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  • Warm Bodies: Umanamente zombie

    Un’umanità anestetizzata, ridotta ai rantoli di una massa di morti viventi, marginale e ghettizzata tra carcasse umane e desolati terminal di un aeroporto. L’arrivo di Warm Bodies, nelle sale preceduto da un battage mediatico che lo annunciava  come l’erede di Twilight, lascerà a bocca asciutta le orde di ragazzine urlanti illuse di rivedere nei due giovani protagonisti (Julie/ Tersa Palmer e R/ Nicholas Hoult) i nuovi Bella e Edward. Perché il film di Jonathan Levine della saga vampiresca ha davvero ben poco: le similitudini si fermano alla storia d’amore impossibile tra un’umana e un essere immortale. Il resto è una purissima riflessione sull’impoverimento progressivo della capacità di comunicare, sentirsi, emozionarsi reciprocamente, vivere di memoria.
    Così pur rimanendo fedele alla tradizione del mito degli zombie, Warm Bodies lo rilegge in chiave contemporanea e diventa commedia post apocalittica, avventura, epopea romantica che rende sopportabile l’infrazione di qualche regola. Il romanzo di Isaac Marion da cui il film è tratto, trova sul grande schermo la sua dimensione rivolgendosi ad un pubblico ben più vasto di teenager invasati da storie di amore tragicamente romantiche. E il film si fa metafora di un mondo disumanizzato dove gli unici tentativi di comunicare sono affidati alla musica: è attraverso l’uso di alcuni dischi su un aereo spiaggiato nel nulla che R manifesta i primi segni di una sensibilità quasi umana.
    Il processo di umanizzazione degli zombie parte da quelle canzoni, prosegue con la riconquista dei propri ricordi da umani e termina con un messaggio di speranza. Alla domanda ‘si può ridiventare umani’ in una società post moderna dove la tecnologia ha preso il sopravvento e il contatto si è ridotto a onomatopeiche chattate su facebook. Levine risponde con la sua coppia di amanti sui generis, il Romeo e Giulietta di un mondo destinato a ritrovare un giorno se stesso.

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  • The Grandmaster: Se Sergio Leone incontra Wong Kar Wai

    Insolitamente epico, tradizionalmente poetico. Wong Kar Wai c’è con tutta la sensibilità registica e umana che lo contraddistingue da sempre, e c’è il suo The Grandmaster ad aprire la Berlinale 2013. Il regista di Shanghai torna sei anni dopo il suo debutto americano (Un bacio romantico) con un affresco imponente e visivamente – ma questo ce lo aspettavamo – impressionante, partendo dal racconto sulla vita del leggendario maestro di kungfu e celebre mentore di Bruce Lee, Ip Man.
    Così la semplice narrazione di una figura mitica, diventa disamina filosofica e viaggio sensoriale tra le menti e i corpi dei protagonisti, un film tributo sulle arti marziali come disciplina, modo di vivere, passione totalizzante e devozione.
    E tutto diventa poesia, un’istantanea su un mondo perduto attraverso il consueto mix esplosivo di accorgimenti stilistici cui da sempre Wong Kar Wai è avvezzo: i campi stretti sui dettagli, i ralenti  sui corpi che si sfiorano, si inseguono, si scontrano, l’indugiare sul rumore delle ossa scricchiolanti o dei piedi che scivolano fino a comporre una danza precisa e appassionata.
    Spettacolare, immenso, malinconico nel riproporre i temi a lui cari dell’amore tragico, della memoria, di un tempo che non perdona; sullo sfondo le rovine belliche di oltre trentanni di storia, dall’invasione giapponese alla guerra civile fino al trionfo del comunismo. Una composizione perfetta, un ritratto ineccepibile se non fosse per una freddezza di fondo dovuta con ogni probabilità alla ridondanza di certe soluzioni e al virtuosismo esibito di altre.
    Un racconto estetizzante ma questo non sorprende perché Wong Kar Wai ha fatto dell’estetica il suo punto di forza, il problema è la mancanza di sostanza, e il rischio è che quel cinema di sensi  che con In the mood for love aveva toccato il suo punto più alto, ceda il passo al ripetersi di una formula vuota. Magistrale e indimenticabile però, l’omaggio finale a C’era una volta in America, dalla riproposizione del celebre motivo di Ennio Morricone alla citazione quasi pedissequa della scena in cui Robert De Niro si abbandona ai fumi dell’oppio qui affidata alla protagonista femminile. Ma forse l’eco di Sergio Leone è ben più presente di quanto non lascino immaginare le ultime scene di un film in fondo gangsteriano e spudoratamente noir sin dall’inizio.

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  • Re della terra selvaggia: Il mondo di Hushpuppy

    Selvaggia, indomita e fiabesca. Solo tre parole per descrivere la piccola protagonista (Hushpuppy ) di questo film, un outsider diventato il caso cinematografico dell’anno che ai prossimi Oscar farà tremare nomi come quelli di Steven Spielberg e Quentin Tarantino, insidiando con una nomination per la Miglior Attrice Protagonista le grandi signore del cinema da Emmanuelle Riva a Jessica Chastain. Lei, Quvenzhané Wallis, ha appena nove anni, e prima che il regista Benh Zeitlin la trovasse, frequentava la scuola elementare del quartiere in una comunità nel Sud della Louisiana.
    È in quei luoghi selvatici e indomabili, lontani dalle logiche dell’era post industriale, legati ad ancestrali tradizioni e schiavi di secolari catastrofi naturali che Re della terra selvaggia è nato e cresciuto. E Hushpuppy ne è l’essenza, emblema di una lotta per la sopravvivenza che quei popoli hanno imparato a conoscere bene.
    Il film si rivela una fiaba apocalittica, un viaggio tra misteriose creature mitologiche risvegliate dallo scioglimento dei ghiacciai, gli Aurochs, e gli impavidi bizzarri personaggi che popolano l’universo di Hushpuppy e papà Wink. Un mondo ai margini , in cui il rapporto tra padre e figlia si consuma tra memorabili lezioni di vita, riti quasi magici, goliardiche scorpacciate di gamberi e alligatori e una potente rappresentazione della rottura degli equilibri naturali che ha il dono, però, di rimanere immune al tentativo facile e ricattatorio della polemica ecologista. Sommersa dall’acqua la comunità della Grande Vasca resiste, mostrando un’umanità ribelle e ‘bestiale’, stoica nell’accettazione del dolore, della malattia e della morte.
    Partendo dalla piece teatrale ‘Juicy and delicious’, Zeitlin realizza un adattamento magico, emozionante che non sacrifica nella trasposizione ai nostri giorni gli elementi più surreali e mitologici della commedia originale. Un contrasto che diventa ricchezza e cifra stilistica, una grande prova registica in barba all’industria mainstream. Che per una volta varrebbe la pena vedere in lingua originale: rinunciare ad ascoltare il canto delle voci dei protagonisti sarebbe davvero un peccato.

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  • The Impossible: Se l’horror è la realtà

    L’horror di Juan Antonio Bayona è tornato, ma questa volta libero da costruzioni soprannaturali, perché l’orrore nella sua seconda prova da regista, The Impossibile, si fa ancora più reale e arriva dritto dalla natura. Abbandonate le atmosfere paranormali di The Orphanage il regista spagnolo tesse la sua orrorifica tela partendo da una storia vera: la tragedia umana di una famiglia spagnola (padre, madre e i loro tre figli) divisa dallo tsunami che nel Natale del 2004 si abbatté sulle coste della Thailandia.
    Bayona riesce, almeno nella prima parte del film, a raccontare la foga inarrestabile e disarmante dello tsunami come nessuno forse era mai riuscito a fare prima, con una potenza  immaginifica tale da trascinare lo spettatore in un turbinio di paure primordiali.
    Il corpo delle vittime trafitto da un vortice confuso di oggetti indecifrabili, le immagini in soggettiva, i primi piani sui volti increduli e sofferenti dei sopravvissuti, l’impatto paralizzante di quel muro d’acqua: per almeno un’ora la violenza del cataclisma si schianta immensa sugli occhi e la mente del pubblico. E rimbalza amplificata attraverso lo sguardo disperato di Naomi Watts, madre coraggio, e i gesti del piccolo Tom Holland – appena dieci anni ma che la lotta per la sopravvivenza trasforma ben presto in un adulto. Insieme sono i protagonisti di una performance fisica e psicologica che alla prima ha regalato una meritatissima nomination all’Oscar, al secondo un debutto che non passerà inosservato.
    E’ da questo momento che la catastrofe naturale diventa dramma familiare e a Ewan McGregor il regista affida la seconda parte della storia. E’ a questo padre, sopravvissuto insieme agli altri due bambini dall’altra parte dell’isola, che spetta l’ultimo estremo tentativo di ritrovare il resto della famiglia; il suo viaggio si farà strada in un vortice di sommersi e salvati, tra il caos generale e il cinismo che l’attaccamento alla vita spesso si porta dietro.
    Ma forse è proprio nel melò che The Impossible inciampa: delle scelte musicali particolarmente edulcorate o l’indugio compiaciuto su alcune scene madri rischiano di vanificare un’operazione fin lì riuscita, scivolando nel ricattatorio e nel sentimentalismo facile.

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  • Pazze di me: La follia è donna?!

    Isteriche, ossessive, svampite, sedotte e abbandonate. Eccole le donne di Fausto Brizzi che decide di celebrare il suo ritorno al cinema con una commedia tutta al femminile, Pazze di me, rocambolesco affresco di una combriccola familiare folle e ingombrante, piantata in asso dal padre alcuni anni prima.
    Sette donne ciascuna vittima del proprio rapporto irrisolto con gli uomini: una madre dispotica e di hitleriana memoria (che rispolvera il talento comico di Loretta Goggi sul grande schermo), una nonna annebbiata dalla demenza senile e accudita da un sfaticata e succinta badante rumena Bogdana (inaffondabile Paola Minaccioni), e tre sorelle sconclusionate – la femminista dura e pura messa romanticamente ko da un uomo sposato, la svampita che salta da un uomo all’altro in preda a confusionarie attrazioni fatali ed una prima della classe mollata sull’altare e alla quale non resta che affogare il dispiacere sul divano di casa tra i pizzi del suo inseparabile abito da sposa.
    Una gabbia di matte, che certo non risparmierà al regista di Ex l’accusa di misoginia, nonostante Brizzi sia corso già ai ripari definendo il film “un atto di amore verso le donne”, salvate alla fine – guarda caso – dall’unico maschio di casa. Toccherà infatti al ‘solito idiota’ Francesco Mandelli, per la prima volta libero dalle facce di Ruggero De Ceglie, ‘sistemarle’ in qualche modo se ci tiene a non vedere andare a monte il suo ennesimo tentativo di una relazione adulta con una ragazza.
    Una storia che, pur sfuggendo ai limiti delle ultime commedie a episodi di Brizzi, si riduce a un’accozzaglia di stereotipi, mentre il susseguirsi di gag e siparietti non basta a superare le sciatterie di una sceneggiatura a tratti dozzinale che riduce i personaggi a fantocci caricaturali e macchiettistici, capaci di strappare qualche grossolana risata. Con buona pace del cast, in gran parte meritevole.
    Ma Pazze di me si riscatterà probabilmente al boxoffice: difficile resistere a un’ ‘invasione di sala’ da 600 copie.

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  • I Croods: Come d’incanto

    Una nuova avventura in 3D dalla DreamWorks Animation che ci porta alle origini del tempo, in una ipotetica Era Crocodacia, quando anche Madre Natura iniziava a sperimentare possibili evoluzioni…
    VOTO: 4

    Un’avventura preistorica che guarda, ma solo da lontano, a L’era glaciale e ai Flinstones per raccontare in maniera illuminata e con ironia l’evoluzione del genere umano. I Croods, primo film d’animazione Dreamworks a essere distribuito in Italia da Fox  è un tripudio di immagini, un’esplosione di vitalità che descrive con intelligenza la meraviglia della prima volta, l’amore e l’incontro/ scontro con la civiltà attraverso il peregrinare di una bizzarra famigliola di cavernicoli.
    Chris Sanders e Kirk De Micco raccontano con una comicità che si affida alla migliore tradizione slapstick, il viaggio della prima famiglia moderna composta da una galleria di personaggi originalissimi: il corpulento capofamiglia Grug (Nicolas Cage), la sua dolce metà Ugga (Catherine Keener), moglie e madre diligente, l’eccentrica suocera Gran (Cloris Leachman), una figlia adolescente fin troppo ribelle, Hip (Emma Stone), il monolitico secondogenito Tenco (Clark Duke) e la sfrenata Sandy, la piccola di casa.
    Ma i Croods non sono i Flinstones: per loro la civiltà è ancora tutta da scoprire e risponde al nome di Guy, Homo Sapiens con la voce (nella versione originale) di Ryan Reynolds e il volto di un affascinante ragazzo che farà battere il cuore di Hip, .
    Guy è la gioia del cambiamento, il piacere della scoperta – il primo fuoco, le prime scarpe, il primo animale domestico (l’inseparabile bradipo canterino di nome Laccio) – mentre Grug, energumeno preistorico, è il simbolo della paura, della chiusura, della conservazione dello status quo, ma è soprattutto un Padre in crisi.
    Perché I Croods non è solo una commedia e nemmeno una semplice favola animata impreziosita da un 3D di indubbia qualità, ma è anche un film sulla famiglia e sulle sue dinamiche secolari: gli scontri generazionali, le crisi di mezza età, l’emancipazione dal nucleo familiare.
    Ci si commuoverà e si riderà, in questo volo fuori dalla caverna tra creature fantastiche, davanti all’incanto di un cielo stellato e in mezzo ad una natura magica, irruenta e immensa.

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  • La città ideale: esordio coraggioso per Lo Cascio

    VOTO: 3.5

    La città ideale di Luigi Lo Cascio si compone di mille stimoli, di infiniti spunti, suggeriti allo spettatore dal regista, che firma la sceneggiatura di cui è anche protagonista pressoché assoluto. Proprio nella coralità delle interpretazioni di un esordio fortemente voluto e non perfetto tuttavia ci sono gli elementi distintivi di una buona prova, che nasce evidentemente da una storia molto calata in gusti, sensibilità e passioni personali, affinate negli anni alla corte di numerosi set cinematografici e teatrali, oltre che in anni di sperimentazione personale e studio. Si intravedono atmosfere kafkiane in una Siena ideale ma non troppo, forse perchè calata in un’Italia provinciale, che teme il cambiamento, il nuovo. Il punto di vista sociale e politico del regista sono ben in vista – ed è un gran pregio – in una pellicola che ha il difetto di dover o voler dire tutto nel breve scorrere dei 100 minuti o giù di li della proiezione. Ecco che allora alcuni caratteri sembrano estremamente eterei e perdono la forza espressiva e le dinamiche sapientemente ordite fin dalle prime immagini, davvero intriganti.
    Lo Cascio dissemina il suo coraggioso esordio di volti noti, al pubblico, ma anche al regista, protagonista di duetti eccellenti con la madre, Aida Burruano e con lo zio, uno straordinario Luigi Maria Burruano.

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  • I Figli della Mezzanotte: La magia dell’India!

    Tratto dall’omonimo romanzo  bestseller di  Salman Rushdie, I Figli della Mezzanotte, il film della regista indo-canadese  Deepa Mehta uscirà distribuito da Videa.
    VOTO: 2,5

    Tratto dall’omonimo romanzo  bestseller di  Salman Rushdie,  il film della regista indo-canadese  Deepa Mehta uscirà nelle sale italiane domani 28 marzo, distribuito da Videa.  E’ il 15 agosto del 1947 quando l’India dichiara indipendenza dall’Inghilterra, in questa notte così importante nascono due bimbi uno Saleem povero e l’altro Shiva ricco, le loro vite verranno scambiate, dando vita ad un percorso ricco di colpi di scena.
    Nel cast Satya Bhabha, Shahana Goswami , Shriya Saran e Siddhart.
    Tra magia e storia, sogno e realtà, il protagonista Saleem Sinai, interpretato da Satya Bhabha ci racconta la sua bizzarra storia legata a quella dell’India. La notte della sua nascita e del suo gemello cattivo Shiva, interpretato da Siddhart, coincide con la nascita di altri figli della mezzanotte, che come loro sono dotati di poteri straordinari. La regista mostra il cambiamento dell’India e del contesto sociale attraverso le vite e le personalità dei due fratelli.  Lo spettatore è proiettato nell’universo affascinante di Saleem tra le sue visioni, il rapporto con la strega Parvati e l’India in  tutto il suo splendore, le sue tradizioni, ma anche i suoi lati più oscuri e crudeli. Un film da vedere, che emoziona, ma che tende ad essere un po’ confusionario nella narrazione,

    Elisa Solofrano

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  • Un giorno devi andare: affascinante il viaggio di Diritti

    In Un giorno devi andare il regista bolognese racconta a modo suo la ricerca di se’ di una giovane, interpretata da un’ottima Jasmine Trinca, che in Amazzonia trova molto di più di quello che avrebbe mai sperato di incontrare.
    VOTO: 3,5

    Un viaggio alla ricerca di se’, del senso più profondo della vita, questo è quello che intraprende, senza preconcetti e senza sovrastrutture culturali, un regista come Giorgio Diritti, abituato a sorprendere con il suo cinema essenziale.
    Questa volta Diritti affida il suo racconto – un viaggio in Amazzonia, tra le acque ora placide ora furiose del Rio delle Amazzoni – agli occhi curiosi di Jasmine Trinca, perfetta nel rendere lo spaesamento occidentale al cospetto della meravigliosa brutalità della Natura.
    La fuga inevitabile dal dolore per la perdita di un figlio non è che uno solo dei motivi che allontanano Augusta dalla sua comunità montana in un’Italia, in un’Europa, in una cultura occidentale ormai divenuta inconsapevolmente aliena.
    Quello che succede al cospetto di modi, usi e costumi lontani, di fronte a bisogni primari che lasciano il posto ad inattesi gesti di infinita leggerezza, è una piccola meraviglia che non riempie solo l’anima di Augusta, ma anche gli occhi ed i cuori dello spettatore.
    Dagli Indios delle palafitte di una favela di Manaus abbiamo tutti da imparare, nel bene e nel male. Sembra facile da intuire, non era facile da spiegare in maniera che fosse plausibile e mai scontata, come la carità pelosa, come l’integralismo cattolico che risente dell’atavico stimolo del conquistadores…
    Augusta fugge da questo nella foresta esattamente come era fuggita da quel peso che la opprimeva in patria. Si tratta di una scelta dolorosa certo, ma come contraltare inatteso ha un sorriso, quello di un bimbo su una spiaggia deserta, allegoria di chi è capace di parlare il linguaggio delle emozioni ed insegnare ad un adulto l’essenza della felicità.

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  • Il lato positivo: Tra follia e comicità

    La storia di un uomo che cerca di guardare oltre le tragedie della propria vita, perché ‘ogni nuvola ha un orlo d’argento’.
    VOTO: 4

    Dal ring alla follia della mente umana: dopo il successo di The Fighter, David O. Russell torna sul grande schermo con Il lato positivo, una storia basata sull’omonimo romanzo di Matthew Quick. Candidato ad otto premi Oscar (The Fighter aveva ottenuto sette candidature vincendo due statuette), Il lato positivo, che ha consacrato definitivamente Jennifer Lawrence regalandole un Oscar per la Miglior Attrice Protagonista, può essere definito come una commedia romantica nella quale, fortunatamente, le abilità del regista riescono a non far trionfare le banalità sulle quali questo genere può a volte scivolare.
    Dalla malattia mentae al trionfo dell’amore, la pellicola ci offre un percorso autentico fatto di nevrosi, depressione e manie, senza però superare il limite e trasformare il film in un dramma strappalacrime. Nevrosi, depressione e manie raccontate per mostrare come i protagonisti del film riescano, in una situazione oggettivamente pesante, a costruire insieme quel famigerato lato positivo del titolo, per poi trasformarlo in un legame sentimentale. Complice di tutto questo è il ballo: Pat e Tiffany, il cui primo incontro sembra non portare a nulla di buono, si avvicinano sempre di più per prepararsi ad una gara di ballo, nella quale a trionfare non sarà la loro esibizione, ma il loro rapporto.
    A circondare i due protagonisti tutta una serie di personaggi raccontati anch’essi con la lente della nevrosi: dal padre di Pat (un Robert De Niro toccante e commovente) a sua madre, passando per il fratello e al suo più caro amico che vive un matrimonio infelice. Tante storie e tanti personaggi magistralmente diretti (e la conferma è rappresentata dalle quattro nomination agli Oscar per i quattro attori principali), che raggiungono il massimo del loro splendore nella scena corale che prepara il finale: con sapienza e abilità, Russel dirige una delle scene più belle e indimenticabili del film, passando dal dramma al comico e regalando a tutti gli attori la possibilità di far emergere le personalità dei vari personaggi.
    Jennifer Lawrence (Tiffany) spicca su tutti gli attori regalandoci un’interpretazione davvero unica, eccellente anche l’interpretazione di Bradley Cooper (Pat), capace di farci vivere i poco equilibrati stati d’animo del suo personaggio.

    Augusto D’Amante

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