LOGO
  • ,,

    Venezia 70. – Alba Rohrwacher ci racconta il suo film con Emma Dante

    Una delle ottime protagoniste di Via Castellana Bandiera e’ Alba Rohrwacher, che ci racconta così il suo ruolo ed un rapporto speciale con la regista Emma Dante.

    Alba come hai incontrato questo personaggio?
    La sceneggiatura nelle sue due versioni che abbiamo ricevuto riassumeva alla perfezione il romanzo di Emma; io ero curiosissima di affrontare le riprese perché davvero non riuscivo ad immaginare come quelle parole che avevo letto avrebbero preso vita nelle nostre interpretazioni ed avrebbero costruito il film.

    Ci racconti il tuo rapporto con la regista?
    Emma e’ fantastica, il suo metodo funziona davvero. E’ dura lavorare su un suo set o in teatro con lei, ti chiede il massimo e ti porta al limite, ma è un’esperienza indimenticabile ed istruttiva lavorare con lei.

    Questo film è anche una grande allegoria del nostro Paese, ma non solo, come ti ci sei sentita da dentro?
    C’è dentro un modo di essere cieco ottuso, quello di considerare un luogo come chiuso, invalicabile. In realtà invece si tratta di una piazza, un luogo quantomai aperto, al dialogo, alla comprensione, al limite alla fuga, cosa che eviterebbe il duello che invece le protagoniste affrontano. Ecco dove poggia le sue basi l’allegoria di cui parli, cosa che inevitabilmente abbraccia il nostro Paese, con un linguaggio che vuole essere universalmente comprensibile.

    Read more »
  • ,

    La Corsica di Thierry De Peretti

    Thierry De Peretti debutta al lungometraggio con un film dedicato alle contraddizioni della Corsica.

    Affascinato da Pasolini, che ha omaggiato con un cortometraggio prima di dedicarsi ad Apache, il regista di origini corse, racconta una storia dura, dove frustrazione, solitudine e adolescenza si intrecciano pericolosamente tra loro. Abbiamo incontrato il regista all’anteprima romana del suo film, che uscirà coraggiosamente il 14 agosto in lingua originale e sottotitolato, grazie ala Kitchen Film.

    Iniziamo dal titolo. A cosa si riferisce il termine ‘Apache’? Perchè un accostamento con i nativi americani?
    Il titolo riprende l’epiteto che il prefetto di Belleville (un quartiere di Parigi, ndr) usava per definire alcuni gruppi di giovani teppisti. Ma c’è un altro motivo per cui ho usato questo titolo: Ajaccio e molte cittadine della Corsica sono costruite su piccole comunità a volte molto distanti tra loro. E io volevo evocare, sin dal titolo, il concetto di “riserva indiana”.

    Il film si basa su un fatto realmente accaduto. Come si è posto nei confronti di questo episodio e quanto emerge della Corsica contemporanea nel suo film?
    L’episodio è accaduto otto anni fa nello stesso luogo dove ho girato il film, la cittadina di Porto Vecchio. Come molti paesi della Corsica, Porto Vecchio rappresenta una vera e proprio zona di confine, dove se da una parte c’è opulenza, dall’altra vi sono luoghi completamente abbandonati a sè stessi, in cui vigono dei meccanismi antichi di concentrazione del potere e si trasformano in tane ataviche di violenza. Queste contraddizioni permettono di rendere forti le barriere razziali. La frustrazione che la Corsica si porta dietro, e che ho voluto raccontare nel film, è frutto della sua storia, che può essere considerata come la peggiore applicazione delle politiche francesi dal dopoguerra ad oggi. Inoltre la Corsica è poco rappresentata, soprattutto al cinema, e ho deciso di raccontarla attraverso una storia difficile, con la volontà di far rivivere l’episodio come un’esperienza di memoria collettiva per la comunità in cui si è consumato il delitto.

    Questo film ha un carattere autobiografico?
    E’ autobiografico nel senso che la ma famiglia è originaria del luogo in cui si sono svolti i fatti, ma c’è poco del mio vissuto in questo film. Quando vivevo in Corsica non ho vissuto le stesse situazioni dei protagonisti del film. L’aspetto autobiografico si ravvisa nel trauma che il film racconta, nella contraddizione che caratterizza l’isola in cui sono nato e cresciuto, vissuta da me come un vero e proprio trauma.

    Lei ha lavorato molto in teatro. Come si è posto nei confronti degli attori?
    Ho lavorato più di un anno, facendo un workshop e un casting permanente e incontrando moltissimi attori, anche per farmi un’idea precisa della gioventù corsa. Abbiamo lavorato sull’interpretazione e sulla sceneggiatura, ma la cosa importante è stata quella di vivere insieme tutto l’anno. Ho fatto in modo che loro si adattassero alla sceneggiatura e che la sceneggiatura si adattasse a loro. L’esperienza del teatro mi ha permesso di creare un vero e proprio gruppo coeso, che vive la giornata momento per momento.

    Augusto D’Amante

    Read more »
  • ,,

    Barbera: Venezia la crisi e…

    Il Direttore della Mostra di Venezia, Alberto Barbera, ci racconta le line guida e le aspettative per l’edizione 70 della rassegna internazionale più longeva del Mondo.

    Barbera, partiamo dal programma, ci sono tematiche affini o ricorrenti?
    Non so se c’e’ un vero e proprio filo rosso ma è vero che il cinema di oggi è un cinema che riflette le crisi che stiamo attraversando: economiche, finanziarie, sociali, politiche. Un cinema che affronta di petto la contemporaneità e che si scontra con la negatività: non c’è nessun regista che riesca a guardare al di là, che riesca a dare dei segni d’ottimismo. Siamo rimasti colpiti da film che guardano la famiglia come microcosmo simbolico della crisi di tutta la società. Il cinema è da sempre specchio della realtà, e non ci possiamo lamentare che questa immagine sia oggi cupa e violenta.

    Il secondo festival dell’era ‘crisi’ sotto la sua direzione, si aspetta critiche sul cartellone presentato in anteprima alla stampa?
    La selezione di un festival non si fa per accontentare questo o quello; mi auguro che questo programma accontenti chi accusa i festival di proporre sempre i soliti nomi.
    I film che non ci sono? Guardate cosa ha proposto Cannes. Tanti sono oggi i motivi per cui un film non è a un festival: potrebbe non essere pronto, potrebbe non essere piaciuto a chi lo seleziona, o potrebbero esserci dei problemi relativi alla presenza dei talent o al budget promozionale messo a disposizione dalla produzione. Lascio a voi fare il giochino su quale titolo rientra in quale categoria.

    In un cartellone ridotto in Concorso ci sono venti pellicole, non 18 come era stato annunciato, qualche motivo articolare?
    Abbiamo ritenuto importante dare spazio all’anteprima internazionale di Kaze Tachinu, il nuovo film di Hayao Miyazaki, autore legato a Venezia da una vecchia amicizia che teneva molto ad essere in competizione; e anche Tsai Ming-Liang, che ha realizzato quel che ha annunciato essere il suo ultimo film: Stray Dogs, un film testamentario rispetto al cinema e al suo linguaggio, un film al di là del cinema, un film che è la summa di tutta l’opera di Tsai e che già va oltre. Un corpo estraneo rispetto al resto del concorso, ma affascinante.

    Due documentari in concorso a Venezia, si tratta di una novità assoluta, in controtendenza con la sala che poi i documentari non li ospita…
    Si, si tratta di una importante prima volta: la prima volta in un grande Festival europeo di due documentari in competizione; si tratta di The Unknown Known: the Life and Times of Donald Rumsfeld e Sacro GRA: il primo è diretto da Erroll Morris e racconta l’ex segretario alla Difesa statunitense e il secondo da Gianfranco Rosi, che ha letteralmente vissuto per lungo tempo ai margini del Raccordo Anulare di Roma per poterlo raccontare nel film. Sono due film straordinari che ci confermano che la distinzione tra fiction e documentario appartiene al passato, che il cinema moderno compie continui passaggi tra finzione e realtà, anche se, come sottolinea lei la sala stenta ad accogliere questo tipo di prodotto…

    Continuando con i film italiani cosa può anticipare
    Che sono la fotografia attuale del nostro cinema: abbiamo un grande autore, Amelio con L’intrepido e un’opera prima, quella di Emma Dante, Via Castellana Bandiera. Danno l’idea di un cinema italiano eterogeneo, fatto di contaminazioni e novità. Vorrei anche che si sfatasse il mito che vuole i film italiani trattati male a Venezia: se i film sono buoni, non li maltratta nessuno. E bisogna assolutamente che tutti, media in testa, entrino nell’ordine di idee che se non si vince un premio, questo non vuol dire che si è perso.

    Nessuna polemica dunque con Luchetti che presenta il suo film in anteprima mondiale a Toronto e non qualche giorno prima a Venezia…
    Assolutamente. Quella di Luchetti e’ una scelta personale. Me lo aveva anticipato anche a Cannes. Credo non sia rimasto soddisfatto dal trattamento riservato gli dalla stampa una decina di anni fa al Lido e quindi ha deciso di volare a Toronto con il suo nuovo film. Non ho visto il film ma gli auguro ogni fortuna e rispetto la sua decisione.

    IL PROGRAMMA COMPLETO DI VENEZIA 70

     

     

     

     

     

     

     

    Read more »
  • ,

    La variabile umana: esordio in ‘giallo’ per Bruno Oliviero

    Napoletano trapiantato a Milano da quasi più di dieci anni, documentarista appassionato e fine osservatore del reale. Lui è Bruno Oliviero e così racconta  il suo nerissimo e intimistico esordio ad un lungometraggio di finzione, La variabile umana, distribuito nelle sale italiane dal 29 agosto da Bim Distribuzione e pronto a sbarcare al Festival di Locarno dove verrà presentato il 9 agosto. Storia di un uomo di legge, l’ispettore Monaco, che ha perso tutto anche il rapporto con la propria figlia, Linda, salvo riconquistarlo al prezzo di una dolorosissima rivelazione nella Milano decadente delle baby escort e dei festini a base di coca.  Nel cast Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Alice Raffaelli, Sandra Ceccarelli.

    Da dove nasce il commisario Monaco?
    Viene da certa letteratura americana degli anni ’30. L’idea era quella di un uomo che rappresentasse la legge, deluso dalla propria carriera e che venisse richiamato a ripensare il proprio ruolo di uomo pubblico da un fatto personale.

    La Milano fotografata dal film e gli imprenditori pedofili fanno inevitabilmente ripensare a certa attualità. Quanto ha pesato la cronaca recente prima, dopo o durante la realizzazione della pellicola?
    Il film è stato concepito e pensato prima dei recenti fatti di cronaca. Per me che ho sempre fatto documentari sentire il clima del luogo era una delle principali prerogative e le notizie di cronaca ci hanno invece disturbato.
    L’ossessione di noi italiani per Berlusconi ha in parte avuto il suo peso nella costruziome de ‘La variabile umana’. Milano ha sempre anticipato sia nel bene sia nel male l’andamento dell’Italia: è successo nel 1992 ed è ricapitato in questi anni, è una specie di generatore di mitologie. Abbiamo lavorato sull’osservazione di ciò che ci stava intorno e Milano era già così ancora prima degli scandali noti a tutti.

    Avevi a disposizone il compositore delle musiche dei film di Clint Eastwood, Michael Stevens. Lo hai uato per sottrazione, come mai?
    Con Michael è stato un incontro straordinario, venuto dai produttori. In questo film il cinema americano si è aperto ad un cinema più europeo, dove la musica non copre tutto l’arco delle emozioni. Abbiamo lavorato insieme adattando un modo di fare cinema americano a una modalità tutta europea.

    In alcuni momenti è quasi naturale pensare a delle analogie con ‘La ragazza del lago’ di Molaioli…
    Sì, ci ho pensato, ma non ce lo avevo in mente quando ho iniziato a concepire il film; piuttosto è ciò a cui ho pensato quando abbiamo cominciato a girarlo, anche se rimangono due opere molto diverse tra loro: quella era una storia puntata tutta sull’indagine, questa invece approfondisce l’aspetto più umano, il percorso di conoscenza di un padre verso la propria figlia che si rivela estremamente doloroso.

    L’impressione é che attraverso il linguaggio della finzone tu sia stato più libero di raccontare la realtà, che non nel documentario.
    In genere non mi pongo problemi in termini di stile. Eduardo De Filippo diceva: “Cerca la vita e troverai lo stile, cerca lo stile e troverai la morte”. Mi sono concentrato invece sulla precisione con cui avrei potuto raccontare questa piccola storia, che toccava la realtà e soprattto una città che rappresenta una serie di miti nei confronti del nostro paese. Sì, è vero, mi sono sentito più libero. Nel documentario corri il rischio di essere voyeuristico, qui invece potevo prendere pezzi di vita reale e mostrarli insieme, costruendo così l’intimità dei peraonaggi.

    Perché hai scelto Silvio Orlando per l’ispettore Monaco?
    Pensavamo al film da un paio di anni e quando abbiamo cominciato a concretizzarlo Orlando ci sembrò la scelta giusta, perché strano e diverso dai ruoli che aveva interpretato fino a quel momento. Si è completamente fidato di noi, abbiamo voluto scommettere su di lui e sulla sua capacità di mettere da parte il proprio lato più comico a favore di un personaggio, che invece di simpatico non doveva avere nulla.

    ‘La variabile umana’ lavora molto sul non mostrare mai chiaramente ciò che succede nelle istituzioni, né il lato pruriginoso e sessuale delle giovanissima protagonista. E’ una scelta presente sin dall’inizio?
    Il ‘lasciare fuori campo’ per me é l’essenza del fare cinema: esiste un mondo reale fuori che fa sempre parte del racconto e per questo non si può non considerarlo. Con Silvio abbiamo discusso dell’ambiguità del soggetto, dell’attrazione per i giovani corpi e bisognava stare attenti a non far finta che ciò non esistesse: perciò la sedicenne Linda ha un corpo da donna degno di essere ammirato e apprezzato.

    Quanto ti sei lasciato influenzare dal tuo background da documentarista? Che tipo di ricerche avete fatto?
    Ogni dettaglio del film viene dalla realtà. Ci siamo documentati moltissimo, trascorrendo imbarazzanti nottae in discoteca per studiare le abitudini delle giovanissime generazioni. Abbiamo incontrato agenti di polizia, il capo della omicidi, la responsabile delle autopsie e tutti ci hanno dato dei consigli su come rendere il tutto credibile e autentico.

    Anche la scelta visive sono molto particolari…
    Credo che per fare cinema oggi si debbano proporre delle novità rispetto alla enorme massa di immagini che tutti noi subiamo. La maggior parte dei film contemporanei tendono spesso a desaturare l’immagine, al contrario noi abbiamo deciso di lavorare molto sulla saturaziome. Volevamo mescolare carrelli e dolly del cinema classico hollywoodiano con la semplice macchina a mano.

    Read more »
  • Intervista a Sabrina Quartullo

    E’ una montatrice del suono con un denso curriculum alle spalle (“Il bell’Antonio”, “Mafalda di Savoia”, “Caravaggio”, “Harem suarè”, “Generazione mille euro”, l’ultimo “Pinocchio” animato), da anni ormai si è imposta nel suo settore. Così Sabrina Quartullo ci racconta il suo viaggio in un mondo dove a farla da padrone sono sempre stati i colleghi uomini.

    Sabrina come hai cominciato la tua carriera?
    La mia carriera è iniziata da assistente al montaggio in pellicola, i sistemi digitali ancora non c’erano. C’era un grande rispetto nella moviola e si lavorava al fianco di grandi registi: nel mio caso nomi come Roger Vadim, montatori del calibro di Mario Morra e il Maestro Ennio Morricone in ambito musicale per “Una storia italiana” (miniserie con un giovanissimo e sconosciuto Raoul Bova”).

    Come è da donna svolgere la tua professione?
    Non ho mai dato rilievo al fatto di essere donna nelle mie attività, ma sono certa che la passionalità che metto nel lavoro che svolgo contribuisca a darmi degli ottimi risultati. Il passaggio dal sistema tradizionale in pellicola al digitale ha permesso di poter avere uno spettro più ampio nella manipolazione del suono che in pellicola era molto spartano. Mentre con i sistemi digitali, nel mio caso Pro tools, su un computer si può creare una dissolvenza e disegnare graficamente un volume su una forma d’onda che sostituisce quello che una volta era il perforato magnetico (35mm). Inoltre si può intervenire addirittura con dei plugs in che possono pulire un fondo di presa diretta rumoroso e possono aggiungere riverbero o equalizzare e duplicare lo stesso suono all’infinito con un semplice copia e incolla, cose impensabili con la lavorazione in pellicola. Tutto questo agevola anche il lavoro del fonico di mix.

    Sei anche la sorella di Pino Quartullo, come è il vostro rapporto?
    Io e Pino abbiamo vissuto nella stessa casa (perché veniamo da Civitavecchia) per tredici anni, finché è nata Emma, la figlia di Pino. Il nostro rapporto è sempre stato ottimo, anche perché abbiamo caratteri molto simili, spesso collaboro con lui per i suoi lavori, inizialmente a teatro come fonico e poi nei suoi film.

    Maria Luisa Lafiandra

    Read more »
  • ,

    Pino Quartullo: “I miei piccoli film”

    Abbiamo incontrato Pino Quartullo, attore, regista, sceneggiatore e doppiatore romano, che negli ultimi tempi ha dedicato la sua  attenzione al mondo dei cortometraggi…

    Pino, a breve sarai premiato sul palco del Mompeo in Corto, storica kermesse dedicata interamente al cortometraggio. Quale è il tuo rapporto con il mondo del corto?
    La mia carriera di regista è iniziata con un cortometraggio: era il 1985 quando il programma di Monica Vitti scelse il corto EXIT per il programma tv “Passione mia” di Roberto Russo, realizzato insieme a Stefano Reali, dando inizio cosi alla mia attività. Il merito del progetto della Vitti fu quello di rilanciare il ruolo del cortometraggio in Italia, che in quegli anni era un po’ andato a perdersi, offrendo visibilità e spazio a giovani video maker come me. Exit ricevette nomination e premi di rilievo nazionale e internazionale e segnò una grande svolta nella mia carriera!

    E la vita continua è il nome del cortometraggio con cui stai ricevendo numerosi riconoscimenti, come mai la scelta di dedicarti a questo progetto?
    È un piccolo film commissionatomi dalla Fondazione Trapianti Milano e dal Professore Girolamo Sirchia, in collaborazione con Nicola Liguori e Tommaso Ranchino, ispirato ad una storia vera, è stato pensato e realizzato per informare e sensibilizzare il pubblico sul tema dei trapianti e l’attività della donazione di organi in Italia, con un linguaggio cinematografico.
    Per me è stato importante realizzare questo lavoro, con un cast eccezionale, con protagonisti Ludovico Fremont e Cesare Bocci che mi hanno permesso di mostrare come è possibile aiutare qualcuno con la propria vita.

    Come è nata l’idea di questo corto per sensibilizzare il pubblico verso una tematica tanto delicata come il trapianto degli organi?
    Sono di Civitavecchia, luogo di mare in cui il ruolo del bagnino è vitale e per questo ho voluto che il protagonista svolgesse questo lavoro nella semplicità della sua realtà di ragazzo che si affaccia all’età adulta e che vorrebbe salvare una vita, ma ancora non ne ha avuto modo. Il ruolo di Fremont è quello di sdrammatizzare la tragedia di una vita spezzata cosi giovane nel modo con cui racconta la sua storia. Dall’altra parte, ho lavorato tempo fa con un attore in teatro che aveva subito un trapianto di organi e questo mi ha ispirato notevolmente al punto da pensare a lui per il ruolo svolto da Cesare Bocci.

    Dopo questo prezioso lavoro, in cosa sarai impegnato?
    Mi sono dedicato a un altro cortometraggio con Margherita Buy, Io… Donna, tratto dal romanzo omonimo di Matteo Bonadies. Anche questo ha uno straordinario cast di attori, tra cui Sergio Rubini, Massimo Wertmuller, Giampaolo Morelli, Valentina Cenni, Crescenza Guarnieri, Sabrina Picci Terranova. Ora il film è in concorso in numerosi contest internazionali: si tratta di una commedia al femminile.

    Maria Luisa Lafiandra

    Read more »
  • ,

    Oggetti Smarriti – Lost and Found: La ricerca della felicità!

    Uscirà in sla il prossimo 11 luglio il nuovo film di Giorgio Molteni. Vincitore nel 2011 del Premio Anec al Giffoni Film Festival. Protagonista Roberto Farnesi affiancato da Michelangelo Pulci, Chiara Gensini, Ilaria Patanè e la partecipazione di Giorgia Wurth. Abbiamo incontrato il regista e il cast in conferenza stampa a Roma, ecco cosa ci hanno raccontato.

    Giorgio, puoi raccontarci com’è nato il film?
    Giorgio Molteni: E’ stato un percorso creativamente lungo nato anni fa. E’ venuto tutto molto naturale, le riprese senza tensione, il cast l’ho scelto io e la casa dove girare è saltata fuori tre giorni prima delle riprese. Dalla commedia si passa all’elemento soprannaturale nel quale cade Guido, il protagonista, per poi tornare al lieto fine.

    Come vi siete trovati ad interpretare i vostri personaggi?
    Roberto Farnesi: Il personaggio mi ha entusiasmato subito appena ho letto la sceneggiatura. Guido è un quarantenne scanzonato poi si trova a fare i conti con la coscienza e il conto sarà salato. Da commedia il film diventa onirico e alla mia interpretazione in soggettiva ho scelto l’angoscia. Questa è stata la parte più difficile.
    Chiara Gensini: Il mio personaggio non è reale, ma frutto della fantasia di Guido. Per interpretare la vicina di casa sexy, non volevo però fare niente di troppo strano per non rivelare la mia vera natura, ma ho cercato una via di mezzo tra sogno e realtà.
    Giorgia Wurth: Interpreto un duplice ruolo : Silvia ex moglie di Guido e la ragazza dell’Ufficio Oggetti Smarriti. Uno reale e l’altro fantastico, direi l’alter ego della ex moglie nella testa di Guido, pronta a punirlo con le sue estenuanti domande. Mi è piaciuto il fatto che il protagonista si perde in casa, perde tutto, anche la figlia, una metafora interessante.
    Michelangelo Pulci: Il mio personaggio è immaginario. E’stato difficile perché avevo paura di annoiare spiegando le regole. Mi ha ispirato un personaggio che sto facendo in tv, un politico che ha perso la memoria.

    Giorgia, com’è stato il tuo rapporto con Ilaria Patanè che sul set è tua figlia?
    G. W.: Sul set ho girato un giorno e con Ilaria per quel poco che l’ho vista ho solo ricordi positivi! In genere comunque amo lavorare con i bimbi!

    Giorgio, si può parlare di Cinema Indipendente in questo film?
    G.M: Sì, è indipendente perché non ha avuto sovvenzionamenti né da reti tv né dallo Stato, solo un aiuto dalla Film Commission di Genova. Indipendente perché l’ambientazione e cast l’ho scelto io senza interferenze. Credo che il cinema indipendente possa risollevare il cinema italiano , un po’ come ha fatto la New Hollywood degli anni 70 con il cinema americano.

    Elisa Solofrano

    Read more »
  • ,,

    Calvagna, paura al ‘Multiplex’

    Il film segna il ritorno di Stefano Cavagna al cinema e saluta il suo affacciarsi su un genere cult: il thriller. Abbiamo incontrato il regista e il protagonista, Tiziano Mariani, che ci hanno raccontato qualcosa sulla produzione del film.

    Calvagna, com’è nato questo film? E’ vero che si ispira ad una storia vera?
    Stefano Calvagna: L’Uci Cinemas mi chiese di fare un film all’interno del multisala di Parco Leonardo, a Roma. L’idea non mi ha particolarmente colpito, ma ho voluto affrontare la sfida. Il film è nato in due settimane e con gli attori abbiamo avuto modo di prepararci in modo eccellente. Lo stesso finale mi è venuto in mente in fieri. Una mia amica mi ha raccontato questa storia accaduta a Boston. Non ci sono stati omicidi nella realtà, perchè la guardia del cinema di Boston disturbava la clientela, ma non è arrivato a tanto. Nonostante ciò ha creato non pochi problemi. Questo fatto mi ha ispirato e ho voluto costruirci su una storia.

    Si è misurato con un genere cult, il thriller. Quali sono i rimandi ad altri film del genere? Conosce il film “L’angoscia” di Bigas Luna, che tratta lo stesso argomento, cioè una serie di delitti commessi in un cinema?
    S.C.: Il thriller mi stimolava, è un genere che mi è sempre piaciuto. Nonostante il budget abbiamo tirato fuori qualcosa di buono che mi ha convinto sin da subito. Quando i ragazzi sono in sala, il film che vedono è un cult, “Fatal Frames”, che meglio si prestava ad essere inserito nel mio film.  In merito al film di Bigas Luna, non l’ho visto, anzi, ho saputo della sua esistenza solo dopo aver girato “Multiplex”. La mia preoccupazione era quella di entrare in un meccanismo di pathos generale, che deve essere alla base della lavorazione di un thriller. Ho rivisto lo script più volte, in modo da creare un film che fosse veramente un thriller. Molte scene sono state create pochi minuti prima di girare e ci sono stati diversi cambiamenti nel corso della lavorazione. Ho concentrato la mia attenzione anche sul delicato tema dello sdoppiamento della personalità, facendomi aiutare anche da uno psicologo.

    Tiziano Mariani, lei nel film interpreta il personaggio di Niccolò, ragazzo con forti problemi psicologici. Come ha affrontato la preparazione di questo personaggio?
    Tiziano Mariani: Il personaggio di Niccolò mi ha aiutato molto a capire di me. Niccolò si muove per istinti, quelli che abbiamo tutti durante la nostra vita quotidiana. A parte la preparazione personale, la fortuna di lavorare in questo luogo che emanava un’atmosfera molto particolare, mi ha aiutato molto ad entrare nel personaggio. La preparazione è stata molto difficile: ho cambiato il mio stile di vita prima delle riprese e questo mi ha già molto aiutato a rapportarmi con questo ragazzo. Mi sono riallacciato a delle dinamiche personali e poi mi hanno aiutato anche le atmosfere della location. Il cambio repentino sia nello sguardo che nella rigidità fisica, però, non ho voluto prepararlo, ma ho voluto che fosse una sorpresa non solo per il cast, ma anche per me. Ad ispirarmi è stato il Christian Bale di “American Psycho”.

    Augusto D’Amante

    Read more »
  • ,

    Salvo, da Cannes alle sale

    Ci sono voluti un cortometraggio, cinque anni e due premi allo scorso Festival di Cannes dove il film è stato presentato alla 52° Semaine de la critique, prima che il sogno della sala potesse diventare realtà:  dal 27 giugno Salvo arriva nei cinema grazie alla Good Films. Così i registi, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, e il produttore Massimo Cristaldi raccontano questo lungo cammino.

    L‘elemento visivo del film è preponderante. Come era scritta la sceneggiatura? Quanto era dettagliata? Che tipo di lavoro avete fatto?
    Massimo Cristaldi: E’ il copione più bello che abbia letto negli ultimi cinque anni; raramente capitano delle sceneggiature così approfondite e dettagliate, così ben scritte. Già nella sceneggiatura erano presenti i segni di una visualità del progetto.
    Naturalmente la prima versione è passata attarverso diversi stadi di sviluppo ed è arrivata nell’ ultima stesura a mostrare elementi chiarissimi di visualità. In questo senso era il progetto perfetto dove hai una sceneggiatura forte per struttura e linea di racconto che preannuncia la visualità del film, e poi hai due registi che sanno mettere in pratica tutto ciò. E questo lo avevamo annusato già nella realizzazione del corto “Rita”, girato tre anni prima del film.
    Fabio Grassadonia: All’inizio abbiamo lavorato sulla definizione drammaturgia della storia e sullo sviluppo tematico, poi abbiamo continuato a riscrivere il copione per dare delle indicazioni chiare su come volevamo metterla in scena. L’ultima versione era molto dettagliata in termini di inquadratura scena per scena.

    Come nasce questo progetto che avevate in mente da anni? Cosa è scattato?
    Antonio Piazza: Siamo entrambi palermitani. Il nostro è stato un percorso da sceneggiatori e consulenti per lo sviluppo dei copioni; abbiamo lavorato per Fandango e Filmauro e abbiamo avuto esperienze anche in ambito televisivo non particolarmente soddisfacenti. Quando abbiamo deciso di sviluppare un progetto nostro è stato naturale tornare nella città da cui entrambi proveniamo.
    La scintilla dello sviluppo del progetto è l’incontro tra due diverse cecità: quella fisica di Rita e quella morale del protagonista. Da questo incontro/ scontro nasce quello che per noi è un barlume di spernza e di cambiamento. Io e Fabio siamo cresciuti a Palermo negli anni ’80, eravamo ragazzini e quelli erano anni molto difficili. A pochi mertri da casa nostra fu ucciso il giudice Rocco Chinnici con la prima autobomba dell’epoca; allora si descrivava Parlermo come Beirut durante la guerra. Ricordo vivamente quel giorno di luglio: i vetri del nostro palazzo erano esplosi e c’era un cratere a pochi metri da noi, eppure la nostra famiglia si stava comportando normalmente, facevamo le valigie per andare a mare in vacanza. Tutto questo è significativo della nostra esperienza palermitana: in qualche modo ti viene insegnato a non vedere, a far finta di vivere in una città normale. Poi quando scegli di vedere, le cose si complicano.

    Perché la scelta della canzone dei Modà?
    A. P. : ‘Arriverà’ è stata scelta perchè volevamo che Rita ascoltasse una canzone che fosse verosimile sentisse una ragazza come lei cresciuta in un determinato quartiere. Una canzone popolare, che perà riusciamo a utilizzare in diversi modi e che fornisce diversi elementi di sviluppo nella relazione personale di Rita e fra i due.

    E perchè un attore palestinese per interpretare un personaggio così palermitano? Kitano qualche anno fa avrebbe potuto fare un personaggio simile…
    F. G.: Abbiamo avuto massima libertà nella definzione del cast. Avevamo visto Saleh in due film, la commedia “La banda” e “Il tempo che ci rimane” dove interpretava un personaggio introverso e chiuso che non parlava mai, ma nonostante questo sul suo volto e nelle sue espressioni riuscivi a leggere la sua umanità tormentata. Ci è piaciuto molto perchè all’interno di questa espressività aveva quel fisico e quel carisma all’interno dell’inquadratura di cui andavamo alla ricerca.

    Per l’immagine di questa perfetta macchina da guerra, volevamo un corpo che occupasse lo schermo in un certo modo rifacendosi anche ai modelli del noir classici sia americani che francesi; Alain Delon e Jean Pierre Melville sono stati dei riferimenti molto importanti. Il fatto della lingua non ci ha mai saventato tanto perchè è un film in cui si parla pochissimo. Per noi era importante evitare il doppiaggio e non ci interessava che non avesse un accento perfettemante palermitano perchè il personaggio di Salvo è portatore di un sentimento di estranaimenteo rispetto alla realtà in cui lo troviamo immerso.
    Kitano è un riferimento voluto, come anche un un certo modo del cinema orientale di mettere in scena le storie. La durata di alcune inquadrature o l’insistenza nei silenzi per cogliere qualcosa di apparentemente impercettibile: ecco, ci sembrava il modo giusto per rappresentare questa storia

    Una ragazza che da cieca diventa vedente. Che problemi avete avuto tra il prima e il dopo? Gli altri attori del cast sono tutti palermiatni. E’ stata un’esigenza economica o una scelta drammaturgica?
    Antonio Piazza: La cecità era l’aspetto fondante della storia e quindi poi la riacquisiszione della vista. Ci siamo interrrogati a lungo su come evitare certi effettacci restituendo però chiaramente il senso di ciò che sta accadendo nella vita di questa ragazza; quindi abbiam studiato a lungo la cecità soprattutto quella di origine neurologica e abbiamo capito che c’era una maniera precisa per metterla in campo e restituire il modo in cui un non vedente è aggredito dall’ambiente che lo circonda. Così abbiamo scelto, come già avevamo fatto nel corto, dei piani ravvicinati sul volto della ragazza per i quali è stato necessario un grande lavoro.
    F. G.: Il cast siciliano è stato fortememte voluto. Attorno ai due personaggi la lettura dell’ambiente doveva essere chiarissima, i rari momenit in cui era possibile far affiorare una certa palermitanità volevamo che emergesse così.

    Read more »
  • ,

    Pippo Delbono e il suo cinema di ‘carne e sangue’

    L’addio a Pina Bausch, Istanbul e le sua gente, sua madre, il test dell’Hiv, i volti di Tilda Swinton e Marisa Berenson, i silenzi di Bobò, suo inseparabile collaboratore, storico attore sordomuto, 50 anni di manicomio alle spalle, 15 sul palcoscenico. E ancora: le camere d’albergo mute eppure così cariche di segni, l’Opera di Parigi, gli incontri casuali, l’inifinita sequenza di testimonianze. È l’ l’ennesima scommessa di Pippo Delbono tra le infinite possibilità del linguaggio cinematografico, intimo e personale, viscerale e coraggioso come sempre. Si chiama Amore carne e inizierà il suo viaggio il prossimo 27 giugno, quando la Tucker Film comincerà a distribuirlo nelle sale italiane. Settantacinque minuti in cui Delbono spia, ruba, cattura e restiuisce istanti del proprio personalissimo cammino con l’aiuto di un cellulare e una piccola telecamera.
    Un film che certo “non si potrà valutare sulla base degli incassi del weekend”, ma capace di suggerire una riflessione necessaria e urgente sui possibili modi di fare cinema.

    Hai iniziato a filmare sotto l’ urgenza di un insieme di realtà personalissime o incontrate quasi per caso e senza currarti di dover decidere prima il formato o la durata in funzione di un’uscita in sala o di un passaggio televisivo.
    Sono contento quando mi dicono che faccio un cinema fuori da qualsiasi genere. Sono fierodi non fare film di genere. Non sono ideologco, non mi piace chiudermi in delle famiglie, preferisco invece viaggiare. Anche se poi il sistema tende a rimettere sempre tutto in ordine. Qui in Italia ad esempio mi chiedono sempre di fare il cattivo. Il motivo? Nel film di Luca Guadagnino interpretavo il ruolo di un imprenditore cattivo e da quel momento in poi mi hanno sempre chiamato per quel tipo di personaggio. Non si riesce a capire che se si tolgono i colori della vita non restano solo i cattivi e i buoni.
    Credo che il problema siano i produttori e non gli artisti, il grande cinema è nato anche con produttori illuminati che permettevano agli artisti di essere folli, liberi e li accompagnavano nella loro follia. Questo è il mestiere del produttore. Cambiare qualcosa si può, ma è sempre più faticoso in un sistema che funziona basandosi sugli incassi dell’ultimo weekend; urge allora reinventare il modo di distribuire film al cinema.

    Che possibilità abbiamo?
    Siamo diventati ignoranti, viviamo in un paese morto, sento la morte culturale. Abbiamo bisogno sempre più spesso di leader per svegliarci, di qualcuno che si affacci a una finestra e urli.
    Ho l’impressione che in Italia non nasca più niente, che non si inventi più nulla; non abbiamo più la follia nè uno spirito critico, sono molto più folli i papa e i politici che non gli artisti e per questo credo nell’arte come rapporto con la follia.
    Invece di copiare male da francesi o americani, potremmo reinventare il cinema con i nuovi mezzi a disposizione come camere straordinarie a 400 euro o cellulari. Strumenti che permettono di ripensare il linguaggio cinematografico e dare l’occhio non solo alle famiglie dei 100autori o dei documentaristi o dei figli dei cineasti: si potrebbe raccontare lo sguardo di chi l’Italia la guarda arrivando su un canotto o di chi la vede dai campi Rom. Si potrebbe inventare qualcosa che neanche i francesi hanno ancora, un cinema in grado di ridare uno sguardo alle persone che non hanno possibilità di parlare.

    Sembra che il tuo cinema proceda con un freno a mano ancora tirato rispetto invece al tuo modo di fare teatro. Perché?
    Le mie produzioni a teatro hanno un cammino diverso: ti faccio l’esempio di uno spettacolo che era già stato acquistato senza che nessuno sapesse di cosa parlava e senza che io avessi minimamente in testa un titolo. Era una produzione di 300mila euro, avevo 12 attori e 4/5 tecnici; il vantaggio rispetto ad una produzione cinematografica è che anche nel caso di un budget importante come questo nessuno mi dice nulla, fai quello che vuoi ed io allora volo. Nel cinema per volare probabilmente avrei bisogno di dolly, di camere particolari, ma piuttosto che trovarmi nella condizione di dover sottostare a logiche produttive preferisco ancora il cellulare. Avrei bisogno di qualcuno che come a teatro mi lasci volare, senza dirmi nulla, di gente che ha fiducia. Nel cinema non è ancora così, mancano figure che sorreggano e credano nella follia e nel fatto che si possa parlare in un altro modo. Chi produce o distribuisce il cinema ha paura, per questo dico che è colpa loro e non degli artisti. Più la produzione diventa grossa più sei schiacciato.

    Read more »
Back to Top