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    Morris a Venezia per raccontare Rumsfeld

    Errol Morris a tu per tu con l’ex Segretario della Difesa degli Stati Uniti, Donald Rumsfeld in un documentario in concorso alla 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

    Il potere, la sua fascinazione, le sue contraddizioni, le sue regole. Dopo aver vinto l’Oscar per il miglior documentario con “The Fog of War: La guerra secondo Robert McNamara”, Errol Morris ci riprova: questa volta a finire sotto il suo sguardo impietoso è Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa degli Stati Uniti durante il mandato di Gerald Ford e George W. Bush, l’uomo che ha alle spalle quattro presidenti degli Stati Uniti e oltre trentanni di attività alla Casa Bianca.
    In “The Unknown Known” svela alcuni dei suoi ‘fiocchi di neve’: un viaggio tra le migliaia di appunti, note, memorie raccolte durante il corso di una intera carriera. Il risultato è un ritratto grottesco e spietato, capace di mette a nudo le contraddizioni di un uomo che finisce per annegare tra le sue stesse parole.

    Donald Rumsfeld è forse il personaggio più rappresentativo della tua filmografia. Perché?
    Perché nel corso degli anni ho realizzato vari film su personaggi che sembrano non consapevoli di sé, in inglese diremmo: “Senza indizi di ciò che sono”. Insomma non ne hanno la pallida idea. Questo è il sentimento predominante alla fine del film.
    Ho ascoltato Rumsfeld per più di trentatre ore e spesso diceva cose contraddittorie e confuse; ancora una volta il quesito si ripresenta : ‘Cosa pensa davvero? Crede veramente a quello che dice? Questo è il mistero centrale del film: “Chi è Donald Rumsfeld? Chi è realmente? Perché ha fatto ciò che ha fatto?’.
    E il mistero si infittisce perché negli ultimi due giorni è riemerso a proposito dell’intervento in Siria, dicendo che sarebbe sbagliato intervenire e allora la domanda è: ‘Perché ora e non dieci anni fa quando fu il momento di occuparsi di Iran e Afghanistan?’

    Sembra che il personaggio non abbia un senso di colpa o un dubbio. Era l’obiettivo del suo documentario?
    Non penso si possa dire che il film serva a se stesso. Credo che il compito di un’opera non di fiction sia catturare la complessità dell’ individuo di cui si vuole fare il ritratto o anche la assenza di un profilo. Donald Rumsfeld è molto diverso da Robert McNamara. Mia moglie fa spesso un confronto tra i due che ritengo calzante: McNamara è l’Olandese Volante, l’uomo che viaggia per il mondo alla ricerca di redenzione,  Rumsfel invece è il gatto che non c’è, quello che alla fine di “Alice nel paese delle Meraviglie” scompare  e ciò che resta di lui è solo un sorriso.
    Il mio scopo era riuscire a guardare nella mente di quest’uomo; forse c’è qualcosa, forse no.
    I resoconti delle sue memorie, i suoi ‘fiocchi di neve’ sono un modo per guardare dentro la sua testa.
    Una delle domande che temo è: ‘Perché non hai intervistato qualcun altro?’
    È una scelta, come avvenne per il film su McNamara. Non volevo concentrarmi su ciò che gli altri pensano di Rumsfeld, ma su cosa Rumsfeld pensa di se stesso.

    Si può definire un film sulla fascinazione del potere e la sua capacità di manipolare? In qualche modo questo l’ha influenzata?
    Credo di essere stato abbastanza duro con lui. Vedo “The Unknown Known” come un ritratto devastante, pauroso; l’ho contraddetto abbastanza frequentemente anche se preferivo che fosse lui a contraddire se stesso, e lo fa di continuo con principi che servono a mescolare e confondere, con una lingua strana che mira a manipolare gli altri, ma che ha lo strano effetto di finire per  manipolare se stessi. Al punto tale che alla è lui a perdersi nel suo stesso mare di parole, nomenclature, definizioni..

    Ha detto di aver girato trentatre ore di intervista. Quanto è stato intensivo questo lavoro?
    Ho fatto molte ricerche. Rumsfeld è venuto a Boston, dove vivo, per quattro volte nel giro di undici giorni. Provai le stesse sensazioni di quando avevo appena cominciato a intervistare Mc Namara: mi sembrava cioè di essere in attesa di un esame.
    Non credo alla lista di domande che ci si prepara in anticipo, meglio una preparazione completa, una visione generale e poi non si sa mai cosa può succedere. Un amico presente alle interviste fatte per un altro film mi disse: “Ripeti sempre: ‘Non so da dove cominciare’.  E di solito questa è la verità.

    Per noi italiani, abituati a ritratti simili, è chiaro il motivo per cui Rumsfeld si contraddice dichiarando il falso un giorno sì e uno no: è semplicemente avido di potere come ogni politico…
    Potrei dire che si tratta di politica e  non sarebbe il primo a raccontare qualcosa di falso. Ma c’è qualcosa di diverso: l’uso della filosofia, l’ossessione per le parole, il modo in cui manipola gli altri ma anche se stesso. Trovo più sorprendente quando una persona riesce a contraddirsi un secondo dopo senza neanche accorgersene, tanto da non sapere cosa abbia in testa.

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    L’ ‘aliena’ Scarlett sbarca al Lido

    Il Lido stronca l’esperimento di Jonathan Glazer, “Under the Skin”, uno degli ultimi titoli del concorso veneziano. La sua aliena dalle fattezze umane che si aggira per il mondo, Scarlett Johansson, non incontra i gusti della platea veneziana che accoglie l’anteprima stampa con freddezza, addirittura con qualche fischio. Un road movie, un’esperienza che la stessa attrice
    oggi durante la presentazione del film in Laguna, ha definito “spaventosa e terrorizzante”.

    Laura è un’aliena che si aggira per il mondo. Come avete lavorato alla sua creazione?
    Scarlett Johansson: Dopo le prime due o tre riprese ho capito subito dove volevo andare con questo personaggio. Non avevo delle idee preconcette, ma ci sono volute un paio di settimane prima che prendesse piede dentro di me. È una figura che non conosce l’umanità, non ha nessuna intenzione specifica, è parte di un’entità ed è stato difficile trovare una chiave interpretativa all’inizio. Abbiamo dovuto cominciare da zero.
    Jonathan Blazer: Per Scarlett è stata una scoperta, non aveva dei precedenti.

    Avete discusso di come dovesse muoversi?
    S. J. : Sì, tutto quello che Laura fa è per un scopo specifico, ogni sua azione è diversa però dal modo di muoversi di un alieno ad esempio in un film di Tim Burton. Volevamo mostrarla accesa quando doveva essere accesa e spenta quando doveva osservare il mondo intorno a sé.

    Che tematiche avete voluto esplorare?
    J. G. : Amore, morte e vita. In realtà non ce li avevamo in mente sin dall’inizio: come in ogni storia i temi stanno lì ed emergono strada facendo. In questo caso siamo partiti da un sentimento e dall’idea di vedere il mondo attraverso gli occhi di della protagonista, poi ci siamo soffermati sul modo in cui Laura diventa da alieno donna e siamo finiti per fotografare una sorta di risveglio.

    È stato coraggioso da parte vostra usare lo stesso titolo di un film inglese di dieci anni fa.
    J. G. : È il titolo del romanzo da cui è stato tratto il film e sono stato io a volerlo mantenere.

    Il fatto che i dialoghi in alcuni momenti fossero quasi indecifrabili?
    J. G. : L’alienazione del personaggio, il fatto di vedere il mondo attraverso gli occhi di Laura sono tutti elementi per cui non mi ha disturbato che in certi momenti il dialogo fosse indecifrabile, anzi è quasi un bene.

    Avete usato anche delle cineprese nascoste e degli attori non professionisti.

    J. G. : Ne abbiamo realizzato alcune molto piccole in modo da poterle nascondere e da poter filmare Scarlett nel mondo senza che il mondo sapesse che si stava girando.
    Abbiamo usato otto cineprese che filmavano Scarlett da otto angolazioni diverse; volevamo osservare il personaggio di Scarlett che andava a disturbare il mondo. Il suo personaggio è l’unica bugia in tutto il film.
    S. J. : Gli altri attori seguivano un dialogo scritto, noi no e questo ha reso possibile una performance genuina. Facevamo tutti parte dell’ambiente in cui eravamo collocati, non c’era una linea netta di demarcazione tra realtà e finzione. Eravamo in grado di plasmare la scena partendo da questo presupposto, facevamo sei o sette ciak prima che la gente capisse cosa stessimo facendo.
    Le reazioni sono state delle più diverse: alcuni ti riprendevano, altri invece si preoccupavano di quello che stava accadendo. Questa dicotomia era affascinante. È stata un’esperienza spaventosa, ero terrorizzata di vedere come avrebbe reagito la gente.
    Ho dovuto abbandonare l’istinto umano di proteggerci l’uno con gli altri, dimenticare la paura e il timore ed essere sempre molto presente. È stata una specie di terapia .

    In cosa “Under the Skin” è diverso dai tuoi film precedenti?
    S. J.: Innanzitutto non credo si possa definire una pellicola di fantascienza, penso sia stato interessante farlo e lo sarà anche guardarlo, ma è un’esperienza che non si adatta a un genere in particolare. Non ha una sua morale, non possiamo etichettarlo, non appartiene a un unico genere.

    Ci sono stati momenti difficili?
    S. J.: Una delle scene più complicate è quella girata con Adam, quando Laura viene liberata. È stato complessa da trovare; era stata scritta sul copione, ma Adam non è un attore e non è stato semplice prenderlo alla sprovvista. Come uomo credo cercasse di trovare il modo di proteggere la sua vulnerabilità.

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    Intervista a Bernardo Bertolucci, presidente di Venezia 70

    A Venezia incontriamo il Presidente della Giuria Bertolucci, premiato dal Sindacato nazionale critici cinematografici; e’ l’occasione per un ragionamento a tutto tondo sul, giovane cinema italiano, sulle nuove tecnologie che rendono più facile accesso al mondo della regia ed infine dello spazio risicato che la critica occupa sui maggiori quotidiani. C’è spazio infine anche per i progetti futuri di un grande Maestro della Settima arte, che tra una settimana o poco meno assegnerà il Leone d’oro 2013.

    Maestro Bertolucci, come si trova impegnato com’è in giuria?
    È un lavoro molto duro fare il Presidente, me ne ero dimenticato. È una gran sgobbata, ma anche un gran divertimento, perché la cosa che amo di più e’ vedere del buon cinema ed andare in sala con la speranza sempre di essere sorpreso dal vedere quello stesso amore per il cinema che io sento forte.

    Cosa consiglierebbe oggi dall’alto della sua prestigiosa carriera ad un giovane regista?
    È sempre molto difficile consigliare… Ognuno trova dentro di se la motivazione che lo spinge a fare cinema, a raccontare; e’ qualcosa che va con i battiti del tuo cuore, con la tua forza, con la tua sincerità.
    Poi ci sono le moderne tecnologie, quindi dico ai giovani e giovanissimi registi di domani beati voi che cominciate in un mondo dove esistono queste piccole camere digitali, non si è schiavi dei costi della pellicola, delle attrezzature costosissime ed appannaggio di pochi. Ecco oggi si può e si deve girare molto, si deve andare fuori, guardare, ciò che si vuol raccontare. Poi dico sempre a chi mi domanda un consiglio di guardare tanto cinema, ore ed ore ed ore, non c’è scuola, non c’è palestra migliore che guardare ciò che si è fatto e cercare di sperimentare naturalmente qualcosa di nuovo.

    Lei è una colonna del cinema italiano, vede dietro di lei una generazione di nuovi cineasti interessanti?
    Ultimamente ho guardato con grande interesse alcuni film italiani che fanno ben sperare in questa direzione. Ci sono giovani che fanno cinema con vigore e tutto il sistema cinema italiano ne può trovare sostegno.

    Maestro lei oggi riceve un premio assegnato dal Sindacato  nazionale Critici Cinematografici. La critica però sta lentamente scomparendo dalle pagine dei giornali, cosa pensa in merito?
    Che ha perfettamente ragione, la critica e’ praticamente scomparsa dai quotidiani, relegata a qualche riga in corsivo, altrimenti nemmeno si vedrebbe. Cosa ha fatto di grazia il cinema al mondo del giornalismo per essere trattato in questo modo mi chiedo? Cos’è questa punizione del cinema? Come fanno i critici a parlare di un film in 10 righe? Non mi pare giusto, anzi io protesto per questo.

    Maestro, in conclusione, e’ un vero piacere trovarla qui al Lido, illustre Presidente di Giuria della Settantesima Mostra del cinema. Le chiediamo pero’ anche quali sono i suoi futuri piani di lavoro…
    Beh non corriamo troppo ma mi farebbe piacere tornare sul set. Vorrei anche presentare a Los Angeles in novembre la versione in 3D dell’ Ultimo imperatore’ e anche del mio ultimo film, “Io e te”.

    Di Titta DiGirolamo

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    Venezia 70. – Alba Rohrwacher ci racconta il suo film con Emma Dante

    Una delle ottime protagoniste di Via Castellana Bandiera e’ Alba Rohrwacher, che ci racconta così il suo ruolo ed un rapporto speciale con la regista Emma Dante.

    Alba come hai incontrato questo personaggio?
    La sceneggiatura nelle sue due versioni che abbiamo ricevuto riassumeva alla perfezione il romanzo di Emma; io ero curiosissima di affrontare le riprese perché davvero non riuscivo ad immaginare come quelle parole che avevo letto avrebbero preso vita nelle nostre interpretazioni ed avrebbero costruito il film.

    Ci racconti il tuo rapporto con la regista?
    Emma e’ fantastica, il suo metodo funziona davvero. E’ dura lavorare su un suo set o in teatro con lei, ti chiede il massimo e ti porta al limite, ma è un’esperienza indimenticabile ed istruttiva lavorare con lei.

    Questo film è anche una grande allegoria del nostro Paese, ma non solo, come ti ci sei sentita da dentro?
    C’è dentro un modo di essere cieco ottuso, quello di considerare un luogo come chiuso, invalicabile. In realtà invece si tratta di una piazza, un luogo quantomai aperto, al dialogo, alla comprensione, al limite alla fuga, cosa che eviterebbe il duello che invece le protagoniste affrontano. Ecco dove poggia le sue basi l’allegoria di cui parli, cosa che inevitabilmente abbraccia il nostro Paese, con un linguaggio che vuole essere universalmente comprensibile.

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    La Corsica di Thierry De Peretti

    Thierry De Peretti debutta al lungometraggio con un film dedicato alle contraddizioni della Corsica.

    Affascinato da Pasolini, che ha omaggiato con un cortometraggio prima di dedicarsi ad Apache, il regista di origini corse, racconta una storia dura, dove frustrazione, solitudine e adolescenza si intrecciano pericolosamente tra loro. Abbiamo incontrato il regista all’anteprima romana del suo film, che uscirà coraggiosamente il 14 agosto in lingua originale e sottotitolato, grazie ala Kitchen Film.

    Iniziamo dal titolo. A cosa si riferisce il termine ‘Apache’? Perchè un accostamento con i nativi americani?
    Il titolo riprende l’epiteto che il prefetto di Belleville (un quartiere di Parigi, ndr) usava per definire alcuni gruppi di giovani teppisti. Ma c’è un altro motivo per cui ho usato questo titolo: Ajaccio e molte cittadine della Corsica sono costruite su piccole comunità a volte molto distanti tra loro. E io volevo evocare, sin dal titolo, il concetto di “riserva indiana”.

    Il film si basa su un fatto realmente accaduto. Come si è posto nei confronti di questo episodio e quanto emerge della Corsica contemporanea nel suo film?
    L’episodio è accaduto otto anni fa nello stesso luogo dove ho girato il film, la cittadina di Porto Vecchio. Come molti paesi della Corsica, Porto Vecchio rappresenta una vera e proprio zona di confine, dove se da una parte c’è opulenza, dall’altra vi sono luoghi completamente abbandonati a sè stessi, in cui vigono dei meccanismi antichi di concentrazione del potere e si trasformano in tane ataviche di violenza. Queste contraddizioni permettono di rendere forti le barriere razziali. La frustrazione che la Corsica si porta dietro, e che ho voluto raccontare nel film, è frutto della sua storia, che può essere considerata come la peggiore applicazione delle politiche francesi dal dopoguerra ad oggi. Inoltre la Corsica è poco rappresentata, soprattutto al cinema, e ho deciso di raccontarla attraverso una storia difficile, con la volontà di far rivivere l’episodio come un’esperienza di memoria collettiva per la comunità in cui si è consumato il delitto.

    Questo film ha un carattere autobiografico?
    E’ autobiografico nel senso che la ma famiglia è originaria del luogo in cui si sono svolti i fatti, ma c’è poco del mio vissuto in questo film. Quando vivevo in Corsica non ho vissuto le stesse situazioni dei protagonisti del film. L’aspetto autobiografico si ravvisa nel trauma che il film racconta, nella contraddizione che caratterizza l’isola in cui sono nato e cresciuto, vissuta da me come un vero e proprio trauma.

    Lei ha lavorato molto in teatro. Come si è posto nei confronti degli attori?
    Ho lavorato più di un anno, facendo un workshop e un casting permanente e incontrando moltissimi attori, anche per farmi un’idea precisa della gioventù corsa. Abbiamo lavorato sull’interpretazione e sulla sceneggiatura, ma la cosa importante è stata quella di vivere insieme tutto l’anno. Ho fatto in modo che loro si adattassero alla sceneggiatura e che la sceneggiatura si adattasse a loro. L’esperienza del teatro mi ha permesso di creare un vero e proprio gruppo coeso, che vive la giornata momento per momento.

    Augusto D’Amante

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    Barbera: Venezia la crisi e…

    Il Direttore della Mostra di Venezia, Alberto Barbera, ci racconta le line guida e le aspettative per l’edizione 70 della rassegna internazionale più longeva del Mondo.

    Barbera, partiamo dal programma, ci sono tematiche affini o ricorrenti?
    Non so se c’e’ un vero e proprio filo rosso ma è vero che il cinema di oggi è un cinema che riflette le crisi che stiamo attraversando: economiche, finanziarie, sociali, politiche. Un cinema che affronta di petto la contemporaneità e che si scontra con la negatività: non c’è nessun regista che riesca a guardare al di là, che riesca a dare dei segni d’ottimismo. Siamo rimasti colpiti da film che guardano la famiglia come microcosmo simbolico della crisi di tutta la società. Il cinema è da sempre specchio della realtà, e non ci possiamo lamentare che questa immagine sia oggi cupa e violenta.

    Il secondo festival dell’era ‘crisi’ sotto la sua direzione, si aspetta critiche sul cartellone presentato in anteprima alla stampa?
    La selezione di un festival non si fa per accontentare questo o quello; mi auguro che questo programma accontenti chi accusa i festival di proporre sempre i soliti nomi.
    I film che non ci sono? Guardate cosa ha proposto Cannes. Tanti sono oggi i motivi per cui un film non è a un festival: potrebbe non essere pronto, potrebbe non essere piaciuto a chi lo seleziona, o potrebbero esserci dei problemi relativi alla presenza dei talent o al budget promozionale messo a disposizione dalla produzione. Lascio a voi fare il giochino su quale titolo rientra in quale categoria.

    In un cartellone ridotto in Concorso ci sono venti pellicole, non 18 come era stato annunciato, qualche motivo articolare?
    Abbiamo ritenuto importante dare spazio all’anteprima internazionale di Kaze Tachinu, il nuovo film di Hayao Miyazaki, autore legato a Venezia da una vecchia amicizia che teneva molto ad essere in competizione; e anche Tsai Ming-Liang, che ha realizzato quel che ha annunciato essere il suo ultimo film: Stray Dogs, un film testamentario rispetto al cinema e al suo linguaggio, un film al di là del cinema, un film che è la summa di tutta l’opera di Tsai e che già va oltre. Un corpo estraneo rispetto al resto del concorso, ma affascinante.

    Due documentari in concorso a Venezia, si tratta di una novità assoluta, in controtendenza con la sala che poi i documentari non li ospita…
    Si, si tratta di una importante prima volta: la prima volta in un grande Festival europeo di due documentari in competizione; si tratta di The Unknown Known: the Life and Times of Donald Rumsfeld e Sacro GRA: il primo è diretto da Erroll Morris e racconta l’ex segretario alla Difesa statunitense e il secondo da Gianfranco Rosi, che ha letteralmente vissuto per lungo tempo ai margini del Raccordo Anulare di Roma per poterlo raccontare nel film. Sono due film straordinari che ci confermano che la distinzione tra fiction e documentario appartiene al passato, che il cinema moderno compie continui passaggi tra finzione e realtà, anche se, come sottolinea lei la sala stenta ad accogliere questo tipo di prodotto…

    Continuando con i film italiani cosa può anticipare
    Che sono la fotografia attuale del nostro cinema: abbiamo un grande autore, Amelio con L’intrepido e un’opera prima, quella di Emma Dante, Via Castellana Bandiera. Danno l’idea di un cinema italiano eterogeneo, fatto di contaminazioni e novità. Vorrei anche che si sfatasse il mito che vuole i film italiani trattati male a Venezia: se i film sono buoni, non li maltratta nessuno. E bisogna assolutamente che tutti, media in testa, entrino nell’ordine di idee che se non si vince un premio, questo non vuol dire che si è perso.

    Nessuna polemica dunque con Luchetti che presenta il suo film in anteprima mondiale a Toronto e non qualche giorno prima a Venezia…
    Assolutamente. Quella di Luchetti e’ una scelta personale. Me lo aveva anticipato anche a Cannes. Credo non sia rimasto soddisfatto dal trattamento riservato gli dalla stampa una decina di anni fa al Lido e quindi ha deciso di volare a Toronto con il suo nuovo film. Non ho visto il film ma gli auguro ogni fortuna e rispetto la sua decisione.

    IL PROGRAMMA COMPLETO DI VENEZIA 70

     

     

     

     

     

     

     

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    La variabile umana: esordio in ‘giallo’ per Bruno Oliviero

    Napoletano trapiantato a Milano da quasi più di dieci anni, documentarista appassionato e fine osservatore del reale. Lui è Bruno Oliviero e così racconta  il suo nerissimo e intimistico esordio ad un lungometraggio di finzione, La variabile umana, distribuito nelle sale italiane dal 29 agosto da Bim Distribuzione e pronto a sbarcare al Festival di Locarno dove verrà presentato il 9 agosto. Storia di un uomo di legge, l’ispettore Monaco, che ha perso tutto anche il rapporto con la propria figlia, Linda, salvo riconquistarlo al prezzo di una dolorosissima rivelazione nella Milano decadente delle baby escort e dei festini a base di coca.  Nel cast Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Alice Raffaelli, Sandra Ceccarelli.

    Da dove nasce il commisario Monaco?
    Viene da certa letteratura americana degli anni ’30. L’idea era quella di un uomo che rappresentasse la legge, deluso dalla propria carriera e che venisse richiamato a ripensare il proprio ruolo di uomo pubblico da un fatto personale.

    La Milano fotografata dal film e gli imprenditori pedofili fanno inevitabilmente ripensare a certa attualità. Quanto ha pesato la cronaca recente prima, dopo o durante la realizzazione della pellicola?
    Il film è stato concepito e pensato prima dei recenti fatti di cronaca. Per me che ho sempre fatto documentari sentire il clima del luogo era una delle principali prerogative e le notizie di cronaca ci hanno invece disturbato.
    L’ossessione di noi italiani per Berlusconi ha in parte avuto il suo peso nella costruziome de ‘La variabile umana’. Milano ha sempre anticipato sia nel bene sia nel male l’andamento dell’Italia: è successo nel 1992 ed è ricapitato in questi anni, è una specie di generatore di mitologie. Abbiamo lavorato sull’osservazione di ciò che ci stava intorno e Milano era già così ancora prima degli scandali noti a tutti.

    Avevi a disposizone il compositore delle musiche dei film di Clint Eastwood, Michael Stevens. Lo hai uato per sottrazione, come mai?
    Con Michael è stato un incontro straordinario, venuto dai produttori. In questo film il cinema americano si è aperto ad un cinema più europeo, dove la musica non copre tutto l’arco delle emozioni. Abbiamo lavorato insieme adattando un modo di fare cinema americano a una modalità tutta europea.

    In alcuni momenti è quasi naturale pensare a delle analogie con ‘La ragazza del lago’ di Molaioli…
    Sì, ci ho pensato, ma non ce lo avevo in mente quando ho iniziato a concepire il film; piuttosto è ciò a cui ho pensato quando abbiamo cominciato a girarlo, anche se rimangono due opere molto diverse tra loro: quella era una storia puntata tutta sull’indagine, questa invece approfondisce l’aspetto più umano, il percorso di conoscenza di un padre verso la propria figlia che si rivela estremamente doloroso.

    L’impressione é che attraverso il linguaggio della finzone tu sia stato più libero di raccontare la realtà, che non nel documentario.
    In genere non mi pongo problemi in termini di stile. Eduardo De Filippo diceva: “Cerca la vita e troverai lo stile, cerca lo stile e troverai la morte”. Mi sono concentrato invece sulla precisione con cui avrei potuto raccontare questa piccola storia, che toccava la realtà e soprattto una città che rappresenta una serie di miti nei confronti del nostro paese. Sì, è vero, mi sono sentito più libero. Nel documentario corri il rischio di essere voyeuristico, qui invece potevo prendere pezzi di vita reale e mostrarli insieme, costruendo così l’intimità dei peraonaggi.

    Perché hai scelto Silvio Orlando per l’ispettore Monaco?
    Pensavamo al film da un paio di anni e quando abbiamo cominciato a concretizzarlo Orlando ci sembrò la scelta giusta, perché strano e diverso dai ruoli che aveva interpretato fino a quel momento. Si è completamente fidato di noi, abbiamo voluto scommettere su di lui e sulla sua capacità di mettere da parte il proprio lato più comico a favore di un personaggio, che invece di simpatico non doveva avere nulla.

    ‘La variabile umana’ lavora molto sul non mostrare mai chiaramente ciò che succede nelle istituzioni, né il lato pruriginoso e sessuale delle giovanissima protagonista. E’ una scelta presente sin dall’inizio?
    Il ‘lasciare fuori campo’ per me é l’essenza del fare cinema: esiste un mondo reale fuori che fa sempre parte del racconto e per questo non si può non considerarlo. Con Silvio abbiamo discusso dell’ambiguità del soggetto, dell’attrazione per i giovani corpi e bisognava stare attenti a non far finta che ciò non esistesse: perciò la sedicenne Linda ha un corpo da donna degno di essere ammirato e apprezzato.

    Quanto ti sei lasciato influenzare dal tuo background da documentarista? Che tipo di ricerche avete fatto?
    Ogni dettaglio del film viene dalla realtà. Ci siamo documentati moltissimo, trascorrendo imbarazzanti nottae in discoteca per studiare le abitudini delle giovanissime generazioni. Abbiamo incontrato agenti di polizia, il capo della omicidi, la responsabile delle autopsie e tutti ci hanno dato dei consigli su come rendere il tutto credibile e autentico.

    Anche la scelta visive sono molto particolari…
    Credo che per fare cinema oggi si debbano proporre delle novità rispetto alla enorme massa di immagini che tutti noi subiamo. La maggior parte dei film contemporanei tendono spesso a desaturare l’immagine, al contrario noi abbiamo deciso di lavorare molto sulla saturaziome. Volevamo mescolare carrelli e dolly del cinema classico hollywoodiano con la semplice macchina a mano.

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  • Intervista a Sabrina Quartullo

    E’ una montatrice del suono con un denso curriculum alle spalle (“Il bell’Antonio”, “Mafalda di Savoia”, “Caravaggio”, “Harem suarè”, “Generazione mille euro”, l’ultimo “Pinocchio” animato), da anni ormai si è imposta nel suo settore. Così Sabrina Quartullo ci racconta il suo viaggio in un mondo dove a farla da padrone sono sempre stati i colleghi uomini.

    Sabrina come hai cominciato la tua carriera?
    La mia carriera è iniziata da assistente al montaggio in pellicola, i sistemi digitali ancora non c’erano. C’era un grande rispetto nella moviola e si lavorava al fianco di grandi registi: nel mio caso nomi come Roger Vadim, montatori del calibro di Mario Morra e il Maestro Ennio Morricone in ambito musicale per “Una storia italiana” (miniserie con un giovanissimo e sconosciuto Raoul Bova”).

    Come è da donna svolgere la tua professione?
    Non ho mai dato rilievo al fatto di essere donna nelle mie attività, ma sono certa che la passionalità che metto nel lavoro che svolgo contribuisca a darmi degli ottimi risultati. Il passaggio dal sistema tradizionale in pellicola al digitale ha permesso di poter avere uno spettro più ampio nella manipolazione del suono che in pellicola era molto spartano. Mentre con i sistemi digitali, nel mio caso Pro tools, su un computer si può creare una dissolvenza e disegnare graficamente un volume su una forma d’onda che sostituisce quello che una volta era il perforato magnetico (35mm). Inoltre si può intervenire addirittura con dei plugs in che possono pulire un fondo di presa diretta rumoroso e possono aggiungere riverbero o equalizzare e duplicare lo stesso suono all’infinito con un semplice copia e incolla, cose impensabili con la lavorazione in pellicola. Tutto questo agevola anche il lavoro del fonico di mix.

    Sei anche la sorella di Pino Quartullo, come è il vostro rapporto?
    Io e Pino abbiamo vissuto nella stessa casa (perché veniamo da Civitavecchia) per tredici anni, finché è nata Emma, la figlia di Pino. Il nostro rapporto è sempre stato ottimo, anche perché abbiamo caratteri molto simili, spesso collaboro con lui per i suoi lavori, inizialmente a teatro come fonico e poi nei suoi film.

    Maria Luisa Lafiandra

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    Pino Quartullo: “I miei piccoli film”

    Abbiamo incontrato Pino Quartullo, attore, regista, sceneggiatore e doppiatore romano, che negli ultimi tempi ha dedicato la sua  attenzione al mondo dei cortometraggi…

    Pino, a breve sarai premiato sul palco del Mompeo in Corto, storica kermesse dedicata interamente al cortometraggio. Quale è il tuo rapporto con il mondo del corto?
    La mia carriera di regista è iniziata con un cortometraggio: era il 1985 quando il programma di Monica Vitti scelse il corto EXIT per il programma tv “Passione mia” di Roberto Russo, realizzato insieme a Stefano Reali, dando inizio cosi alla mia attività. Il merito del progetto della Vitti fu quello di rilanciare il ruolo del cortometraggio in Italia, che in quegli anni era un po’ andato a perdersi, offrendo visibilità e spazio a giovani video maker come me. Exit ricevette nomination e premi di rilievo nazionale e internazionale e segnò una grande svolta nella mia carriera!

    E la vita continua è il nome del cortometraggio con cui stai ricevendo numerosi riconoscimenti, come mai la scelta di dedicarti a questo progetto?
    È un piccolo film commissionatomi dalla Fondazione Trapianti Milano e dal Professore Girolamo Sirchia, in collaborazione con Nicola Liguori e Tommaso Ranchino, ispirato ad una storia vera, è stato pensato e realizzato per informare e sensibilizzare il pubblico sul tema dei trapianti e l’attività della donazione di organi in Italia, con un linguaggio cinematografico.
    Per me è stato importante realizzare questo lavoro, con un cast eccezionale, con protagonisti Ludovico Fremont e Cesare Bocci che mi hanno permesso di mostrare come è possibile aiutare qualcuno con la propria vita.

    Come è nata l’idea di questo corto per sensibilizzare il pubblico verso una tematica tanto delicata come il trapianto degli organi?
    Sono di Civitavecchia, luogo di mare in cui il ruolo del bagnino è vitale e per questo ho voluto che il protagonista svolgesse questo lavoro nella semplicità della sua realtà di ragazzo che si affaccia all’età adulta e che vorrebbe salvare una vita, ma ancora non ne ha avuto modo. Il ruolo di Fremont è quello di sdrammatizzare la tragedia di una vita spezzata cosi giovane nel modo con cui racconta la sua storia. Dall’altra parte, ho lavorato tempo fa con un attore in teatro che aveva subito un trapianto di organi e questo mi ha ispirato notevolmente al punto da pensare a lui per il ruolo svolto da Cesare Bocci.

    Dopo questo prezioso lavoro, in cosa sarai impegnato?
    Mi sono dedicato a un altro cortometraggio con Margherita Buy, Io… Donna, tratto dal romanzo omonimo di Matteo Bonadies. Anche questo ha uno straordinario cast di attori, tra cui Sergio Rubini, Massimo Wertmuller, Giampaolo Morelli, Valentina Cenni, Crescenza Guarnieri, Sabrina Picci Terranova. Ora il film è in concorso in numerosi contest internazionali: si tratta di una commedia al femminile.

    Maria Luisa Lafiandra

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    Oggetti Smarriti – Lost and Found: La ricerca della felicità!

    Uscirà in sla il prossimo 11 luglio il nuovo film di Giorgio Molteni. Vincitore nel 2011 del Premio Anec al Giffoni Film Festival. Protagonista Roberto Farnesi affiancato da Michelangelo Pulci, Chiara Gensini, Ilaria Patanè e la partecipazione di Giorgia Wurth. Abbiamo incontrato il regista e il cast in conferenza stampa a Roma, ecco cosa ci hanno raccontato.

    Giorgio, puoi raccontarci com’è nato il film?
    Giorgio Molteni: E’ stato un percorso creativamente lungo nato anni fa. E’ venuto tutto molto naturale, le riprese senza tensione, il cast l’ho scelto io e la casa dove girare è saltata fuori tre giorni prima delle riprese. Dalla commedia si passa all’elemento soprannaturale nel quale cade Guido, il protagonista, per poi tornare al lieto fine.

    Come vi siete trovati ad interpretare i vostri personaggi?
    Roberto Farnesi: Il personaggio mi ha entusiasmato subito appena ho letto la sceneggiatura. Guido è un quarantenne scanzonato poi si trova a fare i conti con la coscienza e il conto sarà salato. Da commedia il film diventa onirico e alla mia interpretazione in soggettiva ho scelto l’angoscia. Questa è stata la parte più difficile.
    Chiara Gensini: Il mio personaggio non è reale, ma frutto della fantasia di Guido. Per interpretare la vicina di casa sexy, non volevo però fare niente di troppo strano per non rivelare la mia vera natura, ma ho cercato una via di mezzo tra sogno e realtà.
    Giorgia Wurth: Interpreto un duplice ruolo : Silvia ex moglie di Guido e la ragazza dell’Ufficio Oggetti Smarriti. Uno reale e l’altro fantastico, direi l’alter ego della ex moglie nella testa di Guido, pronta a punirlo con le sue estenuanti domande. Mi è piaciuto il fatto che il protagonista si perde in casa, perde tutto, anche la figlia, una metafora interessante.
    Michelangelo Pulci: Il mio personaggio è immaginario. E’stato difficile perché avevo paura di annoiare spiegando le regole. Mi ha ispirato un personaggio che sto facendo in tv, un politico che ha perso la memoria.

    Giorgia, com’è stato il tuo rapporto con Ilaria Patanè che sul set è tua figlia?
    G. W.: Sul set ho girato un giorno e con Ilaria per quel poco che l’ho vista ho solo ricordi positivi! In genere comunque amo lavorare con i bimbi!

    Giorgio, si può parlare di Cinema Indipendente in questo film?
    G.M: Sì, è indipendente perché non ha avuto sovvenzionamenti né da reti tv né dallo Stato, solo un aiuto dalla Film Commission di Genova. Indipendente perché l’ambientazione e cast l’ho scelto io senza interferenze. Credo che il cinema indipendente possa risollevare il cinema italiano , un po’ come ha fatto la New Hollywood degli anni 70 con il cinema americano.

    Elisa Solofrano

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