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    Benur, il Gladiatore di Massimo Andrei

    Dal teatro al cinema Benur diventa una commedia dai molteplici piani di lettura. Un buon film quello di Massimo Andrei, che omaggia la grande Commedia all’italiana


    Massimo Andrei un’impresa complicata affrontare un successo teatrale e trasferirlo al cinema, in un linguaggio totalmente diverso…

    Io volevo rappresentare la miseria umana ma lo volevo fare con una risata, una parolaccia, di petto. Mi ricordava una certa grande commedia all’italiana che sapeva ridere sulle nostre disgrazie, sulle miserie di una società che si guardava per cambiare, per correggere certe aberrazioni. Vorrei ringraziare gli attori, i produttori, Il nostro montatore Claudio Di Mauro, che ha creato tante straordinarie commedie di successo e infine ma non certo per ultimo il Maestro Nicola Piovani che ci ha regalato attimi della sua poesia.
    Detto questo io sono arrivato con una sceneggiatura già’ esistente. Ovviamente ci abbiamo ragionato molto perché tra teatro e cinema il passo e’ grande. Abbiamo sfondato una parete e siamo arrivati al Colosseo….

    Gianni Clementi come ti senti ora che la tua commedia arriva al sul grande schermo?
    La ricostruzione di massimo e molto fedele e lo ‘sfondamento’ di quel muro era necessario, anche se non sapevamo come sarebbe stato possibile ambientare il film in un luogo simbolico. Da questo punto di vista c’è stato un impegno produttivo notevolissimo. Poi quando sai di poter avere quella location adattare la sceneggiatura e’ stato molto semplice…

    Un finale diverso, consolatorio, o forse e’ solo un sogno?
    Un Colosseo può essere anche un monumento ‘pesante’ da sopportare. Un peso incredibile per un italiano che lavora, che non Sto arrivando! Bene ogni giorno come farà ad andare avanti… Poi il monumento e’ da sempre un simbolo, pure il grande Alberto Sordi ci salì per gridare il suo disagio… Bisogna guardare il film per farsi un’idea naturalmente.

    Elisabetta, da attrice cosa ci racconti su questo esperimento teatral-cinematografico?
    A volte e’ stato mentalmente difficile riportare quel pathos teatrale al cinema, perché quello dovevamo fare per avere un risultato soddisfacente dopo circa 300 repliche. Ormai con Nicola e Paolo siamo fratelli, ci capiamo senza parlare, basta uno sguardo. Credo che rarissimamente sia capitato ad un cast di avere quella preparazione alle spalle prima di girare.

    Paolo Triestino, la tua personale esperienza sul set di Benur?
    Abbiamo battagliato molto anche sulla trasposizione teatrale. Ci eravamo affezionati, e’ naturale. Pensate cosa e’ stato recitarla al teatro romano di Ostia Antica… Però il cinema richiedeva una trasformazione e per me da attore e’ stata una sfida che spero di aver vinto.

    Nicola Pistoia, da romano de Roma, un film che hai sentito, come e più di altri…
    Non sapevo bene come avremmo amalgamato quegli interni rodati in teatro, amalgamati con gli esterni potenti di cui abbiamo parlato. Poi si dice sempre che noi attori pagheremmo chi sa cosa, pur di stare in platea a vedervi recitare… Ecco stavolta bastano 7 euro! Poi si c’è tanta Roma, in cui siamo tutti sulla stessa barca, romani e migranti. Tor Sapienza non la conoscevo, se ci passi ci vai di corsa, non ti fermi, hai paura di lasciare la macchina per paura che te la rubino. Ed invece ho visto una gentilezza, una umanità, una dignità di chi ha poco e ti mette a disposizione la sua casa per farti fare un film, che confesso mi ha fatto un po’ vergognare delle mie paure.

    Gianni questo e’ un film che contiene tanta umanità, tanta sofferenza, tanto lavoro ed esce in sala il primo di maggio non a caso…
    Assolutamente no, ovviamente. Una sera osservavo dei ‘centurioni che su un autobus tornavano a casa dopo una giornata d’estate passata al lavoro ai Fori Imperiali. Questa scena si impresse nella mia memoria come la notizia che lessi di un povero immigrato morto di fatica su un campo di pomodori in Campania e abbandonato a qualche chilometro da un caporale senza scrupoli. Queste due immagini sono diventate una commedia dolce amara, dal titolo Benur, che certamente non accasato arriva in sala il Primo Maggio.

    Elisabetta, tu hai un aneddoto particolare che è’ precedente alle riprese, addirittura precedente al tuo provino teatrale, c’è lo racconti?
    Stavo girando per Uno Mattina delle mini fiction sul mondo del lavoro ed avevo incontrato questa storia, davvero molto simile, nella dura realtà. Questo mi successe alcuni mesi prima di fare il provino, questo spiega tante cose…

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    Luca Zingaretti e il suo nuovo Montalbano

    L’attore torna a calarsi nei panni e nella vita del Commissario siciliano creato da Andrea Camilleri in quattro nuovi casi, con Luca Zingaretti parliamo di una esperienza che conosce, ma che è sempre nuova. E che quest’anno sembra avere qualcosa in più…

    Dopo tanti anni, è davvero possibile trovare una caratteristica inedita per una serie tanto amata?
    Mi pare ci sia una attenzione nuova, diversa. Prima il fatto che i nostri film andassero bene era considerata una costante, ma non è certo un frutto del caso. Chi partecipa a queste avventure lo fa per convinzione, e per voglia, più che per dei contratti. Lo facciamo molto anche per amicizia. Spesso l’unico modo per conservare una tigna, come si dice a Roma, nel fare le cose fatte bene.
    Sono felice di esser tornato a vestire i panni di Montalbano in questi quattro film; film che ho visto con grande piacere perché sono riusciti a rispettare le nostre aspettative, le mie in primis, che sono sempre altissime. Grazie a amici, nuovi e vecchi, siamo riusciti a fare delle cose davvero ‘Belle’ e spero che dal punto di vista dell’audience ci sia lo stesso risultato delle puntate precedenti.

    Si è pescato nella cronaca per rinnovarsi? O c’è qualcosa di più personale…?
    Cosa fanno i grandi giallisti? Raccontano il tempo in cui sono ambientate le loro storie, il momento storico di quel Paese. In questo senso le costanti di questi racconti di Camillleri sono nei personaggi e nelle situazioni, e nel misurarsi di quelli con situazioni nuove. Si respira una atmosfera più cupa, che forse è quella che si vive ora in Italia con la crisi economica, le industrie che chiudono e la gente che non se la passa tanto bene.
    Forse, l’unica cosa, dove avverto un cambiamento, che c’è da qualche storia, è che mi pare che Montalbano sia diventato più birichino con le presenze femminili, una cosa che ci ha attirato anche qualche brontolio da parte del pubblico femminile.

    Iniziano a lamentare i segni di una crisi ‘matura’? Perché questi tradimenti secondo te?
    Sicuramente per ribadire che è sempre un maschio Alpha. Ma io ho venti anni meno di lui, spero di avere tempo prima di dover parlare di rischi di crisi di mezza età.

    Da Montalbano e da attore, non temi che ritorni come questo possano creare un problema di sovraesposizione?
    A suo tempo ebbi in effetti dei malumori per le tante repliche; avevamo stabilito una strategia promozionale, col produttore, che prevedeva di farne due, al massimo quattro, ogni due anni, perché si potesse sedimentare il prodotto. Poi invece la rai ha fatto sì che le repliche andassero in onda in maniera diversa. All’epoca rinunciai a un contratto importante – dal punto di vista economico – anche per avere maggiore controllo su questo aspetto. Temevo si rischiasse di usurare il prodotto; e invece oggi siamo qui a fare conti con risultati inspiegabili, con repliche che han fatto ascolti più alti delle prime visioni…

    Una volta di più, quindi, cosa ti lascia Montalbano?
    Una sensazione che non c’entra niente: una grande dolcezza. Saranno i posti dove andiamo, la piacevolezza nel girarlo, o forse i colleghi con cui mi trovo da tanti anni e i nuovi che vengono a recitare in una famiglia che si conosce da anni.

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    Riccobono e Lodovini, non solo belle in Passione sinistra

    Eva Riccobono e Valentina Lodovini, due bellissime e divertenti protagoniste di ‘Passione sinistra’, ci raccontano le loro protagoniste in un’Italia sempre più allo sbaraglio…

    Eva quanto è difficile recitare la parte della bionda completamente svampita?
    E’ difficile ma divertente. Perché hai la possibilità di tornare ad essere bambina, frivola dire quello che ti pare senza freni. I ruoli più distanti da te sono quelli che ti gratificano di più, devi inventare una personalità che non ti appartiene. In america hanno creato stelle ed incassi fantastici, in Italia non so perché fanno paura.

    Eppure sei quella che tra tutti i caratteri che vediamo nel film dice le verità più condivisibili
    Si perché è il personaggio meno costruito, il più spontaneo, che ha meno preconcetti. Essere di destra ti obbliga ad avere dei comportamenti, idem se sei di sinistra. E’ la nostra società e lei invece riesce ad essere se stessa e si vuole un gran bene.

    Abbiamo parlato di Simonetta, la tua protagonista, Eva invece come vede la realtà che ci circonda, come reagisce alle prime pagine dei giornali che legge al mattino?
    Sono profondamente imbarazzata, disgustata sinceramente. Sono stata sempre una grande sostenitrice dell’Italia nel periodo in cui per il mio mestiere di modella ero in America. Sono sempre voluta tornare, amando il mio Paese, che mi mancava. Proprio viaggiando in tutto il Mondo ho capito che meglio dell’Italia non c’è. Il problema dell’Italia sono gli italiani, un popolo chenon si ama. Noi preferiamo sempre l’erba del vicino, sempre più verde; abbiamo dimenticato quanto sia bella la nostra patria e non la rispettiamo più…

    Valentina, credi di assomigliare alla tua protagonista, ecologista e politicamente impegnata?
    Guarda in effetti no, io e Nina non abbiamo assolutamente nulla in comune, comunque è stato molto bello interpretarla. Siamo distantissime, lei è idealista e come gli idealisti spesso si fa travolgere dalla realtà, io sono molto più pragmatica. Io credo, spero, mi auguro, ci provo… ad essere coerente; Nina non si pone molto il problema di essere coerente, crede e basta. In questo dico che siamo distanti.

    Eva Riccobono si dice ‘disgustata’, tu invece come ti rapporti alle prime pagine dei giornali italiani?
    Da cittadina sono molto molto preoccupata. Mi rendo conto che stiamo vivendo il periodo più nero dal dopoguerra e c’è davvero poco da scherzare. Nina si racconta con leggerezza perché la sua vicenda è inquadrata nell’ambito della commedia. Ecco forse se mi chiedi di cercare un punto di contatto tra Nina e Valentina posso inquadrarlo nella confusione che entrambe ci troviamo ad affrontare. Le paure sono probabilmente le stesse, il modo di affrontarle è però profondamente diverso.

    La crisi quanto e come incide sul meraviglioso mondo dello spettacolo?
    Tanto, come in tutti gli altri settori, non è che poi siamo dei privilegiati inaccessibili. Io personalmente mi sento fortunata perché ho lavorato ed in questo momento sto lavorando tanto, però si produce molto meno e si può tranquillamente parlare di disoccupazione anche tra gli attori.
    La cultura nel nostro Paese sono molti anni che non riceve il giusto sostegno. Figuriamoci adesso che ci sono problemi molto, molto più seri. Se eravamo l’ultima ruota del carro adesso cosa siamo diventati…?

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    Diane Fleri: “Anch’io sono stata come Nina”

    Diane Fleri, già protagonista di Mio fratello è figlio unico e Solo un Padre, ci racconta la sua intensa interpretazione in Nina, esordio alla regia per Elisa Fuksas.

    Diane, come hai incontrato questo personaggio, che ti ha impegnata al di la’ del tuo lavoro, sfiorando la tuia sfera personale?
    Io sono stata molto coinvolta da questo film. Il caso ha voluto che mentre giravamo Nina stessi attraversando un periodo molto critico a livello personale, di passaggio, di svolta, pieno di paure; mi stavo rimettendo in discussione. Credo che capiti a molti di svegliarsi un giorno e non riuscire a ‘sentirsi’, a capire bene chi si è, chi si vuol essere, e questa è proprio Nina.

    Immedesimazione totale con il personaggio dunque?

    Con le dovute differenze, certo, ma quel che voglio raccontare è che ho portato al personaggio di Nina certe inquietudini mie personali, mischiandole con quelle che la regista aveva già scritto per lei. Si può dire che si tratti del perfetto incontro tra due inquietudini. Poi il resto lo fanno la straordinaria fotografia, le musiche, i colori, il nostro lavoro. Tutto questo oggi è un film. Solo oggi riesco a vederlo lucidamente per quello che è; fin ora lo avevo vissuto troppo internamente.

    Diane, chi è la tua Nina?
    Nina è una ragazza che semplicemente ha una grande difficoltà ad accettarsi. Non sapere come affrontare delle scelte è lo specchio dell’incapacità di farsi delle domande. No sa prendere una sua strada, ad innamorarsi, a scegliere un lavoro, una casa. Sembra tutto molto metaforico, invece stiamo parlando del quotidiano, in cui Nina è completamente persa in questa nuvola tutta sua. E’ in un mondo onirico dove tutte le domande possono rimanere sospese in attesa di u futuro che non arriva mai.

    Non vuole crescere la tua Nina?
    Probabilmente si, infatti la sola figura che riesce davvero ad interagire con lei nel film è un bambino, che pero sembra più un fratello maggiore, perché è l’unico a dirle la verità dritta in faccia, come solo i bambini a volte sanno fare.

    Il fascino del film di Elisa Fuksas risiede nella cura maniacale dell’immagine, ci spieghi come ci avete lavorato?
    Qui Elisa è stata davvero bravissima. Il film è girato a Roma, all’Eur, in un’estate spettrale, priva di passanti, in cui lei si aggira in un modo quasi completamente autosufficiente. Il film esprime esternamente ciò che lei vive internamente e quindi questo vuoto pneumatico che noi vediamo, le strade e i viali deserti, sono il vuoto che vive lei, nonostante abbia la giornata piena d’impegni che le permettono di aspettare ancora…

    Cosa ti ha convinta maggiormente in questo tuo nuovo lavoro?
    E’ stato interessante per me lavorare su un personaggio che è uno spettatore piuttosto che un protagonista. Il lavoro si è basato prevalentemente sull’ascolto, sulle ripercussioni che aveva l’ambiente esterno su di me, sul mio corpo, sul mio viso. Ci sono dei momenti in questo mio ruolo per i quali Elisa mi ha chiesto semplicemente di essere inquadrata e di ascoltare, senza parlare. A volte evocava ricordi, emozioni e chiedeva di interagire con essi, senza parlare, mentre lei riprendeva delle mie emozioni che poi ha sapientemente usato per costruire il suo film. Sembra facile, ma invece non lo è, anche perché lei è molto sensibile e molto determinata, sul set la chiamavamo Il Presidente!

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    Enrico Brignano ‘becchino e innamorato’ in Ci vediamo domani

    Enrico Brignano è il protagonista di ‘Ci vediamo domani’, commedia anti crisi diretta da Andrea Zaccariello. Il comico romano recita accanto a Burt Young e Francesca Inaudi.

    Una commedia particolare, dove c’è posto anche per una storia d’amore
    Direi che ho fatto un film con sentimento. La mia è una commedia con sentimento, io faccio tutto con sentimento e lo sapete perché? Perché anche gli errori, se son fatti con sentimento sono perdonabili, altrimenti no.
    E’ una commedia che parla di amori, sbagliati, perduti, sfiorati; parla anche di amicizie, ma soprattutto parla di invecchiamento. Non si tratta di una malattia, è un dato di fatto, tutto si invecchia, le cose e le persone, e le une e le altre possono invecchiare bene oppure male.
    In questo film vengono raccontate storie di persone che invecchiano bene, malgrado tutto, ricordandosi sempre di salutarsi con un bel “ci vediamo domani”.

    Come ti sei trovato in questo ruolo da protagonista, tra il comico ed il sentimentale?
    Per me è stata una sfida. Avrei potuto accettare altri copioni, economicamente più allettanti, ma questa storia per me andava raccontata così, in modo divertente, accattivante, appetitoso. Sono contento di aver accettato questa sfida.

    Un film che hai scelto, cambiando anche per un po’ i tuoi piani di lavoro in teatro…
    Si, sono stato per alcune settimane in questa meravigliosa masseria, che nella realtà non è funzionante ma è un vero e proprio museo. Sembra un paesino nella finzione cinematografica, un paesino come ce ne sono tanti, meravigliosi in Italia, tutto fatto di salite, anche le discese infatti sono faticose come le salite. Un luogo talmente bello che inganna anche la morte.

    Un film per l’Italia in crisi che ha paura di sognare?
    Comincia come una favola, con ilo tono pacato, c’era una volta… il pubblico secondo me ha voglia di una storia credibile, che non vuol dire che quella storia dev’essere per forza vera. Chi da bambino non amava le favole, magari una in particolare, che la mamma, la nonna, la zia, gli raccontavano, magari sempre la stessa, quella preferita. L’Italia ha paura di sognare, certo, come dargli torto? Con quei parlamentari senza Dio? Non perché debbano essere per forza cattolici, apostolici, sono senza coscienza, magari non tutti ma molti. Senza una morale, perchè in un paese in cui si muore di crisi e in un momento in cui la nazione sta cercando di capire dove andare per non fare la fine di Cipro, ci sono politici, non più eletti, che prendono lo stesso centinaia di migliaia di euro, una vergogna…

    Invece il tuo becchino per caso è sognatore e romantico, ti sei perfino commosso pare, lavorando con Burt Young
    Scherzi, l’allenatore di Rocky…?? Lui è uno che per me sarà sempre quello che si arrabbia e butta il tacchino fuori dalla finestra in Rocky 1. Ci ha raccontato che anche in quel film si facevano i conti con il budget ed i macchinisti lo riprendevano e lo riportavano per la scena da rigirare finché non si è rotta una zampa…. Tutto il mondo è paese. Certo che mi ha emozionato lavorare con lui”.

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    Renzo Martinelli alle radici dell’11 settembre

    Il regista di Vajont e Piazza delle Cinque lune ci racconta la genesi di ’11 settembre 1683′, in cui dirige Murray Abraham, Enrico Lo Verso e Federica Martinelli.

    La data dell’undici settembre è nota in tutto il mondo per l’attacco terroristico alle Torri Gemelle. C’è stato però, nel corso della storia, un altro 11 settembre che ha segnato il destino dell’umanità quanto l’attentato alle torri gemelle. Si tratta dell’11 settembre del 1683, il giorno in cui fu spezzato l’assedio dell’esercito ottomano alle porte di Vienna. Un assedio che durava da due mesi e che sembrava sul punto di terminare con il successo dei turchi. Questa storia ha due protagonisti principali, il Gran Visir Kara Mustafà e Marco da Aviano un frate cappuccino consigliere spirituale dell’imperatore Leopoldo I. Il frate, dopo aver incitato le truppe viennesi all’ultima disperata difesa, si arrampicò su una collina dalla quale osservò il campo di battaglia per tutta la giornata con il suo crocifisso sollevato al cielo.Non è un film contro una visione religiosa rispetto ad un’altra, piuttosto un film contro tutte le guerre, soprattutto quelle di religione. Renzo Martinelli ce lo racconta così:

    Martinelli, un film sull’inutilità della guerra, soprattutto quella di religione…
    Assolutamente si. Una delle scene chiave è quella dell’incontro notturno tra Karà Mustafa e Marco D’Aviano. Entrambi sono convinti di aver ragione, di rappresentare la ragione del proprio Dio. La soluzione è alla fine del film con un campo di battaglia con decine di migliaia di morti e Marco D’Aviano a testimoniare al cielo tutto il suo dolore… Occorre oggi passare dallo scontro del 1863 al confronto, nel rispetto reciproco delle opinioni, ribadendo con forza la propria identità.

    Un film complesso il suo, avrà dovuto affrontare delle difficoltà produttive elevate per realizzarlo…
    Il film ha avuto un costo industriale di quasi dieci milioni di euro. Inizialmente l’idea era quella di coinvolgere nella coproduzione le quattro nazioni protagoniste delle vicende del film, quindi Italia, Polonia, Austria e Turchia: anche se ci siamo arrivati molto vicino, alla fine gli ultimi due paesi si sono defilati, quindi è diventata una coproduzione italo-polacca. Un film del genere è ovviamente complesso sia dal punto di vista finanziario per quanto riguarda la raccolta dei fondi per realizzarlo, sia dal punto di vista post-produttivo: nel film ci sono 1400 inquadrature digitali, non c’è una sola inquadratura che non sia stata trattata. Quindi una fase di montaggio lunga e complessa.
    Sono stati proprio i tempi molto lunghi della post produzione che ci hanno orientati, di comune accordo con Rai Cinema, a passare successivamente la distribuzione a Microcinema, che ha lavorato a tempo pieno e con grande passione su questo progetto.

    Cosa l’ha spinta a voler raccontare questa storia?
    Come accennavo è un film contro le guarre di religione, ma nasce da un’inquietudine collettiva che ci ha lasciato l’attacco alle Torri Gemelle. Ero al montaggio mi ricordo (tutti ricordano esattamente cosa facevano in quel momento dell’11 settembre 2001), stavo completando Vajont. Un amico mi chiamò e mi disse, è venuta giù uina torre a New York. Tornai al montaggio e mzz’ora dopo erano giù entrambe. Da allora la nostra società non è stata più la stessa.
    L’idea è nata proprio dodici anni fa: eravamo in Friuli per l’anteprima del film Vajont. Avevamo organizzato una cosa insolita, all’aperto con una spettacolare platea proprio sulla pancia della diga. Il giorno precedente pioveva a dirotto, un vero nubifragio, avremmo dovuto annullare tutto se non avesse smesso. Qualcuno della troupe locale mi disse: “Non si preoccupi, dottor Martinelli, abbiamo pregato Marco d’Aviano, domani spiove…”. E fu così. Non avevo idea di chi fosse Marco d’Aviano e un mio amico accese in me la curiosità, che mi porta in sala oggi…

    Difficile girare oggi in Italia uno dei suoi film epici, come ha fatto?
    Non lo so ancora oggi. Ho girato mezza Europa per cercare finanziatori, con il cappello in mano, ma è una parte del mio lavoro di regista produttore, macchinista montatore. Comunque difficoltà finanziare anzitutto. Un film del genere va interamente disegnato, quindi uno storyboard di cica 1000 pagine. Va progettato inquadratura per inquadratura, tutti i contributi da girare nei mesi successivi sono da tenere in considerazione al millesimo. Ad esempio per completare ogni singola scena, anche cose banali come le vedute di Vienna dalle finestre della Palazzo Imperiale, vanno fatte in post produzione, ma va calcolata la luce il taglio d’ingresso, cose complicatissime.

    Lei è uno dei nostri registi maggiormente tecnici, documentati al limite del maniacale. Con questa storia quanto è riuscito ad essere fedele e quanto c’è di romanzato?
    Siamo partiti da un romanzo, Il Taumaturgo e l’Imperatore, di Carlo Sgorlon, scrittore friulano. Da lì abbiamo allargato, insieme al mio co-sceneggiatore Valerio Massimo Manfredi, a tutta una serie di ricerche di documenti storici, dai diari di Padre Cosma, il frate che accompagnava Marco d’Aviano per i suoi pellegrinaggi a piedi attraverso l’Europa, fino a tutti gli altri saggi e libri scritti sull’argomento, sia da parte occidentale che musulmana. Alla fine tutto questo materiale deve necessariamente diventare un film e trasformato drammaturgicamente in una storia. Molte delle licenze che mi sono preso, come l’incontro notturno tra i due protagonisti, servono comunque a restituire il senso profonde del film, ovvero l’insensatezza della guerra di religione

    Instancabile Martinelli, sappiamo ad esempio che non ha ancora lanciato il suo ultimo lavoro in sala e già sta lavorando sul nuovo…
    Si, da circa tre anni stiamo lavorando a un film su Ustica. Un film che fornisce una nuova ipotesi totalmente documentata su quello che è veramente successo secondo noi. Sarebbe la quarta. Oltre al cedimento strutturale di un aereo adibito al trasporto passeggeri dopo esser stato un aereo che trasportava pesce; dopo la tesi della bomba nella toilette di coda e del missile aria aria che vrebbe dovuto colpire un Mig Libico e invece colpì il DC-9 Itavia.
    Riteniamo di avere individuato la vera dinamica di come sono andate le cose attraverso lo studio di documenti che evidenziano prove inconfutabili. Ustica è un insieme di verità inconfessabili che sono sempre state davanti ai nostri occhi, e che hanno portato a disseminare negli anni tutte le false verità che conosciamo.

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    Claudio Bisio, il Presidente pescatore

    Claudio Bisio è, per un caso paradossale, il Presidente della Repubblica nel nuovo film di Riccardo Milani, Benvenuto Presidente! Un ruolo impegnativo da rappresentare in un momento come questo del Paese, perfetto per il suo humor.

    Una storia molto ‘attuale’, è stato un peso interpretare questo ruolo?
    La prima volta me ne parlarono 3 anni fa Riccardo e Fabio. Nell’Italia di allora Monti era solo un professore universitario e Berlusconi aveva la maggioranza in Parlamento, e Grillo era un collega.
    Accettai con un po’ di paura: fare il Presidente, pur di fantasia, era comunque una responsabilità, Purtroppo per me però l’età c’era e così ho acettato con lo spirito di fare una farsa, una favola che poi diventa persino iper realistica, una commedia che toccasse certi temi e certe istituzioni, anche con irriverenza. Anche se quella del Quirinale è la più grande istituzione italiana.
    Non è che si sia cambiata la sceneggiatura per seguire quel che succedeva nel Paese, quanto piuttosto per distanziarsene. Qgni volta che si verificava qualcosa che avevamo previsto dovevamo cambiare tutto; come quando Napolitano ha dimesso Berlusconi per incaricare Monti. Poi abbiamo virato, ma alla fine ci è capitata tra capo e collo una realtà che non ci aspettavamo.
    E viceversa, visto che a Montecitorio non si aspettavano noi. Il fatto è che il film l’abbiamo girato in autunno e, dopo lo stop di Natale, era previsto che andassimo a lavorare negli ambienti della Camera, che doveva essere ancora chiusa per le ferie. Avevamo i permessi dal 3 al 6 gennaio, ma invece abbiamo trovato un gran movimento per le elezioni che si avvicinavano e Montecitorio pullulava di politici veri. Solo che non tutti erano stati avvertiti e quando vedevano le nostre comparse, supposti deputati ma perfetti sconosciuti a tutti, erano parecchio sconcertati.

    Molti han visto similitudini con il Movimento 5 Stelle e i ‘Grillini’, secondo te ce ne sono?
    Ho visto con curiosità le immagini dei tg, con tante facce nuove per la prima volta in Parlamento. Non mi sono ispirato a loro per Peppino, perché non esistevano ancora. E’ stata una delle casualità di cui parlavo. Altrimenti saremmo meglio di Nostradamus. Io non mi sono ispirato a loro né loro a noi, non avendo ovviamente visto il film. Se poi lo vorrete interpretare come pro o contro il grillismo, fate come volete, io posso solo presentarvi il film e dirvi che è questo qui.

    Il tuo Peppino al Quirinale fa mirabilie, ce ne vorrebbe uno anche nella realtà?
    Noi un ‘Peppino’ già ce l’abbiamo e, a parte gli scherzi, a volte davvero Napolitano sembra fare quello che fa lui e non sarebbe peregrino pensare a tenerlo lì, visto che molti gli chiedono di continuare, nonostante la sua età non glielo permetta.

    La satira oggi ha meno spunti o solo si è ammorbidita? In questo film ce n’è?
    Vedendo il film a me è venuto in mente il mio monologo di San Remo; Quella era satira o no? Ripensandoci sembrava un teaser del film  ripensando alle caricature dei politici non è strano che si sia parlato di Commedia dell’Arte del terzo millennio, rapportata all’oggi.
    Sul fatto che ci sia una tendenza a una satira più morbida non sono d’accordo. Non per insistere, ma mi sembra più interessante quel che facciamo nel film. Esagerare certe caratteristiche credo avrebbe reso tutto meno credibile, e forte. Trovo più profonda la maniera in cui abbiamo trattato l’argomento.
    Personalmente ho adorato i tre politici, sono personaggi scritti molto bene. Ed è un ulteriore merito di Milani, come tutto il film. Da spettatore dico che ha fatto un gran lavoro perché la storia poteva prendere una piega farsesca esagerata, da burletta, o troppo retorica. Invece lui ha mantenuto egregiamente un equilibrio tra i vari piani. A confermare ciò ci sono anche i politici, che non sono le solite macchiette né rappresentati tutti come ladri.

    Più che al Movimento 5 Stelle sembrate esservi ispirati a ‘Dave’…
    Mi fa sorridere che si possa pensare al grillisimo quando, come dicevamo, ai tempi della scrittura della sceneggiatura, 3 anni fa, di Grillo non si parlava così tanto. Io temevo semmai che ci potessero accusare di plagio per quel film. E non penso che nemmeno gli sceneggiatori americani conoscessero Grillo. In fondo l’idea di un uomo qualsiasi che viene da lontano non è nuova… Grillo non c’entra davvero nulla!

    Tanto placido il nostro Peppino, tranne che a letto… Chi l’avrebbe detto che apprezzasse il sesso violento..
    Doveva essere solo una semplice scena di ssesso. In sceneggiatura era solo scritto in una didascalia: “fanno l’amore”. Poi Riccardo ha iniziato a mettere di sottofondo la Joplin e ci ha chiesto che ci picchiassimo. Ho persino avuto un incidente, perché Kasia mi ha messo un dito nell’occhio. Ho avuto la visita fiscale a casa, ma sono stato contento perché mi faceva davvero male.

    Ti è piaciuto questo personaggio, si sente, ma tanto da farne un sequel?
    Peppino è una persona onesta, ma spratttutto è coerente, integro. Non ci sarà mai, ma in un mio personale sequel mi piacerebbe aspettare che Janis compia i 50 anni necessari per poter essere lei un prossimo Presidente. Se non è un personaggio positivo lei…

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    Pedro Almodòvar, Gli amanti passeggeri? Un ritorno alle origini

    Sesso, amore, risate e morte per esorcizzare la crisi e soprattutto per tornare alle proprie origini. Così Pedro Almodòvar presenta Gli amanti passeggeri che, dopo aver sbancato al botteghino spagnolo, si prepara a prendere d’assalto le sale italiane, ben 300.  “Avevo voglia di tornare ai toni dei miei film dei primi anni ’80, volevo evocare quel tono. Gli amanti passeggeri è in fondo un tributo a quel decennio che per la Spagna ha rappresentato un periodo molto importante, una vera esplosione della democrazia”.

    E’ tornato alla commedia dopo tanti anni. Cosa l’ha spinta a farlo?
    Ho un contatto diretto con la gente e l’unico sport che pratico è passeggiare per le strade di Madrid dove molta gente mi chiede informazioni sui miei film e spesso la frase ricorrente è: “Quando ci fai la prossimo commedia?”. È una domanda che mi è rimasta nel cuore, ma avevo comunque molta volgia di tornare alla commedia e quando ho avuto la sceneggiatura ho dato il benvenuto a questa possibilità.  Avevo voglia poi di tornare ai toni dei miei film dei primi anni ’80, volevo evocare quel tono. Gli amanti passeggeri è in fondo un tributo a quel decennio che per la Spagna ha rappresentato un periodo molto importante, una vera esplosione della democrazia.

    Questo film è una presa in giro di certi trash movies o è semplicemente una collezione di tutte quelle notiziole che circolano su ciò che succede sugli aerei?
    Non so cosa succeda esattamente sugli aerei, nè ho mai avuto esperienze estreme su un aereo. In questo film volevo solo riunire un gran gruppo di gente in un luogo ristretto, chiuso da cui non si potesse uscire e sottoporli a una grande tensione. L’unico modo per potersi divertire e lottare contro la paura e l’incertezza era l’uso della parola ed è questo il vero spettacolo, che esorcizza la paura. Sull’areo tutti gli schermi sono neri, vuoti quasi a voler recuperare la funzione primaria della parola: cioè tornare a usarla per creare una relazione tra le persone.

    Con chi vorrebbe viaggiare? Con un capitano come il suo o con uno come il Denzel Washington di Flight?
    Non ho visto Flight ma credo che sceglierei il mio comandante, perché è un uomo di grande competenza che sa gestire sia le emergenze umane sia quelle tecniche.

    Lei stesso ha dichiarato che il film è un tributo alle sue commedie dei primi anni ’80. Come vive il ricordo di quell’epoca nella Spagna di oggi? Ha nostalgia?
    La situazione spagnola attuale è la peggiore dall’inizio della democrazia. Non sono un nostalgico, ma ricordo bene quell’esplosione di libertà degli anni ’80 e mi manca molto, manca molto a tutti noi.

    Se negli anni ’80 il sesso e l’amore servivano per usicre dalla dittatura, oggi potrebbero servire a usicre dalla crisi?
    Per me sesso e l’amore sono sempre stati un modo per celebrare qualcosa che ci è stato dato dalla natura e che nessuno ci può togliere, una festa. Nel film questa catarsi erotica dei personaggi mi sembrava il modo migliore per accomiatarsi dalla vita; l’amore non fa mai male, amare l’altro significa mettersi nei suoi panni, compiacerlo e aiutarlo, quindi potremmo ipotizzare in questo caso che il governo spagnolo si innamori del proprio popolo. Il sesso per superare la crisi? Il sesso in sé è buono ma non so se abbia un rapporto diretto con il poter creare leggi anche se in un governo innamorato del proprio popolo potremmo immaginare dei politici che aspirano a scoparsi sempre i propri elettori, una sorta di governo ninfomaniaco.

    Gli amanti passeggeri è stato letto come una metafora dell’ attuale situazione spagnola. Cosa pensa delle recenti elezioni politiche italiane?
    Ogni giorno di più questo film è sicuramente metafora di questo viaggio senza destinazione: l’ atteraggio forzato, il pericolo incombente lo rendono assoluta metafora della Spagna di oggi. Ma il film è una commedia e tutti si salvano, nella realtà invece non sappiamo come atterreremo e se ci salveremo, non sappiamo chi ci guiderà in questo atterraggio.
    Vivo una situazione di completa incertezza come tutti; non vivo in Italia e non mi azzardo a dare opinioni. Certo vedo che c’é stata una reazione forte dei cittadini ai tagli alle spese, questo dimostra che le scelte attuate fino ad ora sono opposte a quello che il popolo vorrebbe. La parola più  ricorrente sul risultato elettorale italiano è ‘ingovernabilità’; temo che oggi in Spagna, pur non avendo una figura simile a quella di Grillo, il risultato sarebbe piuttosto simile, frammentario e scomparirebbe il bipartitismo.

    La morte è un altro tema ricorrente della sua filmografia. Cosa l’affascina?
    Mi piacerebbe avere fede, credo che sia un dono che ricevi o non ricevi e io non l’ho ricevuta in dono. Per questo la temo, ne presi coscienza dal momento della morte di mia madre, è una cosa che non riesco a comprendere nè ad accettare e credo che questo sia un problema nella mia vita. Penso sia è l’elemento eterno della storia e della narrazione in generale.

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    Charlotte Rampling e le madri di Alina Marazzi

    A Roma Charlotte Rampling è la dimessa Pauline, una donna ambigua, una straniera tornata nella sua città natale, Torino, per svolgere una ricerca sulle madri in difficoltà. Un ruolo problematico e complesso che Alina Marazzi le ha cucito praticamente addosso con il suo esordio alla finzione, Tutto parla di te, terzo capitole di un’ideale trilogia cominciata con Un’ora sola ti vorrei.

    Signora Rampling, come è cambiato il mestiere di attore, oggi?
    Oggi, come sempre, fare l’attore significa portare delle storie alla gente.

    Da un po’ di tempo il cinema è nuovamente interessato a lei… Cosa pensa di questa specie di riscoperta?
    Diciamo che sono io nuovamente interessata a lavorare. Per un lungo periodo di tempo ho rifiutato, ma non saprete il perché.

    E l’incontro con Alina per questo film come è avvenuto?
    Mi interessava molto l’idea di fare un viaggio con la regista e di lavorare con Alina perché lei guarda il mondo in una determinata maniera, mi piace il modo in cui lei lo guarda attraverso gli occhi di un documentarista e lo sguardo sui materiali d’archivio. È un menage ricco di potenzialità partendo dal raccontare le memorie e la storia in una maniera molto differente; da attore devi entrare a far parte del mondo del regista e Alina mi consentiva di entrare nel suo universo in maniera diversa dalla femme fatale che avevo interpretato in passato, facendo emergere quello che è dentro di te è che magari è ignoto agli occhi degli altri

    Tutto parla di te rivela una maternità conflittuale…
    Essere madre è una cosa che terrorizza, tutte le madri hanno paura, è un fatto naturale. È così e non puoi farci nulla, non è come in un film di propaganda in cui tutto è bello; essere madre è aver paura, è sangue, lacrime e sudore.

    Che tipo di rapporto ha avuto con il materiale d’archivio?
    È uno dei motivi per cui sono rimasta affascinata dal rapporto che lei ha con il materiale di archivio e quindi con la memoria, e il suo modo di ricostruire attraverso questo repertorio i ricordi. Mi piaceva proprio l’idea di lavorare sul film così; sapevo che ci sarebbe stato questo legame, questo collegamento con l’aspetto memoria, l’aspetto che mi interessa di più è sapere che impatto la memoria può avere sulla vita quotidiana.

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    Lo Cascio regista, esordio ideale

    Luigi Lo Cascio, dopo tante soddisfazioni da attore, esordisce alla regia con La città ideale, un film ricco di scelte non banali che dal Festival di Venezia arriva nelle nostre sale

    Luigi, hai esordito a Venezia, eri emozionato?
    Mi considero di casa al Festival di Venezia, dovrei essere abbastanza abituato, ci sono stato nove volte dal 2000, con i Cento passi. Eppure un esordio a Venezia una certa tensione te la mette sempre. Poi questo e’ un film che sento molto personale.

    Da cosa nasce questo tuo film?
    Pur non avendo mai fatto il regista ho scritto molte cose per il teatro, e questo mi ha aiutato a capire che per fare il salto dall’altra parte della macchina da presa era scrivere la mia storia. Ed e’ così posso dire,che prende forma il mio film. Pezzo per pezzo, sorprendendomi. Non entra nei generi consueti perché è nato da una sorta di generazione spontanea di idee, condite con le mie passioni, quindi Kafka, passioni di lettore, di spettatore e di cittadino.

    La città ideale cambia più volte ritmo, in occasione di due dialoghi in particolare, quello con tua madre e con Carlo Maria Burruano, ci spieghi come hai scelto di inserirli in quei punti precisi?
    Non secondo strategie di come si scrive una sceneggiatura perfetta. Semplicemente assecondando la volontà di far succedere alla parola pacata, al senso verboso di certe idee del mio protagonista, un ritmo più sincopato, il lato delle emozioni, dei sentimenti. Una grana della voce tutta particolare. In qualche modo in questo film c’è tutta la ma famiglia, mia madre infatti è la sorella di Burruano, poi ci sono molti parenti sparsi qua e là.

    Ma perché hai scelto di raccontare una persona ‘braccata’ da tutto e tutti?
    Volevo rendere qualcosa di tragico ed eroico. Un gesto forte che solo una recitazione marcata ed un carattere forte potevano rendere. Volevo che non fosse un idealista ma un fanatico. Quando il caso irrompe nella sua vita e lo obbliga a prendere una posizione ecco che c’è il cambio di registro. Credo che in un personaggio molto sopra le righe sia addirittura più facile ricercare ognuno la propria singola mania, il proprio modo di pensare su un determinato argomento e quindi identificarsi meglio con lui.

    Hai deciso fin da subito di dirigerti nel tuo esordio da regista?
    Questa è una cosa molto particolare. Nel senso che non capisco come facevano prima i registi attori a dirigersi senza avere la possibilità di rivedersi immediatamente sul set. Davano per buono un ciak che poi avrebbero potuto rivedere solo in seguito; gli riconosco una capacità immensa. Oggi è tutto più semplice con la tecnica digitale. A mia madre o a Burruano ho pensato subito, ma non pensavo a me. Il film però risultava essere più personale con me dentro ed ho seguito il consiglio di Angelo Barbagallo, il produttore.

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