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    The disappearance of Eleanor Rigby: Quando l’amore non basta

    Presentate al Torino Film Festiva le versioni integrali separate (Lui e Lei) del film già passato a Cannes e Toronto.

    Ci sono voluti parecchi anni per realizzare questo film. Anni di scrittura e riscrittura, di persuasione e ricerca finanziamenti, di lavoro con gli attori e public relations portate avanti principalmente da Jessica Chastain, cara amica del regista Ned Benson, produttrice e protagonista del memorabile The disappearance of Eleanor Rigby. Titolo che richiama un altro titolo, e la citazione esplicita dei Beatles non è casuale. Titolo che vanta almeno tre sottotitoli: Lei, lui (nel film James McAvoy), Loro. Inizialmente infatti si trattava di un dittico, ideato proprio per raccontare l’amore, la perdita e le disastrose conseguenze dei moti emotivi umani da entrambi i punti di vista, maschile e femminile. Versione presentata al Toronto Film Festival e reinventata poi per Cannes, dove è stata proiettata la crasi dei due film, un’ottima pellicola (Loro) capace di mantenere un equilibrio narrativo rispettoso di entrambe le prospettive. Ciò detto, invitiamo tutti a vedere anche le versioni integrali separate (Lui e Lei), appena presentate al Torino Film Festival.
    Jessica Chastain interpreta con grazia e struggente visceralità una donna che sopravvive a un grave lutto che segnerà per sempre non solo la sua vita ma anche la sua storia d’amore. Un amore di quelli folli, che ti fa perdere la cognizione del tempo e ti spinge a compiere pazzie. Ma l’amore non basta, neanche quando è così forte da non lasciarsi mai dimenticare. Non basta, soprattutto, se c’è di mezzo un lutto gravissimo e se ogni sguardo riporta a galla un ricordo che è ferita impossibile da rimarginare. Benson firma una coraggiosa pellicola indipendente, che grazie a una sapiente scrittura con dialoghi tutt’altro che cartacei e personaggi descritti e scandagliati a fondo, ma grazie anche a interpretazioni di spessore (oltre agli eccellenti protagonisti, nel cast spiccano Viola Davis e Isabelle Huppert nei panni di una mamma europea enofila), riesce nell’intento di scandagliare le pieghe emotive dell’animo umano e raccontare cosa resta di una relazione vissuta intensamente. Come si reagisce all’assenza, come ci si confronta  col passato, come si riesce a crescere e andare avanti, insieme o da soli. La perdita e la difficile riappropriazione del proprio equilibrio, il divampare di un sentimento che brucia anche quando diventa cenere, le parole non dette, i silenzi che pesano. E il tempo che, indifferente alle (dis)avventure esistenziali dei protagonisti, continua imperterrito a passare.
    Ricorda da vicino la trilogia sentimentale firmata Richard Linklater, questo film, ma l’approccio narrativo è più maturo e la struttura meno ripetitiva: non solo dialoghi, ma sguardi e silenzi che spesso raccontano meglio e di più l’inevitabile incomunicabilità in cui si finisce quando l’amore se ne va. Ma, come insegna Pirandello, la vita non conclude, se conclude è finita. E se non conclude, allora c’è sempre almeno un’altra chance, nascosta magari dietro l’angolo di un parco qualunque dove due anime si ritrovano rincorrono, a dimostrare che chi si ama, o si è amato veramente, in fondo, malgrado tutto, non si perde mai.

    Claudia Catalli

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    TFF32: Infinitely Polar Bear, Mark Ruffalo commuove il festival

    Ironico racconto di vita con un Mark Ruffalo geniale e sregolato.  Si ride e ci sommuove nel debutto alla regia di Maya Forbes, sceneggiatrice di Mostri contro alieni. Un piccolo film che incanta il festival di Torino dopo aver strappato applausi a Toronto e al Sundance.

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    Una umanità folle e disperata, una famiglia che non offre hollywoodiane consolazioni, un mondo dove adulti e bambini imparano a prendersi cura l’uno dell’altro con un ironico e irriverente capovolgimento di ruoli. Una commedia che arriva dritta dall’infanzia di chi l’ha scritta e diretta, Maya Forbes, e un titolo , Teneramente folle, che soprattutto nell’originale Infinitely Polar Bear, la dice lunga sul protagonista: Cam Stuart (Mark Ruffalo), un padre maniaco depressivo con disturbi bipolari che nella New England di fine anni ’70 cercherà di rimettere in piedi la propria vita e riconquistare sua moglie Maggie (Zoe Saldana) accettando di badare alle figlie, Amelia e Faith, nei due anni che la terranno lontano da casa per seguire un Mba alla Columbia University di New York. Cam lo farà a modo suo secondo le proprie regole da outsider perché non è certo un padre come gli altri: iperattivo aggiusta tutto, bipolare che al litio preferisce lattine di birre e sigarette,  un mammo d’altri tempi che cucina deliziose crepes alla cannella, cuce improbabili gonne da flamenco per le proprie figlie e si avventura in improbabili picnic nella campagna americana a caccia di funghi.

    Genio e sregolatezza in un personaggio che trova in Ruffalo il suo naturale interprete, che per tutta la durata del film si fa autore di una performance incredibilmente onesta e profondamente umana, capace di tratteggiare tutte le sfumature di un carattere così complesso, una combinazione esplosiva di ironia e commozione. E prima che il suo personalissimo ‘romanzo’ di formazione e quella di un’intera famiglia si compia, ci vorranno folli corse, un’infinita serie di errori, disastrosi tentativi di rimettere insieme i pezzi e imbarazzanti siparietti. In barba a convenzionali metodi educativi che Cam non cerca o semplicemente ignora in quella zona grigia dove grandi e piccini finiscono per salvarsi a vicenda, protagonisti di un rapporto che li mette alla pari.
    Teneramente folle è un cortocircuito di emozioni, un piccolo grande racconto di vita sospeso tra l’adulta irriverenza delle due piccole protagoniste (Ashley Aufderheide e Imogene Wolodarsky) e la sconfinata tenerezza del volto clownesco di Ruffalo sul finale.

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    TFF32: la ‘seconda chance’ di Susanne Bier

    Presentato in anteprima al Festival di Torino, il nuovo film della regista Premio Oscar con “In un mondo migliore”, spiazza il pubblico con un dramma che si tinge di svolte thriller.

    Due famiglie diverse, due mondi opposti, due storie di madri e figli, dove il confine tra il bene e il male si assottiglia, fino a generare nello spettatore un inevitabile senso di spaesamento. “A second chance” di Susanne Bier, premio Oscar per In un mondo migliore, arriva al Festival di Torino nella sezione Festa Mobile e spiazza il pubblico con una storia condita da elementi thriller, dove nulla è come sembra. Il film arriverà nelle sale italiane distribuito da Teodora Film.

    Ha scritto la sceneggiatura ancora una volta insieme a Anders Thomas Jensen. Avevate in mente questa storia sin dall’inizio?
    Non partiamo mai dicendoci i temi che tratteremo in un film, il punto di partenza può essere un personaggio che ci coinvolge, un’immagine o una scena che ci incuriosisce. In questo caso Anders è partito dall’immagine di una persona che salva un neonato da una situazione in cui non è accudito come dovrebbe. Era intrigante; in quel periodo inoltre leggemmo del caso di un bambino morto in Gran Bretagna, solo perché i servizi sociali non erano mai riusciti a sottrarlo ai maltrattamenti dei genitori pur avendolo visitato più e più volte. Ci siamo quindi informati sull’argomento e su queste basi abbiamo costruito la storia di “A second chance”.

    Mette a confronto due situazioni, due famiglie l’una l’opposto dell’altra…

    Lo abbiamo fatto in modo molto chiaro al fine di mescolare le carte della chiarezza. Le situazioni sono speculari, si parla di due famiglie in due contesti sociali differenti. Man mano però che la trama si dipana, ci si rende conto che in fondo questi due mondi non sono così diversi. Volevamo mettere lo spettatore in una condizione di smarrimento rimescolando le carte e creando uno spaesamento; non so se la sensazione che proviamo sia di ritenerli colpevoli entrambi, forse è evidente nel caso della famiglia di tossicodipendenti, ma nell’altro caso non identifichiamo una colpa o una responsabilità, piuttosto abbiamo la sensazione che non stiano rivelando tutto, siamo incantati da questa coppia ma le cose non stanno come sembrano.

    Nulla é rivelato, come anche la motivazioni che porteranno una delle protagoniste al gesto estremo del suicidio …
    Anna è una persona davvero molto infelice e con una gran paura di se stessa. Non è cattiva, non conosciamo fino in fondo le sue ragioni e forse non ce n’è una sola; penso che una persona con una sofferenza emotiva tale abbia probabilmente diversi fattori che la spingono a quel gesto e non uno soltanto.

    Qual è la seconda chance del titolo?
    Quasi tutti i personaggi del film hanno una seconda possibilità: Andreas, il protagonista, che fa qualcosa di completamente sbagliato per guadagnarsela; il suo collega Simon che sta distruggendo la propria vita e non trova la forza di rimettersi in sesto; Sanne che all’inizio del film è una donna coinvolta da una relazione disfunzionale.
    Spesso le seconde chance ci vengono offerte, solo non riusciamo a vederle.

    Cosa rappresenta nel suo percorso professionale un film con dei risvolti da thriller?
    Non credo che “A second chance” sia un thriller, è piuttosto una storia drammatica che si inserisce perfettamente nel percorso fatto fino ad ora; ha certamente alcuni elementi del thriller, ma come succedeva già nel mio precedente film “In un mondo migliore”. Ogni opera ha uno spazio sconosciuto in cui l’artista si diverte a dare sfogo alla propria creatività, a diversificarsi e spaziare; diversamente sarebbe noioso anche per lo spettatore.

    E il cinema danese? Qual è il suo stato di salute?
    Credo sia molto buono, perché proporzionalmente il pubblico danese che guarda i film in sala è molto elevato grazie al rapporto sano che si è creato tra registi e sceneggiatori. La tradizione europea di cinema d’autore crea spesso invece il pericolo di alienare lo spettatore in sala, perché alcuni film risultano troppo alternativi; in tv al contrario sono stati fatti molti sforzi creativi per creare sceneggiature interessanti per il pubblico. Se l’Europa vorrà affrontare questa problematica dovrà lavorare molto su questo rapporto tra registi e sceneggiatori.
    In questo ultimo anno ho visto molti film europei; l’essenza del cinema è la possibilità di trovare un suo pubblico: più velocemente avviene questo scambio, prima si stimola un dialogo per mettere in discussione certe cose, più sano diventerà lo stato di salute del cinema. Il pericolo in Europa è dovuto invece all’assenza di questo dibattito.

    Qualcuno disse anni fa che il cinema italiano è morto dal momento in cui gli sceneggiatori hanno smesso di prendere l’autobus. Lei lo continua a prendere?
    C’è qualcosa di profondamente vero in questa metafora: quando gli autori, gli attori o i registi smettono di avere una vita allora diventa difficile fare cinema o essere credibili nel farlo. Non prendo l’autobus, ma credo di avere una vita comune, non sono così distante dalla normalità, se non si sa quanto costa un litro di latte non vedo come si posa interagire con il pubblico.
    È sempre importante mantenere la consapevolezza di avere dei privilegi e che la tua vita non è come quella degli altri.

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    Qui: Paradigma di un “Paese in bilico tra Rosa Luxemburg e la birreria di Monaco”

    Il regista de La nostra classe accende il Festival di Torino con il suo documentario partigiano sulla ventennale questione della Tav Torino-Lione. E la Val di Susa diventa specchio di un intero Paese.

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    Non ci sono eroi, né bandiere, né etichette, non c’è spazio per le spiegazioni tecniche e neppure per le prediche politiche. ‘Qui’ nella Val di Susa di Daniele Gaglianone c’è tempo solo per ascoltare storie, dare voce ai silenzi e raccontare la lotta che da venticinque anni uomini e donne, anziani e ragazzi, anarchici e cattolici portano avanti contro il progetto della Tav Torino-Lione.
    Il regista de La nostra classe segue dieci attivisti del movimento No Tav, nella loro quotidiana battaglia contro un’opera imposta e un sistema che questa valle l’ha sbeffeggiata, devastata e violentata in ogni modo.
    Dieci cittadini qualsiasi che dei black bloc o dell’ ‘ala violenta’ del movimento tanto invocata dai media e additata dai politicanti hanno davvero ben poco: dal sindaco di Venaus allo speaker di Radio Blackout, dall’infermiera all’ex carabiniere in congedo, dall’anziana proprietaria di una baita ad un informatico con la passione per la fotografia.

    Un documentario partigiano, schierato, come lo definisce lo stesso Gaglianone che non fa mai un passo indietro rispetto alla scelta di fotografare la valle mettendosi deliberatamente dalla parte dei No Tav:.”È un  documentario schierato e non un volantino, non voglio convincere nessuno ma solo ascoltare delle storie, delle voci, dei silenzi e guardare dei volti; un’occasione per riflettere su una situazione oltre la Val Di Susa, dove il patto primario tra cittadini e Stato è venuto meno. La storia della Val Di Susa è un paradigma di ciò che succede a livello nazionale, è una situazione estrema e paradigmatica in cui emergono cose latenti anche altrove”.

    Il ‘qui’ del titolo rivela sin da subito le intenzioni del regista e acquista un significato altro; ripetuto ossessivamente da quasi tutti i protagonisti del documentario assume i connotati dell’ovunque: “Una parola apparentemente minuta, dimessa e innocua acquista una grandissima potenza. – spiega Gaglianone – ‘Qui’ è un documentario sul nostro paese e su un meccanismo che evidentemente si è rotto, sulla percezione che la gente ha di questa rottura; che ci piaccia o meno non si può pretendere di risolverla chiamando la polizia”.
    Due ore, “che forse sarebbero potute diventare anche cinque”, scherza il regista, per la quantità di materiale girato, uno scorrere di quotidianità e immagini di repertorio sugli scontri di questi anni prese tutte da Youtube; ma quello che rimane è la tenacia nel rivendicare un diritto al dissenso sempre più diffuso, ‘qui’ e ‘ovunque’, come unico modo per rispondere al fallimento della democrazia rappresentativa.

    La rottura del patto, in questo angolo d’Italia abitato da sessantamila persone, è avvenuto forse prima che altrove e allora le storie di “Qui” diventano quelle di un intero paese “in bilico tra Rosa Luxemburg e la birreria di Monaco. Lì ci hanno messo 15 anni, qui da un momento all’altro potrebbe succedere di tutto!”.
    Gaglianone ascolta le voci della valle, punta il dito contro un sistema che si manifesta solo attraverso manganelli, scudi e assetti antisommosse, denuncia e rivela con la sola forza delle parole e dei fatti: “Credo che il nostro ceto dirigente sia assolutamente inadeguato ai problemi che si trova a dover affrontare, c’è un intreccio strano tra incapacità, sciatteria e strategia”. Cinema militante, certo, ma necessario e che non pretende di avere la soluzione in tasca, “sono solo una persona che vuole raccontare delle storie e sono molto preoccupato”.
    E così in un Paese dove una regione come l’Emilia Romagna, notoriamente sempre in testa in termini di affluenza elettorale, diventa il trionfo dell’astensionismo (alle ultime regionali avrebbe votato solo il 38% degli aventi diritto), non rimane che ascoltare quelle voci, guardare quei volti e – a prescindere dalla ragione o dal torto – dirgli grazie.

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    TFF32: Eleonora Danco tra Bunuel e De Chirico

    Sguardi dritti in macchina, corpi che si rotolano per terra o che tacciono sotto le parole, intimità messe a nudo, ancestrali suggestioni mitologiche. Eleonora Danco, autrice e attrice teatrale, costruisce così il suo debutto al cinema: il peregrinare di un’anima in pena che nel suo viaggio surreale tra Terracina e Roma, incontra uomini e donne, anziani e ragazzi, li fa parlare di sé, delle proprie vite, del sesso e dell’amore, della morte e della vita. Nei luoghi dell’infanzia e di un’adolescenza “particolarmente vitale” la Danco non risparmia dall’esperimento neanche l’anziano padre, l’unico che cerca di sottrarsi a domande “troppo intime”, ambiguo personaggio che tenta di fuggire al fascino della telecamera salvo fari poi convincere dalla voce fuori campo della figlia.
    De Chirico, Giotto, Bunel, ma anche il sogno Felliniano e il candore crudele di certe facce Pasoliniane: N-Capace è tutto questo e molto altro. Si ride, ci si commuove e alla fine ci si sente vicini a quei volti molto più di quanto il filtro del grande schermo non consenta.

    Un film non semplice da mettere in scena. Come è nato?
    Lo spunto è arrivato dopo la morte di mia madre sedici anni fa; ho iniziato a filmare mio padre e la sua badante, mi attraeva l’idea di voler capire come si potevano adattare nella vita di tutti i giorni due persone che non si conoscevano. Ho cominciato a riprenderli con molta libertà e autonomia, era un progetto che avevo prodotto attraverso degli amici, non avevo neanche pronte le domande, li facevo arrampicare sui muri; era un primo esperimento del lavoro che sarebbe nato dopo.
    Nel frattempo facevo alcuni seminari con i ragazzi e gli anziani. In genere in questi laboratori mi piace far lavorare la gente su un principio: partire da un trauma che in genere si tende a rimuovere o nascondere e farlo diventare invece la tua potenzialità e avere la forza di esprimersi. Inizio da cose semplici, come farli camminare e descrivere la propria camera, e così finiscono per dirmi delle cose meravigliose: sembrano dei testi di Shakespeare. Faccio diventare la loro vita un testo e gli impongo continuamente di far diventare la loro storia di tutti, perché l’arte è tale solo se arriva allo spettatore. Così lavorando sull’intimo arriviamo a Shakespeare, che in fondo è anche questo: parla dell’essere umano e delle cose che prova.

    Come sei riuscita a mettere su un progetto simile?
    Ci ho messo diverso tempo, anche perché nel frattempo il mio lavoro a teatro cresceva e dovevo scrivere altri testi. Ho bussato a molte porte e in Cecilia Valmarana ho trovato la persona che ha creduto subito nel progetto dopo aver visto qualche frammento del girato. Era un progetto rischioso, ma ho lavorato molto, ho fatto tanti provini e mi sono preparata le inquadrature nella testa e mi è servita moltissimo la mia esperienza con il teatro; sulle inquadrature mi sembrava di volare, le spiagge, le campagne erano per me un palcoscenico, un quadro, uno spazio da riempire o da svuotare.

    Quanto un territorio così mitologico come quello di Terracina è intervenuto nella costruzione del film?
    Ho trascorso la mia infanzia e adolescenza sul mare, la spiaggia su cui corro all’inizio del film è quella dove ho abitato, davanti casa mia. La prima cosa che vedevo uscendo di casa o tornando da scuola era il mare, lo sentivo anche dalla finestra della mia camere mentre dormivo di notte. Il mio lavoro fisico in teatro come in questo film viene dalla possibilità che ho avuto di vivere in contatto con la natura; essere libera di vedere i tramonti e uscire in bicicletta è un rapporto fisico che poi rimane, ho sempre necessità di muovermi. Mi ha influenzato tanto ma a livello intimo, quasi adolescenziale.

    Che tipo di suggestioni hai avuto?
    Questo film, in apparenza così spontaneo, in realtà è frutto di studio; tutto quanto è studiato in ogni sua parte. Ho iniziato a vedere tardi il cinema, ho conosciuto i lavori di Bunuel a 25 anni e sono rimasta affascinata dai suoi lavori che mi hanno ispirato tantissimo. Mi piace la sua grande libertà intellettuale, il rigore, il suo modo dissacrante di mettersi in gioco e sforzarsi di trovare un linguaggio creativo, inventivo e allo stesso tempo libero di rompere degli schemi.

    È anche un film sulla morte di tua madre…
    Con mia madre avevo un rapporto conflittuale, ma la morte per fortuna o purtroppo non ti fa mai separare da nessuno, non puoi azzerare nulla.

    Quanto ti sei allontanata dall’idea iniziale?
    Ho seguito molto la sceneggiatura anche se sono uscite fuori il quadruplo delle cose che avevo pensato, quando andavo a girare mi sentivo come chi fa sega a scuola, ero pronta a tutto ma dovevo anche rispettare tempi e troupe.
    Ho girato con una Red, ma ero terrorizzata dalla pulizia tipica del digitale, ero più interessata a mantenere la definizione tra vero e non vero. Per questo ho chiesto di non usare dei  filtri e di lasciare proprio quello che si vedeva, è stata un’esperienza nuova per me. Mi sono divertita a sentire come lo stesso suono che avevi inciso potesse diventare un’altra cosa in studio, o ascoltare la mia voce volutamente ridotta, una mia scelta di essere come fantasma che stava attorno  a loro.

    Uno dei fili conduttori delle tue interviste è il sesso…
    In realtà ho indagato su tematiche come la morte, la famiglia, il sesso, la scuole e poi nel montaggio ho dovuto fare delle scelte. Il sesso è anche nascita, sentimento, amore ed è l’unico momento della nostra vita in cui i simboli (il padre e la madre) riemergono.
    La difficoltà maggiore per assurdo è stato trovare della ragazze da coinvolgere su questi argomenti, un po’ perchè i genitori erano pieni di paure, un po’ perché loro stesse non volevano esprimersi.
    Le anziane invece mi dicevano tutto, senza problemi.

    Due  generazioni a confronto. Qual è stata la differenza più grande nell’avvicinarti a loro?
    Mi sono approcciata allo stesso modo con tutti ed ero abbastanza diretta. Dovevo essere un po’ diabolica, perché il mio obiettivo era strappargli qualcosa.

    Qualcuno che proprio non ti è piaciuto?
    Nessuno, perché ho scelto tutti con cura e ognuno aveva qualcosa di interessante. Non volevo una spiegazione, l’intenzione era tirargli fuori il movimento interiore e per arrivarci dovevo stimolarli, provocarli, metterti al loro livello lavorando sull’intimità e non sul contenuto sociale. È in genere un processo abbastanza lento, ma alla fine tutti si aprono.

    La scena di te immersa in una vasca di biscotti?
    È un quadro di De Chirico, mentre stavo ad una mostra. Mi dissi: “Che idea meravigliosa!”, e la inserii nel film.

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    TFF32: La ‘nobile rivoluzione’ di Marcella Di Folco

    L’infanzia agiata trascorsa ai Parioli, figlio di un gerarca fascista, l’adolescenza spesa in un quartiere popolare di Roma dopo la decadenza economica della famiglia, gli anni da ‘Cerbero’ del Piper (faceva il cassiere e decideva chi fare entrare e chi no), poi una vita da caratterista sui set con Fellini, Rossellini, Petri. Prima uomo, poi donna. Marcella Di Folco ha vissuto molte vite, ha cercato se stessa, si è trovata e poi si è messa al servizio degli altri. Negli anni ’70 l’incontro con il grande amore, poi la delusione, la crisi di identità e il viaggio a Casablanca nel 1980 per il cambio di sesso. E infine la vita a Bologna dove fonda il Mit (Movimento Italiano Transessuale) diventando figura di spicco del movimento LGBT italiano, la prima transessuale al mondo ad aver ricoperto una carica pubblica con l’elezione al consiglio comunale di Bologna nel 1995.
    Oggi, quasi cinque anni dopo la sua morte, il documentario “Una nobile rivoluzione”, presentato al Torino Film Festival, ne restituisce la carica esplosiva, il carisma, il coraggio da rivoluzionaria alternando l’impegno politico alla dimensione più intima.
    Una lottatrice, che non accettava compromessi e che la sorella Liliana ricorda così: “Dopo l’operazione la prima cosa che fece fu cambiare nome: ricordo il giorno in cui tornò da a casa mostrandomi il documento con su scritto Marcella Di Falco, piangeva. Mi disse: ‘Sono felice”. Onesta, quasi francescana. “Poteva sembrare un cerbero ma era buona”, le fa eco il regista del film e amico Simone Cangelosi.

    Qual è stato il punto di partenza del film?
    L’idea è nata poco tempo dopo la morte di Marcella, ne parlai subito con sua sorella Liliana. In quei mesi eravamo in contatto per la gestione pratica del lutto; Liliana viveva a Roma, glielo chiesi e si prese qualche giorno di tempo per pensarci su.
    Con Roberto ci siamo sin da subito concentrati sulla costruzione narrativa e sul ragionamento di come costruire il film, abbiamo accumulato un sacco di materiale e fatto molte ricerche. Avevamo soprattutto bisogno di parlare con la famiglia, è stato essenziale quindi all’inizio fare un viaggio a Roma cercando di capire chi era Marcella. A detta della stessa Liliana, teneva ben nascosti alcuni lati di sé, la conoscevi a sprazzi e solo dopo la sua morte sono riuscito a scoprire uno straordinario arcipelago di rapporti, contatti, attività e passioni. Per me era essenziale parlare con loro e iniziare dalle radici.

    L’approccio era chiaro sin dall’inizio?
    No, in questo caso volevamo lavorare per composizione di materiale molto diverso; la scelta chiara era una: Marcella nel film non sarebbe dovuta apparire alle spalle di chi ne parla oggi, ma al fianco. Questo è micidiale, perché da un punto di vista della scrittura complica le cose in maniera incredibile; non ci sarebbero bastate delle semplici interviste perché volevamo intrecciare l’oggi con tutte le altre dimensioni temporali, quasi a confondere, ma nello stesso tempo restituire l’immagine di Marcella viva. Sono partito da una certezza: la voce di Marcella doveva essere qui, accanto a me, Liliana e a tutti gli altri. L’intero film viene trattato così, i confini tra i vari pezzi non ci sono, era difficilissimo ma questo approccio era la pietra miliare del film e su questo abbiamo lavorato. Dovevamo quindi sapere il più possibile di Marcella, abbiamo cominciato a ragionare su come potevamo rendere tutto questo e via via confrontandosi con i produttori sono arrivati vari suggerimenti. Claudio Giapponesi per esempio suggerì che la mia presenza nel film ci fosse e si sentisse; all’inizio feci molta fatica ad accettarlo, anche perché avevo appena finito di girare un film in cui ero il protagonista, ma la sua osservazione era puntuale. Sono partito dal guardare i miei archivi, che erano pieni di materiali recitati su Marcella in cui io c’ero sempre, entravo in campo o la guardavo, o c’era la mia voce. Questo punto ha chiarito come sarebbe dovuta essere la narrazione; così accumulando dettagli e spunti abbiamo immaginato Simone che viaggia tra Roma e Bologna e ricostruisce il volto dell’amica all’indomani della morte.

    Marcella era a conoscenza del progetto?
    No. Negli ultimi anni aveva molto chiaro cosa le sarebbe successo; avevamo fatto una piccola intervista su cui abbiamo poi costruito Felliniana sul suo lavoro con Fellini e questo fu l’omaggio che accettò consapevolmente a ridosso della sua morte.
    Era stato un attore e avevo sempre coltivato il sogno di farla recitare un giorno: il primo film che vidi al cinema fu Amarcord, quindi per me l’incontro con Marcella è stato significativo sia dal punto di vista personale che professionale.
    Marcella incarnava due grandi aspetti della mia vita, c’era questo doppio legame con lei . Il film serve a tenerla in vita.

    Oltre al tuo archivio e al materiale girato da te che tipo di ricerche hai dovuto fare?
    È stato un lavoro enorme. Ho dovuto ricomporre tutta una serie di materiali, non esiste  un archivio visivo sul movimento che è poi quello che voglio fare e ci sto già lavorando. Non c’è un’organizzazione, si tratta perlopiù di materiale disperso nelle case delle persone o in alcuni centri di documentazione, me lo sono dovuto ricostruire da solo e sono partito dai miei materiali, molti dei quali girati nei primi anni del 2000. Poi sono andato alla ricerca di persone vicine a Marcella in quel periodo, soprattutto attivisti: Porpora Marcasciano ad esempio ha messo a disposizione il suo archivio personale, l’aveva vista in tantissime situazioni avendoci collaborato per anni; Cristina Comperino, sua carissima amica, ci ha fornito molti materiali che la ritraggono nella doppia dimensione intima e pubblica. Tutti hanno contribuito a restituirci l’immagine di Marcella viva; la difficoltà principale è stato montare all’interno di un film pezzi che presi singolarmente non avevano una direzione narrativa e capire quali scegliere, come torcerli in funzione di questo affresco di un’epoca, di un personaggio e di chi gli stava accanto. È stato un lavoro di composizione tra suoni registrati, immagini di archivio e fotografie dell’epoca.

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    Gemma Bovery: Tragicomica Madame Bovary

    La commedia di Anne Fontaine, ispirata alla graphic novel di Posy Simmonds, apre il 32esimo Festival di Torino. Un trionfo del buffo che trova in Fabrice Luchini il suo naturale interprete.

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    Un’esperienza sensoriale oltre che immaginifica, la sensualità impetuosa propria solo di certe eroine tragiche e l’ineluttabilità del destino come nei grandi romanzi, il tutto stemperato da una comicità sofisticata. Ecco cosa succede a voler fondere in una sceneggiatura le suggestioni di un classico della letteratura come Madame Bovary di Gustave Flaubert e l’arguta graphic novel di Posy Simmonds, Gemma Bovery, ispirata proprio al capolavoro con cui lo scrittore francese debuttò nel 1856.
    A dirigere le operazioni ci pensa la francese Anne Fontaine, regista di Coco Avant Chanel e Two Mothers, che dà così un seguito alla sua personale poetica del ritratto femminile. In questo caso lo fa partendo dall’estro dell’illustratrice britannica che già tra il 2005 e il 2006 pubblicava Tamara Drewe su The Guardian, portato poi sul grande schermo da Stephen Frears.
    Il film di apertura del 32esimo Festival di Torino porta in sé la bizzarria di un fumetto e i tratti di una tragicomico racconto che prende le mosse da un fornaio parigino, Martin, bohémien riciclatosi come panettiere in un paesino della Normandia. Un uomo della cui vita passata rimane solo l’immaginazione ed una ossessione per le opere di Flaubert, che una coppia di inglesi appena trasferitasi nella casa accanto farà risvegliare fino alle estreme conseguenze. I nuovi arrivati si chiamano per uno strano caso del destino Gemma e Charles Bovery, e anche i loro comportamenti sembrano evocare le gesta dei protagonisti di “Madame Bovary”. Martin assumerà il ruolo di un deus ex machina, regista consapevole delle loro vite disposto a fare di tutto pur di impedire che il destino della coppia non segua quello dei malcapitati amanti del romanzo.
    La Bovary della Fontaine, tratteggiata dalla genuina sensualità di Gemma Arterton, si muove continuamente tra l’amarezza di una donna tormentata dalla noia, assetata dalla passione per un giovane studente di legge e perseguitata da un amore passato, e un’autoironia che trova in Fabrice Luchini la sua naturale incarnazione. È lui il registro comico del film, che gioca con le fantasie erotiche di un uomo, proiettandone fascinazioni e desideri irrisolti sulla vita della bellissima Gemma. Un’interpretazione che vive dei movimenti impercettibili del volto, delle sue espressioni buffe, dei bizzarri duetti con il fedele cane Gus o dei pensieri in fuga.
    Difficile resistere poi al carisma della Arterton, che le fantasie di Martin trasformano in un’eroina tragica dei nostri giorni: alla Fontaine bastò incontrarla a Londra e vederla in pochi secondi togliersi cappello e sciarpa per capire che Gemma sarebbe stata lei.
    Un racconto aperto alle infinite possibilità dell’immaginazione, amaro, schivo e infinitamente ironico quando la fantasia finisce per scontrarsi con la banale crudeltà della sorte.

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