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    Guido Lombardi, cinque al prezzo di un solo

    ‘Take five’, opera seconda coraggiosa e ben confezionata in concorso al Festival di Roma 2013, ci regala una jam session convincente di Striano, Ruocco, Paternoster, Di Vaio e Lanzetta, quest’ultimo in stato di grazia. In sala dal 2 ottobre..

    Un tempo in cinque quarti, un divertissement per virtuosi della musica jazz, questo e’ ‘take five’, almeno nell’eccezione classica del pezzo del Dave Brubeck Quartet, con il suo irregolare tempo quintuplo in cinque beat.
    Ed il sound del secondo film di Guido Lombardi e’ la prima cosa che colpisce lo spettatore, avvolgendolo nelle spire di una storia che parte in sordina, per esplodere in un crescendo avvincente.
    Cinque protagonisti, una rapina, sfondo mediterraneo e sotterraneo di una Napoli senza cartoline, che la prima volta che appare – nella sua magnificenza – in una foto, viene subito stigmatizzata da uno i protagonisti: “sta città e’ nu’ schif…”.
    Amore e odio, genio e sregolatezza, gioie e dolori di un luogo meraviglioso, popolato da un’umanità talvolta dolente, talvolta esilarante, sempre magnificamente vera.
    Questa la chiave interpretativa del cinema di Lombardi che cambia genere dopo il folgorante esordio ‘La bas’, mantenendo intatto il cordone ombelical-creativo con quel Gaetano di Vaio, produttore, attore, compagno, sodale, coscienza critica e cuore pulsante dei ‘Figli del Bronx’, vulcanica factory di nuovo cinema napoletano.
    Insieme a Di Vaio, stavolta anche attore protagonista, troviamo Salvatore Striano, Salvatore Ruocco, Carmine Paternoster e uno straordinario Peppe Lanzetta, ritrovato.
    Per chi lo avesse dimenticato infatti, Lanzetta e’ poeta, attore, maschera della napoletanita’ tragicomica che ha lavorato in teatro e poi con Martone, Sorrentino, solo per citarne alcuni, riuscendo sempre ad incidere, lasciare un segno con interpretazioni spesso di contorno.
    Questa volta Peppe e’ ‘O’ Sciomen’, delinquente di lungo corso, con una sua etica ben precisa, fisicita’ possente ed una espressività meravigliosa.
    Attorno a lui le Iene targate Vesuvio si muovono, a volte feline a volte goffe, a suon di jazz napoletano contaminato con la tradizione cinematografica de ‘I soliti ignoti’, di ‘Operazione San Gennaro‘ e dei ‘trielli’ di Leone, in un meltin pot che guarda all’Asia, all’etica dei killer yakuza di Jonny To o all’umorismo nero dei gangster di Kitano.
    Ed e’ bellissimo che una storia dal sound partenopeo si sposi con dei classici ideati e confezionati in varie parti del globo, uniti da una sola passione, quella di raccontare storie che appassionino in sala. Non manca nulla alla seconda prova di Lombardi, il coraggio, le idee, la passione, l’umorismo, il team di amici, che per sua e nostra fortuna sono tutti grandi professionisti.

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    Her: Anche questo è amore…

    Spike Jonze torna dietro la macchina da presa con una stravolgente e stravagante storia d’amore. Altra prova suprema per Phoenix.

    4stelle

    In un futuro non molto lontano, un uomo, Theodore, appena uscito da una lunga e dolorosa relazione sentimentale, s’innamora del suo sistema operativo, Samantha, un avanzatissimo Siri – per intenderci – in grado di evolvere giorno dopo giorno, grazie agli input e allo scambio di idee e informazioni con il suo “proprietario”.
    Del tutto impossibile?
    La realtà raccontata da Spike Jonze nella sua ultima incredibile pellicola, Her, incute timore e sconvolge le coscienze. Questo non tanto perché un uomo s’innamora di una macchina (la famigerata A.I., intelligenza artificiale), ma perché tratta di una realtà così incredibilmente vicina (prossima?), da far tremare sulla poltrona.
    Intenso e profondo Jonze scava nel cuore del suo protagonista, un Joaquin Phoenix in grandissima forma, portandone alla luce le debolezze, i punti di forza, i sogni e i dubbi ancora irrisolti.
    Ad entrare nella sua coscienza una voce, una donna, che riesce a regalargli la più intensa storia d’amore della sua vita.
    Jonze – che ha curato personalmente anche la sceneggiatura – avvolge il suo protagonista in una realtà confortevole, colorata, una dimensione futura nella quale vivere diventa facile e affascinante.
    Protagonista assoluto il sopracitato Phoenix, che non lascia nulla al caso, curando sotto ogni punto di vista un’interpretazione da Oscar: solo in scena per la maggior parte del tempo, l’attore di “Quando l’amore brucia l’anima” riesce a reggere i 120 minuti di film senza cedere mai, senza mai risultare pesante, noioso, ripetitivo. Il suo Theodore è più che mai vero.
    Pur non apparendo mai, Scarlett Johansson regala alla storia una componente fondamentale: la sua voce è sensuale, divertente, piena di vita. La sua presenza è costante, si sente e si percepisce.
    Jonze tocca nel profondo, emoziona e svuota gli animi: “Her” è assolutamente e a pieno titolo una storia d’amore vera e propria.
    Non mancano la gelosia, il sesso, la comprensione, le confidenze, le risate improvvise.
    Theodore non può far a meno di Samantha. E’ con lui quando si addormenta ed è con lui la mattina appena apre gli occhi.
    Anche se gli spunti di riflessione possono essere numerosi, a noi non resta che viverci questo intenso incontro di anime.

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    Dallas Buyers Club: Gli uomini possono fare la differenza

    Dallas Buyers Club e’ una pellicola densa e immensa. La coppia McConaughey-Leto sorprende con due interpretazioni da Oscar. Lode. 

    4stelleemezzo

    Quando un attore riesce ad entrare nel suo personaggio con la mente, con il cuore e con il corpo, allora – solo allora – possiamo dire di avere di fronte un’interpretazione rasente la perfezione, una performance che sicuramente lascerà il segno.
    Guardando Matthew McConaughey in Dallas Buyers Club non si hanno di certo dubbi: l’affascinante attore texano stupisce il pubblico, regalando un’interpretazione immensa.
    Il suo nome è la prima cosa che viene in mente, la prima cosa di cui parlare, da raccontare e commentare. I preamboli e le premesse, anche se dovute, sono inutili: il lavoro compiuto da McConaughey è viscerale, attento, introspettivo. Non parliamo soltanto del forzato dimagrimento al quale si è dovuto sottoporre, ma soprattutto della sua espressione, dei suoi movimenti, di quella strana ‘luce nei suoi occhi’.
    Ma andiamo per ordine. Per comprendere in pieno la sua interpretazione ed il film nel suo complesso, è necessario fare un passo indietro, tornare alla storia e al regista.
    “Dallas Buyers Club” racconta le vicende reali di Ron, un texano omofobo, elettricista e con una grande passione per i rodei, che nel 1985 – a 35 anni – scopre di essere sieropositivo. Ron capisce sulla sua pelle che l’HIV non è la malattia dei ‘froci e delle checche’ – così come banalmente si pensava – ma un virus al quale tutti sono esposti, indipendentemente dai gusti sessuali.
    Ron intraprende una battaglia per l’utilizzo di cure alternative, una battaglia contro i pregiudizi e il monopolio economico delle case farmaceutiche americane.
    La sua storia è arrivata a noi grazie all’impegno dello sceneggiatore Craig Borten, che ha conosciuto personalmente Ron e che ha lottato vent’anni per arrivare alla conclusione del suo progetto, lavorando duramente sulla ricostruzione storica e sulla sceneggiatura (risultato eccellente). Lo script, al quale Borten ha lavorato insieme alla sceneggiatrice Melisa Wallack, è approdato sul grande schermo per merito di Jean-Marc Valée, che ha fatto miracoli con un budget limitatissimo e in soli 25 giorni di riprese.
    McConaughey arriva nella parte finale del cammino intrapreso dalla coppia Borten-Valée e nel rispetto di quello che era il suo modello di partenza – Ron in persona – ne incarna la cultura, lo slang e i movimenti. Il belloccio di Hollywood l’ha fatta ‘sotto i baffi’ a tutti i suoi colleghi, tranne uno.
    Difficile non indovinare. Impegnato tra la musica e la regia, Jared Leto torna con gioia sul grande schermo. Quasi irriconoscibile nelle scene iniziali del film, il ‘suo’ Royan – un transessuale malato di HIV – è vero, vivo, lontano anni luce dal rischio di un’interpretazione caricaturale. Se si volesse usare una vecchia e blasonata espressione, sarebbe il caso di dire: buca lo schermo.
    Entrambi –  McConaughey e Leto – danno vita a due personaggi per così dire forti, in fin di vita, prosciugati dalla malattia, dall’alcol e dalle droghe, ed entrambi hanno lavorato in maniera maniacale sul proprio corpo, sottoponendosi a difficili prove fisiche. Ma non è tutto.
    La verità è che se fosse mancata anche solo un pizzico di quella professionalità innata, di quella dedizione allo studio e di quel coraggio, oggi non avremmo avuto ne’ Ron, ne’ Royan.
    Parlando del cast non possiamo dimenticare di menzionare la brava e convincente Jennifer Garner, che pur non avendo un ruolo dello stesso spessore dei suoi colleghi, riesce a mantenere alta la media della pellicola.
    L’ultima nota va sicuramente al regista: il grande merito di Jean-Marc Vallée è stato sicuramente quello di non buttare sul tavolo il jolly della commozione – considerando il tema, sarebbe stata una tentazione  plausibile – ma di costruire la storia rispettando il carattere ‘fumantino’ del suo protagonista, i suoi colpi di genio e la sua spavalderia.
    Bando a tutti gli effetti speciali possibili, agli occhiali 3D e ai budget da milioni e milioni di dollari, per una volta – questa – sono finalmente gli uomini, quelli narrati e quelli reali, a fare la differenza.

     

    Silvia Marinucci

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    The Hunger Games – La ragazza di fuoco: Un’eroina senza tempo

    In sala dal 28 novembre il secondo capitolo della trilogia “The Hunger Games”. Con un cast da brivido la pellicola si prepara a superare gli incassi ottenuti dal primo film.

    4stelle

    Katniss Everdeen è tornata e con lei i nuovi Hunger Games. L’avevamo lasciata vincitrice dell’edizione precedente dei giochi insieme a Peeta , il suo amico ‘tributo’ e la ritroviamo all’inizio di questo nuovo capitolo inquieta e timorosa in seguito all’orrore e alla morte vissuti da vicino nel capitolo precedente. L’attesissimo The Hunger Games – La ragazza di fuoco , sequel del primo capitolo della trilogia The Hunger Games tratta dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins, è davvero un film sensazionale. E non solo per gli effetti speciali, le avventure, i giochi da affrontare e i mille pericoli che insidiano il cammino dei protagonisti, ma soprattutto per lo spessore dei personaggi, la loro crescita ed evoluzione.
    Il film orfano di Gary Ross, ha trovato in Francis Lawrence un degno erede, artefice di una regia vertiginosa capace di tenere lo spettatore in perenne suspense e tensione emotiva.
    Kathniss e Peeta, vincitori dell’ultima edizione, si ritrovano ad essere protagonisti del Tour della Vittoria, ovvero il giro dei vari distretti che li obbliga però a cambiare vita e abbandonare familiari ed amici. Lungo la strada Katniss si accorge che la ribellione è latente, ma che Capitol City cerca ancora a tutti i costi di mantenere il controllo, proprio mentre il Presidente Snow sta preparando la 75esima edizione dei Giochi (Edizione dellaMemoria), una gara che potrebbe cambiare per sempre le sorti della nazione di Panem.
    Interpretato magicamente da una Lawrence strepitosa nelle vesti di Kathniss e impreziosito dalla presenza di Philip Seymour Hoffman, new entry nei panni dell’ambiguo Plutarch Heavensbee, Hunger Games – La ragazza di fuoco mantiene il cast precedente da Josh Hutcherson nel ruolo di Peeta a Liam Hemsworth in quello di Gale, da Elizabeth Banks a Stanley Tucci, Woody Harrelson, Donald Sutherland e Lenny Craviz.
    Inevitabile il confronto con ‘1984’ di George Orwell, con la nazione di Panem al centro di una sorta di Grande Fratello, governata dal tiranno Snow che tiene in pugno e controlla una popolazione inerme ridotta alla misera obbedienza. L’unico moto di speranza si chiama Kathniss Everdeen che non sta alle regole di questo ignobile gioco al massacro e impavida dice no al carnefice generando una nuova presa di coscienza nel popolo e latenti fermenti rivoluzionari.
    Finale a sorpresa, che ci proietta dritti verso quello che sarà il terzo e ultimo capitolo della saga.

    Mariangela Di Serio

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    Come il vento: Una vita senza condizionale

    La vita di Armida Miserere, una delle prime donne direttrici di carcere in Italia, si trasforma in un dramma dallo sfondo sociopolitico cucito addosso alla sua protagonista: Valeria Golino. Nelle sale dal 28 novembre.

    2stelle

    Non dietro le sbarre ma a fianco. A fianco di chi ci lavora, a fianco di chi spera, ma a fianco anche dei misteri e dei crimini che si nascondono in una cella. In “Come il vento” Valeria Golino ci guida lungo le tappe della vita di Armida Miserere, una delle prime donne direttrici di carcere in Italia, in un viaggio personale e non solo.
    Il regista Marco S. Puccioni – qui alla terza prova – scandisce i diversi momenti della sua storia che si dipana per oltre 15 anni in una girandola di carceri e location quasi sempre riprodotte con piglio da cartolina. Iniziando in media res ai piedi della montagna di Sulmona, portandoci a Pianosa, all’Ucciardone, al carcere di Lodi e così via per un film che inizia come un giallo, prosegue come un film drammatico, avanza incespicando nei territori dell’impegno antimafia e che sul finale si ricorda del giallo e del dramma.
    Tante, troppe cose forse e lo stesso vale per la ricostruzione di una protagonista di sicuro molto sfaccettata. E così nell’impresa di descriverci il dramma di una donna rimasta sola dopo la misteriosa uccisione del compagno, troppi elementi vengono aggiunti in maniera marginale, tanto da sembrar messi lì più per dovere di cronaca che per esigenze narrative. All’impegno politico della protagonista è dedicata solo una scena, così come a una scena è ridotto il tema della violenza nelle carceri. E se l’idea di fondo era quella di creare un mosaico dall’unione di tanti piccoli spezzoni la sensazione è che l’amalgama non sia forte a sufficienza.
    Resta dunque il filo conduttore della solitudine e del dramma che è anche quello su cui sembra puntare la Golino la cui interpretazione, come al solito, finirà per guadagnarsi il plauso dei fan, l’astio dei detrattori e lascerà nel dubbio tutti gli altri ma che le è valsa comunque il premio L.A.R.A. (Libera associazione rappresentanti di artisti) all’ultimo Festival di Roma.

    Marcello Lembo

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    Le streghe son tornate: La paura è donna

    Un geniale Alex De La Iglesia  porta sul grande schermo una pseudo battaglia dei sessi a colpi di sabba  e folcloristiche rapine.

    3stelleemezzo

    Difficile criptare il messaggio che Alex De La Iglesia manda ai vari spettatori con Le streghe son tornate. Non c’è nulla di scontato o tanto meno di riconoscibile, ma solamente una sorta di “esorcizzazione”  della figura femminile nel rapporto di coppia. De La Iglesia mostra la donna contemporanea nel migliore dei modi, con tutte quelle prese di coscienza semi-arriviste e quegli atteggiamenti derivanti da un cinismo prodotto da una società apparentemente arida e priva di alcun tipo di valore. La donna si snatura, abbandonando il suo celebre fascino a un vero e proprio atteggiamento “maschilista”.
    Quello che però traspare nel lavoro del regista spagnolo, è la voglia di ironizzare in maniera agrodolce non solo sula figura della donna ma anche su quella dell’uomo, visto come essere intellettualmente impotente, succube di fronte alla maestosa personalità di “Lei”, perennemente lamentoso nonché vittima di se stesso. Un vero e proprio ribaltamento del rapporto di coppia, raccontando in maniera decisamente grottesca come le tanto strampalate pseudo-battaglie dei sessi rendano abbiano annichilito entrambi. Femminismo e maschilismo sfruttati e messi alla berlina, l’universo femminile visto come una “congrega di streghe pettegole” opposto a quello maschile visto come un “clan di disadattati senza coraggio”. Un lavoro quasi autobiografico – come ha spiegato De La Iglesia durante il breve incontro che ha anticipato il film – che mostra la profonda ossessione presente nei rapporti di coppia ai giorni d’oggi, compreso il proprio con la sua oramai “musa” Carolina Bang.
    Per rivitalizzare quel settore di cinema di genere ultimamente vittima di lavori dozzinali serviva proprio un De La Iglesia “psicoterapeuta”, consigliere per “Lui” e per “Lei”. Il suo modo di concepire il cinema risulta quotidiano e avanzato allo stesso tempo. Le streghe son tornate non è solo un film educativo, è anche un  vero e proprio slogan: “Fate l’amore non fate la guerra”, lanciato verso lo spettatore “unisex”. Dio benedica l’apostolo Alex De La Iglesia.

    Alessio Giuffrida

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    Ben o Degilim – I’m not him: L’uomo che visse due volte

    La pellicola del regista turco in concorso al Festival del Cinema di Roma turba gli animi con un ‘inquietante analisi sull’ identificazione umana.

    3stelle

    Un film  non scontato, assolutamente privo di ordinaria logicità e coinvolgimento emotivo.  Sebbene la pellicola inizi con un lunghissimo periodo privo di consistenti dialoghi e di tessuto musicale risultando apparentemente noiosa e scarna, basta l’occhio di uno spettatore attento per cogliere le particolarità e le scelte di regia che la contraddistinguono ad elevarla con giusto merito ad opera enigmatica e fascinosa nel suo insieme.
    In “Ben o Değilim- I’m not him” sono riconoscibili fin dalle prime inquadrature le scelte tecniche e le caratteristiche inequivocabili della cinematografia di Tayfun Pirselimoglu, maestro indiscusso nella perpetua ricerca della frontalità della macchina da presa e nella scarsità di movimento scenico all’interno di tempi dilatati.
    Il regista turco sceglie di seguire la vicenda personale di Nihal, l’impiegato di una mensa d’ospedale, interpretato dall’attore Ercan Kesal che riesce a destreggiarsi abilmente nei panni di un personaggio solitario e distaccato ma allo tempo attratto dalla giovane Ayse, la misteriosa collega lavapiatti che lo seduce invitandolo a cena. Da quel momento tra i due nasce una singolare relazione che si fa sempre più pericolosa dopo l’inquietante scoperta da parte dell’uomo di una foto del marito della ragazza.
    Tutto ruota attorno alla tematica struggente della perdità di identità, della totale crisi dell’ uomo che si libera dal suo io, dal presente e dal passato appropriandosi di un nuovo se, di un vissuto sconosciuto, all’interno di un gioco fatto di scambi di persona, personalità multiple, situazioni e personaggi che si ripropongono lungo la narrazione senza una reale motivo, in una logica del non senso che conduce lo spettatore in un vortice di dejà-vous inaspettati.

    Mariangela Di Serio

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    Manto Acuìfero: Solitudini

    Il regista Michael Rowe vincitore del Premio Camera D’Or al Festival di Cannes per “Año bisiesto”, dirige un dramma famigliare nel secondo capitolo della trilogia della solitudine.

    2stellemezzo

    Ambientato in un Messico profondamente legato alla dimensione spirituale e naturalistica dell’essere umano, “Manto acuifero” racconta la triste storia di Caro, una bambina di otto anni segnata profondamente dal divorzio dei genitori.
    La bimba, trapiantata in casa di Felipe, il nuovo compagno della madre, vive ora lontano da Città del Messico, metropoli pericolosa e caotica contrariamente alla sua nuova abitazione immersa nella vegetazione verdeggiante e rigogliosa.
    Caro sofferente per la separazione dei suoi e per la mancanza della figura del padre, non riesce ad inserirsi nel nuovo nucleo famigliare che sua madre e il suo compagno si sono costruiti e non accetta la nuova figura paterna che a tutti costi le vogliono imporre. La bimba incompresa dall’ottusità e dalla totale mancanza di sensibilità da parte degli adulti, si isola chiudendosi in un mondo tutto suo fatto di ricordi e fotografie della precedente famiglia, e scegliendo come rifugio il giardino della nuova casa, dove instaura un rapporto viscerale con la flora e la fauna del luogo.
    La totale mancanza della colonna sonora da parte del regista vuole sottolineare la totale alienazione della bimba e rimarcare il tema della solitudine che già era stato affrontato in “Año bisiesto”, dove invece la protagonista è una donna che vive una sessualità prepotente e sbagliata.
    Il film porta alla ribalta la tematica della separazione e del divorzio, analizzata dal punto di vista di una bambina e della superficialità in cui questi temi vengono trattati dall’opinione comune, che molto spesso da’ per scontato che i bambini accettino la realtà così come gli viene imposta dagli adulti e che siano predisposti spontaneamente a legarsi a chiunque.
    Un altro aspetto rilevante è lo strettissimo legame tra uomo e natura che l’epoca moderna dello sviluppo tecnologico ha contaminato e ridotto al minimo, portando ad una netta frattura tra i due mondi.
    In “Manto acuìfero” Michael Rowe cerca di ricucire questo strappo riconducendo l’essere umano all’interno di un naturalismo puro, dove lo spazio esterno all’uomo è solo un riflesso del suo mondo interiore.

    Mariangela Di Serio

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    En Solitaire: Vittorie condivise

    Una convincente opera prima. Ad aiutare l’esordiente regista un attore del calibro di Cluzet (Quasi amici). 

    3stelle

    Un regista alla sua opera prima, un attore di grande livello e la bellezza dei panorami naturali.
    Sono queste le componenti predominanti di una pellicola convincente come En Solitaire di Christophe Offenstein. Girato per gran parte in acqua, su una barca da regata, la pellicola poggia la sua struttura sulle spalle dell’attore francese François Cluzet, famosissimo in Patria e noto al pubblico internazionale per l’interpretazione straordinaria del paraplegico di Quasi amici.
    Cluzet non è mai scontato ed ama mettersi alla prova: non a caso in questa pellicola interpreta il ruolo di un esperto skipper di regate. I movimenti sulla barca a vela sono studiati e precisi, l’attore francese ammaina le vele, tira le corde e scivola da una parte all’altra con una sorprendente disinvoltura.
    Attore – bravo – a parte, En Solitaire è una straordinaria avventura a barca a vela, attraverso le tempeste e le meraviglie degli oceani, e i tramonti sul mare.
    L’estetica è coadiuvata dalla sostanza: la pellicola dell’esordiente regista – con alle spalle una lunga carriera come ‘primo assistente’ – affronta l’importante tematica sociale degli sbarchi clandestini, più che mai alla ribalta delle cronache italiane proprio in questo periodo.
    Cluzet, in corsa per il primo posto di una regata internazionale attraverso il giro del mondo, si ritrova inavvertitamente un clandestino a bordo, un ragazzo diciassettenne che sogna Parigi.
    Cosa deve fare? Abbandonarlo sulla prima riva o aiutarlo?
    Nonostante siano i buoni sentimenti a farla da padrone, En Solitaire riesce a portare sul grande schermo una storia più che mai piacevole, scorrevole e commovente.
    E’ davvero possibile un mondo diverso? E’ davvero possibile aprirsi e sacrificarsi per gli altri?
    Offenstein ci fa ben sperare, offrendoci una possibilità.
    Cosa avremmo fatto al suo posto? Pensate gente, pensate.

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    La luna su Torino: Ferrario torna a filmare la sua città

    Tre anime sul filo del 45° parallelo Nord, quello che attraversa la città tanto cara al regista di ‘Dopo mezzanotte’. Presentata al Festival di Roma una pellicola che riesce a parlare di crisi raccontando l’amore.

    3stelle
    La luna su Torino
    osserva il 45° parallelo NORD a Torino, lo stesso che – percorso sempre dritto – arriva dritto in Mongolia. Scruta nelle vite di tre animi diversi ma affini Davide Ferrario, che torna a filmare la sua città preferita con un gusto dell’immagine, un amore per i suoi personaggi, per i luoghi in cui si muovono. Due uomini, una donna, una splendida dimora e discorsi che, tra il serio ed il faceto, cadono sempre sull’amore. È un film quello di Ferrario che a modo suo si occupa anche della crisi che ci riguarda proprio tutti. Ma si tratta di una crisi dei sentimenti, un’apatia del cuore che non era stata osservata in questi termini fin ora e che invece una commedia sofisticata ed intrigante riesce a rendere anche negli aspetti più drammatici.
    Un erede colto e nullafacente, un giovanotto di belle speranze, una commessa di agenzia di viaggio annoiata… Si muovono tutti sullo sfondo di una città affascinante come Torino, accogliente e fredda, moderna ma con un indiscutibile fascino antico, tranquilla eppure inquietante, con i suoi rimandi esoterici e con quel 45° parallelo NORD, che la attraversa, su cui i protagonisti di Ferrario corrono come su un filo teso tra due estremi, reso fortemente instabile dai tempi bui che stiamo vivendo.
    Li osserva distaccati la luna, una città sempre vigile anche quando sembra distratta, il buon Leopardi, un personaggio non accreditato della pellicola, ed infine un topolino di campagna, un’allegoria, una metafora di come gli occhi dell’infinitamente piccino possano essere lucidissimi nell’osservare vizi e virtù di tre generazioni senza una direzione.

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