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    Pieraccioni, nella casa c’e’ ‘Un fantastico viavai’..

    Operazione nostalgia per Leonardo Pieraccioni che batte il primo Ciak di una commedia natalizia, scanzonata e scacciapensieri, in uscita il 12 dicembre, distribuita da 01.
    Ancora una volta doppia fatica, regia e interpretazione da protagonista mattatore per il comico toscano che il 3 giugno sarà sul set di Arezzo con “Un fantastico via vai”, questo il titolo della commedia.
    Dice di non capire molto di politica, ma non si tira indietro quando si presenta l’occasione di scherzare e fare battute sui protagonisti attuali della scena, a cominciare da Matteo Renzi e Beppe Grillo. “Renzi e Grillo? – dice –li prenderei al posto di Ceccherini e Papaleo”,
    Io non capisco niente di politica – ha precisato Pieraccionima Renzi mi sembra prossimo a mettersi la mano nel cappotto e credersi Beppe Grillo. La politica in Italia è ridotta a un reality, entrano personaggi di quel mondo, escono quelli che non servono più, arriva il rottamatore, c’è chi vota Grillo pensando in un cambiamento e lo ritrova a controllare gli scontrini”.
    La parentesi ‘politica del comico toscano finisce con una considerazione: “In Italia ci sono autori fortissimi, come Sorrentino o Virzì, che hanno il dovere di raccontare la società. Noi saltimbanchi puri, invece, con grazia, dobbiamo raccontare storie per divertire il pubblico, che va coccolato soprattutto in questo periodo, con la vita sempre più dura”.
    Ecco perché, insieme ad un manipolo dal tasso di comicità indiscutibile, da Serena Autieri a Maurizio Battista, passando per Ceccherini e Panariello, il comico e regista toscano racconta la storia di Arnaldo, bancario, padre e marito felice, ma un po’ annoiato dalla routine, che dopo essere stato cacciato, per un equivoco, dalla moglie (Autieri), decide di prendere una stanza in un appartamento di studenti e si ritrova così in quell’atmosfera dei vent’anni, di cui sentiva nostalgia. Sulla storia si innesta anche il misterioso furto di una caravella di Colombo…
    Scritto per la prima volta con Paolo Genovese,”Un fantastico via vai” tuttavia non si rifa’ al primo indiscusso successo di Pieraccioni, ‘I laureati’.
    Non c’entra niente con il mio primo film – si affretta a precisare Pieraccioni – anche se nella trama c’é un piccolo riferimento, quando rifaccio la corsa dal ristorante per non pagare il conto. Stavolta, però, con gli anni in più il cameriere mi prende…
    Il film “é un affresco che spero piacerà a quelli della mia età, dai 30 ai 50 anni, ma anche a quelli dai 20 ai 30… ognuno può avere una sua chiave di lettura”.

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    Giancarlo Giannini, ritorno da regista

    Lui la definisce “una storia avvincente e provocatoria”, qualcuno parla di “uno dei film più anarchici mai visti”. Insomma le interpretazioni si sprecano: viaggio mistico, surreale, esperienza visionaria, e poi c’è chi non gli risparmia nulla apostrafandolo come ‘imbarazzante’. Ma Ti ho cercata in tutti i necrologi è soprattutto il ritorno alla regia di Giancarlo Giannini, che ventisei anni dopo Ternosecco si rimette alla prova dietro la macchina da presa e questa volta nel ruolo di produttore, regista e attore. Un noir nato da una coproduzione italo-canadese non finita benissimo, che dal 30 maggio arriva nelle sale italiane in 50 copie distribuita da Bolero.      

    Come è nata l’idea di un film così fuori dagli schemi?
    Ci ho lavorato per tre anni. Tutto nasce dal racconto di alcune cacce clandestine in Africa, dove uomini di colore per non morire di fame si prestano a fare da preda a ricchi bianchi annoiati di cacciare animali.
    Questa storia mi rimase impressa e ne volli fare un film, che è molto di fantasia, non ambientato in Italia, girato in inglese e in posti molto curiosi e diversi tra loro. La scena finale per esempio è stata girata nella Monument Valley, un mondo dove si fa evidente il rapporto tra l’uomo e l’infinito. E’ una storia che ho dentro da parecchio tempo, nessuno mi ha ordinato di fare il regista, volevo girarla e basta usando tutto quello che il cinema mi ha insegnato in questi anni; ma soprattutto volevo divertirmi, perché il cinema è divertimento, è gioco anche se un gioco molto serio.

    Come avete lavorato a questo rapporto ambiguo tra il suo personaggio, Nikita, e quello di Helena, interpretata da Silvia De Sanctis? Avete gitato in sequenza?
    No, i film non si girano in sequenza, è fondamentale invece costruirli pezzo per pezzo. Mi piace insegnare e parlare con gli attori, raccontando i segreti del mio mestiere. In questo caso ho impostato un tipo di recitazione asincrona: più della battuta in sè è importante il suo sottotesto. Ho adottato un asincronismo nella recitazione che si riflette anche sulle scelte musicali; la musica si stacca dalla scena e non la accompagna soprattutto nelle sequenze delle cacce.
    Era difficile recitare in  questo modo, ma Silvia ha avuto la capacità di superare ogni difficiltà e poi mi piaceva l’idea che il suo personaggio vivesse in un mondo tutto suo, fosse solitario, vuoto e che suonasse il pianoforte. Helena ha un rapporto molto particolare con la musica, quasi mistico; è una specie di dottor Jekyll e Mr. Hyde. Mi affascinava il concetto che cercasse di sedurre la sua preda prima di conquistarla e fargli capire che l’energia e il piacere di vivere vanno oltre il noioso della loro vita. È curioso come alla fine Helena da demone diventi angelo, e Nikita faccia invece il percorso  inverso.

    Come nasce il titolo del film?
    Da una battuta di Nikita, che lavora a contatto continuo con la morte (“Che buono l’odore di vivo!”, dice a un certo punto). Quando incontra questa donna misteriosa che non vede da un po’ di tempo, gli viene quasi naturale esclamare: “Ti ho cercato in tutti i necrologi”. È la cosa piu semplice e naturale che Nikita possa dire.
    Ho usato dei dialoghi molto poco convenzionali, qualcuno mi ha detto che è il film piu anarchico che abbia mai visto. Ho seguito le regole per tanto tempo, quindi per na volta mi piaceva essere libero. Come ho detto il cinema per me è un gioco, mi diverte e va innovato. Non è necessario spiegare troppo, spesso è l’impotenza di raccontare a farti andare oltre la storia.
    È un modo diverso di vedere e proporre un racconto. Questo film potrebbe essere una favola e i suoi due personaggi addirittura dei fantasmi.

    Il rapporto tra preda e predatore viene descritto attraverso uno schema narrativo anticonvenzionale e con uno stile grottesco e cupo. È una scelta voluta?
    È stata una ricerca istintiva dell’immagine, ho disegnato il film inquadratura per inquadratura: solo così la scena ti viene addosso e ti fermi a pensare, a riflettere ad esempio su come creare una forma asincrona e non lineare della storia. Ho lavorato in modo del tutto inusuale, mi sono divertito, ho giocato; la recitazione è finzione, l’attore è un mago e un plagiatore e deve usare tutti i trucchi per rendere credibile un personaggio, e io non h agito diversamente.

    È evidentemente un film fuori dai canoni. Che riferimenti ha usato?
    È tutto molto casuale e tutto parte da un pretesto molto banale. Ci sono pochi riferimenti, certo forse molti suggerimenti mi sono arrivati inconsciamente.
    Nella caratterizzazione di Braque ho pensato senz’altro a “M – Il mostro di Düsseldorf” di Fritz Lang, un film straordinario che mi è piaciuto citare . C’è tutto il cinema che mi ha segnato da Kurosawa a Kubrick al Fellini di “8½” che racconta l’impotenza di raccontare. Tutti i registi hanno un’influenza, si impara sempre dagli altri,

    In quante copie esce sul mercato e cosa si aspetta dal pubblico?
    Uscirà in 50 copie. Ho sempre fatto film coraggiosi e li ho proposti. Vivo la vita nel suo divenire, mi piace una storia e la faccio. Non esiste il di più nelle cose, ciò che mi fa piacere é che la mia idea possa comunicare qualcosa, in fondo lavori per il pubblico. Forse ho fatto un film difficile, ma questa è una sfida. Il cinema del futuro sarà il videogame, l’interazione con l’immagine, non sarà nè il digitale nè la sala.

    E la coproduzione con il Canada? Come è andata?
    Ci metterei una pietra sopra. Il film doveva essere per  30% canadese e per il 70% italiano. Ma i soldi del Canada non sono mai arrivati e alla fine ho dovuto supplire di tasca mia. Posso dire quindi che il film è andato in porto anche grazie a me e al mio impegno

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    Milena Miconi, cambiare vita fa bene

    Ne Il disordine del cuore, Milena Miconi è Anna, una donna sfuggente e complessa. Nei panni della segretaria di uno celebre scrittore (Paolo Fosso) diventato cieco e sulla via del tramonto, la Miconi rivela il suo lato più inedito ed enigmatico.

    Milena, come potresti descrivere Il Disordine del Cuore?
    Il disordine del cuore è la storia di due anime che si incontrano, due anime provate dalla vita e dalle esperienze negative che le ha chiuse in se stesse. Queste due anime hanno bisogno l’uno dell’altro e riescono solo con la presenza dell’altro ad uscire fuori da un tunnel in cui la vita le ha messe. Nel film c’è la difficoltà di riaprirsi alla vita dopo una serie di esperienze negative che segnano cosi profondamente.

    Il tuo personaggio, Anna, è una donna indecifrabile e complessa, come hai preparato il tuo ruolo?
    Abbiamo lavorato molto su questo film e sui suoi personaggi, questa pellicola è il risultato di un percorso teatrale, in cui abbiamo sviscerato tutto, con le difficoltà e le insicurezze di una donna colta, che ha studiato e che ha vissuto una vita ad alti livelli, ma che ha molte sfaccettature. Abbiamo ricercato ciò che può spingere una donna a nascondersi dietro una immagine diversa, ma mantenendo la sua realtà, sapendo cose e facendo finta a volte di non saperle, ma sempre avendo una curiosità che la spinge a chiudere e scoprire ciò che non sa.

    È stato molto difficile preparare il particolare rapporto che nel film si sviluppa con Carlo Silvio/Paolo Fosso, l’attore protagonista con te de Il disordine del cuore?
    Con Paolo Fosso ci siamo incontrati anni fa e non succede spesso di poter costruire amicizie cosi importanti; per questo film abbiamo lavorato molto insieme, lui ha creduto nelle mie possibilità, chiamandomi ad interpretare questo personaggio cosi intenso ed io lo ringrazio per questo.

    Cosa ti ha lasciato il ruolo di Anna?
    È stata una esperienza scoprire questo personaggio ed interpretarlo, come sempre, recitare ci permette di cambiare vita e in particolare questo mi ha insegnato essere Anna: che a volte cambiare vita fa bene.

    Che progetti hai nel prossimo futuro?
    Sto lavorando a diversi progetti e spero di avere ancora altre occasione di poter cambiare vita!

    Maria Luisa Lafiandra

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    Paolo Fosso racconta il suo esordio alla sceneggiatura

    In questo suo esordio alla sceneggiatura non ha voluto rinunciare a nulla, neanche alle vesti attoriali nelle quali il pubblico è più avvezzo a vederlo. Così Paolo Fosso, attore reatino con numerose esperienze teatrali e cinematografiche alle spalle, firma il suo debutto alla scrittura ne Il disordine del cuore di Edoardo Margheriti, dove recita insieme a Milena Miconi ed Erika Blank.

    Paolo, di cosa parla Il disordine del cuore?
    Questo film è una storia difficile da definire: parla di sentimenti nascosti da una serie di sovrastrutture, sentimenti di amore verso la letteratura, le proprie passioni e il tormento che il protagonista vive. Il mio personaggio deve affrontare la vita andando al di là del suo significato trovando un senso nella ricerca delle parole degli scrittori di cui si è nutrito, in questo suo percorso arriva Anna, questa figura femminile altrettanto intensa…

    Il tuo ruolo è quello di uno scrittore, Carlo Silvio, diventato cieco dopo aver raggiunto una certa fama. Come hai sviluppato un personaggio con una psicologia cosi complessa?
    Ho un profondo amore per la letteratura, per me il primo aspetto è la storia che viene narrata, è questo interesse per il racconto che poi mi porta anche al cinema e al teatro: per me il racconto è sinonimo di emozioni. Il mio personaggio è simile a me, amando io stesso la letteratura alcune delle cose narrate nel film sono autobiografiche, adoro io stesso confrontarmi con i grandi personaggi e mi piace filtrare la vita attraverso l’arte, poiché “la vita stupisce solo gli ignoranti, perché nella letteratura c’è già tutto”.

    Il film è pieno di citazioni letterarie, ce ne è una che racchiude più delle altre il senso del film?
    Il pensiero di Proust, “Il vero lettore è il rilettore”, è forse il punto di partenza per la lettura del film e della frase che gli dà il titolo: io stesso vivo e rileggo tutto, la biblioteca, che è parte integrante del film, vive “il disordine del cuore” e dell’anima; il desiderio di rimettere a posto deriva dal desiderio di rimettere in ordine le idee che poi governano il mondo, nella nostra illusione di ordine è come se cercassimo ordine nel nostro animo e nel mondo stesso. Il mio concetto di mondo giusto, però, è quello di mondo disordinato e governato dal caos del libero circolare delle idee.

    Il film è ambientato a Rieti, tua città natale. Come è stato preparare e girare il film nella tua stessa città?
    Straniante! La mia vita a Rieti non è prettamente artistica, a Rieti vivo, ma lavoro sempre fuori, per cui non mi trovo in genere a vivere la mia città pensando al lavoro.
    Da un punto di vista lavorativo in termini di scrittura ho cercato di vedere la città con i suoi racconti e i suoi particolari; c’è un livello di lettura della città che vivo con occhio cinematografico perché è una miniera di storie, per questo mentre cammino nei Giardini del Vignola nel film, spiego questo concetto: può accadere di dare un primo bacio appoggiati alla colonna in cui prima che nascesse Gesù una persona potrebbe esser stata legata e flagellata, questo è ciò che accade a chi vive in città secolari come Rieti.

    Cosa c’è nel tuo prossimo futuro?
    Ho riallestito al teatro di Rieti uno spettacolo che avevo recitato nel circuito off romano e che ho presentato per la stagione off della città di Rieti, chiamato “Quasi un’avventura”, tratto da un mio racconto ispirato da un’idea di Valentina Capecci e che adesso vorrei in qualche modo portare in altri teatri. Nel frattempo continuo il mio lavoro di attore nel cinema e tv.

    Maria Luisa Lafiandra

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    I mille volti dell’Amore secondo Francesco Pepe

    Uscirà il prossimo 23 maggio l’opera d’esordio di Francesco Henderson Pepe basata sulla visione dell’amore a 360 gradi.

    Girato interamente a Salina, Amaro Amore racconta l’arrivo sull’isola di Camille e Andrè, due fratelli francesi, in cerca del loro passato. Nel cast Angela Molina, Francesco Casisa, Malik Zidì, Lavinia Longhi e Aylin Prandi. Abbiamo incontrato il regista e parte del cast, ecco cosa ci hanno raccontato.

    Francesco come mai nel film l’amore è amaro?
    Francesco Henderson Pepe: È un film puro sull’amore, nato otto anni fa e l’incontro con i produttori Sauro e Anna Falchi mi ha permesso di renderlo realtà. L’elemento amaro è nel personaggio di Camille (Aylin Prandi). La voce narrante del film è sua e suo il punto di vista, quello che lei ricorda è un amore decisamente amaro.

    Come mai hai girato tutto in pellicola?
    F.H.P: La scelta di girare in pellicola è nata dalla necessità di profondità. In un paesaggio così ho preferito il 35mm, perché lo amo e per essere fedele al realismo dell’isola.

    Aylin e Lavinia quanto c’è di voi stesse nei vostri personaggi?
    Aylin Prandi: La mia difficoltà era capire chi fosse Camille, un personaggio non facile, a partire dal suo rapporto con il fratello che poi si distrugge. Ho sentito delle differenze tra me e lei, ad esempio lei comincia con Amore e finisce con Amaro..io sono l’opposto!
    Lavinia Longhi: Linda mi ha affascinato subito. Mi piace dipingere, conosco Salina e l’idea di stare a dipingere in un posto così mi piaceva. Questa parte artistica della pittrice Linda è stata quella facile, la più dura di sicuro il rapporto che  instaura con Yorgo, un uomo molto più grande di lei.

    Elisa Solofrano

     

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    Daniele Favilli, a Cannes con Swelter

    Da un Posto al sole  alla Croisette passando per Hollywood. Dopo aver lasciato il Bel Paese per trasferito a Los Angeles cinque anni fa, oggi Daniele Favilli sbarca a Cannes per promuovere il film con Jean-Claude Van Damme di cui è anche produttore: Swelter.

    Da tempo ti sei trasferito a Hollywood per lavorare come attore, cosa ti porta oggi a Cannes?
    Sono a Cannes principalmente per due motivi: da un lato per la promozione del film Swelter che ho appena finito di girare tre settimane fa, di cui sono uno dei produttori oltre che attore. Inoltre ho in programma degli incontri per la produzione del nuovo progetto The Magnificents: una miniseries TV sugli artisti del Rinascimento a Firenze che sara una produzione Internationale pronta per il prossimo anno.

    Cosa puoi raccontarci di Swelter?
    E’ un action drama con risvolti western. Un misto tra Quentin Tarantino e Sergio Leone.
    Un film ambientato nel presente, ma che sembra vivere in un suo tempo e spazio originale.
    Sono molto fortunato a farne parte e recitare al fianco di Alfred Molina, Jean Claude Van Damme e Catalina Sandino Moreno. Uscirà in tutto il mondo alla fine del 2013.

    In questo film sei anche produttore. Come è stato evolvere in questo nuovo ruolo?
    Vivo a Los Angeles ormai da cinque anni ed ho imparato che qua l’intraprendenza non solo è supportata e aiutata ma è anche un valore: in parole povere, se hai talento, credi nelle tue idee e sei disposto a lavorare sodo, le cose succedono.
    Inoltre, produrre mi permette di poter recitare in progetti che mi piacciono, di cui seguo la genesi e l’evoluzione e sono film che mi piacerebbe andare a vedere io stesso.

    Anni fa hai abbandonato l’Italia per lavorare prima in Gran Bretagna e poi a Hollywood, è stata una scelta difficile?
    Lasciare un paese bello come l’Italia è molto duro soprattutto se si è di Firenze come me, ma diventa una necessità nel momento in cui l’ambiente artistico è troppo poco stimolante. Sono partito alla ricerca di quei film che da bambino e adolescente mi facevano sognare ed ho trovato la fortuna e l’opportunità di essere gli eroi (e i cattivi) che sognavo.
    Ci sono voluti anni, ma la fortuna davvero aiuta gli audaci: non bisogna mai smettere di credere in se stessi o lasciare che altri ci dicano cosa è giusto o sbagliato. E’ il nostro sogno in fondo e solo noi stessi sappiamo quanto è importante.

    Maria Luisa Lafiandra

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    Raoul Bova, eroe in costume da bagno

    Raoul Bova presenta Come un delfino – La serie, fiction in quattro puntate in onda dal 15 maggio su Canale 5 che lo vede impegnato nella triplice veste di attore, produttore e regista a presentare una storia che apre alla speranza.

    E’ con grande orgoglio e non poca emozione che Raul Bova, la moglie Chiara Giordano, Stefano Reali, il neo Direttore della Fiction Mediaset Antonino Antonucci Ferrara, il Presidente della Federazione Italiana Nuoto Paolo Barelli e il nutrito cast hanno presentato al Foro Italico Come un Delfino – La serie, in onda dal 15 maggio su Canale 5. Definito da Antonucci “uno dei prodotti più belli realizzati dalla rete negli ultimi anni”, ‘Come un Delfino – La serie’ è il ‘sequel’ dell’omonima miniserie in due parti con la regia di Reali andata in onda nel 2011 ed accolta con grande favore dal pubblico.
    Prodotto dalla Sanmarco dello stesso Bova e di Chiara Giordano, è un omaggio al mondo del nuoto e agli atleti che sanno affrontare le proprie debolezze, l’ansia da prestazione e il terrore di finire nel dimenticatoio quando non si è più dei vincenti, ma è anche un film sul coraggio di compiere scelte diverse e sulla consapevolezza che la vita ti riserva sempre una seconda possibilità. Insomma, una storia positiva, che apre alla speranza.
    “La linea della Sanmarco è di creare dei modelli di riferimento positivi – spiega Reali, autore con Bova del concept originale e regista della seconda unità –, di portare sullo schermo storie in cui c’è la possibilità di redimersi, c’è il lieto fine, in cui i sogni, una volta tanto, diventano realtà”.
    E per farlo Bova ha scommesso sul nuoto, facendo appassionare a questo sport prima Reali, poi la Rete, uno sport che “sia dentro che fuori dall’acqua è tutt’altro che noioso” e le cui dinamiche ben si adattano a raccontare una vicenda di riscatto diversa. “Con Chiara abbiamo sempre creduto in questa storia – dice Bova –, una storia che ridona speranza nel futuro, ed abbiamo lottato per realizzarla, proponendo volti nuovi, freschi e puntando sulla qualità”.
    L’attore si è immerso così tanto nel progetto che “preso per mano dal direttore della fotografia Tani Canevari” e supportato dai registi della seconda unità, Franco Bertini e Stefano Reali, si è cimentato anche nella regia. “Mi sono sentito di poter fare la regia di ‘Come un Delfino’, perché conoscevo l’ambito in cui i personaggi si muovono. Ho nuotato per tanti anni, ho gioito e ho sofferto col nuoto, per cui sapevo esattamente le emozioni che volevo far uscire dalle gare, dai rapporti col padre, con la squadra… Essere regista in questo caso specifico significava poter esprimere qualcosa che realmente ho dentro. Ho insistito moltissimo per rendere visive le sensazioni che si hanno quando si nuota, per questo ho scelto spesso il punto di vista dall’acqua verso l’alto. E’ stata un’impresa gravosa, dormivo tre ore per notte, ma anche una bella crescita artistica”.
    Crescita confermata dall’amico Reali, che ha sottolineato: “Ad un regista serve sì l’esperienza, ma anche la pancia e Raul ne ha da vendere. In questo lavoro ha tirato fuori immagini ed emozioni potenti”.

    Raul, cosa ha provato nel reimmergersi nel mondo del nuoto agonistico?
    Un’emozione bella e brutta al tempo stesso. Mi sono trovato a dover  ripercorrere i momenti di difficoltà che ho vissuto come atleta. Ho fatto una sorta di autoanalisi attraverso la quale ho compreso che mi ero impedito di vivere lo sport nella maniera più bella. A volte, posso dire di essere stato il carceriere di me stesso.

    Il nuoto è considerato uno sport individuale, ma questa serie manda un messaggio diverso…
    Il nuoto è uno sport singolo, perché nel praticarlo sei solo con te stesso e punti a superare te stesso, ma c’è anche un gruppo che nuota insieme a te, che vive insieme a te, con cui fai le trasferte, con cui esci finito l’allenamento… Il nuoto va oltre quello che si vede nella gara, è infatti uno sport di grande supporto di squadra. I nostri ragazzi, che singolarmente non sono poi così bravi ad ottenere risultati, facendo una staffetta insieme riescono a vincere, esperienza questa che è successa a me, quando gareggiavo.

    Ci sarà anche una terza serie?
    Sì, ci stiamo già lavorando. Si parlerà molto del passato di Alessandro Dominici, il mio personaggio, di quella che è stata la sua storia sportiva e personale. Se fino ad oggi lo abbiamo visto mettersi al servizio del prossimo, nella nuova serie capirà che, per poter aiutare meglio gli altri, prima deve andare alla ricerca di se stesso.

    Tornerà a firmarne la regia?
    No, preferisco restituire lo scettro a Stefano Reali che ha diretto la prima serie. E’ stato per me molto faticoso fare l’attore e il regista e a far troppo si rischia di strafare. Ma non è detto che non torni dietro la macchina la presa, se troverò la storia giusta, magari anche per il cinema. Per ora penso a far bene l’attore.

    Maria Stella Taccone

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    Stefano Sardo, dentro lo Slow Food

    Stefano Sardo, sceneggiatore di professione, da sempre vicino al movimento nato da Carlo Petrini; c’è lui alla regia del documentario su una figura unica e carismatica come quella del creatore di Slow Food. Ma le loro storie sono intrecciate da sempre, e questo film lo racconta. Insieme a molte altre cose, che ci riguardano.

    Da dove nasce la scelta di questo progetto, dal lungo rapporto tra la famiglia Sardo e Slow Food?
    Nasce dal fatto di avermelo proposto. Forse io ero naturalmente desitinato a farlo, sia perché racconto storie per lavoro, sia perché sono nato li, a Bra, dove tutto è nato. Avevo una certa naturalità con l’argomento; per me lo Slow Food è di casa.
    Proprio per questo, probabilmente, quando me l’hanno proposto ho avuto un attimo di resistenza. E’ come quando ami la tua famiglia ma non necessariamente vuoi passarci del tempo. E’ stato un po’ come andare in analisi. Ho cercato di trovare dentro questa storia le caratteristche più interessanti, ma mettendomi al di fuori della mia stessa storia.
    Quando ho poi accettato la proposta di Ines Vasilijevic mi sono tovato a prensare di dirigerlo, nonostante io sia uno sceneggiatore. Ed è stato come aprire i cassetti delle foto di famiglia.
    Petrini, e tutti gli altri, sempre stati una minoranza, vistosa ma pur sempre una minoranza; e io – facendone parte – non me ne ero mai accorto. La loro è anche una storia di perseveranza, di costanza. Lo stesso Slow Food, ancora 15 anni fa, non era per niente bene accetto nemmeno a Bra. C’è voluto tempo perché la città li accettasse.

    E come è successo poi? Da dove è nato questo cambiamento?
    Semplicemente, a un certo punto si sono arresi. Li hanno presi per sfinimnento. Finché l’ennesimo sindaco democristiano ha accettato di fare ‘Cheese’; forse quella è stata la svolta.

    Come regista, invece, che chiave hai scelto per questa storia?
    Credo di aver tovato un modo di raccontare che non fosse pomposo, o solenne. D’altronde ho sempre avuto una ammirazione e tanta simpatia per come Carlo ha gestito la propria immagine e questa popolarità crescente.

    Una crescita che continua, dopo 25 anni; difficile contenerla in poco più di una ora. E’ stato duro scegliere?
    Ci sono tante cose che avrei voluto raccontare, ma tanto materiale è rimasto ancora da montare. Avevamo in tutto 48 interviste, più tutto il materiale di archivio. E’ stato un lavoro lunghissimo nel quale è stata fondamentale la costanza tutta femminile di Severine Petit nella ricerca e la documentazione. E poi il lavoro di montaggio di Stefano Cravero.
    Personalmente avrei voluto raccontare di più del contesto politico, ma così la storia aveva già un suo equilibrio. Mi sarebbe piaciuto aggiungere altre voci contrarie, ma creare un dibattito cosi compresso rischiava di apparire superficiale.
    Sono contento di come è venuto: un film conviviale.

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    Fedele alla linea, il docufilm su Giovanni Lindo Ferretti

    Presentato alla stampa il film-documentario Fedele alla linea, nelle sale dal prossimo 10 maggio e distribuito dalla Cineteca di Bologna. Il giovane regista bolognese Germano Maccioni ha ripercorso, in poco più di un’ora, la vita artistica e personale di Giovanni Lindo Ferretti, fondatore dello storico gruppo CCCP.
    Ecco cosa hanno raccontato durante la presentazione Maccione e lo stesso Ferretti che, dopo la proiezione stampa, si sono trattenuti con i giornalisti in sala.

    Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a fare un film sulla figura di Giovanni Lindo Ferretti?
    Germano Maccione: Partendo dal fatto che sono stato innanzitutto un fan dei CCCP, la scelta di fare un lavoro del genere è legato anche al rapporto di amicizia che nel tempo si è venuto a creare con Giovanni.
    E’ stato proprio lui a darmi l’input quando mi ha confessato di essere disposto a parlare di cose delle quali non aveva più voglia di parlare da tempo. Così ho deciso di mettermi alla ricerca di materiale per portare sul grande schermo la vita di un’artista, sicuramente tra i più originali e significativi nell’Italia del secondo dopoguerra.

    E’ stato difficile reperire il materiale?
    Germano Maccione: E’ stato un lavoro non semplice ma che mi ha dato grande soddisfazione. Devo dire grazie ai filmati in VHS di Benedetto Valdesalici, un ex psichiatra che ha seguito per anni i CCCP, a  Luca Gasparini che in “Tempi moderni” ha ripercorso l’attività artistica del gruppo e a Davide Ferrario che nel documentario “Sul 45º parallelo” racconta il viaggio in Mongolia di Giovanni e Massimo Zamboni (componenti del gruppo musicale CSI) a metà degli anni ’90.
    A tutto ciò si è aggiunta la disponibilità di Giovanni Ferretti, che io considero un grande narratore, che ha voluto condividere con il pubblico la sua vita a 360 gradi.

    Fedeli alla linea, una commovente testimonianza della tua persona?
    Giovanni Lindo Ferretti: Una testimonianza di quello che ero, di quello che sono, dei miei errori, della mia malattia, della perdita di persone care e della fede ritrovata. Credo, al di là di tutto, che siano temi universali quelli che vengono raccontati nel film: la musica, la malattia, la morte, l’accettazione nella società, il rapporto uomo-natura. Un film per grandi platee.

    Molti fan ti considerano un traditore…
    Giovanni Lindo Ferretti: Ti riferisci alla fede ritrovata? Non mi sento un traditore. Sono nato in una famiglia molto credente, poi durante la gioventù mi sono distaccato dagli insegnamenti cristiani, sono stato un rivoluzionario, ho vissuto in prima persona i movimenti del ’68. Ad un certo punto della mia vita però mi sono reso conto che mi mancava qualcosa, non ero sereno con me stesso. Ho ritrovato la fede, l’amore per le cose semplici, ho rivalutato le sagge parole che mi diceva mia nonna quando ero bambino e alle quali non avevo mai dato peso. Poi la malattia, insomma una serie di circostanze mi hanno fatto riavvicinare alla religione. Si tratta solo di un percorso di vita. La critica da parte dei fan l’accetto. Sono un personaggio pubblico, e come tale, sono oggetto di prese di posizioni da parte di tutti. Io vivo bene così e non ho problemi a parlare e confrontarmi con chi pensa ‘male’ di me.

    Giovanni Bonaccolta

     

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    Valeria Golino, debutto d’autore con Miele

    “Per me è una nuova giovinezza”… Intimista, mai gridato, profondo. Debutto migliore di Miele per Valeria Golino non poteva esserci. Un film coraggioso, che narra di (dolce) morte guardando però alla vita. Il suo talento come interprete lo si è apprezzato in ogni sfumatura. Se ne sono accorti (a dir il vero troppo poco) anche all’estero. L’essere riuscita  ad essere anche regista di un’opera matura, impreziosita da un valore aggiunto come Jasmine Trinca, è forse una sfida con la quale maggiormente voleva confrontarsi.

    Che lavoro c’è stato con Jasmine?
    Sono stata talmente in osmosi con Jasmine che molte volte non mi sono accorta che è una donna di 30 anni, una madre, e non una delle mie cose.
    Alcune volte giustamente si è ribellata a certe mie “zampate”, o quando l’ha riprendevo, ma al di là degli scherzi mi ha regalato come attrice qualcosa di davvero intenso.
    Mi ha dato molto fastidio (ride, ndr) vederla quanto era stata brava e bella nel film di Giorgio Diritti
    (“Un giorno devi andare”, ndr), che era uscito prima di questo.  Qui volevo però che fosse androgina, invisibile, non volevo descriverla troppo, se non nella sua sottrazione.

    Primo lungometraggio e subito a Cannes nelle vesti di autrice. Che sensazione provi?
    Quando ho cominciato a fare l’attrice ho ricevuto diversi riconoscimenti, la Coppa Volpi a Venezia, poi sono andata al Festival di Cannes, insomma l’inizio è sempre così, parto col botto e c’è sempre indulgenza e benevolenza nei miei confronti. Per me è una nuova giovinezza. Spero che in futuro possa avere lo stesso riscontro, ma per il momento posso solo essere orgogliosa di come è stato  accolto questo progetto, che peraltro è stato davvero fatto con pochi soldi.

    Che tipo di ricerca hai fatto?
    Mauro Covavich, scrittore del libro “A nome tuo”, dal quale ci siamo ispirati, ha fatto gran parte del lavoro. Tante cose non le dico nel film, anche se a me sembravano interessanti, ma poi ho pensato che avrebbero appesantito il racconto. Noi abbiamo usato molto di quanto lui ha scritto in sceneggiatura, ma io ho visto anche dei documentari, non solo di donne, ma anche di cliniche in Svizzera o in Colorado di persone che avevano accettato di farsi filmare in quella loro avventura. Jasmine ne ha visti un paio, ma non era contenta e quindi dopo un po’ ho smesso di mostrarle questi materiali. Sono molto disturbanti da tutti i punti di vista, a partire dai tuoi stessi sentimenti perché non sai che tipo di reazione potrebbero innescare. Non sai se emozionarti, irritarti. Li ho guardati il meno possibile, ma alcuni mi sono davvero serviti per dire delle cose.

    La pellicola fornisce molti punti di vista. Il tuo?
    Sono io stessa spettatrice di quanto accade, i miei pregiudizi cambiano, poi diventano opinioni, mutano a seconda della storia personale di chi incontriamo o vediamo.
    Credo sia importante che ognuno possa decidere per la propria vita per come finirla.
    Penso profondamente e questo genera dubbi, riflessioni. Non voglio imporre la mia verità. Non c’è giusto o sbagliato.
    Come nella letteratura ci sono tanti punti di vista e a me piace che ci siano tanti elementi.
    Miele non nasce per essere un film sociologico, bensì libero da qualsiasi tipo di costruzioni, e questa è la molla che mi ha permesso di muovermi in maniera indipendente, anche attraverso delle licenze poetiche.

    Andrea Giordano

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