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  • Nina: esordio senz’anima per Elisa Fuksas

    Al suo esordio Elisa Fuksas  dirige un film esteticamente bello ma senz’anima. Protagonista Diane Fleri.

    Voto: 1,5
    Smarrita su via dell’Arte N.13. Succede a Elisa Fuksas, al suo esordio con Nina, protagonisti Diane Fleri e Luca Marinelli. Il film, dopo una parentesi fortunata al festival di Tokyo, e’ stato presentato al festival di Bari, dove l’accoglienza e’ stata decisamente più fredda. Saremo noi italiani, meno sensibili all’arte astratta, concettuale, legati probabilmente ad un concetto desueto di trama, ad un ormai superato utilizzo di una buona sceneggiatura, sarà anche che nemo profeta in patria, chissà.
    Saranno tante, tutte queste cose insieme forse, fatto sta che la prima regia della giovane Fuksas, dopo aver a tratti indubbiamente affascinato a livello visivo, lascia sconcerto per l’autoreferenzialita’ del progetto. Tra i viali dell’Eur a Roma si muovono le esistenze inquiete di Nina, la protagonista e di tanti altri tipi umani, figure che appaiono e scompaiono tra le colonne di un quartiere affascinante, marziale ed onirico, che favorisce di per se’ l’effetto spaesante.
    Già Fellini con le sue Tentazioni del Dott. Antonio, con un’Anita Ekberg gigante e le frustrazioni di un burocratino piccino piccio’, ci aveva mostrato le potenzialita’ del quartiere dall’architetturarazionalista, concepito e costruito in occasione dell’Esposizione Universale. Ottima quindi l’intuizione di ambientarvi nuovi incubi e paure di una trentenne precaria, in una Roma alle prese con la canicola agostana.
    Sogni e paure di Nina intrigano immediatamente lo spettatore che però viene man mano abbandonato dalla sua regista, come gli incolpevoli protagonisti, inesorabilmente. Quello che dovrebbe essere kaos, voluto, studiato, splendidamente inquadrato… resta disordine, finisce per diventare elemento di disturbo, anche visivo, purtroppo. Insopportabile infine l’utilizzo di una location sfruttata anche da un grande regista (Matteo Garrone) e da un’ottimo direttore della fotografia (Daniele Cipri’), per un profumo di marca… Chi avrà avuto lo ius primae noctis sul colonnato del Museo della Civiltà Romana? Non ha poi troppa importanza, peccato pero’ perché indubbiamente certe scelte visive sono affascinanti, l’ovale enigmatico di Diane Fleri e’ perfetto per il ruolo tormentato, ma e’ un delitto abbandonarla così, smarrita su Viale dell’Arte N.13.

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    Bomber: Rivelazioni on the road

    Commedia drammatica diretta da Paul Cotter, in concorso alla 27ma edizione del Torino Film Festival. Leggero e intelligente road movie in salsa britannica.
    VOTO: 3

    Un budget di soli 25 mila euro, un furgone, una gita fuori porta sui generis e la scelta ben precisa di concentrarsi sull’azione di soli tre personaggi, madre, padre e figlio. Generazioni a confronto, memoria e scoperta di sé e delle proprie emozioni: Bomber è questo e molto di più. Una commedia inglese brillante e intelligente, spigliata nell’indagare le sfumature dell’animo umano e soprattutto nel rispolverare con autoironia certi cliché del ‘British way of life’.
    Un esperimento di cinema indipendente, realizzato con pochi spiccioli e che in patria non ha ancora trovato una distribuzione, perché come ha spiegato il regista Paul Cotter “il fatto che abbia così pochi personaggi spinge a considerare questo film un prodotto tv e non cinematografico”. Diversa la sorte del film in Italia, dove dal 19 aprile trova finalmente spazio grazie a Distribuzione Indipendente, che ha anche un altro grande merito: quello di distribuirlo in lingua originale.
    Happy ending dunque per questo felice esordio, che arriva dal South by Southwest Film Festival dove fu presentato nel 2009: da quel momento una ricca vita festivaliera e una lunghissima lista di premi e riconoscimenti, che hanno presto trasformato il piccolo film di Cotter in un caso.
    Una storia semplice e lineare che offre il pretesto necessario ad analizzare le dinamiche di una famiglia disfunzionale e a rispolverarne questioni irrisolte.
    Lo sbandato convoglio on the road composto dalla coppia di ottantenni Alistair e Valerie, che decidono di recarsi per qualche giorno in un piccolo villaggio della Germania, e dallo spiantato figlio Ross, che si unisce in corsa e controvoglia, diventa occasione per un ritratto comico composto e dai risvolti spesso amari.
    La proverbiale freddezza British di Alistair, ex pilota della Raf, il ‘bomber’ del titolo consumato da una colpa mai espiata, e la carica emozionale di Ross faranno presto cortocircuito in una situazione di convivenza forzata, che alla fine del viaggio rivelerà la sua funzione epifanica.

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  • Chávez – l’ultimo comandante: L’altra faccia dell’America latina

    Il controverso film-documentario di Oliver Stone, tra dittatura e democrazia
    VOTO: 3,5

    Chi è Chávez? O meglio chi era, potremmo dire oggi. Un dittatore, cocainomane, nemico degli Usa e amico di Saddam Hussein e del presidente iraniano Ahmadinejad, così come descritto da certa stampa statunitense o un illuminato e democratico rappresentante del popolo?
    Oliver Stone con il suo film-documentario – presentato con successo alla 66ma Mostra di Venezia, e in sala con una uscita‐evento il 16 aprile, in contemporanea con le elezioni del nuovo presidente venezuelano – opta per la seconda ipotesi.
    Insieme alla sua troupe attraversa l’America Latina, dai Caraibi alle Ande, nel tentativo di spiegare il “fenomeno” Hugo Chávez, e della sua rivoluzione bolivariana, pacifica ma armata, sulle orme di quel Simón Bolivar eroe venezuelano che dedicò la vita all’indipendenza degli stati sudamericani dal dominio spagnolo.
    Stone traccia il complesso quadro dei mutamenti politici che hanno contrassegnato la vita latinoamericana intervistando oltre a Chávez, molti altri
    Presidenti: Evo Morales della Bolivia, primo indio al potere, Cristina dell’Argentina, la lady della famiglia Kirchner, il giovane Rafael Correa dell’Ecuador, il fratello di Fidel, Raúl Castro di Cuba, in Paraguay, l’ex-vescovo teologo della liberazione, Fernando Lugo e Lula da Silva del Brasile, ex-operaio e sindacalista.
    Il film, quasi un road movie, mostra un continente in ebollizione e continuo movimento, vitale e sanguigno. Un continente tenuto per secoli sotto il giogo dell’oppressione, ricco di fonti di energia, gas, petrolio e materie prime, mai godute da una popolazione affamata e semi-analfabeta. Mostra una politica che per secoli non ha mai fatto gli interessi del popolo ma solo quelli di caste locali e potenze straniere.
    Forse adesso qualcosa sta cambiando.

    Francesca Bani

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    Oblivion: Rimandi all’indimenticabile

    VOTO: 2.5

    Tutto nasce da una graphic novel di Joseph Kosinski, regista e produttore che, prima di esordire con Tron: Legacy (e prima di tornare a occuparsi del prossimo sequel ‘cyberspaziale’ e del remake di ‘The Black Hole’, sempre della Disney), aveva immaginato la vicenda alla base del film.
    La mossa vincente – chi l’avrebbe mai detto – è stata sicuramente quella di aver arruolato Tom Cruise nel film, il quale evidentemente aveva voglia di tornare alla fantascienza e di mettersi nei panni che furono di Will Smith in I’m Legend.
    Il problema è che questa sceneggiatura tende a mettere fin troppi ‘panni’ addosso al nostro eroe ‘Impossibile’, finendo per costruire un film che ne ricorda troppi altri, chi in una scena, chi in una tematica.
    Stante questo, Oblivion – pur non indimenticabile (si sa, ‘omen nomen’…) – non è un brutto film, e si fa apprezzare, soprattutto per l’impianto digitale e decorativo. Già in Tron: Legacy questo era stato un sicuro pregio da ascrivere alla creatività di Kosinski, che purtroppo appare piuttosto limitata.
    C’è anche qualche falla, di scrittura più che di verosimiglianza, ma sono dettagli. D’altronde non è una novità che, in questo tipo di produzioni, la scenografia faccia più della sceneggiatura e mediamente si tenda a puntare più sulla prima che sulle seconde. E sui grandi nomi. Tra i quali spiccano – a parte Tom – Olga Kurylenko (che l’ha spuntata sulle concorrenti Jessica Chastain, Olivia Wilde, Brit Marling, Noomi Rapace ) e Morgan Freeman (particolarmente impalpabile), almeno sul manifesto, visto che sullo schermo la presenza più interessante è quella di Andrea ‘Vika’ Riseborough, per fortuna scelta invece di Hayley Atwell, Diane Kruger e Kate Beckinsale.

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  • L’ipnotista: Profondo bianco

    VOTO: 3

    L’inizio promettente introduce a questa inusuale escursione nel noir del regista svedese Lasse Hallstrom, che avevamo lasciato a pescare salmoni nello Yemen e ritroviamo in una fredda e spersonalizzata Stoccolma, perfettamente resa da splendide riprese aeree e interni claustrofobici e algidi. Una gragnuola di coltellate e una immagine particolarmente poco politically correct ravvivano l’ambiente e danno il via alla presentazione del caso e dei personaggi che lo animano, interessanti pur nelle loro contraddizioni e ingenuità, evidenti soprattutto in certi snodi narrativi particolarmente criticabili. Lo sterminio di una intera famiglia è un’ottima base per un intrigo con i fiocchi, e Hallstrom conduce sapientemente la danza creando la tensione necessaria, sempre in equilibrio tra efferatezza e analisi intima. Ma, si sa, in questi casi le curiosità son le solite: indagine e esito.
    E se l’esito è piutosto classico, senza che per questo il film perda interesse e fascino, soprattutto nella realizzazione delle sequenze finali, sull’indagine resta qualche remora in più… per personaggi che spariscono inopinatamente e altri che si comportano in maniera piuttosto ingenua, per tacere dei soliti poliziotti privi di buon senso o del più prevedibile intuito professionale, visto che continuano a trascurare il filone principale della ricerca a favore di – comprensibili ma poco realistiche – necessità di sceneggiatura. Peccato, perché questi scricchiolii disturbano un thriller dilatato ma riuscito e disperdono parte del Pathos creato con colpi di scena e apparizioni inquietanti, su tutte quella della figura incappucciata, senza però rovinare i ‘festeggiamenti’ per un atipico Natale scandinavo.

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  • Jimmy Bobo – Bullet to the Head: Rocky, Rambo e Bobo

    VOTO: 4

    Tempo 10 minuti e stiamo già sorridendo alla carrellata di foto segnaletiche che ci mostrano un Sylvester Stallone giovanissimo, giovane, adulto, icona. Un inizio che, ancora più del prologo, ci immerge nel giusto mood per godere di Jimmy Bobo – Bullet to the Head, film che riporta in azione Walter Hill – ancor più del nostro protagonista – dopo una decina di anni passati tra televisione e Alieni (Prometheus compreso) vari…
    Il film è la dimostrazione dell’intelligenza e dell’esperienza di un attore capace di non prendersi sul serio tanto quanto di giocare con la propria immagine, e della capacità di un grande regista di costruire un film di azione poliziesca molto classico e – non a caso – molto fisico intorno a una presenza statuaria come quella di Stallone.
    Come dei fuoriclasse sul campo di calcio si dice che sappiano far correre il pallone, invece di correre loro stessi, qui Sly tiene la scena ed infiamma gli animi con studiatissime battute e sapienti espressioni del volto.
    Tutte le carte sono sul tavolo, da subito: l’Old Guy in età da pensione, la sua nemesi-riflesso da affrontare in uno scontro finale dopo un lungo fronteggiarsi anche a distanza, il rapporto con una figlia capace di tirare fuori il meglio di lui, un partner ‘buono’ con il quale duettare. Ma non importa. Non vogliamo una sorpresa, non vogliamo Heat, qui c’è Sly e non serve essere fan per godersi le sue battute (meglio se in originale) e i suoi stereotipi razziali snocciolati senza reale convinzione.
    E quando cita Jerry Maguire, alzatevi, la standing ovation potrebbe disturbarvi la visione.

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  • Hitchcock: Ognuno ha il suo Passeggero Oscuro

    VOTO: 3.5

    Non un documentario, non solamente un dietro le quinte della realizzazione di uno dei più grandi film di tutti i tempi e – secondo molti – del capolavoro del ‘Maestro del Brivido’, ma qualcosa di più. In ogni senso. Un esordio davvero pregevole questo del documentarista (ma anche musicista, giornalista, sceneggiatore, anche per Spielberg – The Terminal – tra gli altri…) Sacha Gervasi che, da amante del personaggio in questione, sceglie il tono giusto e una chiave di (ri)lettura che renderà la storia particolarmente gradita per il pubblico.
    Raccontare il “nostro piccolo film” diventa così l’occasione per parlare degli aspetti più nascosti di Hitchcock, quelli più oscuri – le sue ossessioni e manie, anche nascoste – come quelli più divertenti, ma soprattutto quelli più quotidiani e privati. Su tutti il rapporto con la moglie Alma. Suo ex capo, sua collaboratrice, co-sceneggiatrice e – fondamentalmente – sostegno della sua vita e della sua carriera.
    Una presenza costante nel film è anche Ed Gein, serial killer conclamato (e ispiratore dei vari Hannibal cinematografici) che vediamo spesso interagire con il nostro Alfred in un rapporto che ricorda molto quello del Dexter televisivo col padre (anche se potremmo parlare di Dark Passenger anche per Hitchcock) e che sottolinea i tanti paralleli tra ossessioni e ossessivi, ivi compreso Anthony Perkins, e che rimanda fortemente al piacere voyeuristico del regista, dell’uomo, del filmmaker fedele solo alla visione resa dalla macchina da presa.
    Le licenze sono quindi molte, ma deve essere chiara la premessa: non si tratta di un documentario né di una biografia. E’ la storia di una crisi e di una coppia. Forse nemmeno in quest’ordine. La crisi (successiva al successo di Intrigo Internazionale) di un uomo di 60 anni esaltato da tutti, ma piano scivolato nell’abitudine e dato per scontato, quando non per scavalcato; un uomo alla ricerca di nuove sfide e di nuovi rischi, per sentirsi libero. Una coppia che mette al centro una figura femminile che ritroveremo in qualche nomination tra qualche settimana, grazie anche a una maestosa e affascinante Helen Mirren, capace di mettere in secondo piano l’Hopkins nascosto sotto al trucco di Hitch (un fissità certo necessaria, ma a tratti forse un po’ troppo ‘spontanea’) e la splendida Johansson, più che discreta nei panni di Janet Leigh, soprattutto lontano dal set.
    Per il resto, tanto divertimento, registico soprattutto. Nelle rivelazioni di una personalità complessa, nelle gag ripetute e nascoste dall’icona che già all’epoca sovrastava la persona, nel gioco continuato con le immagini che ancora oggi abbiamo di Lui e del suo cinema (si vedano i tanti profili, le sue ‘ombre cinesi’ e l’ispirazione finale per il prossimo film).

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  • Hansel & Gretel – Cacciatori di fantasmi: L’immondo delle fiabe

    In Hansel & Gretel – Cacciatori di fantasmi non sembra particolarmente strategica la somiglianza con alcuni titoli poco fortunati del recente passato e le streghe alla Marilyn Manson non salvano un Action piuttosto fine a se stesso.
    VOTO: 2

    “Davanti a un gran bosco abitava un povero taglialegna che non aveva di che sfamarsi; riusciva a stento a procurare il pane per sua moglie e i suoi due bambini: Hansel e Gretel. Infine giunse un tempo in cui non poté più provvedere neanche a questo e non sapeva più a che santo votarsi…”
    Al pover’uomo è dedicato – omaggio dovuto ai Fratelli Grimm, tanto saccheggiati – anche l’incipit di questo film, la prima ‘grande produzione’ di cui abbia avuto responsabilità Tommy Wirkola, regista norvegese del geniale Dead Snow e altre amenità ricche di ironia e spirito.
    In un medievo particolarmente avanzato, quanto a tecnologie belliche e di informazione, si dibattono infatti i due orfanelli abbandonati, ‘oggi’ coppia di fascinosi Bounty Killer interpretati da Gemma Arterton e Jeremy Renner in una duplice versione del Van Helsing di Hugh Jackman.
    Il tono è chiaro sin dall’inizio, nella imprescindibile casetta di Marzapane (molto Alice in Wonderland): cruento, come solo le favole sanno essere, e irreale. Purtroppo il genere avventuroso richiede anche una ferrea morale e una presupposta difesa della giustizia che vanificano le tracce più umoristiche – volontarie (il diabete di Hansel) e non (l’associazione delle streghe) – come collabora a fare la parte magica e soprannaturale, particolarmente poco convincente e troppo ‘moderna’.
    Un film che difficilmente contenterà la critica, ma che potrà dividere il pubblico, tra i grandi fan del genere e degli attori, o i riferimenti a analoghe azioni in film di tutt’altro stampo, e tutti quelli che resteranno sconcertati dalla bidimensionallità del film in sé.
    Legittimo chiedersi, dopo aver visto Lincoln ‘cacciatore di vampiri’ di Bekmambetov, quanto abbia ancora senso un’operazione del genere, nella quale l’originalità sia solo nel paradossale presupposto di mescolare fiaba classica e horror moderno, e non nello sviluppo, piuttosto standard e canonico, anche per i fan del genere.
    Saremmo sorpresi se l’immancabile apertura finale, a un possibile sequel, svelasse davvero un sentiero percorribile…

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  • Le avventure di Taddeo l’esploratore: Alla ricerca di tesori

    Animazione in salsa iberica firmata Enrique Gato, è Le avventure di Taddeo l’esploratore il grande trionfatore dei Goya 2013 con ben tre premi.
    VOTO: 3

    Lui è Jones, Taddeo Jones, sognatore cronico e grande fan dell’archeologia. Da quando era ragazzo ha collezionato oggetti di ogni tipo, sperando che almeno uno di essi si trasformi in un’importante scoperta. Questo gli ha permesso di trasformare ogni situazione in una grande avventura.
    Ecco perché da muratore, per una serie di coincidenze, si trasforma in un archeologo esperto, che, insieme all protagonista femminile Sara, al fedele amico a quattro zampe Jeff, a Freddy, insolita guida peruviana con un sorprendente cappotto multi uso e il pappagallo muto Belzoni dovranno trovare la Città Perduta di Paititi. Presto si accorgeranno però di non essere i soli a cercare Paititi: anche la Odisseo, gruppo consolidato di cacciatori di tesori è anch’essa alla ricerca del tesoro e saranno disposti a tutto pur di averlo.
    Il regista Enrique Gato ha fatto di personaggio che era nato per riprende, in maniera ironica, Indiana Jones, un protagonista con una propria personalità e un proprio universo, passionale e sentimentale avventuriero che ognuno ha dentro di se, un film che diverte, trasporta lo spettatore in un logo magico ricordandogli che i veri tesori sono da cercare dentro ognuno di noi.
    In uscita dall’11 aprile al cinema, è un film per tutti: i bambini vengono catturati dalla storie, gli adulti anche dal ricco sottotesto.

    Antonella Ravaglia

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    Tutto parla di te: Madri

    Il debutto a un lungometraggio di finzione di Alina Marazzi non dimentica certo l’universo documentaristico dove la regista del sorprendente Vogliamo anche le rose, si è formata. Ma se lo porta dietro reinventandolo e mescolandolo a una storia di finzione che diventa ben presto il pretesto per una disamina del lato più oscuro della maternità: la depressione post partum. In un equilibrato mix di inserti animati, video-interviste a madri vittime di questo disagio, immagini di repertorio private che arrivano direttamente dall’album di famiglia, Tutto parla di te si rivela una storia di ricordi e rivisitazione di un passato rimosso da un lato, e riappropriazione di sé dall’altro.
    Ai filmini in bianco e nero sono affidate così le memorie della dimessa Pauline, la protagonista di questo racconto, che torna a Torino dopo cinquant’anni per portare avanti delle ricerche sui problemi delle mamme di oggi, con l’aiuto di una vecchia amica, direttrice di un Centro per la maternità. Qui il suo destino incrocerà quello di Emma, neo mamma abituale paziente del Centro. Sarà un cammino catartico per ambedue, un percorso di liberazione e ricostruzione; gli occhi carichi di ricordi e l’incantevole mutismo di una severa e al contempo fragile Charlotte Rampling, che per tutta la prima parte del film non proferisce quasi parola, uniti all’abilità narrativa della Marazzi riescono egregiamente nel compito di trasmettere tutta la tensione emotiva di questa esperienza.
    Tutto parla di te scopre un tabù e mostra con grande sensibilità quello che vecchi retaggi culturali e sociali hanno sempre accuratamente tenuto nascosto: il fatto che la maternità non sia solo gioie, ma anche dolore. Un dolore profondo e radicato che va condiviso ed espresso per evitare mostruose conseguenze.
    Il film non ha solo il merito sociale di raccontare quasi in silenzio, a mala pena sussurrandola, una verità ancora scomoda, Tutto parla di te ha anche il grande privilegio di essere un’opera costruita con grazia e lucidità, una grande lezione di cinema verità.

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