LOGO
  • ,

    Serenity – L’isola dell’inganno: Nella rete del pescatore

    Matthew McConaughey torna in scena con Serenity – L’isola dell’inganno, un thriller letteralmente sui generis firmato dal regista-sceneggiatore Steven Knight. Nel cast anche Anne Hathaway e Diane Lane. In sala dal 18 luglio.

    L’esca è in acqua ma stavolta, più di altre, è difficile che il pesce abbocchi. L’esca in questione è il fisico scultoreo di Matthew McConaughey, il pesce sarebbero gli spettatori, l’amo nascosto invece porta il titolo di Serenity – L’isola dell’inganno. Parliamo dell’ultimo film di Steven Knight, già sceneggiatore di discreto successo, che alla voce regia fa registrare quantomeno un film di culto, il brillante Locke, dramma umano rinchiuso nel telaio di un’automobile e recitato tutto al telefono.

    Stavolta però, alla confortevole claustrofobia di un sedile anatomico, Knight, autore ovviamente anche della sceneggiatura, preferisce gli spazi aperti di un mare sconfinato, dove Baker il pescatore (McConaughey) porta in giro ricchi turisti dediti alla pesca del tonno. In realtà però sotto la superficie piatta delle acque sembra nascondersi qualcos’altro, dalla sfida tra l’uomo e un pesce immenso soprannominato Giustizia, fino all’arrivo di una femme fatale (Anne Hathaway) che vorrebbe disfarsi del marito (Jason Clarke). Al piatto già ricco si aggiungono anche il passato nebuloso del protagonista e l’insistenza di un misterioso personaggio (Jeremy Strong) che lascia intendere uno sfondo sovrannaturale.

    La sensazione però non è delle più piacevoli. E se Serenity – L’isola dell’inganno vorrebbe essere spiazzante in realtà finisce più che altro per disorientare. La sfida dell’uomo contro la natura suggerita dalle prime scene, dove dagli abissi emergono echi anabolizzati de Il vecchio e il mare di Hemingway, lascia presto il campo alle atmosfere solatie di un noir alla rovescia, immaginate una puntata di Baywatch scritta da James Ellroy. Ma non basta, perché la necessità di stupire finisce per avere la meglio non solo sull’estetica ma anche, forse, sulla ragione, e allora scopriamo, nel peggiore dei modi, che Steven Knight avrebbe probabilmente voluto scrivere un episodio di Black Mirror e non gliene è mai stata data la possibilità, almeno fino ad oggi.

    Il risultato è un guazzabuglio inevitabilmente pasticciato, dove le tre anime del film più che fondersi armoniosamente finiscono per fare a cazzotti. Ed è un peccato, perché se avesse puntato su uno solo dei tre spunti Knight sarebbe riuscito a mettere insieme un film convenzionale, di certo poco originale, ma sicuramente più dignitoso. E invece la parabola dell’ambizione finisce ancora una volta per tradire un esperto uomo di cinema, trascinando con sé un cast incolpevole e decisamente sprecato. A cominciare da McConaughey che mostra i muscoli spesso e volentieri ma che continua in una striscia negativa iniziata paradossalmente dopo il suo biennio d’oro, 2013-14, gli anni, per intendersi, di Dallas Buyers Club, di Wolf of Wall Street, della serie tv True Detective e del successo di Interstellar.

    Read more »
  • ,

    Spider-Man: Far from home – Un ragno a Venezia

    Tom Holland indossa di nuovo il costume dell’Uomo Ragno per Spider-Man: Far from home. Il regista Jon Watts dirige anche Jake Gyllenhaal, Samuel L. Jackson, Zendaya e Marisa Tomei. In sala dal 10 luglio.

    Si rialza il sipario del teatro Marvel. Ed è il più classico e allo stesso tempo il più nuovo degli eroi a fare gli onori (e gli oneri) di casa. Spider-Man: Far from home è il settimo lungometraggio che Hollywood dedica al tessiragnatele creato da Stan Lee e Steve Ditko, il secondo della gestione Marvel Studios. Il giovane e talentuoso Tom Holland incarna ancora il Peter Parker studente a New York e torna anche il regista Jon Watts, che aveva diretto il precedente Homecoming.

    Onori e oneri, dicevamo, perché questo è il primo film dell’Universo Marvel dopo gli scossoni sismici di Avengers: Endgame. E Peter Parker si trova, nella realtà come sullo schermo, a dover riprendere le fila della propria vita dopo la tragica battaglia contro Thanos. Quale migliore soluzione, allora, che non una gita scolastica in Europa, dove provare a dichiararsi all’amata MJ (Zendaya). Ma il relax dura poco, per gentile interferenza di Nick Fury (Samuel L. Jackson), del cupo Mysterio (Jake Gyllenhaal) e di una serie di mostri elementali che fanno a fette qualche città malcapitata: Venezia, Praga e Londra.

    Archiviata – e speriamo per un po’ di tempo – la stagione dei film tanto intasati da eroi da non far filtrare la trama, il regista, gli sceneggiatori Chris McKenna ed Erik Sommers e il produttore Kevin Feige confezionano una chicca del genere supereroistico che andrebbe fatta studiare a molti colleghi di Hollywood. Perché l’avventura del giovane Spider-Man riesce nel doppio intento di mantenere il sense of wonder senza per questo rinunciare a tutto quello che uno spettatore del cinema dovrebbe meritarsi, ovvero trama, dialoghi e buoni personaggi. Cominciamo da questi ultimi, perché c’è un ottimo apparato comico, dove eccelle lo spassoso Jacob Balaton (nel ruolo del migliore amico di Peter, Ned) ma a cui partecipano praticamente tutti, dal premio Oscar Marisa Tomei all’affermato regista Jon Favreau. E a questa leggerezza, che è il marchio di fabbrica dei film dei Marvel Studios, si affianca, per una volta, un villain convincente. Il merito va forse ricercato nelle origini fumettistiche, la galleria di cattivi dell’Uomo Ragno è tradizionalmente una delle migliori, forse la migliore dopo quella di Batman. Ma se anche un villain marginale come l’Avvoltoio, antagonista del film precedente, riusciva a trovare su pellicola un’interpretazione brillante e originale allora va riconosciuto il merito anche a producer, regista, autori e interpreti.

    Tocca passare alla trama, adesso. Trama che non riveleremo per evitare spoiler. Sappiate solo che dietro al ritmo del thrilling e al muro della metafora, Spider-Man: Far from home regala anche degli spunti di riflessione. Una riflessione, quantomai attuale, sul mondo delle fake news, sulla difficoltà a distinguere tra realtà e apparenza. E qui rientra anche la considerazione sui dialoghi e in generale sui toni del film. Della leggerezza dei prodotti Marvel abbiamo detto, ma molto spesso nei film di questo articolato universo narrativo, l’alternanza tra toni comici e drammatici si era rivelata come un punto di estrema fragilità. E se pure il fattore “Wow” aveva distratto i fan più accaniti (praticamente tutti) i passaggi grossolani e scontati restavano, impressi impietosamente su pellicole spesso osannate a sproposito. E invece Spider-Man: Far from home eccelle nell’ormai rara qualità di trovare un’armonia ai suoi cambi di registro, cosa che in passato era riuscita solo a chi aveva abbracciato con più convinzione unicamente la natura comica (il primo Guardiani della Galassia ma anche Ant-Man) o a chi era riuscito a contenere l’invadenza del fattore ironico (l’originale Iron Man o Captain America: Winter Soldier)

    Tutto considerato Spider-Man: Far from home resta uno degli episodi più riusciti dell’Universo Cinematografico Marvel, un episodio che più di tanti altri meriterebbe una riconferma e non solo per quel finale in crescendo affidato a una delle due scene post-credit. Una sequenza, non c’è bisogno di specificare, che nessuno spettatore dovrebbe perdersi, anche a costo di spendere 5 minuti del proprio tempo a dare una scorsa ai titoli di coda.

    Read more »
  • ,

    La mia vita con John F. Donovan: Dolan sbarca a Hollywood

    Il regista di culto Xavier Dolan torna con la sua prima opera hollywoodiana, La mia vita con John F. Donovan. In scena un cast di stelle, da Kit Harington a Natalie Portman, da Susan Sarandon a Kathy Bates. In sala dal 27 giugno.

    Xavier Dolan, 30 anni compiuti da poco, due riconoscimenti di prestigio a Cannes e l’amore incondizionato di gran parte della critica specializzata. Per il giovane cineasta canadese resta una sola vetta da scalare, Hollywood. E La mia vita con John F. Donovan è stato il primo, tormentato tentativo per riuscire in questa impresa, in vista, un giorno, del traguardo più ambito: la statuetta dell’Oscar. Il volo tra i cieli glamour costellati di stelle del cinema, non è stato però privo di turbolenze e vuoti d’aria, tra un montaggio complesso che è costato l’esclusione anche a un’attrice celebre come Jessica Chastain, fino all’accoglienza fredda della platea del festival di Toronto, dove il film è stato presentato in anteprima.

    Ma in La mia vita con John F. Donovan Hollywood non è solo il fine ma anche il mezzo. In questa sua prima escursione statunitense Dolan sceglie infatti di calare i suoi personaggi tra i meandri ipocriti della città di celluloide, dove la popolarità è moneta sonante e vale spesso più della verità. E così la giovane star di una serie tv John Donovan (interpretato dalla giovane star della serie tv più seguita, Kit Harington del Trono di Spade) si trova a nascondere non solo la sua omosessualità, ma anche il bizzarro e innocente carteggio con uno dei suoi fan più accaniti, il giovane Rupert (il bravissimo Jacob Tremblay di Room). E attorno a queste lettere, e al suo contenuto complesso, si costruirà non solo la sua ascesa e la sua caduta, ma anche il rapporto difficile con la madre (Susan Sarandon) e con l’agente (Kathy Bates). Ma pure quello di Rupert, giovane attore bambino, con la sua madre, attrice mancata a sua volta (Natalie Portman).

    Scritto a quattro mani con Mathieu Denis La mia vita con John F. Donovan non stupirà lo spettatore per la profondità della sua analisi, né per l’originalità delle sue accuse. Ma il cinema di Dolan, anche nei suoi episodi meno felici, ha un tocco delicato che riesce ad arrivare al cuore dello spettatore. Quest’ultimo film, con tutto il suo iter travagliato, non si discosta troppo da questa caratteristica, sebbene, come succedeva pure con il precedente È solo la fine del mondo, la lama dell’emozione non affonda tanto, come succedeva nei film della sua fase pre-celebrità, dal capolavoro Laurence anyways allo splendido Mommy. Ma i precedenti illustri non scoraggino i fan della prima ora, né gli appassionati di cinema in generale, perché l’utilizzo brillante della musica è quello degli episodi migliori. Dolan continua a costruire intere scene attorno a una canzone, e non parliamo di sofisticate composizioni pescate dalle teche più polverose, ma di canzoni, per così dire, di uso comune, com’era per le note di Andrea Bocelli in Mommy, o per Dragostea in È solo la fine del mondo.

    Quanto all’altro grandissimo punto di forza del giovane Dolan, la direzione degli attori, ci troviamo di fronte a un risultato a targhe alterne. Se il lavoro con volti noti come Harington e Portman era forse migliorabile, l’intesa con il piccolo Tremblay, con due mostri sacri come Bates e Sarandon, ma anche con tanti attori impegnati in ruoli secondari (da Amara Karan nel ruolo dell’insegnante a Jared Keeso che incarna il fratello di John) è il solito, piccolo miracolo che regala perle di tenerezza e un’infinità di sfumature. In definitiva se anche La mia vita con John F. Donovan potrà essere un giorno considerato il film peggiore di Dolan è anche vero che l’idea di cinema del canadese è così potente da emergere con forza anche negli episodi meno riusciti, che sono quindi meno riusciti solo in confronto con le più ambiziose opere precedenti, non certo nel senso assoluto del termine. Di certo La mia vita con John F. Donovan potrebbe essere un buon punto di inizio per scoprire uno dei registi più importanti del decennio e, chissà, forse del secolo.

     

     

    Read more »
  • ,

    Rapina a Stoccolma: La storia di una sindrome

    Rapina a Stoccolma racconta il curioso fatto di cronaca che diede origine alla sindrome che porta il nome della capitale svedese. Robert Budreau dirige Ethan Hawke e Noomi Rapace. In sala dal 20 giugno.

    La sindrome di Stoccolma non è una novità per il cinema. Dal John Q. di Denzel Washington all’Al Pacino di Quel pomeriggio di un giorno da cani, passando per Il mondo perfetto di Clint Eastwood. Ma il legame che si sviluppa tra chi commette e chi subisce un crimine prende il suo nome da un fatto di cronaca che già l’epigrafe del film non esita a definire assurdo. Rapina a Stoccolma, il film diretto da Robert Budreau e interpretato da Ethan Hawke, racconta i sei giorni che sconvolsero la Svezia nel lontano 1973, pur cambiando nomi e situazioni con un escamotage che permette così di inserire qualche elemento prosaico, a cominciare da una storia d’amore, senza offendere i diretti interessati e i loro eredi.

    Lars Nystrom (Hawke) è un fuorilegge con la fissa dell’America che inscena una rapina in banca con l’idea di prendere degli ostaggi. L’obiettivo è quello di chiedere in cambio la liberazione di un amico e collega rapinatore (Mark Strong). Di mezzo ci finiscono tre sfortunati dipendenti, tra cui Bianca (Noomi Rapace), impiegata modello e madre di famiglia. Tenuti sotto scacco dalle forze dell’ordine, che non vogliono permettere la fuga nonostante le promesse di liberazione degli ostaggi, il gruppo passerà 130 ore dentro la banca, finendo per fraternizzare, nonostante la minaccia delle armi e soprattutto il rischio di un imminente blitz della polizia.

    Budreau, anche sceneggiatore della pellicola, vorrebbe portare alla luce la vena grottesca che si nasconde nella miniera della storia, un’operazione che era riuscita in passato a film come il recente Elvis & Nixon. La sensazione, però, è che l’esplosivo faccia cilecca. Nonostante la generosità e la dedizione del cast, Hawke in primis, Rapina a Stoccolma rinuncia alla cronaca senza riuscire a spiccare il volo con le ali della commedia. E allora la sequela di eventi inverosimili si susseguono sullo schermo senza creare emozioni e senza provocare sorrisi. E se a volte il pubblico sentirà il senso di oppressione dell’ostaggio, quello che mancherà prima di tutto sarà proprio la sindrome di Stoccolma, ovvero la base su cui è costruito il film. Difficile infatti parteggiare per i criminali di fronte a una scrittura così piatta e a una regia priva di ritmo.

    E se i rapitori non rapiscono anche la modesta durata, poco più di 90 minuti, assume le sembianze di un crudele e insensato stillicidio, tanto che viene più volte voglia di guardare l’orologio a dispetto della pazienza incarnata sullo schermo da Rapace e soci. In sostanza Rapina a Stoccolma non è altro che il classico film estivo, messo lì a riempire il palinsesto di sale mezze vuote. E questo nonostante sia tratto da una storia vera e intrigante e che possa contare su un cast di buon livello, che avrebbe meritato un film migliore.

    Read more »
  • ,

    I morti non muoiono: Un pastiche apocalittico

    Il regista cult Jim Jarmusch alle prese con un altro classico dei film horror: gli zombie. Nel cast Bill Murray, Adam Driver e Tilda Swinton. I morti non muoiono arriva in sala dal 13 giugno.

    Catastrofi ambientali, zombie e un’umanità consumista e strampalata che sembra suggerire poche speranze per il futuro. Non ce n’è una che vada giusta ai protagonisti di I morti non muoiono, il pastiche horror-satirico firmato da Jim Jarmusch, regista che già in passato aveva dimostrato di saper giocare nel giardino dei cliché, dal western onirico di Dead Man fino ai vampiri decadenti e decadentisti di Solo gli amanti sopravvivono.

    Stavolta è il successo mediatico dei non morti dal passo claudicante a muovere la penna. E come sempre succede quando a scrivere è il regista originario dell’Ohio, si sa dove si inizia, ma è raro che si sappia dove si va a parare. E lo stesso succede agli sballottati protagonisti del film, un coro di volti noti guidati dallo sceriffo Bill Murray, dai suoi fidi vice, Adam Driver e Chloë Sevigny, e di cui fanno parte celebri caratteristi (Steve Buscemi, Danny Glover), una diva trasformista (Tilda Swinton) e la solita parata di amici con l’hobby della musica (Tom Waits, Iggy Pop, il rapper RZA e la stellina Selena Gomez).

    Già dai primi passaggi, quando Driver e Murray ascoltano una canzone alla radio e Driver rivela a Murray che quella è la colonna sonora del film, si capisce che non ci troviamo di fronte a un prodotto canonico. E se questo non bastasse ecco dipanarsi di fronte allo spettatore una pellicola dove dialoghi e situazioni sembrano collegare con un filo rosso i toni strambi e delicati del cinema di Kaurismaki a quel grottesco venato di politica che George Romero, padrino cinematografico degli zombie, adottò come cifra stilistica. Kaurismaki e Romero, quindi, ma anche battute di metacinema, una Swinton a metà tra Kill Bill e il David Bowie dell’Uomo che cadde sulla Terra, e soprattutto tanta amara ironia. Perché la morale di I morti non muoiono sembra essere che al mondo degli uomini, in fondo, non resti molto a cui appigliarsi, se non la forza di non perdere il senso dell’humour fino all’ultimissimo momento.

    E fin qui tutto farebbe pensare a un film delizioso, che magari non disdegna quei tempi dilatati che avevano caratterizzato l’opera precedente di Jarmusch, il riflessivo Paterson. Però tutto sembra abbozzato, a cominciare dai personaggi che si accontentano di essere macchiette e poi muoiono dopo un periodo relativamente breve sullo schermo. E anche la metafora dello zombie, usata per puntare il dito contro la società dell’era dei consumi, non è certo originale, ma prende le mosse dai film del già citato Romero e di John Carpenter. Certo, qua il tono è divertito, quando lì era più indignato, ma non basta a rivestire di una nuova confezione un’idea riciclata. I morti non muoiono resta quindi un divertissement non sgradevole da guardare ma che non riscriverà certo le regole del genere, né tantomeno ribalterà la filmografia di un regista che ci aveva abituato a standard decisamente più alti.

    Read more »
  • ,

    X-Men: Dark Phoenix – Mutatis Mutanti

    X-Men: Dark Phoenix, diretto da Simon Kinberg, sarà l’ultimo film del franchise prima dell’acquisizione da parte della Disney. In scena tornano James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence e la Sophie Turner del Trono di Spade. In sala dal 6 giugno.

    Mutatis mutandis, dicevano i latini. “Dopo aver cambiato quel che si doveva cambiare”. E se l’effettiva necessità del cambiamento può essere il tema di un dibattito, il fatto che il cambiamento sia avvenuto è già inchiostro su carta. E allora gli eroi mutanti dei fumetti si sono ritrovati a cambiare scuderia proprio mentre era ancora in lavorazione quello che sarà l’ultimo capitolo della loro avventura cinematografica, almeno – è presumibile – per questa incarnazione. X-Men: Dark Phoenix esce in sala per la regia di Simon Kinberg, finora accreditato solo come produttore, e con una strana sensazione addosso, quella di portarsi dietro una specie di condanna preventiva all’oblio. Perché la 2oth Century Fox adesso è di proprietà della Disney, proprietaria a sua volta dei Marvel Studios di Tony Stark e soci. E se questo vuol dire che tra qualche anno vedremo spuntare gli X-Men nelle trame degli Avengers, è anche vero che difficilmente troveremo gli stessi protagonisti di oggi. E che protagonisti, per altro. Da James McAvoy a Michael Fassbender, da Jennifer Lawrence a Nicholas Hoult. E in un genere che vive di aspettative future più che di gioie presenti, che si alimenta delle promesse da marinaio dei sequel, dell’idea che ci possa essere in futuro qualcosa di più grande di quello che si sta vedendo sullo schermo, avere addosso il peso della conclusione potrebbe suonare come una condanna a un immeritato insuccesso.

    Immeritato perché le trame dei film degli X-Men, sia quelli dei primi del secolo firmati da Bryan Singer, sia questi più recenti, sono sempre state cariche di spunti stranamente emotivi, in un genere che preferisce da sempre la caciara e le formule banali del cinema per famiglie, intrecciate di buoni sentimenti e sorrisi vuoti. In Dark Phoenix la giovane Jean Grey (la Sophie Turner del Trono di Spade) finisce per essere posseduta da una forza misteriosa che la renderà un pericolo per l’intero pianeta. E se da un lato gli alleati e gli ex nemici si prodigano per risolvere la situazione, dall’altro una misteriosa forza aliena, che prende il volto di Jessica Chastain, sembra più interessata a carpirne i segreti e soprattutto il potere.

    Kinberg, autore anche della sceneggiatura, riprende una famosa saga firmata da due grandi autori degli X-Men a fumetti, Chris Claremont e John Byrne, storia che era già stata alla base di un precedente film del franchise (X-Men: Conflitto finale del 2006) che per peraltro lui stesso aveva sceneggiato. Di fatto X-Men: Dark Phoenix è un vero e proprio reboot di quel film, dove a interpretare Jean Grey era Famke Janssen. Ora, se l’idea di mostrare nuovamente su pellicola quello che già un altro film aveva mostrato non denota una grande originalità, è anche vero che stavolta Kinberg riesce a rendere una giustizia quantomeno migliore a una delle storie più amate dai fan, anche se, sul risultato finale, contano più i demeriti di Conflitto finale che i meriti di Dark Phoenix. Paragoni a parte Dark Phoenix meriterebbe un’accoglienza migliore di quanto probabilmente riceverà, perché la struttura consolidata della sua narrazione è molto più solida di tanti altri cinecomics. Per esempio Dark Phoenix, e in generale i film degli X-Men, reggono molto meglio la coralità della storia, mentre spesso tanti film degli Avengers assembravano una tale accozzaglia di eroi che finivano per soffocarsi a vicenda. Gli X-Men invece, forse perché nascono già come gruppo, riescono a trovare terreno fertile proprio nel rapporto tra i personaggi. A cominciare dal dissidio, tenero e allo stesso modo insanabile, che divide l’idealista Professor X (McAvoy) al disilluso Magneto (Fassbender), o dal rapporto intenso e complesso tra l’ex killer Mystica (Lawrence) e il mite scienziato dalla pelle blu Bestia (Hoult).

    Eppure più passano in sequenza i fotogrammi di X-Men: Dark Phoenix, più torna alla mente quella sensazione di straniamento che potrebbe prendere andando in spiaggia i primi giorni d’autunno. Un’esperienza pure soddisfacente in sé, se solo non fosse accompagnata da una mestizia che è anche difficile da celare. Non bastano i bravi attori e una storia che fila, non servono la forza dei personaggi e dell’intreccio. E non è neanche colpa di un villain un po’ incolore e di qualche scena madre che forse meritava un po’ di pathos in più. È che le logiche di mercato a Hollywood hanno seguito la legge del mutatis mutandis, e tra le cose che dovevano cambiare, a quanto pare, c’erano anche gli X-Men. Di cui Dark Phoenix, alla fine, è una lettera che non sapeva ancora di essere una lettera d’addio.

    Read more »
  • ,

    Rocketman: La rapsodia di Elton

    La storia di Elton John diventa un film interpretato da Taron Egerton e diretto da Dexter Fletcher, regista-ombra di Bohemian Rhapsody. Rocketman arriva in sala dal 30 maggio.

    Sotto il costume sgargiante, sotto la maschera dell’artista, si nasconde un uomo. E sotto il costume sgargiante di Rocketman, sotto la maschera di un musical travestito da biopic, si nasconde la parabola artistica e musicale di Elton John, genio del rock che come già successe al compianto Freddy Mercury e ai suoi Queen, si ripromette di scuotere non solo le coscienze, ma anche gli incassi al botteghino. E il richiamo al successo di Bohemian Rhapsody non suoni solo di circostanza, perché la storia del regista di Rocketman, Dexter Fletcher, è legata a doppio filo al film che è valso un Oscar al bravissimo Rami Malek. Fu Fletcher infatti il primo regista a cui venne affidato il progetto Bohemian Rhapsody, e fu sempre lui a dirigere la fine delle riprese e a curare il montaggio, quando il subentrato di lusso, Bryan Singer, abbandonò il set prima di essere cacciato dalla produzione.

    I particolari della vicenda restano avvolti in una cappa di mistero, che però non basta a oscurare la luce di Rocketman. Film che, per inciso, non potrebbe essere più diverso da Bohemian Rhapsody. La sceneggiatura firmata da Lee Hall (già autore di pellicole come Billy Elliott e War Horse) non è troppo dissimile dal suo protagonista e chiarisce fin da subito di volersi scrollare di dosso zavorre e impacci. A cominciare dalle pastoie del genere biografico, preferendo di gran lunga avviarsi, come fosse una strada di mattoni gialli, per i vivaci territori del musical, tra i tasselli di un mosaico di coreografie in cui la vena del surrealismo sembra involarsi nelle memorie della vecchia Hollywood, salvo interrompersi a intervalli cadenzati, quando l’uomo razzo deve rientrare alla base per riempire i serbatoi di un nuovo carico di cronaca.

    E a rimarcare la distanza tra la creazione cinematografica e la realtà c’è anche la scelta di lasciare che a cantare le canzoni di Reggie “Elton” Dwight e del suo fido paroliere Bernie Taupin, non sia una traccia in playback, ma gli attori stessi, a cominciare dal protagonista, Taron Egerton, che nella sua interpretazione dolente sembra farsi carico di tutte le insicurezze, di quel sottile senso di alienazione, che ha permeato la vita di un’artista più tormentato di quanto non lasciasse trasparire la sua icona da palcoscenico.

    Taron Egerton quindi. Che entra in scena vestito da diavolo, per poi accomodarsi su una delle sedie disposte in circolo di una sessione di terapia di gruppo. Uno schema narrativo che permette allo sceneggiatore di partire dalle origini e far sfilare i personaggi in un puntuale diorama. La madre (Bryce Dallas Howard), il fido Bernie (Jamie Bell), il manager amante John Reid (Richard Madden) accompagnano gli alti e bassi della vita di Elton John, in un saliscendi coraggioso, che non edulcora né smorza la passione omosessuale tra Elton e Reid e il difficile rapporto che il cantante di Don’t go breakin’ my heart ebbe con la celebrità. Nonostante tutto, ed è forse l’unica nota stonata, resta impresso un vago senso di agiografia. E qui Rocketman sconta la sua natura ibrida, non solo musical ma anche biografia, E biografia ufficiale, per di più, come testimonia la presenza del vero Elton John  nei titoli di coda, con il ruolo di produttore esecutivo. Ma è un filo di nebbia che non può avere la forza di oscurare la luce, quella propria del film e quella riflessa di Bohemian Rhapsody, che sembra aver rilanciato un genere, il biopic musicale, in cui Rocketman si inserisce con forza e convinzione.

     

    Read more »
  • ,

    L’angelo del male – Brightburn: La metà oscura dell’eroe

    Costume e mantello ma non è Superman. Arriva in Italia L’Angelo del Male – Brightburn, favola nera con supereroe prodotta dal James Gunn di Guardiani della Galassia. Dirige David Yarovesky. In sala dal 23 maggio.

    Non è un uccello, non è un aereo, e per una volta non è neanche Superman. L’angelo del male – Brightburn è una figura relativamente nuova che si affaccia all’orizzonte di questa corsa all’oro che è il mondo dei supereroi di Hollywood. “Nuova” perché non si tratta di una trasposizione dal media natio, il fumetto. “Relativamente” perché il personaggio non si vergogna del suo status di clone, o per meglio dire di innesto. Perché il film diretto da David Yarovesky sembra voler dissotterrare le radici dell’uomo d’acciaio per reimpiantarlo in un pantano venato di horror, quell’horror concettuale che mescola budget ridotti con incassi smodati, una formula che di solito si associa al produttore Jason Blum, regia occulta di tanti franchise a basso costo, da Paranormal Activity a La notte del giudizio.  Stavolta però Blum non c’entra, perché il produttore è James Gunn, regista e sceneggiatore dei Guardiani della Galassia di casa Marvel.

    Ecco allora che nella placida cittadina di Brightburn le speranze di una coppia (Elizabeth Banks e David Denman), in attesa di un figlio che non vuole arrivare, prendono la forma di una misteriosa scia nel cielo, di uno scoppio, di una specie di meteora da cui si leva flebile il vagito di un bambino. Peccato che il piccolo Brendon (Jackson A. Dunn) non sia affatto un Clark Kent, come presto scopriranno i genitori, gli zii, i compagni di scuola.

    La sceneggiatura di Brian Gunn e Mark Gunn (rispettivamente fratello e cugino di James) ripesca un meccanismo ben oliato della narrativa per disegni, quello del What if, tradotto in italiano “l’e se…”. Con massimo risalto sui puntini di sospensione, perché le possibilità narrative sono infinitesime, e quella scelta dalla famiglia Gunn si basa su un dubbio tanto basilare quanto legittimo: cosa sarebbe successo se il bambino alieno venuto dallo spazio si fosse incamminato per la via del male? La risposta, ci dice Yarovesky, è un misto tra supereroi e horror, che riprende l’immaginario di film come Il villaggio dei dannati o Il presagio, classici del genere dove il male si incarnava nei tratti angelici di uno o più bambini. Peccato che L’angelo del male – Brightburn sveli troppo presto le sue carte, quando avrebbe potuto indugiare di più sui dubbi del suo protagonista, portando lo spettatore quantomeno a sperare, se non a credere, in una possibile redenzione. E invece il film di Yarovesky si compiace troppo della sua premessa per riuscire davvero ad addentrarsi nel territorio dell’originalità, e la sensazione finale è che L’angelo del male sia la risposta di circostanza a una domanda intrigante e ben posta, un film che si accontenta della sua platea ma che avrebbe potuto essere qualcosa di più.

    L’obiettivo del resto, e lo svela la scena finale, è quello di creare un franchise, una vetrina dove esporre le metà oscure degli eroi più famosi. L’idea potrebbe funzionare, come poteva funzionare Brightburn, solo speriamo che funzioni un po’ meglio.

    Read more »
  • ,

    Se la strada potesse parlare: La forza dei sentimenti

    In Se la strada potesse parlare Barry Jenkins, regista del film premio Oscar Moonlight, ci porta nella New York degli anni 70. Dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma il film approda in sala dal 24 gennaio.

    Due anime gemelle calate in una realtà complessa. Se la strada potesse parlare, terzo lungometraggio di Barry Jenkins, arriva in Italia dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma e ci arriva con i crismi dell’opera certificata. Il film, che traduce in immagini il romanzo omonimo dell’americano James Baldwin, fa seguito al fortunato Moonlight, che dagli esordi indie del festival di Telluride aveva scalzato, per la sorpresa di tutti (anche degli annunciatori, protagonisti di una gaffe che è già entrata nella leggenda) il luccicante La La Land dalla conquista dell’Oscar più ambito.

    Jenkins ci porta quindi nella New York dei primi anni 70 quando Tish (Kiki Layne) e Fonny (Stephan James) sembrano sul punto di coronare il loro sogno d’amore, grazie all’arrivo di un inatteso bambino. Ma Fonny si trova in carcere, vittima di una serie di circostanze che solo più avanti nel film si faranno chiare. Mentre il racconto del loro amore, vissuto nel corso degli anni, si dipana a poco a poco sullo schermo, ricostruito da una serie di Flashback, Tish si trova alle prese con una doppia ricerca parallela, quella della verità e quella dell’equilibrio. Ma per fortuna Tish non è sola, può contare su una famiglia povera ma affezionata (il ruolo della madre è valso a Regina King anche un Oscar), disposta a violare la legge e a superare gli schemi pur di non lasciarsi dietro la figlia.

    Se la strada potesse parlare intesse quindi un racconto delicato, composto dai fili delle esistenze dei suoi protagonisti. E come ogni ordito che si rispetti non nasconde la sua complessità. Jenkins, anche sceneggiatore, vuole raccontare un’America dove la discriminazione è ancora la regola, e non solo nel profondo sud, ma anche nella più cosmopolita delle metropoli (magari non disdegnando una frecciata a una contemporaneità che si professa migliore ma che forse migliore non è). Ma la storia di Se la strada potesse parlare è anche una storia di affetti e un omaggio alla loro potenza. E’ la storia di una famiglia che anche di fronte alle difficoltà più insormontabili si stringe in un abbraccio tenero, com’è tenero l’abbraccio dei suoi protagonisti, avvolto dalle note suadenti della colonna sonora di Nicholas Britell (che già aveva collaborato con Jenkins in Moonlight).

    Rispetto all’opera più celebre di Jenkins  la fotografia di James Laxton sceglie tinte più tenui e rinuncia alla forza del chiaroscuro che aveva alimentato la magia di Moonlight. Eppure Se la strada potesse parlare lascia un senso di maggiore compiutezza e dà l’idea di una scrittura più essenziale, forse meno sentita ma di sicuro più studiata. E alla fine la strada che porta al cuore dello spettatore è in discesa, grazie alla mano delicata di Jenkins, alla colonna sonora e alla bravura dei suoi interpreti, la già citata e premiata Regina King ma anche i giovani Layne e James.

    Read more »
  • ,

    Benvenuti a Marwen: riflessioni in miniatura

    Robert Zemeckis dirige Steve Carell in Benvenuti a Marwen, film ispirato a un caso vero che si divide tra realtà e scene animate. In sala dal 10 gennaio.

    C’era una volta una città di nome Marwen. Tecnicamente sarebbe nel Belgio della seconda guerra mondiale, in realtà si trova nel giardino di Mark Hogancamp, un ex illustratore americano che fu vittima di un gruppo di suprematisti bianchi e che, per riprendersi dalla sindrome da stress post-traumatico, inventò un mondo immaginario popolato di bambole, dove lui stesso ha un alter ego, il tenente dell’aeronautica Hogie. La storia vera di Hogancamp, che è stata già al centro di un documentario, diventa adesso un film ibrido, Benvenuti a Marwen, che mescola scene dal vivo e animazione digitale, diretto da un regista dal grande passato che Hollywood sembra però aver messo un po’ da parte, Robert Zemeckis.

    La complessa storia di Hogancamp, impersonato sullo schermo da Steve Carell, si sviluppa infatti sia nella realtà, dove l’uomo cerca di riprendersi dalle profonde ferite ricevute e allo stesso tempo prova a riaffacciarsi timidamente all’amore corteggiando la vicina Nicole (Leslie Mann), sia nella fittizia Marwen, dove Hogie e la sua banda di guerrigliere affronta gli assalti dei nazisti ma anche la subdola minaccia della strega Deja Thoris (doppiata nella versione originale da Diane Kruger).

    Scritto da Zemeckis e da Caroline Thompson (già sceneggiatrice di Edward Manidiforbice e Nightmare before Christmas) Benvenuti a Marwen ha il coraggio di non edulcorare troppo la storia, non nascondendo la passione feticista verso le scarpe femminili di Hogancamp che fu la causa scatenante dell’orrendo pestaggio di cui fu vittima, ma allo stesso tempo finisce per trasformare un accorato appello alla tolleranza e una riflessione sulla funzione taumaturgica della creatività e delle donne in un guazzabuglio privo di appeal, non solo a livello artistico ma anche umano. Troppe volte la storia si addentra nei territori del disagio e troppe volte le sceneggiatura spiega in maniera didascalica i suoi temi, quasi non fosse troppo convinta che le immagini create possano veicolare il messaggio. Eppure le suddette immagini non sarebbero affatto brutte, specie le complesse sequenze animate che riportano Zemeckis agli anni di Polar Express e Beowulf. Peccato un po’ per tutto il resto, a cominciare dalla banalizzazione di una questione importante e quantomai attuale, passando per l’interpretazione sentita di Carell, attore che cerca ormai da un po’ un veicolo che gli permetta di ambire ai massimi traguardi per un attore, ma che qui finisce per farsi travolgere dalla deriva di un film concepito male.

    La storia di Hogancamp però merita un approfondimento, e allora tanto vale rispolverare Marwencol, il documentario di Jeff Malmberg da cui Benvenuti a Marwen aveva tratto ispirazione.

    Read more »
Back to Top