LOGO
  • ,,

    Cha Cha Cha: Marco Risi, il potere e il paese dei cialtroni

    Dopo Fortapasc Marco Risi sceglie il cinema di genere per raccontare l’aspetto più cinico, sotterraneo e sporco del Bel Paese. Uno Stato corrotto, il lato oscuro del potere, un sottobosco di personaggi ‘brutti e cattivi’, la figura romantica di un detective di chandleriana memoria accompagnato da un cane senza zampa, l’amore sopito per una donna – la bionda dei film di Hitchcock: sono loro i veri protagonisti di Cha Cha Cha, un noir denso di citazioni, specchio del nostro tempo. In sala dal 20 giugno .  Nel cast Luca Argentero, Claudio Amendola, Pippo Delbono e Eva Herzigova.

    Cha Cha Cha è un ritratto sulla connivenza tra società e criminalità. Ti è venuto in mente che tra vent’anni qualcuno potrebbe proiettarlo insieme a La grande bellezza? Due facce della stessa medaglia…
    Marco Risi: Sono due opere completamente diverse. Lo abbiamo girato prima di Sorrentino. Inoltre La grande bellezza è un film molto artistico, su una Roma raccontata dal punto di vista di un giornalista stanco, un po’ Mastroianni. Invece il mio è un film con un soggetto preciso che vuole raccontare i lati oscuri di questa società e di questo potere visti attraverso gli occhi di un investigatore privato, Corso.

    Chi è il protagonista di questa storia?
    M. R.: E’ una figura che mi ha sempre affascinato, sin dai libri di Chandler che leggevo da ragazzo, mi piace molto il suo essere cosi romantico e solo, nella sua casa. Come il Philip Marlowe de Il lungo addio di Altman, che si dedica al suo gatto con una passione estrema cercando di dargli da mangiare solo quello che lui vuole.
    Anche Corso è solitario e ha addirittura un cane con una zampa sola. Quanti si terrebbero un cane così non estetico in una società oggi talmente estetizzante? Una scelta che spiega tante cose del mio personaggio: la sua solitudine, il suo volere che le cose vadano in un certo modo per poi accorgersi sempre di più che è così difficile cambiarle e farle andare come dovrebbero.
    Mi piaceva poi l’idea della storia sotterranea di questo amore mai detto apertamente con una donna, la bionda dei film di Hitchcock, a metà tra Grace Kelly e Kim Basinger.
    E infine sono attratto dai rapporti con i brutti e i cattivi come il ruolo di Amendola che nel finale dice una delle battute più formidabili del film, “Che cazzo di paese!”, capace di sintetizzare la situazione che stiamo vivendo, o Pippo Delbono che esce dagli stereotipi del cattivo: lui è uno di quei personaggi che riesce a tessere sempre la sua tela per cercare di portare tutti a stare dalla sua parte, che lavorano nell’ombra ma hanno un grandissimo potere e non ci tengono ad uscire allo scoperto e farsi vedere, perchè sanno che il potere gestito così vale molto di più.

    Il valore del film arriva anche dall’arte di grandissimi caratteristi. L’attenzione ai caratteri secondari è straordinaria ed è tipica del genere noir.
    M.R. Non ci sono mai attori secondari, lo sono rispetto al racconto del film. Credo ci vogliano grandi attori per interpretare anche ruoli piccoli.

    Avete diviso la sceneggiatura in tre. Come avete collaborato?
    M. R.: La prima idea non era quella di fare un film di genere, siamo partiti da lontano pensando di raccontare certi aspetti del paese, ma le cose non quadravano; addirittura si era pensato all’inizio di fare un film sulla trattativa Stato-Mafia, tanto che avevo incontrato anche Ingroia e Massimo Ciancimino, ma anche lì non ero ancora convinto.
    Alla fine mi ha incuriosito l’idea di raccontare una fetta della nostra Italia attraverso gli occhi di un investigatore privato. Sono molto felice di essere tornato a collaborare con Andrea Purgatori e Jim Carrington che mi avevano accompagnato anche in Fortapasc. Jim ha questo modo attento di suddividere le scene e sa – come solo gli americani sanno – quando deve succedere una determinata cosa.
    Jim Carrington: In genere mi concentro sulla struttura. Ogni storia sin dai tempi degli Antichi Greci ne ha una, ha il suo arco ed ogni personaggio o carattere dovrebbe avere idealmente il suo. Ogni scena ha la sua dinamica e il suo arco specifico.

    Il detective di Cha Cha Cha vivrà altre avventure?
    M.R.: Chissà, queste cose vanno di pari passo con gli incassi. Magari Corso e Michelle si rincontreranno; vorrei rivedere lo sguardo finale di Eva (Herzigova) che si allontana in macchina in un’altra occasione e scoprire cosa succede.

    Pippo, vieni dal teatro e hai una misura cinematografica strettissima: fai il minimo indispensabile per ottenere il massimo.
    Pippo Delbono: Personalmente vengo fuori da una storia non strasberiana. Non è detto che per interpretare un prigioniero tu debba per forza trascorrere dei mesi in una prigione: per me fare l’attore non è questo, ma è piuttosto una questione di segni. E il cinema ha molto a che fare con la tradizione del teatro orientale: uno sguardo, un occhio, un cambio di direzione, un gesto…
    I personaggi non sono di chi li fa, ma di chi li guarda. Non penso che per essere cattivo si debba trovare il marcio che c’è in noi. La mia concezione del personaggio viene dalla danza, dall’ oriente, da un altro modo di stare dietro la camera.

    Luca, come hai interpretato la scena del pestaggio subito dopo essere uscito dalla doccia?
    Luca Argentero:
    La mia preoccupazione era renderla dinamica ed efficace. Riguardandola mi sono accorto che semplicemente funzionava. È una scena importante che arriva a un picco di buio, di ombra, adrenalina, terrore.

    Quanto ci avete impiegato a girarla?

    M.R: Una giornata, con quattro macchine da presa. John Woo insegna! Magari gli americani ci avrebbero messo quattro giorni, ma noi avevamo dei limiti di tempo.

    C’è una citazione al Cronenberg de La promessa dell’assassino?
    M. R.: Era inevitabile che ci pensassi, perché quella scena è talmente bella! Ma lì erano nudi tutti e due i personaggi, qui invece mi interessava soprattutto che il protagonista venisse colto nella sua intimità più assoluta, solo in casa e con il suo cane adorato.
    Ho pensato invece ad una sequenza del Maratoneta, che ho amato molto sia nel film sia nel libro: lui nel bagno da solo che sente i rumori, capisce ed è terrorizzato. Anche se il mio personaggio è molto più preparato al pericolo.

    Alla fine sono tutti corrotti?
    M. R.: Tutti corrotti meno uno, tutti coinvolti in un gioco che sta diventando sempre più sporco e difficile da capire. Perciò mi piace la figura dell’investigatore, dell’eroe che cerca la verità o tenta di vendicare il torto subito. Io che sono un vigliaccone, attraverso il cinema ho il coraggio di rappresentare un uomo che può fare quello che mi piacerebbe saper fare.
    Mi piacerebbe pensare che uomini simili esistano davvero e forse ce ne sono, magari vivono nell’ombra. Quello che più mi ha dato fastidio in questi anni era l’idea che ci stessimo adeguando e assuefacendo a un pensiero comune inutile, la filosofia andreottiana del ‘tanto niente cambierà’ perché poi le cose passano e scivolano via. Speriamo che le cose inizino a cambiare Questo paese è bello perchè pieno di cose da raccontare. Ed è bello anche perchè cialtrone.
    Questo film è un susseguirsi di colpi di scena che hanno molto a che fare con questo Stato, con noi. Il merito del cinema è riuscire a raccontare e anticipare il paese e il fatto che non sia come lo vogliamo, e che facciamo spesso poco per cercare di modificarlo.

    Read more »
  • ,,

    Michael Reaves, Neil Gaiman e i vampiri

    Scrittore e sceneggiatore, a Michael Reaves dobbiamo l’esordio come attore del grande Neil Gaiman. Evento che vedremo in Blood Kiss, un film di vampiri molto lontano da essere ‘solito’ nato anche grazie alla raccolta fondi realizzata (con successo) sul sito KickStarter… Come ci racconta lui stesso.

    Un Noir ‘di vampiri’, da dove viene una storia ‘classica’ come questa?
    Film noir, detective stories e di vampiri hanno molto in comune. Hanno tutti radici profonde che affondano nei film espressionisti tedeschi degli anni ’30 e ’20. Caligari, Nosferatu, M, avevano tutti i disegni e motivi molto simili. Fondamentalmente si sono divisi sulla questione del realismo: il detective privato è passato per essere il miglior esempio di razionalità; gli aspetti soprannaturali non gli si adattavano. Ci sono sempre delle eccezioni, naturalmente: come “Ghostbreakers”, una commedia, realizzata sorprendentemente bene, in gran parte grazie allo stile di ‘codardia comica’ di Bob Hope, un ottimo ponte tra i due generi.

    E da quale passione, o sogno, personale?
    Per lo più, se non completamente, da un amore per i film di genere e le messe in scena stilizzata dei film noir. Volevo vedere quanto a fondo avrei potuto combinare i topoi del genere mistery/occhio privato con quelli dell’horror/vampiresco.

    E’ stato difficile coinvolgere gli Studios nella produzione?
    Quando ho finito Blood Kiss e l’ho dato al mio agente, l’ha letto e appena ha preso fiato mi ha assicurato che gli era piaciuto, poi subito dopo ha aggiunto che non avrebbe potuto venderlo. Sembrava che, in quel momento, in questa città non si potesse tirare un sasso senza colpire uno scrittore con un copione sui vampiri, il tipo frizzante, ammiccante e romantico, naturalmente. Sembrava che, anche se avessi piazzato Blood Kiss presso uno degli Studios, sarebbe finito probabilmente su una mensola a raccogliere più polvere di Kharis la Mummia mentre si struggeva per la principessa Ananka.

    Impossibile non chiederlo, perché dunque un altro film di vampire?
    Beh, che ne dite di persone normali, invece di eccessivi conti transilvani? Forse perché non ricordano costantemente alle loro vittime che “Il sangue è vita”, hanno un certo senso dell’umorismo su se stessi. Non posso commentare lo stile “Twinkleteeth” dei vampiri, perché non ne ho visto nessuno.

    E cosa c’è di nuovo, o diverso, in questo?
    La differenza principale è che non c’è niente di soprannaturale in questi vampiri. Non possono trasformarsi in pipistrelli o lupi, né hanno alcun problema con croci, specchi, e simili. Hanno reazioni da shock tossico ad argento e luce del sole, ma tutto è spiegato in termini di biologia.

    Di certo, di nuovo c’è l’esordio attoriale di Neil Gaiman, splendido creatore e scrittore anch’egli… Come l’avete coinvolto?
    Con Neil siamo amici da circa 20 anni. Di tanto in tanto gli chiedo il suo parere su cose cui lavoro, e questo script è stato uno di quei casi. Gli è piaciuto, ed è stato solo allora che mi son reso conto che sarebbe stato perfetto per la parte di Julian. Così gliel’ho chiesto. Lui ha borbottato, ha esitato e ha detto: “Ti rendi conto che non ho mai recitato prima?”; “Neil, hai interpretato te stesso per tutta la vita”, gli ho risposto. Non ha potuto che ammettere che fosse “assolutamente vero”.

    Un film nato grazie anche alla raccolta fondi online, sul sito kickstarter, sarebbe stato diverso con una produzione diversa?
    Molto probabilmente, ma sicuramente avrebbe richiesto molto più accattonaggio e suppliche.

    Si è appena aggiunta anche Whoopi Goldberg, avete dovuto aspettare di raggiungere una certa cifra?
    Whoopie è una incredibile sostenitrice delle arti. E’ stata uno dei nostri sostenitori e ha detto alcune cose talmente gentili che non mi sento di ripeterle…

    A questo punto, chi vorrebbe avere o state cercando di convincere dopo di lei?
    In questo momento ho un paio di nomi in mente, ma sono costretto a tacere su di loro fino a quando avremo finito la campagna e saprò a che punto saremo finanziariamente.

    Read more »
  • ,

    Il ritorno di Mira Nair

    Aveva vinto il Leone d’Oro nel 2001, poi un decennio di quelli che restano nella storia. Ora Mira Nair torna con Il fondamentalista riluttante, un film che dopo aver aperto lo scorso Festival di Venezia, sbarca in sala dal 13 giugno.

    Un film che è anche un percorso di riconciliazione per lei?
    Io sono una figlia dell’India moderna, ma sono stata cresciuta da un padre di Lahor prima della divisione. Quelle sono la mia cultura e il mio linguaggio. Ho visto il Pakistan per la  prima volta solo 6 anni fa. Forse per questo volevo raccontare la storia della nazione diversamente, non dal punto di vista della divisione o come un Paese colpito da terrorismo e corruzione. Un altro livello di ispirazione importante è stato quello del libro. Ha aperto una finestra sul Pakistan moderno e sul dialogo tra Est e Ovest. Vedevo ‘Il Fondamentalista Riluttante’ come un possibile ponte per superare la miopia e gli sterotipi, il muro degli ultimi decenni nel dialogo tra Usa e Medioriente. Ovviamente, avendo vissuto più in Occidente e a New York che in India, la mia posizione era privilegiata, come per molti attori che hanno partecipato al progetto. Ma ho realizzato che proprio questa troupe aiutava a dare l’idea dell’alternanza dei due mondi.

    I due personaggi però mantengono i propri muri…
    L’approccio del film era quello di aprire un dialogo. I due protagonisti possono parlare tra loro anche se c’è tristezza nel loro dialogo. Io credo che i due sarebbero intimamente e spontaneamente connessi se non ci fosse il contesto a dividerli.

    Di quel 2001, dopo il Leone d’Oro appena vinto per Moonsoon Wedding, cosa le rimane?
    Ricordo che ero contenta, appena arivata a Toronto per il festival. E’ stato uno shock profondo, perché venendo da New York avevo mio marito e mio figlio lì in quel momento, come anche una mia cara amica. La mia preoccupazione era per ciò che poteva succedere alle persone che amo. C’è voluta una settimana prima di riuscire a comunicare con loro o tornare a casa. Quel che vedevo assomigliava alle immagini che avevo visto nella mia parte del mondo, ma stavolta succedeva dietro casa. Mi disturbava sentire improvvisamente la sensazione di diversità e alterità anche con persone con le quali condividevo la vita in città. Questa sensazione ha influenzato molto tutti noi, come persone, e l’autore del libro

    Che accoglienza si aspetta negli Usa?
    Spero il pubblico segua lo spirito che il film rappresenta. Un film fatto da persone che capiscono davvero cosa sia lo spirito statunitense e amano quel Paese. Una conversazione che supera i pregiudizi che ci contaminano nella stampa e nella politica. Spero che il pubblico trovi la sua connesione nella propria vita; siamo persone che viaggiano tra questi due mondi di continuo e credo che, a differenza di quanto detto da Bush – ‘o con noi, o contro di noi’ -, ci sia un posto intermedio, quello di un mondo che non vuole la guerra ad ogni costo. Una voce che possa porsi come via.

    Non crede che manchi proprio l’aspetto religioso del fondamentalismo nel film?
    No, anzi una idea importante è che questo è sviluppato in parallelo al fondamentalismo economico di Wall Street. Vediamo come quando Changen torna in Pakistan diventi preda di chi pensa sia tornato per servire una certa ideologia e lo vuole come motore del terrore. Lui rifiuta, perché vede lo stesso fondamentalismo nei due mondi.
    Il film adotta una visione laica e viene dall’osservazione di un mondo che esiste in Pakistan e nel continente e non riflette solo sugli aspetti religiosi, come spesso oggi i media riportano. Non ignora il terrore ma non gli appartiene, e appartiene a una tradizione secolare laica.

    Read more »
  • ,

    Niente può fermarci, la parola al cast

    A quattro anni dal thriller Visions, Luigi Cecinelli cambia registro e si affida alla commedia.  Una storia ‘on the road’ che ruba prototipi e cliché già consolidati dal filone comico europeo, e non solo.

    Quattro ragazzi, ognuno con un disturbo della personalità, l’estate, il viaggio, la strada.
    Matteo è narcolettico, Augusto è un internet dipendente, Leonardo è ossessivo compulsivo e Guglielmo è affetto dalla Sindrome di Tourette: insieme, a bordo di un auto rubata, si lasceranno alla spalle Villa Angelika, la clinica in cui sono ricoverati. Destinazione Ibizia.
    A quattro anni dal thriller Visions, Luigi Cecinelli cambia registro e si affida alla commedia Niente può fermarci, che debutta in 160 sale il 13 giugno distribuita da 01 Distribution.
    Un cast di giovanissmi con la partecipazione speciale di Gerard Depardieu

    Questa commedia parte da un’idea diversa dal solito. Come nasce?
    Luigi Cecinelli: È nata parlando con una persona che fa il volontario in una clinica simile a quella del film. E poi ho anche un amico con la sindrome di Tourette che fa il fotografo. Abbiamo scelto insieme cosa poter raccontare e mi piaceva l’idea di poter dire che la diversità è piu negli occhi di chi la vede che non in quelli di chi la vive. I protagonisti di questa storia sono ragazzi con quatto problematiche diverse, ma con la capacità di gestirle, al contrario dei genitori.
    In questo film c’è un po’ di tutto, molti spunti sono arrivati dalle varie commedie viste negli anni come come ad esempio “Suxbad – Tre menti sopra il pelo”. E altri on the road.
    Ma l’idea principale era che le donne e l’amore fossero importanti per tutti i personaggi.
    Era importante che i quattro ragazzi trovassero lo spunto per migliorarsi e spingersi oltre: in questo caso quello spunto è l’amore.

    Un nutrito cast di giovanissimi attori. Come è andata con i provini?
    L. C.: Io e Ivan Silvestrini ci siamo ritrovati a chiacchiereare di questa idea tre anni fa; su suggerimento di Claudio Zamarion – che qui è sia produttore sia direttore della fotografia – abbiamo sviluppato insieme la sceneggiatura e poi abbiamo iniziato a fare dei casting a diversi ragazzi e ragazze. Il primo a essere trovato è stato Vincenzo Alfieri, poiè arrivato Emanuele Propizio. Di Federico Costantini, che ha sempre recitato nel ruolo del bello e dannato, mi incuriosiva invece vedere come si sarebbe trovato nei panni dello sfigato alle prese con delle manie. Abbiamo chiuso il cast con Gigulielmo Amendola.
    Nella scelta degli attori che avrebbero interpretato i genitori è sandata un po’ come per uno shopping di Natale: Massimo Ghini, Gianmarco Tognazzi, Paolo Calabresi e Serena Autieri sono meravigliosi professionisti e hanno dato molto al film improvvisando spesso tra di loro. Con attori così non riesci mai a dare lo stop. Per la scena del mal di schiena ad esempio, avremmo fatto almeno ventuno ciak: non si finiva mai di ridere.

    L’incontro con Depardieu?
    L. C.: Tutto è nato pensando ad una scena ambientata in Provenza. Mi venne subito in mente lui, ma non ci speravo. Qualche mese dopo invece arrivò Claudio dicendomi che Depardieu aveva
    Letto la sceneggiatura, che gli era piaciuta e avrebbe accettato. È stato un grande regalo della produzione!

    Guglielmo, che è successo a Ibizia?
    Guglielmo Amendola: Ci siamo divertiti tantissimo, soprattutto io che mi son appena affacciato a questo mondo. Per me è tutto nuovo. Provo a fare il calciatore intanto. Non so cosa faccio meglio. Devo ringraziare Luigi per la possibilità che mi ha dato e tutti questi miei straordinari ‘compagni di viaggio’ che mi han aiutato e mi han fatto integrare alla grande.
    Conoscere persone che fino a ieri vedevo solo in tv o al cinema è stata una grande esperienza, il coronamento di un sogno.

    Emanuele, come è stato recitare con Gérard Depardieu?
    Emanuele Propizio: Nel giro di due anni ho avuto fortuna di lavorare con De Niro e Depardieu. A questo punto potrei anche ritirarmi dalle scene! A parte gli scherzi, ringrazio questo progetto che sarebbe dovuto partire molti anni fa, quando io ero addirittura minorenne.

    Eva, a te come è andata?
    Eva Riccobono: Ho incontrato Luigi tre anni fa e mi divertiva soprattutto l’idea di far parte di questa giovane e scalmanata combriccola. Fu provino allucinante! Poi sono partita per mesi su un set per lavoro e quando sono tornata quasi non ricordavo la parte; ringrazio Luigi per aver creduto in me tempi assolutamente non sospetti.

    Federico, tu come hai preparato le tue manie?
    Federico Costantini: Ho sfruttatao la mia paura degli insetti. Il punto di incontro con questo personaggio è che non sono un amante degli insetti.

    Read more »
  • ,,

    Ettore Scola racconta Federico Fellini… in un film

    Il regista di pellicole cult come C’eravamo tanto amati torna alla regia per celebrare, a vent’anni dalla scomparsa, Federico Fellini, in un film/ritratto, Che strano chiamarsi Federico, scritto a sei mani insieme a Paola e Silvia Scola.

    “Avevo promesso di non fare più film, l’ultimo è del 2003. Sono riuscito a tenere fede a quello che avevo detto per una serie di motivi, tra i quali quello di non riuscire più a riconoscere nessuna delle logiche che mi avevano guidato fino a quel momento. Così per motivi psicologici e politici non riuscivo più a fare cinema…a fare film…ma questo infatti non è un film…non è un documentario”. E invece Ettore Scola il cinema è tornato a farlo e quelli che lo hanno portato a venir meno alla sua promessa sono Roberto Ciccutto, “persona implacabile”, Felice Laudadio e le sue figlie Paola e Silvia. Il risultato è Che strano chiamarsi Federico, lungometraggio nato per omaggiare Federico Fellini e per raccontare il proprio rapporto con “un uomo contraddistinto da grande determinazione e da un’infinita visionarietà”. L’occasione per parlarne è l’annuncio di fine riprese sul set del film a Cinecittà.

    Che strano chiamarsi Federico nasce grazie a un attento lavoro mnemonico portato avanti con passione da Scola, che scavando nel proprio trascorso riesuma ogni momento passato accanto all’amico Federico: dalla fine degli anni Quaranta, quando si conobbero presso la redazione del Marc’Aurelio (rivista satirica romana), alle visite sui set dei rispettivi film, alle cene a casa Scola (il regista racconta divertito di una cena a casa sua durante la quale Federico mangiò con cappotto, sciarpa e cappello per via dell’aria che entrava dalla cappa sopra i fornelli). Tutto viene narrato da un regista che con “debito e devozione” mette in scena una vera e propria “scenografia di ricordi”.

    Scola racconta come non sia stato semplice trovare attori che ricoprissero al meglio i ruoli dei due registi da giovani: “Gli attori, per quello che rappresentano, per quello che raccontano, dovevano essere più che degli strumenti mnemonici; possedere un cuore di attore non sarebbe bastato, avrebbero dovuto avere un forte interesse nel costruire qualcosa che riguardasse i personaggi. Tommaso Lazzotti (Fellini giovane) e Giacomo Lazzotti (Scola giovane) hanno dentro qualcosa che li anima, un’apertura alla sperimentazione e sicurezza nelle scelte che un giovane deve essere pronto a fare”.

    La curiosità di sapere come sarà il film, distribuito in sala il prossimo autunno da Bim e Istituto Luce, non appartiene solo a noi, ma anche allo stesso regista che afferma: “Non so realmente cosa ne verrà fuori. So che a me piacerà. Non so se questo basta. Sono comunque curioso di sapere che film sarà”.

    Giuditta Langone

    Read more »
  • ,,,

    Manuela Arcuri è Pupetta

    Luciano Odorisio dirige Pupetta, il coraggio e la passione. La fiction con Manuela Arcuri, Barbara De Rossi e Eva Grimaldi  andrà in onda su Canale 5 dal 6 giugno per quattro puntate.

    La fiction non va in vacanza. Almeno quella targata Mediaset. Arriva infatti, su Canale 5 dal 6 giugno per quattro prime serate Pupetta, il coraggio e la passione per la regia di Luciano Odorisio. Protagonista Manuela Arcuri nei panni di Assunta Maresca detta Pupetta e la sua ribellione contro le regole maschiliste e la mafia nella Napoli anni ‘50. La serie si ispira alla storia tristemente vera di Assunta Maresca; nel cast anche  Tony Musante, Massimiliano Morra e Barbara De Rossi e Eva Grimaldi. Ecco cosa ci hanno raccontato il regista e la Arcuri.

    Odorisio, può parlarci della fiction?
    Luciano Odorisio: È una grande passione, siamo negli anni 50-60, una storia che all’epoca fece scalpore e m’impressionò. Una grande emozione per me mettere insieme uno spaccato romanzato, d’altronde siamo in una fiction! Lavorare con degli attori così è stato bellissimo, Massimiliano, Christopher Leoni, Eva Grimaldi e la protagonista Manuela Arcuri. Più passa il tempo, più diventa brava!

    Manuela com’è stato entrare nel controverso personaggio di Pupetta?
    Manuela Arcuri: Per me è stata una bella prova, non potevo essere me stessa. Una donna coraggiosa con un carattere ribelle, che va contro la sua famiglia patriarcale anni ‘50, dove le donne erano succubi. E’stato un ruolo bellissimo, perché capita un po’ di tutto. Sono soddisfatta di aver interpretato questa storia, per me il personaggio più complesso.

    Manuela qual è stata la scena più difficile?
    M. A. : La difficoltà più grande è stata recitare con l’accento napoletano. Il lavoro maggiore è stato di certo questo. Per quanto riguarda le scene, ce ne sono state molte , ma sicuramente la scena dell’assassinio è stata forte.  Nel momento in cui scendevo dalla macchina  per sparare mi tremavano le gambe! Era tutto finto, ma per me è stato come  se stessi veramente vivendo quel momento!

    Elisa Solofrano

    Read more »
  • ,

    Dieci registi per raccontare Edgar Allan Poe

    Arriva in sala P.O.E. – Poetry of Eerie, un progetto nato dall’incontro di alcuni giovani registi che portano sul grande schermo una pellicola horror ispirata ai racconti del grande Edgar Allan Poe.

    Domiziano Cristopharo, Giovanni Pianigiani e Bruno Di Marcello, Paolo Gaudio, Alessandro Giordani, Paolo Fazzini, Angelo e Giuseppe Capasso, Edo Tagliavini, Yumiko Sakura Itou. Dieci registi e otto brevi episodi per provare a reinterpretare la poetica di Edgar Allan Poe.
    Il film, cha arriverà in sala grazie a Distribuzione indipendente  a partire da venerdi 7 giugno, sarà visible dal 14  anche on demand in versione integrale su Own Air.

    Come è nata l’idea del film?
    Domiziano Christopharo: Un paio di anni fa ho incontrato alcuni colleghi in occasione di un festival indipendente. Abbiamo pensato di mettere in atto un progetto comune, mantenendo però ognuno la propria individualità, il proprio stile. Ciò però poteva essere un’arma a doppio taglio, avrebbe comportato probabilmente un lavoro poco omogeneo e difficile da organizzare, così abbiamo pensato di creare una linea guida dalla quale partire e abbiamo scelto le tematiche tanto care a Edgar Allan Poe.

    Al cinema vedremo la versione del film con otto episodi?
    Domiziano Christopharo: al cinema si, poi dal 14 giugno il film sarà fruibile on line in versione integrale. Saranno tredici episodi, un numero che nell’ambiente horror, specie in quello americano, ha un certo significato.

    In base a quali criteri sono stati scelti gli episodi che lo compongono?
    Giovanni Costantino: E’ stata una sorta di concorso, se così possiamo definirlo. Come ha già detto Cristofaro tutti i registi interessati al progetto hanno scelto in libertà il tema da trasferire in video, poi sono stati selezionati quelli che si intrecciavano meglio e davano una certa continuità di narrazione. Per rendere la “sfida” più equa abbiamo stabilito dei vincoli, ossia girare senza soldi e in tre giorni al massimo.

    Il film è vietato ai minori di 18 anni. Ve lo aspettavate?
    Giovanni Costantino: Sinceramente no. La commissione che ha stabilito ciò ancora non ci ha dato delle reali motivazioni. Penso che abbiano lavorato con un po’ di leggerezza, anche perchè scene violente o di sangue non sono presenti nei vari episodi. Ma a noi in un certo senso fa pure comodo tale decisione. Visto che è stato l’unico film horror vietato ai minori di quest’anno, vorrà dire che lo presenteremo come l’unico horror della stagione.

    Giovanni Bonaccolta

    Read more »
  • ,

    Ugo Gregoretti, a Bellaria rivive il mito RoGoPaG

    E’ un piacere incontrare Ugo Gregoretti, invitato d’eccezione al Bellaria Film Festival per presentare la proiezione di RoGoPaG e presiedere la Giuria del concorso Itallia Doc dell 31esima edizione della manifestazione dedicata ai documentari.
    Ideatore di Controfagotto e Il Circolo Pickwick, è stato autore e regista televisivo, teatrale, cinematografico, persino lirico, sempre con una grande ironia come cifra stilistica e una spiccata capacità di osservazione della nostra società. A Bellaria è stato anche l’Ospite d’Onore della serata conclusiva di premiazione, che prevedeva la proiezione dell’edizione restaurata di un classico del 1963, Ro.Go.Pa.G., film a episodi che affiancava Gregoretti a Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard e Pierpaolo Pasolini.
    E’ lo stesso Ugo, acciaccato (per una infiammazione del nervosciatico e per – come dice lui – uno sgambetto della moglie), ma lucidissimo e spiritoso, a raccontare quell’esperienza introoducendo il film, a partire dal titolo:

    Tre su quattro, Sono le sillabe iniziali degli autori – Ro per Rossellini, Go per Godard, Pa per Pasolini – dei tre episodi più il quarto, il mio, presente con la sola G. A me divertiva la cosa, anche perché io ero il più giovane in quella compagnia, e potevo accontentarmi anche solo di una consonante. Poi mi dicevano, pensando di dovermi consolare, che altrimenti sarebbe parso un ruggito: Rogopagrrrrrr! Poteva essere un fastidio per lo spettatore…

    Però in realtà questo titolo non era stato pensato, studiato, dagli autori…
    Era la sigla con cui il ragioner Taito della casa di produzione Arcofilm del produttre Alfredo Bini; siccome ancora non si sapeva quale sarebbe stato il titolo, ricorse al sistema che si usava sin da allora di dare un titolo provvisorio per fare tutte le pratiche al ministero. Non sapendo quale mettere, mise brraticamente le sillabe iniziali come su un documento assoluamente privo di qualsiasi appeal artistico. Poi una volta Rossellini venne, che già avevamo cominciato a girare, e chiese cosa fosse questo Rogopag. Il ragioniere precisò che era una sigla provvisoria che aveva usato per poter avere il permesso di iniziare la lavorazione, ma Rossellini disse: ma questo è un titolo bellissimo, nuovo, innovativo! Altro che provvisorio!
    Il produttore si convinse, ma era così spaventato da questi tre mostri sacri, e mezzo, che non si sarebbe mai sognato di fare altrimenti.

    L’episodio di Pasolini è per altro alla base di un ulteriore nota storica sul titolo…
    La ricotta di Pasolini, con Orson Wells, diventato poi un oggetto di venerazione da parte dei cinephiles amanti del regissta, è un titolo ormai consacato, ma allora Pasolini ebbe un incidente. La destra più becera e violenta, in quel periodo, aveva preso l’abitudine di insultare, calunniare e diffamare Pasolini  perché era di sinstra ed era omosessuae. Quando uscì il film, una sedicente – e forse inesistente – organizzzione di padri di famiglia lo denunciò per vilipendio alla religione e altro, oltre a tutte le calunnie che i rappresentanti dell’estrema destra facevano piovere su Pasolini come fossero reati realmente consumati. Fu per esempio accusato di aver rapinato un benzinaio, e il ragazzotto che era stato indotto a denunciarlo lo rappresentò secondo una iconografia convenzionale del bandito, con il giubbotto nero, la coppola e il fazzoletto sulla bocca.
    In primo grado fu condannato, ma in secondo poi assolto, ma il giudice volle castigare comunque il film, che intanto era stato ritirato dal circuito, cambiandogli il titolo, che diventò: laviamoci il cervello, che pur essendo il titolo giuridico nessuno conosce, mentre invece Ro.Go.Pa.G resiste gagliardamente a tutte queste disavventure.

    1953. L’anno del Boom di Zampa con Sordi, ma il pollo ruspante – che chiude RoGoPaG- con Lisa Gstoni, un giovanissimo Ricky Tognazzi e un Ugo nella sua maturità artistica, è la storia di una gita domenicale di una coppia che sogna in grande nell’anno cruciale di quel boom…
    E’ l’Italia di questo film, quella dei primi vagiti del consumismo in una società che da contadina è diventata assai affrettatamente industriale e dove si trapianta la cultura del consumo. Il fim stesso è inserito in una letteratura della quale l’Italia era completamente sprovvista, a differenza degli Usa, per esempio.
    Confrontandomi con Rossellini – il manager del gruppo – avremmo voluto fare di questo film una sorta di quadrittico del consumismo all’italiana, visto nel suo sorgere. Al centro della struttura un conferenziere, di quelli molto preparati e che ha vissuto in America, che però dovrebbe sembrare un extraterrestre che fa una conferenza a una parte di importanti industriali e capitalisti, prevalentemente lombardi; e questo spiega tutte le dinamiche della manipolazioe dei desideri affinché il consumatore medio desiderasse consumare sempre di più, secondo modelli nuovi e venendo calato nel pozzo del consumo.
    Tognazzi era il consumatore, Lisa gastone la moglie e io avevo bisogno di uno che facesse i conferenzeie…
    Ma il produttore mi metteva fretta dicendomi che se non l’avessi trovato entro pochi giorni avremmo chiuso il film senza la conferenza; ma il film sarebbe rimasto senza le gambe!
    Non volevo il solito grande attore, ma non sapevo nemmeno io bene cosa cercassi. Una mattina arrivati sul set, all’aperto, mentre si lavorava all’ambientazione con i giardinieri, sentii una voce. Robotica, astrale. Mi affrettai, convinto di aver trovato la voce del mio conferenziere. Era un signore di mezza età che dava ordini ai suoi giardinieri: il commendator Ceccotti, il re dei giardini nel cinema a Roma. Era venuto a fare queste operazioni per le noste ripese ché dovevamo piantare dei cavoli e dei piccoli pini. Decisi di rischiare, e mi avvicinai a lui per descrivergli questo personaggio di ‘grande intellettuale marziano’ per cui lui sarebbe stato adattissimo se avesse accettato la parte nel film, il che voleva dire leggere una conferenza con questo strano amplificatore, che portava per aver avuto una operazione alle corde vocali. Mi vergognavo di chiedere a lui, menomato, di venire a fare il buffone nel film; mi aspettavo mi girasse le spalle, e invece la risposta fu positiva e entusiastica tanto che mi volle dimstrare di esser in grado, con quell’apparecchio, di non solo parlare e farsi capire, ma anche di fare le pernacchie, come mi dimostrò ampiamente.

    E Godard, invece, vi siete incontrati?
    In occasione di RoGoPaG lui era a Parigi… Ma in fondo era stato lui il promotore iniziale ed aveva apprezzato il mio primo film, I nuovi angeli, uscito qualche mese prima. E lui girò questo episodio che però – insieme a quello di Rossellini – incontrò meno favore de La ricotta e de Il pollo ruspante. Per altro Godard si fece promotore di un altro film che si chiamava “Le prime truffe del mondo”, al quale lui teneva molto, con storie di imbrogli e imbroglioni, e i cui registi erano Chabrol, che aveva fatto l’episodio di un furbacchione di Parigi che cercava di vendere la Torre Eiffell a due sposini di provincia, io, con ‘Foglio di via’, Polanski, che per la prima volta girava in occidente, e un giapponese. Ma quello di Godard era talmente brutto che fu tagliato. E visto che era stato lui stesso a proporne il taglio, noi dicevamo che il suo era l’episodio ‘evirato’…

    Read more »
  • Daniele Vicari, premiato a Bellaria

    Daniele Vicari, regista di Diaz e La nave dolce riceve a Bellaria il Premio alla Carriera dal festival del documentario romagnolo, e lo commenta così…

    Sono un materialista dialettico del sud italia e quando me l’hanno detto ho fatto gli scongiuri. Mi ha sorpreso. Sicuramente. Ma mi ha poi convinto la motivazione che ne ha dato Fabio Torcello, il direttore del festival: quando si fa un percorso, e piano piano questo percorso viene messo a fuoco, il fatto che venga riconosciuto che questo percorso abbia un valore ti può aiutare anche a capire che cosa sbagli o meno.
    E questo dà una funzione al premio stesso, quella di fare un punto, di dove sei arrivato, anche se hai 20 anni. Anche perché il rischio dei premi alla carriera dati a 80 o 90 anni è che siano premi alla memoria.

    E tu a che punto sei?
    Sono in mezzo al guado, sto imparando a nuotare. Piano scegli con più precisione l’obiettivo, dove arrivare, se sia possibile arrivarci o se sia possibile rischiare di andare anche oltre. Fare un miglio di mare in più. Posso permettermelo?
    Il linguaggio del cinema è qualcosa di mutevole e non si finisce mai di impararlo. Ed è per questo che il cinema continua a sorprenderci; non è codificabile, e questo fa sì che ogni volta un regista debba scoprirlo dentro di sé. Se si aquisisce questa capacità dii sorprendersi, si va avanti, non ci si ripete, non si continua a nuotare sempre nella stessa vasca.

    Con Diaz sei riuscito a farlo? Hai spostato il limite o cerchi qualcosa di più intimo?
    Come credo non ci sia differenza tra un film di finzione e un doc, non credo ci sia differenza nelle storie che si raccontano, intime, d’amore, di guerra, socieli, etc. L’unica differenza sta nell’atteggiamento del regista nei confronti dei suoi argomenti.
    Perché anche un storia intima è un fatto sociale. Se si fa un film, si dipinge un quadro, si scrive una poesia, si fa perché si pensa che ci sarà almeno un fruitore.
    Io, personalmente, sento che nel momento che stiamo vivendo, gli artisti e tutti quelli che possono avere visibilità si mettano in gioco. Chi ha gli strumenti per farlo; la nostra società ne ha bisogno. Perché stiamo riflettendo sul nostro passato recente, cercando di capire cosa è e cosa è stato. Io in questo momento sono orientato a cercare cose che mi succedono intorno, e che determinano il nostro modo di essere, che siano a livello sociale o intimo.
    Sin da ragazzo mi sono interessato alla politica, e a un certo punto ho perso di vista il limite tra una cosa mia personale e quello che mi succede intorno. Il personale è politico, si diceva, nessuno vive in isolamento.

    Adesso stai lavorando sul libro della Mazzucco, Limbo.
    Anche lì sono in mezzo al guado; ma mi aveva colpito la storia di questa giovane donna che torna gravemente ferita dall’Afghanistan, e vuole tornarvi. E’ qualcosa assolutamente antiretorico, e la sento vera. Il problema quando si vuole fare un film da un romanzo è trovre la chiave di lettura della storia, e io non ce l’ho ancora.
    Sicuramente il fatto che noi facciamo finta di non essere un paese in guerra è un buon motivo per fare un film così. Per oppormi a una tragica mancanza di coscienza.

    Che situazione è adesso quella del nostro Paese?
    Da ragazzo cercavo punti di riferimento, ma tutti, crescendo, in un certo momento sospendiamo il giudizio sulla nostra vita, possiamo fare di tutto per dare un senso alla nostra vita. Nel 2009, dopo aver realizzato Il mio paese e mi ero reso conto che eravamo una nazione ferma, un animale ferito che aspetta o di guarire o la propria morte, e ci fa soffrire. A questa situazione di stasi non sempre rispondiamo in maniera positiva. Il fatto che affidiamo i nostri destini a personaggi dello spettacolo, per esempio, secondo me è una cosa estremamente pericolosa, e violenta. Personaggi superomistici, che si chiamino Beppe Grillo o Berlusconi, ma ce ne sono tanti nel nostro pantheon politico, non fa molta differenza. Sono guide che pensiamo ci portino da qualche parte, ma ci portano solo dentro se stessi. Prima o poi dovremo riconoscerlo che nel bunga bunga c’eravamo anche noi.
    Queste individualità, in un situazione sociale data, hanno la forza e la capacità di parlare al nostro inconscio. Se poi hanno anche gli strumenti, i mezzi, la televisione o altro, anche economici, ci colonizzano l’inconscio e diventano veramente pericolosi.
    Nel caso del rapporto tra un popolo e una figura guida di questo tipo possono finire nel disastro milioni di persone. Come è successo col fascismo.

    A proposito del mettersi in gioco che dicevi, ti sembra che in questo momento di crisi ci sia questa consapevolezza nel nostro cinema?
    Penso che ci sia una parte del nostro cinema che lo sta facendo egregiamente, e non da oggi. Ed è il cinema documentario. E anche dal punto di vista dei numeri è più impotante del cosidetto cinema di finzione. Noi facciamo anche 400 documentari l’anno in italia, e senza mercato. Una percentuale piccola sono brutti, ma una decina o più, almeno, sono di grande qualità. Possiamo dire lo stesso dei film di finzione?
    Il riappropriarsi di strumenti atravero la cinematografia documentaria e il prendersi la parola, istituire un punto di vista sul mondo, è una novità interessante.

    Questa maggior qualità dipende da un linguaggio, una sensibilità, speicifciche o è un modello produttivo migliore?
    Nel cinema ‘tradizionale’ sono molto pochi i produttori e i registi veramente liberi. basta andare al cinema e vedere i trailer prima di un film: almeno quattro sono italiani, e ci sono sempre gli stessi attori. Quando non sembrano lo stesso film. Questo non significa che produttori, registi e sceneggiatori siano degli idioti, ma che siamo in una situazioe di mancanza di libertà di scelta. E, per come sono fatto io, la libertà te la devi prendere, anche sapendo dire di no. Nel cinema documentario tutto questo non ha senso perché non c’è quasi la commmittenza.

    Spesso certi film sono proprio i documentaristi gli stessi registi dei film più interessanti, come è successo a te con Diaz, è una consapevolezza diversa che scava nell’artista?
    Non c’è dubbio. Come per un detenuto che dopo venti anni che ripete sempre gli stessi gesti, gli stessi percorsi, si finisce per disabituarsi a farsi certe domande, non si percepisce più la mancanza di questa libertà. Nel campo dell’arte si chiama autocensura. Se assaggi il territorio di libertà che si chiama documentario e torni alla finzione, ci soffri ‘a bestia’.

    Pensi di essere un regista incazzato?
    Non mi andrà bene se un giorno qualcuno dirà: fatti i soldi, finita l’incazzatura. Ma non penso di correre questo rischio. Detto questo, penso che bisogna, se si ha la sfrontatezza di prendersi il carico di fare certi discorsi, essere coerenti. Dire le cose come si ritiene giusto e in estrema libertà. Tra l’altro, conta caso per caso, perché la narrazione è una magnifica menzoga. E a volte è questa che diventa ‘il vero’, quello con cui lo spettatore ha un rapporto.

    Con Procacci questo non ti succede?
    Con lui abbiamo litigato tantissimo su tutto, attori e scelte di ogni genere, ma più che altro discusso, molto. Ma a me non piacciono le mammolette e credo nel conflitto, è qui che la creatività trova degli spazi. Un regista, anche grande, che non lascia libero il proprio montatore di dirgli che sta facendo un errore, rischia ancora di più di farne. Io ho un rapporto molto viscerale con i miei, non c’è mai un momento in cui abbiamo paura di dirci quello che pensiamo. Ci deve essere qualcuno che non è d’accordo, è importante anche dal punto di vista economico.
    Con Domenico c’è una dialettica costante, ma sono 10 anni che lavoriamo insieme, comunque, credo si sia trovato un buon equilibrio.

    Cosa non è andato, con lui, per il film mancato su Parodi?
    Non è mancato. Domenico è stato uno dei produttori che all’epoca mi disse che non lo trovava interessante. Pensato potesse esserlo la scenggiatura, perché può sucedere anche questo. Ma Domenico ha una visione del cinema che vuole fare, mi disse che se avesse fatto un film su Genova, avrebbe fatto un film che raccontasse quel che è accaduto.

    Qiundi continui a cercare?
    Magari diventerà altro; non l’ho abbandonato. Cercherò altri… E’ qualcosa cui sono molto affezionato anche peché la sceneggiatura è molto buona secondo me, l’abbiamo scitta con Massimo Gaudioso, ma dopo Diaz devo riprendermi. E poi non vogio rischiare di appiattirmi.

     

    Read more »
  • ,

    Incontro con Agnès Jaoui

    Uscirà il 6 giugno in Italia in 70 copie il nuovo film della regista francese Agnès Jaoui “Quando meno te lo aspetti” distribuito da Lucky Red.  Una commedia divertente dal gusto amaro dove la vita s’intreccia alla fiaba. Nel cast Agathe Bonitzer, Arthur Dupont, Benjamin Biolay,  Jean Pierre  Bacri e la stessa regista. Abbiamo incontrato la Jaoui in conferenza stampa a Roma ed ecco cosa ci ha raccontato.

    Secondo lei quanto è importante credere ancora nelle favole?
    Non so se ci credono tutti, ma mi sono resa conto che pur essendo cresciuta con forti valori femministi, mi sono ritrovata anche io a sognare il Principe Azzurro. Mi sono chiesta come mai questi archetipi delle favole continuano ad essere attuali e avevo voglia di riadattarle in chiave moderna.

    Gli attori sono stati contenti di girare questo genere di film?
    Sì, molto, persino Benjamin Biolay, che interpreta l’affascinante Maxime, ossia il lupo cattivo! Il nostro scopo era creare un mix tra favola e realtà e quanto pare ci siamo riusciti, perché sia spettatori e giornalisti hanno visto i riferimenti a personaggi fantastici che avevamo in mente. Ad esempio nel personaggio di Pierre hanno visto l’orco che odia i bambini, in Clèmence e il suo violino hanno visto il riferimento con “Pelle D’Asino”.

    Ti sei trovata bene a dirigere dei bambini?
    Beh sì! Ci sono state delle difficoltà , perché non è semplice fargli fare quello dici tu, in mezzo c’erano anche i miei figli, che in certi momenti avrei voluto uccidere! Nonostante questo mi hanno dato molto ed era da tempo che volevo lavorare con loro, sia come attrice e regista.

    Nel film ci sono elementi nuovi per il cinema francese, meno realismo grazie all’espediente fantastico. Quanto è stata forte la voglia di rinnovarsi?
    Il film l’ho scritto con Jean- Pierre Bacri e avevamo voglia di fare cose nuove. Dopo 20 anni che lavoriamo insieme avevamo paura di ripeterci, di annoiare lo spettatore e molta voglia di divertimento. Questa volta ci siamo spinti oltre grazie al ricorso alle favole, raccontando però delle paure di oggi. L’irrazionalità, le superstizioni, le paure. Scrivendo da anni  è difficile rinnovarsi. Per me è stato liberatorio anche dal punto di vista della tecnica. Ho cominciato da sceneggiatrice  e come regista volevo essere invisibile. Il film mi ha dato molta creatività e libertà!

    Elisa Solofrano

    Read more »
Back to Top