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    Guido Lombardi, cinque al prezzo di un solo

    ‘Take five’, opera seconda coraggiosa e ben confezionata in concorso al Festival di Roma 2013, ci regala una jam session convincente di Striano, Ruocco, Paternoster, Di Vaio e Lanzetta, quest’ultimo in stato di grazia. In sala dal 2 ottobre..

    Un tempo in cinque quarti, un divertissement per virtuosi della musica jazz, questo e’ ‘take five’, almeno nell’eccezione classica del pezzo del Dave Brubeck Quartet, con il suo irregolare tempo quintuplo in cinque beat.
    Ed il sound del secondo film di Guido Lombardi e’ la prima cosa che colpisce lo spettatore, avvolgendolo nelle spire di una storia che parte in sordina, per esplodere in un crescendo avvincente.
    Cinque protagonisti, una rapina, sfondo mediterraneo e sotterraneo di una Napoli senza cartoline, che la prima volta che appare – nella sua magnificenza – in una foto, viene subito stigmatizzata da uno i protagonisti: “sta città e’ nu’ schif…”.
    Amore e odio, genio e sregolatezza, gioie e dolori di un luogo meraviglioso, popolato da un’umanità talvolta dolente, talvolta esilarante, sempre magnificamente vera.
    Questa la chiave interpretativa del cinema di Lombardi che cambia genere dopo il folgorante esordio ‘La bas’, mantenendo intatto il cordone ombelical-creativo con quel Gaetano di Vaio, produttore, attore, compagno, sodale, coscienza critica e cuore pulsante dei ‘Figli del Bronx’, vulcanica factory di nuovo cinema napoletano.
    Insieme a Di Vaio, stavolta anche attore protagonista, troviamo Salvatore Striano, Salvatore Ruocco, Carmine Paternoster e uno straordinario Peppe Lanzetta, ritrovato.
    Per chi lo avesse dimenticato infatti, Lanzetta e’ poeta, attore, maschera della napoletanita’ tragicomica che ha lavorato in teatro e poi con Martone, Sorrentino, solo per citarne alcuni, riuscendo sempre ad incidere, lasciare un segno con interpretazioni spesso di contorno.
    Questa volta Peppe e’ ‘O’ Sciomen’, delinquente di lungo corso, con una sua etica ben precisa, fisicita’ possente ed una espressività meravigliosa.
    Attorno a lui le Iene targate Vesuvio si muovono, a volte feline a volte goffe, a suon di jazz napoletano contaminato con la tradizione cinematografica de ‘I soliti ignoti’, di ‘Operazione San Gennaro‘ e dei ‘trielli’ di Leone, in un meltin pot che guarda all’Asia, all’etica dei killer yakuza di Jonny To o all’umorismo nero dei gangster di Kitano.
    Ed e’ bellissimo che una storia dal sound partenopeo si sposi con dei classici ideati e confezionati in varie parti del globo, uniti da una sola passione, quella di raccontare storie che appassionino in sala. Non manca nulla alla seconda prova di Lombardi, il coraggio, le idee, la passione, l’umorismo, il team di amici, che per sua e nostra fortuna sono tutti grandi professionisti.

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    Her: Anche questo è amore…

    Spike Jonze torna dietro la macchina da presa con una stravolgente e stravagante storia d’amore. Altra prova suprema per Phoenix.

    4stelle

    In un futuro non molto lontano, un uomo, Theodore, appena uscito da una lunga e dolorosa relazione sentimentale, s’innamora del suo sistema operativo, Samantha, un avanzatissimo Siri – per intenderci – in grado di evolvere giorno dopo giorno, grazie agli input e allo scambio di idee e informazioni con il suo “proprietario”.
    Del tutto impossibile?
    La realtà raccontata da Spike Jonze nella sua ultima incredibile pellicola, Her, incute timore e sconvolge le coscienze. Questo non tanto perché un uomo s’innamora di una macchina (la famigerata A.I., intelligenza artificiale), ma perché tratta di una realtà così incredibilmente vicina (prossima?), da far tremare sulla poltrona.
    Intenso e profondo Jonze scava nel cuore del suo protagonista, un Joaquin Phoenix in grandissima forma, portandone alla luce le debolezze, i punti di forza, i sogni e i dubbi ancora irrisolti.
    Ad entrare nella sua coscienza una voce, una donna, che riesce a regalargli la più intensa storia d’amore della sua vita.
    Jonze – che ha curato personalmente anche la sceneggiatura – avvolge il suo protagonista in una realtà confortevole, colorata, una dimensione futura nella quale vivere diventa facile e affascinante.
    Protagonista assoluto il sopracitato Phoenix, che non lascia nulla al caso, curando sotto ogni punto di vista un’interpretazione da Oscar: solo in scena per la maggior parte del tempo, l’attore di “Quando l’amore brucia l’anima” riesce a reggere i 120 minuti di film senza cedere mai, senza mai risultare pesante, noioso, ripetitivo. Il suo Theodore è più che mai vero.
    Pur non apparendo mai, Scarlett Johansson regala alla storia una componente fondamentale: la sua voce è sensuale, divertente, piena di vita. La sua presenza è costante, si sente e si percepisce.
    Jonze tocca nel profondo, emoziona e svuota gli animi: “Her” è assolutamente e a pieno titolo una storia d’amore vera e propria.
    Non mancano la gelosia, il sesso, la comprensione, le confidenze, le risate improvvise.
    Theodore non può far a meno di Samantha. E’ con lui quando si addormenta ed è con lui la mattina appena apre gli occhi.
    Anche se gli spunti di riflessione possono essere numerosi, a noi non resta che viverci questo intenso incontro di anime.

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    Fasulo: “Arrivare in sala con TIR e’ il mio vero Marco Aurelio”

    Costato 350.000 euro e premiato al Festival di Roma, il film di Alberto Fasulo arriva al pubblico con la sua storia che poggia le basi sul ‘vero’.

    Alberto cosa ti ha spinto a realizzare questo film?
    Volevo fare un in The road stando seduto… Avevo la necessita’ di raccontare questa storia umana in questa cabina di un TIR. Quattro settimane in cabina, dove si guida, mangia, dorme, si parla con la famiglia, si entra in intimità con una persona.
    Avevo ascoltato la storia vera di un camionista, ho viaggiato un po’ con lui. Non volevo tradire quella storia, quella verità e paradossalmente solo la finzione ed un attore che si fosse messo in condizione di guidare realmente un TIR, di essere assunto da una ditta e ricreare la finzione di una realtà da me osservata. Mi rendo conto che è un cortocircuito ma è andata proprio così.

    Che tipo film e’ TIR dal tuo punto di vista?
    Non è un film di denuncia, non è un’ inchiesta, non ho coperto con la tecnica di ripresa dei buchi narrativi. Ho voluto avere una libertà etica e morale rispetto ad una storia. Con il camionista con cui ho viaggiato un anno ci dicevamo, ma a cosa serve questo film? Non cambierà le sorti dei camionisti, non farà luce sul mercato, sulla crisi… Si, però convenivamo, almeno avremo raccontato una storia come realmente e’.

    Qualche camionista vero lo ha visto TIR?
    Ma certo che si… Ed il protagonista della vera storia che racconto con Branko ha riso per tutto il film; certo in qualche punto con i colleghi con cui lo ha visto si è anche un po’ commosso. Il punto e’ che quella storia e’ vera. Ricreata con il mio attore protagonista, ma è una storia, che è il simbolo di cento altre storie.

    Come mai hai scelto un attore e non il vero camionista che hai seguito per preparare il tuo film?
    Guarda, avevo montato 10 minuti con il vero protagonista ma non sono andato avanti perché un giorno alle 5 di mattina in Olanda mi disse: “Alberto io tra 2 anni smetto e questi 18 anni in cabina li metto in un sacco nero e tornando a casa finalmente li butto fuori dalla macchina e ricomincio a vivere…”. Che altro potevo ribattere…?

    Che luogo e’ il nordest che racconti?
    Il nordest per me e’ il luogo della nascita, la mia terra. Questa e’ una storia dell’Italia vista dal nordest della crisi. Un trasportatore italiano costa 150 volte più di uno sloveno, più di 250 volte di un rumeno, con questi dati si capisce la crisi del settore e delle famiglie che stanno dietro l’uomo che sta in cabina.

    C’è bisogno di una presa diretta sulla realtà?
    Quando mi hanno detto che avevamo vinto Roma non ci credevo… Pensavo ad un premio all’attore… Il residente di giuria mi ha detto che per lui e’ stato un colpo al cuore. Mi ha chiesto di tutto sulla realizzazione, sulla produzione ecc.

    E’ cambiata la tua vita di regista?
    Mah no credo, solo che mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi, sta girando in tantissimi festival internazionali dove divide ma se piace emoziona…
    Arrivare alla sala e’ il vero successo del Marco Aurelio del Festival di Roma. Certo non sono le 1000 copie di Zalone, ma sono film diversi.

    Su cosa stai lavorando dopo TIR?
    Sto lavorando a ‘Un giorno ogni 15′, un film su un gruppo di genitori che da sedici anni si incontra ogni due settimane per parlare dei propri figli diversamente abili.
    Li’ ho imparato che loro considerano il loro mondo come una famiglia allargata dove non solo il singolo diversamente abile e’ tale, ma tutto il gruppo si interroga sulle dinamiche per superarle insieme. Sono due anni che lavoriamo insieme al gruppo ed ho conquistato la loro fiducia, ora mi appresto al montaggio.

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    Dallas Buyers Club: Gli uomini possono fare la differenza

    Dallas Buyers Club e’ una pellicola densa e immensa. La coppia McConaughey-Leto sorprende con due interpretazioni da Oscar. Lode. 

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    Quando un attore riesce ad entrare nel suo personaggio con la mente, con il cuore e con il corpo, allora – solo allora – possiamo dire di avere di fronte un’interpretazione rasente la perfezione, una performance che sicuramente lascerà il segno.
    Guardando Matthew McConaughey in Dallas Buyers Club non si hanno di certo dubbi: l’affascinante attore texano stupisce il pubblico, regalando un’interpretazione immensa.
    Il suo nome è la prima cosa che viene in mente, la prima cosa di cui parlare, da raccontare e commentare. I preamboli e le premesse, anche se dovute, sono inutili: il lavoro compiuto da McConaughey è viscerale, attento, introspettivo. Non parliamo soltanto del forzato dimagrimento al quale si è dovuto sottoporre, ma soprattutto della sua espressione, dei suoi movimenti, di quella strana ‘luce nei suoi occhi’.
    Ma andiamo per ordine. Per comprendere in pieno la sua interpretazione ed il film nel suo complesso, è necessario fare un passo indietro, tornare alla storia e al regista.
    “Dallas Buyers Club” racconta le vicende reali di Ron, un texano omofobo, elettricista e con una grande passione per i rodei, che nel 1985 – a 35 anni – scopre di essere sieropositivo. Ron capisce sulla sua pelle che l’HIV non è la malattia dei ‘froci e delle checche’ – così come banalmente si pensava – ma un virus al quale tutti sono esposti, indipendentemente dai gusti sessuali.
    Ron intraprende una battaglia per l’utilizzo di cure alternative, una battaglia contro i pregiudizi e il monopolio economico delle case farmaceutiche americane.
    La sua storia è arrivata a noi grazie all’impegno dello sceneggiatore Craig Borten, che ha conosciuto personalmente Ron e che ha lottato vent’anni per arrivare alla conclusione del suo progetto, lavorando duramente sulla ricostruzione storica e sulla sceneggiatura (risultato eccellente). Lo script, al quale Borten ha lavorato insieme alla sceneggiatrice Melisa Wallack, è approdato sul grande schermo per merito di Jean-Marc Valée, che ha fatto miracoli con un budget limitatissimo e in soli 25 giorni di riprese.
    McConaughey arriva nella parte finale del cammino intrapreso dalla coppia Borten-Valée e nel rispetto di quello che era il suo modello di partenza – Ron in persona – ne incarna la cultura, lo slang e i movimenti. Il belloccio di Hollywood l’ha fatta ‘sotto i baffi’ a tutti i suoi colleghi, tranne uno.
    Difficile non indovinare. Impegnato tra la musica e la regia, Jared Leto torna con gioia sul grande schermo. Quasi irriconoscibile nelle scene iniziali del film, il ‘suo’ Royan – un transessuale malato di HIV – è vero, vivo, lontano anni luce dal rischio di un’interpretazione caricaturale. Se si volesse usare una vecchia e blasonata espressione, sarebbe il caso di dire: buca lo schermo.
    Entrambi –  McConaughey e Leto – danno vita a due personaggi per così dire forti, in fin di vita, prosciugati dalla malattia, dall’alcol e dalle droghe, ed entrambi hanno lavorato in maniera maniacale sul proprio corpo, sottoponendosi a difficili prove fisiche. Ma non è tutto.
    La verità è che se fosse mancata anche solo un pizzico di quella professionalità innata, di quella dedizione allo studio e di quel coraggio, oggi non avremmo avuto ne’ Ron, ne’ Royan.
    Parlando del cast non possiamo dimenticare di menzionare la brava e convincente Jennifer Garner, che pur non avendo un ruolo dello stesso spessore dei suoi colleghi, riesce a mantenere alta la media della pellicola.
    L’ultima nota va sicuramente al regista: il grande merito di Jean-Marc Vallée è stato sicuramente quello di non buttare sul tavolo il jolly della commozione – considerando il tema, sarebbe stata una tentazione  plausibile – ma di costruire la storia rispettando il carattere ‘fumantino’ del suo protagonista, i suoi colpi di genio e la sua spavalderia.
    Bando a tutti gli effetti speciali possibili, agli occhiali 3D e ai budget da milioni e milioni di dollari, per una volta – questa – sono finalmente gli uomini, quelli narrati e quelli reali, a fare la differenza.

     

    Silvia Marinucci

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    Festival Internazionale del Film di Roma 2013: trionfa TIR

    Finale a sorpresa per  l’XVIII edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, trionfa – “inaspettatamente” – l’italiano TIR, opera seconda del friulano Alberto Fasulo.

    Al contrario di quello che si pensava – una vittoria quasi scontata di Her di Spike Jonze – vince il Marc’Aurelio d’Oro, un’opera quasi sociologica sulle difficoltà di uomo costretto ad anninetare la  propria vita personale per potersi mantenere un lavoro.
    Il Premio della Regia va, invece, alla pellicola di 60 minuti Sebunsu kodo, diretta da Kiyoshi Kurosawa, assente purtroppo alla cerimonia di Premiazione.
    Grandi assenti anche il Miglior Attore, lo straordinario Matthew McConaughey per l’interpretazione di Dallas Buyers Club, e la Migliore Attrice, Scarlett Johansson, che ricordiamo ha incantato con la sua voce gli spettaori di Her.

    Verdetto direttamente discordante quello della critica online, che ha premiato con il Mouse D’Oro per il Miglior Film in Concorso Her e con il Mouse d’Argento per il Miglior Film Fuori Concorso Snowpiercer di Joo-ho Bong.

    TUTTI I PREMI:

    CONCORSO

    – Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film: Tir di Alberto Fasulo

    – Premio per la migliore regia: Kiyoshi Kurosawa per Sebunsu kodo (Seventh Code)

    – Premio Speciale della Giuria: Quod Erat Demonstrandum di Andrei Gruzsniczk

    – Premio per la migliore interpretazione maschile: Matthew McConaughey per Dallas Buyers Club

    – Premio per la migliore interpretazione femminile: Scarlett Johanssoin per Her

    – Premio a un giovane attore o attrice emergente: tutto il cast di Gass (Acrd)

    – Premio per il migliore contributo tecnico: Koichi Takahashi per Sebunsu kodo (Seventh Code)

    – Premio per la migliore sceneggiatura: Tayfun Pirselimoğlu per Ben o değilim (I Am Not Him)

    – Menzione specialeCui Jian per Lanse gutou (Blue Sky Bones)

     

    CINEMAXXI

    – Premio CinemaXXI per il miglior film (riservato ai lungometraggi): Nepal Forever di Aliona Polunina

    – Premio Speciale della Giuria CinemaXXI (riservato ai lungometraggi):Birmingemskij ornament 2 (Birmingham Ornament 2) di Andrey Silvestrov e Yury Leiderman

    – Premio CinemaXXI film brevi: Der Unfertige (The Incomplete) di Jan Soldat

    – Menzione Speciale CinemaXXI cinema breve: The Buried Alive Videos di Roee Rosen

     

    PROSPETTIVE DOC ITALIA

    – Premio Doc It – Prospettive Italia Doc per il Migliore Documentario italianoDal profondo di Valentina Pedicini

    – Menzione Speciale: Fuoristrada di Elisa Amoruso

     

    MIGLIORE OPERA PRIMA/SECONDA

    – Premio Taodue Camera d’Oro per la Migliore Opera Prima/SecondaOut of the Furnace di Scott Cooper

    – Premio Taodue Miglior produttore emergenteJean Denis Le Dinahete Sébastien Msikaper Il sud è niente

     

    PREMIO BNL DEL PUBBLICO PER IL MIGLIOR FILM

    – Premio BNL del Pubblico per il miglior filmDallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée

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    En Solitaire: Vittorie condivise

    Una convincente opera prima. Ad aiutare l’esordiente regista un attore del calibro di Cluzet (Quasi amici). 

    3stelle

    Un regista alla sua opera prima, un attore di grande livello e la bellezza dei panorami naturali.
    Sono queste le componenti predominanti di una pellicola convincente come En Solitaire di Christophe Offenstein. Girato per gran parte in acqua, su una barca da regata, la pellicola poggia la sua struttura sulle spalle dell’attore francese François Cluzet, famosissimo in Patria e noto al pubblico internazionale per l’interpretazione straordinaria del paraplegico di Quasi amici.
    Cluzet non è mai scontato ed ama mettersi alla prova: non a caso in questa pellicola interpreta il ruolo di un esperto skipper di regate. I movimenti sulla barca a vela sono studiati e precisi, l’attore francese ammaina le vele, tira le corde e scivola da una parte all’altra con una sorprendente disinvoltura.
    Attore – bravo – a parte, En Solitaire è una straordinaria avventura a barca a vela, attraverso le tempeste e le meraviglie degli oceani, e i tramonti sul mare.
    L’estetica è coadiuvata dalla sostanza: la pellicola dell’esordiente regista – con alle spalle una lunga carriera come ‘primo assistente’ – affronta l’importante tematica sociale degli sbarchi clandestini, più che mai alla ribalta delle cronache italiane proprio in questo periodo.
    Cluzet, in corsa per il primo posto di una regata internazionale attraverso il giro del mondo, si ritrova inavvertitamente un clandestino a bordo, un ragazzo diciassettenne che sogna Parigi.
    Cosa deve fare? Abbandonarlo sulla prima riva o aiutarlo?
    Nonostante siano i buoni sentimenti a farla da padrone, En Solitaire riesce a portare sul grande schermo una storia più che mai piacevole, scorrevole e commovente.
    E’ davvero possibile un mondo diverso? E’ davvero possibile aprirsi e sacrificarsi per gli altri?
    Offenstein ci fa ben sperare, offrendoci una possibilità.
    Cosa avremmo fatto al suo posto? Pensate gente, pensate.

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    La luna su Torino: Ferrario torna a filmare la sua città

    Tre anime sul filo del 45° parallelo Nord, quello che attraversa la città tanto cara al regista di ‘Dopo mezzanotte’. Presentata al Festival di Roma una pellicola che riesce a parlare di crisi raccontando l’amore.

    3stelle
    La luna su Torino
    osserva il 45° parallelo NORD a Torino, lo stesso che – percorso sempre dritto – arriva dritto in Mongolia. Scruta nelle vite di tre animi diversi ma affini Davide Ferrario, che torna a filmare la sua città preferita con un gusto dell’immagine, un amore per i suoi personaggi, per i luoghi in cui si muovono. Due uomini, una donna, una splendida dimora e discorsi che, tra il serio ed il faceto, cadono sempre sull’amore. È un film quello di Ferrario che a modo suo si occupa anche della crisi che ci riguarda proprio tutti. Ma si tratta di una crisi dei sentimenti, un’apatia del cuore che non era stata osservata in questi termini fin ora e che invece una commedia sofisticata ed intrigante riesce a rendere anche negli aspetti più drammatici.
    Un erede colto e nullafacente, un giovanotto di belle speranze, una commessa di agenzia di viaggio annoiata… Si muovono tutti sullo sfondo di una città affascinante come Torino, accogliente e fredda, moderna ma con un indiscutibile fascino antico, tranquilla eppure inquietante, con i suoi rimandi esoterici e con quel 45° parallelo NORD, che la attraversa, su cui i protagonisti di Ferrario corrono come su un filo teso tra due estremi, reso fortemente instabile dai tempi bui che stiamo vivendo.
    Li osserva distaccati la luna, una città sempre vigile anche quando sembra distratta, il buon Leopardi, un personaggio non accreditato della pellicola, ed infine un topolino di campagna, un’allegoria, una metafora di come gli occhi dell’infinitamente piccino possano essere lucidissimi nell’osservare vizi e virtù di tre generazioni senza una direzione.

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    Il mondo fino in fondo: road movie per Marinelli e Scicchitano

    Due fratelli, un folle viaggio dalla provincia del Nord Italia verso i ghiacciai della Patagonia. Un film itinerante girato tra Carmagnola, Torino e i paesaggi di un Cile spietato e rivelatore. L’esordio alla regia di Alessandro Lunardelli “Il mondo fino in fondo” (Fuori concorso nella sezione parallela del Festival Internazionale del Film di Roma, Alice nella Città), passa da un road movie: commedia avventurosa e dramma familiare insieme, sulle orme di due fratelli, Davide e Loris, che portano il proprio irrisolto e non detto fino ai ghiacciai della Patagonia dove tutto si scioglierà in un silenzio rivelatore.
    La coppia Luca Marinelli e Filippo Scicchitano detta ritmi e tempi del film, si sorprende, si azzuffa e si scopre messa a dura prova da mesi in giro per il mondo, passando da un set all’altro, dove come racconta Marinelli “la sorpresa dei personaggi è stata anche la nostra, perché c’erano dei paesaggi pazzeschi, cose che stanno lì da migliaia di anni come il ghiacciaio, gli animali. Non era semplice girare arroccati su dei Pick-up, era la prima volta che facevo un film del genere; c’era polvere, terra, freddo, si cambiava stagione da un momento all’altro”.
    Un viaggio e una scoperta quotidiana per tutti, a partire dal regista: “Cambiavamo set tutti i giorni e ci spostavamo dove non si poteva neanche dormire tutti nello stesso posto, per cui le ore di girato sul set si riducevano molto. Era tutto una scoperta giorno per giorno”.

    Come nasce l’idea di un ‘on the road’?
    Volevo fare un film sulla storia di due fratelli legati da un sentimento di protezione reciproca, ma divisi anche da qualcosa di insormontabile. Devono liberarsi da alcuni sensi di colpa molto forti e volevo che questo racconto avesse anche un certo grado di suggestione: potevamo rinchiuderli in uno sgabuzzino della fabbrica dove affrontare il problema della non comunicazione oppure lanciarli in un viaggio avventuroso ‘on the road’ dove la fuga di uno si trasformasse nel viaggio di tutti e due e dove entrambi si potessero trovare senza rete, perdendo tutto ciò che fino a quel momento gli aveva dato un’identità.

    È stata una produzione molto faticosa …
    All’idea di girare in un paese straniero la produzione ha un po’ drizzato i capelli, ma nello stesso tempo ha pensato potesse essere un progetto valido da proporre anche fuori dall’Italia. Sono stato mesi da solo a girare in Cile, che non avevo però l’ambizione di raccontare: volevo solo conoscere e raccogliere più storie possibili. La prima volta che sono arrivato lì è stato tremenda, ma in senso positivo, perché c’è un senso di sperdimento incredibile. Filippo e Luca sono arrivati solo in un secondo momento e ho cercato di non raccontargli molto, perché trovassero e provassero le stesse mie sensazioni.

    Come hai trovato il tono giusto per raccontare una storia d’amore omosessuale in un paese come l’Italia dove per molti l’omesessualità è ancora un tabù?
    Il film è anche una storia d’amore che richiede un gesto improvviso e folle: quello di abbandonare tutto e fuggire. Ho cercato di affrontare questo tema nel modo più onesto e sensibile. Mi piaceva come succede nel film l’idea che Davide si gettasse nelle braccia di uno sconosciuto non tanto per la forza dell’innamoramento che prova, ma perché intravede in lui la prospettiva di un futuro diverso in un posto che non sia il paese da cui proviene. Il personaggio è anche vittima del gioco seduttivo di Andy, mi piaceva farlo calare in un ambiente dove i suoi coetanei erano più avanti di lui e nel quale Davide cerca però di immergersi con ingenuità.

    L’idea del film parte come un ‘on the road’ o è una storia d’amore attraverso la quale raccontare l’ ‘on the road’?

    Nasce da piccoli spunti autobiografici e dall’idea di raccontare sentimenti e passioni all’interno di un conflitto quasi generazionale, tra due fratelli. All’inizio non doveva essere un progetto ‘on the road’, sono nati prima i due personaggi; sono partito da un fatto di cronaca, dalla storia di un imprenditore del bresciano che nel 2010 aveva pagato le rette della mensa alle famiglie che non potevano permetterselo. Mi colpì quanto il paese si fosse indignato e il fatto che per sopravvivenza quest’uomo fosse rimasto praticamente nascosto senza rivelare la propria identità. Me lo sono immaginato non come un eroe, ma come qualcuno che in un raptus di generosità aveva fatto tutto questo e suo malgrado si era ritrovato a essere un anticonformista. Così è venuto fuori il personaggio Loris e subito dopo è nata la figura di un fratello diciottenne con un problema di identità sessuale, che in un paese dominato dall’oppressione non può che vivere nascosto.
    L’ ‘on the road’ è arrivato in seguito alla ricerca di una situazione avventurosa, che mi divertiva e nella quale si potesse sciogliere ciò che loro avevano dentro.

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    Marra racconta il ‘condominio Italia’

    Vincenzo Marra con il suo ‘L’amministratore’ apre il Festival Internazionale del Film di Roma dalla parte del MAXXI, il museo dell’arte del XXI secolo.
    Il programma della retrospettiva dedicata al talentuoso regista campano prevede la proiezione di Estranei alla massa (2002) vincitore del ”Premio Pier Paolo Pasolini”, in concorso al Festival di Locarno, Menzione Speciale della giuria al Festival di Torino, L’udienza è aperta (2006) presentato alle Giornate degli autori di Venezia e candidato al David di Donatello come miglior documentario italiano, Il grande progetto (2008) in concorso al Festival di Torino e Il gemello (2012) proiettato alle Giornate degli Autori di Venezia, Menzione Speciale ai Nastri D’Argento. Le quattro pellicole offrono uno straordinario spaccato della città di Napoli, tra luci ed ombre che Marra, napoletano doc., non ha mai smesso di raccontare senza filtri espressivi.
    Il quinto capitolo di questa analisi di Marra e’ come detto ‘L’amministratore‘, un film che parte dall’osservazione di un vero professionista, “scelto dopo averne provinati almeno100” – precisa il regista – alle prese con vari condomini e con varia umanità che vive in zone di Napoli tra di loro diversissime, dal Vomero alla Sanità.
    La macchina da presa di Marra ancora una volta ha il pregio di ‘scomparire’, per lasciare il posto alla essenza dei personaggi.
    “Questo e’ sempre una specie di sorpresa per me – racconta Marra – anche perché io giro da sempre i miei documentari con una vera e propria troupe formata da dieci dodici persone, con due o tre telecamere di quelle grandi che è difficile far scomparire. Eppure come testimoniano i protagonisti, i miei veri attori come li chiamo io, questa magia accade e loro riescono ad essere veri” .
    Questo amministratore non può essere casuale in questa poetica di Marra che racconta la genesi di questo film in maniera molto semplice: “Ero in un viaggio transoceanico di 14 ore e siccome non dormo in quelle circostanze, guardando le nuvolette ho avuto l’immagine chiara di questo personaggio. Per me raccontare Napoli e’ sempre stato un imperativo categorico fin da quando ho deciso di fare cinema. Questa storia e’ Umberto Montella, il protagonista. È uno spaccato del nostro Paese e non solo di Napoli perché tu entri in un appartamento di Posillipo, nella Napoli bene e vedi la vera miseria. Ho incontrato un esercito di persone in difficoltà che chiedeva pietà per le quote condominiali, per spese di ordinaria e straordinaria amministrazione, la bruttezza e la meschinità del genere umano per cui nei momenti di difficoltà il povero azzanna il povero… È un film che riesce a far sorridere e ridere in più punti, ma sono risate amare e spero facciano anche riflettere”.

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    L’ultima ruota del carro, Elio Germano con l’Italia sulle spalle

    Il film di Giovanni Veronesi apre il festival di Roma con una storia dall’ampia respiro. Si tratta di uno spaccato del nostro Paese, osservato con gli occhi di un omino piccino, con il suo camion, la sua mogliettina e…

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    La storia di un piccolo uomo in primo piano, con la Storia del nostro Paese che gli scorre accanto, incrociando piccoli grandi eventi quotidiani con fatti e situazioni che hanno segnato decenni, generazioni. Dall’urlo di Tardelli al Mundial ’82 al ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, passando per le monetine lanciate a Craxi fino ai manifesti 6×6 di Silvio Berlusconi. Il tutto osservato attraverso lo sguardo, ora ingenuo ora disincantato, di un omino che fin da piccolo e’ – o almeno si sente – l’ultima ruota del carro…
    Giovanni Veronesi, maestro della commedia elegante, figlia della grande tradizione all’italiana, si cimenta con la Storia Patria, interpreta e racconta a modo suo le vicende realmente accadute di un suo collaboratore, Ernestino, che un giorno in autostrada gli disse: “sai che sono stato cuoco d’asilo?”.
    Occasione ghiottissima per chi, come il regista toscano, è abituato ad osservare uomini per interpretare la nostra società. E allora e’ naturale che il delicato compito di potare sulle spalle la storia di Ernestino – e di molti italiani come lui – cada su Elio Germano, le cui versatili corde poggiano salde tra commedia e dramma.
    Lo vediamo giovane ed ingenuo, molto maturo e stanco ma mai chino; accanto a lui la compagna di una vita, interpretata da Alessandra Mastronardi, nel ruolo di una donna che è contrappunto ideale del suo uomo, in una coppia inossidabile che crea subito empatia.
    Il film apre fuori competizione il Festival di Roma per approdare subito dopo in sala. Il competitor più vicino e’ la commedia di Zalone, la corazzata campione d’incassi, il ciclone della risata liberatoria ed un po’ facile.
    Di semplice, immediato e rassicurante il vissuto di Ernestino, l’ultima ruota del carro raccontata da Veronesi, non ha nulla. Forse e’ proprio per questo che fa molta simpatia.

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