LOGO
  • Intervista a Sabrina Quartullo

    E’ una montatrice del suono con un denso curriculum alle spalle (“Il bell’Antonio”, “Mafalda di Savoia”, “Caravaggio”, “Harem suarè”, “Generazione mille euro”, l’ultimo “Pinocchio” animato), da anni ormai si è imposta nel suo settore. Così Sabrina Quartullo ci racconta il suo viaggio in un mondo dove a farla da padrone sono sempre stati i colleghi uomini.

    Sabrina come hai cominciato la tua carriera?
    La mia carriera è iniziata da assistente al montaggio in pellicola, i sistemi digitali ancora non c’erano. C’era un grande rispetto nella moviola e si lavorava al fianco di grandi registi: nel mio caso nomi come Roger Vadim, montatori del calibro di Mario Morra e il Maestro Ennio Morricone in ambito musicale per “Una storia italiana” (miniserie con un giovanissimo e sconosciuto Raoul Bova”).

    Come è da donna svolgere la tua professione?
    Non ho mai dato rilievo al fatto di essere donna nelle mie attività, ma sono certa che la passionalità che metto nel lavoro che svolgo contribuisca a darmi degli ottimi risultati. Il passaggio dal sistema tradizionale in pellicola al digitale ha permesso di poter avere uno spettro più ampio nella manipolazione del suono che in pellicola era molto spartano. Mentre con i sistemi digitali, nel mio caso Pro tools, su un computer si può creare una dissolvenza e disegnare graficamente un volume su una forma d’onda che sostituisce quello che una volta era il perforato magnetico (35mm). Inoltre si può intervenire addirittura con dei plugs in che possono pulire un fondo di presa diretta rumoroso e possono aggiungere riverbero o equalizzare e duplicare lo stesso suono all’infinito con un semplice copia e incolla, cose impensabili con la lavorazione in pellicola. Tutto questo agevola anche il lavoro del fonico di mix.

    Sei anche la sorella di Pino Quartullo, come è il vostro rapporto?
    Io e Pino abbiamo vissuto nella stessa casa (perché veniamo da Civitavecchia) per tredici anni, finché è nata Emma, la figlia di Pino. Il nostro rapporto è sempre stato ottimo, anche perché abbiamo caratteri molto simili, spesso collaboro con lui per i suoi lavori, inizialmente a teatro come fonico e poi nei suoi film.

    Maria Luisa Lafiandra

    Read more »
  • ,

    Pino Quartullo: “I miei piccoli film”

    Abbiamo incontrato Pino Quartullo, attore, regista, sceneggiatore e doppiatore romano, che negli ultimi tempi ha dedicato la sua  attenzione al mondo dei cortometraggi…

    Pino, a breve sarai premiato sul palco del Mompeo in Corto, storica kermesse dedicata interamente al cortometraggio. Quale è il tuo rapporto con il mondo del corto?
    La mia carriera di regista è iniziata con un cortometraggio: era il 1985 quando il programma di Monica Vitti scelse il corto EXIT per il programma tv “Passione mia” di Roberto Russo, realizzato insieme a Stefano Reali, dando inizio cosi alla mia attività. Il merito del progetto della Vitti fu quello di rilanciare il ruolo del cortometraggio in Italia, che in quegli anni era un po’ andato a perdersi, offrendo visibilità e spazio a giovani video maker come me. Exit ricevette nomination e premi di rilievo nazionale e internazionale e segnò una grande svolta nella mia carriera!

    E la vita continua è il nome del cortometraggio con cui stai ricevendo numerosi riconoscimenti, come mai la scelta di dedicarti a questo progetto?
    È un piccolo film commissionatomi dalla Fondazione Trapianti Milano e dal Professore Girolamo Sirchia, in collaborazione con Nicola Liguori e Tommaso Ranchino, ispirato ad una storia vera, è stato pensato e realizzato per informare e sensibilizzare il pubblico sul tema dei trapianti e l’attività della donazione di organi in Italia, con un linguaggio cinematografico.
    Per me è stato importante realizzare questo lavoro, con un cast eccezionale, con protagonisti Ludovico Fremont e Cesare Bocci che mi hanno permesso di mostrare come è possibile aiutare qualcuno con la propria vita.

    Come è nata l’idea di questo corto per sensibilizzare il pubblico verso una tematica tanto delicata come il trapianto degli organi?
    Sono di Civitavecchia, luogo di mare in cui il ruolo del bagnino è vitale e per questo ho voluto che il protagonista svolgesse questo lavoro nella semplicità della sua realtà di ragazzo che si affaccia all’età adulta e che vorrebbe salvare una vita, ma ancora non ne ha avuto modo. Il ruolo di Fremont è quello di sdrammatizzare la tragedia di una vita spezzata cosi giovane nel modo con cui racconta la sua storia. Dall’altra parte, ho lavorato tempo fa con un attore in teatro che aveva subito un trapianto di organi e questo mi ha ispirato notevolmente al punto da pensare a lui per il ruolo svolto da Cesare Bocci.

    Dopo questo prezioso lavoro, in cosa sarai impegnato?
    Mi sono dedicato a un altro cortometraggio con Margherita Buy, Io… Donna, tratto dal romanzo omonimo di Matteo Bonadies. Anche questo ha uno straordinario cast di attori, tra cui Sergio Rubini, Massimo Wertmuller, Giampaolo Morelli, Valentina Cenni, Crescenza Guarnieri, Sabrina Picci Terranova. Ora il film è in concorso in numerosi contest internazionali: si tratta di una commedia al femminile.

    Maria Luisa Lafiandra

    Read more »
  • ,

    Oggetti Smarriti – Lost and Found: La ricerca della felicità!

    Uscirà in sla il prossimo 11 luglio il nuovo film di Giorgio Molteni. Vincitore nel 2011 del Premio Anec al Giffoni Film Festival. Protagonista Roberto Farnesi affiancato da Michelangelo Pulci, Chiara Gensini, Ilaria Patanè e la partecipazione di Giorgia Wurth. Abbiamo incontrato il regista e il cast in conferenza stampa a Roma, ecco cosa ci hanno raccontato.

    Giorgio, puoi raccontarci com’è nato il film?
    Giorgio Molteni: E’ stato un percorso creativamente lungo nato anni fa. E’ venuto tutto molto naturale, le riprese senza tensione, il cast l’ho scelto io e la casa dove girare è saltata fuori tre giorni prima delle riprese. Dalla commedia si passa all’elemento soprannaturale nel quale cade Guido, il protagonista, per poi tornare al lieto fine.

    Come vi siete trovati ad interpretare i vostri personaggi?
    Roberto Farnesi: Il personaggio mi ha entusiasmato subito appena ho letto la sceneggiatura. Guido è un quarantenne scanzonato poi si trova a fare i conti con la coscienza e il conto sarà salato. Da commedia il film diventa onirico e alla mia interpretazione in soggettiva ho scelto l’angoscia. Questa è stata la parte più difficile.
    Chiara Gensini: Il mio personaggio non è reale, ma frutto della fantasia di Guido. Per interpretare la vicina di casa sexy, non volevo però fare niente di troppo strano per non rivelare la mia vera natura, ma ho cercato una via di mezzo tra sogno e realtà.
    Giorgia Wurth: Interpreto un duplice ruolo : Silvia ex moglie di Guido e la ragazza dell’Ufficio Oggetti Smarriti. Uno reale e l’altro fantastico, direi l’alter ego della ex moglie nella testa di Guido, pronta a punirlo con le sue estenuanti domande. Mi è piaciuto il fatto che il protagonista si perde in casa, perde tutto, anche la figlia, una metafora interessante.
    Michelangelo Pulci: Il mio personaggio è immaginario. E’stato difficile perché avevo paura di annoiare spiegando le regole. Mi ha ispirato un personaggio che sto facendo in tv, un politico che ha perso la memoria.

    Giorgia, com’è stato il tuo rapporto con Ilaria Patanè che sul set è tua figlia?
    G. W.: Sul set ho girato un giorno e con Ilaria per quel poco che l’ho vista ho solo ricordi positivi! In genere comunque amo lavorare con i bimbi!

    Giorgio, si può parlare di Cinema Indipendente in questo film?
    G.M: Sì, è indipendente perché non ha avuto sovvenzionamenti né da reti tv né dallo Stato, solo un aiuto dalla Film Commission di Genova. Indipendente perché l’ambientazione e cast l’ho scelto io senza interferenze. Credo che il cinema indipendente possa risollevare il cinema italiano , un po’ come ha fatto la New Hollywood degli anni 70 con il cinema americano.

    Elisa Solofrano

    Read more »
  • ,,

    Calvagna, paura al ‘Multiplex’

    Il film segna il ritorno di Stefano Cavagna al cinema e saluta il suo affacciarsi su un genere cult: il thriller. Abbiamo incontrato il regista e il protagonista, Tiziano Mariani, che ci hanno raccontato qualcosa sulla produzione del film.

    Calvagna, com’è nato questo film? E’ vero che si ispira ad una storia vera?
    Stefano Calvagna: L’Uci Cinemas mi chiese di fare un film all’interno del multisala di Parco Leonardo, a Roma. L’idea non mi ha particolarmente colpito, ma ho voluto affrontare la sfida. Il film è nato in due settimane e con gli attori abbiamo avuto modo di prepararci in modo eccellente. Lo stesso finale mi è venuto in mente in fieri. Una mia amica mi ha raccontato questa storia accaduta a Boston. Non ci sono stati omicidi nella realtà, perchè la guardia del cinema di Boston disturbava la clientela, ma non è arrivato a tanto. Nonostante ciò ha creato non pochi problemi. Questo fatto mi ha ispirato e ho voluto costruirci su una storia.

    Si è misurato con un genere cult, il thriller. Quali sono i rimandi ad altri film del genere? Conosce il film “L’angoscia” di Bigas Luna, che tratta lo stesso argomento, cioè una serie di delitti commessi in un cinema?
    S.C.: Il thriller mi stimolava, è un genere che mi è sempre piaciuto. Nonostante il budget abbiamo tirato fuori qualcosa di buono che mi ha convinto sin da subito. Quando i ragazzi sono in sala, il film che vedono è un cult, “Fatal Frames”, che meglio si prestava ad essere inserito nel mio film.  In merito al film di Bigas Luna, non l’ho visto, anzi, ho saputo della sua esistenza solo dopo aver girato “Multiplex”. La mia preoccupazione era quella di entrare in un meccanismo di pathos generale, che deve essere alla base della lavorazione di un thriller. Ho rivisto lo script più volte, in modo da creare un film che fosse veramente un thriller. Molte scene sono state create pochi minuti prima di girare e ci sono stati diversi cambiamenti nel corso della lavorazione. Ho concentrato la mia attenzione anche sul delicato tema dello sdoppiamento della personalità, facendomi aiutare anche da uno psicologo.

    Tiziano Mariani, lei nel film interpreta il personaggio di Niccolò, ragazzo con forti problemi psicologici. Come ha affrontato la preparazione di questo personaggio?
    Tiziano Mariani: Il personaggio di Niccolò mi ha aiutato molto a capire di me. Niccolò si muove per istinti, quelli che abbiamo tutti durante la nostra vita quotidiana. A parte la preparazione personale, la fortuna di lavorare in questo luogo che emanava un’atmosfera molto particolare, mi ha aiutato molto ad entrare nel personaggio. La preparazione è stata molto difficile: ho cambiato il mio stile di vita prima delle riprese e questo mi ha già molto aiutato a rapportarmi con questo ragazzo. Mi sono riallacciato a delle dinamiche personali e poi mi hanno aiutato anche le atmosfere della location. Il cambio repentino sia nello sguardo che nella rigidità fisica, però, non ho voluto prepararlo, ma ho voluto che fosse una sorpresa non solo per il cast, ma anche per me. Ad ispirarmi è stato il Christian Bale di “American Psycho”.

    Augusto D’Amante

    Read more »
  • ,

    Salvo, da Cannes alle sale

    Ci sono voluti un cortometraggio, cinque anni e due premi allo scorso Festival di Cannes dove il film è stato presentato alla 52° Semaine de la critique, prima che il sogno della sala potesse diventare realtà:  dal 27 giugno Salvo arriva nei cinema grazie alla Good Films. Così i registi, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, e il produttore Massimo Cristaldi raccontano questo lungo cammino.

    L‘elemento visivo del film è preponderante. Come era scritta la sceneggiatura? Quanto era dettagliata? Che tipo di lavoro avete fatto?
    Massimo Cristaldi: E’ il copione più bello che abbia letto negli ultimi cinque anni; raramente capitano delle sceneggiature così approfondite e dettagliate, così ben scritte. Già nella sceneggiatura erano presenti i segni di una visualità del progetto.
    Naturalmente la prima versione è passata attarverso diversi stadi di sviluppo ed è arrivata nell’ ultima stesura a mostrare elementi chiarissimi di visualità. In questo senso era il progetto perfetto dove hai una sceneggiatura forte per struttura e linea di racconto che preannuncia la visualità del film, e poi hai due registi che sanno mettere in pratica tutto ciò. E questo lo avevamo annusato già nella realizzazione del corto “Rita”, girato tre anni prima del film.
    Fabio Grassadonia: All’inizio abbiamo lavorato sulla definizione drammaturgia della storia e sullo sviluppo tematico, poi abbiamo continuato a riscrivere il copione per dare delle indicazioni chiare su come volevamo metterla in scena. L’ultima versione era molto dettagliata in termini di inquadratura scena per scena.

    Come nasce questo progetto che avevate in mente da anni? Cosa è scattato?
    Antonio Piazza: Siamo entrambi palermitani. Il nostro è stato un percorso da sceneggiatori e consulenti per lo sviluppo dei copioni; abbiamo lavorato per Fandango e Filmauro e abbiamo avuto esperienze anche in ambito televisivo non particolarmente soddisfacenti. Quando abbiamo deciso di sviluppare un progetto nostro è stato naturale tornare nella città da cui entrambi proveniamo.
    La scintilla dello sviluppo del progetto è l’incontro tra due diverse cecità: quella fisica di Rita e quella morale del protagonista. Da questo incontro/ scontro nasce quello che per noi è un barlume di spernza e di cambiamento. Io e Fabio siamo cresciuti a Palermo negli anni ’80, eravamo ragazzini e quelli erano anni molto difficili. A pochi mertri da casa nostra fu ucciso il giudice Rocco Chinnici con la prima autobomba dell’epoca; allora si descrivava Parlermo come Beirut durante la guerra. Ricordo vivamente quel giorno di luglio: i vetri del nostro palazzo erano esplosi e c’era un cratere a pochi metri da noi, eppure la nostra famiglia si stava comportando normalmente, facevamo le valigie per andare a mare in vacanza. Tutto questo è significativo della nostra esperienza palermitana: in qualche modo ti viene insegnato a non vedere, a far finta di vivere in una città normale. Poi quando scegli di vedere, le cose si complicano.

    Perché la scelta della canzone dei Modà?
    A. P. : ‘Arriverà’ è stata scelta perchè volevamo che Rita ascoltasse una canzone che fosse verosimile sentisse una ragazza come lei cresciuta in un determinato quartiere. Una canzone popolare, che perà riusciamo a utilizzare in diversi modi e che fornisce diversi elementi di sviluppo nella relazione personale di Rita e fra i due.

    E perchè un attore palestinese per interpretare un personaggio così palermitano? Kitano qualche anno fa avrebbe potuto fare un personaggio simile…
    F. G.: Abbiamo avuto massima libertà nella definzione del cast. Avevamo visto Saleh in due film, la commedia “La banda” e “Il tempo che ci rimane” dove interpretava un personaggio introverso e chiuso che non parlava mai, ma nonostante questo sul suo volto e nelle sue espressioni riuscivi a leggere la sua umanità tormentata. Ci è piaciuto molto perchè all’interno di questa espressività aveva quel fisico e quel carisma all’interno dell’inquadratura di cui andavamo alla ricerca.

    Per l’immagine di questa perfetta macchina da guerra, volevamo un corpo che occupasse lo schermo in un certo modo rifacendosi anche ai modelli del noir classici sia americani che francesi; Alain Delon e Jean Pierre Melville sono stati dei riferimenti molto importanti. Il fatto della lingua non ci ha mai saventato tanto perchè è un film in cui si parla pochissimo. Per noi era importante evitare il doppiaggio e non ci interessava che non avesse un accento perfettemante palermitano perchè il personaggio di Salvo è portatore di un sentimento di estranaimenteo rispetto alla realtà in cui lo troviamo immerso.
    Kitano è un riferimento voluto, come anche un un certo modo del cinema orientale di mettere in scena le storie. La durata di alcune inquadrature o l’insistenza nei silenzi per cogliere qualcosa di apparentemente impercettibile: ecco, ci sembrava il modo giusto per rappresentare questa storia

    Una ragazza che da cieca diventa vedente. Che problemi avete avuto tra il prima e il dopo? Gli altri attori del cast sono tutti palermiatni. E’ stata un’esigenza economica o una scelta drammaturgica?
    Antonio Piazza: La cecità era l’aspetto fondante della storia e quindi poi la riacquisiszione della vista. Ci siamo interrrogati a lungo su come evitare certi effettacci restituendo però chiaramente il senso di ciò che sta accadendo nella vita di questa ragazza; quindi abbiam studiato a lungo la cecità soprattutto quella di origine neurologica e abbiamo capito che c’era una maniera precisa per metterla in campo e restituire il modo in cui un non vedente è aggredito dall’ambiente che lo circonda. Così abbiamo scelto, come già avevamo fatto nel corto, dei piani ravvicinati sul volto della ragazza per i quali è stato necessario un grande lavoro.
    F. G.: Il cast siciliano è stato fortememte voluto. Attorno ai due personaggi la lettura dell’ambiente doveva essere chiarissima, i rari momenit in cui era possibile far affiorare una certa palermitanità volevamo che emergesse così.

    Read more »
  • ,

    Pippo Delbono e il suo cinema di ‘carne e sangue’

    L’addio a Pina Bausch, Istanbul e le sua gente, sua madre, il test dell’Hiv, i volti di Tilda Swinton e Marisa Berenson, i silenzi di Bobò, suo inseparabile collaboratore, storico attore sordomuto, 50 anni di manicomio alle spalle, 15 sul palcoscenico. E ancora: le camere d’albergo mute eppure così cariche di segni, l’Opera di Parigi, gli incontri casuali, l’inifinita sequenza di testimonianze. È l’ l’ennesima scommessa di Pippo Delbono tra le infinite possibilità del linguaggio cinematografico, intimo e personale, viscerale e coraggioso come sempre. Si chiama Amore carne e inizierà il suo viaggio il prossimo 27 giugno, quando la Tucker Film comincerà a distribuirlo nelle sale italiane. Settantacinque minuti in cui Delbono spia, ruba, cattura e restiuisce istanti del proprio personalissimo cammino con l’aiuto di un cellulare e una piccola telecamera.
    Un film che certo “non si potrà valutare sulla base degli incassi del weekend”, ma capace di suggerire una riflessione necessaria e urgente sui possibili modi di fare cinema.

    Hai iniziato a filmare sotto l’ urgenza di un insieme di realtà personalissime o incontrate quasi per caso e senza currarti di dover decidere prima il formato o la durata in funzione di un’uscita in sala o di un passaggio televisivo.
    Sono contento quando mi dicono che faccio un cinema fuori da qualsiasi genere. Sono fierodi non fare film di genere. Non sono ideologco, non mi piace chiudermi in delle famiglie, preferisco invece viaggiare. Anche se poi il sistema tende a rimettere sempre tutto in ordine. Qui in Italia ad esempio mi chiedono sempre di fare il cattivo. Il motivo? Nel film di Luca Guadagnino interpretavo il ruolo di un imprenditore cattivo e da quel momento in poi mi hanno sempre chiamato per quel tipo di personaggio. Non si riesce a capire che se si tolgono i colori della vita non restano solo i cattivi e i buoni.
    Credo che il problema siano i produttori e non gli artisti, il grande cinema è nato anche con produttori illuminati che permettevano agli artisti di essere folli, liberi e li accompagnavano nella loro follia. Questo è il mestiere del produttore. Cambiare qualcosa si può, ma è sempre più faticoso in un sistema che funziona basandosi sugli incassi dell’ultimo weekend; urge allora reinventare il modo di distribuire film al cinema.

    Che possibilità abbiamo?
    Siamo diventati ignoranti, viviamo in un paese morto, sento la morte culturale. Abbiamo bisogno sempre più spesso di leader per svegliarci, di qualcuno che si affacci a una finestra e urli.
    Ho l’impressione che in Italia non nasca più niente, che non si inventi più nulla; non abbiamo più la follia nè uno spirito critico, sono molto più folli i papa e i politici che non gli artisti e per questo credo nell’arte come rapporto con la follia.
    Invece di copiare male da francesi o americani, potremmo reinventare il cinema con i nuovi mezzi a disposizione come camere straordinarie a 400 euro o cellulari. Strumenti che permettono di ripensare il linguaggio cinematografico e dare l’occhio non solo alle famiglie dei 100autori o dei documentaristi o dei figli dei cineasti: si potrebbe raccontare lo sguardo di chi l’Italia la guarda arrivando su un canotto o di chi la vede dai campi Rom. Si potrebbe inventare qualcosa che neanche i francesi hanno ancora, un cinema in grado di ridare uno sguardo alle persone che non hanno possibilità di parlare.

    Sembra che il tuo cinema proceda con un freno a mano ancora tirato rispetto invece al tuo modo di fare teatro. Perché?
    Le mie produzioni a teatro hanno un cammino diverso: ti faccio l’esempio di uno spettacolo che era già stato acquistato senza che nessuno sapesse di cosa parlava e senza che io avessi minimamente in testa un titolo. Era una produzione di 300mila euro, avevo 12 attori e 4/5 tecnici; il vantaggio rispetto ad una produzione cinematografica è che anche nel caso di un budget importante come questo nessuno mi dice nulla, fai quello che vuoi ed io allora volo. Nel cinema per volare probabilmente avrei bisogno di dolly, di camere particolari, ma piuttosto che trovarmi nella condizione di dover sottostare a logiche produttive preferisco ancora il cellulare. Avrei bisogno di qualcuno che come a teatro mi lasci volare, senza dirmi nulla, di gente che ha fiducia. Nel cinema non è ancora così, mancano figure che sorreggano e credano nella follia e nel fatto che si possa parlare in un altro modo. Chi produce o distribuisce il cinema ha paura, per questo dico che è colpa loro e non degli artisti. Più la produzione diventa grossa più sei schiacciato.

    Read more »
  • ,,

    Cha Cha Cha: Marco Risi, il potere e il paese dei cialtroni

    Dopo Fortapasc Marco Risi sceglie il cinema di genere per raccontare l’aspetto più cinico, sotterraneo e sporco del Bel Paese. Uno Stato corrotto, il lato oscuro del potere, un sottobosco di personaggi ‘brutti e cattivi’, la figura romantica di un detective di chandleriana memoria accompagnato da un cane senza zampa, l’amore sopito per una donna – la bionda dei film di Hitchcock: sono loro i veri protagonisti di Cha Cha Cha, un noir denso di citazioni, specchio del nostro tempo. In sala dal 20 giugno .  Nel cast Luca Argentero, Claudio Amendola, Pippo Delbono e Eva Herzigova.

    Cha Cha Cha è un ritratto sulla connivenza tra società e criminalità. Ti è venuto in mente che tra vent’anni qualcuno potrebbe proiettarlo insieme a La grande bellezza? Due facce della stessa medaglia…
    Marco Risi: Sono due opere completamente diverse. Lo abbiamo girato prima di Sorrentino. Inoltre La grande bellezza è un film molto artistico, su una Roma raccontata dal punto di vista di un giornalista stanco, un po’ Mastroianni. Invece il mio è un film con un soggetto preciso che vuole raccontare i lati oscuri di questa società e di questo potere visti attraverso gli occhi di un investigatore privato, Corso.

    Chi è il protagonista di questa storia?
    M. R.: E’ una figura che mi ha sempre affascinato, sin dai libri di Chandler che leggevo da ragazzo, mi piace molto il suo essere cosi romantico e solo, nella sua casa. Come il Philip Marlowe de Il lungo addio di Altman, che si dedica al suo gatto con una passione estrema cercando di dargli da mangiare solo quello che lui vuole.
    Anche Corso è solitario e ha addirittura un cane con una zampa sola. Quanti si terrebbero un cane così non estetico in una società oggi talmente estetizzante? Una scelta che spiega tante cose del mio personaggio: la sua solitudine, il suo volere che le cose vadano in un certo modo per poi accorgersi sempre di più che è così difficile cambiarle e farle andare come dovrebbero.
    Mi piaceva poi l’idea della storia sotterranea di questo amore mai detto apertamente con una donna, la bionda dei film di Hitchcock, a metà tra Grace Kelly e Kim Basinger.
    E infine sono attratto dai rapporti con i brutti e i cattivi come il ruolo di Amendola che nel finale dice una delle battute più formidabili del film, “Che cazzo di paese!”, capace di sintetizzare la situazione che stiamo vivendo, o Pippo Delbono che esce dagli stereotipi del cattivo: lui è uno di quei personaggi che riesce a tessere sempre la sua tela per cercare di portare tutti a stare dalla sua parte, che lavorano nell’ombra ma hanno un grandissimo potere e non ci tengono ad uscire allo scoperto e farsi vedere, perchè sanno che il potere gestito così vale molto di più.

    Il valore del film arriva anche dall’arte di grandissimi caratteristi. L’attenzione ai caratteri secondari è straordinaria ed è tipica del genere noir.
    M.R. Non ci sono mai attori secondari, lo sono rispetto al racconto del film. Credo ci vogliano grandi attori per interpretare anche ruoli piccoli.

    Avete diviso la sceneggiatura in tre. Come avete collaborato?
    M. R.: La prima idea non era quella di fare un film di genere, siamo partiti da lontano pensando di raccontare certi aspetti del paese, ma le cose non quadravano; addirittura si era pensato all’inizio di fare un film sulla trattativa Stato-Mafia, tanto che avevo incontrato anche Ingroia e Massimo Ciancimino, ma anche lì non ero ancora convinto.
    Alla fine mi ha incuriosito l’idea di raccontare una fetta della nostra Italia attraverso gli occhi di un investigatore privato. Sono molto felice di essere tornato a collaborare con Andrea Purgatori e Jim Carrington che mi avevano accompagnato anche in Fortapasc. Jim ha questo modo attento di suddividere le scene e sa – come solo gli americani sanno – quando deve succedere una determinata cosa.
    Jim Carrington: In genere mi concentro sulla struttura. Ogni storia sin dai tempi degli Antichi Greci ne ha una, ha il suo arco ed ogni personaggio o carattere dovrebbe avere idealmente il suo. Ogni scena ha la sua dinamica e il suo arco specifico.

    Il detective di Cha Cha Cha vivrà altre avventure?
    M.R.: Chissà, queste cose vanno di pari passo con gli incassi. Magari Corso e Michelle si rincontreranno; vorrei rivedere lo sguardo finale di Eva (Herzigova) che si allontana in macchina in un’altra occasione e scoprire cosa succede.

    Pippo, vieni dal teatro e hai una misura cinematografica strettissima: fai il minimo indispensabile per ottenere il massimo.
    Pippo Delbono: Personalmente vengo fuori da una storia non strasberiana. Non è detto che per interpretare un prigioniero tu debba per forza trascorrere dei mesi in una prigione: per me fare l’attore non è questo, ma è piuttosto una questione di segni. E il cinema ha molto a che fare con la tradizione del teatro orientale: uno sguardo, un occhio, un cambio di direzione, un gesto…
    I personaggi non sono di chi li fa, ma di chi li guarda. Non penso che per essere cattivo si debba trovare il marcio che c’è in noi. La mia concezione del personaggio viene dalla danza, dall’ oriente, da un altro modo di stare dietro la camera.

    Luca, come hai interpretato la scena del pestaggio subito dopo essere uscito dalla doccia?
    Luca Argentero:
    La mia preoccupazione era renderla dinamica ed efficace. Riguardandola mi sono accorto che semplicemente funzionava. È una scena importante che arriva a un picco di buio, di ombra, adrenalina, terrore.

    Quanto ci avete impiegato a girarla?

    M.R: Una giornata, con quattro macchine da presa. John Woo insegna! Magari gli americani ci avrebbero messo quattro giorni, ma noi avevamo dei limiti di tempo.

    C’è una citazione al Cronenberg de La promessa dell’assassino?
    M. R.: Era inevitabile che ci pensassi, perché quella scena è talmente bella! Ma lì erano nudi tutti e due i personaggi, qui invece mi interessava soprattutto che il protagonista venisse colto nella sua intimità più assoluta, solo in casa e con il suo cane adorato.
    Ho pensato invece ad una sequenza del Maratoneta, che ho amato molto sia nel film sia nel libro: lui nel bagno da solo che sente i rumori, capisce ed è terrorizzato. Anche se il mio personaggio è molto più preparato al pericolo.

    Alla fine sono tutti corrotti?
    M. R.: Tutti corrotti meno uno, tutti coinvolti in un gioco che sta diventando sempre più sporco e difficile da capire. Perciò mi piace la figura dell’investigatore, dell’eroe che cerca la verità o tenta di vendicare il torto subito. Io che sono un vigliaccone, attraverso il cinema ho il coraggio di rappresentare un uomo che può fare quello che mi piacerebbe saper fare.
    Mi piacerebbe pensare che uomini simili esistano davvero e forse ce ne sono, magari vivono nell’ombra. Quello che più mi ha dato fastidio in questi anni era l’idea che ci stessimo adeguando e assuefacendo a un pensiero comune inutile, la filosofia andreottiana del ‘tanto niente cambierà’ perché poi le cose passano e scivolano via. Speriamo che le cose inizino a cambiare Questo paese è bello perchè pieno di cose da raccontare. Ed è bello anche perchè cialtrone.
    Questo film è un susseguirsi di colpi di scena che hanno molto a che fare con questo Stato, con noi. Il merito del cinema è riuscire a raccontare e anticipare il paese e il fatto che non sia come lo vogliamo, e che facciamo spesso poco per cercare di modificarlo.

    Read more »
  • ,,

    Michael Reaves, Neil Gaiman e i vampiri

    Scrittore e sceneggiatore, a Michael Reaves dobbiamo l’esordio come attore del grande Neil Gaiman. Evento che vedremo in Blood Kiss, un film di vampiri molto lontano da essere ‘solito’ nato anche grazie alla raccolta fondi realizzata (con successo) sul sito KickStarter… Come ci racconta lui stesso.

    Un Noir ‘di vampiri’, da dove viene una storia ‘classica’ come questa?
    Film noir, detective stories e di vampiri hanno molto in comune. Hanno tutti radici profonde che affondano nei film espressionisti tedeschi degli anni ’30 e ’20. Caligari, Nosferatu, M, avevano tutti i disegni e motivi molto simili. Fondamentalmente si sono divisi sulla questione del realismo: il detective privato è passato per essere il miglior esempio di razionalità; gli aspetti soprannaturali non gli si adattavano. Ci sono sempre delle eccezioni, naturalmente: come “Ghostbreakers”, una commedia, realizzata sorprendentemente bene, in gran parte grazie allo stile di ‘codardia comica’ di Bob Hope, un ottimo ponte tra i due generi.

    E da quale passione, o sogno, personale?
    Per lo più, se non completamente, da un amore per i film di genere e le messe in scena stilizzata dei film noir. Volevo vedere quanto a fondo avrei potuto combinare i topoi del genere mistery/occhio privato con quelli dell’horror/vampiresco.

    E’ stato difficile coinvolgere gli Studios nella produzione?
    Quando ho finito Blood Kiss e l’ho dato al mio agente, l’ha letto e appena ha preso fiato mi ha assicurato che gli era piaciuto, poi subito dopo ha aggiunto che non avrebbe potuto venderlo. Sembrava che, in quel momento, in questa città non si potesse tirare un sasso senza colpire uno scrittore con un copione sui vampiri, il tipo frizzante, ammiccante e romantico, naturalmente. Sembrava che, anche se avessi piazzato Blood Kiss presso uno degli Studios, sarebbe finito probabilmente su una mensola a raccogliere più polvere di Kharis la Mummia mentre si struggeva per la principessa Ananka.

    Impossibile non chiederlo, perché dunque un altro film di vampire?
    Beh, che ne dite di persone normali, invece di eccessivi conti transilvani? Forse perché non ricordano costantemente alle loro vittime che “Il sangue è vita”, hanno un certo senso dell’umorismo su se stessi. Non posso commentare lo stile “Twinkleteeth” dei vampiri, perché non ne ho visto nessuno.

    E cosa c’è di nuovo, o diverso, in questo?
    La differenza principale è che non c’è niente di soprannaturale in questi vampiri. Non possono trasformarsi in pipistrelli o lupi, né hanno alcun problema con croci, specchi, e simili. Hanno reazioni da shock tossico ad argento e luce del sole, ma tutto è spiegato in termini di biologia.

    Di certo, di nuovo c’è l’esordio attoriale di Neil Gaiman, splendido creatore e scrittore anch’egli… Come l’avete coinvolto?
    Con Neil siamo amici da circa 20 anni. Di tanto in tanto gli chiedo il suo parere su cose cui lavoro, e questo script è stato uno di quei casi. Gli è piaciuto, ed è stato solo allora che mi son reso conto che sarebbe stato perfetto per la parte di Julian. Così gliel’ho chiesto. Lui ha borbottato, ha esitato e ha detto: “Ti rendi conto che non ho mai recitato prima?”; “Neil, hai interpretato te stesso per tutta la vita”, gli ho risposto. Non ha potuto che ammettere che fosse “assolutamente vero”.

    Un film nato grazie anche alla raccolta fondi online, sul sito kickstarter, sarebbe stato diverso con una produzione diversa?
    Molto probabilmente, ma sicuramente avrebbe richiesto molto più accattonaggio e suppliche.

    Si è appena aggiunta anche Whoopi Goldberg, avete dovuto aspettare di raggiungere una certa cifra?
    Whoopie è una incredibile sostenitrice delle arti. E’ stata uno dei nostri sostenitori e ha detto alcune cose talmente gentili che non mi sento di ripeterle…

    A questo punto, chi vorrebbe avere o state cercando di convincere dopo di lei?
    In questo momento ho un paio di nomi in mente, ma sono costretto a tacere su di loro fino a quando avremo finito la campagna e saprò a che punto saremo finanziariamente.

    Read more »
  • ,

    Il ritorno di Mira Nair

    Aveva vinto il Leone d’Oro nel 2001, poi un decennio di quelli che restano nella storia. Ora Mira Nair torna con Il fondamentalista riluttante, un film che dopo aver aperto lo scorso Festival di Venezia, sbarca in sala dal 13 giugno.

    Un film che è anche un percorso di riconciliazione per lei?
    Io sono una figlia dell’India moderna, ma sono stata cresciuta da un padre di Lahor prima della divisione. Quelle sono la mia cultura e il mio linguaggio. Ho visto il Pakistan per la  prima volta solo 6 anni fa. Forse per questo volevo raccontare la storia della nazione diversamente, non dal punto di vista della divisione o come un Paese colpito da terrorismo e corruzione. Un altro livello di ispirazione importante è stato quello del libro. Ha aperto una finestra sul Pakistan moderno e sul dialogo tra Est e Ovest. Vedevo ‘Il Fondamentalista Riluttante’ come un possibile ponte per superare la miopia e gli sterotipi, il muro degli ultimi decenni nel dialogo tra Usa e Medioriente. Ovviamente, avendo vissuto più in Occidente e a New York che in India, la mia posizione era privilegiata, come per molti attori che hanno partecipato al progetto. Ma ho realizzato che proprio questa troupe aiutava a dare l’idea dell’alternanza dei due mondi.

    I due personaggi però mantengono i propri muri…
    L’approccio del film era quello di aprire un dialogo. I due protagonisti possono parlare tra loro anche se c’è tristezza nel loro dialogo. Io credo che i due sarebbero intimamente e spontaneamente connessi se non ci fosse il contesto a dividerli.

    Di quel 2001, dopo il Leone d’Oro appena vinto per Moonsoon Wedding, cosa le rimane?
    Ricordo che ero contenta, appena arivata a Toronto per il festival. E’ stato uno shock profondo, perché venendo da New York avevo mio marito e mio figlio lì in quel momento, come anche una mia cara amica. La mia preoccupazione era per ciò che poteva succedere alle persone che amo. C’è voluta una settimana prima di riuscire a comunicare con loro o tornare a casa. Quel che vedevo assomigliava alle immagini che avevo visto nella mia parte del mondo, ma stavolta succedeva dietro casa. Mi disturbava sentire improvvisamente la sensazione di diversità e alterità anche con persone con le quali condividevo la vita in città. Questa sensazione ha influenzato molto tutti noi, come persone, e l’autore del libro

    Che accoglienza si aspetta negli Usa?
    Spero il pubblico segua lo spirito che il film rappresenta. Un film fatto da persone che capiscono davvero cosa sia lo spirito statunitense e amano quel Paese. Una conversazione che supera i pregiudizi che ci contaminano nella stampa e nella politica. Spero che il pubblico trovi la sua connesione nella propria vita; siamo persone che viaggiano tra questi due mondi di continuo e credo che, a differenza di quanto detto da Bush – ‘o con noi, o contro di noi’ -, ci sia un posto intermedio, quello di un mondo che non vuole la guerra ad ogni costo. Una voce che possa porsi come via.

    Non crede che manchi proprio l’aspetto religioso del fondamentalismo nel film?
    No, anzi una idea importante è che questo è sviluppato in parallelo al fondamentalismo economico di Wall Street. Vediamo come quando Changen torna in Pakistan diventi preda di chi pensa sia tornato per servire una certa ideologia e lo vuole come motore del terrore. Lui rifiuta, perché vede lo stesso fondamentalismo nei due mondi.
    Il film adotta una visione laica e viene dall’osservazione di un mondo che esiste in Pakistan e nel continente e non riflette solo sugli aspetti religiosi, come spesso oggi i media riportano. Non ignora il terrore ma non gli appartiene, e appartiene a una tradizione secolare laica.

    Read more »
  • ,

    Niente può fermarci, la parola al cast

    A quattro anni dal thriller Visions, Luigi Cecinelli cambia registro e si affida alla commedia.  Una storia ‘on the road’ che ruba prototipi e cliché già consolidati dal filone comico europeo, e non solo.

    Quattro ragazzi, ognuno con un disturbo della personalità, l’estate, il viaggio, la strada.
    Matteo è narcolettico, Augusto è un internet dipendente, Leonardo è ossessivo compulsivo e Guglielmo è affetto dalla Sindrome di Tourette: insieme, a bordo di un auto rubata, si lasceranno alla spalle Villa Angelika, la clinica in cui sono ricoverati. Destinazione Ibizia.
    A quattro anni dal thriller Visions, Luigi Cecinelli cambia registro e si affida alla commedia Niente può fermarci, che debutta in 160 sale il 13 giugno distribuita da 01 Distribution.
    Un cast di giovanissmi con la partecipazione speciale di Gerard Depardieu

    Questa commedia parte da un’idea diversa dal solito. Come nasce?
    Luigi Cecinelli: È nata parlando con una persona che fa il volontario in una clinica simile a quella del film. E poi ho anche un amico con la sindrome di Tourette che fa il fotografo. Abbiamo scelto insieme cosa poter raccontare e mi piaceva l’idea di poter dire che la diversità è piu negli occhi di chi la vede che non in quelli di chi la vive. I protagonisti di questa storia sono ragazzi con quatto problematiche diverse, ma con la capacità di gestirle, al contrario dei genitori.
    In questo film c’è un po’ di tutto, molti spunti sono arrivati dalle varie commedie viste negli anni come come ad esempio “Suxbad – Tre menti sopra il pelo”. E altri on the road.
    Ma l’idea principale era che le donne e l’amore fossero importanti per tutti i personaggi.
    Era importante che i quattro ragazzi trovassero lo spunto per migliorarsi e spingersi oltre: in questo caso quello spunto è l’amore.

    Un nutrito cast di giovanissimi attori. Come è andata con i provini?
    L. C.: Io e Ivan Silvestrini ci siamo ritrovati a chiacchiereare di questa idea tre anni fa; su suggerimento di Claudio Zamarion – che qui è sia produttore sia direttore della fotografia – abbiamo sviluppato insieme la sceneggiatura e poi abbiamo iniziato a fare dei casting a diversi ragazzi e ragazze. Il primo a essere trovato è stato Vincenzo Alfieri, poiè arrivato Emanuele Propizio. Di Federico Costantini, che ha sempre recitato nel ruolo del bello e dannato, mi incuriosiva invece vedere come si sarebbe trovato nei panni dello sfigato alle prese con delle manie. Abbiamo chiuso il cast con Gigulielmo Amendola.
    Nella scelta degli attori che avrebbero interpretato i genitori è sandata un po’ come per uno shopping di Natale: Massimo Ghini, Gianmarco Tognazzi, Paolo Calabresi e Serena Autieri sono meravigliosi professionisti e hanno dato molto al film improvvisando spesso tra di loro. Con attori così non riesci mai a dare lo stop. Per la scena del mal di schiena ad esempio, avremmo fatto almeno ventuno ciak: non si finiva mai di ridere.

    L’incontro con Depardieu?
    L. C.: Tutto è nato pensando ad una scena ambientata in Provenza. Mi venne subito in mente lui, ma non ci speravo. Qualche mese dopo invece arrivò Claudio dicendomi che Depardieu aveva
    Letto la sceneggiatura, che gli era piaciuta e avrebbe accettato. È stato un grande regalo della produzione!

    Guglielmo, che è successo a Ibizia?
    Guglielmo Amendola: Ci siamo divertiti tantissimo, soprattutto io che mi son appena affacciato a questo mondo. Per me è tutto nuovo. Provo a fare il calciatore intanto. Non so cosa faccio meglio. Devo ringraziare Luigi per la possibilità che mi ha dato e tutti questi miei straordinari ‘compagni di viaggio’ che mi han aiutato e mi han fatto integrare alla grande.
    Conoscere persone che fino a ieri vedevo solo in tv o al cinema è stata una grande esperienza, il coronamento di un sogno.

    Emanuele, come è stato recitare con Gérard Depardieu?
    Emanuele Propizio: Nel giro di due anni ho avuto fortuna di lavorare con De Niro e Depardieu. A questo punto potrei anche ritirarmi dalle scene! A parte gli scherzi, ringrazio questo progetto che sarebbe dovuto partire molti anni fa, quando io ero addirittura minorenne.

    Eva, a te come è andata?
    Eva Riccobono: Ho incontrato Luigi tre anni fa e mi divertiva soprattutto l’idea di far parte di questa giovane e scalmanata combriccola. Fu provino allucinante! Poi sono partita per mesi su un set per lavoro e quando sono tornata quasi non ricordavo la parte; ringrazio Luigi per aver creduto in me tempi assolutamente non sospetti.

    Federico, tu come hai preparato le tue manie?
    Federico Costantini: Ho sfruttatao la mia paura degli insetti. Il punto di incontro con questo personaggio è che non sono un amante degli insetti.

    Read more »
Back to Top