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    Enrico Brignano ‘becchino e innamorato’ in Ci vediamo domani

    Enrico Brignano è il protagonista di ‘Ci vediamo domani’, commedia anti crisi diretta da Andrea Zaccariello. Il comico romano recita accanto a Burt Young e Francesca Inaudi.

    Una commedia particolare, dove c’è posto anche per una storia d’amore
    Direi che ho fatto un film con sentimento. La mia è una commedia con sentimento, io faccio tutto con sentimento e lo sapete perché? Perché anche gli errori, se son fatti con sentimento sono perdonabili, altrimenti no.
    E’ una commedia che parla di amori, sbagliati, perduti, sfiorati; parla anche di amicizie, ma soprattutto parla di invecchiamento. Non si tratta di una malattia, è un dato di fatto, tutto si invecchia, le cose e le persone, e le une e le altre possono invecchiare bene oppure male.
    In questo film vengono raccontate storie di persone che invecchiano bene, malgrado tutto, ricordandosi sempre di salutarsi con un bel “ci vediamo domani”.

    Come ti sei trovato in questo ruolo da protagonista, tra il comico ed il sentimentale?
    Per me è stata una sfida. Avrei potuto accettare altri copioni, economicamente più allettanti, ma questa storia per me andava raccontata così, in modo divertente, accattivante, appetitoso. Sono contento di aver accettato questa sfida.

    Un film che hai scelto, cambiando anche per un po’ i tuoi piani di lavoro in teatro…
    Si, sono stato per alcune settimane in questa meravigliosa masseria, che nella realtà non è funzionante ma è un vero e proprio museo. Sembra un paesino nella finzione cinematografica, un paesino come ce ne sono tanti, meravigliosi in Italia, tutto fatto di salite, anche le discese infatti sono faticose come le salite. Un luogo talmente bello che inganna anche la morte.

    Un film per l’Italia in crisi che ha paura di sognare?
    Comincia come una favola, con ilo tono pacato, c’era una volta… il pubblico secondo me ha voglia di una storia credibile, che non vuol dire che quella storia dev’essere per forza vera. Chi da bambino non amava le favole, magari una in particolare, che la mamma, la nonna, la zia, gli raccontavano, magari sempre la stessa, quella preferita. L’Italia ha paura di sognare, certo, come dargli torto? Con quei parlamentari senza Dio? Non perché debbano essere per forza cattolici, apostolici, sono senza coscienza, magari non tutti ma molti. Senza una morale, perchè in un paese in cui si muore di crisi e in un momento in cui la nazione sta cercando di capire dove andare per non fare la fine di Cipro, ci sono politici, non più eletti, che prendono lo stesso centinaia di migliaia di euro, una vergogna…

    Invece il tuo becchino per caso è sognatore e romantico, ti sei perfino commosso pare, lavorando con Burt Young
    Scherzi, l’allenatore di Rocky…?? Lui è uno che per me sarà sempre quello che si arrabbia e butta il tacchino fuori dalla finestra in Rocky 1. Ci ha raccontato che anche in quel film si facevano i conti con il budget ed i macchinisti lo riprendevano e lo riportavano per la scena da rigirare finché non si è rotta una zampa…. Tutto il mondo è paese. Certo che mi ha emozionato lavorare con lui”.

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    Renzo Martinelli alle radici dell’11 settembre

    Il regista di Vajont e Piazza delle Cinque lune ci racconta la genesi di ’11 settembre 1683′, in cui dirige Murray Abraham, Enrico Lo Verso e Federica Martinelli.

    La data dell’undici settembre è nota in tutto il mondo per l’attacco terroristico alle Torri Gemelle. C’è stato però, nel corso della storia, un altro 11 settembre che ha segnato il destino dell’umanità quanto l’attentato alle torri gemelle. Si tratta dell’11 settembre del 1683, il giorno in cui fu spezzato l’assedio dell’esercito ottomano alle porte di Vienna. Un assedio che durava da due mesi e che sembrava sul punto di terminare con il successo dei turchi. Questa storia ha due protagonisti principali, il Gran Visir Kara Mustafà e Marco da Aviano un frate cappuccino consigliere spirituale dell’imperatore Leopoldo I. Il frate, dopo aver incitato le truppe viennesi all’ultima disperata difesa, si arrampicò su una collina dalla quale osservò il campo di battaglia per tutta la giornata con il suo crocifisso sollevato al cielo.Non è un film contro una visione religiosa rispetto ad un’altra, piuttosto un film contro tutte le guerre, soprattutto quelle di religione. Renzo Martinelli ce lo racconta così:

    Martinelli, un film sull’inutilità della guerra, soprattutto quella di religione…
    Assolutamente si. Una delle scene chiave è quella dell’incontro notturno tra Karà Mustafa e Marco D’Aviano. Entrambi sono convinti di aver ragione, di rappresentare la ragione del proprio Dio. La soluzione è alla fine del film con un campo di battaglia con decine di migliaia di morti e Marco D’Aviano a testimoniare al cielo tutto il suo dolore… Occorre oggi passare dallo scontro del 1863 al confronto, nel rispetto reciproco delle opinioni, ribadendo con forza la propria identità.

    Un film complesso il suo, avrà dovuto affrontare delle difficoltà produttive elevate per realizzarlo…
    Il film ha avuto un costo industriale di quasi dieci milioni di euro. Inizialmente l’idea era quella di coinvolgere nella coproduzione le quattro nazioni protagoniste delle vicende del film, quindi Italia, Polonia, Austria e Turchia: anche se ci siamo arrivati molto vicino, alla fine gli ultimi due paesi si sono defilati, quindi è diventata una coproduzione italo-polacca. Un film del genere è ovviamente complesso sia dal punto di vista finanziario per quanto riguarda la raccolta dei fondi per realizzarlo, sia dal punto di vista post-produttivo: nel film ci sono 1400 inquadrature digitali, non c’è una sola inquadratura che non sia stata trattata. Quindi una fase di montaggio lunga e complessa.
    Sono stati proprio i tempi molto lunghi della post produzione che ci hanno orientati, di comune accordo con Rai Cinema, a passare successivamente la distribuzione a Microcinema, che ha lavorato a tempo pieno e con grande passione su questo progetto.

    Cosa l’ha spinta a voler raccontare questa storia?
    Come accennavo è un film contro le guarre di religione, ma nasce da un’inquietudine collettiva che ci ha lasciato l’attacco alle Torri Gemelle. Ero al montaggio mi ricordo (tutti ricordano esattamente cosa facevano in quel momento dell’11 settembre 2001), stavo completando Vajont. Un amico mi chiamò e mi disse, è venuta giù uina torre a New York. Tornai al montaggio e mzz’ora dopo erano giù entrambe. Da allora la nostra società non è stata più la stessa.
    L’idea è nata proprio dodici anni fa: eravamo in Friuli per l’anteprima del film Vajont. Avevamo organizzato una cosa insolita, all’aperto con una spettacolare platea proprio sulla pancia della diga. Il giorno precedente pioveva a dirotto, un vero nubifragio, avremmo dovuto annullare tutto se non avesse smesso. Qualcuno della troupe locale mi disse: “Non si preoccupi, dottor Martinelli, abbiamo pregato Marco d’Aviano, domani spiove…”. E fu così. Non avevo idea di chi fosse Marco d’Aviano e un mio amico accese in me la curiosità, che mi porta in sala oggi…

    Difficile girare oggi in Italia uno dei suoi film epici, come ha fatto?
    Non lo so ancora oggi. Ho girato mezza Europa per cercare finanziatori, con il cappello in mano, ma è una parte del mio lavoro di regista produttore, macchinista montatore. Comunque difficoltà finanziare anzitutto. Un film del genere va interamente disegnato, quindi uno storyboard di cica 1000 pagine. Va progettato inquadratura per inquadratura, tutti i contributi da girare nei mesi successivi sono da tenere in considerazione al millesimo. Ad esempio per completare ogni singola scena, anche cose banali come le vedute di Vienna dalle finestre della Palazzo Imperiale, vanno fatte in post produzione, ma va calcolata la luce il taglio d’ingresso, cose complicatissime.

    Lei è uno dei nostri registi maggiormente tecnici, documentati al limite del maniacale. Con questa storia quanto è riuscito ad essere fedele e quanto c’è di romanzato?
    Siamo partiti da un romanzo, Il Taumaturgo e l’Imperatore, di Carlo Sgorlon, scrittore friulano. Da lì abbiamo allargato, insieme al mio co-sceneggiatore Valerio Massimo Manfredi, a tutta una serie di ricerche di documenti storici, dai diari di Padre Cosma, il frate che accompagnava Marco d’Aviano per i suoi pellegrinaggi a piedi attraverso l’Europa, fino a tutti gli altri saggi e libri scritti sull’argomento, sia da parte occidentale che musulmana. Alla fine tutto questo materiale deve necessariamente diventare un film e trasformato drammaturgicamente in una storia. Molte delle licenze che mi sono preso, come l’incontro notturno tra i due protagonisti, servono comunque a restituire il senso profonde del film, ovvero l’insensatezza della guerra di religione

    Instancabile Martinelli, sappiamo ad esempio che non ha ancora lanciato il suo ultimo lavoro in sala e già sta lavorando sul nuovo…
    Si, da circa tre anni stiamo lavorando a un film su Ustica. Un film che fornisce una nuova ipotesi totalmente documentata su quello che è veramente successo secondo noi. Sarebbe la quarta. Oltre al cedimento strutturale di un aereo adibito al trasporto passeggeri dopo esser stato un aereo che trasportava pesce; dopo la tesi della bomba nella toilette di coda e del missile aria aria che vrebbe dovuto colpire un Mig Libico e invece colpì il DC-9 Itavia.
    Riteniamo di avere individuato la vera dinamica di come sono andate le cose attraverso lo studio di documenti che evidenziano prove inconfutabili. Ustica è un insieme di verità inconfessabili che sono sempre state davanti ai nostri occhi, e che hanno portato a disseminare negli anni tutte le false verità che conosciamo.

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    Claudio Bisio, il Presidente pescatore

    Claudio Bisio è, per un caso paradossale, il Presidente della Repubblica nel nuovo film di Riccardo Milani, Benvenuto Presidente! Un ruolo impegnativo da rappresentare in un momento come questo del Paese, perfetto per il suo humor.

    Una storia molto ‘attuale’, è stato un peso interpretare questo ruolo?
    La prima volta me ne parlarono 3 anni fa Riccardo e Fabio. Nell’Italia di allora Monti era solo un professore universitario e Berlusconi aveva la maggioranza in Parlamento, e Grillo era un collega.
    Accettai con un po’ di paura: fare il Presidente, pur di fantasia, era comunque una responsabilità, Purtroppo per me però l’età c’era e così ho acettato con lo spirito di fare una farsa, una favola che poi diventa persino iper realistica, una commedia che toccasse certi temi e certe istituzioni, anche con irriverenza. Anche se quella del Quirinale è la più grande istituzione italiana.
    Non è che si sia cambiata la sceneggiatura per seguire quel che succedeva nel Paese, quanto piuttosto per distanziarsene. Qgni volta che si verificava qualcosa che avevamo previsto dovevamo cambiare tutto; come quando Napolitano ha dimesso Berlusconi per incaricare Monti. Poi abbiamo virato, ma alla fine ci è capitata tra capo e collo una realtà che non ci aspettavamo.
    E viceversa, visto che a Montecitorio non si aspettavano noi. Il fatto è che il film l’abbiamo girato in autunno e, dopo lo stop di Natale, era previsto che andassimo a lavorare negli ambienti della Camera, che doveva essere ancora chiusa per le ferie. Avevamo i permessi dal 3 al 6 gennaio, ma invece abbiamo trovato un gran movimento per le elezioni che si avvicinavano e Montecitorio pullulava di politici veri. Solo che non tutti erano stati avvertiti e quando vedevano le nostre comparse, supposti deputati ma perfetti sconosciuti a tutti, erano parecchio sconcertati.

    Molti han visto similitudini con il Movimento 5 Stelle e i ‘Grillini’, secondo te ce ne sono?
    Ho visto con curiosità le immagini dei tg, con tante facce nuove per la prima volta in Parlamento. Non mi sono ispirato a loro per Peppino, perché non esistevano ancora. E’ stata una delle casualità di cui parlavo. Altrimenti saremmo meglio di Nostradamus. Io non mi sono ispirato a loro né loro a noi, non avendo ovviamente visto il film. Se poi lo vorrete interpretare come pro o contro il grillismo, fate come volete, io posso solo presentarvi il film e dirvi che è questo qui.

    Il tuo Peppino al Quirinale fa mirabilie, ce ne vorrebbe uno anche nella realtà?
    Noi un ‘Peppino’ già ce l’abbiamo e, a parte gli scherzi, a volte davvero Napolitano sembra fare quello che fa lui e non sarebbe peregrino pensare a tenerlo lì, visto che molti gli chiedono di continuare, nonostante la sua età non glielo permetta.

    La satira oggi ha meno spunti o solo si è ammorbidita? In questo film ce n’è?
    Vedendo il film a me è venuto in mente il mio monologo di San Remo; Quella era satira o no? Ripensandoci sembrava un teaser del film  ripensando alle caricature dei politici non è strano che si sia parlato di Commedia dell’Arte del terzo millennio, rapportata all’oggi.
    Sul fatto che ci sia una tendenza a una satira più morbida non sono d’accordo. Non per insistere, ma mi sembra più interessante quel che facciamo nel film. Esagerare certe caratteristiche credo avrebbe reso tutto meno credibile, e forte. Trovo più profonda la maniera in cui abbiamo trattato l’argomento.
    Personalmente ho adorato i tre politici, sono personaggi scritti molto bene. Ed è un ulteriore merito di Milani, come tutto il film. Da spettatore dico che ha fatto un gran lavoro perché la storia poteva prendere una piega farsesca esagerata, da burletta, o troppo retorica. Invece lui ha mantenuto egregiamente un equilibrio tra i vari piani. A confermare ciò ci sono anche i politici, che non sono le solite macchiette né rappresentati tutti come ladri.

    Più che al Movimento 5 Stelle sembrate esservi ispirati a ‘Dave’…
    Mi fa sorridere che si possa pensare al grillisimo quando, come dicevamo, ai tempi della scrittura della sceneggiatura, 3 anni fa, di Grillo non si parlava così tanto. Io temevo semmai che ci potessero accusare di plagio per quel film. E non penso che nemmeno gli sceneggiatori americani conoscessero Grillo. In fondo l’idea di un uomo qualsiasi che viene da lontano non è nuova… Grillo non c’entra davvero nulla!

    Tanto placido il nostro Peppino, tranne che a letto… Chi l’avrebbe detto che apprezzasse il sesso violento..
    Doveva essere solo una semplice scena di ssesso. In sceneggiatura era solo scritto in una didascalia: “fanno l’amore”. Poi Riccardo ha iniziato a mettere di sottofondo la Joplin e ci ha chiesto che ci picchiassimo. Ho persino avuto un incidente, perché Kasia mi ha messo un dito nell’occhio. Ho avuto la visita fiscale a casa, ma sono stato contento perché mi faceva davvero male.

    Ti è piaciuto questo personaggio, si sente, ma tanto da farne un sequel?
    Peppino è una persona onesta, ma spratttutto è coerente, integro. Non ci sarà mai, ma in un mio personale sequel mi piacerebbe aspettare che Janis compia i 50 anni necessari per poter essere lei un prossimo Presidente. Se non è un personaggio positivo lei…

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    Pedro Almodòvar, Gli amanti passeggeri? Un ritorno alle origini

    Sesso, amore, risate e morte per esorcizzare la crisi e soprattutto per tornare alle proprie origini. Così Pedro Almodòvar presenta Gli amanti passeggeri che, dopo aver sbancato al botteghino spagnolo, si prepara a prendere d’assalto le sale italiane, ben 300.  “Avevo voglia di tornare ai toni dei miei film dei primi anni ’80, volevo evocare quel tono. Gli amanti passeggeri è in fondo un tributo a quel decennio che per la Spagna ha rappresentato un periodo molto importante, una vera esplosione della democrazia”.

    E’ tornato alla commedia dopo tanti anni. Cosa l’ha spinta a farlo?
    Ho un contatto diretto con la gente e l’unico sport che pratico è passeggiare per le strade di Madrid dove molta gente mi chiede informazioni sui miei film e spesso la frase ricorrente è: “Quando ci fai la prossimo commedia?”. È una domanda che mi è rimasta nel cuore, ma avevo comunque molta volgia di tornare alla commedia e quando ho avuto la sceneggiatura ho dato il benvenuto a questa possibilità.  Avevo voglia poi di tornare ai toni dei miei film dei primi anni ’80, volevo evocare quel tono. Gli amanti passeggeri è in fondo un tributo a quel decennio che per la Spagna ha rappresentato un periodo molto importante, una vera esplosione della democrazia.

    Questo film è una presa in giro di certi trash movies o è semplicemente una collezione di tutte quelle notiziole che circolano su ciò che succede sugli aerei?
    Non so cosa succeda esattamente sugli aerei, nè ho mai avuto esperienze estreme su un aereo. In questo film volevo solo riunire un gran gruppo di gente in un luogo ristretto, chiuso da cui non si potesse uscire e sottoporli a una grande tensione. L’unico modo per potersi divertire e lottare contro la paura e l’incertezza era l’uso della parola ed è questo il vero spettacolo, che esorcizza la paura. Sull’areo tutti gli schermi sono neri, vuoti quasi a voler recuperare la funzione primaria della parola: cioè tornare a usarla per creare una relazione tra le persone.

    Con chi vorrebbe viaggiare? Con un capitano come il suo o con uno come il Denzel Washington di Flight?
    Non ho visto Flight ma credo che sceglierei il mio comandante, perché è un uomo di grande competenza che sa gestire sia le emergenze umane sia quelle tecniche.

    Lei stesso ha dichiarato che il film è un tributo alle sue commedie dei primi anni ’80. Come vive il ricordo di quell’epoca nella Spagna di oggi? Ha nostalgia?
    La situazione spagnola attuale è la peggiore dall’inizio della democrazia. Non sono un nostalgico, ma ricordo bene quell’esplosione di libertà degli anni ’80 e mi manca molto, manca molto a tutti noi.

    Se negli anni ’80 il sesso e l’amore servivano per usicre dalla dittatura, oggi potrebbero servire a usicre dalla crisi?
    Per me sesso e l’amore sono sempre stati un modo per celebrare qualcosa che ci è stato dato dalla natura e che nessuno ci può togliere, una festa. Nel film questa catarsi erotica dei personaggi mi sembrava il modo migliore per accomiatarsi dalla vita; l’amore non fa mai male, amare l’altro significa mettersi nei suoi panni, compiacerlo e aiutarlo, quindi potremmo ipotizzare in questo caso che il governo spagnolo si innamori del proprio popolo. Il sesso per superare la crisi? Il sesso in sé è buono ma non so se abbia un rapporto diretto con il poter creare leggi anche se in un governo innamorato del proprio popolo potremmo immaginare dei politici che aspirano a scoparsi sempre i propri elettori, una sorta di governo ninfomaniaco.

    Gli amanti passeggeri è stato letto come una metafora dell’ attuale situazione spagnola. Cosa pensa delle recenti elezioni politiche italiane?
    Ogni giorno di più questo film è sicuramente metafora di questo viaggio senza destinazione: l’ atteraggio forzato, il pericolo incombente lo rendono assoluta metafora della Spagna di oggi. Ma il film è una commedia e tutti si salvano, nella realtà invece non sappiamo come atterreremo e se ci salveremo, non sappiamo chi ci guiderà in questo atterraggio.
    Vivo una situazione di completa incertezza come tutti; non vivo in Italia e non mi azzardo a dare opinioni. Certo vedo che c’é stata una reazione forte dei cittadini ai tagli alle spese, questo dimostra che le scelte attuate fino ad ora sono opposte a quello che il popolo vorrebbe. La parola più  ricorrente sul risultato elettorale italiano è ‘ingovernabilità’; temo che oggi in Spagna, pur non avendo una figura simile a quella di Grillo, il risultato sarebbe piuttosto simile, frammentario e scomparirebbe il bipartitismo.

    La morte è un altro tema ricorrente della sua filmografia. Cosa l’affascina?
    Mi piacerebbe avere fede, credo che sia un dono che ricevi o non ricevi e io non l’ho ricevuta in dono. Per questo la temo, ne presi coscienza dal momento della morte di mia madre, è una cosa che non riesco a comprendere nè ad accettare e credo che questo sia un problema nella mia vita. Penso sia è l’elemento eterno della storia e della narrazione in generale.

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    Charlotte Rampling e le madri di Alina Marazzi

    A Roma Charlotte Rampling è la dimessa Pauline, una donna ambigua, una straniera tornata nella sua città natale, Torino, per svolgere una ricerca sulle madri in difficoltà. Un ruolo problematico e complesso che Alina Marazzi le ha cucito praticamente addosso con il suo esordio alla finzione, Tutto parla di te, terzo capitole di un’ideale trilogia cominciata con Un’ora sola ti vorrei.

    Signora Rampling, come è cambiato il mestiere di attore, oggi?
    Oggi, come sempre, fare l’attore significa portare delle storie alla gente.

    Da un po’ di tempo il cinema è nuovamente interessato a lei… Cosa pensa di questa specie di riscoperta?
    Diciamo che sono io nuovamente interessata a lavorare. Per un lungo periodo di tempo ho rifiutato, ma non saprete il perché.

    E l’incontro con Alina per questo film come è avvenuto?
    Mi interessava molto l’idea di fare un viaggio con la regista e di lavorare con Alina perché lei guarda il mondo in una determinata maniera, mi piace il modo in cui lei lo guarda attraverso gli occhi di un documentarista e lo sguardo sui materiali d’archivio. È un menage ricco di potenzialità partendo dal raccontare le memorie e la storia in una maniera molto differente; da attore devi entrare a far parte del mondo del regista e Alina mi consentiva di entrare nel suo universo in maniera diversa dalla femme fatale che avevo interpretato in passato, facendo emergere quello che è dentro di te è che magari è ignoto agli occhi degli altri

    Tutto parla di te rivela una maternità conflittuale…
    Essere madre è una cosa che terrorizza, tutte le madri hanno paura, è un fatto naturale. È così e non puoi farci nulla, non è come in un film di propaganda in cui tutto è bello; essere madre è aver paura, è sangue, lacrime e sudore.

    Che tipo di rapporto ha avuto con il materiale d’archivio?
    È uno dei motivi per cui sono rimasta affascinata dal rapporto che lei ha con il materiale di archivio e quindi con la memoria, e il suo modo di ricostruire attraverso questo repertorio i ricordi. Mi piaceva proprio l’idea di lavorare sul film così; sapevo che ci sarebbe stato questo legame, questo collegamento con l’aspetto memoria, l’aspetto che mi interessa di più è sapere che impatto la memoria può avere sulla vita quotidiana.

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    Lo Cascio regista, esordio ideale

    Luigi Lo Cascio, dopo tante soddisfazioni da attore, esordisce alla regia con La città ideale, un film ricco di scelte non banali che dal Festival di Venezia arriva nelle nostre sale

    Luigi, hai esordito a Venezia, eri emozionato?
    Mi considero di casa al Festival di Venezia, dovrei essere abbastanza abituato, ci sono stato nove volte dal 2000, con i Cento passi. Eppure un esordio a Venezia una certa tensione te la mette sempre. Poi questo e’ un film che sento molto personale.

    Da cosa nasce questo tuo film?
    Pur non avendo mai fatto il regista ho scritto molte cose per il teatro, e questo mi ha aiutato a capire che per fare il salto dall’altra parte della macchina da presa era scrivere la mia storia. Ed e’ così posso dire,che prende forma il mio film. Pezzo per pezzo, sorprendendomi. Non entra nei generi consueti perché è nato da una sorta di generazione spontanea di idee, condite con le mie passioni, quindi Kafka, passioni di lettore, di spettatore e di cittadino.

    La città ideale cambia più volte ritmo, in occasione di due dialoghi in particolare, quello con tua madre e con Carlo Maria Burruano, ci spieghi come hai scelto di inserirli in quei punti precisi?
    Non secondo strategie di come si scrive una sceneggiatura perfetta. Semplicemente assecondando la volontà di far succedere alla parola pacata, al senso verboso di certe idee del mio protagonista, un ritmo più sincopato, il lato delle emozioni, dei sentimenti. Una grana della voce tutta particolare. In qualche modo in questo film c’è tutta la ma famiglia, mia madre infatti è la sorella di Burruano, poi ci sono molti parenti sparsi qua e là.

    Ma perché hai scelto di raccontare una persona ‘braccata’ da tutto e tutti?
    Volevo rendere qualcosa di tragico ed eroico. Un gesto forte che solo una recitazione marcata ed un carattere forte potevano rendere. Volevo che non fosse un idealista ma un fanatico. Quando il caso irrompe nella sua vita e lo obbliga a prendere una posizione ecco che c’è il cambio di registro. Credo che in un personaggio molto sopra le righe sia addirittura più facile ricercare ognuno la propria singola mania, il proprio modo di pensare su un determinato argomento e quindi identificarsi meglio con lui.

    Hai deciso fin da subito di dirigerti nel tuo esordio da regista?
    Questa è una cosa molto particolare. Nel senso che non capisco come facevano prima i registi attori a dirigersi senza avere la possibilità di rivedersi immediatamente sul set. Davano per buono un ciak che poi avrebbero potuto rivedere solo in seguito; gli riconosco una capacità immensa. Oggi è tutto più semplice con la tecnica digitale. A mia madre o a Burruano ho pensato subito, ma non pensavo a me. Il film però risultava essere più personale con me dentro ed ho seguito il consiglio di Angelo Barbagallo, il produttore.

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    Alessandro Preziosi, sotto osservazione

    Alessandro Preziosi, l’attore più amato dalle donne italiane indossa i panni di un chirurgo plastico dai mille volti, spregiudicato, ingenuo, spietato… e finisce sotto la lente deformante di Corsicato. Tra finzione e realtà l’attore si racconta.

    Alessandro, a cosa ti sei ispirato per questo ruolo surreale?
    Mi sono ispirato al mestiere dell’attore, che non è sempre scontato riuscire a centrere con il regista e con gli sceneggiatori. Il mio personaggio andava incanalato in un percorso narrativo, questa cosa mi ha intrigato. Mi sono ritrovato a mettere a frutto cose apprese in un meraviglioso mestiere che faccio nella vita che è quello dello spettatore del grande cinema, dagli occhi di Daniel Day Lewis al roteare delle mani di Verdone.

    Hai fatto i conti con la figura di sex symbol nella vita?
    Sinceramente no, è una cosa che non mi ha mai interessato, l’ho combattuta con il teatro. Io non credo che la nostra società non possa elaborare i concetti di divo o sexy, non ci appartiene. Credo che sia un problema editoriale, la bellezza è un fenomeno di guadagni, di vendita di copie di giornali cosiddetti ‘femminili’, io non mi sono mai considerato bello. Sono un attore, bravo o meno non sta a me dirlo, ma quello è il mio mestiere, il resto è marketing. Ognuno di noi poi è libero di curare il proprio corpo come meglio crede. Ci sono avvocati o chirurghi che sono statue greche e non fanno gli attori, lo sono perche amano lo sport e lo sport fa bene al corpo.

    Come hai incontrato questa storia di Pappi?
    E’ stato un pomeriggio infinito quello in cui abbiamo parlato del film. Pappi è un artista che aveva il bisogno di esprimersi artisticamente e non socialmente. Per le esperienze che ho avuto io era qualcosa di profondamente nuovo. io non pongo mai limiti all’esplorazione di nuovi territori, quindi la sfida di capire veramente cosa significa questo mestiere mi ha preso. Non è stato facile costruire questo personaggio costruito con un perfazionismo maniacale da Pappi, cosa che mi ha messo a dura prova.

    C’è stato un momento in cui avresti fatto qualsiasi cosa pur di ‘arrivare’…
    C’è stato un momento che ricordo con grande precisione nel quale guiardando altri miei colleghi raggiungere dei risultati esaltanti ho – come si suol dire – rosicato. ho pensato allora che avrei potuto far di tutto, ma poi per fortuna anche che se così doveva essere la mia vita forse avrei dovuto tornare a fare l’avvocato. non si può vivere l’ambizione così, io non voglio viverla così. voglio essere soddisfatto di quello che faccio questo si, ma non un centimetro di più.

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    Walter Hill, la storia sul Red Carpet

    Un privilegio trovarsi davanti a Walter Hill, un regista che ha fatto la storia di un genere… Con lui parliamo del nuovo Bullet to the Head, di Sylvester Stallone e delle nuove generazioni…

    Un film che rimanda a classici del genere, era così che lo volevate con Sylvester Stallone?
    Bè, all’inizio lui mi ha mandato lo script, ci avevano lavorato per circa due anni, su varie versioni, e con un altro regista, con il quale poi non hanno continuato. Per questo mi hanno chiamato. Sly mi ha mostrato un paio di stesure della storia e mi ha chiesto cosa ne pensassi: c’erano idee valide, ma anche molte cose che non mi pareva funzionassero. Gli ho spiegato come secondo me andasse realizzato e ci siamo trovati molto bene a fare il film; lui è molto professionale e ha una forte personalità. Io da parte mia sono una persona molto dolce, ma di base entrambi cercavamo di fare lo stesso film, avevamo gli stessi obiettivi e idee simili. Per esempio su certe sequenze di azione, sullo humor, sull’ironia che attraversa il film. Un omaggio ‘retrò’ ai film degli anni 70, cose che oggi, vedendole, sono più chiare di quando ci stavamo lavorando

    Da dove viene la citazione di Jerry Maguire?
    Ricordo perfettamente da chi è venuta ogni singola battuta… Questa è stata una idea dello sceneggiatura, di Alessandro.

    E il nome del personaggio, Bobo? Nella Graphic Novel i nomi erano diversi…
    Questo nasce da una collaborazione tra me e Sly. Lui voleva essere Bobo; io volevo Jimmy, dove essere un diminutivo del suo cognome, qualcosa come Boborelli. E’ molto infantile ma è così che ti guadagni da vivere…

    Questo film sembra recuperare il suo vecchio progetto di un remake di The Killer di John Woo, alcune tracce sono rimaste…
    La gente spesso mi chiedeva come mi senta per il fatto che John Woo fa film simili ai miei, oggi altri mi chiedono perché io faccia film come quelli di John Woo. John è una persona molto divertente, e abbiamo sicuramente delle somiglianze, ma non credo ci sia stata questa influenza, di certo non voluta o cosciente.
    L’idea viene essenzialmente dalla graphic novel, come molto del film; forse dovremmo chiedere all’autore di quella, a Alexi. Magari a chi si sia ispirato lui, anche se lui afferma di esser stato influenzato solo da me.

    Un film che gioca molto sul ‘Old Style’, anche per differenziarsi da tanti giovani registi che stanno rileggendo il genere?
    Credo molto nella brevità di quelle che sono le dichiarazioni artistiche. Io mi lamento molto dei film troppo lunghi, con ripetizioni infinite. Mentre invece bisogna sottolineare quello che vuoi dire e poi andare avanti.
    La sequenza della tortura di Slater doveva essere molto drammatica, non tanto sulla sua uccisione quanto sul confronto tra i due personaggi, tra i loro codici di comportamento, che però non si risolve perché vengono interrotti… Il trucco è tutto lì.
    Ci sono nuovi registi, ma non so cosa dirne. Noi abbiamo un tempo limitato e non sappiamo quanto sia, per questo forse mi interessa di più guardare agli antichi maestri, come Anthony Mann, che i giovani registi, dei quali non saprei dire molto. Probabilmente perché non sono più giovane. Sicuramente è un lavoro duro il raccontare storie, passiamo molto tempo lavorando su aspetti tecnici ma in definitiva tutto riguarda la testa e il cuore dei personaggi.

    Mattia Pasquini

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    Sly, lo Stallone italiano is back!

    Sono stato a Cinecittà mentre ero a Roma; qui avete un museo a cielo aperto, dovete cercare di far sopravvivere questo luogo…”, così si presenta Sylvester Stallone, il popolare Sly, al Festival di Roma per accompagnare

    Roma non è stata solo Festival per lei, Cinecittà, Tor Bella Monaca… che impressione le han fatto le zone di Roma meno centrali o pubblicizzate?
    Andando al teatro di Tor Bella Monaca ho provato delle sensazioni che mi hanno ricordato come ero tanti anni fa, quando vivevo in un quartiere come quello; capisco cosa possano provare i giovani che crescono in zone come queste, e a loro ho detto di non aver paura del fallimento, che sicuramente falliranno, ma ogni volta saranno sempre più saggi, e colpo su colpo riusciranno a raggiungere il successo.
    Cinecittà è stato una scoperta; avete davvero un museo a cielo aperto lì, dovete cercare di far sopravvivere questo luogo…

    Può essere pesante il peso di essere un riferimento per più di una generazione?
    Si, in qualche modo sì, ma è un peso ‘buono’. Ma quello che succede è strano, stavolta abbiamo tentato una trasniszione tra il duro Rambo e l’ottimista Rocky, abbiamo preso i due personaggi e li abbiamo combinati in Bobo e credo sia stata un’ottima transizione. Chissà che non possa essere un nuovo modello per l’attuale generazione…

    Rocky forse no, ma Rambo sembra essere rimasto in sospeso, la conclusione resta aperta?
    Rocky è un atleta, è finito, ormai ha raggiunto il massimo che poteva raggiungere. E ne sono soddisfatto. Il motivo per cui non voglio chiudere con Rambo è lo stesso per cui non vado in pensione. Non posso. Non posso smettere. Lui ha sempre mentito a se stesso, combatterebbe a prescindere. Ha bisogno della guerra e non ha una casa cui tornare. Un guerriero cerca sempre di morire in maniera gloriosa. C’è una buona idea su cui sto lavorando e potrebbe anche concretizzarsi, se il mio fisico reggerà… Rambo che combatte l’artrite! o magari tornare come ragazza, Rambolina. In fondo oggi la società è molto più permissiva…

    C’è stato un incontro che le ha cambiato la vita o è stato determinante per la sua carriera?
    Quando sono arrivato a Hollywood per la prima volta, pensavo che tutti mi e si amassero. Poi, dopo aver fatto Rocky e avendo visto quanto stava incassando, sono andato a chiedere i soldi che mi dovevano visto che non ero stato ancora pagato. ‘Torna a lavorare’ mi disse il capo degli Studios, ‘non ti paghiamo perché non ci importa niente di te; lo faremo quando ci andrà’. Lì ho capito che si trattava di un business, non di una storia d’amore.
    Ma lo ringraziai, perché mi insegnò che non si trattava di una fabbrica felice, ma di un posto che mette al primo posto l’ego delle persone e dove puoi contare solo su te stesso. La lezione che imparai, mi ha poi salvato.

    E l’incontro con Allen, che ha determinato l’inizio della sua carriera, come fu?
    Davvero incontrarlo mi ha cambiato la vita. Io all’epoca non ero davvero nessuno e lui stava girando Bananas, gli serviva un cattivo. Con un amico siamo andati da lui per farci ingaggiare, ma ricordo che era molto nervoso sul set, quando ci ha visto si è girato e ha detto al suo aiuto che non facevamo paura. Io avevo già mollato, ma il mio amico mi portò in una farmacia per comprare della vaselina, ci siamo sporcati la faccia e siamo tornati da Allen conciati così. Quando gli abbiamo bussato su una spalla e ringhiato se non gli facessimo paura, era talmente nervoso che ci ha ingaggiati subito. E’ stato indimenticabile!

    Da attore, come gestisce i periodi ‘morti’ lontani dal set?
    Me lo chiedo sempre anche io, cosa fanno gli attori che girano un film ogni uno, due o cinque anni? Chi cucina, chi dipinge o gioca col cane. In genreale gli attori recitano, perché devi mantenere attiva la macchina. Personalmente io inseguo le figlie per casa. Ed è paradossale, visto che ho passato tutta la vita come Rambo o Rocky e poi ho avuto tre figlie, e a casa ho – oltre a mia moglie – due domestiche e 5 cani, tutte femmine! Ce n’è da tenermi impegnato…

    Mattia Pasquini

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    Mr. & Mrs. Hitchcock secondo Gervasi

    Il regista inglese al Noir in Festival spiega il suo personalissimo (e fantasioso) biopic sul Maestro del brivido…

    Come è arrivato a una rilettura così particolare di un momento chiave nella vita di un regista tanto noto?
    Dopo aver fatto il musicista, il giornalista, lo sceneggiatore e  il documentarista, questo è il primo film puramente narrativo per me e, dopo aver lavorato a Holywood come scrittore per molti anni, è stata una possibilità unica. Alla quale non pensavo di arrivare. Quando la produzione ha iniziato a cercare un regista, ho voluto provare proprio perché non avevo nulla da perdere. Eramo 26 o 27, ma il produttore aveva amato molto il mio documentario ‘Anvil’ e ho avuto una chance.

    E come li hai convinti?
    Ho detto loro cosa amassi del film, soprattutto il fatto che a 60 anni Hitchcock avesse voglia di rischiare. Era un artista che sentiva di star diventando irrilevante, di stare per morire, e voleva ancora sorprendere il pubblico e se stesso. Un’idea che mi piaceva molto, anche perché io stesso ho rischiato i miei stessi soldi per Anvil; inoltre c’era la storia tra lui e Alma che davvero mi interessava più di ogni altra cosa.
    Il raporto tra loro è stata una vera rivelazione, per la scoperta di quanto la moglie sia stata una grande sostegno per lui e la sua carriera.
    I grandi artisti son quelli capaci di ascoltare, non possono essere persone impermeabili. E questo aumenta il loro genio, perché il cinema è un’arte di collaborazione, di gruppo.

    Anche lei ha condiviso l’esperienza con due grandi attori…
    Quando mi hanno detto che avrei potuto avere Hopkins l’ho incontrato in un risotrante italiano, e abbiamo parlato molto bevendo chianti. Lui mi ha detto di aver visto almeno tre volte il mio documentario e che gli era piaciuto. Ho pensato in quel momento che avremmo potuto finire per lavorare insieme. Lì e quando poi mi ha detto: ‘Sei pazzo, ma mi piace, proviamo’.

    E con Helen Mirren invece?
    Per avere lei abbiamo dovuto aspettare di più, ma alla Fox Searchlight erano entusiasti. Finalmente ad aprile siamo riusciti a iniziare le riprese ed è stato importante averla come coprotagonista proprio perché doveva rendere la forte personalità di una grande donna.
    E’ chiaro che poter dirigere due attori del genere, al primo film, può mettere in soggezione. Mi sono chiesto più volte cosa avrei fatto, poi quando abbiamo iniziato, sin dalla prima lettura, li ho ascoltati… Ho fatto leggere loro la scena, una volta, due, tre, ho preso appunti. Poi dopo la quarta volta hanno iniziato a trovare il giusto tono e l’interazione tra loro, il ruolo ha iniziato a entrare in loro, grazie anche a dei dettagli fisici.
    Per me è stata una esperienza unica, da regista, ma anche come membro del pubblico, in prima fila davanti alla performance di due grandi attori di teatro.
    Per esempio per la scena in camera da letto volevo creare una atmosfera teatrale, alla Lady Macbeth, volevo essere vicino a lei.
    Lasciare fare ai grandi attori il loro mestiere, funziona. Possono non essere perffeti a volte, ma è sempre una esperienza straordinaria. Mi hanno sempre sostenuto, davanti alla troupe, e dato anche dei suggerimento o aiutato nelle riprese e nella realizzazione. Inoltre erano molto dolci e carini con tutta la troupe; erano come due bambini che si sono divertiti a fare questo film.

    E oltre agli attori? Avete ricevuto il sostegno di altri, magari delle persone che avevano lavorato con lui?
    Si, il supervisor della sceneggiatura Marta Schlomm e l’aiuto regista Greem. Loro hanno visto il film e hanno capito il senso dell’operazione. Marta è stata anche sul set, e ha detto che avevamo rispettato lo spirito di Hitchcok e certe sue durezze sul lavoro.
    Si tende a dimenticare che lui a lungo era consderato come un cineasta di genere, almeno finché Truffaut non l’ha intervistato. Un filmmaker popolare, regista di film oggi considerati dei capolavori… Ma raramente di tiene conto del suo senso dell’umorismo. Lui faceva continuamente battute. Anche sul set di Psycho, dove si racconta che Janet Leigh ridesse alle lacrime. La moglie l’ha sempre descritto come l’uomo più divertente che avesse mai conosciuto, le faceva scherzi tutto il tempo. Volevamo ricordare questi altri aspetti al pubblico, che spesso l’ha relegato al personaggio burbero e serioso creato dalla serie tv. D’altronde, nel bene e nel male, è stato il primo regista a diventare una star.

    A parte questo, però, avete romanzato molto i fatti reali…
    Assolutamente si. Il film è tutto una fantasia. Abbiamo degli attori che recitano un ruolo. Non abbiamo fatto un documentario, ce ne erano già, come c’erano già dei libri, come quello di Rebello. Un esempio è nel dialogo con Ed Gein, tutte scene di fantasia. Hitchcock è una esplorazione drammatica di quel che poteva essere nella sua testa. Abbiamo preso quello che sapevamo, ma l’abbiamo trasformato. Io credo che si possa essere ugualmente fedeli alla storia, che si basa comunque su elementi storici. Sul rischio produttivo soprattutto; ma possiamo anche immaginare come possa essere stato il suo rapporto con Alma. Il fatto di aver adombrato un possibile affair tra lei e Whit, il suo amico col quale avevano entrambi collaborato, non ci ha portato a porci il problema se ci fosse stata davvero una relazione tra loro. In una biografia di Hitchcock è lui stesso a parlare, in dettaglio, della possibile relazione tra i due, ma non abbiamo voluto approfondire questo aspetto, pur usandolo nella dinamica del film…

    E ora, cosa ha in programma?
    Il prossimo film sarà probabilmente Headhunters, un remake del film che proprio al Noir di Courmayeur ha vinto il Leone Nero 2011. E se avete pensato che quello fosse un film disturbato, aspettate il mio…

    Mattia Pasquini

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