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  • Il volto di un’altra: Occasione sprecata

    VOTO: 2

    Tanto presi dalla necessità di apparire che nemmeno un  asteroide in procinto di piombare sulla Terra può distogliere lo sguardo delle telecamere dal popolo e del popolo dalle telecamere. Questo in sintesi il Corsicato pensiero che è visibile attraverso lo schermo deformante de Il volto di un’altra. Una clinica specializzata in chirurgia plastica, atmosfera bucolica nella cornice che la contorna, il gioco dei contrasti che ci mostra i protagonisti, Laura Chiatti ed Alessandro Preziosi, muoversi tra le dinamiche del talent – lei – e quelle di rino e masto plastiche per miliardari  – lui-.
    Le loro strade di coniugi indifferenti e patinati si icontreranno grazie ed un incidente d’auto causato, udite udite da un wc che piomba sull’auto di lei da un cavalcavia deturpandole il viso. Ma sarà vero? la dicotomia tra essere e apparire e fin troppo chiara fin dalle prime battute su un film che il regista firma in ogni minimodettaglio con quello che è il suo marchio di fabbrica, l’umorismo acido e irriverente.Corsicato ci racconta la società dei talent, dei giornali patinati, degli interessi miliardari che si nascondono nei messaggi, pubblicitari e non, che spingono alla ricerca della perfezione.
    Quello che stavolta non funziona nel lavoro del talentuoso regista di Chimera, I buchi neri o Il seme della discordia, è quel meccanismo capace di coinvolgere, avviluppare con immagini smaglianti che raccontano miserie umane e sociali. questa volta il grottesco non colpisce lo stomaco, annoia, rende la narrazione didascalica fino all’inverosimile. Il risultato è stilisticamente perfetto, dai primi piani su occhi e labbra della splendida Chiatti alle sopracciglia di Preziosi, dai bendaggi creativi della diva e delle degenti mostruosamente rifatte, agli spazi chirurgici asettici e popolati da infermiere mostrate comele famose tre scimmiette, ma questo basta a giustificare la catarsi finale, con tanto di asteroide salvifico? Monty Python docet. Peccato.

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  • Il grande e potente Oz: Lasciate che i bambini…

    Il Favoloso Mago di Oz, raccontato da se medesimo! Il grande e potente Oz offre uno sguardo originale e un taglio nuovo per una storia senza tempo…
    VOTO: 3

    Non è facile guardare questo ‘Grande e Potente Oz’ pensando al classico del 1939 di Victor Fleming, per tanti motivi. Eppure tutto – dalla promozione a molti riferimenti interni – continua a richiamarlo, costantemente, ostentando un legame che risulta comportare una fatica inutile, per chi lo ha realizzato e per il pubblico.
    L’incontro con un leone che scappa spaventato, i riferimenti (e di più non si poteva, per motivi legali) alla realizzazione di spaventapasseri e di mirabilie meccaniche (in latta, si intende…), come anche gli incontri con i nuovi partner e la loro tipologia sono ben più forti delle necessarie ed inevitabili (e corrette) presentazioni di Città di Smeraldo simil Metropolis, Strade di mattoni gialli, scimmie volanti, Munchkins, ma se da una parte costituiscono un gioco divertente – siamo in film di Raimi! – dall’altra rischiano di condizionare l’osservatore innamorato del testo originario di L. Frank Baum, e creare aspettative.
    Come fu per la Alice di Burton (seppur poi realizzata con meno passione e successo), anche qui le radici sono una scusa, molto più che un omaggio, e quello che si sviluppa (come non fu per quel deludente ‘Paese delle Meraviglie’) è in tutto e per tutto un film del regista delle saghe di Spider-man e Evil Dead.
    Ed è evidente sin (e soprattutto) dall’inizio, simmetrico del vecchio ‘Wizard of Oz’ e in un bianco e nero ‘Kansas’, nel quale troviamo forse le sorprese più divertenti grazie a uno sfruttamento ‘libero’ di un finto formato 4:3. Non vi anticipiamo nulla, ma ricordate che Raimi tende a non prendersi troppo sul serio e a non farsi imprigionare dalle forme, che ama colorare del suo humor dark e ricoprire di ironia.
    Purtroppo, Raimi a parte, al film manca quella verve che avrebbe potuto far perdonare certa prevedibilità, lo sviluppo – alternativamente – si dilunga e si concentra, ma soprattutto nella parte centrale rischia di annoiare, anche nello stesso sfarzo delle scenografie digitali, splendide come sfondi scrivania ma non sufficenti a sostenere un carico narrativo.
    Anche il cast, sconta la mancanza di spalle come furono i tre compagni di Dorothy e finisce per pesare sul solo Franco, un po’ monotòno, e le tre streghe, tra le quali spicca soprattutto la Kunis.
    Il pubblico più adulto potrà giocare con le citazioni (accennate e non, anche poco note al pubblico italico, come quella del musical Wicked di Gregory Maguire), ma buonismo e caratterizzazioni infantili sembrerebbero definire questo ‘Oz’ come un prodotto per il pubblico più giovane,
    allettato costantemente e nel mirino della produzione. A meno di non aver frainteso la lettura di una versione ‘child’ del Signore degli Anelli – soprattutto per l’attacco delle Guardie Strizzole-Uruk Hai comandato dalla torre da Theodora-Saruman – e certe scelte di 3D, troppo spesso piuttosto invadente e ad effetto. Peccato, perché in generale invece risulta ben calibrato e utile a dare profondità al fantastico mondo raccontato.
    d’altronde anche il libro di Baum era letteratura per l’infanzia, prima di tutto.

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    Goltzius and the Pelican Company: viaggio sensuale nell’arte

    Peter Greenaway presenta Goltzius and the Pelican Company, un sensuale viaggio nell’arte e ideale secondo episodio della sua trilogia sull’arte che, dopo Nightwatching, rischia di finire per tediare con il suo stile intenso e auto-compiaciuto.

    A distanza di cinque anni da Nightwatching, il regista e sceneggiatore Peter Greenaway presenta al Festival del Film di Roma, Goltzius and the Pelican Company, il secondo episodio della sua trilogia ideale che dovrebbe concludersi con il terzo episodio nel 2016. Il filo conduttore è l’arte e coloro che la creano: infatti se Nightwatching aveva raccontato certi aspetti della vita del pittore fiammingo Rembrandt, Goltzius and the Pelican Company ci presenta da vicino lo stampatore ed incisore olandese  Hendrick Goltzius, mentre il terzo film tratterà di alcuni aspetti del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, ad esattamente 500 anni dalla sua morte nel 1516. L’arte rappresentata da regista gallese però non è mai fine a se stessa. Ricordiamo come in Nightwatching Rembrandt aveva dipinto il quadro Jaccuse per denunciare i tentativi della milizia di cospirare contro i regnanti. Allo stesso modo in quest’ultimo film Greenaway esplora della tematiche universali attraverso l’arte di Goltzius. Riprendendo il suo marchio di fabbrica il regista combina diverse forme espressive, presentando un film ricco di riferimenti pittorici, e dalla scenografia e dagli ambienti ricchi e variopinti, e narra la sua storia utilizzando una serie di sovrapposizioni dei piani per abbinare tante volta la narrazione, in particolare dello stesso Goltzius, allo svolgimento degli eventi. Goltzius in particolare, interpretato da Ramsey Nasr, è rappresentato come un compiaciuto conoscitore dell’arte ma lascivo ed estremamente attratto dalla dinamica sensuale e sessuale dei personaggi della stessa arte. Questa é poi una delle grandi prerogative, come già in passato, di Greenaway: una disinibita ed affamata ricerca della sensualità e dell’erotismo che lo stesso regista, spesso tramite le parole di Goltzius – che si mischiano ai gesti goduriosi e sfrenati degli attori – vuole condividere intensamente con il pubblico.
    Nello specifico della storia del film, Goltzius si rivolge al margravio d’Alsazia (il premio Oscar F. Murray Abraham) per convincerlo a finanziare le sue stampe ed incisioni. In cambio lui ed i suoi artisti, oltre a regalare a lui un libro che riproduca immagini di alcune delle più controverse vicende del Vecchio Testamento, rappresenteranno dal vivo alla corte del margravio alcune di queste vicende (vedi Salomè e Giovanni Battista, Sansone e Dalida,  e Davide e Betsabea) con tanto di interpretazione erotica. Quello che comincia come un giocoso accordo assume presto toni più drastici…
    A Greenaway va dato il merito di riprendere le convenzioni del cinema e di storpiarle allargandole, oltre che di presentare storie universali che potrebbero avere una morale da riscoprire ed assimilare nel mondo di oggi. Al film va il merito di avvalersi di un buon cast tra cui alcuni italiani emergenti di spessore. Allo stesso tempo molta della sua narrazione sembra fine a se stessa, con Greenaway un po’ a sguazzare nel mondo che ha creato, tanto che le ripetute scene erotiche, a gusto personale del regista, alla lunga finiscono addirittura per annoiare.
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  • Muffa – Küf: Scomparsi nella polvere

    Muffa – Küf, esordio registico di Ali Aydin, racconta una vicenda che potrebbe essere quella di uno dei tanti genitori degli studenti turchi scomparsi negli anni ’90.
    VOTO: 3,5

    L’esordio alla regia del regista turco Ali Aydin è un piccolo gioiello, che funziona su vari livelli, ma soprattutto nell’incrocio tra il micro e il macro, incorporato qui dalle ripercussioni politiche sulla vita di un uomo, il protagonista Basri. Basri (Ercan Kesal) è un uomo di 55 anni, duro lavoratore e guardiano della ferrovia, ma da diciotto anni spera ancora di ritrovare il figlio misteriosamente scomparso quando era all’università ad Istanbul. Basri e la moglie avevano visitato la capitale quando si persero le tracce del figlio, riuscendo solo a scoprire che aveva partecipato in attività non governative. Di lì a poco al ritorno al loro villaggio d’origine la moglie morirà per il dolore, lasciando il povero Basri da solo nella sua disperata ricerca della verità.
    Basri scrive periodicamente alle autorità per ottenere informazioni su suo figlio, e periodicamente viene convocato per chiarimenti dal commissario del paese, perché ha infranto qualche regola del regime autoritario. Il rapporto tra Basri e il commissario (ottima l’interpretazione di Muhammet Uzuner) è uno dei legami portanti: Basri infatti non ha più una vita di relazioni, e nei suoi colloqui con il poliziotto si forma un sottile legame umano, fatto di piccole rivelazioni e condivisione. Il film si apre proprio con una scena che vede i due da un lato all’altro della scrivania che dura ben quindici minuti ed è ripresa lateralmente, con i due uomini di profilo, senza mai mutare l’inquadratura. In questa scena Basri ci espone quella che sarà un po’ la sua massima: “Ho due fratelli che sono usciti morti dalla pancia di mia madre, e altri due che sono morti subito dopo. Quando sono nato avevano già scavato la mia fossa, e invece sono ancora vivo”. Basri si ripete questo per continuare a sperare che suo figlio sia in vita.
    Importante notare come la sua triste vicenda abbia permeato la sua vita, e che nel suo lavoro sia diventato vittima dei ricatti di un miserabile collega, Cemil (Tansu Bicer), che ha scoperto che soffre di epilessia. Basri una volta era intervenuto per salvare una donna che Cemil stava stuprando, e ora il collega lo tiene sotto scacco. Per sfotterlo una sera, ubriaco fradicio, Cemil dice a Basri: “Sai, ho incontrato tuo figlio. Si rammaricava e diceva che era stato cattivo con te e mamma”. Mentre Basri attende con sdegno di capire dove vada a parare il collega, Cemil trancia qualsiasi speranza residua concludendo: “Lo sai dove l’ho incontrato? Nel mio ouzo!” alzando la bottiglia dell’alcolico. Ma la relazione infelice tra i due avrà conseguenze gravissime per entrambi.
    La storia di Basri e della sua triste vicenda nasce come metafora di, e da una precisa esigenza di fare luce su dei fatti realmente accaduti, quando negli anni ’90 vennero prima arrestati e poi scomparvero un gruppo di studenti impegnati in attività anti-governativa. Le loro madri si sono poi riunite ogni sabato mattina, con tanto di foto dei figli mancanti, davanti al liceo Galatasaray ad Istanbul, protestando per ottenere la verità e delle risposte. Risposte che non sono mai arrivate.
    Il regista e sceneggiatore trentaduenne Aydin, già con diverse esperienze di assistenza alle regia per cinema e televisione, mostra una grande maturità al suo esordio mentre descrivere questo mondo interiore desolante come il suo paesaggio. Mentre, con tristezza, percepiamo che l’esito delle ricerche di Basri non potrà andare a buono fine, ripensiamo a tutte le vittime di abusi di potere di regimi anti-democratici, e gli effetti su famigliari e comunità.

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  • Diaz – Don’t Clean up This Blood: La forza delle idee!

    In Diaz – Don’t Clean up This Blood, Daniele Vicari affronta con rigore i fatti del G8 di Genova. Il film, già premiato a Berlino, non fornisce risposte ma lascia lo spettatore solo con le proprie domande.

    Una bottiglia vuota vola al ralenti, infrangendosi al suolo, ancora e ancora e ancora….
    Una delle immagini iniziali di “Diaz – Don’t clean up this blood”, in cui quello che sconvolge è il senso di impunità che resta nello spettatore allo scorrere dei titoli di coda. Quello che ancor più sconvolge è che gli artefici di una mattanza in pieno stile ‘macelleria messicana’ siano ancora tutti lì, a ‘proteggere e servire’, direbbero poco più su, in America.
    E invece siamo in Italia e l’attentato alla democrazia perpetrato da 400 esponenti delle forze dell’ordine a Genova, tra la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto, durante il G8 del luglio 2001, è raccontato da un giovane e rigoroso regista italiano: Daniele Vicari.
    Solo uno spirito libero poteva affrontare senza pregiudizio una storia italiana solo a livello territoriale, mentre la sua valenza travalica le frontiere, arrivando a scuotere le coscienze dal torpore ad oltre 10 anni da quell’orrore insensato, ovunque il film verra’ proiettato.
    Ma andiamo con ordine. Le vicende che seguirono il summit dei Grandi della Terra, la ‘zona rossa’, i ‘black bloc’, la tragica fine di un manifestante, Carlo Giuliani, sono vicende note ai più. Meno noto, o meglio, mai reso noto con questa lucidità e chiarezza, è quello che accadde alla ‘Scuola elementare primaria Armando Diaz’ il 21 luglio 2001, tra le 22.45 e la mezzanotte.
    Vicari racconta dei 364 poliziotti entrati nella notte a sgomberare un “manufatto occupato da pericolosi sovversivi” – almeno secondo i verbali che sono agli atti del processo – dei 150 carabinieri chiamati a presidiare l’area, tutto per 93 persone, non tutte con il certificato di santità in tasca certamente, ma molte delle quali andate a Genova solo a manifestare pacificamente il proprio dissenso.
    Vicari mostra un dramma in cinque atti mentre la bottiglietta vuota vola e atterra varie volte, infrangendosi sul selciato da vari punti di osservazione, simbolo di sogni infranti, orrore, disillusione, impotenza, indignazione. Un montaggio dalla precisione chirurgica e dalla grammatica impeccabile tiene insieme i fili di facce e stati d’animo dei protagonisti, 126 attori e 8000 comparse che rendono credibile l’atmosfera di carruggi deserti e piazze assolate almeno quanto affollate, di palestre dormitorio e media center. Nulla è lasciato al caso, un lavoro certosino, due lunghi anni di preparazione alle riprese.
    C’era una montagna di documentazione processuale alle spalle, che tuttavia necessitava di una chiave di lettura, per non restare pulviscolo e vergogna. La chiave di lettura di un film come “Diaz” è la sua volontà di parlare al Mondo, non solo all’Italia. Perché
    nulla di quanto raccontato sulla Diaz – e ancora di più su Bolzaneto – è stato mai esaustivo, definitivo. Quello che mancava oltre le ferite, i denti e gli arti spaccati, era la consapevolezza filmata che gli abusi da soli non bastano a capire e ad indignarsi.
    Quello che deve atterrire e in cui il film di Vicari riesce mirabilmente nel suo triste compito, è raccontare la sistematicità della violenza cieca.
    Quindici ragazze in stato d’arresto denudate e fatte girare su se stesse al ludibrio generale, 15 su meno di cento arrestati, di cui meno di 40 erano donne; un numero spaventosamente alto anche per chi non mastica la statistica. E ancora scalpi, capelli tagliati con il coltello, una cosa terribile, e ancora e ancora e ancora…
    Allora il fatto che qualcuno, anche senza averne ricevuto ordine, si sia sentito in diritto di fare quello… non è accettabile. Almeno per Vicari, che non ha risposte per lo spettatore, solo domande: quelle che il regista e il privato cittadino italiano Daniele, che di mestiere fa il regista del reale, si pone e che tutti dovrebbero porsi dopo questo film.
    Non a caso nessuno degli ottimi professionisti che hanno contribuito alla riuscita di questo difficilissimo film è stato citato. Vanno ringraziati tutti insieme però. Molti di essi, abituati a ruoli di primo piano, hanno accettato di prestare la loro forza interpretativa a personaggi poco più che marginali. Anche questa è la forza di una storia che evidentemente nella coscienza di tanti, anche la loro dunque, andava raccontata.
    Forse perché una delle parole chiave del movimento no global, dopo ‘un altro mondo è possibile’ era Tobin tax, dalla proposta di tassazione delle transazioni finanziarie dell’economista americano James Tobin, ispiratore del movimento ATTAC. Curiosamente si tratta della stessa Tobin tax di cui discutono, 11 anni dopo, la Merkel e Sarkozy. E intanto continua ad infrangersi al suolo, ancora e ancora e ancora… una bottiglia.

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  • Jurassic Park: Come ti clono il dinosauro

    Veramente sbalorditivi i dinosauri creati da Winston & Co. per Jurassic Park; ma sono solo la punta dell’iceberg…
    VOTO: 4

    Jurassic Park – ancor più del suo vitalissimo sequel Il mondo perduto – è probabilmente il film di Spielberg che vanta più detrattori. Quali sarebbero i mega-difetti che costoro strombazzano a destra e manca? Un ottimo cast (Neill, Goldblum, Jackson, Attenborough, la splendida Dern) alle prese con personaggini con poca anima e un plot iper-scarnificato che – nonostante sfrutti al minimo i presupposti macro-scientifici dell’omonimo romanzo di Michael Crichton – continui a prendersi più sul serio di quanto la sua dimensione ‘all adventure’ permetti. Risulta però assolutamente risibile il fatto che – mai come in questo caso – queste mancanze coincidono coi mega-pregi innalzati dallo sparuto (ma agguerito) gruppetto di jurassic-fans, dei quali mi faccio umilmente portavoce. Il film narra di un parco-giochi? Ebbene, giustamente il vecchio Stevie si prende molto sul serio poiché la cattedrale che ha innalzato nel ’93 non arriva a raggiungere il rango di cinema interattivo ma é comunque un rarissimo esempio di film-consolle, dove é più che giusto che i protagonisti siano bidimensionali – fino all’osso, é proprio il caso di dirlo – poiché ciò che conta é che lo stratificarsi delle attrazioni, mixate e mai fuse, proprio come in un DJ-set: humour, terrore (!!!), avventura, diversioni gotiche (la scena nella cucina non ricorda forse “Shining”?) e ‘disgustiste’ (le numerose gag ‘corporali’ sono meravigliosamente politically-uncorrect), davvero non manca nulla. Certo alcuni simbolismi (la figura del ‘burattinaio’ Attenborough rimanda a Spielberg stesso, il rapporto instauratosi tra l’archeologo Sam Neill e gli immancabili frugoletti di turno é uno dei preferiti dal regista – in giovane età trascurato dal paparino troppo rampante – ma qui é veramente incastrato a forza) risultano freddi e meccanici, ma stanno lì proprio a dimostrare la dimensione ‘teorica’ di questo meraviglioso monster-movie metalinguista.

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