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    Alessandro Preziosi, sotto osservazione

    Alessandro Preziosi, l’attore più amato dalle donne italiane indossa i panni di un chirurgo plastico dai mille volti, spregiudicato, ingenuo, spietato… e finisce sotto la lente deformante di Corsicato. Tra finzione e realtà l’attore si racconta.

    Alessandro, a cosa ti sei ispirato per questo ruolo surreale?
    Mi sono ispirato al mestiere dell’attore, che non è sempre scontato riuscire a centrere con il regista e con gli sceneggiatori. Il mio personaggio andava incanalato in un percorso narrativo, questa cosa mi ha intrigato. Mi sono ritrovato a mettere a frutto cose apprese in un meraviglioso mestiere che faccio nella vita che è quello dello spettatore del grande cinema, dagli occhi di Daniel Day Lewis al roteare delle mani di Verdone.

    Hai fatto i conti con la figura di sex symbol nella vita?
    Sinceramente no, è una cosa che non mi ha mai interessato, l’ho combattuta con il teatro. Io non credo che la nostra società non possa elaborare i concetti di divo o sexy, non ci appartiene. Credo che sia un problema editoriale, la bellezza è un fenomeno di guadagni, di vendita di copie di giornali cosiddetti ‘femminili’, io non mi sono mai considerato bello. Sono un attore, bravo o meno non sta a me dirlo, ma quello è il mio mestiere, il resto è marketing. Ognuno di noi poi è libero di curare il proprio corpo come meglio crede. Ci sono avvocati o chirurghi che sono statue greche e non fanno gli attori, lo sono perche amano lo sport e lo sport fa bene al corpo.

    Come hai incontrato questa storia di Pappi?
    E’ stato un pomeriggio infinito quello in cui abbiamo parlato del film. Pappi è un artista che aveva il bisogno di esprimersi artisticamente e non socialmente. Per le esperienze che ho avuto io era qualcosa di profondamente nuovo. io non pongo mai limiti all’esplorazione di nuovi territori, quindi la sfida di capire veramente cosa significa questo mestiere mi ha preso. Non è stato facile costruire questo personaggio costruito con un perfazionismo maniacale da Pappi, cosa che mi ha messo a dura prova.

    C’è stato un momento in cui avresti fatto qualsiasi cosa pur di ‘arrivare’…
    C’è stato un momento che ricordo con grande precisione nel quale guiardando altri miei colleghi raggiungere dei risultati esaltanti ho – come si suol dire – rosicato. ho pensato allora che avrei potuto far di tutto, ma poi per fortuna anche che se così doveva essere la mia vita forse avrei dovuto tornare a fare l’avvocato. non si può vivere l’ambizione così, io non voglio viverla così. voglio essere soddisfatto di quello che faccio questo si, ma non un centimetro di più.

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    Walter Hill, la storia sul Red Carpet

    Un privilegio trovarsi davanti a Walter Hill, un regista che ha fatto la storia di un genere… Con lui parliamo del nuovo Bullet to the Head, di Sylvester Stallone e delle nuove generazioni…

    Un film che rimanda a classici del genere, era così che lo volevate con Sylvester Stallone?
    Bè, all’inizio lui mi ha mandato lo script, ci avevano lavorato per circa due anni, su varie versioni, e con un altro regista, con il quale poi non hanno continuato. Per questo mi hanno chiamato. Sly mi ha mostrato un paio di stesure della storia e mi ha chiesto cosa ne pensassi: c’erano idee valide, ma anche molte cose che non mi pareva funzionassero. Gli ho spiegato come secondo me andasse realizzato e ci siamo trovati molto bene a fare il film; lui è molto professionale e ha una forte personalità. Io da parte mia sono una persona molto dolce, ma di base entrambi cercavamo di fare lo stesso film, avevamo gli stessi obiettivi e idee simili. Per esempio su certe sequenze di azione, sullo humor, sull’ironia che attraversa il film. Un omaggio ‘retrò’ ai film degli anni 70, cose che oggi, vedendole, sono più chiare di quando ci stavamo lavorando

    Da dove viene la citazione di Jerry Maguire?
    Ricordo perfettamente da chi è venuta ogni singola battuta… Questa è stata una idea dello sceneggiatura, di Alessandro.

    E il nome del personaggio, Bobo? Nella Graphic Novel i nomi erano diversi…
    Questo nasce da una collaborazione tra me e Sly. Lui voleva essere Bobo; io volevo Jimmy, dove essere un diminutivo del suo cognome, qualcosa come Boborelli. E’ molto infantile ma è così che ti guadagni da vivere…

    Questo film sembra recuperare il suo vecchio progetto di un remake di The Killer di John Woo, alcune tracce sono rimaste…
    La gente spesso mi chiedeva come mi senta per il fatto che John Woo fa film simili ai miei, oggi altri mi chiedono perché io faccia film come quelli di John Woo. John è una persona molto divertente, e abbiamo sicuramente delle somiglianze, ma non credo ci sia stata questa influenza, di certo non voluta o cosciente.
    L’idea viene essenzialmente dalla graphic novel, come molto del film; forse dovremmo chiedere all’autore di quella, a Alexi. Magari a chi si sia ispirato lui, anche se lui afferma di esser stato influenzato solo da me.

    Un film che gioca molto sul ‘Old Style’, anche per differenziarsi da tanti giovani registi che stanno rileggendo il genere?
    Credo molto nella brevità di quelle che sono le dichiarazioni artistiche. Io mi lamento molto dei film troppo lunghi, con ripetizioni infinite. Mentre invece bisogna sottolineare quello che vuoi dire e poi andare avanti.
    La sequenza della tortura di Slater doveva essere molto drammatica, non tanto sulla sua uccisione quanto sul confronto tra i due personaggi, tra i loro codici di comportamento, che però non si risolve perché vengono interrotti… Il trucco è tutto lì.
    Ci sono nuovi registi, ma non so cosa dirne. Noi abbiamo un tempo limitato e non sappiamo quanto sia, per questo forse mi interessa di più guardare agli antichi maestri, come Anthony Mann, che i giovani registi, dei quali non saprei dire molto. Probabilmente perché non sono più giovane. Sicuramente è un lavoro duro il raccontare storie, passiamo molto tempo lavorando su aspetti tecnici ma in definitiva tutto riguarda la testa e il cuore dei personaggi.

    Mattia Pasquini

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    Sly, lo Stallone italiano is back!

    Sono stato a Cinecittà mentre ero a Roma; qui avete un museo a cielo aperto, dovete cercare di far sopravvivere questo luogo…”, così si presenta Sylvester Stallone, il popolare Sly, al Festival di Roma per accompagnare

    Roma non è stata solo Festival per lei, Cinecittà, Tor Bella Monaca… che impressione le han fatto le zone di Roma meno centrali o pubblicizzate?
    Andando al teatro di Tor Bella Monaca ho provato delle sensazioni che mi hanno ricordato come ero tanti anni fa, quando vivevo in un quartiere come quello; capisco cosa possano provare i giovani che crescono in zone come queste, e a loro ho detto di non aver paura del fallimento, che sicuramente falliranno, ma ogni volta saranno sempre più saggi, e colpo su colpo riusciranno a raggiungere il successo.
    Cinecittà è stato una scoperta; avete davvero un museo a cielo aperto lì, dovete cercare di far sopravvivere questo luogo…

    Può essere pesante il peso di essere un riferimento per più di una generazione?
    Si, in qualche modo sì, ma è un peso ‘buono’. Ma quello che succede è strano, stavolta abbiamo tentato una trasniszione tra il duro Rambo e l’ottimista Rocky, abbiamo preso i due personaggi e li abbiamo combinati in Bobo e credo sia stata un’ottima transizione. Chissà che non possa essere un nuovo modello per l’attuale generazione…

    Rocky forse no, ma Rambo sembra essere rimasto in sospeso, la conclusione resta aperta?
    Rocky è un atleta, è finito, ormai ha raggiunto il massimo che poteva raggiungere. E ne sono soddisfatto. Il motivo per cui non voglio chiudere con Rambo è lo stesso per cui non vado in pensione. Non posso. Non posso smettere. Lui ha sempre mentito a se stesso, combatterebbe a prescindere. Ha bisogno della guerra e non ha una casa cui tornare. Un guerriero cerca sempre di morire in maniera gloriosa. C’è una buona idea su cui sto lavorando e potrebbe anche concretizzarsi, se il mio fisico reggerà… Rambo che combatte l’artrite! o magari tornare come ragazza, Rambolina. In fondo oggi la società è molto più permissiva…

    C’è stato un incontro che le ha cambiato la vita o è stato determinante per la sua carriera?
    Quando sono arrivato a Hollywood per la prima volta, pensavo che tutti mi e si amassero. Poi, dopo aver fatto Rocky e avendo visto quanto stava incassando, sono andato a chiedere i soldi che mi dovevano visto che non ero stato ancora pagato. ‘Torna a lavorare’ mi disse il capo degli Studios, ‘non ti paghiamo perché non ci importa niente di te; lo faremo quando ci andrà’. Lì ho capito che si trattava di un business, non di una storia d’amore.
    Ma lo ringraziai, perché mi insegnò che non si trattava di una fabbrica felice, ma di un posto che mette al primo posto l’ego delle persone e dove puoi contare solo su te stesso. La lezione che imparai, mi ha poi salvato.

    E l’incontro con Allen, che ha determinato l’inizio della sua carriera, come fu?
    Davvero incontrarlo mi ha cambiato la vita. Io all’epoca non ero davvero nessuno e lui stava girando Bananas, gli serviva un cattivo. Con un amico siamo andati da lui per farci ingaggiare, ma ricordo che era molto nervoso sul set, quando ci ha visto si è girato e ha detto al suo aiuto che non facevamo paura. Io avevo già mollato, ma il mio amico mi portò in una farmacia per comprare della vaselina, ci siamo sporcati la faccia e siamo tornati da Allen conciati così. Quando gli abbiamo bussato su una spalla e ringhiato se non gli facessimo paura, era talmente nervoso che ci ha ingaggiati subito. E’ stato indimenticabile!

    Da attore, come gestisce i periodi ‘morti’ lontani dal set?
    Me lo chiedo sempre anche io, cosa fanno gli attori che girano un film ogni uno, due o cinque anni? Chi cucina, chi dipinge o gioca col cane. In genreale gli attori recitano, perché devi mantenere attiva la macchina. Personalmente io inseguo le figlie per casa. Ed è paradossale, visto che ho passato tutta la vita come Rambo o Rocky e poi ho avuto tre figlie, e a casa ho – oltre a mia moglie – due domestiche e 5 cani, tutte femmine! Ce n’è da tenermi impegnato…

    Mattia Pasquini

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    Mr. & Mrs. Hitchcock secondo Gervasi

    Il regista inglese al Noir in Festival spiega il suo personalissimo (e fantasioso) biopic sul Maestro del brivido…

    Come è arrivato a una rilettura così particolare di un momento chiave nella vita di un regista tanto noto?
    Dopo aver fatto il musicista, il giornalista, lo sceneggiatore e  il documentarista, questo è il primo film puramente narrativo per me e, dopo aver lavorato a Holywood come scrittore per molti anni, è stata una possibilità unica. Alla quale non pensavo di arrivare. Quando la produzione ha iniziato a cercare un regista, ho voluto provare proprio perché non avevo nulla da perdere. Eramo 26 o 27, ma il produttore aveva amato molto il mio documentario ‘Anvil’ e ho avuto una chance.

    E come li hai convinti?
    Ho detto loro cosa amassi del film, soprattutto il fatto che a 60 anni Hitchcock avesse voglia di rischiare. Era un artista che sentiva di star diventando irrilevante, di stare per morire, e voleva ancora sorprendere il pubblico e se stesso. Un’idea che mi piaceva molto, anche perché io stesso ho rischiato i miei stessi soldi per Anvil; inoltre c’era la storia tra lui e Alma che davvero mi interessava più di ogni altra cosa.
    Il raporto tra loro è stata una vera rivelazione, per la scoperta di quanto la moglie sia stata una grande sostegno per lui e la sua carriera.
    I grandi artisti son quelli capaci di ascoltare, non possono essere persone impermeabili. E questo aumenta il loro genio, perché il cinema è un’arte di collaborazione, di gruppo.

    Anche lei ha condiviso l’esperienza con due grandi attori…
    Quando mi hanno detto che avrei potuto avere Hopkins l’ho incontrato in un risotrante italiano, e abbiamo parlato molto bevendo chianti. Lui mi ha detto di aver visto almeno tre volte il mio documentario e che gli era piaciuto. Ho pensato in quel momento che avremmo potuto finire per lavorare insieme. Lì e quando poi mi ha detto: ‘Sei pazzo, ma mi piace, proviamo’.

    E con Helen Mirren invece?
    Per avere lei abbiamo dovuto aspettare di più, ma alla Fox Searchlight erano entusiasti. Finalmente ad aprile siamo riusciti a iniziare le riprese ed è stato importante averla come coprotagonista proprio perché doveva rendere la forte personalità di una grande donna.
    E’ chiaro che poter dirigere due attori del genere, al primo film, può mettere in soggezione. Mi sono chiesto più volte cosa avrei fatto, poi quando abbiamo iniziato, sin dalla prima lettura, li ho ascoltati… Ho fatto leggere loro la scena, una volta, due, tre, ho preso appunti. Poi dopo la quarta volta hanno iniziato a trovare il giusto tono e l’interazione tra loro, il ruolo ha iniziato a entrare in loro, grazie anche a dei dettagli fisici.
    Per me è stata una esperienza unica, da regista, ma anche come membro del pubblico, in prima fila davanti alla performance di due grandi attori di teatro.
    Per esempio per la scena in camera da letto volevo creare una atmosfera teatrale, alla Lady Macbeth, volevo essere vicino a lei.
    Lasciare fare ai grandi attori il loro mestiere, funziona. Possono non essere perffeti a volte, ma è sempre una esperienza straordinaria. Mi hanno sempre sostenuto, davanti alla troupe, e dato anche dei suggerimento o aiutato nelle riprese e nella realizzazione. Inoltre erano molto dolci e carini con tutta la troupe; erano come due bambini che si sono divertiti a fare questo film.

    E oltre agli attori? Avete ricevuto il sostegno di altri, magari delle persone che avevano lavorato con lui?
    Si, il supervisor della sceneggiatura Marta Schlomm e l’aiuto regista Greem. Loro hanno visto il film e hanno capito il senso dell’operazione. Marta è stata anche sul set, e ha detto che avevamo rispettato lo spirito di Hitchcok e certe sue durezze sul lavoro.
    Si tende a dimenticare che lui a lungo era consderato come un cineasta di genere, almeno finché Truffaut non l’ha intervistato. Un filmmaker popolare, regista di film oggi considerati dei capolavori… Ma raramente di tiene conto del suo senso dell’umorismo. Lui faceva continuamente battute. Anche sul set di Psycho, dove si racconta che Janet Leigh ridesse alle lacrime. La moglie l’ha sempre descritto come l’uomo più divertente che avesse mai conosciuto, le faceva scherzi tutto il tempo. Volevamo ricordare questi altri aspetti al pubblico, che spesso l’ha relegato al personaggio burbero e serioso creato dalla serie tv. D’altronde, nel bene e nel male, è stato il primo regista a diventare una star.

    A parte questo, però, avete romanzato molto i fatti reali…
    Assolutamente si. Il film è tutto una fantasia. Abbiamo degli attori che recitano un ruolo. Non abbiamo fatto un documentario, ce ne erano già, come c’erano già dei libri, come quello di Rebello. Un esempio è nel dialogo con Ed Gein, tutte scene di fantasia. Hitchcock è una esplorazione drammatica di quel che poteva essere nella sua testa. Abbiamo preso quello che sapevamo, ma l’abbiamo trasformato. Io credo che si possa essere ugualmente fedeli alla storia, che si basa comunque su elementi storici. Sul rischio produttivo soprattutto; ma possiamo anche immaginare come possa essere stato il suo rapporto con Alma. Il fatto di aver adombrato un possibile affair tra lei e Whit, il suo amico col quale avevano entrambi collaborato, non ci ha portato a porci il problema se ci fosse stata davvero una relazione tra loro. In una biografia di Hitchcock è lui stesso a parlare, in dettaglio, della possibile relazione tra i due, ma non abbiamo voluto approfondire questo aspetto, pur usandolo nella dinamica del film…

    E ora, cosa ha in programma?
    Il prossimo film sarà probabilmente Headhunters, un remake del film che proprio al Noir di Courmayeur ha vinto il Leone Nero 2011. E se avete pensato che quello fosse un film disturbato, aspettate il mio…

    Mattia Pasquini

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  • Tutte le donne di Brizzi. Intervista a Fausto Brizzi

    Ha regalato a Francesco Mandelli un ruolo da protagonista e la possibilità di liberarsi per la prima volta della maschera del ripugnante Ruggero De Ceglie segnando così la sua ‘vacanza’ dalla strana coppia dei ‘soliti idioti’, ma Pazze di me rinnova anche la collaborazione di Fausto Brizzi con Rai Cinema e 01 Distribution, che mancava dai tempi di Maschi contro femmine. Una commedia romantica e declinata al femminile che il regista di Ex ricorda come “il mio ritorno a atmosfere autobiografiche, perché era da ‘Notte prima degli esami’ che non mettevo in gioco degli elementi così personali”. Realizzato insieme al fidato compagno di scrittura Marco Martani e stemperato dalla sensibilità di Federica Bosco, scrittrice dell’omonimo romanzo, il film si prepara a invadere le sale italiane con ben 600 copie dal prossimo 24 gennaio.

    Come sei arrivato a questa scalmanata e folle combriccola di donne?
    Fausto Brizzi: Stavolta ho scelto delle donne che mi facevano ridere nella vita. Ho scritto tutti i ruoli su misura, senza tener conto di nessuna operazione di marketing, come spesso mi si accusa di fare, non ho voluto la modella o l’attrice del momento… Le ho scelte semplicemente perché mi divertivano.

    Avevi promesso che non avresti fatto più film corali dopo Maschi contro femmine…
    F. B.: In realtà avevo fatto anche un’altra promesa: dare ruoli comici a delle donne. Spesso le mie amiche attrici si lamentano del fatto che i film comici in Italia si basino solo su cast maschili e quindi questa volta ho voluto affidare i personaggi comici a delle donne. Avrei dovuto girare il film in otto settimane e l’ho terminato in sette: merito di un cast che ha viaggiato ad altissima velocità. Abbiamo fatto pochissimi ciak.

    Il rischio di sconfinare nella misoginia era dietro l’angolo…
    F. B.:  Il mio guardiano della misoginia era Federica, ogni scena veniva passato al vaglio da lei. Credo che il film sia invece un inno alla donna; le donne portate in scene sono quelle che amo nella vita, mi piacciono tutte, le conosco tutte.

    Come hai convinto Loretta Goggi a interpretare un personaggio sul grande schermo? Al cinema in fondo l’hanno sempre legata le sue partecipazioni ai musicarelli e qualche altra piccola apparizione…
    F. B.: Era un mio sogno averla. Ci siamo incontrati in un bar, ho cercato di raccontarle un po’ il film e lei si è fidata.
    Loretta Goggi: La mia partecipazione ai musicarelli è stata ricordata in vari momenti, ma allora andavano le Lolite e io ero una ragazzina col cerchietto, i calzettoni e le gambe non depilate, insomma non ero Catherine Spaak. Nel 2006 ottenni una piccola parte in Gas che mi valse un Nastro d’Argento. Poi non mi ha chiamato più nessuno tranne Fausto, tanto che quando mi contattò pensai ad uno scherzo. Mi disse: ‘Ho trovato un ruolo adatto alla tua età’.  Capii che poteva essere la strada giusta per tornare al cinema, un’occasione per non rovinare la mia carriera né la sua. Lui mi piace molto, mi piace il suo modo di raccontare e scrivere senza volgarità.

    Ti piacerebbe proseguire questo rapporto con il cinema?
    L. G.: Mi piacerebbe, ma dipende anche da qualcun altro. Voglio uscire dalla schiavitù del giovanilismo: quando sei una donna spettacolo che balla e canta devi avere un aspetto umano, peccato che oggi però questo umano stia diventando sempre più disumano tra botulini e ritocchi di ogni genere. Spero che la recitazione sia un ritorno al mio mestiere originale rimanendo però me stessa. La mia speranza è poter invecchiare facendo il mestiere che amo per tutta la vita e finchè ne avrò la forza.
    Fausto mi ha dato questa possibilità, è un regista che ti dà lo spazio necessario per esprmerti ma è anche molto cateogorico quando ha già qualcosa in mente.

    Francesco, come è stato recitare senza la maschera di Ruggero?
    Francesco Mandelli: Ringrazio Fausto per avermi dato l’occasione di un’inversione di rotta rispetto al percorso fatto in questi ultimi anni, tutto improntato sulla caricatura e l’esagerazione. Qui ho dovuto confrontarmi con un ruolo da protagonista, più educato e composto, più normale; dovevo togliere molto e lavorare per sottrazione. Mi sono impegnato a eliminare un po’ tutte le faccette, ma è stato più facile del previsto grazie ad un eccellente cast femminile. Il mio compito alla fine era quello di rimbalzare la follia delle donne che mi circondavano, ero al loro servizio.
    F. B.: Con Francesco ho fatto un’operazione di riverniciatura: mi sono divertito a farlo recitare senza maschera, non più in un ruolo caricaturale ma in quello di un ragazzo della sua età.

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    Nicolas Vaporidis e Massimo Ghini fanno Outing

    Nicolas Vaporidis e Massimo Ghini due sono tra i principali interpreti di Outing, film dell’esordiente Matteo Vicino; un racconto sulla nostra Italia, tra fantasia e realtà. E sogno…

    Siete tra i nomi principali di un film diretto da un esordiente, è ancora una scommessa?
    MASSIMO GHINI: Non ci ho pensato troppo. Mi hanno chiamato mentre stavo facendo Il vizietto, per cui ero già vestito da donna… Poi, la casualità ha voluto che lo scorso sia stato un anno che ho attraversato facendo un certo tipo di personaggi; Come quelli di ‘Uomini, uomini, uomini’, ancora proiettato in tutto il mondo come film di culto di quegli anni, accettato e sostenuto dal mondo omosessuale. Stante che nessuno deve giustificare niente, è bello poter dire di esser riusciti a essere credibili pur essendo molto diversi.
    Anche se a volte si finisce per creare fenomeni imprevisti, come mi accadde anni fa ne La bella vita. Quando scrivemmo il personaggio di Jerry Fumo, che interpretavo, noi volevamo rappresentare lo schifo di un uomo senza morale, un residuo degli anni ’80. In tutta Italia le tv private continuavano a chiamarmi e a dirmi ‘sei un mito’, ma quella rappresentazione doveva fare schifo, era un personaggio deteriore! Per tornare a oggi, questa rappresentazione deve portare a una risata più che a creare o far sentire questo tipo di comunione.

    Cipullo (uno dei produttori, ndr) ci raccontava di non aver potuto attingere ai fondi della Film Commission pugliese per un problema di tempi e di ‘richieste’, che ne pensi?
    M.G.: Sicuramente ne sà di più lui, ma credo che adesso il meccanismo della regione Puglia sia persino cambiato. E spero sulla base di elementi di sensibilità. Forse è la cosa giusta bypassare l’idea di una commissione che debba emettere un giudzio di merito. Il nostro è un paese di commissioni, ma è l’idea vincente per allargare questo sistema e farlo diventare produttivo, aumentando anche l’impiego sul territorio. Anche le commissioni devono fare un salto in avanti, passando a un iter quasi automatico di stanziamento e abbandonando istituti giudicanti.

    Nicolas, ora che hai superato i 30 anni. E’ un salto più grande di avere un regista esordiente a dirigerti o di parlare di omosessualità?
    NICOLAS VAPORIDIS: Speriamo piuttosto di averne parlato senza offendere nessuno, né il mondo gay, né i pugliesi. Il nostro obietivo principale era di rientrare in uno schema di commedia, senza pretese autoriali o di altra natura, ma solo per veicolare attraverso la risata i temi di cui si parla – lobby, finanziamenti, ecc. – e dell’inseguire i propri sogni, o cosa si sia disposti a fare per realizzarli. Magari anche trovando un modo per superare condizionamenti e compromessi, anche se non superando i limiti della legalità. E’ stato un modo per raccontare una Italia che ci va stretta. Molto. Tutti noi vorremmo restare qui, vorremmo che si andasse verso un miglioramento. Tutti insieme. Nel nostro microcosmo, del cinema, facciamo dei tentativi. Anche sbagliando. Ma credo che sia bene che tutti, come Paese e come generazione, proviamo a migliorarci sfruttando le eccellenze che abbiamo.

    In questo senso, forse, il vostro impegno di attori in questo caso si sposava particolarmente con quello personale, anche politico…
    M.G.: Più che una scelta politica, qui è l’argometo di per sé che ti porta a fare certi ragionamenti nella vita… Personalmente mi aveva affascinato l’idea di trattare questo argomento in maniera politicamente scorretta. Speriamo di esserci riusciti…
    N.V.: Io non sono politicamente attivo, non come Massimo almeno; faccio piuttosto polemica sui social network, ma più per un generico stimolo generazionale di miglioramento. Contro un tacito consenso e la non ribellione. D’altronde l’Italia offre non pochi spunti per ribellarsi.
    Il film mi piaceva anche per il mio personaggio, al limite tra stenti e furbizia, che truffa perché costretto, a dire suo, ma truffa. Non è un atteggiamento che ami, ma mi piaceva mostrare una parte della nostra generazione costretta a scendere a compromessi con i poteri, o ad accettare di non farcela. Quella che raccontiamo è una Italia immaginaria, almeno per ora, visto che bandi come questi non esistono. Abbiamo pensato a come avrebbero potuto comportarsi in un caso del genere. Loro il talento ce l’hanno, vogliono solo una occasione, e la creano fingendo, accettano di farlo per non perdere tutto. Ed è difficile quando hai una sola possibilità. In un Paese di furbi c’è sempre quello onesto che paga e fa la figura dello stupido. Noi invece volevamo raccontare che l’onestà paga, anche se è un sottotesto molto ‘sotto’ in una commedia che vuole soprattutto far ridere.

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    Federico Zampaglione, ricomincio da Tulpa

    Al terzo film Federico Zampaglione conquista la menzione speciale del Noir in Festival di Courmayeur e parla di Tulpa, omaggio al cinema che ama.

    Sei riuscito a mostrare una parte di Roma, l’Eur, in maniera decisamente inusuale e molto affascinante. Da dove viene?
    Era una vita che cercavo di fare un giallo all’Eur; è un posto sospeso nel tempo, ha un po’ un sapore anni ’70 che è rimasto intatto nelle sue geometrie. Quasi metafisiche.Sono uffici pieni di gente che lavora, uffici, un aspetto lontano da quello dalla Roma che vediamo nei film, quella di Prati, del Colosseo. All’Eur invece ci sono grandi spazi. E di sera diventa una zona molto torbida. C’è poca gente in giro per strada. C’è una desolazione inquietante, ti dà l’impressione che ci sia una vita sotterranea. Anche gli ambienti sono rimasti a quell’epoca. Sembra una scenografia di quel tempo. In qualche modo sentivo che il fatto di realizzarlo lì avrebbe avuto un gusto vintage, visivamente mi attirava molto.

    Un equilibrio tra passato e moderno costante nel film…
    Ho usato delle tecniche di regia che sono ovviamente molto diverse da quelle che si usavano negli anni 70. Qui c’è molta macchina a mano per esempio; un linguaggio cinematrogafico più sporco e frenetico. Allora semmai le ‘sporcature’ erano magari più la zoommate, ma per il resto erano movimenti lenti. Io ho cercato di fare un film più dinamico invece. Soprattutto grazie ad alcune tecniche degli effetti speciali mai usate prima. Una è quella, creata da due giovani molto bravi, Leonardo Cruciano e Bruno Albi Marini, che è un mix tra analogico e digitale e che abbiamo usato quando il coltello del killer perfora dal basso la testa dell’uomo, all’inizio del film. Abbiamo messo dei marker verdi all’interno della bocca e poi abbiamo sincronizzato il movimento del coltello che veniva dal basso con la ricostruzione della bocca. Ci abbiamo messo sei mesi per sperimentare questi effetti, ma la verosimiglianza data da queste tecniche è davvero unica.

    Come mai Claudia?
    Senza di lei il film non esisterebbe. Da subito avevo detto a Dardano Sacchetti che avrei voluto fare un giallo pieno di omicidi e di elementi erotici forti e con claudia come ‘Scream Queen’. La sua fisionomia me la ricordava. Ma tutto il film è in mano alle donne, gli uomini si muovono come pedine. Intorno a lei ho costruito il film giorno per giorno.
    Ora non so se rifarei un gialo, è il genere più difficile di tutti secondo me. L’horror è una cazzata al confronto, basta stabilire delle cordinate; il giallo invece è pieno di atmosfere che cambiano sempre.

    Avete lavorato molto prima, quindi, ho siete andati cambiando via via?
    Era tutto in sceneggiatura. Poi semmai il difficile è miscelare gli elementi e trovare il giusto equilibrio. Ma siamo partiti dall’idea che fosse un film anche un po’ pazzo, come era caratteristico negli anni 70.
    A me il thriller non piace, mi annoia quando ci sono troppe indagini o vedo scene del delitto con il commissario che si dilunga. Cambio canale. Anche perché non mi piace vedere gli omicidi quando sono ormai successi. Arrivi sulla scena del delitto a fatto avvenuto, invece a me piace vedere svilupparsi il rapporto tra vittima e carnefice. Certo, anche qui devi stare al gioco.

    C’è qualcosa di ‘fisicamente’ tuo nel film, per esempio le mani guantate del killer?
    No, ci avevo pensato, ma in quella scena ero io l’operatore di macchina. Per cui non potevo farlo. Avevo provato a farlo, mettendo un altro a fare l’operatore, ma non ce la facevo. Mi era presa una crisi isterica ed era tutto bloccato. Era come dire a qualcuno che suona al posto tuo che nota fare con la chitarra. E così me lo sono girato io…

    E ora?
    Penso di tornare a dedicarmi alla musica per un po’. Tutto questo stress e questi delitti mi hanno danneggiato il cervello… per inventare tutti questi omicidi, a un certo punto anche sotto l’ombrellone venivo aggredito da immagini allucinanti. Spero per un po’ che mi vengano in mente solo note e accordi.

    Un modo per scappare o porterai un po’ di questa esperienza anche nella musica?
    In effetti ci sarà una canzone dei Tiromancino che và un po’ sull’horror. Vediamo che cosa succede.
    Fare regista è veramente un mestiere maledetto. Lo faccio solo perché sono un appassionato del genere, altrimenti non lo farei MAI! Ogni volta che sto sul set mi chiedo chi me l’abbia fatto fare. Finisce che ti odiano tutti. Anche perché quando lavoro sono ossessionato, dico sempre le stesse cose.
    La musica è tutta un’altra cosa, stai per cavoli tuoi e vai avanti fino a sera. Invece fare il regista è tremendo, vengono tutti da te a chiederti e tu devi inventarti delle risposte. Non va mai bene niente, è sempre tardi… Tremendo! Finché mi faranno fare questi film, li farò. Poi altrimenti mi darò solo alla musica.

    Tanto ossessionato da essere insopportabile? Come sei sul set e con i tuoi collaboratori?
    Si, assolutamente si. Anche perché il genere richiede di essere meticolosi e magari per una stronzata sono capace di iniziare a ulrlare come un un pazzo, come per esempio per una scena in cui mi ero incaponito su un guanto. Il problema era che quando l’assassino uccideva si scopriva un pezzettino di polso, di pelle. Io volevo vedere solo il guanto. Ho dovuto costruire un guanto che si allungava per impedire che si vedesse qualcosa. Ma, in fondo, questo è un genere per feticisti.

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    Peter Greenaway e la sua crociata anti-religiosa

    Al Festival del Film di Roma il regista gallese Peter Greenaway presenta Goltzius and the Pelican Company, sua personale crociata anti-religiosa in un film ad alto tasso erotico che si pone di demolire alcuni miti dei credenti.

    Non ci si aspettava un film di questo tipo, da dove trae la sua immaginazione?
    Avete già visto alcuni dei miei film? Allora la nozione del nudo non sarà una sorpresa per voi. Allo stesso modo l’idea di dare priorità all’aspetto visivo allo stesso tempo di combinare l’arte pittorica e il cinema non vi saranno nuove se avete già visto il mio cinema.
    Pensavamo sopratutto ai vari temi del Vecchio Testamento che ha affrontato, da Adamo ed Eva ad Salomé e Giovanni Battista.
    Dimenticavo che stavo parlando con degli italiani. Tutte le vostre nonne immagino erano devote cattoliche, ma credo che oramai sarete tutti dei ragionevoli atei. Comunque la si rigiri la nostra società è stata influenzata da nozioni giudaico-cristiane. Personalmente sono inorridito dalla negatività della religione ed in particolare di quella cristiana. Il cristianesimo dovrebbe essere una forza che promuove la creatività, la fecondità, l’andare avanti ed il progresso, ed invece è molto negativa e l’opportunità che il cristianesimo ed il sesso vadano a letto insieme è praticamente inesistente. Ed è detto all’inizio della genesi che Adamo ed Eva non debbano ‘scopare’. Ma se non avessero ‘scopato’ io non sarei qui a parlare con voi.
    Ma gli amanti possono fare sesso dopo il matrimonio…
    Anche questa soluzione è vista di sbieco dalla religione cattolica. Dovresti farlo attraverso un lenzuolo e con le luci spente. Ma la realtà è che 95% degli atti sessuali sono a scopo ricreativo, e non funzionali a procreare, quindi sembra esserci un’enorme malagestione da parte della chiesa di quello che è un argomento enorme.
    Sicuramente è un aspetto importante delle controversie della chiesa da diversi anni e che la allontana dalla modernità
    Voi cattolici la modernità di fatto l’avete persa nel 1517 quando siete stati rimpiazzati dai protestanti nei paesi chiave in Europa. Vi siete persi l’illuminismo, vi siete persi la rivoluzione industriale. Lo sviluppo vi ha lasciato indietro perchè il cattoliscesimo è sostanzialmente fondato sull’ignoranza, mentre il protestantesimo, pur con tutte le sue pecche, cerca di abbracciare il presente e guardare al futuro.
    La religione sembra essere per lei un argomento moderno, è così?
    E’ molto facile criticare la religione in particolare il cristianesimo, fin troppo facile. Alcuni dei miei amici protestanti mi chiedono: ‘perchè continui a perdere il tuo tempo a criticare la religione?’, sostanzialmente perché nessuno oggi di alcun calibro intellettuale crede ancora in quella stupida mitologia. La mitologia cristiana è di enorme diletto ma sostanzialmente è priva di significato. Il Vaticano stesso ha smesso di puntare sull’Europa  e ora cerca i suoi nuovi bacini in Africa e Sudamerica tra le persone superstiziose. E spero inoltre che nessuno di voi sia mussulmano perché non vorrei essere l’oggetto di una fatwa, ma sicuramente anche l’Islam finirà per disintegrarsi entro le prossime due o tre generazioni. Con I giovani che hanno accesso a sempre più informazioni, presto tutta la mitologia di matrice religiosa sarà spazzata via.
    Quindi il suo messaggio è: chiudiamo con il placebo della religione e guardiamo avanti ad un mondo libero da restrizioni?
    Si, perché per la prima volta siamo rimasti tutti quanti soli. Dio é morto, il diavolo è morto, non possiamo più incolpare Sigmund Freud perché oramai è screditato. Non c’è più nessuno a cui attribuire delle colpe. Per la prima volta nella storia del mondo siamo soli. Dobbiamo addossarci le nostre responsabilità e questo nuovo senso di assoluta libertà terrorizza molte persone. Ma allo stesso tempo dovrebbe motivarci, perché non c’è più nessuno da incolpare, e siamo finalmente i padroni del nostro destino. Finalmente abbiamo la libertà alla quale siamo stati disabituati politcamente, religiosamente e psicologiacamente per secoli, usiamola!
    Quali sono gli elementi che secondo lei rappresentano meglio I tempi moderni?
    Per esempio, il film apre con una scelta, Goltzius dice agli spettatori che possono o essere rappresentati dal cristianesimo, e quindi il vecchio testamento, oppure dalla corrente dell’umanesimo. Stiamo nel sedicesimo/diciassettesimo secolo e, se vi ricordate, in questo paese c’era un grande scontro tra le due correnti: Come si faceva quindi a mettere il cristianesimo in associazione con l’umanesimo? Possiamo considerare Virgilio un ‘pre-cristiano’? Possiamo includero Omero in paradiso? Sono dei grandi problemi intellettuali. C’è stato nel Rinascimento italiano una grossa attenzione verso la grande questione dell’umanesimo. Ci sono stati una serie di luminari che hanno lottato per fare combaciare gli opposti di umanesimo e cristianesimo, da Erasmo da Rotterdam a Giordano Bruno. Ma la questione rimane irrisolta.
    E quindi io non ti rispetterò per la tua religione, ma mi sforzerò maledettamente di proteggerti da ogni forma di sfortuna in nome dell’umanesimo. Sostanzialmente perché considero che la vita sia sacra, ma non da un punto di vista religioso, ma piuttosto da una prospettiva Darwiniana, da un punto di vista evolutivo.
    Quale è la sua prospettiva, non necessariamente religiosa, diciamo il suo modo di interpretare il mondo?
    Mettiamola così, vengo da una lunga tradizione di persone che possiamo descrivere come rurali. Come sapete la tradizione brittannica è molto associata alla natura. Siamo stati I primi a scalare le Alpi. Voi italiani non vi siete mai preoccupati di scalare le Alpi, l’hanno scalata per primi gli stupidi inglesi, che sono stati anche I primi a scrivere poesi liriche, e la stessa idea di romanticismo l’abbiamo iniziata noi, e neppure I tedeschi. Quindi siamo stati I primi ad avere una relazione profonda con la natura, ed intendo la Natura con la N maiuscola. Darwin, che credo fermamente essere l’uomo più grande di tutti I tempi, creò un sistema di pensiero che era fortemente legato all’ordine naturale, e che era enormemente confortante. Sebbene I miei genitori ed I miei avi non erano assolutamente fattori – mio padre era un ornitologo, mio nonno uno giardiniere specializzato in rose, e mio bisnonno un taglialegna – sapevano tantissimo del loro paese dal punto di visto naturale. E non lo facevano affidandosi a manuali, lo facevano attraverso le loro  osservazioni personali. Quando avevo circa otto anni mio padre mi portava in Olanda con  un paio di binocoli attaccati agli occhi, e probabilmente saprete che l’Olanda è un paese bagnato, umido e fangoso. Quindi ho passato la mia gioventù girovagando ed osservando gli uccelli in Olanda. E quelle nozioni mi sono rimaste, quindi oggi in base al suono solamente posso dirvi la differenza tra un rigogolo e un cardellino. Semplicemente in base al suono. E pensavo all’epoca che qualsiasi bambino potesse distinguere I cinguettii dei due uccelli, e mi sono accorto dopo che molto persone non possono distinguere, non dico I suoni ma di fatto, tra un piccione ed un passero. Ma è anche vero che questi ragazzi mi sapevano dire la differenza tra una Alfa Romeo ed una Lamborghini, ed io non ero in grado. Quindi molto è legato all’influenza parentale. Io ho due figlie da un primo matrimonio, e le portavamo in giro per gallerie d’arte a Londra e per il mondo, e loro lo odiavano, tutto ciò che volevano fare era essere a con gli amici, o a casa a guardare la tv. Adesso sono nella quarantina ed una è una scultrice e l’altra un’argentiere, quindi è curiosio che nonostante in giovane età si rifiuti queste influenze parentali, diventano molto importanti nel corso degli anni.
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    Daniele Vicari, un incubo chiamato Diaz

    Abbiamo incontrato Daniele Vicari mentre lavorava ancora al montaggio di Diaz – Don’t Clean up This Blood. Ne abbiamo approfittato per farci raccontare un film difficile, discusso e sofferto, costruito per rivivere una delle pagine più buie della nostra Storia contemporanea. 

    Cosa racconti?
    Il film si basa sui fatti noti della Diaz nel corso del G8 di Genova, è un racconto collettivo e la scuola diventa una sorta di ‘castello dai destini incrociati’, dove si uniscono le storie di tante persone. La narrazione riguarda questa vicenda, ma anche qualcosa d’altro, perché non volevamo fare semplicemente un film di denuncia. Abbiamo raccontato una situazione molto più universale, ovvero l’incubo, la paura, il terrore di esser travolti e di vedere annullata la propria vita. Il livello di repressione che in quei frangenti si è manifestata in Italia è impressionante. È questo su cui dobbiamo riflettere, il film propone una riflessione su cosa sia la democrazia, ma non lo fa in maniera ideologica.

    Cosa vedremo?
    La storia di un gruppo di persone arrestate nella notte del 20 luglio 2001 e trasferite poi alla caserma di Bolzaneto. Ma non solo, perché ciascuno racconta la propria e ognuno è portatore di un punto di vista sul mondo. I fatti parlano da soli per ‘la notte cilena della diaz’, dove in realtà è successo qualcosa di molto più grave perché tutto è accaduto in un paese democratico.

    Storie ascoltate dai reali protagonisti…
    Sì, ho incontrate tantissime persone, ma la fonte principale sono stati i processi, registrati per intero. Mi interessava il fatto che attorno alla vicenda si sia costruita una narrazione pubblica che in qualche modo ancora oggi non ci permette di decifrare del tutto la verità, mai raccontata. Ci siamo tutti fidati di informazioni che ci arrivavano dai media e che non ci hanno dato mai possibilità di capire fino in fondo ciò che è realmente accaduto. Così abbiamo vissuto per un decennio in una sorta di sospensione della verità, condizione metaforicamente riferibile più in generale alla storia dell’Italia.

    Fatti reali, ovviamente…
    Il grande lavoro è stato intrecciare le storie, poi abbiamo scelto quelle più significative per noi e che ci permettevano di incrociare i destini, per fare in modo che a un certo punto tutti i punti di vista si unificassero. Anche per questo il montaggio del film è stato molto complesso, mantenere un equilibrio complessivo non era semplice. Abbiamo lavorato molto sulla fluidità del racconto, che è molto incalzante e coinvolgente.

    Come le stesse testimonianze raccolte…
    Sono impressionanti; sono la loro voce, le loro emozioni a prorompere. In molti di questi processi avvenuti a distanza di cinque o sei anni dai fatti del G8, le persone non riuscivano ancora a parlare, piangevano al punto da portare i giudici a dover sospendere spesso le udienze.
    A colpirmi più di qualsiasi altra cosa sono stati i racconti dei ragazzi che si trovavano nella Diaz quella notte: “Non potevamo crederci”, mi hanno detto. Nessuno l’aveva messo minimamente in conto, perché tutto questo non fa parte di un paese democratico e di una civiltà. Il film è un racconto di queste sensazioni estreme, che vanno dalla paura di morire all’incredulità.

    Come hai scelto quali storie raccontare?
    Non abbiamo scelto storie più crude o efferate, perché lo sono tutte. La lettura degli atti del processo sulla Diaz toglie il sonno, sembrano racconti horror.

    La paura è una sensazione che nel tuo film ha molto spazio…
    C’è una costruzione drammaturgica basata proprio sulla paura, soprattutto sul terrore di perdere la propria identità. È questo il tema principale messo a fuoco dal film attraverso la storia dei vari personaggi spogliati di tutto, anche fisicamente dei proprio vestiti. La repressione del dissenso si basa su questo, sul farti assaporare la perdita non solo della vita ma anche dell’identità, sul farti sentire nulla. L’umiliazione serve a darti la sensazione che la tua vita e la tua dignità non abbiano più senso.

    Da quanto ci lavoravi?
    Diciamo tre anni, mi occupo dei fatti di Genova praticamente da quando sono successi, ho provato diverse volte a realizzare documentari senza mai riuscirci. Fino a “Diaz”, che vedrà la luce grazie al fatto che con Domenico Procacci abbiamo condiviso le sensazioni della sentenza di primo grado alla fine del 2008. In quell’occasione il tribunale comminò delle pene molto leggere, il ché fece notizia. Mi colpì soprattutto una ragazza tedesca che dichiarò: “Non verrò mai più in questo paese”. In quel momento mi sono sentito colpito personalmente, questo paese non è solo quella cosa lì.

    Avete avuto la possibilità di girare nei posti in cui si sono svolti i fatti?
    Non abbiamo nemmeno potuto fare dei sopralluoghi nella Diaz, ma capisco perché. Io stesso avevo difficoltà a pensare di andare a girare lì. Mi sembrava una cosa macabra. Abbiamo ricostruito i luoghi più importanti in Romania, anche perché pensavamo di utilizzare le immagini di repertorio in maniera molto efficace, costruendo un disorientamento dello spettatore. Per me era fondamentale ricostruire questo senso di spaesamento, è il nucleo del film.

    Diaz ha avuto un cammino molto difficile, a un certo punto come tu stesso hai dichiarato “sono scappati via tutti”…
    Sì, in alcuni casi Domenico Procacci non è riuscito nemmeno a far leggere la sceneggiatura, credo sia la prima volta che accade nella storia del cinema italiano. Ho ricevuto molti no, anche da attori. Ti assicuro che attori anche molto importanti non se la sono sentita di fare il film.

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