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    Soulboys of the western world: Spandau Ballad

    Il film che ripercorre le tappe della carriera del gruppo guidato da Gary Kemp e Tony Hadley approda in sala il 21 e il 22 ottobre dopo l’anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma.

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    Una volta nella polvere, due volte sugli altari. La parabola musicale e umana degli Spandau Ballet, tra trionfi e cadute, tra palchi e tribunali, diventa un film, Soulboys of the western world, diretto da George Hencken, che si pone un doppio obiettivo: quello di raccontare la storia di una delle band più famose degli anni ’80 e al contempo quello di fare da volano promozionale al nuovo tour, il secondo sin dalla reunion risalente allo scorso 2009, che porterà l’attempato quintetto sui palchi di cinque città italiane il prossimo marzo.
    Polvere e altari, si diceva. E in effetti la prima parte dedicata alla storia della band ci porta inizialmente nella Swingin’ London di fine anni ’60, poi in una capitale dove la rivolta punk sta a poco a poco perdendo la sua carica e dove l’estetica dei new romantics troverà terreno fertile proprio grazie agli Spandau Ballet, a Boy George, a un David Bowie che ha messo alieni e astronavi nel baule per puntare sul glitter della club scene.
    La nascita della band, l’inseguimento esasperato di un nome e di un pubblico emergono a poco a poco dal ritratto di Hencken a cui segue la descrizione dei concerti, da quello sulla Hms Belfast, la storica corazzata ancorata nel Tamigi, fino ai tour europei. Il passaggio più interessante del film è forse quello che descrive la traiettoria discendente della parabola degli Spandau Ballet, l’ego che emerge, la stanchezza, i dissidi interni e la decadenza. E anche il momento successivo, quello delle liti, delle discussioni in tribunale, che videro come protagonisti l’autore e chitarrista Gary Kemp e il cantante Tony Hadley. Purtroppo però c’è l’esigenza di un lieto fine e a farne le spese è il momento del riavvicinamento che sembra risolversi troppo facilmente in un “volemose tutti bene”.
    E se lo svolgimento è prevedibile, la composizione del documentario non manca di brillantezza e di ironia (bersaglio preferito: Margaret Thatcher) anche se la scelta di affidare la narrazione alternata alle cinque voci narranti risulta un po’ spiazzante a meno di non essere super fan della band.

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    C’era una volta un’estate: l’esordio di Jim Rash e Fat Naxon

    Arriva dal cinema statunitense un altro piccolo gioiello dell’indie movie: un coming of age che segna il debutto alla regia degli sceneggiatori premi Oscar di Paradiso amaro, Nat Faxon e Jim Rash, ma C’era una volta un’estate, in sala dal 28 novembre, ha radici molto lontane. La storia del quattordicenne Duncan (Liam James) costretto a trascorre le vacanze estive con sua madre Pam (Toni Colette) e il suo irritante compagno Trent (Steve Carell), trovando conforto nell’amicizia inaspettata con il gestore di un parco acquatico Owen (Sam Rockwell), risale a otto anni fa quando prima che il successo di Paradiso amaro li travolgesse, Jim e Nat iniziarono a realizzare la loro prima sceneggiatura insieme…

    Avete scritto questa storia perché fosse diretta da voi?
    Nat Faxon: No, assolutamente. La sceneggiatura fu scritta otto anni fa, la prima mai realizzata insieme; la speranza era che qualcuno volesse dirigerla, ma non avevamo alcuna intenzione di farlo noi. Poi, come spesso accade con le piccole produzioni, è cominciata l’altalena di ‘si fa’ e ‘non si fa’, un’alternanza di decisioni finché sei anni dopo aver ascoltato diverse persone che ci raccontavano come avrebbero realizzato il film e chi avrebbero scelto, abbiamo deciso di provarci noi stessi sfruttando l’onda del successo di “Paradiso amaro”.

    Perché ci è voluto così tanto prima di poterlo realizzare?

    N. F.: Nello stesso periodo fu proposto anche “Adventurland”; la nostra sceneggiatura era stata scritta prima del film di Greg Mottola, ma alla fine fu deciso di realizzare “Adventurland” che poi uscì al cinema. È stato uno degli ostacoli alla realizzazione del film, perché sono state colte delle  similitudini nei temi e negli ambienti e questo ci ha costretto ad aspettare. Il nostro film però è molto diverso da “Adventurland”, la diversità principale è nel rapporto tra madre e figlio; Hollywood tende a spaventarsi molto velocemente quando coglie delle analogie.

    L’idea di far interpretare a Steve Carell un personaggio così sgradevole e insolito per lui, era presente sin dall’inizio?
    J. R.: Volevamo andare incontro al ruolo e trovare un attore che potesse incarnare Trent; Steve ci è venuto subito in mente per la capacità innata di sfumare ogni sua interpretazione, esprimendo in questo caso non solo il demone ma anche il demonizzato e tutte la facce di cattiveria e antipatia in grado di emergere in questo che per lui è una sorta di contro-ruolo.

    Il simbolo del film è il ‘way back’. Perché è così importante che la madre alla fine del film vada dietro con il figlio?
    J. R.: Scegliendo di sedersi dietro Pam decide in qualche modo di lasciarsi alle spalle il compagno Trent e iniziare a camminare con suo figlio, è un’idea che lei ha fatto sua quando ha visto l’immagine del figlio al parco acquatico come dipendente del mese.

    Ci sono due diversi registri nella recitazione degli attori: da un lato uno stile più rigoroso e composto, dall’altra sembra invece che li abbiate lasciati più liberi di abbandonarsi all’improvvisazione come nel caso di Sam Rockwell.

    J. R.: Dipende dal fatto che già in sceneggiatura fossero scritti così: il personaggio di Rockwell è molto deciso, spontaneo e trascinante, mentre quello di Pam è più riservato.
    Si è cercato di creare un equilibrio all’interno di un cast corale con personaggi caratterizzati in modo diverso.
    N. F.: Abbiamo cercato di creare atmosfere e umori diversi anche tematicamente e visivamente. Ad esempio volevamo che la casa desse l’impressione a Duncan di essere soffocante e di isolarlo dal resto del mondo, al contrario il parco acquatico è vivace, vibrante, folle, un luogo dove può accadere di tutto.

    Che tipo di riflessione avete fatto sulla famiglia allargata protagonista del film? Quanto di vostro c’è in questa storia?
    J. R.: La sceneggiatura del film si basa molto su alcune esperienze personali autobiografiche, io stesso ho attinto dalla separazione dei miei genitori che si sono risposati molteplici volte. Credo non sia facile rappresentare lo sgretolamento dell’unità familiare e la transizione da un prima famiglia a una allargata, ma ognuno di noi tende ad avere maggior paura quando si passa da un capitolo della propria vita all’altro.
    Il nostro tentativo è stato mostrare la paura provata non solo dai ragazzi ma anche dagli adulti in questi momenti fragili della loro vita.

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    Il treno va a Mosca: I registi ‘Volevamo ricordare quell’utopia’

    Ci sono voluti tre anni, ore e ore di girato, una minuziosa opera di restauro ed un paziente lavoro di rielaborazione e montaggio ma alla fine Federico Ferrone e Michele Manzolini ce l’hanno fatta a realizzare la loro personalissima ‘utopia’, Il treno va a Mosca, che finisce dritto in concorso al Festival di Torino.
    Il film è il racconto della fine di un sogno, è memoria, malinconia e insieme ricordo di un’epoca e di un tempo perduti; i due giovanissimi registi scelgono di restituirci questa storia ricomponendo i filmini in super8 girati da Sauro Ravaglia e i suoi compagni nel 1957 in occasione del viaggio verso Mosca durante il Festival mondiale della gioventù socialista.
    Sauro e i suoi amici sognavano un mondo di pace, fratellanza, uguaglianza: sognavano l’Unione Sovietica. Partiti per filmare l’utopia, una volta arrivati a Mosca si ritrovano però a fare i conti con la realtà. Il  ritratto in bianco e nero dell’Italia che fu, attraverso le mute istantanee dell’epoca e la voce fuori campo di Sauro che ricorda, racconta, sorride.

    Quali sono state le difficoltà principali?
    Federico Ferrone: L’ostacolo maggiore era indirizzare questi materiali amatoriali; andavano montati insieme, rielaborati, corretti e ci sono volute ore e ore di girato. Erano difficili da maneggiare, è stato un grosso lavoro riuscire a dare una fluidità narrativa a tutto.

    Perché raccontare l’utopia, il sogno, l’aspettativa?
    F. F.: La fratellanza e la pace erano lo spirito del festival a cui avrebbero partecipato, forse l’unico momento storico in cui anche in Unione Sovietica si credeva che qualcosa potesse cambiare. Fare un film simile voleva dire per noi far riaffiorare quell’utopia che noi non abbiamo potuto conoscere. Quello che si prova quindi guardandolo è una grande malinconia per la possibilità di credere in qualcosa di così assoluto; questa forma di evidente abbandono politico emerge subito dai filmati, che risultano molto più forti di qualsiasi forma di racconto orale o verbale, perché sono espliciti, evidenti e parlano

    Non c’è mai vergogna nelle parole di Sauro per ‘esserci stati’ nonostante il fallimento.
    M. M.: C’è l’orgoglio di aver ricostruito o tentato di ricostruire l’Italia, traspare una voglia fortissima, la stessa che ti permette di sognare un mondo perfetto, non c’è mai un ripensamento.
    F. F.: Se c’è una lezione da trarre è quella di provare a esserci, senza lasciarsi abbandonare ma partecipare ed essere lì dove le cose succedono tentando di cambiarle.

    Avete mai pensato di girare un film diverso, magari centrato sulla disillusione del sogno?
    F. F.: Abbiamo pensato dieci film diversi, ma questo secondo noi è il miglior modo di raccontare questa storia; il film ha la sua coerenza nello sguardo di Sauro, lo sguardo di una persona in sé abbastanza forte e che ha quel particolare capace di suggerire l’universale. Anche per questo abbiamo deciso di focalizzarci sulla voce di Sauro.
    M. M.: In realtà siamo stati molto leggeri soprattutto rispetto a quello che Sauro e i suoi amici videro davvero a Mosca; abbiamo lasciato le impressioni più semplici perché alla fine il loro vero dilemma fu il momento in cui tornarono a casa. Il confronto con quello che avevano visto pesò molto sulle loro scelte. È il film più fedele possibile allo sguardo di quelle pellicole, l’unica cosa che abbiamo aggiunto è il cinegiornale di Lizzani all’inizio del film necessario per contestualizzare il momento.


    La fuga in Algeria sembra una cesura, come se il film a un certo punto non proseguisse ma decidesse di ripartire.
    F. F.: Il viaggio in Algeria è effettivamente una deviazione, una deriva. Abbiamo insistito su questa discontinuità anche nel montaggio delle immagini, perché lo c’è anche nella vita di Sauro. Fino a quel momento aveva seguito un cammino, con la fuga in Algeria comincia a cercare invece qualcos’altro. Da quel momento non ha fatto altro che girare per il mondo, non si è mai voluto sposare e ha deciso di non avere figli e continua tutt’oggi a filmare i suoi viaggi.

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    Pif, mi piacerebbe che il mio film fosse un piccolo Bignami

    È cresciuto vedendo film al cineforum di Palermo, ha frequentato le elementari in un istituto di suore, è nato davanti casa di Vito Ciancimino. Ed ora sbarca in concorso al Festival di Torino per presentare il suo debutto da regista, La mafia uccide solo d’estate, che lo riporta nella sua Sicilia. Pif, all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto, ex iena e conduttore de Il testimone su Mtv, fa il grande salto sul grande schermo e forse era quasi naturale essendo figlio di un padre regista, che questa passione deve avergliela trasmessa. Senza peli sulla lingua firma un film agrodolce che ricorda e racconta con l’irriverenza di una risata amara, gli anni delle grandi stragi di mafia a Palermo che segnarono tutta una generazione di uomini e donne allora ventenni.

    Raccontare la mafia in chiave comica comportava dei rischi…Non mi sono mai fermato a pensare al registro che avrei dato al film. Tutto è cominciato da alcune puntate de “Il testimone” in cui affrontavo il tema della mafia in questo modo. Mi sembra chiaro che non ridiamo della tragedia di un giudice ammazzato, semmai del mafioso.
    La mafia dal punto di vista cinematografico è un argomento bellissimo, è la tragedia greca per eccellenza; tutto quello che racconto nel film è molto reale, come la vita quotidiana dei mafiosi, sono cose vere.
    Sono  molto curioso di sapere che reazione avranno loro… i mafiosi.

    Che sono molto amanti del cinema…
    Quando presero Bagarella beccarono il filmino del suo matrimonio con la colonna sonora de “Il padrino”. Il cinema ha in un certo senso coniato dei termini, che la mafia non ha mai usato: per loro non esiste il ‘padrino’, ‘la mafia’, ‘Cosa Nostra’, sono terminologie che non credo abbiano mai utilizzato.

    Cos’è cambiato  oggi a Palermo per permetterti di girare un film in tranquillità senza pagare il pizzo?
    La mentalità. Dieci anni fa probabilmente avrei dovuto pagarlo. La prima cosa che ho fatto è stata chiamare i ragazzi dell’associazione antiracket ‘Addiopizzo’, che non è una caso siano miei coetanei; mi piace pensare che sia tutta gente segnata dalle stragi del ’92 e che non si è mai rassegnata.
    La nostra generazione non si è mai piegata alla mafia, quella dei miei genitori sì; erano abituati a pensare ‘C’è, ma purtroppo non c’è nulla da fare’. Dieci anni fa forse avrei fatto fatica a non pagare il pizzo, oggi invece mi ha aiutato soprattutto l’idea di far parte di un gruppo; la cosa bella dei ragazzi di ‘Addiopizzo’ è proprio quella di non creare un leader, e io mi sono accodato a questo ‘gruppo’ di 800 negozianti, sono il numero 801. Volevo che la mia vetrina fosse il marchio di ‘Addiopizzo’ all’inizio del film,  è il mio adesivo.
    Questo mi dà forza, perché la loro prima paura è la solitudine, non bisogna lasciarli soli.

    L’uso di un linguaggio così brillante lo rende accessibile a tutti e soprattutto ai ragazzi. Ci sarà anche un tour nelle scuole?

    Prevedo lunghe permanenze scolastiche, suppongo e spero che il film si presti anche a una funzione didattica. Ci tenevo che tutte le notizie fossero reali, pretendevo realtà e verità e mi piaceva l’idea che fosse un piccolo Bignami, una fonte affidabile.

    Ci sono voluti vent’anni prima di affrontare attraverso un linguaggio completamente nuovo il tema delle stragi, che fino ad ora avevano prodotto una serie di film più o meno di stampo tradizionale.
    La differenza rispetto ai precedenti film sulla mafia è che questa storia finisce con la morte del protagonista; una persona coinvolta indirettamente nel progetto – e di cui non farò il nome – mi ha fatto notare che è uno dei pochi film di mafia che continua anche dopo la morte del giudice o del poliziotto. Cosa succede dopo la morte di Chinnici o di Giuliano?

    Ci sono delle pellicole che ti hanno ispirato?
    Quando abbiamo iniziato a scrivere la sceneggiatura abbiamo visto “Forrest Gump” e in quel periodo ero andato in fissa con un film brasiliano bellissimo, “L’estate che i miei genitori andarono in vacanza”. Poi ci sono dei classici che vedevo al cineforum di Palermo come “La mia vita a quattro zampe” e “Toto le héros”, film belga meraviglioso.
    La differenza rispetto a “Forrest Gump” è che in quella storia il personaggio di Tom Hanks è più testimone della realtà, qui invece gli eventi incidono sulla vita del protagonista, Chinnici ad esempio diventa nodo centrale nella storia tra Flora e Arturo.

    Perché hai scelto Torino?
    Credo sia il festival più adatto per questa pellicola, non ci ero mai stato. A Torino vieni per vedere il film, non c’è un tappeto rosso come negli altri festival dove se ti va male puoi consolarti  facendo un po’ di fuffa, e questo da un lato mi piace perché sono cresciuto con il cineforum a Palermo, ma dall’altro mi mette anche molta ansia.

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    Greta Gerwig, una californiana innamorata a New York

    Greta Gerwig, una delle attrici indie più quotate del momento accompagna al Festival di Torino ‘Frances Ha’ di Noah Baumbach. E’ l’occasione per quattro chiacchiere su cinema, musica e…

    Una lettera d’amore in bianco e nero per New York. Questo e tanto altro e’ ‘Frances Ha’ , diretto da Noah Baumbach e presentato al Festival di Torino nella sezione Festa mobile.
    Ad accompagnarlo Greta Gerwig,una delle attrici indie più quotate del momento, apprezzata anche per la sua capacità di recitare in pellicole maistream e in piccoli film molto i teressante come appunto Frances Ha’. Ecco come la Gerwig ci fa entrare nei segreti di un piccolo film con un grande carattere.

    Innanzitutto partiamo dal mood del film, sarebbe potuto essere una commedia del muto, tanta l’espressivita’ dei caratteri, in più e’ in bianco e nero..
    Beh grazie!! Per riuscire ad ottenere il mood abbiamo pensato subito al bianco e nero, qui di abbiamo fatto molti test con la videocamera; non doveva essere un comune bianco e nero, ma doveva legarsi alla storia, quasi come fosse una lettera d’amore a New York e al cinema.

    Ecco, appunto, i rimandi, gli omaggi, gli scorci di una Grande Mela che ci appare ci supera, familiare, a cosa vi siete ispirati?
    Beh certo le citazioni sono tante, noi amiamo il cinema e N.Y. Con Noah abbiamo parlato anche della Nouvelle Vague, di Truffaut, del suo modo di ritrarre i giovani, ma non
    Volevamo somigliare a qualcosa in particolare e a dire il vero spero che non sia così…

    Corri su e giu’ per New York e sembri naturale, ma come hai fatto?
    Volevamo che le scene fossero il piu’ reali possibile, immerse nel vero caos di New York. Si, ho corso per ore ed ore fino a quando non siamo riusciti a mostrare quello che volevamo’ di New York.

    La tua Frances è più Amelie del terzo millennio oppure un sempreverde Peter Pan?
    Amelie l’ho amata ma non mi sembra c’entri con la mia Frances. Il suo problema è quello di lasciarsi finalmente alle spalle la giovinezza. Ci è così attaccata da rifiutare addirittura ogni relazione sentimentale per non accettare concretamente l’idea. Poi si rende conto di essere come l’ultimo soldato Giapponese alla fine della Guerra e si arrende. Si forse Peter Pan le calza bene…

    La colonna sonora e’ straordinaria, un pezzo di Bowie e uno di Paul Mc Cartney su tutti, come ci avete lavorato?
    Volevamo che fossero un contrappunto ideale della vita di questa ragazza. Come hai detto prima si potrebbe pensare a quei meravigliosi film in bianco e nero dove la musica e l’espressione degli attori condividevano con il pubblico le emozioni.
    Anche allora la colonna sonora era fondamentale, sottolineava il mood del momento, credo che in un paio di occasioni More than love di Bowie fosse perfetta e quindi eccola li’…

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    Philippe Le Guay racconta il suo ‘Molière in bicicletta’

    Quando questa storia si materializzò per la prima volta, Philippe Le Guay pedalava in bicicletta verso casa di Fabrice Luchini sull’Île de Ré per portargli il copione de “Le donne del 6° piano”, che  Luchini si era perso l’ennesima volta. “Gli dissi: ‘Sei un vero misantropo, confinato nel tuo rifugio!’, e lui inizia a declamare l’inizio dell’opera di Molière, interpretando alla perfezione i due ruoli principali, Alceste e Philinte. La conosceva praticamente a memoria”, ci racconta il regista al Festival di Torino dove il film (in sala dal 12 dicembre) è stato presentato nella sezione Festa Mobile. È così che nasce Molière in bicicletta, rilettura scanzonata e moderna de Il misantropo di Molière.
    Luchini è Serge, un attore che ha abbandonato la sua carriera  per ritirarsi in una casetta sull’Île de Ré, dove vive come un eremita. A interrompere il suo burbero isolamento arriva Gauthier (Lambert Wilson), amico e collega , volto celebre del piccolo schermo, che gli propone di recitare insieme a teatro Il misantropo di Molière. L’incontro con una donna italiana, Francesca (Maya Sansa), e l’amore ritrovato per il teatro restituiscono a Serge la voglia di vivere, fino a quando qualcosa non romperà l’equilibrio tra i tre.

    Da dove arriva l’idea di questa storia?
    L’idea mi venne proprio passeggiando in bicicletta con Fabrice Luchini. Con lui ci si sente come se si fosse costretti a passare un provino in merito a ogni cosa, soprattutto rispetto alla sincerità e all’onestà di un attore.
    Vidi formarsi l’idea del film e allora capii che avrei voluto realizzarlo con lui; ha un tale rapporto e una passione talmente forte con “Il misantropo” di Moliere che ho capito di dovermi ispirare a questa idea e a quella passione per creare il suo personaggio. Una volta impostato il ruolo di Fabrice mi è venuto in mente di creare il suo antagonista, e così è arrivato Lambert Wilson.

    In quale momento è entrata Maya Sansa?
    A un certo punto mi sono reso conto che una storia sviluppata con due personaggi maschili non avrebbe mai retto senza una figura femminile, un’italiana che avrebbe portato quello sprazzo di luce mediterraneo in un film dall’atmosfera molto atlantica. Il motivo per cui ho scelto un’attrice italiana è che avevo recitato con delle attrici spagnole poco tempo prima, e mi ero accorto già in quell’occasione quanto il mix tra la recitazione francese e quella di un’altra nazionalità possa dare un valore aggiunto al set.

    È sempre molto difficile fare dei film con attori che recitano nel ruolo di attori…

    La mia ispirazione sono stati proprio loro e il mio amore verso gli attori; ogni regista ama i propri attori ma è spesso una fatica seguirne capricci e umori. Un regista spera sempre che il proprio attore sia portavoce del proprio pensiero, ma bisogna accompagnarlo per tutto il percorso per ottenere una risposta positiva.

    C’è un certo gusto pittorico nella messa in scena. Si è ispirato a qualcuno in particolare?
    No, mi è capitato solo in passato. Questa volta il film è ambientato su un’isola, volevo uno spazio chiuso per restituire al meglio il rapporto di intimità tra i personaggi. Poi non ho fatto altro che aggiungere luminosità e colore a questo ambiente chiuso.

    Quanto la vita di Molière l’ha ispirata nella creazione del personaggio di Serge?
    Alceste è un eroe disilluso, un uomo ferito e deluso dalla razza umana che soffre per eccesso di sincerità; allo stesso modo Serge ritiene che sia sempre importante dire la verità. Al contrario di Lambert che invece pensa di dover accettare il compromesso in qualsiasi situazione e di doversi adattare all’ambiente sociale in cui vive. Serge è un personaggio amaro e disilluso, ferito profondamente dal tradimento di un amico ma che alla fine compie un percorso di apertura.
    Quando si scrive una sceneggiatura cerchi di mettere a nudo i sentimenti e le emozioni dei vari protagonisti. L’ambizione di questo film è mostrare la nobiltà degli attori e la passione con cui si cimentano nell’interpretazione di un testo per cui arrivano a mettersi al servizio. I due personaggi sono uomini soli e dedicano una passione estrema nel recitare anche un solo verso.

    E’ facile descrivere un personaggio maschile italiano, mentre è molto più complesso caratterizzarne uno femminile. Quali sono secondo un francese le caratteristiche di una donna italiana?
    Una delle ragioni per cui ho scelto Maya è che non la volevo sensibile alla fama e alla celebrità degli attori francesi. Francesca è un personaggio sofferente, colto in un momento difficile della propria vita e che forse più di Alceste non è disposto a teorizzare nulla nel suo rapporto con la società; questo crea un contrasto comico con l’atteggiamento seduttivo che hanno Serge e Gauthier quando la incontrano.

    Ha pensato al suo film come a una scacchiera?
    Ho concepito “Moliere in bicicletta” come un’improvvisazione jazz, una sorta di ballata dove si parte da un testo che via via diventa incidentale perché si verificano dei cambiamenti rapidi, delle evoluzioni. Tutti i personaggi vivono ciò che accade quasi malgrado se stessi, senza aspettarselo.

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    TFF 2013, Paolo Virzì presenta il suo ‘festival popolare’

    “Un festival popolare e raffinato”. Si annuncia così  la 31edizione del Torino Film Festival (in programma dal 22 al 30 novembre), la prima sotto il segno di Paolo Virzì che raccoglie l’eredità di Gianni Amelio.
    Schivo e appassionato il regista livornese si affaccia alla direzione del festival con modestia e umiltà: “Non volevo sciupare nulla di ciò che è stato fatto in una manifestazione che deve la sua forza alla vigilanza affettuosa e anche un po’ burbera dei suoi spettatori, in gran parte torinesi: sono loro i guardiani di questo festival.  – rivela durante la presentazione del cartellone alla stampa – E’ stato un anno di grande arricchimento, almeno per me, ma non cambierò mestiere: continuerò a fare il regista”.
    Lui, che “da spettatore ci era andato spesso” negli anni passati, di film questa volta ne ha dovuti visionare 4 mila: “Non ho cercato film che somigliassero ai miei, sarebbe stato aberrante, avrei dato un’impronta scioccamente referenziale, mi sono incuriosito e ho cercato spesso ciò che è lontano da me”. Il risultato è un programma denso di storia, qualità, stile e nomi: un programma di 70 titoli tra cui 46 anteprime mondiali e 25 internazionali.
    Un concorso potente che come sempre premia il cinema ‘giovane’, opere prime o seconde, alla scoperta di nuovi talenti: a farla da padrone è la Francia con tre titoli su 14 , ma si difendono bene anche i due statunitensi  “C.O.G.” di Kyle Patrick Alvarez e “Blue Ruin” di Jeremy Saulnier, il venezuelano “Pelo Malo” di Mariana Rondón e il sudcoreano “Bulg-Eun Gajog” di Ju-Hyoung Lee, commedia politica prodotta da Kim-KI-Duk.
    Doppietta tricolore con l’esordio alla regia di Pif “La mafia uccide solo d’estate”, sarcastico e comico racconto sulla mafia attraverso gli occhi di un ‘Forrest Gump palermitano’, e con l’esperimento di Federico Ferrone e Michele Manzolini, “Il treno va a Mosca”, un collage di vecchi filmini in 8mm realizzati da un barbiere alle feste dell’unità negli anni ‘50, ritratto di ciò che il comunismo italiano significò per quell’epoca.

    Ed è in Festa Mobile che il TFF cala i suoi assi: la storica sezione fuori concorso aprirà battenti con “Last Vegas” di Jon Turteltaub, dove quattro amici davvero speciali (Robert De Niro, Michael Douglas, Morgan Freeman e Kevin Kline) si ritrovano a fare i conti con i difficili equilibri di un’amicizia che dura da una vita; e chiuderà con il thriller “Grand Piano” di Eugenio Mira, dove Elijah Wood è costretto a suonare un pianoforte per salvarsi la pelle, sotto la minaccia di John Cusack.
    Nel mezzo alloggiano: “Frances Ha” di Noah Baumbach, “Inside Llewyn Davis” dei fratelli Coen (già presentato trionfalmente a Cannes), un inedito e romantico James Gandolfini nell’omaggio postumo alla star de “I soprano”, “Enough Said” di Nicole Holofcener,  e ancora “Only Lovers Left Alive” di Jim Jarmusch, la solitaria lotta contro gli elementi di Robert Redford in “All Is Lost” di J. C. Chandor, e il debutto alla regia di Nat Faxon e Jim Rash, gli sceneggiatori di “Paradiso Amaro” che a Torino presentano “The Way Way Back”.
    Un festival nel solco della tradizione che Virzì ha cercato di rinnovare, a partire dall’inedita sezione Europoop, “una passeggiata tra le vette, le hit dei boxoffice europei, alla ricerca di tutto ciò che fa ridere e piangere gli spettatori europei rispetto ai propri prodotti nazionali”. “Abbiamo individuato film di grande intrattenimento, a volte colpevolmente ignorati dai festival: ci siamo così imbattuti in un thriller poliziesco polacco “Drogówka”, maggior incasso dell’anno in patria, o nel biopic su un’icona del jazz scandinavo, “Monca Z”. – aggiunge Virzì” – Da noi il prodotto pop è necessariamente comico, ma bisogna capire che non è così dappertutto, ciascun film si porta dietro una sociologia del proprio mondo, è un arricchimento di sguardo non snobbistico verso il cinema commerciale  che fa godere, divertire, piangere e rabbrividire gli spettatori del nostro paese”.
    Uno sguardo quello della 31esima edizione del TFF, in continua espansione come testimonia da quest’anno uno spazio nuovo dedicato alla narrazioni televisive che “almeno nel mondo americano stanno dando punti al cinema costretto spesso a inseguire, i sequel, i successi o un pubblico di teenager”.
    Una kermesse segnata dunque da una pluralità di sguardi, fondamentale per un festival di cinema per grandi appassionati come quello di Torino.

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