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    Kit Harington sarà Guy Fawkes in una serie della Bbc

    Dalla Battaglia dei Bastardi alla Congiura delle Polveri. Sull’orizzonte professionale di Kit Harington, il Jon Snow del Trono di Spade, si profila un altro ruolo di primo piano. Il 29enne londinese sta trattando con la Bbc e la Kudos Entertainment, società di produzione di serie come Broadchurch e Humans, per recitare nel ruolo di Guy Fawkes in un drama in tre episodi che al momento porta il titolo provvisorio di Gunpowder.

    Reso celebre dalla maschera indossata dal protagonista di V for Vendetta che ne raffigurava i lineamenti Guy Fawkes fu protagonista della Congiura delle Polveri, ovvero il tentativo fallito di uccidere re Giacomo I Stuart e di far saltare in aria l’intera Camera dei Lord del Parlamento inglese. A capo di un gruppo di dissidenti Cattolici Fawkes fu scoperto con le sue botti piene di polvere da sparo e arrestato il 5 novembre del 1605. Dopo la sua condanna a morte, avvenuta pochi mesi dopo, l’Inghilterra celebra ancora ogni anno il giorno di Guy Fawkes bruciando la sua effigie in falò accompagnati da spettacoli pirotecnici.

    Harington, che ha da sempre dichiarato di volere non solo recitare ma anche scrivere e produrre serie tv, dovrebbe essere coinvolto nel progetto attraverso la sua Thriker Films. Piccola curiosità svelata dallo stesso attore: Harington è il discendente diretto di Robert Catesby, uno dei complici di Fawkes, e per molto tempo ha lavorato a una sceneggiatura sui fatti del 1605.

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    La suspense di Hitchcock in tv, è l’idea di Universal

    hitchcock

    Scrivi Alfred Hitchcock, leggi suspense. E in futuro si potrà leggere anche serie tv. Universal Cable Productions, la divisione del gruppo di NBCUniversal che si occupa delle produzioni di serie tv per i network via cavo, ha siglato un accordo con la Hitchcock Estate, il fondo che cura gli interessi degli eredi del grande regista, per produrre una serie tv ispirata alle creazioni del maestro britannico.

    A curare il progetto, che al momento ha il titolo provvisorio di Welcome to Hitchcock, sarà la Vermilion Entertainment di Chris Columbus, regista di film come Harry Potter e Mamma ho perso l’aereo. L’idea di fondo è quella di creare un telefilm antologico alla American Crime Story o Fargo, ovvero strutturato in modo che una storyline duri una stagione intera e che il cast si rinnovi di anno in anno. L’obiettivo della serie, si legge nel comunicato, sarà quello “di intrattenere gli entusiasti di Hitchcock e di appassionare una nuova generazione di fan”.

    “Nostro nonno – ha commentato Katie O’Connell-Fiala, nipote del maestro e portavoce del fondo – ha sempre collaborato con i migliori per riuscire a dare forma alla sua visione. Siamo fiduciosi che Universal Cable Productions si impegnerà al massimo per aiutarci a preservare quello che ci ha lasciato”.

    Non è stato ancora scelto lo sceneggiatore che svilupperà il progetto, né tantomeno ci sono notizie sul network che lo trasmetterà. Chris Columbus oltre a produrre dirigerà il pilota. Non è la prima volta che l’estetica di Hitchcock trova la via della tv. La serie antologica Alfred Hitchcock Presents, che fu creata e presentata dal maestro di Leytonston, andò in onda dal 1955 al ’62 su Cbs e vide lo stesso Hitchcock impegnato a dirigere 17 episodi, alcuni considerati ancora dei piccoli gioielli. La serie cambiò titolo in Alfred Hitchcock Hour e proseguì fino al ’65 su Nbc. Sempre Nbc curò poi un revival a metà degli anni 80 intitolato di nuovo Alfred Hitchcock Presents.

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    Uma Thurman nella serie My so called wife

    Secondo quanto riportato da Variety, Uma Thurman sarà tra i protagonisti della serie tv My So Called Wife. La dark comedy, prodotta dalla tv americana Bravo, segue le vicende di Maddie, che avrà il volto di Inbar Lavi, un’artista della truffa che fa innamorare uomini e donne per poi scappare dopo averli derubati, convinta che nessuno troverà mai il coraggio di denunciarla. Ma per la donna la situazione si complica quando due delle sue ultime vittime, Ezra (Rob Heaps) e Richard (Parker Young), riescono a rintracciarla proprio mentre la donna sta organizzando il suo prossimo colpo ai danni di Patrick, interpretato da Stephen Bishop.
    Alla Thurman, che torna in tv dopo la miniserie The Slap e Smash, sarà affidato il ruolo di Lenny Cohen, una sorta di leader di un gruppo di truffatori alla quale i suoi protetti si rivolgono per risolvere i problemi più svariati. Adam Brooks, produttore esecutivo della serie, ha dichiarato: “Io e Uma siamo amici da tanto tempo e sono davvero felice che dopo tanti tentativi riusciamo a lavorare insieme. Questo personaggio è stato scritto proprio pensando a lei e sono proprio curioso di sapere come Uma riuscirà a dargli vita“.

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    Jon Snow e le nuove regole, ora la fantasia domina gli Emmy

    Gli eroi e gli anti-eroi del Trono di Spade, i cloni di Orphan Black, l’hacker di Mr. Robot. Gli Emmy del 2016 sembrano parlare una lingua ben precisa, quella che affonda le sue radici nella cultura geek, fatta di draghi, di fantascienza e di computer. Sembrerà solo il frutto della moda di un momento e in parte è vero ma un’analisi più attenta ci racconta anche un’altra verità. Perché dal 1949, anno della prima assegnazione, al 2014 il fantasy e la fantascienza con gli Emmy hanno avuto un rapporto davvero freddo, tanto che una sola serie ascrivibile a queste categorie è riuscita a conquistarsi il riconoscimento più ambito. Parliamo di Lost, correva l’anno 2005. Un po’ poco se si considera che furono trascurate tante serie che pure hanno fatto la storia dell’intrattenimento popolare, da Star Trek a X-Files, da Twin Peaks a Buffy l’Ammazzavampiri. Tutte figlie di una moda e che di mode ne hanno generate, ma tra i cuori conquistati mai c’è stato quello della giuria degli Emmy, impermeabile a ogni incanto della fantasia e dei suoi mille mondi.

    La musica cambia nel 2015 però, quando Il Trono di Spade vince, a sorpresa, la sua prima statuetta nella categoria “miglior serie drammatica”, rimpolpando un bottino che in cinque (ora sei) anni di vita l’aveva vista accumulare allori solamente nelle categorie tecniche, fatto salvo il premio ottenuto da Peter Dinklage nel 2011 come miglior non protagonista (bissato pure nel 2015). La rivoluzione si completa l’anno dopo, con il bis del Trono di Spade, l’affermazione del Mr. Robot Rami Malek e della Orphan Black Tatiana Maslany.

    Questi premi, questa nuova apertura, hanno il merito di sanare non pochi torti (la Maslany nella sua Orphan Black è quasi incredibile nell’interpretare fino a una decina di personaggi diversi, che a volte cercano di farsi passare l’una per l’altra riuscendo a restare sempre riconoscibili). E hanno soprattutto un nome e un cognome, quelli di Bruce Rosenblum, oggi un onesto e immaginiamo ben pagato dipendente della Disney, che l’anno scorso, in quanto presidente dell’Academy Tv, è stato promotore di una riforma dell’Emmy che ha letteralmente cambiato la geografia delle serie più premiate.

    Non è tanto la distinzione più netta tra commedie e serie drammatiche imposta da Rosenblum a fare la differenza, quanto il nuovo meccanismo di voto che dall’edizione scorsa ha eliminato il sistema dei cosiddetti Blue Ribbon Panel, ovvero quei gruppi di una dozzina di persone che di fatto decidevano i vincitori del premio nelle varie categorie (regia, sceneggiatura, recitazione ecc.). Il meccanismo è presto spiegato. Dopo la selezione delle nomination ad opera degli oltre 19mila iscritti dell’Academy ogni singolo nominato invia quelli che vengono definiti “Tapes“, i nastri (proprio perché un tempo erano nastri), che diano prova del suo talento. Per gli attori si tratta solitamente di un episodio della serie per cui è stato nominato. Quando sono le serie ad essere giudicate vengono inviati sei episodi della stagione in corso, per permettere a tutti i giurati, anche quelli che non seguono abitualmente il telefilm, di farsi un’idea del prodotto e poi esprimere la loro classifica in ordine di preferenza.

    Ora come è logico immaginare la visione dei tapes è un’attività che prende molto tempo. Specie in un premio come l’Emmy che ha moltissime categorie. È per questo che fino alla riforma di Bruce Rosenblum venivano eletti i suddetti Blue Ribbon Panel, una cerchia ristretta di votanti che si prendeva la briga di votare per tutti E visto che il tempo era il fattore determinante i professionisti dell’Academy preferivano lasciare l’incombenza del Panel ai colleghi meno impegnati, in sostanza i più anziani. Il risultato è che nella storia degli Emmy i riconoscimenti a serie, anche rivoluzionarie, sono arrivati spesso con grande ritardo, come sanno bene i produttori dei Soprano, uno dei serial più innovativi di sempre, che dal 1999 al 2006 ha conquistato un solo Emmy come “best drama” e che si è visto preferire prodotti pur validi come The West Wing e meno validi come The Practice: professione avvocati.

    Bruce Rosenblum decide quindi di eliminare i panel e di aprire il voto a tutti gli iscritti anche nella fase finale, con un conseguente netto abbassamento dell’età media dei votanti. Teoricamente anche tutti i 19mila iscritti potranno esprimere la propria preferenza purché dimostrino di aver visto i tapes e di non avere conflitti di interesse. Adesso per vincere non bastano più i pochi voti di prima (leggenda vuole che con tre preferenze assolute, nei panel, il premio fosse assicurato) e la giuria è più variegata e più sensibile al fascino della novità.

    Come ben sanno gli interpreti e i personaggi del Trono di Spade la conquista di un regno non è cosa da poco. Oggi sul trono siedono Jon Snow, Tatiana Maslany e Rami Malek, ma il nuovo sistema voluto da Rosenblum vorrebbe anche evitare il ripetersi costante dei vincitori e una maggiore apertura a nuove tendenze e nuovi canali. Qui i risultati della riforma si sono visti solo in parte, perché Veep è stata confermata miglior commedia per il secondo anno di seguito, perché si sono ripetuti sempre nella categoria comedy anche Jeffrey Tambor e Julie Louis-Dreyfus (ed è il quinto anno di seguito per lei), perché Netflix è stato ignorato in quasi tutte le categorie principali.

    Fatto sta che ora gli Emmy sembrano un premio meno favorevole ai soliti noti e più adatto a rappresentare il mondo della tv in tutte le sue sfaccettature. La conferma di questa tesi potrebbe arrivare nella prossima edizione, dove tra i partecipanti non figurerà Game of Thrones a causa di uno slittamento produttivo che la renderà eleggibile solo per il concorso del 2018. E allora la contesa per la migliore serie drammatica potrebbe essere la più incerta e affascinante di sempre. Che sia l’ora di Stranger Things, di Westworld o di altri prodotti di genere? Non resta che aspettare e vedere

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    Crisis in Six Scenes: il trailer della serie tv di Woody Allen

    Amazon ha diffuso il trailer di Crisis in Six Scenes, la sua nuova serie tv firmata da Woody Allen. La serie farà il suo debutto il prossimo 30 settembre sulla piattaforma streaming del colosso dell’e-commerce.
    Ambientata negli anni Sessanta, la serie si compone di sei episodi, come annuncia il titolo, di mezz’ora ciascuno, durante i quali Woody Allen incontrerà vari personaggi, interpretati da Miley Cyrus, Elaine May, John Magaro, Rachel Borsnahan e tanti altri.
    Crisis in Six Scenes racconterà le vicissitudini di una famiglia della media borghesia americana messa in subbuglio dall’arrivo di un ospite inatteso. Al centro della storia, il protagonista, interpretato dallo stesso Allen, che vive con curiosità e timore l’ondata rivoluzionaria che investe la società statunitense in quegli anni.
    Vi lasciamo alle immagini del trailer in lingua originale.

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  • My Studio: debutto su Studio Universal con Claudia Gerini

    “Flashdance l’ho visto la prima volta con mia sorella e mi sono detta: ‘Voglio fare questo’. Così Claudia Gerini tiene a battesimo il primo appuntamento di MyStudio che da oggi ogni mercoledì sera alle 21.00  ci terrà compagnia su Studio Universal (Mediaset Premium DT). Il programma nasce da un evento live in cui attori, cantanti, musicisti e altre personalità del mondo dello spettacolo, cultura e scienza, intervistati dalla giornalista Claudia Catalli, racconteranno il loro film americano preferito.
    Per la Gerini è Flashdance, il film del 1983 diretto da Adrian Lynecon e diventato un cult, nonostante all’epoca la critica lo avesse bocciato senza se e senza ma. “Lo avrò visto almeno una decina di volte ed ho anche comprato il dvd a mia figlia affinché lo vedesse, io avevo più o meno la sua età quando sono andata al cinema per vederlo. – racconta l’attrice – La protagonista è una Cenerentola moderna, lei è una ‘diversa’. Il film è una piccola favola con la realizzazione di un sogno. Devo dire che il suo spirito ribelle mi ha influenzato tantissimo, questa sfida di essere un brutto anatroccolo che però grazie al talento e alla determinazione ce l’ha fatta, mi ha ispirato davvero. Un’altra cosa che mi faceva impazzire era la moda: i capelli cotonati, la felpa grigia e le scarpe rosse. La mia scena preferita era quella dell’esame di ballo, la rivalsa davanti a quella commissione di cattivissimi che la guardano malissimo ma che poi si devono ricredere”. La stessa rivalsa che Flashdance si è presa nel corso degli anni, imponendosi come simbolo per un’intera generazione di donne cresciute sulle note di What A Feeling, il brano portante del film che avrebbe vinto l’Oscar e due Golden Globes come miglior canzone.

    “Sono una persona molto fisica, mi piace ballare, ho fatto tanti anni danza che tra l’altro adesso ho ripreso. In generale lo sport ha caratterizzato molto la mia vita, ci credo tanto. – continua la Gerini parlando di sè – Ad esempio quando una volta in palestra, ho incontrato un preparatore atletico di taekwondo che mi ha mostrato delle tecniche di difesa personali, rimasi subito affascinata dalle mosse, l’agilità dei movimenti di saltare, dare calci e ricadere a terra. Da lì iniziai a prendere lezioni, ero appena diventata mamma e l’idea di non essere attaccabile e completamente indifesa mi piaceva. E’ stato un percorso lungo ma sono arrivata fino all’esame in federazione per la cintura nera. Mi ricordo che ero insieme a tutte ragazzine e io ero la ‘tardona’.
    Mi piacciono le discipline sportive,  penso che aiutino molto nel lavoro di attore”, dove devi avere un grande controllo del tuo corpo, saper stare sul palcoscenico richiede anche una certa fisicità e tra l’altro per me se sei fisicamente preparato riesci anche ad entrare più facilmente nei panni di qualcun altro”.

    Donna, madre, attrice eclettica che si divede tra cinema e teatro: Claudia Gerini è inarrestabile, vulcanica, passionale su ogni palcoscenico o set che ha avuto il piacere di accoglierla. Ha fatto di tutto, ma “se dovessi pensare a qualcosa che mi manca, a questo punto della mia carriera, credo che vorrei interpretare ruoli d’azione forti magari una poliziotta ma non mi dispiacerebbe neanche il ruolo di un personaggio storico. Ci sono anche diversi registi con i quali mi piacerebbe lavorare ad esempio con Virzì e Martone”.

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