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    The Judge: Processo ai rimpianti

    Dal 23 ottobre in sala il drama con Robert Downey Jr. che per una volta rinuncia all’armatura di Iron Man. Dirige lo specialista in commedie David Dobkin.

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    Un ritorno alle origini. Quello di Robert Downey Jr., che smette l’armatura del supereroe e la mantella di Sherlock Holmes che gli hanno regalato fama e fortuna in questi ultimi sette anni per dedicarsi a un film non inquadrato in un genere. Ma anche quello del suo personaggio, Hank, avvocato di successo costretto a tornare nel suo paese natio prima per un lutto e poi per difendere il padre, giudice di provincia severo ma giusto, da un’accusa di omicidio.
    È questo in sintesi The Judge, nuovo film di David Dobkin, una carriera dedicata principalmente alle commedie (2 Single a nozze, Cambio vita sono le ultime in ordine di tempo) che stavolta si avventura sul filo sottile che divide la nostalgia dal rimpianto.
    Seguendo le gesta di Hank e di suo padre (il veterano Robert Duvall) tra i resti di una famiglia poco funzionale, tra ex abbandonate e rancori mai confessati il film sembra all’inizio una commedia dal sapore dolceamaro ma è nella seconda parte che svela la sua natura drammatica, affrontando temi come quello della malattia e dell’abbandono, nonostante le gigionerie del protagonista riservino ancora qualche sorriso.
    Da questo punto di vista anche la sceneggiatura firmata da Nick Schenk (Gran Torino) e Bill Dubuque svela due anime. Perché se i toni più leggeri della prima parte risultano brillanti nonostante la scarsa originalità dei temi trattati (il confronto città/provincia, lo scontro generazionale) grazie a un cast azzeccato anche nelle figure di contorno (i fratelli Vincent D’Onofrio e Jeremy Strong, un Billy Bob Thornton perfetto anche nei piccoli gesti, le bad girls Vera Farmiga e Leighton Meester), nella seconda qualche scena cruda ma efficace (quella del bagno su tutte) si alterna a passaggi troppo prevedibili nel loro desiderio di strappare lacrime.
    In definitiva resta un film cucito addosso ai suoi protagonisti che probabilmente non dispiacerà al pubblico e che contribuirà a far salire ancora le quotazioni di un Downey Jr. sempre più in corsa per il titolo di Cary Grant del 21esimo secolo.

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    Soulboys of the western world: Spandau Ballad

    Il film che ripercorre le tappe della carriera del gruppo guidato da Gary Kemp e Tony Hadley approda in sala il 21 e il 22 ottobre dopo l’anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma.

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    Una volta nella polvere, due volte sugli altari. La parabola musicale e umana degli Spandau Ballet, tra trionfi e cadute, tra palchi e tribunali, diventa un film, Soulboys of the western world, diretto da George Hencken, che si pone un doppio obiettivo: quello di raccontare la storia di una delle band più famose degli anni ’80 e al contempo quello di fare da volano promozionale al nuovo tour, il secondo sin dalla reunion risalente allo scorso 2009, che porterà l’attempato quintetto sui palchi di cinque città italiane il prossimo marzo.
    Polvere e altari, si diceva. E in effetti la prima parte dedicata alla storia della band ci porta inizialmente nella Swingin’ London di fine anni ’60, poi in una capitale dove la rivolta punk sta a poco a poco perdendo la sua carica e dove l’estetica dei new romantics troverà terreno fertile proprio grazie agli Spandau Ballet, a Boy George, a un David Bowie che ha messo alieni e astronavi nel baule per puntare sul glitter della club scene.
    La nascita della band, l’inseguimento esasperato di un nome e di un pubblico emergono a poco a poco dal ritratto di Hencken a cui segue la descrizione dei concerti, da quello sulla Hms Belfast, la storica corazzata ancorata nel Tamigi, fino ai tour europei. Il passaggio più interessante del film è forse quello che descrive la traiettoria discendente della parabola degli Spandau Ballet, l’ego che emerge, la stanchezza, i dissidi interni e la decadenza. E anche il momento successivo, quello delle liti, delle discussioni in tribunale, che videro come protagonisti l’autore e chitarrista Gary Kemp e il cantante Tony Hadley. Purtroppo però c’è l’esigenza di un lieto fine e a farne le spese è il momento del riavvicinamento che sembra risolversi troppo facilmente in un “volemose tutti bene”.
    E se lo svolgimento è prevedibile, la composizione del documentario non manca di brillantezza e di ironia (bersaglio preferito: Margaret Thatcher) anche se la scelta di affidare la narrazione alternata alle cinque voci narranti risulta un po’ spiazzante a meno di non essere super fan della band.

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    As the gods will: E allora manga

    Takashi Miike torna al Festival Internazionale del Film di Roma con un’opera ancora una volta tratta da un manga. Ed è la solita sciarada di situazioni paradossali tra schizzi di sangue e humor nero.

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    Oltre 90 produzioni tra cinema, tv e teatro ma Takashi Miike non è mai stanco. Il regista giapponese, eclettico e pazzoide, torna ancora una volta al Festival Internazionale del Film di Roma per presentare la sua ultima uscita, l’appena sfornato Kamisama no iu tori o As the gods will, com’è conosciuto a livello internazionale. Una prima mondiale, quella della kermesse capitolina, accompagnata da tanta curiosità vista la capacità di Miike di spaziare dai thriller ultraviolenti (e vietatissimi in molti paesi) ai più garbati adattamenti (come quello tratto dall’anime Yattaman).

    Anche stavolta, come capitato in passato, a ispirare il regista di 13 Assassini è il mondo dei fumetti ed in particolare uno shonen (ovvero manga dedicato a un pubblico di ragazzi) di prossima pubblicazione anche in Italia. E tra le tradizionali bambole Daruma, le matrioske e vari animali giganti i protagonisti di questo cinemanga, un gruppo di studenti che si ritrovano loro malgrado al centro di una versione mortale dei giochi della loro e della nostra infanzia, finiscono per muoversi sulla linea sottile che separa l’immaginario fumettistico giapponese con il brio estetico di Miike. Teste che esplodono in spruzzi di biglie rosse si mischiano quindi a massicce dosi di humor nero e a una sceneggiatura che va avanti e indietro nel tempo per presentarci a poco a poco i personaggi coinvolti nel gioco.

    Spassoso ed eccessivo il film riserva sorprese ad ogni passo, catturando l’attenzione anche quando alcuni passaggi e alcuni antagonisti risultano meno riusciti di altri. E nel raccontare, tra una morte e l’altra, i turbamenti di chi è intrappolato in un’età di mezzo Miike elabora pure una teoria sulla vita, svelata poi nel finale, dove le qualità individuali sono sul piatto di una bilancia a fare da contraltare all’onnipresente e spesso ingiusto destino. Da segnalare anche il cast di giovanissimi guidato da Sota Fukushi e Hirona Yamazaki.

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    Roma 2014: Spandau Ballet, un tuffo negli anni ’80

    L’icona del pop britannico sul red carpet del Festival di Roma, protagonista di un documentario sulla loro epopea glam.

    Erano cool, ascoltavano musica pop e volevano vestirsi bene ed essere eleganti. Erano i figli di David Bowie, della cultura del reinventarsi, delle serate esclusive nei club di Soho, ragazzi della classe operaia stanchi del punk e che negli anni seguenti avrebbero dato fiato alle contestazioni contro i provvedimenti di Margaret Thatcher.
    E’ in questo fermento culturale, sociale e politico nella Londra di fine anni ’70 che nascono gli Spandau Ballet, uno dei gruppi più influenti della scena pop britannica di quel periodo. Eccentrici, glam ed eccessivi, quei cinque ragazzi partiti dai locali del West End londinese si raccontano venticinque anni dopo il loro scioglimento. L’occasione è il festival Internazionale del film di Roma, dove un documentario (Spandau Ballet: Il Film- Soul Boys of the Western World di George Hencken) ripercorre le fasi cruciali della loro carriera. Una ricostruzione attenta anche al contesto storico in cui nacquero gli Spandau Ballet, una band destinata a diventare icona del pop. Protagonisti di una chiacchierata con la stampa sono proprio loro: Tony, Gary, Martin, Steve e Toby.

    Che tipo di cinema vi piace?
    Gary Kemp: Il primo film che vidi fu Arancia Meccanica, amo Kubrick , Chaplin e i film muti in genere, Nuovo Cinema Paradiso e Quei bravi ragazzi, il migliore film gangster mai scritto secondo me. Ma mi piace molto anche il cinema inglese, London – The Modern Babylon di Julien Temple o The London Nobody Knows.
    Tony Hadley: Amo molto la prima parte del film, che racconta come eravamo da bambini, il tumulto politico ed economico di quegli anni, le lotte operaie, gli scioperi, tutto quel fermento. Spero che tutti gli italiani possano andarlo a vedere quando uscirà in sala il prossimo 21 e 22 ottobre..

    Il vostro rapporto con i il pubblico italiano in quegli anni? Come vi sentivate?
    G. K.: L’Italia è stata un po’ in ritardo rispetto ad altri paesi, ha cominciato a seguirci con l’arrivo di Mtv e i videoclip. Molto materiale di quel periodo lo dobbiamo a Red Ronnie, che continua a girare anche in questo momento! Abbiamo un ricordo bellissimo, ci seguivano fan di ogni età, ma nello stesso tempo la parte italiana della nostra storia ha rappresentato anche un momento ben preciso: il mondo esterno si era globalizzato, era diventato grande ma il nostro vero mondo, quello in cui vivevamo si era rimpicciolito, eravamo sotto pressione.

    I vostri grandi rivali erano i Duran Duran? Ma era davvero così?
    G. K.: Certo, volevamo sempre essere i primi e vincere.

    E cosa ci raccontate dell’attuale scena musicale?
    T. H.: Oggi il panorama musicale ci offre tanti diversi protagonisti: ci sono le boy band ma anche i grandi cantanti, ma la difficoltà principale è quella di vendere musica.
    G. K.: All’epoca le nostre due fonti di interesse erano la moda e la musica pop; oggi ci sono molti più stimoli: guardando quei filmati mi rendo conto di quanto fossimo ingenui e semplici.
    Erano anni in cui potevamo esplorare il concetto di mito, oggi invece è difficile sperimentare questo tipo di esperienza perché abbiamo tutto a portata di mano, tutto è molto più accessibile.
    Ad esempio non volevamo assolutamente che le case discografiche entrassero nei locali in cui suonavamo.

    Come è andato il lavoro di ricerca?
    T. H.: Abbiamo raccolto più di 300 ore di materiale d’archivio. Non avevamo molto, ci siamo rivolti a tutti quelli che potevano avere qualcosa, e in questo per esempio Red Ronnie ci è stato di grande aiuto: è stata una specie di caccia al tesoro. Poi abbiamo dato tutto il materiale a George, questo film è il suo modo di vederci e noi la ringraziamo per aver capito l’amicizia che ci legava.

    Che cosa è stata per voi la musica punk?
    G. K.: Il punk ti diceva che non dovevi saper suonare per forza per poter salire su un palco, che chiunque avrebbe potuto creare una band, si nutriva di un’anima distruttiva ed era ovvio che non poteva durare a lungo: la nostra generazione si era stufata di questo, era stanca di andare in giro in maniera così sciatta e aveva voglia di vestirsi bene e ascoltare musica commerciale.
    A Londra in quegli anni c’era di tutto, c’erano tante tribù a cui potevi scegliere di appartenere, si usciva per strada a trovare la propria identità vestendosi in un determinato modo: oggi la si trova in altre maniere.

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    Park Chan-wook: “Niente vendette, stavolta racconto il bello”

    Il regista di Oldboy incontra il pubblico del Festival Internazionale del Film di Roma per raccontare il suo cortometraggio realizzato in collaborazione col brand Ermenegildo Zegna.

    Un viaggio in quattro tappe: Londra, il Wyoming, Shanghai, Milano. Un omaggio al concetto stesso di “bello” rappresentato dalle forme circolari, come quella di questo giro intorno al mondo che è anche esperienza cognitiva e, a suo modo, l’inizio di una rivoluzione. È questo in sintesi A rose reborn, il cortometraggio concettuale realizzato dal regista coreano della trilogia della vendetta, Park Chan-wook, per uno dei marchi più riconoscibili della moda italiana, Ermenegildo Zegna.

    “Avevo pensato subito a fare un film su un rapimento, poi dallo staff mi hanno detto che non era possibile e allora ho cambiato idea”. Comincia con una battuta il regista che, ospite del Festival del Film di Roma, ha presentato al pubblico questo progetto piuttosto particolare. “Come potrete intuire per me il mondo dell’alta moda era assolutamente sconosciuto ma dopo una lunga conversazione telefonica con il produttore, Stefano Pilati, ho cominciato a sentire mio anche questo mondo”.

    L’idea di partenza, la traccia di un tema quasi, era molto libera. “Mi hanno detto solo – spiega – di raccontare il bello, per il resto potevo fare come mi pareva. Ovviamente il film è legato a una fashion house, quindi al concetto di estetica. E ho fatto un film che fosse legato al mio concetto di estetica, come ad esempio le forme circolari che ricorrono in tutto il film e volevo sottolineare la bellezza di questa circolarità”. Il bello poi non sta solo nelle forme ma anche nei contenuti che si distanziano molto dalle emozioni oscure di Oldboy, Mr. Vendetta e Lady Vendetta. “I due protagonisti si conoscono e collaborano alla creazione di un mondo migliore: questo è sicuramente un film molto positivo, che rivela la bontà che è in ognuno di noi”.

    Non è mancata in conclusione una riflessione su due modelli di fare cinema, quello coreano e quello di Hollywood, dove Chan-wook ha realizzato Stoker. “È un processo creativo che mi ha insegnato molto, anche se resto dell’opinione che il sistema coreano per certi versi sia migliore. In particolare penso che in Corea si perda troppo tempo nel planning e nella pre produzione mentre in America, al contrario, lo si perda nella post produzione. In ogni caso la via della collaborazione è il futuro”.

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    Roma 2014: Richard Gere, da gigolò a clochard in Time Out of Mind.

    L’attore, ormai ospite affezionato del Festival di Roma, presenta in concorso un film che ha inseguito per dieci anni. E diventa barbone.

    Negli anni il sex symbol ha ceduto il passo all’incedere zen e il ‘gigolò’ è diventato l’elegante e composto signore che, all’incontro con la stampa per presentare il film Time out of mind, di cui è anche produttore oltre che interprete, sorseggia tè e saluta la platea di giornalisti con un italinissimo: “Buongiorno a tutti!”.
    Ma il fascino è sempre quello di Richard Gere, ormai un habituè del Festival di Roma, che in questa nona edizione lo ospita nei panni di un ‘invisibile’, un clochard che l’occhio indiscreto della telecamere insegue per le strade di New York.

    È un film che volevi fare da molto tempo. Come ci sei riuscito?
    La sceneggiatura mi fu mandata dieci anni fa e conteneva già i semi del film, ma non pensavo di poterlo fare in quel momento. Risaliva agli anni ’80 e quando la lessi mi accorsi di quanto fosse attuale. Avevo bene in mente cosa farne ma non sapevo come. Poi lessi ‘The land of lost souls’ di Cadillac Man, un libro dallo stile molto asciutto e secco, e in quell’istante capii come avrei voluto comunicare la storia che mi ritrovavo tra le mani.
    Subito dopo incontrai Oren Moverman e gliene parlai: “Dovresti riscriverla”, gli dissi e lui mi chiese di inviargliela. Tutto questo succedeva poco più di un anno fa.

    Cosa hai scoperto in questo viaggio tra i senza tetto di New York?
    Ci pensavo da dieci anni quindi ho avuto il tempo e il modo di fare tante ricerche e di visitare molti centri di accoglienza, ma quello che mi ha sorpreso di più è stata l’esperienza di stare per strada. Avevamo 21 giorni per girare e i tempi erano strettissimi. Avevamo bene in mente l’idea del film: l’impronta sarebbe stata quella di un ‘invisibile’, io mi sarei dovuto trovare per strada con dei teleobiettivi nascosti sui tetti o dentro i bar, lontani da dove ci trovavamo e avrei dovuto girare per strada senza essere riconosciuto. Così abbiamo fatto una giornata di prova per capire se sarebbe stato possibile, e se qualcuno avrebbe potuto riconoscermi.
    Nessuno mi ha notato, abbiamo girato per 45 minuti su una strada piena di gente e nessuno ha incrociato il mio sguardo. Mi sono calato pienamente nella realtà degli invisibili.

    Il futuro del cinema è quello dei piccoli film?
    Credo che sia il futuro dei film seri. Le sceneggiature migliori vengono dai film indipendenti, nessuno ci guadagna con questi film ma sono il futuro del cinema serio.
    Quando devi proporre un progetto a degli studi cinematografici devi farlo senza far capire che è un dramma, devi farlo passare per un thriller o una commedia altrimenti non ti finanzieranno mai.

    Che tipo di riflessioni hai fatto sui senzatetto?
    Abbiamo girato senza che nessuno mi riconoscesse. Mi ha colpito il fatto che gli unici ad accorgersi di me siano stati due ragazzi di colore: mi hanno riconosciuto, salutato e poi hanno proseguito per la propria strada senza meravigliarsi. Ho pensato molto a questo episodio e riflettuto all’esperienza di essere neri a New York e sono arrivato alla conclusione che loro forse sono più attenti a quello che accade attorno, sono meno chiusi rispetto a noi. Oggi la gente è completamente isolata .
    A New York ci sono 60mila senza tetto, di cui 20mila bambini. Credo sia l’unico posto dove per legge un senza tetto deve ricevere assistenza e questo per via di una causa legale degli anni ‘80.
    Credo che la lezione del film sia un forte desiderio di appartenere a qualcosa e qualcuno, di trovare il proprio posto nel mondo o in un gruppo di persone di cui fidarsi e in questo non c’è differenza tra noi e le persone che vivono per strada. Sono persone sfollate, che cercano un luogo a cui appartenere.

    La scelta di non raccontare nulla del personaggio?
    La sceneggiatura originale raccontava troppo della storia di quest’ uomo, ma questo aspetto non mi interessava, non era importante. Puoi capire tutta la storia di una persona solo se la guardi attentamente e a distanza ravvicinata, solo così riesci a cogliere la vita di un persona: puoi capire la gente soltanto se dedichi del tempo a guardarla. Dobbiamo essere presenti, attenti, pronti e concentrati, non mi piace la facilità; con questo film abbiamo scardinato l’idea del tempo e del personaggio perché ci interessa altro, le informazioni ci sono ma non vengono date in maniera facile.
    Il linguaggio corporeo e gli abiti che ti identificano come senza tetto, uomo fallito e addolorato, sono tutte cose di cui ho paura. Già da lontano la gente decideva cosa fare, raramente vediamo il mondo che ci circonda.

    È un personaggio molto diverso dai tuoi ruoli precedenti. Qual è stata la difficoltà maggiore?
    La tecnica di recitazione è sempre la stessa :quando si interpreta l’altro bisogno tirar fuori il personaggio ed è necessario sparire perché possa emergere. Il film in questo caso non dipende da una trama, qui si parla di sentimenti e di come ci si sente quando si è fuori dal tempo. Dovevamo capire come fare un film simile e come esprimerlo. La vita riempie le inquadrature, a volte è necessario cercare il personaggio o capire da dove arrivano i rumori.
    Abbiamo voluto creare corrispondenza tra ciò che si vede e ciò che si sente.

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    Scrivimi ancora: Le scelte di Rosie

    Acclamato da una folla impazzita di adolescenti alla IX Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, il film di Christian Ditter, Scrivimi ancora, diverte ed addolcisce. In sala dal 30 ottobre.

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    Si dice che in amore non esistano regole e che sia spesso il destino a stabilire gli eventi. A volte però, giuste o sbagliate che siano, sono le scelte a fare la differenza, creando dei mutamenti, delle inversioni di rotta alla storia della nostra vita: parte da qui, o sarebbe meglio dire “arriva” nel finale, il nuovo film del regista tedesco Christian Ditter.
    Scrivimi ancora può essere definita una commedia romantica in piena regola, in cui i destini di due individui si intrecciano inesorabilmente. A fare la differenza da un vastissimo numero di pellicole a tinte rosa è la sceneggiatura, brillante nei dialoghi e stravagante negli accadimenti; nulla è dato per scontato, anche se il finale si può immaginare dai primi minuti.
    I due personaggi principali sono costruiti da cima a fondo, merito forse anche del romanzo di Cecilia Ahern, Scrivimi ancora appunto, da cui è tratto il film. Le tematiche inoltre non sono da meno: il film del giovane (classe 1977) cineasta tedesco introduce argomenti cari all’adolescenza, ma anche al mondo degli adulti. Alcuni fatti vengono presentati in maniera bizzarra dando alla pellicola, almeno nella prima parte, un tono più spensierato e divertente. Uno dei nei potrebbe essere forse l’addensamento di continui imprevisti e capovolgimenti, che alla fine dei conti potrebbero un po’ stancare.
    Come aveva fatto qualche anno fa Lone Scherfig in One Day (anche questo tratto dall’omonimo best seller), Ditter ci racconta una storia di amicizia protratta per numerosi anni; i due protagonisti si rincorrono senza mai trovarsi… o quasi. Nessuna lacrima però, gli spettatori posso stare tranquilli: i toni sono molto leggeri e i dialoghi regalano più di una bella risata.
    Nessuna nota d’autore? La voglia di provarci c’è, ma gli sforzi sono piuttosto vani e il regista non si allontana di certo da un film di genere ben delineato.
    Passando ai protagonisti, non si poteva chiedere di meglio: ad interpretare rispettivamente Rosie e Alex, ci pensano i due promettenti attori Lily Collins (Biancaneve) e Sam Claflin (Hunger Games: La ragazza di fuoco). Insieme funzionano alla perfezione, l’alchimia si sente ed arriva dritta agli spettatori.
    Nel complesso è un film godibile e perfettamente in linea con chi cerca da tempo una commedia romantica dal sapore inglese. A chi si stia chiedendo se il film riesca nel suo complesso a lasciare o meno un messaggio, di certo va detto che bisogna sempre credere nei propri sogni ed avere il coraggio di fare delle scelte… qualsiasi siano gli effetti.

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    Lily Collins e Sam Claflin stregano il red carpet.

    I due protagonisti di Scrivimi ancora, insieme al regista Christian Ditter, oggi a Roma per presentare il film e… far impazzire i fan!

    L’Auditorium ed il red carpet della IX Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma si riempiono di ragazze e ragazzi, in piedi dalle prime luci dell’alba: il merito è di Lily Collins e Sam Claflin, protagonisti di Love, Rosie, commedia romantica (ma non solo ndr.), diretta dal regista tedesco Christian Ditter (Lezioni d’amore). Insieme si sono raccontati e aperti alla conferenza stampa ufficiale del film, che ha già raggiunto il Sold Out per la Premiere di questa sera.
    Christian Ditter, con una forte passione per la commedie alla Notting Hill ed abituato a girare per un pubblico di soli adolescenti, ci ha raccontato che aveva voglia di fare un film che fosse anche per gli adulti: “Ho letto questa storia ed ho pensato che tutti ci si potevano ritrovare”.
    L’alchimia tra i due protagonisti arriva dritta al cuore; entrambi ci hanno confidato che il merito è stato del regista e di un incontro organizzato in un Hotel, ancor prima di leggere la sceneggiatura: “ci siamo sentiti vicini, – racconta Lily Collins – ci siamo raccontati cose che sapevamo solo noi. Siamo riusciti a superare i confini. Questa è una cosa molto rara. Sapevamo entrambi di avere una base, un passato nostro”.
    Lo stesso Sam Clafin racconta: “abbiamo fatto colazione e abbiamo trascorso molto tempo insieme prima delle riprese del film. Il nostro senso dell’umorismo era molto simile. Ci siamo conosciuti. Il film lo abbiamo trascorso uno a fianco dell’altro. C’eravamo sempre. Si è creata quella situazione che noi definiamo N.A.R.: Not Actor Required”.
    Love, Rosie è tratto da Scrivimi ancora (il film sarà appunto distribuito in Italia con questo titolo), best seller di Cecilia Ahern, che ha partecipato attivamente alla lavorazione del film. Lily Collins, che si è ritrovata molto nel personaggio di Rosie, ci ha spiegato: “Io non ho letto il libro prima delle riprese. A volte può essere una limitazione, quando hai un film di due ore tratto da un libro. Avere Cecilia sul set e ricevere la sua approvazione è stato più importante che far riferimento al libro. Mi sono identificata subito nel mio personaggio, c’erano tanti “rosismi” che mi appartenevano. Era come vivere quello che leggevo nella sceneggiatura”. Stessa identificazione anche per Sam Claflin: “Io non mi sentivo come Alex, ero Alex. Le sue caratteristiche sono le mie”.
    Love, Rosie racconta una storia in cui le scelte fanno davvero la differenza, ma non cambiano un destino forse già scritto. “Tutto accade per un motivo – precisa la Collins – se la decisione la prendiamo per noi stessi, allora è giusta. Sono decisioni che vanno prese in un certo momento, anche se le cose non vanno come volevamo. Il modo in cui si affrontano le cose è importante. Si dice appunto che l’importante non è la destinazione, ma il viaggio”.
    Della stessa opinione anche Claflin, che sembra in perfetta sintonia con la sua co-protagonsita: “per me il film tratta non delle scelte giuste o sbagliate. Ciò che conta è la tempistica. Io non ho nessun rimpianto. E’ questo il mio motto. Di errori ne ho fatti, ma bisogna andare oltre”.
    Non spetta che al pubblico di Roma (la gran giuria) l’ultimo commento!

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    Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet: Sogno franco-americano

    Presentato in anteprima italiana al Festival Internazionale del Film di Roma il nuovo lungometraggio di Jean-Pierre Jeunet, regista de Il favoloso mondo di Amélie, approderà in sala nel 2015.

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    Un ragazzino di nove anni, un carrello, una valigia piuttosto pesante. È l’inizio di un lungo viaggio, è l’occasione di un gradito ritorno. Quello di Jean-Pierre Jeunet, il regista culto di Delicatessen e La città perduta (allora in coppia col collega Marc Caro), che nel 2001 si fece conoscere in tutto il globo con Il favoloso mondo di Amélie e che torna alla regia a cinque anni dall’ultima prova con Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, presentato in anteprima al Festival Internazionale del film di Roma.

    Tratto dal romanzo “Le mappe dei miei sogni” di Reif Larsen il film ci racconta di T.S., giovanissimo genio della provincia americana, con alle spalle una famiglia peculiare e un episodio tragico, che si incammina verso l’altra parte dell’America per andare a ritirare un premio per una sua invenzione. Ma il viaggio per cui Jeunet ci conduce, prendedoci per mano con il suo narrare favolistico e delicato, non è solo un percorso verso il riconoscimento dei propri meriti, non è la fuga da una gabbia familiare, né tantomeno uno scontato romanzo di formazione. L’avventura del piccolo Spivet (interpretato da un intenso e a tratti disarmante Kyle Catlett, visto nella serie tv The Following) è anche e soprattutto una riflessione sulla natura umana, su quella vita che le mappe e gli studi scientifici non riescono mai a spiegare e a contenere del tutto. Una vita dove scienziati e cowboy si amano di un amore improbabile se non impossibile, dove c’è sempre una mano pronta ad aiutarti che sia tra i vagoni abbandonati di una stazione o posata sul volante di un tir, dove a volte a finire sotto l’occhio dei media non è un’aspirante miss ma un scienziato in erba.

    Tutto questo ci è narrato con uno stile a volte brioso, a volte malinconico ma sempre pieno di trovate come se il David Lynch di Una storia vera incontrasse a metà strada il Wes Anderson di Moonrise Kingdom (anche se va ricordato che Jeunet in termini di storie visionarie e stralunate non ha niente da invidiare ai due colleghi). Tra una chiacchierata con un cane depresso, un paio di selfie, un intermezzo scientifico e qualche personaggio volutamente grottesco la fiaba firmata Jeunet attraversa le grandi pianure americane e arriva direttamente nei nostri cuori grazie anche agli sforzi di un cast delizioso, guidato da Catlett e impreziosito dalle performance di Helena Bonham-Carter e di Callum Keith Rennie nella parte dei genitori e quella dell’altro attore-bambino Jakob Davies nella parte del fratello.

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    Takashi Miike racconta il suo “gioco”

    Sono entusiasti e sorridenti e accennano un breve saluto in italiano: “Buongiorno a tutti!”.
    Sono Sôta Fukushi e Hirona Yamazaki, i protagonisti di As The Gods Will, il nuovo film del maestro giapponese Takashi Miike.
    Li abbiamo incontrati, insieme al regista e al produttore del film, in occasione della IX Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.
    La pellicola, basata su un noto manga giapponese, è stata presentata nella sezione Gala della kermesse romana, regalando momenti di brio e applausi in sala durante l’anteprima stampa.
    “Il manga è la storia originale – ha spiegato Miike – in passato molti registi hanno ricevuto stimoli dai manga… Anni fa accadeva addirittura il contrario. L’importante è avvicinarsi alla realtà quotidiana (…). Gli elementi presi non sono tutti classici del manga. Alla fine ad esempio ci sono le matrioske: forza fisica, intelligenza e creatività… queste sono gestite da qualcosa da cui non possiamo scappare, la fortuna, il caso”.
    I due giovanissimi attori, per la prima volta in Europa, ci hanno raccontato i loro personaggi ed il modo in cui hanno visto ed interpretato la storia.
    Sôta Fukushi si specchia con Shun Takahata (il suo protagonista) e ci piega: “Si parla di uno studente qualunque, non ha nulla di particolare. Nell’originale cartaceo è un ragazzo che immagina di tagliarsi il dito con una bicicletta. Gli imput per la recitazione sono venuti dal manga e nel corso delle riprese”.
    Hirona Yamazaki si sofferma, invece, sulla metamorfosi della sua protagonista e del rapporto che ha nella storia con Sôta Fukushi: “Sono amici di infanzia, sono cresciuti insieme. C’è una metamorfosi nella loro relazione. Mi sono ispirata a questo particolare cambiamento”.
    Alla domanda se avesse mai pensato di realizzare un film ad Hollywood, Miike ci spiega che in realtà l’idea era quella di girare con una produzione statunitense, rimanendo però in territorio nipponico: “Quest’anno c’è stato un incontro con Tom Hardy, con lui si è parlato di fare un film.
    Si pensava ad un film giapponese, con attori giapponesi, ma con una produzione americana. Purtroppo tutto si è bloccato a pochi giorni dall’inizio delle riprese. I punti che voglio sviluppare nella mia cinematografia vanno, comunque, al di là della nazione in cui viene girato. Anche ad Hollywood non cambierebbero”.
    Con la speranza di vedere presto la pellicola nella sale del nostro Paese (nessuna distribuzione italiana si è per ora fatta avanti), si aspetta la reazione del pubblico giapponese… Che siamo certi, non deluderà.

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