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    La nascita di Marina nel racconto di Rocco Granata

    Arriva in sala ‘Marina’, il film diretto da Stijn Coninx che racconta la vera storia di Rocco Granata, l’autore e interprete di “Marina”, canzone di grande successo che spopolò negli anni sessanta. Granata ci racconta la sua vera storia, dalla Calabria al Belgio, in cerca di successo…


    Rocco Granata, una storia incredibile la sua, l’emigrazione, l’amore per la musica, un successo incredibile, come ha pensato di portarla sul grande schermo?

    In realtà non è stata una mia idea. Conosco il regista Stijn Coninx, che è un amico, e dopo aver letto la mia biografia mi ha chiesto se ero in qualche modo interessato a realizzarne un film. cosa potevo rispondere?? Certo!

    La sua storia è importante in questo periodo storico per l’Italia e per l’Europa, come testimonia l’interesse dei Fratelli Dardenne, co produttori insieme alla Rai. Ci spiega il suo punto di vista?
    In realtà non ho pensato alle vicende di oggi; io sono arrivato in Belgio a 10 anni e già in Calabria, in provincia di Cosenza studiavo musica. Mio padre era fabbro e sognava di tornare in Italia dopo aver fatto fortuna. Io intento continuavo a studiare musica anche in Belgio e suonavo dovunque anche per aiutare la famiglia. La mia infanzia è stata avventurosa ma non bella. Per questo dico ai giovani che vogliono andar via dall’Italia che lo facessero, ma con i figli ancora piccolissimi oppure da far nascere nella nuova patria. infatti se i genitori non sono integrati, non parlano la lingua e i figli non hanno ancora studiato abbastanza, il pericolo di esclusione è dietro l’angolo. Anche per questo è importante il mio film.

    Questo film è anche il racconto di uno straordinario amore per la musica, ce lo racconta?
    Io ho sempre amato la musica, da quando avevo tre quattro anni.il primo contratto me lo fece un giostraio, a poca distanza da casa mia. Mio padre e tutti gli amici italiani erano orgogliosi di vedermi suonare la fisarmonica, poi la prima volta che il proprietario mi pagò mi accorsi che mi aveva dato il doppio di una giornata di miniera di mio padre. Fu così che anche lui si convinse e mi lasciò provare. Facevo anche 30 o 40 chilometri con la bicicletta e la Fisarmonica in spalla. poi formai un piccolo complesso e il padrone di una ditta di importatori di juke box mi disse vuoi fare un 45 giri? così nacque tutto… anche Marina…

    Ci racconti come è nata ‘Marina’
    E’ molto semplice, sul lato A del mio primo 45 giri c’era ‘Manuela’ che era già un cavallo di battaglia mio. Per il lato B avevo pensato di incidere ‘Volare’, perché il mio grande Dio musicale è sempre stato Mimmo Modugno. Poi pensai, ma perché incidere la cover di una canzone che un grande artista canta cento volte meglio di me? a quel punto vidi un poster di sigarette belghe, che si chiamavano appunto ‘marina’, in più avevo un pezzo pronto da qualche settimana che adattai al momento su due accordi, come nel jazz, su cui i miei compagni mi seguirono lasciandomi improvvisare in sala d’incisione. ecco come nacque ‘Marina, Marina, Marina’…

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    di Rocco Giurato

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    Corpi estranei, Filippo Timi padre coraggio per Mirko Locatelli

    Primo italiano in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, “Corpi estranei” di Mirko Locatelli. Il ‘viaggio’ di un padre (Filippo Timi) e del proprio bambino gravemente malato nel reparto oncologico di un ospedale milanese; una storia che si regge interamente sulle spalle di Timi, burbero, scontroso e verace personaggio umbro con le sue diffidenze verso il ‘diverso’ e la sua chiusura al mondo. In ineguagliabile stato di grazia nelle scene con un bambino che ha dettato tempi e ritmi del film.

    Come è andata con il tuo ‘collega’ di set?
    Filippo Timi: A sei anni mi portarono a Pisa perché zoppicavo con la scusa di fare un controllo e mi regalarono la prima scatolina di lego, poi a 30 anni ho scoperto che mi ci portarono perché pensavano che avessi tumore alle ossa. Da bambino inconsapevole ero felice, me la spassavo con la mia scatolina di lego.
    Leggendo questa sceneggiatura mi sono trovato invece dall’altra parte e per etica dico che è impossibile recitare quel dolore; l’unica cosa che ho imparato a fare è stato chiudere la porta di quel dolore. Non ho dovuto fare altro, se non seguire tempi e ritmi di quel bambino e creare una relazione con lui; non gli importava nulla del ciak. È il film più documentaristico che abbia mai fatto e in cui non mi sono mai preoccupato di dover recitare.
    M. L.: Vi svelo un segreto che non conosce nemmeno Filippo. Durante le riprese chiesi più volte ai miei assistenti di non toglierli il bambino dalle braccia anche mentre piangeva, in modo che potesse vivere realmente certe emozioni. Non si è dovuto minimamente preoccupare di recitare, doveva accudire il bambino, un po’ come si fa nella vita reale quando ci si inventa di tutto per farli giocare.

    Ci racconti la genesi del progetto?
    Mirko Locatelli: Siamo partiti da un’immagine che mia moglie nonché sceneggiatrice di questo film, mi ha sottoposto. Un’immagine che arrivava dalla sua memoria, quella di un uomo solo con in braccio un bambino in un reparto di oncologia.
    Siamo partiti da lì immaginando una storia attorno a quest’uomo, perché spostava l’attenzione rispetto al tema della fragilità dal bambino all’adulto. Abbiamo scoperto che i veri malati in questi casi sono i genitori che non vengono accompagnati e accuditi da nessuno.
    Abbiamo voluto fare un film sulla fragilità umana, spostando l’attenzione dal dolore alla fragilità umana. La malattia è solo un pretesto, era facile scivolare nella retorica del dolore e quindi abbiamo deciso di avvicinarci alla malattia con pudore.

    Dove avete trovato il bambino?
    M. L.: In realtà per motivi produttivi e logistici si tratta di due gemelli, che in scena diventano uno solo; girare con un solo bambino sarebbe stato molto più faticoso.

    A un certo punto sembra che a far guarire il bambino sia un olio balsamico…
    F. T.: Credo alla magia, e in un certo senso c’è stata: quell’olio più che guarire il bambino crea un’apertura in Antonio, quest’uomo umbro chiuso, rozzo, scontroso che non vuole aprirsi al mondo.
    M. L.: La scena del rito e la guarigione non sono legate, neanche noi sappiamo cosa sia stato a guarire Pietro, se l’olio, le preghiere o il cambio di antibiotico. A noi interessava quel gesto, quel contatto della mano di Jaber con il bambino, solo come mezzo per farlo entrare in contatto con Antonio, desideroso di consolazione anche lui.
    L’unico modo che Antonio conosce per dare consolazione è quello di dire nella scena finale : “Bella camicia, ti sta bene”.

    Perché la scelta del dialetto umbro?
    F. T.: A Mirko interessava che i personaggi fossero immigrati, per sottolineare la dimensione del viaggio. Poi uscì fuori un altro problema: ci siamo chiesti più volte se nelle scene in cui  il protagonista parla al telefono con amici e parenti dovessimo scrivere anche le risposte di chi stava dall’altra parte della cornetta. Alla fine abbiamo deciso di non farlo perché di fatto sapevo benissimo di non parlare con nessuno, e anche Antonio in fondo in quel momento era terribilmente solo, chiunque fosse il suo interlocutore.

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    Fasulo: “Arrivare in sala con TIR e’ il mio vero Marco Aurelio”

    Costato 350.000 euro e premiato al Festival di Roma, il film di Alberto Fasulo arriva al pubblico con la sua storia che poggia le basi sul ‘vero’.

    Alberto cosa ti ha spinto a realizzare questo film?
    Volevo fare un in The road stando seduto… Avevo la necessita’ di raccontare questa storia umana in questa cabina di un TIR. Quattro settimane in cabina, dove si guida, mangia, dorme, si parla con la famiglia, si entra in intimità con una persona.
    Avevo ascoltato la storia vera di un camionista, ho viaggiato un po’ con lui. Non volevo tradire quella storia, quella verità e paradossalmente solo la finzione ed un attore che si fosse messo in condizione di guidare realmente un TIR, di essere assunto da una ditta e ricreare la finzione di una realtà da me osservata. Mi rendo conto che è un cortocircuito ma è andata proprio così.

    Che tipo film e’ TIR dal tuo punto di vista?
    Non è un film di denuncia, non è un’ inchiesta, non ho coperto con la tecnica di ripresa dei buchi narrativi. Ho voluto avere una libertà etica e morale rispetto ad una storia. Con il camionista con cui ho viaggiato un anno ci dicevamo, ma a cosa serve questo film? Non cambierà le sorti dei camionisti, non farà luce sul mercato, sulla crisi… Si, però convenivamo, almeno avremo raccontato una storia come realmente e’.

    Qualche camionista vero lo ha visto TIR?
    Ma certo che si… Ed il protagonista della vera storia che racconto con Branko ha riso per tutto il film; certo in qualche punto con i colleghi con cui lo ha visto si è anche un po’ commosso. Il punto e’ che quella storia e’ vera. Ricreata con il mio attore protagonista, ma è una storia, che è il simbolo di cento altre storie.

    Come mai hai scelto un attore e non il vero camionista che hai seguito per preparare il tuo film?
    Guarda, avevo montato 10 minuti con il vero protagonista ma non sono andato avanti perché un giorno alle 5 di mattina in Olanda mi disse: “Alberto io tra 2 anni smetto e questi 18 anni in cabina li metto in un sacco nero e tornando a casa finalmente li butto fuori dalla macchina e ricomincio a vivere…”. Che altro potevo ribattere…?

    Che luogo e’ il nordest che racconti?
    Il nordest per me e’ il luogo della nascita, la mia terra. Questa e’ una storia dell’Italia vista dal nordest della crisi. Un trasportatore italiano costa 150 volte più di uno sloveno, più di 250 volte di un rumeno, con questi dati si capisce la crisi del settore e delle famiglie che stanno dietro l’uomo che sta in cabina.

    C’è bisogno di una presa diretta sulla realtà?
    Quando mi hanno detto che avevamo vinto Roma non ci credevo… Pensavo ad un premio all’attore… Il residente di giuria mi ha detto che per lui e’ stato un colpo al cuore. Mi ha chiesto di tutto sulla realizzazione, sulla produzione ecc.

    E’ cambiata la tua vita di regista?
    Mah no credo, solo che mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi, sta girando in tantissimi festival internazionali dove divide ma se piace emoziona…
    Arrivare alla sala e’ il vero successo del Marco Aurelio del Festival di Roma. Certo non sono le 1000 copie di Zalone, ma sono film diversi.

    Su cosa stai lavorando dopo TIR?
    Sto lavorando a ‘Un giorno ogni 15’, un film su un gruppo di genitori che da sedici anni si incontra ogni due settimane per parlare dei propri figli diversamente abili.
    Li’ ho imparato che loro considerano il loro mondo come una famiglia allargata dove non solo il singolo diversamente abile e’ tale, ma tutto il gruppo si interroga sulle dinamiche per superarle insieme. Sono due anni che lavoriamo insieme al gruppo ed ho conquistato la loro fiducia, ora mi appresto al montaggio.

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    Jennifer Lawrence, la ragazza di fuoco ‘infiamma’ Roma

    Invasione di fan sul red carpet del Festival Internazionale del Film di Roma ormai in dirittura d’arrivo. Tutti in attesa di Jennifer Lawrence, Premio Oscar per “Il lato positivo” sul tappeto rosso per presentare il secondo capitolo di una saga, “Hunger Games”, che è già diventata fenomeno soprattutto tra le giovanissime. Ragazze scatenate, accampate negli spazi dell’Auditorium sin dalla notte prima, impavide come la loro eroina (la Katniss Everdeen), un mix di coraggio e fragilità insieme, condensati in appena 23 anni di età. E che ne hanno fatto un’icona.

    Il suo personaggio è un modello per molti giovani? Sente questa responsabilità?
    Quando lessi per prima volta questi libri avevo 16 anni e mi fece piacere vedere che questo personaggio poteva servire da modello; è normale che mi senta responsabile perché quando la gente ti segue, ti ascolta e ti guarda hai una responsabilità notevole.

    Come è cambiata la sua vita dopo l’Oscar?
    Il Premio Marcello Mastroianni ricevuto a Venezia è stato uno dei momenti più entusiasmanti del mio lavoro di attrice, ma la mia vita non è cambiata poi tanto. I premi sono sempre un piacere e hanno contribuito alla mia carriera, sono molto gratificata ma continuo a vivere come prima, giorno per giorno. In molti mi chiedono spesso se avverto la pressione di questo fenomeno. Amo il mio lavoro, il cinema e ho sempre accettato di prendere parte a dei film perché mi interessava la sceneggiatura o il regista e questo non cambierà, non presto molta attenzione a questo quadro che mi crea un po’ d’ ansia, io mi diverto e basta e non presto attenzione a ciò che si scrive o si dice di me.

    Pensa di avere delle affinità con il personaggio di Katniss Everdeen?
    Vorrei essere più simile a Katniss, molto più di quanto non lo sia. La notorietà è fantastica, ma è difficile quando le persone ti trattano come se fossi diversa rispetto a prima e tu non lo sei affatto.

    In quale dei personaggi si identifica maggiormente?
    In questo momento non ricordo neanche in quali film ho lavorato. Qualche anno fa feci una piccola parte in “Like Crazy”, Samantha: ecco, quel personaggio mi assomiglia moltissimo, le sue parole erano le mie, perché fu principalmente un lavoro di improvvisazione. Quando feci “Il lato positivo” mi sono molto identificata in Tiffany e mi sono sentita molto vicina a lei per l’energia che condivido con questo personaggio. Ma il personaggio che amo di più è sicuramente quello di Samantha.

    Che rapporto ha con il concetto dell’ immagine del corpo femminile?
    Sono stata sempre una sportiva, non avevo idea di cosa fosse una dieta finché non ho cominciato a lavorare come attrice. È brutto sentirsi dire di dover perdere peso quando invece ti trovi perfettamente a tuo agio con il tuo corpo. Molti registi hanno un’idea di corpo perfetto e irraggiungibile ed esercitano delle forti pressioni, il resto lo fanno i media; la gente ci guarda, fa continuamente confronti tra immagini vere e ritoccate e credo sia arrivato il momento di cambiare il modo di concepire la bellezza e riflettere di più su ciò che facciamo e diciamo.

    Cosa la lega a Katniss e cosa vuol dire lavorare in un film che in gran parte basato su effetti speciali?
    Poter crescere e cambiare con un personaggio è un’esperienza molto interessante. Lavorare in un film di effetti speciali non cambia le cose, perché uso sempre gli stessi strumenti come la fantasia per cui continuo a immaginare.

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    Gass: le donne di Kiarash Asadizadeh

    Donne d’Iran, coraggiose e determinate. Sono le protagoniste impavide di “Gass”, film in concorso al Festival di Roma, che l’iraniano AKiarash Asadizadeh trasforma in un’occasione per fare un ritratto della famiglia che travalica i confini nazionali.

    Che difficoltà ci sono state nel fare questo film oggi in Iran?
    Nessuna in particolare, ma tutte quelle che gli altri mie colleghi cineasti hanno in questo periodo in Iran. Abbiamo invece incontrato delle difficoltà con il governo precedente sul permesso di proiezione nelle sale; ora siamo in trattative con il governo attuale, ma penso che non ci saranno problemi.

    Di recente lo ha definito un film sulla famiglia, in realtà appare come una storia sulle donne che sembrano avere una coscienza maggiore dei rapporti e del mondo.

    Certamente il ruolo delle donne è molto importante all’interno della famiglia, ma non voglio considerarlo un film sulle donne perché il fondamento della struttura famigliare sta sia nell’uomo che nella donna.

    Qual è la sua visione della famiglia in Iran?
    Nell’ultimo decennio la struttura familiare iraniana si è andato allentando e c’è sempre meno rispetto dell’uno verso l’altro; credo però che questo sia un problema molto più vasta e appartiene a tutti i paesi del mondo.

    Da questa storia emerge una grande crisi di valori e un senso di confusione enorme. Era un elemento che voleva mettere in risalto?

    Oggi in Iran le donne vivono un contrasto profondo tra la società tradizionale e le scelte personali di modernità; nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad un maggiore coraggio nel prendere decisioni anche molto dure per la loro vita.

    Ha deciso di usare una struttura narrativa circolare. Non aveva la preoccupazione di perdere pezzi strada facendo?

    Quando ci siamo incontrati abbiamo deciso che la forma sarebbe stata al servizio della sostanza; credo che questo tipo struttura sia ormai accettata dal pubblico e non credo che ci sia una dispersione.

    Ha anche un valore metaforico? Quello di un universo chiuso dal quale è impossibile uscire?
    Non avevo questa intenzione, ma forse rimanda al modo di pensare della gente del mio paese, cioè la teoria della causa ed effetto: se compi un’azione, positiva o negativa che sia, ti tornerà indietro qualcosa di ciò che hai fatto. E’ una filosofia molto diffusa in Iran, un’idea a cui gli iraniani tengono molto.

    Il filo conduttore del film è anche il tema del tradimento. Perché ha deciso di inserirlo?

    Il fenomeno dell’adulterio nel mio paese sta crescendo molto e come cineasta non potevo ignorare ciò che sta accadendo davanti ai miei occhi.

    Non sappiamo cosa succederà a Masha, una delle protagoniste, dopo il rientro in famiglia. Perché?
    Ci siamo imposti di essere osservatori della realtà senza intrometterci troppo nella vita degli altri, per cui una volta chiusa la porta non saremmo dovuti rimanerne fuori. Dovendo ipotizzare un seguito dubito che quella famiglia – per le condizioni in cui si trova – possa essere il rifugio adatto a quella ragazza.

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    “Federico degli spiriti”, gli ultimi giorni del grande Fellini

    Sono passati vent’anni dalla morte di Federico Fellini, ma il suo ricordo è cosi forte e impresso nei cuori di tutti noi che non si può cancellare. Il regista riminese conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per i suoi indimenticabili capolavori come “La dolce vita”, “8 e ½”, “Amarcord”, “I Vitelloni” ha lasciato un grande vuoto nel cinema italiano ed internazionale.

    Per celebrare il 20esimo anniversario della morte di Fellini, scomparso il 31 ottobre all’età di 73 anni sono state realizzate diverse pellicole, tra documentari e film-ricordo volti ad omaggiare il regista italiano più premiato, l’unico vincitore di ben 5 premi Oscar.

    Dopo il grande successo ottenuto da “Che strano chiamarsi Federico” targato Ettore Scola, che ha raccontato l’amico ed artista Fellini in un docu-film-ricordo presentato Fuori Concorso alla 70^ Mostra del Cinema di Venezia, ora è la volta di “Federico degli Spiriti” di Antonello Sarno, presentato in Anteprima Mondiale nella sezione Fuori Concorso dell’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.

    “Federico degli spiriti” non è altro che il racconto dei giorni che vanno dal 31 ottobre 1993, data della morte di Fellini presso il Policlinico Umberto I dove era da tempo ricoverato, fino al momento dell’ultimo saluto presso la camera ardente nel Teatro 5 di Cinecittà, gremita  da oltre 100 mila persone e al funerale, celebrato il 3 novembre dal cardinale Achille Silvestrini, nella basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma.

    Un susseguirsi di testimonianze e di omaggi da parte degli amici e colleghi di sempre che hanno accompagnato il regista nell’ultimo viaggio e che dopo vent’anni hanno raccontato le emozioni di quei giorni. A partire da Vincenzo Mollica, autore del documentario del 1987 “ Due chiacchiere con Federico Fellini”, il ricordo dei colleghi Pupi Avati, Ettore Scola, Giuseppe Tornatore, Dante Ferretti e Lina Wertmuller, passando per Carlo Verdone, Claudio Amendola e Sergio Rubini, attori e registi emergenti di quegli anni fino alle testimonianze di Paolo Villaggio e Sandra Milo, interpreti di alcuni dei suoi film. Nelle immagini di quel 3 novembre tanti volti del cinema e della politica italiana: da Vittorio Gassman, a Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Giuliano Gemma, l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, Roberto Benigni, Monica Vitti e Margherita Buy.

    Antonello Sarno ricorda con molta enfasi quei giorni: “ La morte di Fellini è stato il primo grande evento che ho seguito come giornalista tv per i tg Mediaset. Era la prima volta che, già dal ricovero del regista, si avvertiva quella “pressione dei media” che oggi caratterizza ogni accadimento che riguardi un nome famoso. Un’ atmosfera suggestiva, quasi da fotoromanzo che ho cercato di restituire facendo raccontare quei momenti da chi era presente ma usando le immagini di vent’anni fa. La morte di Fellini è stato il primo evento mediatico per il cinema, solo al morte di Totò era stata così sentita, ma nel 1967 le cose erano diverse, non c’erano servizi televisivi. Quella di Fellini invece è stata una lunga agonia, caratterizzata da continue ricadute, si era ammalata anche Giulietta Masina, sua moglie. Fellini era entrato in coma dodici giorni prima di morire e non si aspettava altro che questa notizia,per la prima volta c’è stata una vera e propria invasione da parte dei giornalisti, tanto che Mastroianni si indignò perchè non riusciva a camminare fino al feretro, fu consegnato nelle mani della polizia che lo scortò. Tra gli artisti che ebbero la fortuna di lavorare con lui ho intervistato Sandra Milo, che è presente oggi e che voglio ringraziare”.

    “Sono felice di essere qui- afferma la Milo- e di ricordare questo grande artista con rispetto ed ammirazione. Ho difficoltà a parlare della morte perchè per me è un grande viaggio, al quale parteciperò anche io, sono andata al funerale di Federico perchè hanno insistito i miei amici ma non mi piace andarci. E’ bruttissimo vedere un uomo di così tanta vitalità chiusi in una bara. Federico era capace di ribaltarti con lo sguardo, sapeva far emergere il lato migliore delle persone e tutti amavano lavorare con lui. E’ stata una persona davvero importante nella mia vita, a volta capita ancora di parlare con lui, come se fosse qui vicino a me”.

    La collaborazione tra il giornalista e la casa di produzione Medusa è sottolineata dalle parole dell’ amministratore delegato Giampaolo Letta: “Un ringraziamento speciale ad Antonello Sarno, è il tredicesimo/ quattordicesimo documentario che  facciamo insieme e Antonello ha saputo dare un ottimo taglio da cronista, riuscendo a scavare in profondità e mettendo insieme numerosi pezzi di repertorio così da raccontare il primo evento mediatico riguardante un personaggio del cinema. Concludo con la notizia che per festeggiare i 50 anni di “8 e ½” la pellicola verrà proiettata in versione restaurata il 27 novembre all’interno del Festival del Film di Torino”.

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    Jaredo Leto, istrione in Dallas Buyers Club

    Tra febbraio e marzo sarà in Italia con la sua band “30 seconds to mars”, per ora i fan si accontenteranno di vederlo sul red carpet del festival Internazionale del Film di Roma dove Jared Leto presenta il film che probabilmente gli varrà una nomination agli Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, “Dallas Buyers Club” di Jean-Marc Vallée. Grande prova d’attore per un personaggio bizzarro che da sempre si divide tra cinema e palcoscenico e che questa volta stupisce insieme ad un altrettanto straordinario compagn di set Matthew McConaughey.

    Dallas Buyers Club è un film di grandi interpretazioni. Come è stato l’incontro con il tuo personaggio?
    Non conta tanto quanto chili si perdono – ne ho persi circa 15 – , ma quello che ti colpisce è la percezione di questo tipo di lavoro. Ho provato un grande amore per il personaggio.
    Ho capito che Ryon voleva vivere una sua vita da donna, è una persona che si identifica in un genere diverso, non la solita macchietta del trans appassionato di glam rock. Non volevo interpretare stereotipi o clichè che mettessero il personaggio in ridicolo; c’era qualcosa di più ampio da esplorare.

    Non ti vediamo spesso sul grande schermo. Perché?
    Non faccio tanti film, anzi… Quello che mi interessa non è tanto la quantità, ma il fatto di realizzare film che mi interessino. Amare una cosa non significa doverla fare di continuo. La band mi occupa molto tempo, non vedevo una sceneggiatura da sei anni; l’ultimo film, “Mr. Nobody”, è stato impegnativo e in America è arrivato solo dopo diversi anni forse perché il pubblico americano non era ancora pronto per certi film.

    Cosa ti ha spinto ad accettare? Che effetto ha avuto su di te questa storia?
    Ha avuto un impatto incredibile, è stato un po’ come vedere un film. Leggendo la sceneggiatura ho conosciuto un mondo che non  mi era familiare, mi sono innamorato di questo personaggio. È stato emozionante e commovente leggere una sceneggiatura che è andata in giro 15 anni prima di approdare al cinema, un’occasione unica e impedibile, quindi sono molto entusiasta di aver partecipato a un film che mi ha insegnato l’importanza di lottare per quello in cui si crede, di perseverare, di essere generosi e avere senso dell’umorismo.

    Per quale ruolo uccideresti?
    Forse ancora non c’è un personaggio che mi attiri a tal punto! Ma il bello del cinema è proprio questo, arriva quando meno te lo aspetti, leggi una sceneggiatura e ti ritrovi improvvisamente nella parte di un transessuale; se dieci anni fa mi avessero detto che avrei camminato su dei tacchi a spillo, non ci avrei mai creduto.

    Come ti sei documentato prima di cominciare le riprese?

    Ho iniziato ascoltando le parole di persone transgender simili a Ryon, le ho studiate e mi hanno dato una grande lezione di vita; ho cominciato a scoprire il lato femminile che è in me. Si è trattato di un processo molto impegnativo e stimolante.

    Cosa pensi di avere in comune con Ryon?

    Delle bellissime gambe! Ryon è un personaggio generoso, paziente e gentile, mi piacerebbe essere così più di quanto non lo sia. C’erano tante cose da amare di un personaggio simile, voleva essere amato e amare, ha delle grandissime qualità e le ammiro tantissimo.

    Come sei riuscito ad arrivare così in fondo al personaggio?
    Ho conosciuto Matthew e Jennifer solo quando il film è stato presentato a Toronto, perché durante la lavorazione del film ero concentrato sull’interpretazione di Ryon. Perdere peso, mettersi una parrucca, camminare sui tacchi: sono tutti aspetti che hanno a che fare con l’identità e la trasformazione fisica è stato un momento cruciale per creare questa vita interiore.

    Ti sarebbe piaciuto cambiarti di personaggio con Matt?

    No. Credo di aver indossato le scarpe giuste, Ryon era giusto per me e Matthew era nato per quella parte, è un texano.

    Hai mai pensato dirigere film?

    Sì. Alla scuola di cinematografia avevo cominciato a studiare per diventare regista, poi al terzo anno decisi di studiare per fare l’attore ma solo perché pensavo che dopo sarebbe stato più semplice passare alla regia. Mi piace girare clip e documentari, quindi la regia è qualcosa che amo molto e spero di poter continuare.

    La scelta di sostenere un progetto di cinema indipendente?

    Adoro il cinema indipendente, la sua natura sperimentale, il fatto che ci sia passione nel farlo perché i pop corn non bastano a realizzare dei buoni film, riescono a toccarti nel profondo e a essere coraggiosi. Trovo stupendo un film come Gomorra.

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    Il mondo fino in fondo: road movie per Marinelli e Scicchitano

    Due fratelli, un folle viaggio dalla provincia del Nord Italia verso i ghiacciai della Patagonia. Un film itinerante girato tra Carmagnola, Torino e i paesaggi di un Cile spietato e rivelatore. L’esordio alla regia di Alessandro Lunardelli “Il mondo fino in fondo” (Fuori concorso nella sezione parallela del Festival Internazionale del Film di Roma, Alice nella Città), passa da un road movie: commedia avventurosa e dramma familiare insieme, sulle orme di due fratelli, Davide e Loris, che portano il proprio irrisolto e non detto fino ai ghiacciai della Patagonia dove tutto si scioglierà in un silenzio rivelatore.
    La coppia Luca Marinelli e Filippo Scicchitano detta ritmi e tempi del film, si sorprende, si azzuffa e si scopre messa a dura prova da mesi in giro per il mondo, passando da un set all’altro, dove come racconta Marinelli “la sorpresa dei personaggi è stata anche la nostra, perché c’erano dei paesaggi pazzeschi, cose che stanno lì da migliaia di anni come il ghiacciaio, gli animali. Non era semplice girare arroccati su dei Pick-up, era la prima volta che facevo un film del genere; c’era polvere, terra, freddo, si cambiava stagione da un momento all’altro”.
    Un viaggio e una scoperta quotidiana per tutti, a partire dal regista: “Cambiavamo set tutti i giorni e ci spostavamo dove non si poteva neanche dormire tutti nello stesso posto, per cui le ore di girato sul set si riducevano molto. Era tutto una scoperta giorno per giorno”.

    Come nasce l’idea di un ‘on the road’?
    Volevo fare un film sulla storia di due fratelli legati da un sentimento di protezione reciproca, ma divisi anche da qualcosa di insormontabile. Devono liberarsi da alcuni sensi di colpa molto forti e volevo che questo racconto avesse anche un certo grado di suggestione: potevamo rinchiuderli in uno sgabuzzino della fabbrica dove affrontare il problema della non comunicazione oppure lanciarli in un viaggio avventuroso ‘on the road’ dove la fuga di uno si trasformasse nel viaggio di tutti e due e dove entrambi si potessero trovare senza rete, perdendo tutto ciò che fino a quel momento gli aveva dato un’identità.

    È stata una produzione molto faticosa …
    All’idea di girare in un paese straniero la produzione ha un po’ drizzato i capelli, ma nello stesso tempo ha pensato potesse essere un progetto valido da proporre anche fuori dall’Italia. Sono stato mesi da solo a girare in Cile, che non avevo però l’ambizione di raccontare: volevo solo conoscere e raccogliere più storie possibili. La prima volta che sono arrivato lì è stato tremenda, ma in senso positivo, perché c’è un senso di sperdimento incredibile. Filippo e Luca sono arrivati solo in un secondo momento e ho cercato di non raccontargli molto, perché trovassero e provassero le stesse mie sensazioni.

    Come hai trovato il tono giusto per raccontare una storia d’amore omosessuale in un paese come l’Italia dove per molti l’omesessualità è ancora un tabù?
    Il film è anche una storia d’amore che richiede un gesto improvviso e folle: quello di abbandonare tutto e fuggire. Ho cercato di affrontare questo tema nel modo più onesto e sensibile. Mi piaceva come succede nel film l’idea che Davide si gettasse nelle braccia di uno sconosciuto non tanto per la forza dell’innamoramento che prova, ma perché intravede in lui la prospettiva di un futuro diverso in un posto che non sia il paese da cui proviene. Il personaggio è anche vittima del gioco seduttivo di Andy, mi piaceva farlo calare in un ambiente dove i suoi coetanei erano più avanti di lui e nel quale Davide cerca però di immergersi con ingenuità.

    L’idea del film parte come un ‘on the road’ o è una storia d’amore attraverso la quale raccontare l’ ‘on the road’?

    Nasce da piccoli spunti autobiografici e dall’idea di raccontare sentimenti e passioni all’interno di un conflitto quasi generazionale, tra due fratelli. All’inizio non doveva essere un progetto ‘on the road’, sono nati prima i due personaggi; sono partito da un fatto di cronaca, dalla storia di un imprenditore del bresciano che nel 2010 aveva pagato le rette della mensa alle famiglie che non potevano permetterselo. Mi colpì quanto il paese si fosse indignato e il fatto che per sopravvivenza quest’uomo fosse rimasto praticamente nascosto senza rivelare la propria identità. Me lo sono immaginato non come un eroe, ma come qualcuno che in un raptus di generosità aveva fatto tutto questo e suo malgrado si era ritrovato a essere un anticonformista. Così è venuto fuori il personaggio Loris e subito dopo è nata la figura di un fratello diciottenne con un problema di identità sessuale, che in un paese dominato dall’oppressione non può che vivere nascosto.
    L’ ‘on the road’ è arrivato in seguito alla ricerca di una situazione avventurosa, che mi divertiva e nella quale si potesse sciogliere ciò che loro avevano dentro.

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    Marra racconta il ‘condominio Italia’

    Vincenzo Marra con il suo ‘L’amministratore’ apre il Festival Internazionale del Film di Roma dalla parte del MAXXI, il museo dell’arte del XXI secolo.
    Il programma della retrospettiva dedicata al talentuoso regista campano prevede la proiezione di Estranei alla massa (2002) vincitore del ”Premio Pier Paolo Pasolini”, in concorso al Festival di Locarno, Menzione Speciale della giuria al Festival di Torino, L’udienza è aperta (2006) presentato alle Giornate degli autori di Venezia e candidato al David di Donatello come miglior documentario italiano, Il grande progetto (2008) in concorso al Festival di Torino e Il gemello (2012) proiettato alle Giornate degli Autori di Venezia, Menzione Speciale ai Nastri D’Argento. Le quattro pellicole offrono uno straordinario spaccato della città di Napoli, tra luci ed ombre che Marra, napoletano doc., non ha mai smesso di raccontare senza filtri espressivi.
    Il quinto capitolo di questa analisi di Marra e’ come detto ‘L’amministratore‘, un film che parte dall’osservazione di un vero professionista, “scelto dopo averne provinati almeno100” – precisa il regista – alle prese con vari condomini e con varia umanità che vive in zone di Napoli tra di loro diversissime, dal Vomero alla Sanità.
    La macchina da presa di Marra ancora una volta ha il pregio di ‘scomparire’, per lasciare il posto alla essenza dei personaggi.
    “Questo e’ sempre una specie di sorpresa per me – racconta Marra – anche perché io giro da sempre i miei documentari con una vera e propria troupe formata da dieci dodici persone, con due o tre telecamere di quelle grandi che è difficile far scomparire. Eppure come testimoniano i protagonisti, i miei veri attori come li chiamo io, questa magia accade e loro riescono ad essere veri” .
    Questo amministratore non può essere casuale in questa poetica di Marra che racconta la genesi di questo film in maniera molto semplice: “Ero in un viaggio transoceanico di 14 ore e siccome non dormo in quelle circostanze, guardando le nuvolette ho avuto l’immagine chiara di questo personaggio. Per me raccontare Napoli e’ sempre stato un imperativo categorico fin da quando ho deciso di fare cinema. Questa storia e’ Umberto Montella, il protagonista. È uno spaccato del nostro Paese e non solo di Napoli perché tu entri in un appartamento di Posillipo, nella Napoli bene e vedi la vera miseria. Ho incontrato un esercito di persone in difficoltà che chiedeva pietà per le quote condominiali, per spese di ordinaria e straordinaria amministrazione, la bruttezza e la meschinità del genere umano per cui nei momenti di difficoltà il povero azzanna il povero… È un film che riesce a far sorridere e ridere in più punti, ma sono risate amare e spero facciano anche riflettere”.

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