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    Clive Owen: “Con sceneggiature così è difficile resistere alla televisione”

    Il divo di Sin City e I figli degli uomini visita il Festival di Roma per presentare la serie tv The Knick, realizzata interamente da Steven Soderbergh, di cui è il protagonista.

    Tempo di divi e star di Hollywood al Festival Internazionale del Film di Roma. Si comincia oggi con Clive Owen, sex symbol inglese che viene a presentare una serie tv, The Knick, medical drama ambientato ai primi del 900, a novembre in onda su Sky Atlantic. Momento sicuramente irrituale per una kermesse dedicata al cinema ma visti i nomi coinvolti (oltre a Owen c’è Steven Soderbergh che ha diretto tutti e 10 gli episodi) non sembra affatto un sacrilegio.

    Cosa ti ha fatto scegliere questo progetto?
    Conoscevo Soderbergh anche se non ci avevo mai lavorato. E lui mi propose di fare una serie tv, di dieci ore. Io non volevo impegnarmi per dieci puntate ma 45 minuti dopo che mi avevano dato la sceneggiatura ho capito che avrei accettato l’offerta. Mi interessava il periodo storico, che conoscevo e che avevo già affrontato in un altro mio film, Century (del 1993, ndr). Ma soprattutto è stato per il personaggio, questo dottore che è un genio ma è arrogante, è tossicodipendente e forse anche razzista.

    Razzista?
    Sì, questa cosa ha fatto molto discutere in America. Ma non è messa lì a caso. È una ricostruzione molto precisa del periodo storico. All’epoca negli ospedali non lavoravano dottori neri, c’erano solo infermieri che lavoravano in settori distaccati degli ospedali. E tutto considerato ho pensato che un personaggio del genere lo avrei voluto interpretare ovunque, anche al teatro, o in una serie di 25 ore. Chi fa l’attore sa che ogni tanto capitano quei ruoli che ti fanno sentire davvero realizzato.

    Secondo lei perché i dottori hanno così tanto successo in tv?
    Perché nelle loro storie la posta in gioco è sempre alta. In The Knick ci troviamo poi ad affrontare anche la questione del progresso, della sperimentazione, e credo che questo dia qualcosa in più.

    C’è un approccio diverso tra cinema e tv per un attore?
    Ho cominciato con il teatro, alla Royal Academy, poi ho fatto un po’ di tv da giovane e poi sono passato al cinema. Personalmente mi sono approcciato sempre allo stesso modo.

    Lei viene considerato un sex symbol, ci pensa mai, le dà fastidio?
    No, non ci penso. Sarebbe davvero terribile se passassi del tempo a pensarci.

    La serie sembra davvero realistica, com’è stato possibile?
    Non posso prendermi i meriti di Soderbergh, ma tanto per dire, se aprivi i cassetti in scena ci trovavi gli strumenti dell’epoca. Neanche noi sul set pensavamo fosse finto. E io stesso mi sono documentato parecchio, grazie al dottor Burns, storico e archivista specializzato in medicina, che mi ha mostrato foto dell’epoca e non solo.

    Come è affrontato il tema della tossicodipendenza?
    Non si tratta propriamente di tossicodipendenza, almeno non come la intendiamo oggi. All’epoca la cocaina era legale, il contesto era molto diverso, come era diverso il ruolo di medico.

    C’è qualche regista italiano con cui le piacerebbe lavorare?
    Ho adorato La Grande Bellezza, quindi Paolo Sorrentino.

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    Roma 2014: Jeunet, “Il mio Spivet? Un’ode al 3D e ai grandi spazi americani”

    Pochi registi hanno stile tanto personale che bastano poche scene a riconoscere subito un occhio, una mano. Sicuramente tra questi c’è il francese Jean-Pierre Jeunet che si fece conoscere con Delicatessen diretto insieme a Marc Caro e che fece innamorare il mondo con Il favoloso mondo di Amélie. Ora Jeunet è al Festival Internazionale del Film di Roma, a presentare Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, la sua ultima opera che dopo un iter un po’ travagliato si appresta ad avere una distribuzione italiana grazie Fulvio e Federica Lucisano in collaborazione con Rai Cinema.

    La prima cosa che salta all’occhio in questo film è sicuramente il 3D, le piace come tecnica?
    Sin da piccolo ero appassionato di 3D, avevo un viewmaster lo guardavo sempre. Poi cominciai con i pop-up book e restavo sempre affascinato dai vetrini con le foto in 3D della prima guerra mondiale. Poi quando ho cominciato a leggere il libro di Reif Larsen, da cui è tratto il film, mi sono reso conto che le immagini saltavano fuori dalla pagina e quindi ho deciso di farci un film in 3D. Ho lavorato con lo specialista che aveva fatto Hugo Cabret con Scorsese, abbiamo usato l’hardware usato da James Cameron in Avatar, è stato divertente.

    Come si è trovato ad adattare l’opera di un altro?
    Quando ho incontrato Larsen mi sono reso conto di avere davanti un ragazzo che poteva essere mio figlio. Mi disse che quando aveva visto Amélie si è sentito come se gli avessi rovistato nel cervello e mi portò in regalo un libro di fotografie che io stesso avevo regalato a degli amici. Non è una coincidenza.

    E questa passione per la frontiera americana da dover arriva?
    Quando ho avuto la possibilità di fare questo film l’ho fatto essenzialmente per tre motivi. Perché potevo girarlo in 3D, perché mi accusano spesso di fare film che non trasmettono emozioni e volevo smentire questa cosa, e perché c’era la possibilità di girare in quei luoghi, nel Montana. Ho sempre avuto la passione per i grandi spazi americani. E ricordo che incontrammo della gente del luogo durante le riprese e quando videro che giravamo un film qualcuno commentò: “Speriamo che non giriate un film da gay, tipo Brokeback Mountain”.

    Lei ha lavorato sia in America che in Europa, dove si è trovato meglio?
    Innanzitutto bisogna distinguere. C’è un’America indipendente e c’è l’America degli studios. Io ho fatto Alien – La Clonazione per uno studio e posso dire di aver avuto il 95% di libertà creativa. Oggi non sarebbe più così. Ma comunque all’America non si sfugge.

    Cosa intende?
    Penso a Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, che verrà distribuito da Harvey Weinstein che però lo vorrebbe rimontato per il pubblico americano. Ci provò già in passato per Delicatessen e io Marc Caro gli rispondemmo che un taglio che si poteva fare era quello dei nostri nomi nei titoli di coda. Weinstein non è nuovo a questa cosa, con Amélie non vinsi l’Oscar perché Hollywood aveva deciso di boicottare la Miramax quell’anno per alcune storie simili. E la cosa assurda è che questo problema con Weinstein non ha bloccato la distribuzione solo in America, l’ha bloccata in tutto il mondo.

    Il protagonista del film, il piccolo Kyle Catlett, è eccezionale. Come l’avete trovato?
    Non è stato affatto facile. Abbiamo fatto oltre 3000 provini. A Vancouver, Montreal, Chicago, Los Angeles, Ottawa e Londra. Poi un giorno vedo questa cassetta con un ragazzino di nove anni che dice di essere campione di arti marziali, di parlare russo e latino e di essere capace di piangere a comando. E allora penso: è lui. Ed è stato fantastico, voleva girare tutte le scene, anche quelle pericolose e non conosce la fatica nonostante si sia lavorato in condizioni quasi impossibili.

    Cioè?
    Purtroppo scoprimmo che l’agente ci aveva mentito. Kyle era stato preso per una serie americana, The Following, ed essendo lui americano la serie americana aveva la precedenza. Allora scrissi al produttore Kevin Williamson, chiedendo le tabelle di lavoro del ragazzo per poterci incastrare le nostre riprese. Dopo un po’ ci arrivò una lettera della Warner dove ci dicevano che noi non eravamo niente e che potevamo scordarci il ragazzino. Kyle in pratica ha lavorato nei fine settimana, nei periodi di riposo e a volte siamo stati costretti a girare con una controfigura e poi ad aggiungerlo in green screen.

    Come mai passa tanto tempo tra un suo film e l’altro?
    Come diceva Jean Renoir “io faccio film per il piacere di farli” e poi li scrivo pure, è un processo che richiede tempo.

    Se potesse girare a modo suo il film di un altro che film vorrebbe girare?
    C’era una volta il west di Sergio Leone. Ero in barca con Marc Caro quando ci arrivò la notizia che Leone era morto. La prendemmo quasi come un segno, che avremmo dovuto continuare la sua opera.

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    Milian: “Io sono il Monnezza, la mia vita puzzava ma era poetica”

    Premiato dal Festival di Roma il mitico attore cubano, formato all’Actors Studio e cresciuto in Italia, tra ‘spaghetti western’ e la saga del ‘Monnezza’ ci racconta la sua vita, il suo successo e la sua infanzia, segnata dal suicidio del padre avvenuto davanti ai suoi occhi di dodicenne…

    Tomas un premio dalla città di Roma, se lo aspettava?
    Per me è stata una coronazione, arriva per il personaggio che ho amato di più tra quelli che ho fatto, ‘Il Monnezza’. In effetti sta a brevissima distanza dal Generale Salazar di ‘Traffic’ diretto da Steven Soderbergh, le due cose più belle che ho fatto al cinema, una nell’universo del bene (Monnezza) uno in quello del Male (Salazar).

    Ha citato due esperienze tra le tante pellicole cinematografiche in Italia e in America, si lavora molto diversamente al di qua’ e al di la’ dell’Atlantico? cosa ci racconta lei di Soderbergh ad esempio…
    Beh non è che ci siano grandi differenze con i buoni registi. Se parlo di Soderbergh lui è all’italiana, direi alla romana, non lo vedi ma è sempre li’, si nasconde ma è molto esigente.
    Ricordo la prima scena che feci con Benicio del Toro, mi aveva detto che gli serviva un’aria di grande sicurezza. Il giorno prima delle riprese pensai che mi serviva un bastone. girai per tutta Manhattan per cercare quello giusto, che mi desse istintivamente quel carisma. All’ora di chiusura entrai alla boutique Brioni, e vidi questo bastone che ho ancora oggi; costava 1600 dollari ma lo presi, feci un assegno, doveva essere mio, anzi del Generale Salazar.

    Qual’è stato il regista o i registi che ha amato di più nel nostro Paese?
    Bernardo Bertolucci e Luchino Visconti.

    Oggi possiamo dirlo, ‘Il Monnezza’ lo ha inventato lei?
    Certo che si. Quando l’ho firmato io si chiamava ‘Il Trucido’. Il nome deriva dalla mia esperienza con mio padre. Con lui andavamo a raccogliere tutti gli scarti del cibo in tutto il vicinato per dar da mangiare ai maiali. Puzzavamo talmente tanto che i maiali quando ci sentivano arrivare cominciavano a grufolare perché sapevano che sarebbe arrivato il cibo.
    Io mi vergognavo naturalmente, soprattutto quando mio padre mi mandò a scuola dai Salesiani e chi mi capitò come compagno di banco? Il figlio del Presidente Salazar, vicino al figlio del monnezzaro…
    Una vita puzzolente ma poetica, che io ho voluto trasferire in quel personaggio, che non poteva che chiamasi Monnezza.

    Un’infanzia non facile la sua…
    Si, avrei dovuto avere amore da mio padre ed invece ebbi solo bastonate…
    Un giorno, era 31 dicembre del 1946, mi disse ‘Tommy tu sei già un ometto e io voglio che tu cominci a prenderti cura di tua madre e della tua sorellina perché tuo padre è molto stanco…’
    Io pensai che me lo dicesse perché era Capodanno e da domani avrebbe ricominciato a menarmi come sempre. Eravamo a casa dei nonni ed a un certo punto vidi che mia madre stava piangendo dopo aver parlato con lui.
    Entrai nella stanza per capire cosa stesse accadendo e lo vidi seduto in poltrona, in uniforme, con il cinturone e la postola in mano.
    Dopo un’attimo prese la sua 45 automatica e la puntò dritta verso di me, ero sicuro che mi avrebbe ucciso. Invece se la portò al cuore e la fece finita. L’ultimo testo di violenza su di me, mi disse molti anni dopo il mio psicanalista… Il resto è storia.

    di Rocco Giurato

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    Joe Dante: “L’Italia recuperi e preservi il suo cinema gotico”

    Il regista di Gremlins e Salto nel Buio è al Festival del Film di Roma per un omaggio a Mario Bava e agli autori del gotico italiano.

    “Trovate il vostro cinema di genere e preservatelo”. Dal Festival Internazionale del Film di Roma si leva l’appello di Joe Dante, il regista culto di Gremlins e Salto nel Buio, che si è presentato nella Capitale per partecipare a una retrospettiva sul cinema gotico italiano. E dopo aver assistito alla proiezione di un’edizione restaurata di Operazione Paura di Mario Bava, il regista (reduce anche dalla passerella veneziana dove aveva presentato il suo Burying the ex) ha voluto dedicare un omaggio a quei film e a quei registi nostrani dei quali è un fan da tempi non sospetti.
    “In America – racconta – non sempre eravamo consapevoli che fossero film italiani, visto che spesso venivano firmati con degli pseudonimi. In genere si credeva che fossero film britannici come quelli prodotti dalla Hammer o firmati da Roger Corman. Poi però il film Black Sunday (La maschera del diavolo) di Mario Bava cambiò tutto”.
    E Lamberto Bava, figlio del regista che quest’anno avrebbe compiuto 100 anni, conferma l’impressione del collega americano. “All’epoca il cinema era considerato soprattutto impresa. E in Italia ci si rese conto che c’erano forti possibilità di sviluppo all’estero, e per questo che mio padre e altri registi si misero a fare questi film a basso costo e rivolti principalmente ad altri mercati”.
    Inoltre, continua Dante, “molti di questi film negli Stati Uniti arrivavano direttamente in televisione e questo fece sì che tanti registi non venissero riconosciuti. Comunque bisogna dire che non tutti i film erano di alta qualità e quindi va fatta una differenza. Molte opere del genere avevano delle luci terribili, delle scenografie terribili, invece autori come Bava, Freda e altri avevano qualcosa di più”.
    Non poteva mancare poi un omaggio al volto più famoso di quel cinema, Barbara Steele: “Ci lavorai insieme su Piranha – ricorda Dante – il suo era un ruolo scritto per un uomo ma quando ci fu la possibilità di lavorare per lei lo cambiai subito. Aveva un figlio piccolo e me la ricordo sul set con la carrozzina”. “Donna bellissima, intelligente e che ama l’Italia. L’italiano lo conosce meglio di me!”, ha scherzato invece Lamberto Bava.
    Infine, una piccola riflessione sul cinema al giorno d’oggi e sul fatto che comunque non sia più facile fare film: “Una volta c’erano i contratti con gli studios – conclude Dante – ti davano un ufficio, una segretaria ed era anche facile sviluppare i propri progetti. Adesso siamo tutti produttori di noi stessi e passiamo buona parte del tempo a cercare qualcuno che finanzi il film. Per esempio sono in Italia anche per presentare qualche proposta in giro”. Quanto al suo ultimo film ancora nessuna notizia, e un pizzico di ironia, su un’eventuale distribuzione italiana. “La palla è in mano alla produzione e starà a loro trovare un distributore italiano. Ce n’è forse qualcuno in sala?”.

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    We are young. We are strong: L’origine dei mostri

    Il vuoto che si riempie di violenza, nichilismo, apatia, di un odio fatto di parole tanto cariche di formule ideologiche quanto svuotate di contenuti. Il primo film in concorso del Festival di Roma affronta un tema spinoso e attuale, pur rifacendosi a fatti di 22 anni fa, l’ascesa del sentimento xenofobo e dei movimenti neonazisti nella Germania dell’ Est e nell’Europa orientale.

    We are young. We are strong è l’opera seconda del 34enne cineasta tedesco d’origine afghana Buhran Qurbani, figlio di rifugiati politici che racconta qui della Sunflower House, un condominio di Rostock, ex Germania dell’Est, che ospitava rifugiati politici vietnamiti e che, nei primi mesi della riunificazione, venne assaltato e incendiato da gruppi xenofobi.

    La storia, narrata attraverso gli occhi di tre personaggi, il giovane Stefan (Jonas Nay), sconvolto dalla morte di un amico e da una neo acquisita libertà che non sa come usare e come riempire, Martin (Devid Striesow), padre di Stefan, politico in ascesa che, vuoi per disillusione, vuoi per ambizione, non sembra capace di reagire al crescere della violenza, e Lien (Trang Le Hong), rifugiata vietnamita che si troverà di fronte un’altra faccia, molto più oscura, di quel paese che ormai identifica come la sua nuova casa.

    Il film, ambientato in meno di 24 ore, nella sua fase preparatoria è fotografato in bianco e nero e con un approccio molto studiato nelle inquadrature, in quella che racconta la manifestazione violenta invece fanno la loro comparsa il colore e un approccio documentaristico fatto di videocamere a mano e ritmo serrato che sembra richiamare proprio i video che all’epoca raccontarono i fatti e che sono facilmente reperibili in rete. “Con il bianco e nero volevo in un certo modo rifarmi al passato – racconta Qurbani – mentre nella seconda parte volevo raccontare un fenomeno attuale, anche se la storia è ambientata nel 1992”.

    Un evento impresso nelle coscienze anche se forse lontano dalla memoria dei giovani attori tranne per Trang Le Hong che in quanto rifugiata vietnamita ha assistito ad eventi simili seppure trasfigurati dalla sua giovane età. “Avevo quattro anni e mi ricordo che ogni tanto ci furono problemi. Vedevo gente piangere e mettere i letti davanti alla porta ma io non capivo. Vedevo le scie luminose fuori, il fuoco e mi sembrava che fosse capodanno, mi sembrava una festa”.

    Ma nel racconto emerge il desiderio di spiegare un fenomeno che è molto più complesso di quel che sembra e che il regista sintetizza usando una frase di Antonio Gramsci. “Il vecchio ordine sta morendo, ma un nuovo ordine non è ancora nato. Questo è il momento in cui possono apparire dei mostri”. “È una frase che mi ha riferito un giornalista con cui ho collaborato e che spiega perfettamente la questione – conclude il regista – Con la caduta del regime della Germania Est ci siamo trovati di fronte a un crollo degli ideali e di un sistema di vita, come successe nell’Europa nel primo dopoguerra, ma in attesa che se ne crei uno nuovo io ho voluto raccontare la nascita dei mostri perché quando nasce il mostro forse allora bisogna guardarlo in faccia”.

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    Tomas Milian, il Festival di Roma lo omaggia con un Marc’Aurelio Acting Award

    Passo malfermo, camicia scura, un cappello da baseball calcato sulla testa. Tomas Milian, troppo facile chiamarlo Er Monnezza, torna in quella Roma che ha in qualche modo raccontato. Gli anni ora sono 82, 38 ne sono passati da Squadra Antiscippo il film che inaugurò la serie infinita di Nico Gilardi, undici lungometraggi tra farsa e poliziottesco che contano ancora fan innumerevoli, siano essi sinceri aficionados della prima ora o scopritori post-moderni dello stracult.

    Torna a Roma dunque, alla nona edizione del Festival Internazionale del Film, per prendersi un Marc’Aurelio alla carriera. Ed è anche un modo per rivivere almeno i primi passi di quella carriera, iniziata in maniera tragica e inconsapevole. “Da ragazzino, avevo 12 anni, assistetti al suicidio di mio padre. Un uomo duro, a cui non ero legato, che temevo. Era un militare che insegnava con la disciplina e non con l’affetto. Entrai in una stanza e lo trovai in alta uniforme, con la pistola in mano. L’alzò, pensai che la mia vita stesse per finire, e invece lui se la puntò al cuore e sparò”.

    Negli attimi successivi, continua l’attore, “corsi verso il telefono, per avvertire mia nonna. Trovai occupato e ricordo che lasciai cadere la cornetta in un atto disperato. Più tardi mi resi conto che la mia era una recita, quello era il mio primo ruolo nel mio primo grande film”.

    La storia di Milian continua qualche anno più tardi, quando nella Cuba pre Castro, dove l’attore è cresciuto in una famiglia alto borghese, arriva il film La Valle dell’Eden. “Mi immedesimai nel personaggio di James Dean, che non era amato dal padre e allora capii che volevo fare l’attore ma volevo farlo alla grande, volevo andare all’actor studio, dove insegnavano Strasberg ed Elia Kazan”. Ecco maturare la decisione di andare via. “Andai da una mia zia, una ricca intellettuale che finanziava Castro in segreto. Mi disse: ‘Tommy, che genere di ruolo vuoi interpretare, quello dello stronzo ricco, che si sveglia all’una, che va in giro con l’auto di lusso e che va il pomeriggio al club a scegliere la ragazza con cui passare la serata? Se vuoi essere attore devi capire anche cos’è la vita vera”.

    L’avventura del futuro Nico Gilardi inizia così. Con un viaggio per Miami, con l’iscrizione ai corsi per imparare l’inglese e con il trasferimento a New York e il provino all’Actors Studio, dove tra 3mila americani, la selezione la passò un giovane cubano che ancora non sapeva cos’era la vita e che ora torna a Roma. “E questo ritorno è la mia resurrezione”, conclude.

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    Una ‘Soap opera’ per inaugurare il Festival di Roma

    Abatantuono, De Luigi e Capotondi, capitanati dal regista Alessandro Genovesi, ci raccontano ‘Soap Opera’ il film che apre il Festival del Film di Roma.

    Alessandro come nasce il progetto articolato di questo tuo nuovo film?
    Soap opera l’ho scritto 8 anni fa come mini serie per il teatro, immaginavo una tornitura di un mese e quattro puntate, dunque il pubblico avrebbe avuto la possibilità di vedere una puntata a settimana. Era un progetto troppo articolato per il teatro e dunque ho dovuto accantonarlo. Poi c’è stato il mio coinvolgimento in Colorado con Happy Family diretto da Salvatores e il patto con la produzione fu che dopo i ‘Peggiori natali…’ avremmo fatto ‘Soap opera’ ed eccoci qui.

    In questi otto anni il film e’ cambiato? Se si quanto?
    Certamente. E’ stato riscritto sugli attori che avrebbero dovuto metterlo in scena, soprattutto e’ stato pensate e realizzato a Cinecittà, un lavoro duro, di grandissime professionalità del nostro cinema che mi sento di dover ringraziare una ad una ora che il nostro film e’ pronto e affronta la sala. E io sono felice, me lo lasci aggiungere.

    Diego, questa volta sei un maresciallo surreale e divertentissimo, ci racconti il tuo personaggio?
    Beh hai detto tutto tu nella domanda, il Maresciallo Cavallo, da me interpretato e’ proprio così, surreale e divertentissimo… No, scherzi a parte, sono contento che si noti il fatto che sia totalmente stralunato, sopra le righe, così come lo aveva pensato Alessandro e io ho voluto realizzarlo.

    A proposito, con Genovesi un sodalizio solidissimo…
    Beh abbiamo già lavorato tanto insieme, nei Natali, con Gabriele in Happy family, ora qui, insomma, sapevo a cosa andavo incontro, c’è affetto, affinità e stima reciproca.

    Cinecittà si sente tanto in questo film, quanti ricordi hai tu di quel luogo sacro per il grande Cinema italiano e non solo?
    Beh in quella ‘via’ dove abbiamo girato Soap opera io ho girato con Pupi Avati due volte, con Depardieu, con Scola, insomma ne abbiamo viste delle belle. Cambia, si trasforma, ma rimane affascinante. Poi lavorare in un teatro di posa per un film così e’ essenziale, non puoi certo provare a segare a metà la facciata di un palazzo per far vedere al pubblico cosa succede ‘dentro’…

    Cristiana, tu sei in una strana coppia scoppiata con Fabio de Luigi, anche per voi corsi e ricorsi filmici…
    Beh direi di si, dopo il successo dei ‘Natali…’ Siamo una coppia apparentemente in crisi, con la novità che Fabio, non uccide cani, non attenta alla vita di nonne o altri parenti, insomma più normale, ma molto molto divertente, con una punta di romanticismo che non guasta. Il pubblico si muoverà emotivamente assecondando quello che sono i nostri personaggi, un’esperienza immagino molto divertente.

    Fabio ti ai affascina la dimensione fantastica di questo film?
    Assolutamente si, prima di tutto perché ben si adatta al titolo, poi perché è tutto dichiaratamente finto in questo condominio strano, abitato da questi inquilini surreali, che paradossalmente rende la storia universale, si tratta di un non luogo bellissimo, che potrebbe essere a Roma, New York o chissà dove…
    Siamo una specie di compagnia teatrale nel film, nella realtà, insomma ormai me lo porto direttamente a casa questo ruolo.

    di Rocco Giurato

     

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    Roma 2014, il Festival torna a essere Festa del Cinema

    Il Festival internazionale del film di Roma “vuole diventare una festa”, tornando così alla sua vocazione originaria. Il nuovo indirizzo infatti, illustrato dal direttore Marco Müller per questa nona edizione, si articola in un evento che si pone come obiettivo quello di celebrare il cinema popolare senza per questo chiudere le porte alle realtà più autoriali. Ecco quindi una kermesse che prevede tante novità, dalla scelta dei film di apertura e di chiusura (le due commedie italiane Soap Opera di Alessandro Genovesi e Andiamo a quel paese dei comici Ficarra e Picone) fino all’idea di coinvolgere il pubblico nella scelta dei vincitori, con cinque premi che saranno assegnati non da una giuria ma dalle preferenze dei presenti in sala. E perfetto simbolo di questo nuovo corso saranno i riconoscimenti tributati al giapponese Takashi Miike (che presenta in anteprima mondiale il suo ultimo As the gods will), al russo Aleksej Fedorčenko (in concorso con gli Angeli della rivoluzione), al brasiliano Walter Salles ma anche a un volto indissolubilmente legato alla commedia e al poliziottesco italiano, quello di Tomas Milian.

    Per il resto questa edizione, costata 6 milioni di euro di cui circa la metà reperita tramite gli sponsor, presenta una selezione principale di 15 film di cui tre italiani: Biagio di Pasquale Scimeca, La foresta di ghiaccio di Claudio Noce, I milionari di Alessandro Piva. Conterà poi sulla presenza di alcuni divi internazionali come Kevin Costner, Clive Owen (che aprirà la kermesse ai prodotti televisivi, presentando la serie The Knick realizzata da Steven Soderbergh), Rooney Mara e Richard Gere. Non mancherà uno spazio dedicato ad Hollywood, con le proiezioni di film come Gone Girl di David Fincher e dei Guardiani della Galassia della Marvel-Disney, al cinema cult orientale, con A rose reborn di Park Chan-Wook, né l’attenzione al cinema di genere, con la sezione dedicata “Mondo Genere” (che ospiterà tra gli altri i nuovi film di Brad Anderson e di Kevin Smith) e con una retrospettiva sul gotico italiano che si avvarrà anche del contributo del regista di Gremlins , Joe Dante. Grande attenzione, come sempre, sarà dedicata al cinema giovane con la giuria Taodue, presieduta dal regista americano Jonathan Nossiter e composta tra gli altri da Cristina Capotondi e Valerio Mastrandrea, che premierà la migliore opera prima.
    L’attenzione alla tecnologia e al web sarà garantita infine da una serie di incontri organizzati da Wired, con personaggi nati sulla rete come Maccio Capatonda e The Pills, e con l’apertura di una sala virtuale, realizzata con la collaborazione di Mediaset Premium, dove si potrà assistere ai film del festival da tutto il mondo.

    “Un programma piacevolmente schizofrenico”, ha commentato Müller che nella conferenza di presentazione ha riservato un plauso alla sua squadra di collaboratori che è riuscita a mettere insieme una lista di grandi nomi in poco più di tre mesi. Piccolo fuoriprogramma infine all’Auditorium, quando un gruppo di persone ha interrotto il direttore artistico intonando “Tutto il resto è noia” di Franco Califano, protestando per l’esclusione dal festival del film dedicato al Califfo.

    ECCO IL PROGRAMMA COMPLETO:

    CINEMA D’OGGI
    Concorso
    Angely Revolucii / Angels Of Revolution / Angeli Della Rivoluzione di Aleksej Fedorcenko, Biagio di Pasquale Scimeca
    Dólares De Arena / Sand Dollars di Laura Amelia Guzman Conde, Israel Cardenas,
    La Foresta Di Ghiaccio di Claudio Noce
    Itar El-Layl / The Narrow Frame Of Midnight di Tala Hadid
    Lucifer di Gust Van den Berghe
    Die Lügen Der Sieger / The Lies Of The Victors di Christoph Hochhäusler
    Lulu di Luis Ortega
    Os maias – (Alguns) episódios da vida romântica / The maias – story of a
    Portuguese family / I maia – Scene di vita romantica di João Botelho
    Mauro di Hernán Rosselli
    I Milionari di Alessandro Piva
    Nn di Héctor Gálvez
    Obra di Gregorio Graziosi
    Time Out Of Mind di Oren Moverman
    Shier Gongmin / 12 Citizens di Xu Ang
    Wir sind jung. Wir sind stark. / we are young. We are strong. di Burhan Qurbani

    Fuori cocncorso
    Já Visto Jamais Visto di Andrea Tonacci
    Ragazzi di Raul Perrone
    Ato, Atalho E Vento / Way Act And The Wind di Marcelo Masagão

    GALA
    Andiamo A Quel Paese di Salvatore Ficarra e Valentino Picone (Film di chiusura)
    Black And White di Mike Binder
    Buoni a Nulla di Gianni Di Gregorio
    Eden di Mia Hansen-Løve
    Escobar: Paradise Lost di Andrea Di Stefano
    Giulio Cesare – Compagni Di Scuola di Antonello Sarno
    Gone Girl di David Fincher
    Kamisama No Iutoori / As The Gods Will di Takashi Miike
    Kahlil Gibran’s The Prophet di Roger Allers, Gaëtan & Paul Brizzi, Tomm Moore, Nina Paley, Bill Plympton, Joann Sfar, Michal Socha, Joan C. Gratz & Mohammed Saeed Harib
    The Knick di Steven Soderbergh
    Love, Rosie / #Scrivimiancora di Christian Ditter
    Phoenix di Christian Petzold
    Soul Boys Of The Western World / Spandau Ballet: Il Film (Soul Boys Of The Western World) di George Hencken
    Soap Opera di Alessandro Genovesi (Film di apertura)
    Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland
    Trash di Stephen Daldry
    Tre tocchi di Marco Risi

    MONDO GENERE
    A Girl Walks Home Alone At Night di Ana Lily Amirpour
    Haider di Vishal Bhardwaj
    Nightcrawler di Dan Gilroy
    Quando Eu Era Vivo / When I Was Alive di Marco Dutra
    La Prochaine Fois Je Viserai Le Coeur / Next Time I’ll Aim For The Heart Di Cédric Anger
    Stonehearst Asylum di Brad Anderson
    Tusk di Kevin Smith

    PROSPETTIVE ITALIA
    Fino a qui tutto bene di Roan Johnson
    Index Zero di Lorenzo Sportiello
    Last Summer di Leonardo Guerra Seràgnoli
    Due Volte Delta di Elisabetta Sgarbi
    Largo Baracche di Gaetano Di Vaio
    Looking For Kadija di Francesco G. Raganato
    Meno male è lunedì di Filippo Vendemmiati
    Roma Termini di Bartolomeo Pampaloni

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    Alice nella citta’ senza italiani in gara

    Dai direttori artistici Fabia Bettini e Gianluca Giannelli arriva la stoccata ai registi tricolore: “Ci vorrebbe più coraggio nell’affrontare questi temi”. In programma all’ Auditorium (16-25 ottobre) l’anteprima Marvel ‘I guardiani della galassia’ e una masterclass di Kevin Costner.

    Il Festival del Cinema di Roma e’ alle porte e come di consueto, accanto alla Selezione Ufficiale, ospiterà come sezione autonoma e parallela Alice nella città. Torna dunque il palcoscenico elettivo per questa interessante selezione di lungometraggi per ragazzi, giudicata da una giuria composta proprio da giovani tra i 14 e i 18 anni scelti sul territorio nazionale.
    Partiamo con le ultime news sul ricchissimo programma; anteprima italiana (fuori concorso) per ‘I guardiani della galassia’, blockbuster Marvel che sta sbancando i botteghini di tutto il mondo.
    Tra le altre première piu’ attese, sempre fuori gara, ‘Doraemon -Il film’ , trasposizione in 3d del cult cartoon sull’inarrestabile gatto robot blu, ‘Lo straordinario viaggio di T.S Spivet’ di Jean-Pierre Jeunet e ‘Khalil Gibran’s the prophet’ di Roger Allers. La commedia sulle differenze razziali ‘Black and White’ di Mike Binder portera’ poi a Roma il protagonista Kevin Costner per una masterclass.
    Tra i 12 film in concorso non ci sono italiani: ”Il film italiano che aspettavamo non era pronto e altri che ci sono stati proposti, per quanto interessanti, non ci hanno convinto, i nostri autori dovrebbero avere piu’ coraggio nell’affrontare certe tematiche” – ha detto Gianluca Giannelli, che dirige Alice nella citta’ insieme a Fabia Bettini. Comunque a rappresentare l’Italia fuori concorso ”ci sara’ Mio papa’ di Giulio Base, un gran bel film sulla paternita’ vissuta da una prospettiva diversa, con Giorgio Pasotti in un’interpretazione di grande intensita”’.
    Tra gli eventi speciali, 10 minuti in anteprima di ‘Paddington’ di Paul King, con Nicole Kidman e Peter Capaldi, in uscita in Italia a Natale e la proiezione di ‘Il mio amico Nanuk’ di Brando Quilici e Roger Spottiswoode, sull’incontro tra un bambino e un cucciolo d’orso polare.

    Rocco Giurato

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