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    Ettore Scola racconta Federico Fellini… in un film

    Il regista di pellicole cult come C’eravamo tanto amati torna alla regia per celebrare, a vent’anni dalla scomparsa, Federico Fellini, in un film/ritratto, Che strano chiamarsi Federico, scritto a sei mani insieme a Paola e Silvia Scola.

    “Avevo promesso di non fare più film, l’ultimo è del 2003. Sono riuscito a tenere fede a quello che avevo detto per una serie di motivi, tra i quali quello di non riuscire più a riconoscere nessuna delle logiche che mi avevano guidato fino a quel momento. Così per motivi psicologici e politici non riuscivo più a fare cinema…a fare film…ma questo infatti non è un film…non è un documentario”. E invece Ettore Scola il cinema è tornato a farlo e quelli che lo hanno portato a venir meno alla sua promessa sono Roberto Ciccutto, “persona implacabile”, Felice Laudadio e le sue figlie Paola e Silvia. Il risultato è Che strano chiamarsi Federico, lungometraggio nato per omaggiare Federico Fellini e per raccontare il proprio rapporto con “un uomo contraddistinto da grande determinazione e da un’infinita visionarietà”. L’occasione per parlarne è l’annuncio di fine riprese sul set del film a Cinecittà.

    Che strano chiamarsi Federico nasce grazie a un attento lavoro mnemonico portato avanti con passione da Scola, che scavando nel proprio trascorso riesuma ogni momento passato accanto all’amico Federico: dalla fine degli anni Quaranta, quando si conobbero presso la redazione del Marc’Aurelio (rivista satirica romana), alle visite sui set dei rispettivi film, alle cene a casa Scola (il regista racconta divertito di una cena a casa sua durante la quale Federico mangiò con cappotto, sciarpa e cappello per via dell’aria che entrava dalla cappa sopra i fornelli). Tutto viene narrato da un regista che con “debito e devozione” mette in scena una vera e propria “scenografia di ricordi”.

    Scola racconta come non sia stato semplice trovare attori che ricoprissero al meglio i ruoli dei due registi da giovani: “Gli attori, per quello che rappresentano, per quello che raccontano, dovevano essere più che degli strumenti mnemonici; possedere un cuore di attore non sarebbe bastato, avrebbero dovuto avere un forte interesse nel costruire qualcosa che riguardasse i personaggi. Tommaso Lazzotti (Fellini giovane) e Giacomo Lazzotti (Scola giovane) hanno dentro qualcosa che li anima, un’apertura alla sperimentazione e sicurezza nelle scelte che un giovane deve essere pronto a fare”.

    La curiosità di sapere come sarà il film, distribuito in sala il prossimo autunno da Bim e Istituto Luce, non appartiene solo a noi, ma anche allo stesso regista che afferma: “Non so realmente cosa ne verrà fuori. So che a me piacerà. Non so se questo basta. Sono comunque curioso di sapere che film sarà”.

    Giuditta Langone

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    Manuela Arcuri è Pupetta

    Luciano Odorisio dirige Pupetta, il coraggio e la passione. La fiction con Manuela Arcuri, Barbara De Rossi e Eva Grimaldi  andrà in onda su Canale 5 dal 6 giugno per quattro puntate.

    La fiction non va in vacanza. Almeno quella targata Mediaset. Arriva infatti, su Canale 5 dal 6 giugno per quattro prime serate Pupetta, il coraggio e la passione per la regia di Luciano Odorisio. Protagonista Manuela Arcuri nei panni di Assunta Maresca detta Pupetta e la sua ribellione contro le regole maschiliste e la mafia nella Napoli anni ‘50. La serie si ispira alla storia tristemente vera di Assunta Maresca; nel cast anche  Tony Musante, Massimiliano Morra e Barbara De Rossi e Eva Grimaldi. Ecco cosa ci hanno raccontato il regista e la Arcuri.

    Odorisio, può parlarci della fiction?
    Luciano Odorisio: È una grande passione, siamo negli anni 50-60, una storia che all’epoca fece scalpore e m’impressionò. Una grande emozione per me mettere insieme uno spaccato romanzato, d’altronde siamo in una fiction! Lavorare con degli attori così è stato bellissimo, Massimiliano, Christopher Leoni, Eva Grimaldi e la protagonista Manuela Arcuri. Più passa il tempo, più diventa brava!

    Manuela com’è stato entrare nel controverso personaggio di Pupetta?
    Manuela Arcuri: Per me è stata una bella prova, non potevo essere me stessa. Una donna coraggiosa con un carattere ribelle, che va contro la sua famiglia patriarcale anni ‘50, dove le donne erano succubi. E’stato un ruolo bellissimo, perché capita un po’ di tutto. Sono soddisfatta di aver interpretato questa storia, per me il personaggio più complesso.

    Manuela qual è stata la scena più difficile?
    M. A. : La difficoltà più grande è stata recitare con l’accento napoletano. Il lavoro maggiore è stato di certo questo. Per quanto riguarda le scene, ce ne sono state molte , ma sicuramente la scena dell’assassinio è stata forte.  Nel momento in cui scendevo dalla macchina  per sparare mi tremavano le gambe! Era tutto finto, ma per me è stato come  se stessi veramente vivendo quel momento!

    Elisa Solofrano

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    Dieci registi per raccontare Edgar Allan Poe

    Arriva in sala P.O.E. – Poetry of Eerie, un progetto nato dall’incontro di alcuni giovani registi che portano sul grande schermo una pellicola horror ispirata ai racconti del grande Edgar Allan Poe.

    Domiziano Cristopharo, Giovanni Pianigiani e Bruno Di Marcello, Paolo Gaudio, Alessandro Giordani, Paolo Fazzini, Angelo e Giuseppe Capasso, Edo Tagliavini, Yumiko Sakura Itou. Dieci registi e otto brevi episodi per provare a reinterpretare la poetica di Edgar Allan Poe.
    Il film, cha arriverà in sala grazie a Distribuzione indipendente  a partire da venerdi 7 giugno, sarà visible dal 14  anche on demand in versione integrale su Own Air.

    Come è nata l’idea del film?
    Domiziano Christopharo: Un paio di anni fa ho incontrato alcuni colleghi in occasione di un festival indipendente. Abbiamo pensato di mettere in atto un progetto comune, mantenendo però ognuno la propria individualità, il proprio stile. Ciò però poteva essere un’arma a doppio taglio, avrebbe comportato probabilmente un lavoro poco omogeneo e difficile da organizzare, così abbiamo pensato di creare una linea guida dalla quale partire e abbiamo scelto le tematiche tanto care a Edgar Allan Poe.

    Al cinema vedremo la versione del film con otto episodi?
    Domiziano Christopharo: al cinema si, poi dal 14 giugno il film sarà fruibile on line in versione integrale. Saranno tredici episodi, un numero che nell’ambiente horror, specie in quello americano, ha un certo significato.

    In base a quali criteri sono stati scelti gli episodi che lo compongono?
    Giovanni Costantino: E’ stata una sorta di concorso, se così possiamo definirlo. Come ha già detto Cristofaro tutti i registi interessati al progetto hanno scelto in libertà il tema da trasferire in video, poi sono stati selezionati quelli che si intrecciavano meglio e davano una certa continuità di narrazione. Per rendere la “sfida” più equa abbiamo stabilito dei vincoli, ossia girare senza soldi e in tre giorni al massimo.

    Il film è vietato ai minori di 18 anni. Ve lo aspettavate?
    Giovanni Costantino: Sinceramente no. La commissione che ha stabilito ciò ancora non ci ha dato delle reali motivazioni. Penso che abbiano lavorato con un po’ di leggerezza, anche perchè scene violente o di sangue non sono presenti nei vari episodi. Ma a noi in un certo senso fa pure comodo tale decisione. Visto che è stato l’unico film horror vietato ai minori di quest’anno, vorrà dire che lo presenteremo come l’unico horror della stagione.

    Giovanni Bonaccolta

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    Ugo Gregoretti, a Bellaria rivive il mito RoGoPaG

    E’ un piacere incontrare Ugo Gregoretti, invitato d’eccezione al Bellaria Film Festival per presentare la proiezione di RoGoPaG e presiedere la Giuria del concorso Itallia Doc dell 31esima edizione della manifestazione dedicata ai documentari.
    Ideatore di Controfagotto e Il Circolo Pickwick, è stato autore e regista televisivo, teatrale, cinematografico, persino lirico, sempre con una grande ironia come cifra stilistica e una spiccata capacità di osservazione della nostra società. A Bellaria è stato anche l’Ospite d’Onore della serata conclusiva di premiazione, che prevedeva la proiezione dell’edizione restaurata di un classico del 1963, Ro.Go.Pa.G., film a episodi che affiancava Gregoretti a Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard e Pierpaolo Pasolini.
    E’ lo stesso Ugo, acciaccato (per una infiammazione del nervosciatico e per – come dice lui – uno sgambetto della moglie), ma lucidissimo e spiritoso, a raccontare quell’esperienza introoducendo il film, a partire dal titolo:

    Tre su quattro, Sono le sillabe iniziali degli autori – Ro per Rossellini, Go per Godard, Pa per Pasolini – dei tre episodi più il quarto, il mio, presente con la sola G. A me divertiva la cosa, anche perché io ero il più giovane in quella compagnia, e potevo accontentarmi anche solo di una consonante. Poi mi dicevano, pensando di dovermi consolare, che altrimenti sarebbe parso un ruggito: Rogopagrrrrrr! Poteva essere un fastidio per lo spettatore…

    Però in realtà questo titolo non era stato pensato, studiato, dagli autori…
    Era la sigla con cui il ragioner Taito della casa di produzione Arcofilm del produttre Alfredo Bini; siccome ancora non si sapeva quale sarebbe stato il titolo, ricorse al sistema che si usava sin da allora di dare un titolo provvisorio per fare tutte le pratiche al ministero. Non sapendo quale mettere, mise brraticamente le sillabe iniziali come su un documento assoluamente privo di qualsiasi appeal artistico. Poi una volta Rossellini venne, che già avevamo cominciato a girare, e chiese cosa fosse questo Rogopag. Il ragioniere precisò che era una sigla provvisoria che aveva usato per poter avere il permesso di iniziare la lavorazione, ma Rossellini disse: ma questo è un titolo bellissimo, nuovo, innovativo! Altro che provvisorio!
    Il produttore si convinse, ma era così spaventato da questi tre mostri sacri, e mezzo, che non si sarebbe mai sognato di fare altrimenti.

    L’episodio di Pasolini è per altro alla base di un ulteriore nota storica sul titolo…
    La ricotta di Pasolini, con Orson Wells, diventato poi un oggetto di venerazione da parte dei cinephiles amanti del regissta, è un titolo ormai consacato, ma allora Pasolini ebbe un incidente. La destra più becera e violenta, in quel periodo, aveva preso l’abitudine di insultare, calunniare e diffamare Pasolini  perché era di sinstra ed era omosessuae. Quando uscì il film, una sedicente – e forse inesistente – organizzzione di padri di famiglia lo denunciò per vilipendio alla religione e altro, oltre a tutte le calunnie che i rappresentanti dell’estrema destra facevano piovere su Pasolini come fossero reati realmente consumati. Fu per esempio accusato di aver rapinato un benzinaio, e il ragazzotto che era stato indotto a denunciarlo lo rappresentò secondo una iconografia convenzionale del bandito, con il giubbotto nero, la coppola e il fazzoletto sulla bocca.
    In primo grado fu condannato, ma in secondo poi assolto, ma il giudice volle castigare comunque il film, che intanto era stato ritirato dal circuito, cambiandogli il titolo, che diventò: laviamoci il cervello, che pur essendo il titolo giuridico nessuno conosce, mentre invece Ro.Go.Pa.G resiste gagliardamente a tutte queste disavventure.

    1953. L’anno del Boom di Zampa con Sordi, ma il pollo ruspante – che chiude RoGoPaG- con Lisa Gstoni, un giovanissimo Ricky Tognazzi e un Ugo nella sua maturità artistica, è la storia di una gita domenicale di una coppia che sogna in grande nell’anno cruciale di quel boom…
    E’ l’Italia di questo film, quella dei primi vagiti del consumismo in una società che da contadina è diventata assai affrettatamente industriale e dove si trapianta la cultura del consumo. Il fim stesso è inserito in una letteratura della quale l’Italia era completamente sprovvista, a differenza degli Usa, per esempio.
    Confrontandomi con Rossellini – il manager del gruppo – avremmo voluto fare di questo film una sorta di quadrittico del consumismo all’italiana, visto nel suo sorgere. Al centro della struttura un conferenziere, di quelli molto preparati e che ha vissuto in America, che però dovrebbe sembrare un extraterrestre che fa una conferenza a una parte di importanti industriali e capitalisti, prevalentemente lombardi; e questo spiega tutte le dinamiche della manipolazioe dei desideri affinché il consumatore medio desiderasse consumare sempre di più, secondo modelli nuovi e venendo calato nel pozzo del consumo.
    Tognazzi era il consumatore, Lisa gastone la moglie e io avevo bisogno di uno che facesse i conferenzeie…
    Ma il produttore mi metteva fretta dicendomi che se non l’avessi trovato entro pochi giorni avremmo chiuso il film senza la conferenza; ma il film sarebbe rimasto senza le gambe!
    Non volevo il solito grande attore, ma non sapevo nemmeno io bene cosa cercassi. Una mattina arrivati sul set, all’aperto, mentre si lavorava all’ambientazione con i giardinieri, sentii una voce. Robotica, astrale. Mi affrettai, convinto di aver trovato la voce del mio conferenziere. Era un signore di mezza età che dava ordini ai suoi giardinieri: il commendator Ceccotti, il re dei giardini nel cinema a Roma. Era venuto a fare queste operazioni per le noste ripese ché dovevamo piantare dei cavoli e dei piccoli pini. Decisi di rischiare, e mi avvicinai a lui per descrivergli questo personaggio di ‘grande intellettuale marziano’ per cui lui sarebbe stato adattissimo se avesse accettato la parte nel film, il che voleva dire leggere una conferenza con questo strano amplificatore, che portava per aver avuto una operazione alle corde vocali. Mi vergognavo di chiedere a lui, menomato, di venire a fare il buffone nel film; mi aspettavo mi girasse le spalle, e invece la risposta fu positiva e entusiastica tanto che mi volle dimstrare di esser in grado, con quell’apparecchio, di non solo parlare e farsi capire, ma anche di fare le pernacchie, come mi dimostrò ampiamente.

    E Godard, invece, vi siete incontrati?
    In occasione di RoGoPaG lui era a Parigi… Ma in fondo era stato lui il promotore iniziale ed aveva apprezzato il mio primo film, I nuovi angeli, uscito qualche mese prima. E lui girò questo episodio che però – insieme a quello di Rossellini – incontrò meno favore de La ricotta e de Il pollo ruspante. Per altro Godard si fece promotore di un altro film che si chiamava “Le prime truffe del mondo”, al quale lui teneva molto, con storie di imbrogli e imbroglioni, e i cui registi erano Chabrol, che aveva fatto l’episodio di un furbacchione di Parigi che cercava di vendere la Torre Eiffell a due sposini di provincia, io, con ‘Foglio di via’, Polanski, che per la prima volta girava in occidente, e un giapponese. Ma quello di Godard era talmente brutto che fu tagliato. E visto che era stato lui stesso a proporne il taglio, noi dicevamo che il suo era l’episodio ‘evirato’…

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  • Daniele Vicari, premiato a Bellaria

    Daniele Vicari, regista di Diaz e La nave dolce riceve a Bellaria il Premio alla Carriera dal festival del documentario romagnolo, e lo commenta così…

    Sono un materialista dialettico del sud italia e quando me l’hanno detto ho fatto gli scongiuri. Mi ha sorpreso. Sicuramente. Ma mi ha poi convinto la motivazione che ne ha dato Fabio Torcello, il direttore del festival: quando si fa un percorso, e piano piano questo percorso viene messo a fuoco, il fatto che venga riconosciuto che questo percorso abbia un valore ti può aiutare anche a capire che cosa sbagli o meno.
    E questo dà una funzione al premio stesso, quella di fare un punto, di dove sei arrivato, anche se hai 20 anni. Anche perché il rischio dei premi alla carriera dati a 80 o 90 anni è che siano premi alla memoria.

    E tu a che punto sei?
    Sono in mezzo al guado, sto imparando a nuotare. Piano scegli con più precisione l’obiettivo, dove arrivare, se sia possibile arrivarci o se sia possibile rischiare di andare anche oltre. Fare un miglio di mare in più. Posso permettermelo?
    Il linguaggio del cinema è qualcosa di mutevole e non si finisce mai di impararlo. Ed è per questo che il cinema continua a sorprenderci; non è codificabile, e questo fa sì che ogni volta un regista debba scoprirlo dentro di sé. Se si aquisisce questa capacità dii sorprendersi, si va avanti, non ci si ripete, non si continua a nuotare sempre nella stessa vasca.

    Con Diaz sei riuscito a farlo? Hai spostato il limite o cerchi qualcosa di più intimo?
    Come credo non ci sia differenza tra un film di finzione e un doc, non credo ci sia differenza nelle storie che si raccontano, intime, d’amore, di guerra, socieli, etc. L’unica differenza sta nell’atteggiamento del regista nei confronti dei suoi argomenti.
    Perché anche un storia intima è un fatto sociale. Se si fa un film, si dipinge un quadro, si scrive una poesia, si fa perché si pensa che ci sarà almeno un fruitore.
    Io, personalmente, sento che nel momento che stiamo vivendo, gli artisti e tutti quelli che possono avere visibilità si mettano in gioco. Chi ha gli strumenti per farlo; la nostra società ne ha bisogno. Perché stiamo riflettendo sul nostro passato recente, cercando di capire cosa è e cosa è stato. Io in questo momento sono orientato a cercare cose che mi succedono intorno, e che determinano il nostro modo di essere, che siano a livello sociale o intimo.
    Sin da ragazzo mi sono interessato alla politica, e a un certo punto ho perso di vista il limite tra una cosa mia personale e quello che mi succede intorno. Il personale è politico, si diceva, nessuno vive in isolamento.

    Adesso stai lavorando sul libro della Mazzucco, Limbo.
    Anche lì sono in mezzo al guado; ma mi aveva colpito la storia di questa giovane donna che torna gravemente ferita dall’Afghanistan, e vuole tornarvi. E’ qualcosa assolutamente antiretorico, e la sento vera. Il problema quando si vuole fare un film da un romanzo è trovre la chiave di lettura della storia, e io non ce l’ho ancora.
    Sicuramente il fatto che noi facciamo finta di non essere un paese in guerra è un buon motivo per fare un film così. Per oppormi a una tragica mancanza di coscienza.

    Che situazione è adesso quella del nostro Paese?
    Da ragazzo cercavo punti di riferimento, ma tutti, crescendo, in un certo momento sospendiamo il giudizio sulla nostra vita, possiamo fare di tutto per dare un senso alla nostra vita. Nel 2009, dopo aver realizzato Il mio paese e mi ero reso conto che eravamo una nazione ferma, un animale ferito che aspetta o di guarire o la propria morte, e ci fa soffrire. A questa situazione di stasi non sempre rispondiamo in maniera positiva. Il fatto che affidiamo i nostri destini a personaggi dello spettacolo, per esempio, secondo me è una cosa estremamente pericolosa, e violenta. Personaggi superomistici, che si chiamino Beppe Grillo o Berlusconi, ma ce ne sono tanti nel nostro pantheon politico, non fa molta differenza. Sono guide che pensiamo ci portino da qualche parte, ma ci portano solo dentro se stessi. Prima o poi dovremo riconoscerlo che nel bunga bunga c’eravamo anche noi.
    Queste individualità, in un situazione sociale data, hanno la forza e la capacità di parlare al nostro inconscio. Se poi hanno anche gli strumenti, i mezzi, la televisione o altro, anche economici, ci colonizzano l’inconscio e diventano veramente pericolosi.
    Nel caso del rapporto tra un popolo e una figura guida di questo tipo possono finire nel disastro milioni di persone. Come è successo col fascismo.

    A proposito del mettersi in gioco che dicevi, ti sembra che in questo momento di crisi ci sia questa consapevolezza nel nostro cinema?
    Penso che ci sia una parte del nostro cinema che lo sta facendo egregiamente, e non da oggi. Ed è il cinema documentario. E anche dal punto di vista dei numeri è più impotante del cosidetto cinema di finzione. Noi facciamo anche 400 documentari l’anno in italia, e senza mercato. Una percentuale piccola sono brutti, ma una decina o più, almeno, sono di grande qualità. Possiamo dire lo stesso dei film di finzione?
    Il riappropriarsi di strumenti atravero la cinematografia documentaria e il prendersi la parola, istituire un punto di vista sul mondo, è una novità interessante.

    Questa maggior qualità dipende da un linguaggio, una sensibilità, speicifciche o è un modello produttivo migliore?
    Nel cinema ‘tradizionale’ sono molto pochi i produttori e i registi veramente liberi. basta andare al cinema e vedere i trailer prima di un film: almeno quattro sono italiani, e ci sono sempre gli stessi attori. Quando non sembrano lo stesso film. Questo non significa che produttori, registi e sceneggiatori siano degli idioti, ma che siamo in una situazioe di mancanza di libertà di scelta. E, per come sono fatto io, la libertà te la devi prendere, anche sapendo dire di no. Nel cinema documentario tutto questo non ha senso perché non c’è quasi la commmittenza.

    Spesso certi film sono proprio i documentaristi gli stessi registi dei film più interessanti, come è successo a te con Diaz, è una consapevolezza diversa che scava nell’artista?
    Non c’è dubbio. Come per un detenuto che dopo venti anni che ripete sempre gli stessi gesti, gli stessi percorsi, si finisce per disabituarsi a farsi certe domande, non si percepisce più la mancanza di questa libertà. Nel campo dell’arte si chiama autocensura. Se assaggi il territorio di libertà che si chiama documentario e torni alla finzione, ci soffri ‘a bestia’.

    Pensi di essere un regista incazzato?
    Non mi andrà bene se un giorno qualcuno dirà: fatti i soldi, finita l’incazzatura. Ma non penso di correre questo rischio. Detto questo, penso che bisogna, se si ha la sfrontatezza di prendersi il carico di fare certi discorsi, essere coerenti. Dire le cose come si ritiene giusto e in estrema libertà. Tra l’altro, conta caso per caso, perché la narrazione è una magnifica menzoga. E a volte è questa che diventa ‘il vero’, quello con cui lo spettatore ha un rapporto.

    Con Procacci questo non ti succede?
    Con lui abbiamo litigato tantissimo su tutto, attori e scelte di ogni genere, ma più che altro discusso, molto. Ma a me non piacciono le mammolette e credo nel conflitto, è qui che la creatività trova degli spazi. Un regista, anche grande, che non lascia libero il proprio montatore di dirgli che sta facendo un errore, rischia ancora di più di farne. Io ho un rapporto molto viscerale con i miei, non c’è mai un momento in cui abbiamo paura di dirci quello che pensiamo. Ci deve essere qualcuno che non è d’accordo, è importante anche dal punto di vista economico.
    Con Domenico c’è una dialettica costante, ma sono 10 anni che lavoriamo insieme, comunque, credo si sia trovato un buon equilibrio.

    Cosa non è andato, con lui, per il film mancato su Parodi?
    Non è mancato. Domenico è stato uno dei produttori che all’epoca mi disse che non lo trovava interessante. Pensato potesse esserlo la scenggiatura, perché può sucedere anche questo. Ma Domenico ha una visione del cinema che vuole fare, mi disse che se avesse fatto un film su Genova, avrebbe fatto un film che raccontasse quel che è accaduto.

    Qiundi continui a cercare?
    Magari diventerà altro; non l’ho abbandonato. Cercherò altri… E’ qualcosa cui sono molto affezionato anche peché la sceneggiatura è molto buona secondo me, l’abbiamo scitta con Massimo Gaudioso, ma dopo Diaz devo riprendermi. E poi non vogio rischiare di appiattirmi.

     

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    Incontro con Agnès Jaoui

    Uscirà il 6 giugno in Italia in 70 copie il nuovo film della regista francese Agnès Jaoui “Quando meno te lo aspetti” distribuito da Lucky Red.  Una commedia divertente dal gusto amaro dove la vita s’intreccia alla fiaba. Nel cast Agathe Bonitzer, Arthur Dupont, Benjamin Biolay,  Jean Pierre  Bacri e la stessa regista. Abbiamo incontrato la Jaoui in conferenza stampa a Roma ed ecco cosa ci ha raccontato.

    Secondo lei quanto è importante credere ancora nelle favole?
    Non so se ci credono tutti, ma mi sono resa conto che pur essendo cresciuta con forti valori femministi, mi sono ritrovata anche io a sognare il Principe Azzurro. Mi sono chiesta come mai questi archetipi delle favole continuano ad essere attuali e avevo voglia di riadattarle in chiave moderna.

    Gli attori sono stati contenti di girare questo genere di film?
    Sì, molto, persino Benjamin Biolay, che interpreta l’affascinante Maxime, ossia il lupo cattivo! Il nostro scopo era creare un mix tra favola e realtà e quanto pare ci siamo riusciti, perché sia spettatori e giornalisti hanno visto i riferimenti a personaggi fantastici che avevamo in mente. Ad esempio nel personaggio di Pierre hanno visto l’orco che odia i bambini, in Clèmence e il suo violino hanno visto il riferimento con “Pelle D’Asino”.

    Ti sei trovata bene a dirigere dei bambini?
    Beh sì! Ci sono state delle difficoltà , perché non è semplice fargli fare quello dici tu, in mezzo c’erano anche i miei figli, che in certi momenti avrei voluto uccidere! Nonostante questo mi hanno dato molto ed era da tempo che volevo lavorare con loro, sia come attrice e regista.

    Nel film ci sono elementi nuovi per il cinema francese, meno realismo grazie all’espediente fantastico. Quanto è stata forte la voglia di rinnovarsi?
    Il film l’ho scritto con Jean- Pierre Bacri e avevamo voglia di fare cose nuove. Dopo 20 anni che lavoriamo insieme avevamo paura di ripeterci, di annoiare lo spettatore e molta voglia di divertimento. Questa volta ci siamo spinti oltre grazie al ricorso alle favole, raccontando però delle paure di oggi. L’irrazionalità, le superstizioni, le paure. Scrivendo da anni  è difficile rinnovarsi. Per me è stato liberatorio anche dal punto di vista della tecnica. Ho cominciato da sceneggiatrice  e come regista volevo essere invisibile. Il film mi ha dato molta creatività e libertà!

    Elisa Solofrano

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    Pieraccioni, nella casa c’e’ ‘Un fantastico viavai’..

    Operazione nostalgia per Leonardo Pieraccioni che batte il primo Ciak di una commedia natalizia, scanzonata e scacciapensieri, in uscita il 12 dicembre, distribuita da 01.
    Ancora una volta doppia fatica, regia e interpretazione da protagonista mattatore per il comico toscano che il 3 giugno sarà sul set di Arezzo con “Un fantastico via vai”, questo il titolo della commedia.
    Dice di non capire molto di politica, ma non si tira indietro quando si presenta l’occasione di scherzare e fare battute sui protagonisti attuali della scena, a cominciare da Matteo Renzi e Beppe Grillo. “Renzi e Grillo? – dice –li prenderei al posto di Ceccherini e Papaleo”,
    Io non capisco niente di politica – ha precisato Pieraccionima Renzi mi sembra prossimo a mettersi la mano nel cappotto e credersi Beppe Grillo. La politica in Italia è ridotta a un reality, entrano personaggi di quel mondo, escono quelli che non servono più, arriva il rottamatore, c’è chi vota Grillo pensando in un cambiamento e lo ritrova a controllare gli scontrini”.
    La parentesi ‘politica del comico toscano finisce con una considerazione: “In Italia ci sono autori fortissimi, come Sorrentino o Virzì, che hanno il dovere di raccontare la società. Noi saltimbanchi puri, invece, con grazia, dobbiamo raccontare storie per divertire il pubblico, che va coccolato soprattutto in questo periodo, con la vita sempre più dura”.
    Ecco perché, insieme ad un manipolo dal tasso di comicità indiscutibile, da Serena Autieri a Maurizio Battista, passando per Ceccherini e Panariello, il comico e regista toscano racconta la storia di Arnaldo, bancario, padre e marito felice, ma un po’ annoiato dalla routine, che dopo essere stato cacciato, per un equivoco, dalla moglie (Autieri), decide di prendere una stanza in un appartamento di studenti e si ritrova così in quell’atmosfera dei vent’anni, di cui sentiva nostalgia. Sulla storia si innesta anche il misterioso furto di una caravella di Colombo…
    Scritto per la prima volta con Paolo Genovese,”Un fantastico via vai” tuttavia non si rifa’ al primo indiscusso successo di Pieraccioni, ‘I laureati’.
    Non c’entra niente con il mio primo film – si affretta a precisare Pieraccioni – anche se nella trama c’é un piccolo riferimento, quando rifaccio la corsa dal ristorante per non pagare il conto. Stavolta, però, con gli anni in più il cameriere mi prende…
    Il film “é un affresco che spero piacerà a quelli della mia età, dai 30 ai 50 anni, ma anche a quelli dai 20 ai 30… ognuno può avere una sua chiave di lettura”.

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    Giancarlo Giannini, ritorno da regista

    Lui la definisce “una storia avvincente e provocatoria”, qualcuno parla di “uno dei film più anarchici mai visti”. Insomma le interpretazioni si sprecano: viaggio mistico, surreale, esperienza visionaria, e poi c’è chi non gli risparmia nulla apostrafandolo come ‘imbarazzante’. Ma Ti ho cercata in tutti i necrologi è soprattutto il ritorno alla regia di Giancarlo Giannini, che ventisei anni dopo Ternosecco si rimette alla prova dietro la macchina da presa e questa volta nel ruolo di produttore, regista e attore. Un noir nato da una coproduzione italo-canadese non finita benissimo, che dal 30 maggio arriva nelle sale italiane in 50 copie distribuita da Bolero.      

    Come è nata l’idea di un film così fuori dagli schemi?
    Ci ho lavorato per tre anni. Tutto nasce dal racconto di alcune cacce clandestine in Africa, dove uomini di colore per non morire di fame si prestano a fare da preda a ricchi bianchi annoiati di cacciare animali.
    Questa storia mi rimase impressa e ne volli fare un film, che è molto di fantasia, non ambientato in Italia, girato in inglese e in posti molto curiosi e diversi tra loro. La scena finale per esempio è stata girata nella Monument Valley, un mondo dove si fa evidente il rapporto tra l’uomo e l’infinito. E’ una storia che ho dentro da parecchio tempo, nessuno mi ha ordinato di fare il regista, volevo girarla e basta usando tutto quello che il cinema mi ha insegnato in questi anni; ma soprattutto volevo divertirmi, perché il cinema è divertimento, è gioco anche se un gioco molto serio.

    Come avete lavorato a questo rapporto ambiguo tra il suo personaggio, Nikita, e quello di Helena, interpretata da Silvia De Sanctis? Avete gitato in sequenza?
    No, i film non si girano in sequenza, è fondamentale invece costruirli pezzo per pezzo. Mi piace insegnare e parlare con gli attori, raccontando i segreti del mio mestiere. In questo caso ho impostato un tipo di recitazione asincrona: più della battuta in sè è importante il suo sottotesto. Ho adottato un asincronismo nella recitazione che si riflette anche sulle scelte musicali; la musica si stacca dalla scena e non la accompagna soprattutto nelle sequenze delle cacce.
    Era difficile recitare in  questo modo, ma Silvia ha avuto la capacità di superare ogni difficiltà e poi mi piaceva l’idea che il suo personaggio vivesse in un mondo tutto suo, fosse solitario, vuoto e che suonasse il pianoforte. Helena ha un rapporto molto particolare con la musica, quasi mistico; è una specie di dottor Jekyll e Mr. Hyde. Mi affascinava il concetto che cercasse di sedurre la sua preda prima di conquistarla e fargli capire che l’energia e il piacere di vivere vanno oltre il noioso della loro vita. È curioso come alla fine Helena da demone diventi angelo, e Nikita faccia invece il percorso  inverso.

    Come nasce il titolo del film?
    Da una battuta di Nikita, che lavora a contatto continuo con la morte (“Che buono l’odore di vivo!”, dice a un certo punto). Quando incontra questa donna misteriosa che non vede da un po’ di tempo, gli viene quasi naturale esclamare: “Ti ho cercato in tutti i necrologi”. È la cosa piu semplice e naturale che Nikita possa dire.
    Ho usato dei dialoghi molto poco convenzionali, qualcuno mi ha detto che è il film piu anarchico che abbia mai visto. Ho seguito le regole per tanto tempo, quindi per na volta mi piaceva essere libero. Come ho detto il cinema per me è un gioco, mi diverte e va innovato. Non è necessario spiegare troppo, spesso è l’impotenza di raccontare a farti andare oltre la storia.
    È un modo diverso di vedere e proporre un racconto. Questo film potrebbe essere una favola e i suoi due personaggi addirittura dei fantasmi.

    Il rapporto tra preda e predatore viene descritto attraverso uno schema narrativo anticonvenzionale e con uno stile grottesco e cupo. È una scelta voluta?
    È stata una ricerca istintiva dell’immagine, ho disegnato il film inquadratura per inquadratura: solo così la scena ti viene addosso e ti fermi a pensare, a riflettere ad esempio su come creare una forma asincrona e non lineare della storia. Ho lavorato in modo del tutto inusuale, mi sono divertito, ho giocato; la recitazione è finzione, l’attore è un mago e un plagiatore e deve usare tutti i trucchi per rendere credibile un personaggio, e io non h agito diversamente.

    È evidentemente un film fuori dai canoni. Che riferimenti ha usato?
    È tutto molto casuale e tutto parte da un pretesto molto banale. Ci sono pochi riferimenti, certo forse molti suggerimenti mi sono arrivati inconsciamente.
    Nella caratterizzazione di Braque ho pensato senz’altro a “M – Il mostro di Düsseldorf” di Fritz Lang, un film straordinario che mi è piaciuto citare . C’è tutto il cinema che mi ha segnato da Kurosawa a Kubrick al Fellini di “8½” che racconta l’impotenza di raccontare. Tutti i registi hanno un’influenza, si impara sempre dagli altri,

    In quante copie esce sul mercato e cosa si aspetta dal pubblico?
    Uscirà in 50 copie. Ho sempre fatto film coraggiosi e li ho proposti. Vivo la vita nel suo divenire, mi piace una storia e la faccio. Non esiste il di più nelle cose, ciò che mi fa piacere é che la mia idea possa comunicare qualcosa, in fondo lavori per il pubblico. Forse ho fatto un film difficile, ma questa è una sfida. Il cinema del futuro sarà il videogame, l’interazione con l’immagine, non sarà nè il digitale nè la sala.

    E la coproduzione con il Canada? Come è andata?
    Ci metterei una pietra sopra. Il film doveva essere per  30% canadese e per il 70% italiano. Ma i soldi del Canada non sono mai arrivati e alla fine ho dovuto supplire di tasca mia. Posso dire quindi che il film è andato in porto anche grazie a me e al mio impegno

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    Milena Miconi, cambiare vita fa bene

    Ne Il disordine del cuore, Milena Miconi è Anna, una donna sfuggente e complessa. Nei panni della segretaria di uno celebre scrittore (Paolo Fosso) diventato cieco e sulla via del tramonto, la Miconi rivela il suo lato più inedito ed enigmatico.

    Milena, come potresti descrivere Il Disordine del Cuore?
    Il disordine del cuore è la storia di due anime che si incontrano, due anime provate dalla vita e dalle esperienze negative che le ha chiuse in se stesse. Queste due anime hanno bisogno l’uno dell’altro e riescono solo con la presenza dell’altro ad uscire fuori da un tunnel in cui la vita le ha messe. Nel film c’è la difficoltà di riaprirsi alla vita dopo una serie di esperienze negative che segnano cosi profondamente.

    Il tuo personaggio, Anna, è una donna indecifrabile e complessa, come hai preparato il tuo ruolo?
    Abbiamo lavorato molto su questo film e sui suoi personaggi, questa pellicola è il risultato di un percorso teatrale, in cui abbiamo sviscerato tutto, con le difficoltà e le insicurezze di una donna colta, che ha studiato e che ha vissuto una vita ad alti livelli, ma che ha molte sfaccettature. Abbiamo ricercato ciò che può spingere una donna a nascondersi dietro una immagine diversa, ma mantenendo la sua realtà, sapendo cose e facendo finta a volte di non saperle, ma sempre avendo una curiosità che la spinge a chiudere e scoprire ciò che non sa.

    È stato molto difficile preparare il particolare rapporto che nel film si sviluppa con Carlo Silvio/Paolo Fosso, l’attore protagonista con te de Il disordine del cuore?
    Con Paolo Fosso ci siamo incontrati anni fa e non succede spesso di poter costruire amicizie cosi importanti; per questo film abbiamo lavorato molto insieme, lui ha creduto nelle mie possibilità, chiamandomi ad interpretare questo personaggio cosi intenso ed io lo ringrazio per questo.

    Cosa ti ha lasciato il ruolo di Anna?
    È stata una esperienza scoprire questo personaggio ed interpretarlo, come sempre, recitare ci permette di cambiare vita e in particolare questo mi ha insegnato essere Anna: che a volte cambiare vita fa bene.

    Che progetti hai nel prossimo futuro?
    Sto lavorando a diversi progetti e spero di avere ancora altre occasione di poter cambiare vita!

    Maria Luisa Lafiandra

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    Paolo Fosso racconta il suo esordio alla sceneggiatura

    In questo suo esordio alla sceneggiatura non ha voluto rinunciare a nulla, neanche alle vesti attoriali nelle quali il pubblico è più avvezzo a vederlo. Così Paolo Fosso, attore reatino con numerose esperienze teatrali e cinematografiche alle spalle, firma il suo debutto alla scrittura ne Il disordine del cuore di Edoardo Margheriti, dove recita insieme a Milena Miconi ed Erika Blank.

    Paolo, di cosa parla Il disordine del cuore?
    Questo film è una storia difficile da definire: parla di sentimenti nascosti da una serie di sovrastrutture, sentimenti di amore verso la letteratura, le proprie passioni e il tormento che il protagonista vive. Il mio personaggio deve affrontare la vita andando al di là del suo significato trovando un senso nella ricerca delle parole degli scrittori di cui si è nutrito, in questo suo percorso arriva Anna, questa figura femminile altrettanto intensa…

    Il tuo ruolo è quello di uno scrittore, Carlo Silvio, diventato cieco dopo aver raggiunto una certa fama. Come hai sviluppato un personaggio con una psicologia cosi complessa?
    Ho un profondo amore per la letteratura, per me il primo aspetto è la storia che viene narrata, è questo interesse per il racconto che poi mi porta anche al cinema e al teatro: per me il racconto è sinonimo di emozioni. Il mio personaggio è simile a me, amando io stesso la letteratura alcune delle cose narrate nel film sono autobiografiche, adoro io stesso confrontarmi con i grandi personaggi e mi piace filtrare la vita attraverso l’arte, poiché “la vita stupisce solo gli ignoranti, perché nella letteratura c’è già tutto”.

    Il film è pieno di citazioni letterarie, ce ne è una che racchiude più delle altre il senso del film?
    Il pensiero di Proust, “Il vero lettore è il rilettore”, è forse il punto di partenza per la lettura del film e della frase che gli dà il titolo: io stesso vivo e rileggo tutto, la biblioteca, che è parte integrante del film, vive “il disordine del cuore” e dell’anima; il desiderio di rimettere a posto deriva dal desiderio di rimettere in ordine le idee che poi governano il mondo, nella nostra illusione di ordine è come se cercassimo ordine nel nostro animo e nel mondo stesso. Il mio concetto di mondo giusto, però, è quello di mondo disordinato e governato dal caos del libero circolare delle idee.

    Il film è ambientato a Rieti, tua città natale. Come è stato preparare e girare il film nella tua stessa città?
    Straniante! La mia vita a Rieti non è prettamente artistica, a Rieti vivo, ma lavoro sempre fuori, per cui non mi trovo in genere a vivere la mia città pensando al lavoro.
    Da un punto di vista lavorativo in termini di scrittura ho cercato di vedere la città con i suoi racconti e i suoi particolari; c’è un livello di lettura della città che vivo con occhio cinematografico perché è una miniera di storie, per questo mentre cammino nei Giardini del Vignola nel film, spiego questo concetto: può accadere di dare un primo bacio appoggiati alla colonna in cui prima che nascesse Gesù una persona potrebbe esser stata legata e flagellata, questo è ciò che accade a chi vive in città secolari come Rieti.

    Cosa c’è nel tuo prossimo futuro?
    Ho riallestito al teatro di Rieti uno spettacolo che avevo recitato nel circuito off romano e che ho presentato per la stagione off della città di Rieti, chiamato “Quasi un’avventura”, tratto da un mio racconto ispirato da un’idea di Valentina Capecci e che adesso vorrei in qualche modo portare in altri teatri. Nel frattempo continuo il mio lavoro di attore nel cinema e tv.

    Maria Luisa Lafiandra

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