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    Aquaman, supereroe a spasso tra i generi

    Il supereroe di Atlantide, Aquaman, esordisce in solitaria dopo essere apparso coi colleghi della Justice League. James Wan dirige Jason Momoa in uno dei film più riusciti dell’universo Dc. In sala dal 3 gennaio.

    Niente male per una barzelletta. Perché Aquaman, l’eroe creato nei primi anni 40 da Mort Weisinger e Paul Norris, non era mai stato preso troppo sul serio. Dalle battute del serial Big Bang Theory fino al cartoon degli anni 70 che lo immortalava impietosamente in groppa a un cavalluccio marino quello dell’eroe interpretato da Jason Momoa poteva sembrare un percorso cinematografico complicato e decisamente in salita. Invece – magia del cinema – il principe di Atlantide sta sbancando i botteghini del mondo, facendo fare magre figure anche ai colleghi di scuderia più blasonati, come Superman e Batman, reduci dalla delusione del loro Dawn of Justice e dal fiasco plateale di Justice League.

    Il supereroe acquatico, che in Justice League era presente, non si è fatto trascinare dal flop dei compagni e alla prima in solitaria (e non sarà l’unica visti i numeri) ci arriva grazie alla regia di James Wan e alla sceneggiatura di David Leslie Johnson e Will Beall. Quest’ultima ci porta in un regno sottomarino in subbuglio, alle prese con la scalata al potere dell’ambizioso re Orm (Patrick Wilson) che, a dispetto dei consigli del saggio Vulko (Willem Dafoe), vuole riunire i clan subacquei per dichiarare guerra alla terraferma. L’unica speranza per i due mondi è rappresentata da Arthur (Jason Momoa), nato dall’amore tra un guardiano di faro e una principessa ribelle (Nicole Kidman), che preferisce fare l’eroe in superficie col nome di Aquaman. Ma grazie all’aiuto della giovane Mera (Amber Heard) Aquaman seguirà un percorso che lo porterà sulle tracce del suo retaggio, dalle dune del Sahara alla Sicilia da cartolina di Erice, dalle coste americane ai recessi più profondi e spaventosi del tanto amato oceano.

    E come spesso accade con i film di supereroi sono quelli che creano meno aspettative a lasciare più il segno. Era successo lo scorso anno con il Black Panther della Marvel, succede oggi con Aquaman. Forse perché quando l’immaginario collettivo è più sgombro è più facile lasciarci una nuova orma, forse perché i supereroi più presenti si affidano troppo a dinamiche narrative e cinematografiche più collaudate ma forse, anche per questo, un po’ più trite. Fatto sta che il film di James Wan riesce a distinguersi, e in un mercato che ormai propone cinque-sei film di supereroi all’anno, non è una cosa da poco. Riesce a distinguersi principalmente imbastendo un pastiche tra i generi che lascia nello spettatore una piacevole sensazione di spiazzamento. Aquaman comincia come una fiaba di celluloide alla Tim Burton, poi dopo un accenno di disaster movie si avventura nei territori di Mission Impossible, di Indiana Jones, di Alien, di Avatar per poi concludersi con una battaglia campale degna dell’ultimo Signore degli Anelli.

    Altra nota di merito è la cura dedicata anche ai personaggi minori, come ad esempio il cattivo di supplemento, il pirata Black Manta (Yahya Abdul-Mateen II), a cui è dedicata una sottotrama non banale che fa di lui uno dei pochi villain del grande schermo per cui è lecito provare empatia. Discorso a parte meritano le sequenze ad alto tasso di spettacolarità. Tre per la precisione, l’inseguimento sui tetti di Erice, la battaglia finale e la sequenza degli orribili Trench, mostri marini che sembrano usciti da un incubo lovecraftiano. Se questo tipo di scene sono il pane quotidiano per ogni film di supereroi va detto che Wan, specie nella terza citata, si supera davvero, creando immagini di altissimo impatto visivo complice un ampio utilizzo della tecnologia Imax.

    Il risultato finale è una piacevole sorpresa che supera i meriti e i limiti del suo protagonista, Jason Momoa, che magari non avrà un ventaglio particolarmente ampio di espressioni ma oltre a metterci la convinzione e il physique du role dà anche l’idea di divertirsi un mondo, con quel suo sorriso scanzonato che buca lo schermo e che rischia di farlo diventare un’icona del genere. E le note negative? Quelle non mancano, da una lunghezza forse eccessiva fino alla svogliataggine di una delle sue grandi star (Dafoe, che dovrebbe prendere esempio dall’impeccabile e preziosa Kidman), ma sono solo piccole ancore che non impediscono a questo immenso battello di solcare le acque della cultura popolare e rompere il ghiaccio delle platee.

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  • Old man & the gun: Il saluto di un’icona

    David Lowery dirige Robert Redford in quello che sarà il suo ultimo film, Old man & the Gun, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. In sala dal 20 dicembre. 

    Un grande del cinema che lascia le scene. Ci sarebbe da piangere se non fosse che l’ultimo messaggio è l’opposto di quanto non fosse lecito aspettarsi. Robert Redford ci saluta, a meno di ripensamenti, e lo fa con un vestito impeccabile e una pistola in pugno. Old man & the gun, diretto da David Lowery e presentato in anteprima all’ultima Festa del Cinema di Roma, è ispirato alla storia vera di Forest Tucker, rapinatore gentiluomo e maestro di evasioni. Una mosca bianca in un periodo, quello tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, in cui il crimine si faceva sempre più violento, generando l’aspra risposta della tolleranza zero.

    Come raccontato da un articolo del New Yorker firmato da David Grann (autore anche della sceneggiatura, insieme al regista), l’anziano Tucker si guadagna da vivere rapinando banche in giro per gli Stati Uniti, qualche volta con una banda di attempati complici (Danny Glover, Tom Waits), più spesso da solo. Il Tucker interpretato da Redford è più un fuorilegge che un vero criminale, dove per legge si intendono quegli schemi che pretendono che i rapinatori siano violenti e gli anziani in pensione. Non è così per Tucker, che non solo non vuole appendere la pistola al chiodo, ma non ha neanche attenzione di arrendersi all’idea di un lento appassimento. Ed è anche per questo che Forest incontra Jewel (una deliziosa Sissy Spacek), donna pronta a lasciarsi ammaliare dal fascino e dal savoir faire di un uomo entrato all’improvviso nella sua vita.

    Ma quella di Forest Tucker è una parabola più che una favola. E sulla strada si troverà di fronte i nemici di sempre, le forze dell’ordine, che avranno il volto dell’agente Hunt (il premio Oscar Casey Affleck). Il confronto a distanza, però, sarà anche l’occasione di raccontare una realtà che cambia, che si lascia alle spalle un pizzico di romanticismo e di galanteria. L’inseguimento sarà anche un modo di conoscersi, di sfidarsi, di capirsi forse. Ma il tema principale resta la voglia di non arrendersi, di non pentirsi, di continuare a vivere la propria vita fino all’ultimo. Questo almeno sembra essere la morale che ci suggerisce David Lowery, regista che sta trovando una sua voce personale e malinconica dopo aver diretto Il Drago Invisibile della Disney e il semi indipendente Una storia di Fantasmi. Non ce ne voglia però il pur bravo regista, né il premio Oscar Casey Affleck, né la sempre brava Sissy Spacek. Qui la luce della ribalta se la prende tutta Robert Redford, protagonista e centro magnetico del film. Ed è giusto che sia così.

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  • Il ritorno di Mary Poppins: Praticamente (quasi) perfetta

    Con Il ritorno di Mary Poppins rientra in scena la tata più famosa del cinema. Rob Marshall dirige Emily Blunt, Colin Firth e Meryl Streep in una nuova avventura natalizia targata Disney. In sala dal 20 dicembre.

    Sono passati più di 50 anni e già questa sarebbe una notizia. In una Hollywood che ha sempre meno voglia di rischiare c’è voluto più di mezzo secolo per riesumare la tata perfetta nata dalla penna di P. L. Travers e farne non un reboot ma più saggiamente un sequel. Il ritorno di Mary Poppins segna quindi la rentrée dell’icona Disney per eccellenza, almeno quando si parla di personaggi in carne e ossa. A indossare i panni smessi da Julie Andrews è un’altra attrice inglese, Emily Blunt, che si ritrova a rispolverare l’ugola a quattro anni da Into the woods, altra produzione fiabesca disneyana ad alto tasso canoro. Il regista di quel film, neanche a farlo apposta, era Rob Marshall, stessa mano che regge il timone di questo nuovo Mary Poppins.

    La storia, imbastita da David Magee, già sceneggiatore di Vita di Pi, ci porta al tempo della grande depressione, negli anni 30 del secolo scorso, dove un Michael Banks (Ben Whishaw) fresco vedovo, rischia di vedersi soffiata la casa per opera del truffaldino Wilkins (Colin Firth), professione: direttore di banca. Fortuna che dalla parte di Michael si schierano la sorella Jane (Emily Mortimer), il lampionaio Jack (Lin-Manuel Miranda) e soprattutto Mary Poppins, scesa dal cielo appesa al consueto ombrello e carica di magia, senso pratico e buone intenzioni. Inutile dire che le verranno affidati i tre figli di Michael ma anche e soprattutto il destino di Michael e Jane, i due bambini ormai cresciuti affidati alle cure di Mary Poppins durante il primo film.

    Pellicola ideata per grandi e piccini Il ritorno di Mary Poppins sembra voler aprire, infatti, una porta verso il passato. Ne sia testimonianza non solo il continuo gioco di richiami al film precedente (tra cui un delizioso cammeo di Dick Van Dyke) ma anche la splendida sequenza animata supervisionata da Jim Capobianco e Ken Duncan, che ha impegnato oltre 70 animatori armati di carta e matita, con buona pace di algoritmi e computer graphics. Per il resto il film si affida al campionario di canzoni composte da Marc Shaiman e Scott Whittman che nella versione italiana sono rigorosamente tradotte, a qualche trovata di grosso impatto visivo, come la coreografia ciclistica messa in piedi dai lampionai amici di Jack, che hanno sostituito gli spazzacamini nell’immaginario del primo film, e al talento dei suoi interpreti. Emily Blunt, prima di tutto, che sembra aver studiato per giorni e giorni la gestualità di Julie Andrews. Ma anche le divertenti comparsate di Meryl Streep o di Angela Lansbury, che porta sullo schermo uno dei personaggi nati direttamente dalla penna della Travers, la signora dei palloni.

    Certo, a volte si ha la sensazione che questo nuovo Mary Poppins sia solo un pacco ben confezionato con dentro un regalo riciclato, che sotto le grandi professionalità messe in campo con una profusione di mezzi sontuosa si nasconda nient’altro che un prodotto derivato e senza spunti originali. Ma in fondo dai film di Natale non ci si aspetta certo la rivoluzione, ma solo un pizzico di stupore e un pugno di buoni sentimenti e non è un caso se la Disney, che alle rivoluzioni ha sempre preferito i buoni sentimenti, a Natale abbia tradizionalmente fatto i suoi affari migliori. Resta solo da vedere se la magia di ciò che è vecchio riuscirà a contagiare chi di fatto è nuovo, i bambini in questo caso, proprio come Julie Andrews, col suo cappellino sempre perfettamente posizionato e il suo ombrello vivente, riuscì a fare anche con le generazioni venute su negli anni settanta e ottanta. Le premesse di sicuro sono buone ma la risposta resta sempre ai posteri.

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    Bumblebee: Cuore e acciaio

    Con Bumblebee ritorna in scena il più giovane dei Transformers di casa Hasbro. Il regista Travis Knight dirige Hailee Stanfield in una commedia adolescenziale e nostalgica con robot. In sala dal 20 dicembre.

    Alla fine gli uomini di latta hanno trovato il loro cuore. Ci sono voluti sei film a superare il muro del frastuono e a fare breccia in una scorza dura come l’acciaio ma alla fine Bumblebee dimostra che il franchise milionario ma un po’ vuoto dei Transformers può dare vita a un film dignitoso. Merito e forse un po’ magia del regista Travis Knight che due anni fa diresse Kubo e la spada magica, film d’animazione candidato all’Oscar che non riuscì a scardinare il dominio Disney nella categoria ma che quantomeno fece venire un po’ di dubbi all’Academy. Oggi Knight ripesca un po’ di quella delicatezza mostrando al mondo che Autobot e Decepticon al cinema possono tranquillamente fare a meno di sua maestà re Fracasso, ovvero Michael Bay, principale narratore delle gesta dei trasformabili di casa Hasbro, che prima di essere eroi del cinema furono una linea di giocattoli e una serie di cartoni animati.

    La storia di Bumblebee si inserisce nel filone nostalgico che ha caratterizzato alcuni dei prodotti di genere più riusciti di quest’ultimo scorcio di decennio, da Stranger Things alla nuova versione cinematografica di It. Eccoci quindi catapultati in un prequel dei film precedenti, nel 1987, anno di arrivo sulla terra del più simpatico degli Autobot, il silenzioso Bumblebee, che per l’occasione smette di essere la Mustang che era stata nei film precedenti e riprende la forma di quel Maggiolino Volkswagen che sarebbe anche la traduzione letterale del suo nome. Arrivato sulla Terra in fuga dalla guerra civile di Cybertron (dove, per la gioia dei tanti cultori, si rivedono un po’ di volti noti della linea di giocattoli originale) il transformer giallo incontra la giovane Charlie (Hailee Stanfield), teenager e outsider, appassionata di motori, di tuffi e di canzoni degli Smiths, sul cui cuore pesa ancora una tragedia, la scomparsa del padre. Ecco allora che il robot, regredito a livello infantile a causa di un danno alla memoria, e incapace di parlare se non tramite spezzoni di canzoni campionate alla radio, si ritroverà ad emergere da una realtà difficile insieme alla sua amica terrestre, mentre all’orizzonte si profila la minaccia di due temibili Decepticon, venuti per capire il motivo della sua presenza sulla Terra.

    La pellicola, scritta dall’emergente Christina Hodson, riesce a giostrarsi un po’ tra i generi senza per questo rinnegare la sua anima di aspirante blockbuster. Un po’ fantascienza, un po’ commedia adolescenziale Bumblebee esalta la mano delicata di Knight, una carezza rispetto al pugno calloso dei film precedenti. Il regista lascia il campo al suo eroe robotico, che si esibisce in alcune sequenze slapstick che strizzano l’occhio all’intrattenimento per famiglie, ma per la prima volta nel franchise aggiunge un personaggio umano degno di nota. La Charlie portata sullo schermo da Hailee Stanfield (che già in passato si era fatta notare per i suoi convincenti ritratti adolescenziali) è la vera marcia in più di questo film, grazie anche al sapiente utilizzo di qualche comprimario di valore (a cominciare dalla mamma interpretata dalla brava attrice televisiva Pamela Adlon).

    E così tra evoluzioni, trasformazioni, canzoni e un vago senso nostalgico che riporta alla mente i film con Molly Ringwald o la prima cinematografia di Spielberg, Bumblebee arriva alla sua conclusione e si concede anche lui un pizzico di chiasso, che probabilmente era quello che volevano gli spettatori insieme alla vasca di popcorn, divertendo ma la giusta misura. Il risultato è il miglior film di un franchise che ha scoperto forse con troppo ritardo di avere delle potenzialità. Speriamo per tutti che il pubblico gradisca e che questo possa rappresentare un nuovo e gradito inizio.

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    TFF36 – The front runner: Quando la politica diventò gossip

    Con i suoi film ha sempre trovato il modo di dare spazio ad autentici ritratti di antieroi, uomini ordinari: teenager incinta, solitari cacciatori di teste e madri single spossate dalla routine. “Questo è il mio universo Marvel”, scherza Jason Reitman al Festival di Torino inaugurato dal suo The Front Runner che conferma ancora una volta l’interesse del regista canadese per un essere umano sfilacciato e complesso e per storie poco consolatorie raccontate con piglio spietato e ironico.

    Qui l’antieroe in questione è Gary Hart (Hugh Jackman), il senatore democratico del Colorado che nel 1987 appariva come il candidato favorito nella corsa alla Casa Bianca, prima che nel giro di sole tre settimane uno scandalo sessuale – Hart avrebbe tradito la moglie (Vera Farmiga) con una modella di Miami, Donna Rice (Sara Paxton), su una barca chiamata Monkey Business – ne segnasse definitivamente il tramonto.
    Una storia vera, che sarebbe diventata uno spartiacque nel modo di concepire media e politica, pubblico e privato nella storia degli Stati Uniti d’America: da quel momento ci sarebbero stati un prima e un dopo Gary Hart. Reitman parte dal libro di  Matt Bai, “All the Truth Is Out: The Week Politics Went Tabloid” per racconta l’ascesa e il tramonto di un uomo le cui questioni private determinarono il destino di una nazione.

    Il film assume sin da subito i contorni e il ritmo serrato del thriller politico, scaraventando lo spettatore nel quartier generale del candidato alle prossime presidenziali, tra collaboratori indaffarati, tv satellitari, capannelli di giornalisti in attesa, fotografi appostati, cartoni di pizza consumati, caffè e dialoghi concitati.
    La macchina da presa sempre in movimento si intrufola fin dentro le redazioni tra vecchi fax scalcinati e giornalisti armati di sola penna e taccuino. Prima che la rete varcasse ogni limite, all’alba della cancellazione di ogni confine tra la dimensione privata e quella istituzionale, prima ancora che politica e gossip pruriginosi si contaminassero per osmosi trasformando la prima in poco più di un reality.

    Alla gogna ci finiscono tutti: politici e media, forse un po’ più i secondi dei primi, nel momento in cui Reitman spinge il pubblico a chiedersi quale sia la responsabilità della stampa nel dare in pasto al voyeurismo dei lettori  un privato che nulla ha a che vedere con le capacità di un politico di gestire la cosa pubblica; o quanto sia etico appostarsi dietro a un cespuglio per estorcere particolari giudicati, dal punto di vista del film, irrilevanti ai fini di una buona carriera politica.
    Zone d’ombra che il regista non risparmia a nessuno dei due imputati, che si allungano fino ad un appassionato sguardo sulla donna: oggettivata, dimenticata, come sarebbe successo a Donna Rice che per anni nell’immaginario collettivo sarebbe rimasta l’anonima biondina con cui Hart folleggiò sulla Monkey Business. Reitman la umanizza e le restituisce dignità, con gli occhi sciupati dal trucco sbiadito dalle lacrime o di spalle sola su una scala mobile, inconsapevole e abbandonata alla propria ingenuità mentre va incontro a un manipolo di giornalisti.
    Inevitabile che il pensiero corra ai nostri giorni, al Metoo, a Trump, alla politica svuotata del suo senso più profondo mentre il discorso di addio di Hart  diventa più reale del reale: “La politica in questo paese, credetemi, è sul punto di diventare un’altra forma di competizione atletica o di una gara sportiva”.

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    A private war: La guerra della giornalista Colvin

    In A private war Rosamund Pike interpreta la giornalista Marie Colvin, che morì sotto le bombe di Homs, in Siria, nel 2012. Dirige Maatthew Heineman. Dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma arriva in sala dal 22 novembre.

    Dallo Sri Lanka dei ribelli Tamil fino alla Libia e alla Siria. A private war, presentato in anteprima alla 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma, potrebbe sembrare un compendio di guerre moderne e invece è solo un film biografico presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. Diretto dall’esordiente Matthew Heineman A private war è dedicato all’americana Marie Colvin, reporter del Sunday Times che restò uccisa nel 2012 durante l’assedio di Homs in Siria. A interpretarla è Rosamund Pike, l’attrice inglese resa celebre dall’Amore Bugiardo di David Fincher.

    La storia è quella della Colvin, giornalista che colpì l’immaginario collettivo per la sua benda da pirata sull’occhio sinistro e per l’amour fou verso quel lavoro che alla fine gli costò non solo un occhio ma anche la vita, conclusa anzitempo sotto le bombe del tiranno Assad. Ma la storia di A private war non è solo questa. La sceneggiatura di Arash Amel scandisce l’esistenza della Colvin seguendola passo passo, da un fronte all’altro. Limitando al minimo i ritorni a casa, al tempo necessario per raccontare lo strano senso di spaesamento che la giornalista viveva quando non si trovava in una situazione di rischio, quando non aveva per le mani una verità scomoda da svelare.

    Ed è proprio questo aspetto del racconto ad emergere in un film che per il resto si inserisce nel filone del cinema di impegno civile e nella sottocategoria dell’elogio al giornalismo, un solco che negli ultimi anni ha partorito film più che dignitosi, come Il caso Spotlight e e lo spielbergiano The Post. La scelta di calcare maggiormente la mano sulle fragilità del lato umano, su quel vuoto riempito dal furore stakanovista, esalta al meglio la buona prestazione di Rosamund Pike. E questo aspetto viene anche più esaltato nella seconda parte del film, a poco a poco che i conflitti raccontati dalla Colvin si fanno più vicini e più sentiti allo spettatore.

    In conclusione A private war è un biopic convinto e compiuto, un ritratto a tutto tondo di un’eroina a modo suo, che colpisce non solo per la sua forza ma anche per le sue debolezze. Ovviamente la ricerca dell’attendibilità, la necessità di non plastificare una storia vera finisce per esigere un suo prezzo. Scordatevi quindi particolari sfoggi di estro registico, per un film in cui l’unico linguaggio cinematografico possibile può essere quello del rigore e della disciplina.

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    Widows – Eredità criminale: O la borsa o la vita

    Il regista di culto Steve McQueen trasforma una serie tv degli anni 80 in un noir cupo e con una sottotraccia sociale. Viola Davis, Colin Farrell e Liam Neeson tra gli interpreti. In sala dal 15 novembre. 

    C’era una volta una serie tv inglese. Adesso invece c’è un film. Stessa trama, stesso titolo: Widows – Eredità criminale. Quella che cambia è l’ambientazione, che passa dalla Londra di Margaret Thatcher alla Chicago dell’America post-Obama. Cambia anche la firma in calce, quella di Steve McQueen, il regista del film premio Oscar 12 Anni Schiavo, che dopo anni di tentativi è riuscito a coronare un sogno, trarre un film da quella serie tv che tanto lo aveva colpito durante la sua prima adolescenza.

    Questa nuova versione mette in campo tre donne Veronica, Linda ed Alice (Viola Davis, Michelle Rodriguez ed Elizabeth Debicki), vedove di tre rapinatori morti, che riprendono in mano un colpo elaborato dal marito di Veronica (Liam Neeson). Sullo sfondo si muove la politica turbolenta della città, una battaglia tra il più giovane virgulto (Colin Farrell) di una famiglia di potenti corrotti (rappresentati dal decano Robert Duvall) e un uomo nuovo (Brian Tyree Henry) legato al sottobosco criminale delle gang.

    Se leggendo distrattamente la trama si potrebbe pensare di avere a che fare con uno dei tanti heist movie tinti di commedia, con quella nota rosa già sfruttata nel recente Ocean’s 8, la realtà è piuttosto diversa. La sceneggiatura scritta dal regista insieme alla scrittrice di thriller Gillian Flynn (Le verità nascoste), predilige gli aspetti drammatici e ci restituisce una realtà tetra dove l’ingenuità delle produzioni televisive degli anni 80 lascia il posto a una nuova consapevolezza di genere. In un certo senso l’operazione ricorda quella di Miami Vice, la coloratissima serie di culto di Michael Mann, che lo stesso Mann aveva trasformato per il cinema in noir cupo ed espressionista.

    Le vedove di McQueen sfruttano quindi l’estro registico del loro talentuoso deus ex machina (difficile pensare a un thriller che utilizzi soluzioni di storytelling tanto originali) ma non si limitano solo a quello. Lungo tutto il film, al di là dei personaggi da romanzo, si agita con prepotenza una sottotraccia sociale. Se da un lato va sottolineato il tema della famiglia, spesso esaltata dalle apologie hollywoodiane, qui raccontata più che altro come una zavorra che finisce per far affondare i protagonisti (dagli errori politici del padre di Colin Farrell al legame criminale che lega le tre prime donne) dall’altro va detto che le protagoniste sembrano rappresentare le categorie che per un motivo o per un altro vengono sistematicamente escluse dal sogno americano. Che siano donne, o immigrati, o semplicemente poveri per Veronica, Linda e Alice la vita è una lotta per restare a galla, tra un passato drammatico, una quotidianità precaria e un futuro di scarsa prospettiva. E così Widows è un’elegia dedicata a chi non si arrende, a chi è disposto a tutto per sopravvivere, e per avere quel minimo che una società meno cinica e indifferente dovrebbe garantire a chiunque.

    La cosa più difficile è entrare nel mood di un film che a uno sguardo distratto potrebbe sembrare un’altra cosa. Ma il talento di uno dei registi più interessanti della sua generazione, qui alla sua prima prova più commerciale, è e resta indiscutibile, come pure il talento degli attori in campo, Viola Davis su tutte.

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    Animali Fantastici – I crimini di Grindelwald: che confusione!

    Dal 15 novembre in sala, Animali Fantastici – I crimini di Grindelwald è il secondo capitolo della serie spin-off di Harry Potter. David Yates alla regia di un racconto confuso, fin troppo parlato, pronto a far discutere e che si salva solo grazie all’interpretazione di Johnny Depp.

    Anche il mondo magico di Hogwarts ha avuto il suo aizzatore di folle, il leader che promette un nuovo ordine, ma che dimentica di esprimere quale sia il suo vero scopo. Grindelwald è scappato mentre da New York viene trasferito a Londra per essere finalmente processato. E mentre il Ministero della Magia si lascia corrompere dal Lato Oscuro (una J.K. Rowling scatenata!!!), qualcuno che conosciamo bene e che risponde al nome di Albus Silente (più moderno negli anni ’30 che nella contemporaneità del ragazzo con la saetta sulla fronte), chiede aiuto a chi, mesi prima, era riuscito a fermare il temibile Grindelwald: Newt Scamander.

    Da New York passando per Londra e approdando a Parigi: il nuovo capitolo di Animali Fantastici – I crimini di Grindelwald, approda nel Vecchio Continente, dove vecchi e nuovi protagonisti si rincorrono tra innocui incantesimi, amori non dichiarati, passati misteriosi. Newt cerca Grindelwald, Grindelwald cerca Credence, a sua volta ricercato da Albus, e Credence cerca se stesso o, quanto meno, le sue origini. Tra nomi familiari (i Lastrange) e racconti (sommari e frettolosi) sull’origine di oscuri personaggi (Nagini), Animali Fantastici pecca di prolissità, con la sua voglia di raccontare a tutti i costi e l’intenzione di fare chiarezza che si perde in una noiosa ed evitabile confusione. Il tutto orientato verso la rivelazione finale, che potrebbe rimettere in gioco tutto l’universo magico firmato dalla Rowling. E far arrabbiare i fan di vecchia data, molto probabilmente.

    Eddie Redmayne appare più sofferente in questa nuova avventura, Ezra Miller passa inosservato, il Silente di Jude Law richiama bene quello dei film originali, ma il vero colpo grosso è lui: Johnny Depp. Crudele solo con lo sguardo, il suo Grindelwald è ancora agli inizi della sua evoluzione, ma promette benissimo per i prossimi capitoli.
    Prossimi capitoli, sì, ben tre alla fine di questa nuova avventura nel mondo magico. E se il primo (qui la recensione), in sala due anni fa, è stato un esperimento ben riuscito e compiuto di racconto, il secondo ha perso quella originalità e freschezza e può tranquillamente essere considerato come il classico film di passaggio, quello che riprende una storia passata e solo apparentemente conclusa, la infarcisce di nuove situazioni, nuovi personaggi, getta frettolosamente nuove rivelazioni e lascia lo spettatore a bocca aperta, pieno di domande che stuzzicano la fantasia. Un passaggio necessario e anche un po’ furbetto, visto che lo spin-off di Harry Potter era una scommessa in parte vinta col primo film. Delude la regia di Yates che si affida un po’ troppo al digitale, non solo per ricreare gli animali fantastici del titolo (qui nettamente in secondo piano), ma anche per le scenografie che, se non fossero nominate dai personaggi, si faticherebbe a riconoscere. E si resta così, un po’ delusi, ma allo stesso tempo stuzzicati in attesa di nuovi sviluppi.

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    Overlord: L’orrore della guerra

    Overlord ci porta sulle coste della Normandia, e stavolta i nazisti non sono l’unica minaccia. Dirige l’australiano Julius Avery, produce J.J. Abrams. In sala dall’8 novembre

    C’era una volta lo sbarco in Normandia, adesso invece c’è Overlord. Si tratta di un bellico b-movie tinto di horror e di adrenalina e prodotto da un J.J. Abrams che, troppo impegnato a giocare in altrui cortili (prima con la saga di Star Trek poi con quella di Star Wars), delega lo sfruttamento della sua vena creativa a una serie di registi di belle speranze. In questo caso parliamo dell’australiano Julius Avery, semi esordiente alla sua prima prova hollywoodiana, a cui è stato affidato uno script ideato da Abrams e da Billy Ray, già sceneggiatore di film come Hunger Games e Captain Phillips, e poi rivisto da una terza penna, quella di Mark L. Smith.

    La storia è quella del soldato Boyce (Jovan Adepo), del caporale Ford (Wyatt Russell) e della loro squadra, paracadutati appena all’interno delle coste francesi durante l’operazione Overlord (quella dello sbarco in Normandia, appunto) e che si trovano alle prese con una nuova minaccia, gli esperimenti di uno scienziato pazzo che prendono la forma del superuomo nietzschiano, del ubermensch hitleriano. Soldati immortali per imperi immortali, chiosa un ufficiale nazista durante il film.

    Vista la premessa scordatevi l’epos bellico del Giorno più lungo o i tentativi di imitare il più possibile l’iperrealtà guerresca che avevano impreziosito Salvate il soldato Ryan di Spielberg, qui si rientra più nel campo dei Bastardi Senza Gloria di Quentin Tarantino o del Planet Terror di Rober Rodriguez, senza i tentativi di rivisitazione post-moderna però, senza il (contro)senso di citare intere filmografie che non stavano affatto male nei dimenticatoi, ma con il desiderio più concreto di risuscitare al botteghino un genere che sembrava definitivamente morto. Overlord, infatti, è un b-movie orgoglioso di esserlo, senza però prendersi tanto sul serio da risultare sgradevole, e questo è sicuramente un pregio.

    Un altro pregio è quello di filare via per quasi due ore di durata senza particolari patemi e anche quello di consegnarci una serie di personaggi stereotipati sì, ma che non scadono per forza nel macchiettismo. Certo, rispetto ad altri film prodotti da Abrams (i primi due della serie Cloverfield) si nota il ricorso più corposo ad effetti speciali un po’ facili e una certa carenza di trovate, ma del resto Abrams stesso ha rimarcato che Overlord non rientra nel progetto Cloverfield e allora tant’è. Prendiamo il film per quello che è, ovvero un film senza troppe ambizioni artistiche e mirato a un pubblico appassionato di horror, di cult movie e di un regista-produttore (solo produttore in questo caso) che riesce spesso a nobilitare col suo marchio film che difficilmente avrebbero smosso l’inerzia passiva dello spettatore e solo così potremo apprezzarlo.

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    L’uomo che uccise Don Chisciotte: finisce l’incubo, inizia il sogno

    Esce dopo un’attesa ultra ventennale L’uomo che uccise Don Chisciotte, il film maledetto del regista di culto Terry Gilliam. Protagonisti Jonathan Pryce e Adam Driver. In sala dal 27 settembre.

      

    Sedersi sulla poltrona di un cinema e vedere L’uomo che uccise Don Chisciotte è probabilmente già un privilegio. Come sapranno già tutti gli appassionati di cinema la lavorazione dell’ultimo film di Terry Gilliam, regista culto di film come Brazil e Paura e delirio a Las Vegas, è una leggenda nera della settima arte. Iniziata più di venti anni fa la parabola di questo film assunse presto i contorni di una maledizione, tra infortuni sul set, alluvioni, rotoli di pellicola rovinata da rumori di sottofondo e infiniti problemi produttivi di ogni tipo. Abbandonato quindi il cast originale (Jean Rochefort e Johnny Depp) i tentativi di riprendere in mano il progetto si susseguirono negli anni con vari altri attori che venivano scelti per i ruoli principali (Robert Duvall e Ewan McGregor, John Hurt e Jack O’Connell).

    Intanto, lo confessa lo stesso Gilliam, con gli anni l’idea di fondo cambia. “Forse il passare del tempo – ha confessato il regista incontrando la stampa italiana – ha aiutato il film perché mi ha permesso di ripensarlo e di trovare idee migliori”. Prima di tutto ha permesso di trovare altri due ottimi attori, Jonathan Pryce, che fu protagonista di Brazil, capolavoro di Terry Gilliam, nel ruolo di Chisciotte e Adam Driver, attore molto amato dai registi, che dalla scena underground si è ritagliato un ruolo nei nuovi film di Star Wars e ha anche collaborato con  cineasti del calibro di Martin Scorsese, Jim Jarmusch, Noah Baumbach, Spike Lee e Steven Soderbergh.

    “Adam era la persona che cercavo da anni per questo film. Adam non si comporta da star e a dire il vero non si comporta neanche da attore”. Lui incarna il ruolo di Toby, regista di spot con un passato costellato da ambizioni artistiche, che ritorna sui luoghi dove aveva  girato in passato il suo saggio per la scuola di cinema, un film intitolato L’uomo che uccise Don Chisciotte. Lì scopre che il suo protagonista, un ciabattino spagnolo (Pryce) vive nella convinzione di essere il Don Chisciotte di Cervantes e che la sua Dulcinea (Joana Ribeiro) ora è diventata una escort, amante succube di un violento magnate russo.

    Inutile riassumere le vicissitudini che spingeranno Toby ad affiancare  Don Chisciotte in un nuovo viaggio, a comporre una nuova chansonne de geste che lo vedrà rappresentare l’attaccamento terreno, genuino ma anche limitato, della odierna umanità, a fronte di un idealismo, quello rappresentato da Don Chisciotte, che non può che risultare strampalato e alieno, ma non per questo è meno nobile. Ed è in questo passaggio che la sceneggiatura di Gilliam e Tony Grisoni riprende il testo di Miguel de Cervantes e lo rimescola con una sensibilità moderna perché Don Chisciotte, e con lui lo stesso Toby, si scopre vittime di un bullismo perpetrato da una società superficiale e ignorante, e neanche quel buon senso che fa vedere i mulini a vento al posto dei giganti riesce a riscattare un’umanità fallace, la cui prima colpa è quella – sembra dirci il film – di avere scordato i propri ideali.

    “Esiste la fantasia, esiste la realtà. Col mio cinema ho sempre voluto raccontare il modo in cui questi mondi dolorosamente si scontrano”, ha detto Gilliam e questo vale anche per L’Uomo che Uccise Don Chisciotte. Ma come dicevamo prima, se anche l’aurea mitica di un film maledetto non fosse un pretesto sufficiente valga allo spettatore la bella fotografia dell’italiano di Nicola Pecorini che con inquadrature mai banali riesce a ricreare quell’aria di vago surrealismo che pervade le opere di Gilliam e quell’atmosfera stranita e fantastica che sembra riuscire a fare a meno, tranne nei momenti più plateali, di effetti speciali in digitale, usati invero con grande parsimonia.

    Per il resto a spiccare, oltre al piglio registico che già nell’ultimo The Zero Theorem era parso in crescita dopo la prova poco convincente di Parnassus, sono i due protagonisti. Adam Driver, talento così lontano dal canone hollywoodiano, e Jonathan Pryce che riesce a calarsi perfettamente in un ruolo che una volta o l’altra nella vita ogni attore dai capelli bianchi avrà sognato di interpretare. E allora L’Uomo che Uccise Don Chisciotte ci riporta al 1998, quando la carriera di Gilliam, uno dei registi più interessanti della sua generazione, prese una svolta decisamente meno interessante. Forse proprio in virtù di quella maledizione che sembra alla fine si sia dissipata. Oggi però la strada presa è quella giusta, ed è quindi con grande piacere ritrovare lui e ritrovare questo film che per troppo tempo era stato negato ai suoi fan e al pubblico più cinefilo

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