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  • Violante Placido, il lato oscuro de Il Cecchino

    Violante Placido interpreta una donna predestinata, a una vita dura, alla sofferenza. E’ una donna della mala, ma splendida…
    Che effetto fa vivere l’esperienza di un Polar?
    Non so, io mi sono solo calata nel mio personaggio, non ho fatto altro; per una commedia magari avrei toccato corde diverse. Ma qui ho cercato di dare verità al personaggio e di renderne l’intensità. Spero di esser riuscita a fare in modo che, anche se non vista, sia come se lei fosse sempre presente nel film; una Penelope del gangster che, pur lacerata, vorrebe tanto cambiare vita.

    In Italia non c’è una grande tradizione, pensi che andranno in molti al cinema per vederlo?
    Il problema è che dovebbero costare meno i biglietti, perché la gente potesse andare di più al cinema, a vedere non solo commedie. Se fosse più accessibile le persone proverebbero a scoprire anche il cinema che tendono a scegliere meno.

    Un cast francese di grandissimo spessore, ma anche lo stesso tuo padre… tutte persone da cui imparare molto; l’hai fatto?
    Mi son ritrovata sul set con Luca e mio padre, per la seconda volta. E’ stato un film al maschile, con pochi personaggi femminili, minori, e che vivono attraverso scene molto intense oltre che violente.Per me è stato bellissimo avere la possibilità di confrontarmi con il cinema francese e con un’altra lingua. Tutti gli attori sono stati straordinari, tanto che anche attraverso poche scene mi è rimasto qualcosa di mostro costruttivo dentro. In particolare è stato molto intenso lavorare con Kassovitz, che ha un approccio molto istintivo, sanguigno, come abbiamo anche io e mio padre. Il problema, semmai, almeno con mio padre, è che spesso sembra che stiamo litigando, a cena, sul set… Con lui il processo creativo è sempre un terremoto, ma questo non mi spaventa.
    Auteil invece è un grandissimo attore, tanto quanto serafico… emana una forza magnetica sul set.

    Un personaggio che fa scelte difficili, come te?
    Il pubblico vuole sempre vedere cosa non sei in grado di tenere a bada, proprio per emozionarsi. Vuole vedere lo sporco sotto al tappeto. Quello deve essere il punto di partenza per raccontare qualcosa che possa meritare attenzione. Nel caso del mio personaggio, si tratta di una donna con un lato oscuro, per forza, visto che è una di quelle donne che trovano quel tipo di uomo, ma poi vogliono cambiare.

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  • Lu Chuan e Qin Lan presentano The Last Supper

    Alla proiezione del film The Last Supper, durante la terza serata del Far East Fil Festival, erano presenti anche il regista LU Chuan e l’attrice protagonista, nonché sua compagna, Qin Lan, i quali hanno raccontato brevemente il loro nuovo film.
    The Last Supper è un film storico che racconta la storia del fondatore della dinastia Han, Liu Bang e di come riuscì a diventare, da semplice contadino a Imperatore.
    LU Chuan, perché ha voluto raccontare questa storia?
    Tante cose si sono dette riguardo al primo imperatore Liu Bang, ma sicuramente la storia dell’episodio conosciuto come “Banchetto della Porta Hong” è quello più interessante, perché è da quel punto che è nato tutto, è quel momento che ha permesso a Liu Bang di diventare imperatore, lui che era solo un contadino. E poi perché la storia di come una persona semplice, coraggiosa e valorosa è riuscita ad arrivare così in alto in breve tempo, è riuscito a diventare imperatore; è una storia affascinante, perché in fondo tutti, vogliono diventare imperatori.
    Qin Lan com’è stato lavorare con LU Chuan, che oltre a essere un grande regista, in questo caso è anche il suo compagno nella vita reale?
    E’ stato molto difficile e faticoso: in questo film io interpreto la moglie dell’imperatore e per quasi tutto il film ho dovuto quindi prendere le parti di una persona anziana. Il lavoro è stato molto impegnativo e lui mi sgridava spesso perché non ero abbastanza brava, e io ovviamente non ero d’accordo, ma lui è il regista, quindi durante il lavoro io ascolto lui, ma nella vita lui ascolta me. E’ stato molto difficile interpretare il ruolo di una persona così anziana, ma lo ringrazio molto di avermi dato qusta possibilità.

    Antonella Ravaglia

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    Maria Sole Tognazzi viaggia in ottima compagnia…

    Maria Sole Tognazzi dirige una Margherita Buy straordinariamente in parte in ‘ Viaggio sola’, leggero e divertente ma non senza un tocco di riflessione profonda sulla nostra società osservata con gli occhi di una donna libera.

    Maria Sole, quando hai pensato di raccontare un personaggio così particolare?
    E’ nato con il proposito di raccontare una cosa che esiste ma si vede poco sugli schermi; raccontare cioè una donna che non è in carriera, non rinuncia alla sua vita per il lavoro, non è problematica.
    La mi protagonista ha semplicemente un lavoro che le piace, fa l’ispettore per una catena che certifica solo alberghi a 5 stelle, è sola, senza famiglia, senza figli, ma non per questo non accetta la vita per quello che le offre.

    Fai anche riflettere sul fatto che la società giudica però una persona come Margherita come sola…
    E’ esattamente quello che volevo raccontare. Il fatto che lei viva serena la sua vita non corrisponde alla percezione che il mondo ha di lei, semplicemente perché non è mamma e non è moglie…
    Da donna mi interessava molto raccontare questa storia, il personaggio di Irene. Io ho quarant’anni e avrei voglia di fare un figlio, ma non mi è capitato e non so se mi capiterà, malgrado oggi le donne facciano figli sempre più tardi; molte di noi non si sentono complete se non con la maternità, altre, come il personaggio che ha interpretato in maniera fantastica Margherita, vivono bene la propria vita in ogni caso.

    Come hai scovato il personaggio particolarissimo che affidi alla Buy?
    Io sono alla mia quarta regia e sinceramente l’idea di raccontare un personaggio che non fosse stato rappresentato al cinema, almeno come protagonista, come il mio ‘mistery guest’ non era male.
    Devo ringraziare Francesca Marciano perché scriveva con me ed Ivan Cotroneo questo film ma l’idea di questa single senza figli che ormai è al 17% in Italia è venuta a lei.
    Abbiamo incontrato un ispettore vero ed abbiamo ambientato la storia in 7 reali alberghi sparsi per il mondo.

    Irene è una donna libera, emancipata, il tuo concetto di libertà?
    E’ senza dubbio il bene più prezioso poter decidere del proprio destino. Non sentirsi obbligati a dover scegliere per forza è una bella sensazione; quando si sceglie poi si fanno i conti solo con la prova coscienza.

    il personaggio di Irene sembra ritagliato sulla recitazione di Margherita, sembra quasi che in Italia avrebbe potuto realizzarlo solo lei il tuo film, non è vero?
    Io faccio la regista da tanto, da quanto avevo 28 anni, e almeno da 10 anni pensavo di fare un film con lei. Il mio secondo film era scritto per lei, purtroppo non lo abbiamo mai realizzato…
    Dieci anni dopo mi sono trovata ad offrirle un nuovo ruolo e per fortuna questa volta lei ha acettato ed il film si è fatto. Voglio ringraziarla perché io conosco gli attori, vengo da una famiglia di attori, ne conosco la psicologia, l’indole, ma il rapporto che abbiamo creato sul set ha permesso di creare un personaggio etereo, leggero ma allo stesso tempo malinconico il suo personaggio, che io avevo pensato esattamente così.

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    Chris Sanders, dal Re Leone ai cavernicoli Croods

    Ecco Chris Sanders – un aficionado dell’animazione classica e di storie che hanno fatto sognare, commuovere e sorridere come Il re leone, La bella e la bestia o Lilo&Stitch – a Roma per presentare, dopo la trasferta berlinese, la sua nuova creatura: I Croods, film d’animazione scritto e diretto insieme a Kirk De Micco, nelle sale italiane dal 21 marzo in ben 700 copie. Un’avventura preistorica che guarda, ma solo da lontano, a L’era glaciale e ai Flinstones per raccontare in maniera illuminata e con ironia l’evoluzione del genere umano.

    Molti credono che girare un film di animazione sia più semplice che realizzare un live action, perchè non ci sono limiti fisici su dove ad esempio posizionare la cinepresa, ma sappiamo che in fondo non è così. Quali sono le tue impressioni?
    Sono completamente d’accordo. Avere la possibilità illimitata di piazzare la macchina da presa dove ti pare, in realtà può anche farti correre il rischio di uscire fuori di testa e fare cose senza senso, perchè puoi metterla in troppi posti dove magari non serve.
    Abbiamo cercato quindi di dare a questo film un aspetto che fosse quanto più documentaristico possibile, come se stessimo usando una macchina a spalla o a mano.
    È sicuramente molto più difficile realizzare un film di animazione rispetto a uno con attori in carne e ossa, perchè in quel caso hai gli attori a disposizione sul set, ce li hai tutti insieme contemporaneamente. Invece con un lungomatraggio animato hai la macchina da presa, le voci, gli attori, le luci tutti in posti e momenti diversi; c’è molta ripetizione, ma adoro il fatto di avere possibilità infinite.

    Quando scrivi per i bambini ci sono dei limiti che pensi di non dover superare?
    In realtà no, perché con l’animazione puoi affrontare qualsiasi cosa tu voglia, devi solo stare attento a come racconti e come descrivi o parli di quello di cui vuoi parlare. Per noi è sempre stato importante non escludere nessuno e al tempo stesso non salire in cattedra, ovvero non parlare dall’alto in basso nei confornti di qualcuno, perché vogliamo che tutti vengano a vedere i nostri film e ne escano divertiti. Sono tanti gli ingrendienti presenti in film di questo genere: i bambini ad esempio noteranno alcuni aspetti e gli adulti ne percepiranno altri, ma tutti avranno visto lo stesso film e goduto di questa esperienza insieme.

    La saga de L’ era glaciale o i Flinstones di Hanna-Barbera sono stati un ostacolo o ti hanno costretto in qualche modo ad aggiustare il tiro per non cadere nel rischio di fare qualcosa di già visto?
    Abbiamo iniizato a lavorare all’idea di un film sui cavernicoli dove tutto il continente va in pezzi, moltissiimi anni fa, nel 2004; ma proprio mentre ci lavoravamo ecco che viene fuori il trailer de ‘L’era glaciale’ con il mondo appunto che si diseintegra. Ma cosa avremmo potuto fare? Ormai la strada era stata intrapresa, avevamo già cominiciato e non potevamo certo cambiare direzione o fermarci, è stata una di quelle coincidenze che purtroppo a volte si verificano. Qualcuno ad esempio ha notato che la nostra protagonista ha i capelli rossi e che ricorda molto la Merida di ‘Brave – Ribelle’, ma posso assicurare che non c’è stata mai nessuna contaminazione o interferneza.
    Mi piacciono tutti i film de ‘L’era glaciale’, sono in assoluto i piu divertenti e buffi, e adoro i loro personaggi; ma amo anche i Flinstones, certo rispetto a loro siamo stati più svantaggiati perchè gli Antenati hanno a disposizione la tecnologia a cui noi invece non abbiamo potuto fare riferimento. Sia gli Antenati sia L’era glaciale sono stati fonte di grande ispirazione.

    Hai nostalgia per l’animazione tradizionale?
    Adoro l’animazione classica in 2D e credo che comunque continui a esser assolutamente valida e forse più adatta per alcuni tipi di storie. Sia l’animazione tradizionale sia quella in CG hanno i loro punti di forza, io però continuo a disegnare, mi piace e lo faccio spesso a fine giornata o in un momento di pausa, perchè anche la CG parte dal disegno. I personaggi prendono vita da lì, dagli storyboard che hai preparato e mi piacerebbe, laddove trovassi il materiale giusto, continuare a lavorare con l’animazione classica.

    Emma Stone ha dichiarato che non si sarebbe mai aspettata di dover affrontare una performance così fisica. Come avete lavorato con il cast vocale? Quanto gli attori hanno contribuito alla caratterizzazione dei personaggi?
    La prima considerazione nella scelta di chi presterà la voce ai personaggi è il personaggio stesso. Nel caso di Emma Stone sin dall’inizio la sua voce aveva una tale qualità e una tale caratteristica, che sembrava incarnare molti dei tratti di Eep, la figlia. Quando scegli gli attori che doppieranno i protagonisti di una storia, in genere ti aspetti sempre che diano il proprio contributo e che aiutino a forgiare il personaggio per come verrà fuori. Ed è quello che è successo nella realizzazione de I Croods. Quando registravamo le voci usavamo due mini telecamere puntate sugli attori per riprendere le loro performance e eventualmente catturarne qualche movimento, perchè poteva capitare – e con la Stone si è verificato molto più che in qualsiasi altro film – che alcune espressioni facciali venissero rubate e utilizzate per il personaggio. Emma ha una mimica straordinaria, e con lei questo è successo spessissimo.
    Un’altra cosa molto bella è successa con Nicolas Cage quando Grug ha la crisi di mezza età: avevamo scritto tutte le battutte, ma non sapevamo come lui l’avrebbe interpretato. Cage è immediatamente entrato nel personaggio, in realtà è stata tutta una sua invenzione e ha fatto cose che poi hanno  determinato la scena del film. È entrato talmente tanto nel personaggio che abbiamo dovuto registrare le battute solo un paio di volte e da lì abbiamo preso spunto per creare le scena. Partiamo sempre dalla voce.

    Pensi di tornare a doppiare qualcuno dopo Stitch e Laccio?
    Non sono cose che programmi, con Laccio è capitato come con Stitch. Laccio non doveva essere un personaggio animato all’inizio, ma solo parte del costume di Guy; invece andando avanti abbiamo cominciato a pensare che poteva chiudere un occhio o sorridere, per far capire che non era proprio morto e alla fine ha preso vita. Man mano che cresceva aumentava anche la sua parte di recitazione.

    La figura di Grug è primitiva per eccellenza, come se appartenesse a un altro tipo di razza che poi incontra l’evoluzione umana. È stata una scelta consapevole sin dall’inizio?
    Sì, è stato tutto assolutamente intenzionale. Grug è stato progettato per essere molto più simile e vicino ad un gorilla rispetto a Guy, che invece rappresenta l’Homo Sapiens concentrato sull’intelletto. È stato fatto per mostrare che ci sono diversi tipi di esseri umani: i Croods hanno dentro di sè molto più caverna e molto meno uomo.

    Che ruolo ha avuto la musica?
    La musica è la mia arma segreta, ho imparato da Alan Silvestri che è estremamanete importante, è quella che dal punto di vista della storia si occupa del sollevamente pesi. Quando le parole non sono sifficienti interviene la musica: l’ho imparato con lui dai tempi di ‘Lilo&Stitch’ e da allora l’ho utlizzata, in particolare in questo film, per dire qualcosa quando i personaggi smettono di parlare. C’è un momento, quello in cui tutta la famiglia sale su un albero e per la prima volta vede il cielo stellato, in cui i personaggi non parlano, ma lo fa la musica al loro posto. Avevo pensato quella scena così e l’avevo scritta esattamente in quel modo senza dialoghi, avevo previsto il momento musicale sin dalla  sceneggiatura.
    La musica sottolinea e marca un momento di cambiamento globale: da quel preciso istante in poi la storia prenderà un’ altra dimensione. Parimenti importante è la scena in cui Grug capisce e accetta l’idea che la sua famiglia non tornerà mai più nella caverna, anche lì la musica svolge un compito importantissimo.

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    Bentornato Riccardo Milani

    Dopo ‘Piano, solo’ e ‘Volare’ in tv, con Benvenuto Presidente! Riccardo Milani entra in Parlamento per mostrarci un Paese che sembra aver seguito le previsioni della sceneggiatura di questa favola comica ricca di ottimi comprimari.

    Il film perfetto in un momento così delicato, di rifiuto della politica…?
    Credo, da cittadino italiano, che la politica spesso serva a coprire delle responsabilità, generalmente personali. La cosidetta ‘antipolitica’ la respiro da quando sono bambino, e sono anni che sento parlare di governi incapaci… Credo anche che il nostro sia un Paese diviso in due tra chi fa politica – che è una conquista che va difesa – e chi parla senza saperne molto. Non sopporto sentire che i partiti sono tutti uguali, è qualcosa non vero, è antistorico.

    Viene il dubbio che sia un ‘instant movie’, tanto è legato – criticamente? – alla nostra attualità… come nel caso del riferimento al Papa…
    La scena sul Papa era stata girata ai primi di novembre, quindi ben prima che si potesse immaginare quel che è poi successo.
    Per il resto, come detto, sono argomenti che sento da sempre. Quando sento parlare di ventata di legalità sono contento, ma se si parla di ‘fetore di partiti’ e di ‘tutti a casa’ no. Credo che il marcio sia anche nell’economia, soprattutto nella politica economica, ma anche e non poco nella vita delle persone. Benvenuto Presidente è una comedia leggera e surreale, come è surreale la Storia di questo Paese.

    Possiamo parlare quindi a pieno titolo di Commedia all’italiana?
    Mi sembra una descrizione nobile. La Commedia all’italiana per me è stata una specie di libro di storia, mi ha aiutato a conoscere il Paese. Credo che il cinema debba fare questo. Le stesse commedie devono essere divertenti, ma non nascondere i vizi e le lacerazioni del Paese.

    Come vi è venuto in mente di rappresentare i ‘Poteri Forti’ con registi e giornalisti molto noti?
    E’ stata una idea mia. Anche se Lina Wertmuller me l’ha suggerita Kasia quando ho detto che volevo ci fosse una donna.
    Ho un grande senso di riconoscena verso alcuni di questi registi: Lina, Pupi, è stato un onore averli sul set. Io sono cresciuto con i loro film. Per me Pasqualino sette bellezze è un film enorme! Gli altri due (Steve Della Casa e Gianni Rondolino) erano personaggi diversi ma che mi faceva piacere ci fossero, anche se per aspetti diversi.

    Ultimamente il nostro cinema guarda spesso al Parlamento, spesso in maniera surreale… come mai, secondo te?
    Credo che questo film in realtà faccia lo sforzo di uscire dal Parlamento, come nel discorso finale del Presidente. E lo fa mostrando le tre famiglie ‘tipo’ che raccontiamo, e che osservano; sono loro quel che forse può caratterizzare il film, sono una sorta di sguardo sugli italiani, su alcune nostre banalità, luoghi comuni nei quali ci si rifugia. Il marcio, come dicevamo, è anche nelle abitudini quotidiane; credo sia fuori dal Parlamento piu che dentro di esso. Noi mostriamo l’esempio di una responsabilità, ma molte di queste sono anche nella vita quotidiana, in come educhiamo i nostri figli, per esempio… nella furbizia di cui siamo un po’ orgogliosi e che ci gratifica. E’ questo che spacca davvero in due il Paese, non politicamente, ma eticamente.

    Come ti sei trovato a dirigere attori che non sono esattamente avvezzi alla commedia?
    Mi piace dirigere attori con cui ho già lavorato o con i quali lavorerei volentieri, anche se hanno meno abitudine alla commedia rispetto ad altri. Ma è un motivo in più, perché mi piace cercare una sorta di ‘contromovimento’, anche nei singoli; dà una certa soddisfazione, come vedere Remo Gironi strafatto per le troppe canne o cose del genere… Sono situazioni nelle quali ci si diverte sul set. Spesso gli attori si lamentano, temono di perdere la credibilità accumulata in anni di lavoro. Ma anche questa è una piccola soddisfazione…

    In questa Italia divisa, qual è la parte ‘buona’?
    Emerge nelle famiglie che seguono la politica in televisione. Credo che rappresentino uno spartiacque. Sono spettatori distratti, che si sentono messi sotto accusa. Sono il simbolo di una Italia più disattenta, non so se peggiore, ma che certo punta il dito senza guardare alle proprie responsabilità. Trovo che non fosse necessario rappresentare visivamente ogni cosa, e in questo caso credo si noti che possono essere persone per bene, anche se colpevolmente distanti.

    Nel film vediamo che le soluzioni ai tanti problemi del Paese ci sono già… sei ottimista che qualcuno le realizzi anche nella realtà?
    Io spero si facciano, ma chissà… E’ significativo che la gente comune possa essere una forza positiva per il Paese. Che ci sia la possibilità di accadere e che accada. Almeno che questo sia possibile. Poi, certo, si entra nel campo delle previsioni… e lì mi faccio indietro e lascio il compito alla politica sana.

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    Francois Ozon, Vampiro Voyeur

    Da Potiche a Cannes, Francois Ozon, il cantore dell’amore e di tante grandi attrici francesi, in Nella casa sceglie di raccontare un ambiguo e contrastato rapporto tra due figure maschili (e non solo).

    Partiamo dalla fine, è soddisfatto del finale che ha dato a questo film? Ce n’erano altri?
    Capisco che possa essere frustrante per alcuni, dopo un’attesa di una “fine sorprendente e unica conclusione possibile a una storia” come viene detto nel film, al pari del fatto che “non si è mai soddisfatti del finale di una storia”. Sono io d’altronde a immergere lo spettatore nella storia e a creare l’aspettativa di un finale alla Michael Haneke in cui tutti muoiono e invece poi vado altrove.
    Io scelgo deliberatamente che sia il pubblico a decidere il finale, soprattutto di questa storia. Nella quale ho optato per un finale aperto che mostrasse quanto non fosse importate la conclusione in sé quanto piuttosto la relazione tra i due personaggi disadattati e mostrare la necessità della creazione narrativa per queste due solitudini.

    Questo era il senso della storia?
    Cerco di lasciare spazio all’immaginario del pubblico, per quanto siano spesso interpretazioni diverse dalla mia o dalla mia intenzione originaria è sempre interessante scoprirle.

    Però lo spunto viene da un testo esistente, o qualcos’altro l’ha ispirata?
    Ho bisogno di una realtà da mascherare, comunque una base documentale a partire dalla quale far lavorare la mia immaginazione. Questa deve essere nutrita da una ispirazione che venga da quel che vedo per strada, da una storia che mi raccontano, una notizia che sento, o dalla intimità altrui, come è Nella Casa. Poi la trasformo, modifico e arrangio…

    Di nuovo la Seigner al centro di un rapporto seduttivo, per questo ha dichiarato di non essersi riconosciuta nel suo personaggio?
    In realtà lei non si è piaciuta, perché si è trovata molto brutta. In passato avevamo avuto un progetto – simile a “Quell’estate del ’42” – nel quale avrebbe dovuto avere un’avventura con un amico di suo figlio, ma non trovai i soldi per realizzarlo. In questo caso, lontani da ogni perversione, è il giovane a essere pericoloso e seducente. Anzi, a lei vengono sempre proposti ruoli agressivi, anche sessualmente, ma qui io ho voluto mostrarla più tenera e materna.

    Come fosse una versione adulta del personaggio che aveva in Luna di fiele di Polanski?
    Non saprei, ma è particolare che anche Kristin Scott Thomas fosse in quel film con lei, e le due avevano persino una scena lesbica insieme. In questo film avevo pensato a una scena nella quale le due fossero insieme, durante l’inaugurazione della mostra nella Galleria, l’avevamo filmata, ma poi ho deciso di tagliarla al montaggio perché non mi pareva interessante.

    Resta comunque un film sulla seduzione?
    Parlerei più di manipolazione, mi pare un tema più evidente. Anche se lo stesso Claude seduce Esther. Ma resta intrappolato nel suo stesso tentativo di manipolazione per poter continuare la sua storia, si innamora e cade nella sua stessa trappola. E’ vero secondo me che ognuno di noi seduce per manipolare, per ottenere qualcosa.

    Un film anche ricco di riferimenti…
    Ho detto io espressamente a Lucchini e la Scott Thomas di riferirsi alla coppia Allen-Keaton, di tanti loro film, per creare la loro coppia nel film; ma un altro riferimento importante è quello a Hitchcock e alla sua teorizzazione della idea di suspanse e del ruolo dello spettatore nel film.

    Anche in Swimming Pool si parlava del rapporto tra uno scrittore e la sua creatura… un caso?
    Quello era più un film sull’ispirazione, su una scrittrice che aveva perso l’ispirazione. Qui è diverso, Claude ha molte fonti di ispirazione, il problema è semmai come raccontare la storia, che forma darle, di commedia, farsa, thriller, melodramma, come trattare i personaggi… Tutte opzioni che in Swimming Pool non c’erano. Lì Sarah Morton sapeva esattamente cosa fare, il problema era semmai far nascere un desiderio per mettere in pratica questa forma.

    Il prossimo film, alla vigilia di Cannes?
    Si intitola “Giovane e carina”, ed è già terminato. Domani sapermo se sarà al Festival di Cannes. Ma sono pessimista… Non avevano accettato Potiche, né questo Nella casa, per cui non vedo perché dovrebbero selezionare questo film su una giovane diciassettenne che scopre sua sessualità, con Marinne Vakt e Charlotte Rampling.

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    Benur, il Gladiatore di Massimo Andrei

    Dal teatro al cinema Benur diventa una commedia dai molteplici piani di lettura. Un buon film quello di Massimo Andrei, che omaggia la grande Commedia all’italiana


    Massimo Andrei un’impresa complicata affrontare un successo teatrale e trasferirlo al cinema, in un linguaggio totalmente diverso…

    Io volevo rappresentare la miseria umana ma lo volevo fare con una risata, una parolaccia, di petto. Mi ricordava una certa grande commedia all’italiana che sapeva ridere sulle nostre disgrazie, sulle miserie di una società che si guardava per cambiare, per correggere certe aberrazioni. Vorrei ringraziare gli attori, i produttori, Il nostro montatore Claudio Di Mauro, che ha creato tante straordinarie commedie di successo e infine ma non certo per ultimo il Maestro Nicola Piovani che ci ha regalato attimi della sua poesia.
    Detto questo io sono arrivato con una sceneggiatura già’ esistente. Ovviamente ci abbiamo ragionato molto perché tra teatro e cinema il passo e’ grande. Abbiamo sfondato una parete e siamo arrivati al Colosseo….

    Gianni Clementi come ti senti ora che la tua commedia arriva al sul grande schermo?
    La ricostruzione di massimo e molto fedele e lo ‘sfondamento’ di quel muro era necessario, anche se non sapevamo come sarebbe stato possibile ambientare il film in un luogo simbolico. Da questo punto di vista c’è stato un impegno produttivo notevolissimo. Poi quando sai di poter avere quella location adattare la sceneggiatura e’ stato molto semplice…

    Un finale diverso, consolatorio, o forse e’ solo un sogno?
    Un Colosseo può essere anche un monumento ‘pesante’ da sopportare. Un peso incredibile per un italiano che lavora, che non Sto arrivando! Bene ogni giorno come farà ad andare avanti… Poi il monumento e’ da sempre un simbolo, pure il grande Alberto Sordi ci salì per gridare il suo disagio… Bisogna guardare il film per farsi un’idea naturalmente.

    Elisabetta, da attrice cosa ci racconti su questo esperimento teatral-cinematografico?
    A volte e’ stato mentalmente difficile riportare quel pathos teatrale al cinema, perché quello dovevamo fare per avere un risultato soddisfacente dopo circa 300 repliche. Ormai con Nicola e Paolo siamo fratelli, ci capiamo senza parlare, basta uno sguardo. Credo che rarissimamente sia capitato ad un cast di avere quella preparazione alle spalle prima di girare.

    Paolo Triestino, la tua personale esperienza sul set di Benur?
    Abbiamo battagliato molto anche sulla trasposizione teatrale. Ci eravamo affezionati, e’ naturale. Pensate cosa e’ stato recitarla al teatro romano di Ostia Antica… Però il cinema richiedeva una trasformazione e per me da attore e’ stata una sfida che spero di aver vinto.

    Nicola Pistoia, da romano de Roma, un film che hai sentito, come e più di altri…
    Non sapevo bene come avremmo amalgamato quegli interni rodati in teatro, amalgamati con gli esterni potenti di cui abbiamo parlato. Poi si dice sempre che noi attori pagheremmo chi sa cosa, pur di stare in platea a vedervi recitare… Ecco stavolta bastano 7 euro! Poi si c’è tanta Roma, in cui siamo tutti sulla stessa barca, romani e migranti. Tor Sapienza non la conoscevo, se ci passi ci vai di corsa, non ti fermi, hai paura di lasciare la macchina per paura che te la rubino. Ed invece ho visto una gentilezza, una umanità, una dignità di chi ha poco e ti mette a disposizione la sua casa per farti fare un film, che confesso mi ha fatto un po’ vergognare delle mie paure.

    Gianni questo e’ un film che contiene tanta umanità, tanta sofferenza, tanto lavoro ed esce in sala il primo di maggio non a caso…
    Assolutamente no, ovviamente. Una sera osservavo dei ‘centurioni che su un autobus tornavano a casa dopo una giornata d’estate passata al lavoro ai Fori Imperiali. Questa scena si impresse nella mia memoria come la notizia che lessi di un povero immigrato morto di fatica su un campo di pomodori in Campania e abbandonato a qualche chilometro da un caporale senza scrupoli. Queste due immagini sono diventate una commedia dolce amara, dal titolo Benur, che certamente non accasato arriva in sala il Primo Maggio.

    Elisabetta, tu hai un aneddoto particolare che è’ precedente alle riprese, addirittura precedente al tuo provino teatrale, c’è lo racconti?
    Stavo girando per Uno Mattina delle mini fiction sul mondo del lavoro ed avevo incontrato questa storia, davvero molto simile, nella dura realtà. Questo mi successe alcuni mesi prima di fare il provino, questo spiega tante cose…

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    Luca Zingaretti e il suo nuovo Montalbano

    L’attore torna a calarsi nei panni e nella vita del Commissario siciliano creato da Andrea Camilleri in quattro nuovi casi, con Luca Zingaretti parliamo di una esperienza che conosce, ma che è sempre nuova. E che quest’anno sembra avere qualcosa in più…

    Dopo tanti anni, è davvero possibile trovare una caratteristica inedita per una serie tanto amata?
    Mi pare ci sia una attenzione nuova, diversa. Prima il fatto che i nostri film andassero bene era considerata una costante, ma non è certo un frutto del caso. Chi partecipa a queste avventure lo fa per convinzione, e per voglia, più che per dei contratti. Lo facciamo molto anche per amicizia. Spesso l’unico modo per conservare una tigna, come si dice a Roma, nel fare le cose fatte bene.
    Sono felice di esser tornato a vestire i panni di Montalbano in questi quattro film; film che ho visto con grande piacere perché sono riusciti a rispettare le nostre aspettative, le mie in primis, che sono sempre altissime. Grazie a amici, nuovi e vecchi, siamo riusciti a fare delle cose davvero ‘Belle’ e spero che dal punto di vista dell’audience ci sia lo stesso risultato delle puntate precedenti.

    Si è pescato nella cronaca per rinnovarsi? O c’è qualcosa di più personale…?
    Cosa fanno i grandi giallisti? Raccontano il tempo in cui sono ambientate le loro storie, il momento storico di quel Paese. In questo senso le costanti di questi racconti di Camillleri sono nei personaggi e nelle situazioni, e nel misurarsi di quelli con situazioni nuove. Si respira una atmosfera più cupa, che forse è quella che si vive ora in Italia con la crisi economica, le industrie che chiudono e la gente che non se la passa tanto bene.
    Forse, l’unica cosa, dove avverto un cambiamento, che c’è da qualche storia, è che mi pare che Montalbano sia diventato più birichino con le presenze femminili, una cosa che ci ha attirato anche qualche brontolio da parte del pubblico femminile.

    Iniziano a lamentare i segni di una crisi ‘matura’? Perché questi tradimenti secondo te?
    Sicuramente per ribadire che è sempre un maschio Alpha. Ma io ho venti anni meno di lui, spero di avere tempo prima di dover parlare di rischi di crisi di mezza età.

    Da Montalbano e da attore, non temi che ritorni come questo possano creare un problema di sovraesposizione?
    A suo tempo ebbi in effetti dei malumori per le tante repliche; avevamo stabilito una strategia promozionale, col produttore, che prevedeva di farne due, al massimo quattro, ogni due anni, perché si potesse sedimentare il prodotto. Poi invece la rai ha fatto sì che le repliche andassero in onda in maniera diversa. All’epoca rinunciai a un contratto importante – dal punto di vista economico – anche per avere maggiore controllo su questo aspetto. Temevo si rischiasse di usurare il prodotto; e invece oggi siamo qui a fare conti con risultati inspiegabili, con repliche che han fatto ascolti più alti delle prime visioni…

    Una volta di più, quindi, cosa ti lascia Montalbano?
    Una sensazione che non c’entra niente: una grande dolcezza. Saranno i posti dove andiamo, la piacevolezza nel girarlo, o forse i colleghi con cui mi trovo da tanti anni e i nuovi che vengono a recitare in una famiglia che si conosce da anni.

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    Riccobono e Lodovini, non solo belle in Passione sinistra

    Eva Riccobono e Valentina Lodovini, due bellissime e divertenti protagoniste di ‘Passione sinistra’, ci raccontano le loro protagoniste in un’Italia sempre più allo sbaraglio…

    Eva quanto è difficile recitare la parte della bionda completamente svampita?
    E’ difficile ma divertente. Perché hai la possibilità di tornare ad essere bambina, frivola dire quello che ti pare senza freni. I ruoli più distanti da te sono quelli che ti gratificano di più, devi inventare una personalità che non ti appartiene. In america hanno creato stelle ed incassi fantastici, in Italia non so perché fanno paura.

    Eppure sei quella che tra tutti i caratteri che vediamo nel film dice le verità più condivisibili
    Si perché è il personaggio meno costruito, il più spontaneo, che ha meno preconcetti. Essere di destra ti obbliga ad avere dei comportamenti, idem se sei di sinistra. E’ la nostra società e lei invece riesce ad essere se stessa e si vuole un gran bene.

    Abbiamo parlato di Simonetta, la tua protagonista, Eva invece come vede la realtà che ci circonda, come reagisce alle prime pagine dei giornali che legge al mattino?
    Sono profondamente imbarazzata, disgustata sinceramente. Sono stata sempre una grande sostenitrice dell’Italia nel periodo in cui per il mio mestiere di modella ero in America. Sono sempre voluta tornare, amando il mio Paese, che mi mancava. Proprio viaggiando in tutto il Mondo ho capito che meglio dell’Italia non c’è. Il problema dell’Italia sono gli italiani, un popolo chenon si ama. Noi preferiamo sempre l’erba del vicino, sempre più verde; abbiamo dimenticato quanto sia bella la nostra patria e non la rispettiamo più…

    Valentina, credi di assomigliare alla tua protagonista, ecologista e politicamente impegnata?
    Guarda in effetti no, io e Nina non abbiamo assolutamente nulla in comune, comunque è stato molto bello interpretarla. Siamo distantissime, lei è idealista e come gli idealisti spesso si fa travolgere dalla realtà, io sono molto più pragmatica. Io credo, spero, mi auguro, ci provo… ad essere coerente; Nina non si pone molto il problema di essere coerente, crede e basta. In questo dico che siamo distanti.

    Eva Riccobono si dice ‘disgustata’, tu invece come ti rapporti alle prime pagine dei giornali italiani?
    Da cittadina sono molto molto preoccupata. Mi rendo conto che stiamo vivendo il periodo più nero dal dopoguerra e c’è davvero poco da scherzare. Nina si racconta con leggerezza perché la sua vicenda è inquadrata nell’ambito della commedia. Ecco forse se mi chiedi di cercare un punto di contatto tra Nina e Valentina posso inquadrarlo nella confusione che entrambe ci troviamo ad affrontare. Le paure sono probabilmente le stesse, il modo di affrontarle è però profondamente diverso.

    La crisi quanto e come incide sul meraviglioso mondo dello spettacolo?
    Tanto, come in tutti gli altri settori, non è che poi siamo dei privilegiati inaccessibili. Io personalmente mi sento fortunata perché ho lavorato ed in questo momento sto lavorando tanto, però si produce molto meno e si può tranquillamente parlare di disoccupazione anche tra gli attori.
    La cultura nel nostro Paese sono molti anni che non riceve il giusto sostegno. Figuriamoci adesso che ci sono problemi molto, molto più seri. Se eravamo l’ultima ruota del carro adesso cosa siamo diventati…?

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    Diane Fleri: “Anch’io sono stata come Nina”

    Diane Fleri, già protagonista di Mio fratello è figlio unico e Solo un Padre, ci racconta la sua intensa interpretazione in Nina, esordio alla regia per Elisa Fuksas.

    Diane, come hai incontrato questo personaggio, che ti ha impegnata al di la’ del tuo lavoro, sfiorando la tuia sfera personale?
    Io sono stata molto coinvolta da questo film. Il caso ha voluto che mentre giravamo Nina stessi attraversando un periodo molto critico a livello personale, di passaggio, di svolta, pieno di paure; mi stavo rimettendo in discussione. Credo che capiti a molti di svegliarsi un giorno e non riuscire a ‘sentirsi’, a capire bene chi si è, chi si vuol essere, e questa è proprio Nina.

    Immedesimazione totale con il personaggio dunque?

    Con le dovute differenze, certo, ma quel che voglio raccontare è che ho portato al personaggio di Nina certe inquietudini mie personali, mischiandole con quelle che la regista aveva già scritto per lei. Si può dire che si tratti del perfetto incontro tra due inquietudini. Poi il resto lo fanno la straordinaria fotografia, le musiche, i colori, il nostro lavoro. Tutto questo oggi è un film. Solo oggi riesco a vederlo lucidamente per quello che è; fin ora lo avevo vissuto troppo internamente.

    Diane, chi è la tua Nina?
    Nina è una ragazza che semplicemente ha una grande difficoltà ad accettarsi. Non sapere come affrontare delle scelte è lo specchio dell’incapacità di farsi delle domande. No sa prendere una sua strada, ad innamorarsi, a scegliere un lavoro, una casa. Sembra tutto molto metaforico, invece stiamo parlando del quotidiano, in cui Nina è completamente persa in questa nuvola tutta sua. E’ in un mondo onirico dove tutte le domande possono rimanere sospese in attesa di u futuro che non arriva mai.

    Non vuole crescere la tua Nina?
    Probabilmente si, infatti la sola figura che riesce davvero ad interagire con lei nel film è un bambino, che pero sembra più un fratello maggiore, perché è l’unico a dirle la verità dritta in faccia, come solo i bambini a volte sanno fare.

    Il fascino del film di Elisa Fuksas risiede nella cura maniacale dell’immagine, ci spieghi come ci avete lavorato?
    Qui Elisa è stata davvero bravissima. Il film è girato a Roma, all’Eur, in un’estate spettrale, priva di passanti, in cui lei si aggira in un modo quasi completamente autosufficiente. Il film esprime esternamente ciò che lei vive internamente e quindi questo vuoto pneumatico che noi vediamo, le strade e i viali deserti, sono il vuoto che vive lei, nonostante abbia la giornata piena d’impegni che le permettono di aspettare ancora…

    Cosa ti ha convinta maggiormente in questo tuo nuovo lavoro?
    E’ stato interessante per me lavorare su un personaggio che è uno spettatore piuttosto che un protagonista. Il lavoro si è basato prevalentemente sull’ascolto, sulle ripercussioni che aveva l’ambiente esterno su di me, sul mio corpo, sul mio viso. Ci sono dei momenti in questo mio ruolo per i quali Elisa mi ha chiesto semplicemente di essere inquadrata e di ascoltare, senza parlare. A volte evocava ricordi, emozioni e chiedeva di interagire con essi, senza parlare, mentre lei riprendeva delle mie emozioni che poi ha sapientemente usato per costruire il suo film. Sembra facile, ma invece non lo è, anche perché lei è molto sensibile e molto determinata, sul set la chiamavamo Il Presidente!

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