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    Il diritto di contare: Oggi come ieri

    Candidato a tre Premi Oscar (Miglior Film, Attrice Non Protagonista e Sceneggiatura Non Originale), Il diritto di contare porta in sala la storia di tre donne di colore dipendenti NASA negli anni Sessanta. Theodore Melfi si mette a completo servizio della storia realizzando una pellicola dal sapore più che attuale. In sala dall’8 marzo.

     

    Quando una storia ha tutti gli elementi giusti per farsi raccontare in maniera puntuale, c’è ben poco da fare, se la si vuole trasporre sul grande schermo. E sembra che Theodore Melfi lo sapesse molto bene quando, insieme a Allison Schroeder, ha deciso di scrivere la sceneggiatura di Il diritto di contare (in originale Hidden Figures, Figure Nascoste) dal romanzo omonimo di Margot Lee Shetterly.
    Siamo nella Virginia segregazionista degli anni Sessanta: le persone di colore vivono separate dai bianchi e anche alla NASA vige questa distinzione. Tra i “calcolatori umani” che l’istituto usa per effettuare le sue misurazioni, Katherine Johnson (Taraji P. Henson), Dorothy Vaughan (Octavia Spencer, candidata all’Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista per questo ruolo) e Mary Jackson (Janelle Monáe), sono tre donne che ogni giorno devono affrontare discriminazioni non solo perché donne, ma anche per il colore della loro pelle. Quando Katherine viene assegnata all’equipe di Al Harrison (Kevin Costner), che studia il modo per poter permettere al primo uomo di compiere un giro dell’orbita terrestre, in un’estenuante gara contro l’Unione Sovietica, per le tre donne si affaccia la possibilità di un riscatto.

    Il diritto di contare è un film più che mai attuale: guardando quello che accadeva cinquant’anni fa non si può non riflettere su quanto poco sia cambiata la situazione. Non è bastato il primo afroamericano alla presidenza della più grande potenza mondiale, non sono bastati Martin Luther King, l’attivismo di Malcolm X, i discorsi di Nelson Mandela (e l’elenco dei nomi potrebbe continuare): di discriminazione, di razzismo il mondo si sta ammalando di nuovo, complici la “pancia” e una politica inetta quando si parla di integrazione. Melfi non pecca di retorica quando ci mostra queste tre donne nel loro quotidiano, ma si limita a riportare i fatti: il bagno per le persone di colore che si trova in un solo edificio in tutta la NASA, la macchina del caffè separata da quella per i bianchi, la lotta per avere un posto in un corso serale alla scuola pubblica, la paura di essere fermate in strada da un poliziotto. Per questa ragione la regia decide di starsene in disparte, di fare il minimo indispensabile lasciando parlare gli eventi e i sentimenti di queste tre donne.

    A far paura, in questo film, è quando ci viene mostrato come la discriminazione passi da figure che non possiamo considerare a tutti gli effetti dei “cattivi”: i personaggi di Kirsten Dunst e Jim Parsons ne sono l’esempio, così miti e innocui, sferrano la loro dose di cattiveria con i loro sguardi e le loro battute sottilmente crudeli (quell’io non ho niente contro di voi che fa sempre accapponare la pelle).
    Un cast scelto alla perfezione, tanto da vincere lo Screen Actors Guild Awards, una regia che non ha grandi ambizioni, una sceneggiatura sufficientemente equilibrata: tutto è sacrificato, in senso positivo, alla storia, senza cercare a tutti i costi chissà quale reazione nel pubblico, ma invitandolo, sottilmente e intelligentemente, a pensare al passato per riflettere sull’oggi.

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    Oscar 2017: I vincitori

    A sorpresa trionfa "Moonlight" come Miglior Film dopo che per errore era stato proclamato vincitore "La La Land", che conquista come era prevedibile la Miglior Regia, il premio a Emma Stone come Miglior Attrice Protagonista e tre Oscar tecnici.

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    Jackie: Biopic di emozioni

    Vincitore del Premio per la Miglior Sceneggiatura a Venezia e candidato a tre Premi Oscar, Jackie segna il debutto in lingua inglese del cileno Pablo Larraín. Un collage di frammenti che raccontano emozioni e sentimenti contrastanti di una donna diventata icona. In sala dal 23 febbraio.

    Il fango si attacca alla suola e al tacco delle scarpe. Incerta e traballante, lei continua a camminare, ostinata e fiera, alla ricerca di quell’angolo quieto dove consegnare alla terra l’amore della sua vita. Ha da poco visto esplodere sulle sue gambe la testa del marito, ha da poco affrontato il più grande dolore di vedere andare via chi si ama, ma Jackie è intenzionata a trovare, in quel tetro cimitero, l’angolo migliore dove far riposare le spoglie di John. Pablo Larraín, a pochi mesi dall’uscita di Neruda, torna al cinema con Jackie, il biopic “emozionale” su Jacqueline Kennedy, nelle sale dal prossimo 23 febbraio.

    Dopo aver vinto l’Osella per la Sceneggiatura a Venezia e aver trionfato a Toronto, Jackie è candidato a tre Premi Oscar (Miglior Attrice Protagonista, Miglior Colonna Sonora e Migliori Costumi) e segna un punto di svolta nella carriera di uno dei più interessanti registi dell’America Latina: è infatti, il primo film del cileno Larraín in lingua inglese. Scritta da Noah Oppenheim e prodotta da Darren Aronofsky, la pellicola inevitabilmente risente di influenze esterne (soprattutto quelle del suo produttore), ma Larraín mantiene il tiro della sua filmografia precedente, regalandoci un biopic che non si limita al racconto dei fatti, ma delle emozioni, andando ad ampliare un discorso che, in una certa misura, era presente anche nel suo film precedente, Neruda.

    La First Lady che ha aperto le stanze della Casa Bianca agli americani in diretta tv,  si ritrova improvvisamente in balia della solitudine, con il terrore che quei pochi anni di presidenza del marito vengano dimenticati. Al di là del discorso politico, che a Larraín interessa relativamente poco, Jackie è un ritratto intimista che sa come sfruttare a suo vantaggio anche i tratti distintivi del suo regista (le immagini sgranate e i colori tenui e freddi delle sue scene) per centrare il suo obiettivo: mettere a nudo l’anima di una donna in un momento molto particolare della sua vita. In tale senso Larraín può contare anche su un altro fattore fondamentale, Natalie Portman, meritatamente candidata all’Oscar. Regista e attrice si muovono verso un’unica direzione, una comunione di intenti che poche volte si è vista su grande schermo: mostrare prima cosa prova Jackie, poi tutto il resto.

    Così viene fuori un vero e proprio collage di momenti, anche pochi frames, che assumono importanza in questo crescendo di emozioni. La regia si districa abilmente tra continui balzi in avanti e indietro nel tempo, tanto che facilmente perdiamo la cognizione temporale di quanto stiamo vedendo. Ma non importa: Jackie non è il solito biopic e lo dimostra anche la chiara intenzione di Larraín di non voler celebrare nessuno. Il viaggio che stiamo facendo si muove nella mente e nell’anima di una donna diventata icona (la scena di lei in macchina che passa davanti ai negozi delle strade di Washington, è eloquente), che combatte con la sua fede (bellissimi i dialoghi con il prete, ultima prova attoriale del compianto John Hurt), ma che prima di tutto è madre e moglie. È soprattutto donna.

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    Barriere: se il cinema imita (troppo) il teatro

    Diretto da Denzel Washington e tratto dall’omonima pièce teatrale vincitrice del Premio Pulitzer di August Wilson, qui sceneggiatore, Barriere arriva nei nostri cinema da giovedì 23 febbraio. Forte delle sue quattro nomination agli Oscar, la pellicola resta eccessivamente ancorata alla sua origine teatrale e gioca fin troppo con la pazienza del suo pubblico.

    La terza prova da regista di Denzel Washington è all’insegna della trasposizione cinematografica di Barriere (Fences in originale), testo teatrale vincitore del Premio Pulitzer scritto da August Wilson. Portare al cinema questa storia è sempre stata l’intenzione del suo autore, ma dal 1988, anno del suo debutto a Broadway, non se ne è fatto nulla proprio perché Wilson voleva un afroamericano alla regia. Dopo il revival a teatro nel 2010, con Denzel Washington e Viola Davis osannati dalla critica e vincitori di due Tony Awards, la possibilità è diventata una certezza, grazie anche alla volontà di Washington di curare la regia del film.
    Nella Pittsburgh degli anni Cinquanta, Troy Maxon, ex stella del baseball, lavora come netturbino e vive con la moglie Rose, con la quale è sposato da 18 anni, e il figlio Cory. L’infanzia difficile e le delusioni ottenute nella vita, fanno di Troy un padre padrone e un marito molto presente, pronto a tutto, grazie alla sua integrità morale, a salvaguardare il proprio nucleo familiare. Ma le contraddizioni di quest’uomo scavano in profondità, riuscendo ad aprire una breccia e a far crollare il tutto.

    Le Barriere del titolo fanno riferimento al recinto che Rose chiede a Troy di costruire: hanno la funzione di salvaguardare ciò che anni di duro sacrificio hanno messo in piedi, ciò che il sudore, le frustrazioni e il dolore hanno forgiato come qualcosa di unico e intimo. Ma la Storia insegna che le barriere non fanno altro che allontanare le persone e che siano una recinzione che separa due nazioni, o un muro che divide a metà una città, o un recinto che delinea il perimetro del cortile di una casa, il risultato sarà sempre lo stesso: la distruzione di ciò che abbiamo di più caro. Non sono solo barriere fisiche, ma sono quelle che Troy inizia a costruire dentro di sé, con le sue paure e con la sua caparbietà di avere sempre tutto sotto controllo. Se la sua morale gli impone di preservare, il suo cuore lo porta ad aprire brecce e a ferire.

    Con le sue quattro candidature ai prossimi Premi Oscar – Miglior Film, Miglior Attore Protagonista per Denzel Washington, Miglior Attrice Non Protagonista per Viola Davis e Miglior Sceneggiatura Non Originale – Barriere gioca troppo con la pazienza del suo pubblico e resta fortemente ancorato alla sua origine teatrale. Se il cinema è “scrittura del movimento”, qui abbiamo di fronte esattamente l’opposto: stasi. Tutto si svolge (quasi) esclusivamente nel cortile di casa Maxon e la sensazione che si ha è quella di vedere uno spettacolo teatrale sul grande schermo. Quando il cinema si impossessa troppo del linguaggio del teatro, non è più cinema, ma un ibrido senza senso che mette a dura prova i suoi spettatori: se non c’è un minimo di ricerca su come usare un certo linguaggio per adattare ciò che è stato scritto per avere una precisa forma artistica, il risultato finale è inutile, non cattura e resta fine a se stesso. Ampio il divario tra le prove attoriali dei suoi protagonisti: la recitazione di Washington è urlata, così tanto prolissa che non si riesce a provare la minima simpatia per il suo personaggio, mentre quella della Davis rimane più equilibrata e si adatta meglio alla presenza della macchina da presa (meritatissima la nomination).

    C’è poco da vedere in Barriere, nonostante l’ottima fotografia di Charlotte Bruus Christensen, ma tanto da ascoltare, con i dialoghi che finiscono per diventare dei monologhi lunghi, durante i quali è facilissimo perdersi. 138 estenuanti minuti, dove qualche limatura avrebbe giovato e dove una maggiore presenza dell’immagine e del movimento avrebbero potuto dare alla pellicola un senso, cinematograficamente parlando. E quando Washington, verso il finale, rinuncia alla parola per affidare alle immagini, anche in maniera piuttosto banale, un senso più profondo rispetto a quanto immortalano, non basta a rendere il risultato finale veramente appetibile.

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    Oscar 2017: Fuocoammare c’è, 14 nomination per La La Land

    Gli Oscar del 2017 hanno un netto favorito. Dopo la corsa incerta della scorsa edizione il responso delle nomination porta una firma ben precisa, quella del regista Damian Chazelle e del suo La La Land, che conquista 14 candidature eguagliando il record di Eva contro Eva e di Titanic. In corsa ovviamente i due protagonisti, Emma Stone che dovrà vincere la concorrenza di Natalie Portman (Jackie) e della solita Meryl Streep (Florence Foster Jenkins), e Ryan Gosling che nella categoria del miglior attore sembra in lieve svantaggio su Casey Affleck, protagonista di Manchester by the Sea. Ma La La Land correrà anche per fotografia, montaggio, sceneggiatura originale, scenografia, costumi, per suono e mixaggio sonoro, come miglior colonna sonora e anche per la canzone originale, categoria nella quale ha piazzato ben due candidature.

    Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan è nella pattuglia degli inseguitori, tutti molto staccati a livello di nomination, di cui fanno parte anche la love story gay ambientata nei ghetti di Miami, Moonlight, l’epopea fideistica di Hacksaw Ridge di Mel Gibson e la fantascienza intimista di Arrival, che pesca dal cilindro 8 candidature ma anche un piccolo paradosso: un film di fantascienza candidato come miglior film e come miglior sceneggiatura ma non per i migliori effetti speciali.

    Dopo le polemiche dello scorso anno sono letteralmente fioccate le nomination ad attori e attrici afroamericani. Nella categoria della miglior attrice non protagonista sono ben tre, la Viola Davis di Barriere, l’Octavia Spencer de Il diritto di contare e la Naomie Harris di Moonlight. Sempre da Moonlight viene anche Mahershala Ali, candidato più accreditato al massimo onore nella categoria degli attori non protagonisti mentre Denzel Washington è candidato tra i protagonisti per il suo Barriere, di cui è anche regista.

    Notazione di merito per Fuocoammare di Gianfranco Rosi, unico spicchio d’Italia presente agli Oscar. Pur essendo stato escluso dalla categoria del miglior film straniero (dove sono entrati l’Iran con Il Cliente, la Danimarca con Land of Mine, la Germania con Vi presento Toni Erdmann, la Svezia con A man called Ove e l’Australia con Tanna) ha centrato facilmente la candidatura per il miglior documentario. Crescono dunque i rimpianti per una scelta – quella dell’Academy italiana – che aveva lasciato perplessi in molti, a cominciare dal regista Paolo Sorrentino che avrebbe preferito puntare su due film, Fuocoammare come documentario, e Indivisibili di Edoardo De Angelis nella categoria generale.

    Non resta che affrontare la questione dei grandi esclusi. Se quella di Martin Scorsese e del suo Silence non fa troppa notizia (il film competerà solo nella categoria “miglior fotografia”), visto il cattivo rapporto tra il maestro di Taxi Driver e gli Oscar, diverso clamore suscita invece l’esclusione di Animali Notturni di Tom Ford. Il film, presentato a Venezia e accolto dal plauso convinto della critica, si è visto escludere da molte delle categorie dove era dato quasi per scontato (dalla sceneggiatura non originale alla fotografia) ma anche da una corsa alla statuetta per il miglior film molto allargata, con ben nove nomination e con l’unico contentino della presenza nella corsa al miglior attore non protagonista. Il candidato però sarà Michael Shannon e non Aaron Taylor-Johnson che appena poche settimane fa aveva vinto un Golden Globe. I dubbi dell’Academy finiscono per fare fuori anche Amy Adams, che viene travolta dal crollo di popolarità di Animali Notturni e non riesce a conquistarsi la candidatura nemmeno per Arrival, di cui pure era una delle note più liete. A rubarle il posto probabilmente la Isabelle Huppert di Elle, film di Paul Verhoeven che pur essendo presentato dalla Francia non è entrato nella cinquina per il miglior film straniero. Male anche Sully di Clint Eastwood che insieme a Scorsese e ad Animali Notturni pesca una sola candidatura (per il Sonoro), stesso bottino – per intendersi – di Suicide Squad (candidato alle migliori acconciature) e dell’action bellico, 13 Hours di Michael Bay.

     

    QUI TROVI TUTTE LE NOMINATION

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