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    Sergio Rubini, così ‘mi rifaccio vivo’

    Un film sulla pacificazione, in linea con governissimi e larghe intese tanto per rimanere ancorati alla realtà dei nostri giorni. Un film che invita a deporre le armi, girato ormai un anno e mezzo fa, ma che alla luce dei recenti fatti politici si rivela precursore dei tempi, almeno nel ritratto di certe dinamiche comportamentali. Per il suo ritorno alla regia dopo L’uomo nero, Sergio Rubini punta su una commedia, Mi rifaccio vivo, a suo dire un cinema “meno voyeuristico”, ma forse più incline ad assumersi delle responsabilità. Distribuito da 01 Distribution a partire dal 9 maggio in 350 sale, il film rinnova vecchi sodalizi come quello con Margherita Buy, Valentina Cervi e Emilio Solfrizzi, e getta le basi per crearne di nuovi (Neri Marcorè, Lillo, Enzo Iacchetti). 

    È il tuo undicesimo film, un ritorno alla commedia dove esprimi l’idea che l’erba del vicino non è sempre così verde. Ma da dove nasce l’idea di “Mi rifaccio vivo”?
    Volevo fare un film sulla pacificazione, sul concetto di deporre le armi, oserei dire che è un film molto in linea con i governissimi.
    Credo che sia arrivato il momento di fermare i conflitti e arrendersi al pensiero che il nemico va conosciuto prima e sconfitto poi attraverso la conoscenza; bisogna capire che il nemico fa paura finché non lo conosciamo e che l’erba del vicino sembra più verde perché non viviamo a casa sua. Una volta entrati nella sua realtà è facile rendersi conto che il vicino è un essere umano come noi, e in quel preciso istante viene disattivato. Il film in questo senso ha un finale positivo, all’inizio della mia carriera non amavo l’happy ending perché pensavo che un cinema di qualità dovesse avere un finale sospeso; oggi invece credo che il lieto fine sia l’indicazione di un percorso. È semplicemente un cinema meno voyeuristico e capace di suggerire una strada assumendosene le responsabilità. La commedia era l’unico genere possibile per affrontare questo argomento; l’antagonismo femminile – che avevo già affrontato in “L’anima gemella” – è in genere più nero, ha degli aspetti anche più ancestrali mentre l’antagonismo maschile fa ridere: i due protagonisti sono galli che si azzuffano.
    “Mi rifaccio vivo” ha molti elementi da commedia slapstick e punta su una comicità molto fisica.
    Sono partito da Emilio; conosco l’altra sua faccia e sapevo che sa essere fisico, sa come cadere, sa inciampare, sa sbattere il grugno come i comici di una volta che erano grandi cascatori, così sono andato a scovare l’antagonista tra i suoi amici e sono arrivato a Neri Marcoré e a Lillo. Con i comici non avevo mai lavorato: si dice che siano affetti da protagonismo e che ti rubino la scena, invece si sono dimostrate delle persone molto piacevoli e in grado di sostenermi anche nei momenti più complicati. Anche per la scelta delle attrici sono partito da un’idea molto chiara, quella cioè che le donne dovessero essere nevrotiche e così ho scelto Margherita e Valentina. Volevo contrapporre poi a questa femminilità compulsiva e agitata, una più leggere e compiuta e Vanessa mi sembrava l’ attrice giusta per incarnare questo tipo di femminilità.

    Un film ‘in linea con i governissimi’, ma anche con te.  Sei giunto a un momento di svolta?
    Venivo da un film su un antagonismo non sanato e forse avevo bisogno tornare a essere uno.
    L’idea di base è  ‘conosci il tuo nemico’, perché quella di conoscere l’altro è una grande  opportunità. È il tema della contemporaneità, viviamo in un momento in cui non si devono tirare su recinti ma è necessario buttarli giù e arrendersi al fatto che l’altro vada conosciuto; perché gli antagonismi alla fine logorano. Deporre le armi significa aiutare il dialogo senza arroccamenti ideologici, costruire roccaforti è un atteggiamento che appartiene al passato.

    Dicevi di un cinema capace di disinnescare i conflitti, ma avete scelto anche una componente fantastica. Quando avete pensato che questa potesse essere la chiave del vostro racconto?
    Da subito. Tutto nasce dall’idea di raccontare e mettere in scena la seconda possibilità. Il cinema poi ha il compito di raccontare la realtà attraverso delle metafore anche fantastiche; è un film con l’impianto della commedia sofisticata che fa il verso a quella francese e al vaudeville. Il cinema deve poter raccontare ciò che sfugge al primo sguardo; in questo senso “Mi rifaccio vivo” è una grande epifania.

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    Effetti collaterali: l’ultimo atto di Steven Soderbergh

    Sarà il suo ultimo film prima di prendersi una pausa da Hollywood che lo porterà a dedicarsi al teatro. E per il suo addio alle scene Steven Soderbergh ha scelto lo scorso Festival di Berlino: il suo ultimo atto presentato qualche mese fa alla Berlinale si chiama Effetti Collaterali, thriller piscologico di ispirazione palesemente hitchcockiana, nelle nostre sale dal 1 maggio. Ancora un film denuncia come già era successo con Traffic, ma questa volta il regista di Atlanta di nuovo in tandem con lo sceneggiatore Scott Z. Burns, punta il dito contro le case farmaceutiche e l’abuso di sostanze per un’illusoria felicità. E gli effetti collaterali sono inaspettati.

    Quando avete iniziato a pensare al film?
    Scott Z. Burns: Avevo cominciato a fare delle ricerche sull’argomento già dieci anni fa mentre lavoravo a un film per tv. E’ stata una vera lotta trovare qualcuno che volesse salire a bordo del progetto, poi per fortuna venni a sapere che Steven voleva fare un thriller psicologico.

    Come ti senti a tornare a Berlino per la quinta volta?
    Steven Soderbergh: E’ il festival dove sono stato di più e venire qui mi fa sempre piacere.

    Punti il dito sull’ abuso di psicofarmaci e sulle case farmaceutiche. Qual è la situazione in America?
    S. Z. B.: Gli americani hanno una relazione molto complicata con questo tipo di farmaci e con le droghe in genere; c’è una grande proliferazione e la gente ne fa un uso diffuso. E’ un fenomeno sempre più esteso.

    È un thriller psicologico dove nulla è quello che sembra…
    S. Z. B.: Sì il film è strutturato in modo da sovverte tutte le aspettatative che le convenzioni imporrebbero e ribalta il punto di vista iniziale.

    Cosa ti ha attratto di questa storia?
    S. S.: Mi piaceva l’idea di fare un thriller prima della fine della mia carriera cinematografica e volevo che le poche cose che avrei fatto fossero divertenti da fare e da vedere.

    Ed è molto diverso dai suoi film precedenti…
    S. S.: Il mio approccio è stato,come mi succede spesso, quello di ditruggere tutti i miei film passati. Volevo fare qualcosa di pulito e semplice, senza extra.

    Come vi siete preparati a interpretare i vostri personaggi?
    Jude Law.: Avevamo una sceneggiatura magnifica e non c’erano dei piani precisi su cosa avremmo fatto. Ognuno ha lavorato separatamente al proprio personaggio giorno giorno senza conoscere il finale. Per il resto ho incontrato un sacco di pazienti e psicologi.

    Qual è stata la sfida più grande?
    Jude Law: Convincermi che sarei riuscito a interpretare questo personaggio in maniera autentica.

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    Michele Placido, dalla Francia col Polar

    Il Cecchino dovrebbe arrivare nelle nostre sale nella Primavera del 2013, ma Michele Placido già parla di prossimi progetti e suggerisce…
    Ancora un cattivo, ancora una regia, come mai in Francia?
    Essendo io un professionista, sono stato chiamato, molto semplicemente, da Fabio Conversi che dalla Francia distribuisce spesso film italiani e ha costruito questa operazione con una delle maggiori case di distribuzione, Canal Plus. Così stavolta ho girato un film del quale non ho scritto un rigo, nel bene o nel male. Tutto nasce dal successo avuto da Romanzo Criminale in Francia, ovviamente, successo che ha attratto anche attori come Auteil o Kassovitz, che ho trovato sul set, ma che ho diretto, questo sì, assolutamente in base alle mie sensazioni.
    Ma il contatto con i cugini è più ampio…
    Avevo altre propste da distributori francesi, ma ho scelto questo progetto che sentivo più vicino, e amavo. Anche per la memoria di certi autori e attori della mia giovinezza. Da Lino Ventura a Audiard padre o Alain Delon… riferimenti comuni, evidentemente, anche ai due giovani sceneggiatori, che hanno suggerito il mio nome e che erano sempre molto attenti sul set. Possiamo dire che il film è metà degli sceneggiatori e metà del regista, che poi deve adattarsi per rispettare le necessità produttive per le quali si viene scelti.
    C’è una morale nel film? Come dicevamo, non sarà un caso se i cattivi sono sempre così centrali nei suoi film…
    In questo caso, un po’ era tutto scritto già nella sceneggiatura. Ma, in fondo, il tema ha radici antiche… In questo momento io sto facendo Re Lear a teatro, e anche lì la parte oscura dell’uomo viene fuori, soprattutto in alcuni personaggi, che starebbero benissimo in un film di Tarantino, come Edmond o le figlie.
    Noi vogliamo cercare i buoni, mantenere la speranza, ma in un Polar forse si è più aderenti alla realtà che nella commedia, che non la rispecchia… basta guardare il mondo per vederlo.
    Io personalmente mi trovo bene con questa tipologia di film; particolarmente in questo caso, in cui – più che parlare di morale o di aspetti politici – ho trovato interessante il tema degli ex militari francesi e occidentali che tornati dalle zone di guerra finiscono con il diventare rapinatori…
    Si trova bene a fare il regista migrante? O è solo verso la Francia…?
    L’Italia, negli ultimi anni è stata teatro di grandi storie, molto interessanti, soprattutto se pensiamo alla cronaca giudiziaria e politica e ai collegamenti tra stato e mafia; temi dei quali non si vede abbastanza nel nostro cinema. E invece dovrebbe essere quasi un dovere per noi. Se partisse un progetto così, io e tanti altri italiani ci metteremmo volentieri in gioco. ma sembra esserci una sorta di autocensura dalle nostre parti. Se ci si desse la possibilità, io resterei molto volentieri qui a lavorare. Magari, senza essere timidi e parlando chiaro, su un film su dell’Utri, che negli Usa avrebbero già fatto. Credo sarebbe un soggetto interessante, lui come altri messi sotto osservazione da qualche anno e arrivati tanto a sedere in Parlamento quanto a essere tacciati di disonestà, a prescindere dalle colpe, ma in quanto personaggio, anche per esplorare le motivazioni che l’anno messo sotto i riflettori e portato all’attenzione dei giudici.
    Più in generale, è attraverso la cultura che va fatta questa analisi, proprio per non restare nell’ambiguità. Per dare un segnale, etico, civile, per mostrare la voglia di ricominciare e per dare un segnale ai giovani.
    E invece cosa farà ora?
    Una storia d’amore, tratta da un testo teatrale del 1916 di Pirandello. La storia dell’amore tra una maestra del conservatorio e un signore che lavora in un negozio di alimentari, di delicatessen, ma una vicenda comunque con una sua violenza di base, proprio per il lato oscuro della donna, che dopo esser stata violentata scopre di essere incinta e, nel suo delirio femminile, decide di tenere il bambino e farlo accettare al marito. Dovrebbe essere ambientato in una città francese, forse a Lione – che amo, ha una gastronomia eccezionale ed è una città molto colta – ma comunque in Francia, dove ci sono più soldi. Io sarò solo regista, ma la produzione ha chiesto la Bejo come attrice… Speriamo.
    Mi piacerebbe però realizzare in francia anche del cinema italiano; lì sono molto attenti al nostro cinema, a quello di Garrone, di Moretti, di Sorrentino. Perché non iniziare a programmare una cinematografia italo-francese? Prendetelo come un invito, da parte mia…

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    Ivan Cotroneo e le mamme imperfette

    Ivan Cotroneo porta sul web le sue Mamme Imperfette per una prima visione su Corriere.it della nuova serie del regista di La kryptonite nella borsa, in replica a settembre su Rai2.

    29 giorni di riprese per 220 minuti finali di montato divisi in più di 450 scene. Tutto girato a Roma, e dal vero, come si vede sin dai primi episodi dalla forte impronta realistica; mantenuta grazie a set veri – le case dei personaggi sono vere case, abitate – e nonostante una ricerca creativa costante.

    Una serie dal format molto innovativo, che hai voluto presentare in anteprima al Centro Sperimentale di Cinematografia… Un omaggio o una intenzione anche didattica?
    E’ la casa che ha cambiato la mia vita. Era dal 1992 che non ci tornavo e sono emozionato come fossi di nuovo a scuola. Come quando venni da Napoli per studiare cinema con la passione e la volontà di fare lo sceneggiatore. E’ stata davvero la casa che mi ha permesso di fare il lavoro che mi piace per vivere.
    Mi piaceva l’idea di parlare di quello che abbiamo fatto insieme, anche perché proprio in questa serie c’è stata quella stessa solidarietà e unione, grazie alla generosità, umana oltre che professionale, delle persone che l’hanno realizzata con me.

    Compresi gli interpreti? Come hai scelto Lucia, la protagonista, e le sue amiche?
    Tutto parte da un lavoro di sceneggiatura abbastanza approfondito. Abbiamo incontrato tanti attori, e attrici, ma con una serie come questa che gioca tanto sull’identificazione con i personaggi, avevo un po’ di scrupolo a lavorare con attori ultrapopolari. Ne abbiamo visti tanti, e ho potuto incontrare attori che non avevo mai visto. E’ stato entusiasmante. Anche se poi i ruoli sono diventati improvvisamente pochi e tanti di quelli che avevo incontrato non ho potuto usarli.
    In compenso, molti di loro li ho incontrati quando ancora non avevo terminato la fase di scrittura delle varie puntate e cos’, conoscendoli, ho potuto modellare i personaggi non tanto sulle loro caratteristiche, quanto piuttosto su quello che loro potevano portare.

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  • Violante Placido, il lato oscuro de Il Cecchino

    Violante Placido interpreta una donna predestinata, a una vita dura, alla sofferenza. E’ una donna della mala, ma splendida…
    Che effetto fa vivere l’esperienza di un Polar?
    Non so, io mi sono solo calata nel mio personaggio, non ho fatto altro; per una commedia magari avrei toccato corde diverse. Ma qui ho cercato di dare verità al personaggio e di renderne l’intensità. Spero di esser riuscita a fare in modo che, anche se non vista, sia come se lei fosse sempre presente nel film; una Penelope del gangster che, pur lacerata, vorrebe tanto cambiare vita.

    In Italia non c’è una grande tradizione, pensi che andranno in molti al cinema per vederlo?
    Il problema è che dovebbero costare meno i biglietti, perché la gente potesse andare di più al cinema, a vedere non solo commedie. Se fosse più accessibile le persone proverebbero a scoprire anche il cinema che tendono a scegliere meno.

    Un cast francese di grandissimo spessore, ma anche lo stesso tuo padre… tutte persone da cui imparare molto; l’hai fatto?
    Mi son ritrovata sul set con Luca e mio padre, per la seconda volta. E’ stato un film al maschile, con pochi personaggi femminili, minori, e che vivono attraverso scene molto intense oltre che violente.Per me è stato bellissimo avere la possibilità di confrontarmi con il cinema francese e con un’altra lingua. Tutti gli attori sono stati straordinari, tanto che anche attraverso poche scene mi è rimasto qualcosa di mostro costruttivo dentro. In particolare è stato molto intenso lavorare con Kassovitz, che ha un approccio molto istintivo, sanguigno, come abbiamo anche io e mio padre. Il problema, semmai, almeno con mio padre, è che spesso sembra che stiamo litigando, a cena, sul set… Con lui il processo creativo è sempre un terremoto, ma questo non mi spaventa.
    Auteil invece è un grandissimo attore, tanto quanto serafico… emana una forza magnetica sul set.

    Un personaggio che fa scelte difficili, come te?
    Il pubblico vuole sempre vedere cosa non sei in grado di tenere a bada, proprio per emozionarsi. Vuole vedere lo sporco sotto al tappeto. Quello deve essere il punto di partenza per raccontare qualcosa che possa meritare attenzione. Nel caso del mio personaggio, si tratta di una donna con un lato oscuro, per forza, visto che è una di quelle donne che trovano quel tipo di uomo, ma poi vogliono cambiare.

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  • Lu Chuan e Qin Lan presentano The Last Supper

    Alla proiezione del film The Last Supper, durante la terza serata del Far East Fil Festival, erano presenti anche il regista LU Chuan e l’attrice protagonista, nonché sua compagna, Qin Lan, i quali hanno raccontato brevemente il loro nuovo film.
    The Last Supper è un film storico che racconta la storia del fondatore della dinastia Han, Liu Bang e di come riuscì a diventare, da semplice contadino a Imperatore.
    LU Chuan, perché ha voluto raccontare questa storia?
    Tante cose si sono dette riguardo al primo imperatore Liu Bang, ma sicuramente la storia dell’episodio conosciuto come “Banchetto della Porta Hong” è quello più interessante, perché è da quel punto che è nato tutto, è quel momento che ha permesso a Liu Bang di diventare imperatore, lui che era solo un contadino. E poi perché la storia di come una persona semplice, coraggiosa e valorosa è riuscita ad arrivare così in alto in breve tempo, è riuscito a diventare imperatore; è una storia affascinante, perché in fondo tutti, vogliono diventare imperatori.
    Qin Lan com’è stato lavorare con LU Chuan, che oltre a essere un grande regista, in questo caso è anche il suo compagno nella vita reale?
    E’ stato molto difficile e faticoso: in questo film io interpreto la moglie dell’imperatore e per quasi tutto il film ho dovuto quindi prendere le parti di una persona anziana. Il lavoro è stato molto impegnativo e lui mi sgridava spesso perché non ero abbastanza brava, e io ovviamente non ero d’accordo, ma lui è il regista, quindi durante il lavoro io ascolto lui, ma nella vita lui ascolta me. E’ stato molto difficile interpretare il ruolo di una persona così anziana, ma lo ringrazio molto di avermi dato qusta possibilità.

    Antonella Ravaglia

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    Maria Sole Tognazzi viaggia in ottima compagnia…

    Maria Sole Tognazzi dirige una Margherita Buy straordinariamente in parte in ‘ Viaggio sola’, leggero e divertente ma non senza un tocco di riflessione profonda sulla nostra società osservata con gli occhi di una donna libera.

    Maria Sole, quando hai pensato di raccontare un personaggio così particolare?
    E’ nato con il proposito di raccontare una cosa che esiste ma si vede poco sugli schermi; raccontare cioè una donna che non è in carriera, non rinuncia alla sua vita per il lavoro, non è problematica.
    La mi protagonista ha semplicemente un lavoro che le piace, fa l’ispettore per una catena che certifica solo alberghi a 5 stelle, è sola, senza famiglia, senza figli, ma non per questo non accetta la vita per quello che le offre.

    Fai anche riflettere sul fatto che la società giudica però una persona come Margherita come sola…
    E’ esattamente quello che volevo raccontare. Il fatto che lei viva serena la sua vita non corrisponde alla percezione che il mondo ha di lei, semplicemente perché non è mamma e non è moglie…
    Da donna mi interessava molto raccontare questa storia, il personaggio di Irene. Io ho quarant’anni e avrei voglia di fare un figlio, ma non mi è capitato e non so se mi capiterà, malgrado oggi le donne facciano figli sempre più tardi; molte di noi non si sentono complete se non con la maternità, altre, come il personaggio che ha interpretato in maniera fantastica Margherita, vivono bene la propria vita in ogni caso.

    Come hai scovato il personaggio particolarissimo che affidi alla Buy?
    Io sono alla mia quarta regia e sinceramente l’idea di raccontare un personaggio che non fosse stato rappresentato al cinema, almeno come protagonista, come il mio ‘mistery guest’ non era male.
    Devo ringraziare Francesca Marciano perché scriveva con me ed Ivan Cotroneo questo film ma l’idea di questa single senza figli che ormai è al 17% in Italia è venuta a lei.
    Abbiamo incontrato un ispettore vero ed abbiamo ambientato la storia in 7 reali alberghi sparsi per il mondo.

    Irene è una donna libera, emancipata, il tuo concetto di libertà?
    E’ senza dubbio il bene più prezioso poter decidere del proprio destino. Non sentirsi obbligati a dover scegliere per forza è una bella sensazione; quando si sceglie poi si fanno i conti solo con la prova coscienza.

    il personaggio di Irene sembra ritagliato sulla recitazione di Margherita, sembra quasi che in Italia avrebbe potuto realizzarlo solo lei il tuo film, non è vero?
    Io faccio la regista da tanto, da quanto avevo 28 anni, e almeno da 10 anni pensavo di fare un film con lei. Il mio secondo film era scritto per lei, purtroppo non lo abbiamo mai realizzato…
    Dieci anni dopo mi sono trovata ad offrirle un nuovo ruolo e per fortuna questa volta lei ha acettato ed il film si è fatto. Voglio ringraziarla perché io conosco gli attori, vengo da una famiglia di attori, ne conosco la psicologia, l’indole, ma il rapporto che abbiamo creato sul set ha permesso di creare un personaggio etereo, leggero ma allo stesso tempo malinconico il suo personaggio, che io avevo pensato esattamente così.

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    Chris Sanders, dal Re Leone ai cavernicoli Croods

    Ecco Chris Sanders – un aficionado dell’animazione classica e di storie che hanno fatto sognare, commuovere e sorridere come Il re leone, La bella e la bestia o Lilo&Stitch – a Roma per presentare, dopo la trasferta berlinese, la sua nuova creatura: I Croods, film d’animazione scritto e diretto insieme a Kirk De Micco, nelle sale italiane dal 21 marzo in ben 700 copie. Un’avventura preistorica che guarda, ma solo da lontano, a L’era glaciale e ai Flinstones per raccontare in maniera illuminata e con ironia l’evoluzione del genere umano.

    Molti credono che girare un film di animazione sia più semplice che realizzare un live action, perchè non ci sono limiti fisici su dove ad esempio posizionare la cinepresa, ma sappiamo che in fondo non è così. Quali sono le tue impressioni?
    Sono completamente d’accordo. Avere la possibilità illimitata di piazzare la macchina da presa dove ti pare, in realtà può anche farti correre il rischio di uscire fuori di testa e fare cose senza senso, perchè puoi metterla in troppi posti dove magari non serve.
    Abbiamo cercato quindi di dare a questo film un aspetto che fosse quanto più documentaristico possibile, come se stessimo usando una macchina a spalla o a mano.
    È sicuramente molto più difficile realizzare un film di animazione rispetto a uno con attori in carne e ossa, perchè in quel caso hai gli attori a disposizione sul set, ce li hai tutti insieme contemporaneamente. Invece con un lungomatraggio animato hai la macchina da presa, le voci, gli attori, le luci tutti in posti e momenti diversi; c’è molta ripetizione, ma adoro il fatto di avere possibilità infinite.

    Quando scrivi per i bambini ci sono dei limiti che pensi di non dover superare?
    In realtà no, perché con l’animazione puoi affrontare qualsiasi cosa tu voglia, devi solo stare attento a come racconti e come descrivi o parli di quello di cui vuoi parlare. Per noi è sempre stato importante non escludere nessuno e al tempo stesso non salire in cattedra, ovvero non parlare dall’alto in basso nei confornti di qualcuno, perché vogliamo che tutti vengano a vedere i nostri film e ne escano divertiti. Sono tanti gli ingrendienti presenti in film di questo genere: i bambini ad esempio noteranno alcuni aspetti e gli adulti ne percepiranno altri, ma tutti avranno visto lo stesso film e goduto di questa esperienza insieme.

    La saga de L’ era glaciale o i Flinstones di Hanna-Barbera sono stati un ostacolo o ti hanno costretto in qualche modo ad aggiustare il tiro per non cadere nel rischio di fare qualcosa di già visto?
    Abbiamo iniizato a lavorare all’idea di un film sui cavernicoli dove tutto il continente va in pezzi, moltissiimi anni fa, nel 2004; ma proprio mentre ci lavoravamo ecco che viene fuori il trailer de ‘L’era glaciale’ con il mondo appunto che si diseintegra. Ma cosa avremmo potuto fare? Ormai la strada era stata intrapresa, avevamo già cominiciato e non potevamo certo cambiare direzione o fermarci, è stata una di quelle coincidenze che purtroppo a volte si verificano. Qualcuno ad esempio ha notato che la nostra protagonista ha i capelli rossi e che ricorda molto la Merida di ‘Brave – Ribelle’, ma posso assicurare che non c’è stata mai nessuna contaminazione o interferneza.
    Mi piacciono tutti i film de ‘L’era glaciale’, sono in assoluto i piu divertenti e buffi, e adoro i loro personaggi; ma amo anche i Flinstones, certo rispetto a loro siamo stati più svantaggiati perchè gli Antenati hanno a disposizione la tecnologia a cui noi invece non abbiamo potuto fare riferimento. Sia gli Antenati sia L’era glaciale sono stati fonte di grande ispirazione.

    Hai nostalgia per l’animazione tradizionale?
    Adoro l’animazione classica in 2D e credo che comunque continui a esser assolutamente valida e forse più adatta per alcuni tipi di storie. Sia l’animazione tradizionale sia quella in CG hanno i loro punti di forza, io però continuo a disegnare, mi piace e lo faccio spesso a fine giornata o in un momento di pausa, perchè anche la CG parte dal disegno. I personaggi prendono vita da lì, dagli storyboard che hai preparato e mi piacerebbe, laddove trovassi il materiale giusto, continuare a lavorare con l’animazione classica.

    Emma Stone ha dichiarato che non si sarebbe mai aspettata di dover affrontare una performance così fisica. Come avete lavorato con il cast vocale? Quanto gli attori hanno contribuito alla caratterizzazione dei personaggi?
    La prima considerazione nella scelta di chi presterà la voce ai personaggi è il personaggio stesso. Nel caso di Emma Stone sin dall’inizio la sua voce aveva una tale qualità e una tale caratteristica, che sembrava incarnare molti dei tratti di Eep, la figlia. Quando scegli gli attori che doppieranno i protagonisti di una storia, in genere ti aspetti sempre che diano il proprio contributo e che aiutino a forgiare il personaggio per come verrà fuori. Ed è quello che è successo nella realizzazione de I Croods. Quando registravamo le voci usavamo due mini telecamere puntate sugli attori per riprendere le loro performance e eventualmente catturarne qualche movimento, perchè poteva capitare – e con la Stone si è verificato molto più che in qualsiasi altro film – che alcune espressioni facciali venissero rubate e utilizzate per il personaggio. Emma ha una mimica straordinaria, e con lei questo è successo spessissimo.
    Un’altra cosa molto bella è successa con Nicolas Cage quando Grug ha la crisi di mezza età: avevamo scritto tutte le battutte, ma non sapevamo come lui l’avrebbe interpretato. Cage è immediatamente entrato nel personaggio, in realtà è stata tutta una sua invenzione e ha fatto cose che poi hanno  determinato la scena del film. È entrato talmente tanto nel personaggio che abbiamo dovuto registrare le battute solo un paio di volte e da lì abbiamo preso spunto per creare le scena. Partiamo sempre dalla voce.

    Pensi di tornare a doppiare qualcuno dopo Stitch e Laccio?
    Non sono cose che programmi, con Laccio è capitato come con Stitch. Laccio non doveva essere un personaggio animato all’inizio, ma solo parte del costume di Guy; invece andando avanti abbiamo cominciato a pensare che poteva chiudere un occhio o sorridere, per far capire che non era proprio morto e alla fine ha preso vita. Man mano che cresceva aumentava anche la sua parte di recitazione.

    La figura di Grug è primitiva per eccellenza, come se appartenesse a un altro tipo di razza che poi incontra l’evoluzione umana. È stata una scelta consapevole sin dall’inizio?
    Sì, è stato tutto assolutamente intenzionale. Grug è stato progettato per essere molto più simile e vicino ad un gorilla rispetto a Guy, che invece rappresenta l’Homo Sapiens concentrato sull’intelletto. È stato fatto per mostrare che ci sono diversi tipi di esseri umani: i Croods hanno dentro di sè molto più caverna e molto meno uomo.

    Che ruolo ha avuto la musica?
    La musica è la mia arma segreta, ho imparato da Alan Silvestri che è estremamanete importante, è quella che dal punto di vista della storia si occupa del sollevamente pesi. Quando le parole non sono sifficienti interviene la musica: l’ho imparato con lui dai tempi di ‘Lilo&Stitch’ e da allora l’ho utlizzata, in particolare in questo film, per dire qualcosa quando i personaggi smettono di parlare. C’è un momento, quello in cui tutta la famiglia sale su un albero e per la prima volta vede il cielo stellato, in cui i personaggi non parlano, ma lo fa la musica al loro posto. Avevo pensato quella scena così e l’avevo scritta esattamente in quel modo senza dialoghi, avevo previsto il momento musicale sin dalla  sceneggiatura.
    La musica sottolinea e marca un momento di cambiamento globale: da quel preciso istante in poi la storia prenderà un’ altra dimensione. Parimenti importante è la scena in cui Grug capisce e accetta l’idea che la sua famiglia non tornerà mai più nella caverna, anche lì la musica svolge un compito importantissimo.

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    Bentornato Riccardo Milani

    Dopo ‘Piano, solo’ e ‘Volare’ in tv, con Benvenuto Presidente! Riccardo Milani entra in Parlamento per mostrarci un Paese che sembra aver seguito le previsioni della sceneggiatura di questa favola comica ricca di ottimi comprimari.

    Il film perfetto in un momento così delicato, di rifiuto della politica…?
    Credo, da cittadino italiano, che la politica spesso serva a coprire delle responsabilità, generalmente personali. La cosidetta ‘antipolitica’ la respiro da quando sono bambino, e sono anni che sento parlare di governi incapaci… Credo anche che il nostro sia un Paese diviso in due tra chi fa politica – che è una conquista che va difesa – e chi parla senza saperne molto. Non sopporto sentire che i partiti sono tutti uguali, è qualcosa non vero, è antistorico.

    Viene il dubbio che sia un ‘instant movie’, tanto è legato – criticamente? – alla nostra attualità… come nel caso del riferimento al Papa…
    La scena sul Papa era stata girata ai primi di novembre, quindi ben prima che si potesse immaginare quel che è poi successo.
    Per il resto, come detto, sono argomenti che sento da sempre. Quando sento parlare di ventata di legalità sono contento, ma se si parla di ‘fetore di partiti’ e di ‘tutti a casa’ no. Credo che il marcio sia anche nell’economia, soprattutto nella politica economica, ma anche e non poco nella vita delle persone. Benvenuto Presidente è una comedia leggera e surreale, come è surreale la Storia di questo Paese.

    Possiamo parlare quindi a pieno titolo di Commedia all’italiana?
    Mi sembra una descrizione nobile. La Commedia all’italiana per me è stata una specie di libro di storia, mi ha aiutato a conoscere il Paese. Credo che il cinema debba fare questo. Le stesse commedie devono essere divertenti, ma non nascondere i vizi e le lacerazioni del Paese.

    Come vi è venuto in mente di rappresentare i ‘Poteri Forti’ con registi e giornalisti molto noti?
    E’ stata una idea mia. Anche se Lina Wertmuller me l’ha suggerita Kasia quando ho detto che volevo ci fosse una donna.
    Ho un grande senso di riconoscena verso alcuni di questi registi: Lina, Pupi, è stato un onore averli sul set. Io sono cresciuto con i loro film. Per me Pasqualino sette bellezze è un film enorme! Gli altri due (Steve Della Casa e Gianni Rondolino) erano personaggi diversi ma che mi faceva piacere ci fossero, anche se per aspetti diversi.

    Ultimamente il nostro cinema guarda spesso al Parlamento, spesso in maniera surreale… come mai, secondo te?
    Credo che questo film in realtà faccia lo sforzo di uscire dal Parlamento, come nel discorso finale del Presidente. E lo fa mostrando le tre famiglie ‘tipo’ che raccontiamo, e che osservano; sono loro quel che forse può caratterizzare il film, sono una sorta di sguardo sugli italiani, su alcune nostre banalità, luoghi comuni nei quali ci si rifugia. Il marcio, come dicevamo, è anche nelle abitudini quotidiane; credo sia fuori dal Parlamento piu che dentro di esso. Noi mostriamo l’esempio di una responsabilità, ma molte di queste sono anche nella vita quotidiana, in come educhiamo i nostri figli, per esempio… nella furbizia di cui siamo un po’ orgogliosi e che ci gratifica. E’ questo che spacca davvero in due il Paese, non politicamente, ma eticamente.

    Come ti sei trovato a dirigere attori che non sono esattamente avvezzi alla commedia?
    Mi piace dirigere attori con cui ho già lavorato o con i quali lavorerei volentieri, anche se hanno meno abitudine alla commedia rispetto ad altri. Ma è un motivo in più, perché mi piace cercare una sorta di ‘contromovimento’, anche nei singoli; dà una certa soddisfazione, come vedere Remo Gironi strafatto per le troppe canne o cose del genere… Sono situazioni nelle quali ci si diverte sul set. Spesso gli attori si lamentano, temono di perdere la credibilità accumulata in anni di lavoro. Ma anche questa è una piccola soddisfazione…

    In questa Italia divisa, qual è la parte ‘buona’?
    Emerge nelle famiglie che seguono la politica in televisione. Credo che rappresentino uno spartiacque. Sono spettatori distratti, che si sentono messi sotto accusa. Sono il simbolo di una Italia più disattenta, non so se peggiore, ma che certo punta il dito senza guardare alle proprie responsabilità. Trovo che non fosse necessario rappresentare visivamente ogni cosa, e in questo caso credo si noti che possono essere persone per bene, anche se colpevolmente distanti.

    Nel film vediamo che le soluzioni ai tanti problemi del Paese ci sono già… sei ottimista che qualcuno le realizzi anche nella realtà?
    Io spero si facciano, ma chissà… E’ significativo che la gente comune possa essere una forza positiva per il Paese. Che ci sia la possibilità di accadere e che accada. Almeno che questo sia possibile. Poi, certo, si entra nel campo delle previsioni… e lì mi faccio indietro e lascio il compito alla politica sana.

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    Francois Ozon, Vampiro Voyeur

    Da Potiche a Cannes, Francois Ozon, il cantore dell’amore e di tante grandi attrici francesi, in Nella casa sceglie di raccontare un ambiguo e contrastato rapporto tra due figure maschili (e non solo).

    Partiamo dalla fine, è soddisfatto del finale che ha dato a questo film? Ce n’erano altri?
    Capisco che possa essere frustrante per alcuni, dopo un’attesa di una “fine sorprendente e unica conclusione possibile a una storia” come viene detto nel film, al pari del fatto che “non si è mai soddisfatti del finale di una storia”. Sono io d’altronde a immergere lo spettatore nella storia e a creare l’aspettativa di un finale alla Michael Haneke in cui tutti muoiono e invece poi vado altrove.
    Io scelgo deliberatamente che sia il pubblico a decidere il finale, soprattutto di questa storia. Nella quale ho optato per un finale aperto che mostrasse quanto non fosse importate la conclusione in sé quanto piuttosto la relazione tra i due personaggi disadattati e mostrare la necessità della creazione narrativa per queste due solitudini.

    Questo era il senso della storia?
    Cerco di lasciare spazio all’immaginario del pubblico, per quanto siano spesso interpretazioni diverse dalla mia o dalla mia intenzione originaria è sempre interessante scoprirle.

    Però lo spunto viene da un testo esistente, o qualcos’altro l’ha ispirata?
    Ho bisogno di una realtà da mascherare, comunque una base documentale a partire dalla quale far lavorare la mia immaginazione. Questa deve essere nutrita da una ispirazione che venga da quel che vedo per strada, da una storia che mi raccontano, una notizia che sento, o dalla intimità altrui, come è Nella Casa. Poi la trasformo, modifico e arrangio…

    Di nuovo la Seigner al centro di un rapporto seduttivo, per questo ha dichiarato di non essersi riconosciuta nel suo personaggio?
    In realtà lei non si è piaciuta, perché si è trovata molto brutta. In passato avevamo avuto un progetto – simile a “Quell’estate del ’42” – nel quale avrebbe dovuto avere un’avventura con un amico di suo figlio, ma non trovai i soldi per realizzarlo. In questo caso, lontani da ogni perversione, è il giovane a essere pericoloso e seducente. Anzi, a lei vengono sempre proposti ruoli agressivi, anche sessualmente, ma qui io ho voluto mostrarla più tenera e materna.

    Come fosse una versione adulta del personaggio che aveva in Luna di fiele di Polanski?
    Non saprei, ma è particolare che anche Kristin Scott Thomas fosse in quel film con lei, e le due avevano persino una scena lesbica insieme. In questo film avevo pensato a una scena nella quale le due fossero insieme, durante l’inaugurazione della mostra nella Galleria, l’avevamo filmata, ma poi ho deciso di tagliarla al montaggio perché non mi pareva interessante.

    Resta comunque un film sulla seduzione?
    Parlerei più di manipolazione, mi pare un tema più evidente. Anche se lo stesso Claude seduce Esther. Ma resta intrappolato nel suo stesso tentativo di manipolazione per poter continuare la sua storia, si innamora e cade nella sua stessa trappola. E’ vero secondo me che ognuno di noi seduce per manipolare, per ottenere qualcosa.

    Un film anche ricco di riferimenti…
    Ho detto io espressamente a Lucchini e la Scott Thomas di riferirsi alla coppia Allen-Keaton, di tanti loro film, per creare la loro coppia nel film; ma un altro riferimento importante è quello a Hitchcock e alla sua teorizzazione della idea di suspanse e del ruolo dello spettatore nel film.

    Anche in Swimming Pool si parlava del rapporto tra uno scrittore e la sua creatura… un caso?
    Quello era più un film sull’ispirazione, su una scrittrice che aveva perso l’ispirazione. Qui è diverso, Claude ha molte fonti di ispirazione, il problema è semmai come raccontare la storia, che forma darle, di commedia, farsa, thriller, melodramma, come trattare i personaggi… Tutte opzioni che in Swimming Pool non c’erano. Lì Sarah Morton sapeva esattamente cosa fare, il problema era semmai far nascere un desiderio per mettere in pratica questa forma.

    Il prossimo film, alla vigilia di Cannes?
    Si intitola “Giovane e carina”, ed è già terminato. Domani sapermo se sarà al Festival di Cannes. Ma sono pessimista… Non avevano accettato Potiche, né questo Nella casa, per cui non vedo perché dovrebbero selezionare questo film su una giovane diciassettenne che scopre sua sessualità, con Marinne Vakt e Charlotte Rampling.

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