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    TFF36: Il programma

    Da Reitman a Moretti, passando per l'esordio di Valerio Mastandrea, "Ride". Così il Torino Film Festival si prepara alla 36esima edizione. In programma dal 23 novembre al 1 dicembre.

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    LFF5, Enrico Vanzina: “Fiero di aver fatto un film con Netflix”

    Sono fiero di aver fatto il film di Natale con Netflix”. Così Enrico Vanzina ha salutato ieri sera l’apertura della quinta edizione del Lamezia Film Fest diretta da Gianlorenzo Franzì. “Netflix è una realtà che non si può ignorare, che esiste e che concede la possibilità di fare vedere il tuo film in 160 paesi del mondo – ha continuato  esprimendo profonda gratitudine nei confronti della piattaforma che gli ha lasciato “massima libertà”, dandogli la possibilità di realizzare “la più feroce satira politica del cinema italiano degli ultimi vent’anni”. Natale a 5 stelle è “solo apparentemente un film di Natale”, dice, “si tratta di un film sulla politica”.

    La cultura è una parola che spaventa molti. Un autore francese diceva che la cultura è ciò che resta quando si è dimenticato tutto. – ci ha tenuto a sottolineare lo storico sceneggiatore che insieme al fratello Carlo, scomparso la scorsa estate, ha fotografato oltre trent’anni di società italiana – La cultura era mio padre che non ci portava in vacanza al mare ma a Londra a vedere la National Gallery. Perché il cinema non lo puoi fare se non hai letto romanzi, se non hai mai visto un quadro di Goya, se non sai che differenza c’è fra Mozart e Guccini. Altrimenti diventi un divulgatore di immagini, che è un’altra cosa, non è cinema. La cultura serve” .

    Ma l’incontro di ieri è stata anche un’occasione per riflettere sul tanto dibattuto “cinema popolare”, molto spesso sottovalutato e denigrato. “I più grandi registi della storia del nostro cinema, da Elio Petri e Federico Fellini, facevano film popolari – ha spiegato – non dovrebbe esistere questa divisione fra cinema d’autore e cinema popolare” perché “fare cinema popolare vuol dire entrare nella vita delle persone”. È proprio sul contatto con la realtà, con le persone, che si è concentrata la seconda parte del partecipatissimo incontro serale che ha poi accompagnato la proiezione del film Sapore di mare – abile ritratto generazionale e splendida fotografia di un’epoca.

     

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  • LFF5 ai nastri di partenza

    Tutto pronto per la quinta edizione del Lamezia Film Fest (in programma a Lamezia Terme dal 13 al 17 novembre) diretto da GianLorenzo Franzì .

    Ad inaugurare la kermesse internazionale sarà l’incontro con uno dei volti più popolari e significativi del cinema italiano, Enrico Vanzina, in ricordo anche del fratello Carlo con cui ha realizzato film cult che sono entrati nell’immaginario culturale collettivo. Lo sceneggiatore accompagnerà anche la proiezione di Sapore di mare (Carlo Vanzina, 1983) per la sezione Monoscopio, dedicata alle retrospettive sugli artisti presenti alla manifestazione.

    Tanti gli ospiti che di questi quattro giorni dedicati al cinema. Tra questi: l’attore Alessandro Cosentini reduce da Rocco Chinnici dedicato al celebre magistrato del pool antimafia assassinato da Cosa Nostra; l’attore Alessandro D’Ambrosi, il Romolo della serie tv Romolo + Giuly: La guerra mondiale italiana; l’attrice, sceneggiatrice e regista Santa De Santis; il regista, sceneggiatore e direttore della fotografia Daniele Ciprì; l’attore e regista Ascanio Celestini; il popolarissimo gruppo di youtuber Casa Surace; l’attrice Alice Pagani, la Stella di Loro di Paolo Sorrentino (2018); la giovanissima attrice Laura Adriani che abbiamo recentemente apprezzato nel film di Silvio Soldini Il colore nascosto delle cose (2017); uno dei più grandi maestri del cinema internazionale, Peter Greenaway.

    A chiudere il festival sarà Maccio Capatonda, vincitore del Premio Paolo Villaggio, la novità istituita quest’anno dal LFF, fortemente voluta dal direttore artistico Franzì: “Era doveroso ricordare Paolo Villaggio, il suo mondo, la sua caratura d’interprete, la sua poetica e tutto quello che ha significato e significa tutt’oggi per il cinema e non solo”. Della famiglia del grande attore genovese, sarà presente il figlio Piero Villaggio.
    In occasione del Premio Paolo Villaggio sarà allestita anche una mostra fotografica con immagini che ritraggono l’attore in famiglia e sul set, oltre a scatti esclusivi della Collezione Carlo Bozzano con cui la Fondazione Fabrizio De André Onlus ha voluto omaggiare il grande artista genovese.
    Spazio anche a due film rivolti all’attualità come  Sulla mia pelle di Alessio Cremonini (2018) e Un paese di Calabria di Shu Aiello e Catherine Catela (2016).

    Il LFF dal 2017 rientra nel progetto Vacantiandu, finanziato dalla Regione Calabria per il triennio 2017-2019 nell’ambito degli interventi tesi a valorizzare i luoghi di interesse storico e archeologico e promosso dall’Associazione teatrale I Vacantusi

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    Tff36: Pupi Avati guest director

    Il ruolo di Guest Director del 36° Torino Film Festival (in programma dal 23 novembre al 1° dicembre prossimi) toccherà a Pupi Avati. Il regista, sceneggiatore e scrittore bolognese presenterà unasezione intitolata Unforgettables, cinque titoli che mescolano musica e cinema, due sue grandi passioni. Avati sarà a Torino nei giorni del festival e introdurrà le proiezioni dei film che ha scelto: La storia di Glenn Miller di Anthony Mann, Il re del jazz di Valentine Davies, Bird di Clint Eastwood, Trentadue piccoli film su Glenn Gould di François Girard, Bix dello stesso Avati.

    Quando Emanuela Martini, conoscendo le mie passioni, mi ha invitato al Torino Film Festival come Guest Director, chiedendomi qualche titolo di film che sintetizzasse quello straordinario insieme che è per me cinema e musica, ho vissuto gioia e titubanza.” – ha dichiarato il regista. “I film che si ispirano alla musica (nel mio caso intesa esclusivamente come jazz o classica) non sono tanti, e pochi dotati di un’anima. Così, costretto a eliminare una serie di titoli, dal magnifico Let’s Get Lost di Bruce Weber e Born To Be Blue di Robert Budreau (entrambi su Chet Baker) al Round Midnight di Tavernier (su Lester Young), dal sontuoso Cotton Club ellingtoniano di Coppola al Jazz on a Summer’s Day di Bert Stern con Louis Armstrong, Thelonious Monk e Gerry Mulligan, tutti film probabilmente già troppo visti, ho deciso di scegliere Bird, la struggente biografia di Charlie Parker diretta da Clint Eastwood, e due titoli che hanno contribuito a far nascere in me, nei remoti anni della mia adolescenza, questa passione. La vita di Benny Goodman e quella di Glenn Miller.  Mi restava pochissimo spazio per dire la mia infinita riconoscenza a quella musica classica che non so più distinguere dal jazz. Mi occorreva un musicista che non appartenesse né a un tempo né a una moda, un musicista che fosse la sintesi di tutti i tempi e di tutte le mode.  Glenn Gould, che suona le sue variazioni cantando come faceva Oscar Peterson (altro straordinario pianista jazz canadese), era probabilmente colui che cercavo. Nei Trentadue piccoli film su Glenn Gould, Francois Girard ha circumnavigato questo genio assoluto, che ancora oggi non smette di commuoverci”.

    La sezione proposta da Avati si collega idealmente alla mostra su cinema e musica in corso al Museo Nazionale del Cinema, Soundframes (inaugurata il 26 gennaio 2018 e che proseguirà fino al 7 gennaio 2019), nella quale sono stati approfonditi molteplici aspetti delle connessioni e commistioni tra le due arti: “Mi è parso però che, nella mini-sezione del Guest Director, mancasse un tassello importante. – ha commentato Emanuela Martini – Perciò, ho scelto, tra i numerosi film e le miniserie che Pupi Avati ha realizzato nel suo connubio ideale tra cinema e musica, la sua toccante ricostruzione del leggendario e oscuro cornettista Leon Bix Beiderbecke, Bix, storia di una vita americana “perduta”, colta dal nostro autore con piena adesione a quella musica e a quel ‘mito’”.

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    Primo ciak per l’esordio alla regia di Marco Bocci

    Al via le riprese di Erre11, che segna il debutto alla regia di Marco Bocci. Tratto da ‘A Torbella monaca non piove mai’, esordio letterario firmato dallo stesso attore, il film sarà girato interamente nella Capitale e sarà una co-produzione Italia-Spagna, prodotto da Gianluca Curti.
    “Voglio raccontare una periferia vera – fa sapere Bocci – dentro la quale si incrociano tanti personaggi, ognuno col suo percorso, ognuno diverso dall’altro ma indispensabile per il prossimo. Una gabbia dentro la quale vivono e convivono tante umanità, sfiorandosi senza accorgersene, inquinandosi e contaminandosi in quest’era di condivisione estrema”.

    Nel ruolo del protagonista Libero De Rienzo nei panni di Mauro, un ex studente che ha quasi sfiorato la laurea ma ora disoccupato e senza un futuro; ad affiancarlo Andrea Sartoretti, che interpreta suo fratello Romolo, ex galeotto che ha deciso di redimersi e di cambiare strada, ma che per tutti ormai resta un criminale.
    Nel ruolo di Samatha, donna cinica e spezzata dalle insoddisfazioni di una vita, Laura Chiatti. Accanto a loro un reticolo di umanità che tenta ogni giorno di sopravvivere con dignità e ottimismo. “Tanti personaggi, tanti perdenti, tanti sconfitti che però sanno vivere senza abbandonare la speranza, allegri e positivi, come le immagini che li racconteranno – spiega Bocci – la mia narrazione sarà allegra, euforica e al limite del grottesco, con una storia che va dritta al sodo ma si lascia raccontare fluidamente, attraverso un linguaggio che passa dal video clip alla spettacolarizzazione degli eventi fino al realismo dei silenzi e delle frasi non dette. Una storia che non strizza l’occhio alla battuta o alla commedia, ma composta da personaggi che sanno ridere e sanno far ridere”.

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    Napoli Film Festival 2018, intervista a Paolo Genovese

    Nella otto giorni di incontri e proiezioni dedicati al cinema nel capoluogo partenopeo, il regista di “Perfetti sconosciuti” e “The Place”, ci regala qualche anticipazione sul suo prossimo film, “Il primo giorno della mia vita”, basato sull’omonimo romanzo scritto dallo stesso Paolo Genovese.

    Una storia fortemente positiva, anche se paradossalmente comincia con un suicidio: quattro persone completamente diverse tra loro scelgono la stessa notte per farla finita, ma un uomo misterioso gli proporrà una settimana di tempo per  farli rinnamorare della vita.

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    Just Mercy, via alle riprese del film con Jamie Foxx e Brie Larson

    Via alle riprese di Just Mercy. Sono iniziate infatti questa settimana le riprese del nuovo drama targato Warner Bros. Pictures, tratto dal pluripremiato best-seller di Bryan Stevenson. Nel cast del film Michael B. Jordan e i premi Oscar Jamie Foxx e Brie Larson. A dirigere il film è Destin Daniel Cretton (The Glass Castle, Short Term 12).

    Una storia vera potente e stimolante, Just Mercy racconta la storia del giovane avvocato Bryan Stevenson (Jordan) e della sua storica battaglia per la giustizia. Dopo essersi laureato ad Harvard, Bryan avrebbe potuto scegliere di svolgere fin da subito dei lavori redditizi. Al contrario, si dirige in Alabama con l’intento di difendere persone condannate ingiustamente, con il sostegno dell’avvocatessa locale Eva Ansley (Larson). Uno dei suoi primi casi, nonché il più controverso, è quello di Walter McMillian (Foxx), che nel 1987 viene condannato a morte per il famoso omicidio di una ragazza di 18 anni, nonostante la preponderanza di prove che dimostrano la sua innocenza, e il fatto che l’unica testimonianza contro di lui sia quella di un criminale con un movente per mentire. Negli anni che seguono, Bryan si ritroverà in un labirinto di manovre legali e politiche, di razzismo palese e sfacciato, mentre combatte per Walter, e altri come lui, con le probabilità – e il sistema – contro.

    Il film è prodotto dal due volte candidato all’Oscar Gil Netter (La vita di Pi, The Blind Side) e Asher Goldstein (Short Term 12), mentre Mike Drake, Michael B. Jordan, Bryan Stevenson, Gabriel Hammond, Daniel Hammond e Niija Kuykendall sono i produttori esecutivi. Cretton dirige il film da una sceneggiatura che ha scritto insieme a Andrew Lanham (The Glass Castle), basato sul libro di Stevenson ‘Just Mercy: A Story of Justice and Redemption’. Pubblicato nel 2014 da Spiegel & Grau, il libro è stato per 118 settimane nella lista dei best seller del New York Times, e nel complesso è stato nominato uno dei migliori libri dell’anno da numerosi top outlets, tra cui TIMEMagazine. Per il libro, Stevenson ha anche vinto la Andrew Carnegie Medal for Excellence, un NAACP Image Award e il Dayton Literary Peace Prize per la Nonfiction.

    Fanno parte del cast principale anche O’Shea Jackson Jr. (Straight Outta Compton) nei panni di Anthony Ray Hinton, un altro detenuto condannato a morte ingiustamente, la cui causa viene presa in carico da Bryan; Rob Morgan (Mudbound) nei panni di Herbert Richardson, che si trova nel braccio della morte in balia del suo destino, e Tim Blake Nelson (Wormwood) nel ruolo di Ralph Myers, la cui cruciale testimonianza contro Walter McMillian viene messa in discussione.

    Il team creativo che lavora con Cretton dietro le quinte comprende il direttore della fotografia Brett Pawlak, la scenografa Sharon Seymour, il montatore Nat Sanders e il compositore Joel P. West, che hanno tutti precedentemente collaborato con il regista in “The Glass Castle”. Fa parte del gruppo anche la costumista Francine Jamison-Tanchuck . Just Mercy sarà girato quasi interamente nei pressi di Atlanta, in Georgia, con alcune scene anche a Montgomery, in Alabama.
    L’uscita del film è prevista per il 2020.

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    Venezia 75 – I villeggianti, la famiglia disfunzionale di Valeria Bruni Tedeschi

    “Sembra di arrivare in paradiso e invece è l’inferno”, annuncia la domestica dell’aristocratica villa di vacanza famigliare dove arriva Valeria Bruni Tedeschi, appena lasciata dal compagno (Riccardo Scamarcio). Ad attenderla la madre vedova, la sorella (Valeria Golino) con l’anziano marito tycoon indagato per truffa, le due famiglie di domestici e la figlia adottiva Celià.

    È una riflessione autobiografica al sapore di cinema, quella che la Bruni compie nel suo quarto film da regista e attrice protagonista: perché in I villeggianti, presentato in anteprima fuori concorso a Venezia.75, viene messa in scena la sua famiglia, con una ricostruzione se non proprio storica, di sicuro emotiva. Le difficoltà di reperire fondi per girare il suo prossimo film, gli alti e bassi sentimentali, il dolore sempre nuovo di un fratello morto, le dispotiche dinamiche dei rapporti: c’è tutto il suo mondo e tutta la sua emotività che sale a fior di labbra ma non riesce quasi mai a risolversi con un pianto liberatorio, preferendo piuttosto sfogarsi con un urlo muto. Ma c’è anche molto di più: c’è un cinema che riflette su se stesso e la sua capacità psicoanalitica (per chi lo fa soprattutto, ma anche per chi lo guarda), c’è il disagio della lotta di classe forse mai finita, c’è insomma un bagaglio sociale e culturale seppellito sotto le macerie umane di un’alta borghesia che va disfacendosi come cenere fra le dita.

    Perfettamente aderenti alla bruma che fuoriesce come nebbia mattutina, la Golino e la Bruni fanno a gara a chi è più brava ad emozionare levando, sottraendo ed emozionando, mentre Scamarcio sembra sempre più sottovalutato e soprattutto sotto utilizzato in relazione a quanto riesce sempre a mettere in scena quel disagio perpetuo con uno sguardo in perenne fuga.
    Non è neanche troppo abbozzata, in I villeggianti, la descrizione di un sottoproletariato ancora in debito di ossigeno e di una classe (non più dirigente, ma ancora) arroccata in una nobiltà esteriore e fin troppo fintamente, faticosamente sfarzosa.
    Ed è una traccia che corre sottocutanea, un dolore silenzioso ma presente: nell’artrosi della mamma anziana che non si arrende al pianoforte, nel proteggersi dalla morte semplicemente chiudendo in una stanza i ricordi allontanandosene in un castello di rimozioni, insomma una sorta di attesa esistenziale della distruzione osservando da vicino e anzi compiacendosi quasi del proprio decadimento. Avvertito solo dalla vecchia zia (che in una sequenza finale non riesce a dormire perché sente i passi del Nulla che sta per venire a prenderli), ma capace di estendersi come un’ombra angosciosa e soffocante a tutto un disagio esistenziale che annichilisce.

    A nulla serve aggrapparsi con le unghie e con i denti a rapporti esausti, a matrimoni logori: sull’altare viene sacrificato anche un figlio mai nato: ma alla fine le emozioni risalgono prepotenti e sono assenze/presenze fantasmatiche, spettri fin troppo reali che si aggirano dovunque ghermendo la vita vera e trascinandoci con loro. Fino a sparire nella nebbia.

    di GianLorenzo Franzì

     

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