato a crearsi un rapporto diverso, più complice con loro, simile a quello che avete visto sullo schermo“.

    Read more »
  • ,,,

    Carol: Elegia di un amore

    Cate Blanchett e Rooney Mara in un melò sofisticato ed elegante che rievoca la lezione di Douglas Sirk e rivendica un diritto alla diversità senza diventarne manifesto. In sala dal 5 gennaio.

    4stelle

    Non denuncia, ma racconta con la tensione melodrammatica che gli è propria e che ha sapientemente ereditato dal suo autore di riferimento Douglas Sirk. Nessun manifesto provocatorio, ma semplicemente un’istantanea che immortala nella glacialità composta del vecchio dramma l’amore impossibile, incondizionato, puro, che sfida regole e convenzioni della buona borghesia. Todd Haynes usa ancora una volta la lezione del melò sofisticato ed elegante per portare sullo schermo Carol, la trasposizione del celebre romanzo di Patricia Highsmith, ‘The Price of Salt’.
    Pubblicato nel 1952 il libro fu uno schiaffo al perbenismo dell’epoca, per i modi diretti e senza filtri con cui raccontava l’attrazione tra due donne newyorchesi, Therese Belivet e Carol Aird. Sono gli anni dell’America post bellica, alla vigilia dei grandi cambiamenti sociali, politici e culturali che da lì a poco avrebbero attraversato un paese diviso tra la spinta anticonformista della beat generation e i venti di una nuova guerra.
    Ed è merito della scrittura di Phyllis Nagy, che si è occupata dell’adattamento del romanzo, se quel fervore riesce a rivivere con straordinaria naturalezza sul grande schermo, insieme alla passione, i fremiti, i desideri di una liaison proibita affidata nel film alla complicità tra le interpreti: Rooney Mara (la ventenne impiegata Therese con la passione per la fotografia, sognatrice, giovane, teneramente incosciente) e Cate Blanchett (l’attraente Carol, una donna matura, ricca e altolocata, alle prese con la fine del proprio matrimonio, un’unione di convenienza).
    Carol arriva in sala il 5 gennaio dopo un percorso festivaliero trionfale – prima Cannes che ha portato a Rooney Mara la Palma per la migliore interpretazione femminile, poi Londra e il Festival di Roma; ora si apre la strada verso gli Oscar,  ma prima toccherà ai prossimi Golden Globe (il 10 gennaio), dove si è guadagnato ben cinque nomination tra le categorie principali, consacrarlo definitivamente.
    Dentro ci sono le eroine malinconiche della lunga tradizione melodrammatica degli anni ‘50, c’è il tempo struggente di Viale del tramonto o l’amore tragico di Breve incontro; e c’è anche la rivendicazione di un diritto alla diversità che corre senza sgolarsi per tutta questa lunga avventura del cuore.
    Vi innamorerete di Cate Blanchett, del suo incedere in quel grande magazzino di Manhattan dove tutto avrà inizio davanti a un trenino elettrico e non saprete resistere alla grazia e alla romantica arrendevolezza di Rooney Mara.

    Read more »
  • ,,

    Alaska: Un freddo melò

    Alaska di Claudio Cupellini è stato l’ultimo film italiano presentato nella Selezione Ufficiale della X Edizione della Festa del Cinema di Roma. Con Elio Germano e Astrid Bergés-Frisbey, il film racconta la ricerca di una propria posizione nel mondo da parte di una coppia, ma ha alla base una sceneggiatura troppo debole e confusa. In sala dal 5 novembre.

    2stelle

    Claudio Cupellini torna al cinema cinque anni dopo Una vita tranquilla con Alaska, moderno melò dai colori freddi che vede protagonisti una coppia di innamorati con i volti di Elio Germano e Astrid Bergés-Frisbey. Il film di Cupellini, presentato durante l’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma in Selezione Ufficiale, racconta la ricerca di una propria sistemazione nel mondo da parte dei protagonisti. Alaska è un racconto di formazione dove l’amore, la chiave principale del film, è qualcosa che innalza e allo stesso tempo distrugge.

    Fausto e Nadine si conoscono per caso sulla terrazza di un albergo che si affaccia sui tetti di Parigi. Tra i due la scintilla scoppia immediatamente, ma la loro relazione inizia nel peggiore dei modi possibili. Mentre fa vedere a Nadine la camera più lussuosa dell’abergo in cui lavora, Fausto viene scoperto dal cliente che aveva prenotato quella stanza. Tra i due scoppia una violenta lite che porta Fausto ad essere arrestato per lesioni volontarie.
    Gli anni della prigione trascorrono grazie all’aiuto di Benoit, compagno di cella di Fausto. E quando il ragazzo esce, trova ad aspettarlo Nadine. I due si trasferiscono a Milano e qui Fausto conosce Sandro, con il quale decide di aprire un nuovo locale, l’Alaska.

    La parabola della coppia non conosce un attimo di tranquillità. Quando la situazione sembra essere favorevole, ecco che il crudele destino è pronto ad allontanarli. Per tutta la durata del film assistiamo a questo andirivieni dell’altalena del fato: quando le cose vanno bene per lei, per lui va tutto male, e viceversa.
    Alla base del film di Cupellini, però, vi è una sceneggiatura molto debole che con confusione e scene di discutibile utilità alla storia, ci restituisce un film che si segue con enorme fatica. L’idea alla base è quella di raccontare la difficoltà da parte dei due protagonsiti di trovare un loro spazio nel mondo. Quel mondo crudele che porta Fausto a fare i conti con la prigione e Nadine a subire un grave incidente automobilistico.

    Una discesa agli inferi di cui non riusciamo a spiegarci il motivo e in cui Alaska non è solo il nome del locale, ma è anche un richiamo a quella che era la terra della scoperta negli anni della corsa all’oro. E da qui la domanda: che natura ha la felicità? Si trova nel successo e nel denaro o nei sentimenti?
    Entrambi i protagonisti assaporano la felicità data dal successo e dal denaro, ma presto si rendono conto (forse proprio grazie alla crudeltà del destino) che quella non è la risposta giusta. La confusione che però si viene a creare – il film segue un arco temporale di cinque anni e ciò che vediamo è una sintesi fin troppo veloce di ciò che accade – facilmente consente alla distrazione di prendere il sopravvento, restituendoci un’esperienza cinematografica non proprio facile da portare avanti.
    Anche le interpretazioni dei protagonisti non aiutano: ad un Elio Germano fin troppo sicuro corrisponde una Astrid Bergés-Frisbey eccessivamente insicura e la coppia perde tutta la sua attrattiva poco dopo l’inizio del film.

    Read more »
  • ,,

    Legend: Storia di gangster in duplice copia

    Arriva alla Festa del Cinema di Roma Legend, la storia di Ron e Reggie Kray, gemelli criminali di East London interpretati dal poliedrico Tom Hardy.

    3stelleemezzo

    Gangster story dalla doppia faccia. Legend arriva alla Festa del Cinema di Roma, ultimo film della Selezione Ufficiale, ed è una piccola celebrazione del talento del suo protagonista, Tom Hardy, che nella sua duplice interpretazione traccia la parabola di Ron e Reggie Kray, gemelli e boss del crimine che terrorizzarono l’East London negli anni 60.

    Rimasti impressi nell’immaginario collettivo i Kray furono al centro anche del film The Krays di Peter Medak (anno 1990), dove a interpretarli erano Gary e Martin Kemp degli Spandau Ballet. Ora la la loro legenda nera è al centro del lungometraggio dell’americano Brian Helgeland, sceneggiatore con un curriculum di tutto rispetto (L.A. Confidential, Mystic River), regista ancora in cerca d’affermazione (Il destino di un cavaliere, Payback). E nelle sue mani Legend diventa la versione stilizzata, quasi cartoonesca, del romanzo criminale in salsa british dove, neanche a dirlo, a prendere il sopravvento è la forza recitativa di Tom Hardy, che inizialmente era stato chiamato a interpretare solo il duro ma romantico Reggie e che poi ha finito per conquistarsi anche il paranoide schizofrenico Ron, la scheggia impazzita del duo.

    La trasformazione di Hardy, anche fisica oltre che caratteriale, è impressionante e finisce per mettere in ombra tanto la trama del film, che comunque prosegue con un buon ritmo e un’inevitabile approssimazione della realtà, quanto un ottimo cast che vede il doctor Who, Christopher Eccleston, nei panni del poliziotto che dà la caccia alla coppia criminale, Paul Bettany nella parte del capo di una gang rivale, Taron Egerton che fa lo psicopatico omosessuale amante di Ron e un redivivo Chazz Palminteri, nella parte di un boss della mala americana. L’unica che riesce a stare a galla in questa sorta di vortice hardyano è forse Emily Browning, musa delicata minacciata da un oscuro destino, molto lontana dallo stereotipo della pupa del gangster.

    Read more »
  • ,,

    The end of the tour: L’epitaffio del re pallido

    Arriva nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma The end of the tour di James Ponsoldt, versione cinematografica del libro intervista a David Foster Wallace interpretato da Jason Segel e Jesse Eisenberg.

    3stelleemezzo

    Due scrittori, un’intervista, tre giorni passati insieme a cercare di ricomporre il puzzle di una vita, forse due. David Foster Wallace e David Lipsky, sono loro i protagonisti di The end of the tour, film del regista James Ponsoldt presentato alla Festa del Cinema di Roma, che porta sul grande schermo Come diventare se stessi di Lipsky, il libro-intervista a Wallace che tratteggiò l’affresco più vivido dell’autore più celebrato del suo purtroppo brevissimo tempo. A vestire i panni dei due protagonisti e narratori sono Jason Segel e Jesse Eisenberg che ci conducono nell’ultima tappa del tour promozionale di Infinite Jest, romanzo simbolo di Wallace, in una Minneapolis per nulla luccicante, che nella costruzione dello sceneggiatore Donald Marguiles diventa luogo di celebrazione e frustrazione, ma anche lo sfondo di una scoperta, che sia quella di un’amara incomunicabilità o di un rapporto complesso con il talento proprio e altrui.

    Alternando momenti di tensione, di affetto quasi fraterno, di disagio e di semplice divertimento The end of the tour ci conduce nel mondo e nella mente di uno scrittore che sembra alla disperata ricerca della veridicità, di una via genuina all’esistenza, nonostante dietro gli occhiali e sotto la bandana sembrino agitarsi quelle paure e quei fantasmi che porteranno l’autore al suicidio solo pochi anni dopo. Ma la forza del film non è solo quella di restituirci una ricostruzione più che convincente di David Foster Wallace, è anche quella di fare di Lipsky un personaggio altrettanto efficace, specchio apparentemente normale dell’autore di Infinite Jest, simbolo non solo dell’ammiratore che si approssima a un genio ma anche di quella sensazione straniante che prova chi vede la quotidianità del genio, di chi ne percepisce i complessi, gli stessi complessi che prova lui.

    Ponsoldt, che si era fatto notare con The Spectacular Now e ora dirigerà Emma Watson e Tom Hanks in The Circle, è magistrale nella direzione degli attori che gli regalano di contro una prestazione maiuscola. Jason Segel, irriconoscibile maschera comica di …E alla fine arriva mamma, è un Wallace a 360 gradi. Introverso, profondo, timido, drogato di televisione, di merendine, goffo e complessato nell’approccio con l’altro sesso, ma allo stesso tempo genialoide e d’una lucidità affilata. Jessie Eisenberg, attore di gran talento, ritrae il suo Lipsky con un campionario semplice di tic, di idiosincrasie e di espressioni stupite e sul finire malinconiche. E come per magia, la magia del cinema, The end of the tour finisce per essere superiore alla somma delle sue parti.

    Read more »
  • ,,,

    Angry Indian Goddesses vince la X Festa del Cinema di Roma

    E’ Angry Indian Goddesses del regista indiano Pan Nalin a vincere il Premio del Pubblico BNL alla X Edizione della Festa del Cinema di Roma. Il film, che ancora non ha una data di uscita in Italia, è il primo buddy movie tutto al femminile indiano che lancia un messaggio profondo e davvero importante, affrontando un tema molto attuale nella società indiana: la violenza sulle donne.

    4stelle

    Come da titolo, sono arrabbiate le donne protagoniste di Angry Indian Goddesses, il film che ha vinto il Premio del Pubblico BNL alla Festa del Cinema di Roma che si è conclusa da meno di ventiquattro ore. Quello di Pan Nalin è un film coraggioso che, attraverso una sapiente opera di depistaggio, è capace di disorientare lo spettatore fin dall’inizio e, allo stesso tempo, di tenerlo incollato allo schermo per capire cosa succederà.

    Con un perfetto equilibrio tra comicità e dramma, Nalin ci offre uno spaccato della condizione femminile nell’India contemporanea grazie ad una serie di personaggi ben definiti e di cui ci si innamora facilmente. La fotografa Frieda sta per sposarsi e decide di riunire le sue amiche nella sua casa immersa nella giungla dello stato di Goa, in India. Quella che inizia è una festa che dura parecchi giorni, tra divertimento, sentimentalismo e segreti che vengono a galla. Nalin ci fa assistere a tutto questo: lo spettatore si sente parte di questa festa, partecipa con le protagoniste, ride e piange con loro. Avverte sulla propria pelle le stesse emozioni che provano queste sette donne mentre si raccontano.

    Apparentemente nessuna minaccia compare all’orizzonte e Nalin è molto bravo a non farci capire da subito dove vuole arrivare. Poi succede qualcosa nel film che rovescia la situazione. Il registro comincia a farsi un po’ più serio: lentamente dalla commedia si passa alla riflessione più seria, fino a sfociare nel dramma e, infine, nella tragedia. Il tutto avviene quando l’uomo fa la sua irruzione in questo gineceo intimo e segreto. Sono tre le tipologie di personaggio maschile che il regista ci presente: il primo è l’oggetto del desiderio, il vicino di casa che con il suo fascino attrae le protagoniste; il secondo è il compagno fedele, quello che compare all’improvviso perché preoccupato dal fatto che la sua ragazza, con un passato tormentato alle spalle, non si fa sentire da giorni; il terzo è il mostro, l’uomo che si sente tale soltanto se sottolinea la sua superiorità, soprattutto nei confronti delle donne. E’ questa la tipologia di uomo più povera e fragile che possa esserci: se gli altri due compaiono da soli e fanno dei loro sentimenti e delle loro emozioni la guida delle loro azioni, la terza tipologia di uomo si presenta in branco, perché da solo viene meno la sua enorme fragilità (e piccolezza) di singolo.

    Nalin è bravissimo a mostrarci lentamente le sue intenzioni: vuole raccontare la violenza sulle donne e se in un primo momento accenna al tema, successivamente ce lo mostra in tutta la sua crudeltà. Il passaggio, però, non avviene in maniera repentina, ma in base ad una certa gradualità, dosando a mano a mano gli elementi. Ma è proprio quando crediamo di aver aggirato il problema, quando pensiamo che la tragedia si sia consumata, ecco che Nalin rimischia tutte le carte in tavola e riapre i giochi. Appoggiato da un cast di attrici che rendono magnificamente i loro personaggi, Nalin lancia un messaggio a tutte le donne indiane – ma non solo – chiedendo loro di fare come le sue protagoniste: unirsi, tenersi sotto braccio, affrontare il branco e urlare i propri diritti. Non a caso l’ispirazione di queste donne è proprio quella oscura dea Kali, che se da un lato è forza terrificante, dall’altro è l’unico aiuto valido per Shiva, l’energia maschile, di vincere le forze del male e dell’ignoranza.

    Read more »
  • ,,

    Il Piccolo Principe: stop motion e CGI per un capolavoro della letteratura

    Film di chiusura della X Edizione della Festa del Cinema di Roma, Il Piccolo Principe arriverà nelle sale italiane dal 1 gennaio 2016. Il film è stato presentato oggi al pubblico della Festa e vede nel cast le voci di Toni Servillo, Micaela Ramazzotti, Alessandro Siani, Pif, Paola Cortellesi, Stefano Accorsi, Alessandro Gassman e Giuseppe Battiston.

     2stelle

    Adattare per il grande schermo un’opera immortale quale Il Piccolo Principe non è un’operazione semplice. Ci ha provato Mark Osborne, regista statunitense candidato due volte agli Oscar per il cortometraggio d’animazione More nel 1999 e per Kung Fu Panda nel 2009. Presentato fuori concorso alla scorsa edizione del Festival di Cannes, il film chiude questa decima edizione della Festa del Cinema di Roma, in scena dal 16 al 24 ottobre.
    L’importanza di una storia che dal 1943, anno della pubblicazione del libro scritto da Antoine de Saint-Exupéry, ha conquistato generazioni e generazioni, tanto che è conosciuta in ogni angolo della Terra. Il film di Osborne non è il primo che si rifà all’opera di Saint-Exupéry: nel 1974 ne ha realizzato uno il regista Stanley Donen, mentre nel 1978 e nel 2011 due serie di cartoni animati, la prima realizzata dal giapponese Studio Knack, la seconda dalla francese Method Animation, avevano dato vita ai personaggi del racconto.

    In sala dal 1 gennaio 2016, questa versione di Il Piccolo Principe delude enormemente. Innanzitutto, se vi aspettate una trattazione pedissequa delle storie raccontate da Saint-Exupéry, sappiate che così non è. Il racconto del pilota francese, infatti, è lo spunto da cui parte la storia. Protagonista è una bambina che si vede programmare tutta la vita dalla madre. Metodica, studiosa, fin troppo seria per la sua età, la giovane fa la conoscenza del suo anziano vicino di casa, un aviatore fuori dalle righe (che ha la voce di Toni Servillo). L’uomo le racconterà una storia, quella di quando, nel deserto del Sahara, ha incontrato un bambino che gli ha chiesto di disegnargli una pecora. Si configura, per la bambina, la possibilità di aprire gli occhi e di vivere finalmente la sua infanzia. Tra le storie che le racconta l’aviatore e la ricerca disperata di questo bambino, che si fa chiamare Piccolo Principe, la giovane capisce il senso dell’amicizia e dell’importanza delle piccole cose.

    Osborne sceglie, quindi, di contestualizzare la storia: l’idea di trattare il tema dell’omologazione è sicuramente interessante, considerato il target verso cui questo film si rivolge (bambini, piuttosto che adulti, come fa il libro), ma il modo con cui viene trattato lascia abbastanza insoddisfatti. Ricorrendo a immagini trite e ritrite (il quartiere in cui madre e figlia si trasferiscono dove le strade sono tutte uguali, gli alberi sono potati a formare un cubo, le case hanno tutte la stessa forma; oppure l’asteroide governato dall’Uomo di Affari dove le persone vestono di grigio, passano il loro tempo nel traffico o dietro ad un computer e i bambini non esistono), Osborne realizza una sorta di sequel del racconto di Saint-Exupéry, mostrandoci un Piccolo Principe cresciuto che ha dimenticato tutto quello che gli era successo e che l’Aviatore ha raccontato (dando rilievo al tema del non dimenticare la nostra infanzia e chi siamo stati). Il film segue due linee narrative, almeno fino alla sua metà. Nella prima parte, infatti, la storia si concentra sul rapporto tra bambina e aviatore e sul racconto dell’incontro di questi con il Piccolo Principe (frettoloso, ma realizzato magnificamente in stop motion). La seconda, dove lo stop motion lascia definitivamente il posto alla CGI, con la quale si alternava nella prima parte, si concentra sul viaggio che la bambina compie per ritrovare il Principe. Il film fatica nella partenza, conosce momenti più interessanti nel racconto delle avventure del Piccolo Principe, ma poi perde la sua attrattiva.

    In casi come questo, confrontare libro e film non è giusto. Ma sentire alcune delle frasi più poetiche che siano mai state scritte (prima fra tutte “L’essenziale è invisibile agli occhi“) pronunciate in maniera rapida, fredda, senza trasporto, fa venire voglia di tornare a casa, prendere la propria copia di Il Piccolo Principe e leggerselo ad alta voce (o leggerlo ai propri figli, nipoti, fratelli o sorelle). Per continuare a dare una forma tutta nostra ad un mondo veramente poetico e immortale.

    Read more »
Back to Top