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    Lo sciacallo: La lunga notte del sogno americano

    Primo exploit dietro la macchina da presa per lo sceneggiatore Dan Gilroy che dirige un inquietante Jake Gyllenhaal in un noir drama piuttosto atipico presentato al Festival Internazionale del Film di Roma. Nelle sale italiane dal 13 novembre per la Good Films.

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    La notte della metropoli, un’auto sportiva, una telecamera. Nightcrawler (in italiano Lo sciacallo) è questo ma è anche molto di più. Presentato al Festival Internazionale del Film di Roma l’esordio del regista Dan Gilroy racconta l’epopea di Lou, outsider losangelino, che entra a piedi uniti nel mondo dell’informazione televisiva grazie all’idea di andare a riprendere immagini esclusive sui luoghi della cronaca nera, siano essi la scena di un terrificante incidente o di un omicidio efferato.

    Ma nella sceneggiatura firmata sempre da Gilroy – che a Hollywood s’era fatto strada proprio con gli script di film come Real Steel e The Bourne Legacy – le gesta del protagonista, interpretato da Jake Gyllenhaal, riescono ad avere tanto il sapore della scalata all’Olimpo quanto quello della discesa agli inferi, in un’escalation inarrestabile che ha il coraggio di prendere il mito del sogno americano e di raccontarne il lato macabro e perverso. E così l’aspirazione al successo sopprime ogni scrupolo e lascia emergere pulsioni erotiche e sessuali che solo il pudore della scrittura confina in pochi dialoghi e in molte allegorie.

    Ma questo film non è solo riflessione, non è solo denuncia cruda e realistica di un sistema dell’informazione che cede troppo spesso alla tentazione del voyeurismo e della spettacolarizzazione, perché in Nightcrawler c’è anche la forza delle immagini che ritraggono una Los Angeles fatta solo di stradoni infiniti, avvolti in una notte perenne. C’è una coscienza registica che quando bisogna premere sull’acceleratore si lascia prendere dall’amore per un certo cinema che faceva dell’auto il suo feticcio, da Steve McQueen a Driver l’imprendibile. C’è la consapevolezza di un intreccio noir che non ha bisogno di guardie e ladri per raccontare un’ossessone e soprattutto c’è un protagonista perfetto, sia sulla carta che sullo schermo.

    Il personaggio di Lou, che si riempie la bocca con le formule vuote dei manuali di gestione d’impresa, e l’interpretazione di Gyllenhaal, con quel suo sguardo prima attonito e stordito dalla sovraesposizione televisiva, poi  gradualmente più viscido e consapevole, sono infatti il vero motore di una vicenda ineluttabile come il destino dei suoi protagonisti e di un film povero, spietato ma indubitabilmente bello.

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    Festival del Film di Roma 2014: Trionfano “Trash” e “12 Citizens”

    Cala il sipario sul Festival Internazionale del Film di Roma che nell’edizione della ‘sterzata’ incorona Trash. 
    Nell’anno  della ridefinizione della propria identità , che sembra essere tornata alla ‘festa’ delle origini,  la kermesse capitolina affida il verdetto al pubblico. Nella sezione Gala trionfa così il film di Stephen Daldry (Trash), mentre ad accaparrarsi i voti degli spettatori per Cinema Oggi è il remake cinese de La parola ai giurati, 12 Citizens.
    L’arrivederci alla prossima edizione (la decima) si accompagna all’addio di Marco Muller, che lascerà la direzione artistica allo scadere del mandato il prossimo dicembre.
    Un annuncio nell’aria già da qualche tempo, ma ufficializzata nel corso della conferenza stampa di chiusura: “Sono stati tre anni in cui ho imparato tanto; vengo da 30 anni di ‘fabbricazione di festival’, ora cercherò di mettere a frutto tutto questo nell’insegnamento, continuando nel mio ruolo di docente di stili e tecniche del cinema presso l’Accademia di Architettura”.

    TUTTI I VINCITORI

    Premio del Pubblico BNL | Gala: Trash di Stephen Daldry
    Premio del Pubblico | Cinema d’Oggi: Shier gongmin / 12 Citizens di Xu Ang
    Premio del Pubblico | Mondo Genere: Haider di Vishal Bhardwaj
    Premio del Pubblico BNL | Cinema Italia (Fiction): Fino a qui tutto bene di Roan Johnson
    Premio del Pubblico | Cinema Italia (Documentario): Looking for Kadija di Francesco G. Raganato

    Premio TAODUE Camera d’Oro alla migliore opera prima
    Andrea Di Stefano regista di Escobar: Paradise Lost (Gala)
    – Laura Hastings-Smith produttore di X+Y di Morgan Matthews (Alice nella città)
    – Menzione speciale: Last Summer di Lorenzo Guerra Seràgnoli (Prospettive Italia)

    Premio DOC/IT al Migliore Documentario italiano
    Largo Baracche di Gaetano Di Vaio (Prospettive Italia)
    – Menzione speciale: Roma Termini di Bartolomeo Pampaloni (Prospettive Italia)

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    Alice nella Città: Trionfano “The Road Within” e “Trash”

    Si conclude l’undicesima edizione della sezione autonoma e parallela del Festival Internazionale del Film di Roma dedicata alle giovani generazioni e alle famiglie. Ecco i vincitori.

    L’undicesima edizione di Alice nella Città – ormai storica sezione parallela del Festival Internazionale del Film di Roma – chiude battenti e proclama i suoi vincitori. A trionfare è “The Road Within”, esordio alla regia della scrittrice americana Gren Wells, che una giuria composta da 21 ragazzi tra i 14 e i 18 anni ha scelto come Miglior film del Concorso Young/Adult.
    “Un lungo viaggio dentro se stessi, una storia di accettazione, di cambiamento e di amore per la vita – si legge nelle motivazioni del premio – che, attraverso l’ironia e l’interpretazione dei tre protagonisti, riesce a toccare il cuore dello spettatore”.

    Nel cast del film Zoë Kravitz (Good Kill, X Men – L’inizio), Robert Patrick (Terminator 2 – il giorno del giudizio, Quando l’amore brucia l’anima, The Unit, Un ponte per Terabithia), Dev Patel (The Millionaire, L’ultimo dominatore dell’aria, Marigold Hotel), Robert Sheehan (Angeli ribelli, Anita B. e l’acclamata serie tv inglese Misfits), Kyra Sedgwick (The Humbling).
    “Un ringraziamento speciale alla giuria per tutto il tempo che ha dedicato alla visione dei film del concorso e per le loro domande così profonde. – ha commentato la regista – E’ straordinario vedere adolescenti che fanno un lavoro così intenso e bello”.

    Il Premio Speciale della Giuria va invece a Trash, diretto dall’inglese Stephen Daldry con Rooney Mara, Selton Mello, Wagner Moura, Martin Sheen, Nelson Xavier. Ambientato in una favela di Rio de Janeiro, il film racconta di due ragazzini che, scavando fra i detriti di una discarica locale, trovano un portafoglio che cambierà le loro esistenze per sempre.

    Ed è così che la giuria commenta questa scelta: “Trash è una denuncia sociale e politica che prende vita grazie all’innocente ricerca di giustizia di tre bambini strappati ad un’esistenza “sporca” tra le favelas di Rio. Una pellicola che esce fuori dallo schermo e attira l’attenzione del pubblico grazie a una spontanea interpretazione, una perfetta fotografia e una coinvolgente colonna sonora”.

    Ottimo il bilancio con cui si chiude questa edizione di Alice nella Città: 29.500 le presenze tra pubblico e accreditati, di cui 24.500 per le proiezioni dei film (pubblico e accreditati) e 5.000 registrate per tutte le attività aperte al pubblico a ingresso gratuito. Numerosissime anche le scuole coinvolte: 80 istituti superiori coinvolti, di cui 16 provenienti dalla provincia , e 69 scuole elementari e medie di tutti i municipi di Roma.

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    Kevin Costner al Festival di Roma: “La bellezza del mondo? La diversità”

    L’attore premio Oscar per Balla coi Lupi sbarca a Roma con un film che rispolvera la questione razziale nell’America di oggi.

    Occhiali da sole, sciarpa che gli copre il volto fino al naso, cappotto grigio. Quando si presenta ai giornalisti per raccontare il film che al Festival di Roma lo vede nella doppia veste di attore e produttore,  Kevin Costner arriva così. “E’ stato bello poter venire dall’aeroporto in macchina fino a qui, sarebbe stato ancora più bello se su quella macchina avessimo potuto fare un giro tutti insieme”, esordisce. Icona di fascino, sex symbol, premio Oscar per l’indimenticabile Balla coi lupi e chitarrista nel tempo libero con la sua band ‘Modern West’, Costner porta alle kermesse capitolina Black and White di Mike Binder, un dramma familiare che rispolvera la questione razziale.
    Strano o perlomeno insolito vederlo nei panni di un nonno alle prese con la perdita delle donne più importanti della sua vita, moglie e figlia, la cui unica missione sarà prendersi cura della nipotina birazziale.

    Cosa l’ha colpita del film al punto tale da volerlo produrre? Un consiglio su come affrontare la situazione?
    La questione è così delicata che non posso pretendere di avere delle risposte. La bellezza del mondo è sempre stata rappresentata dalle differenze, alcune delle cose più belle sono successe con persone con cui non avevo in comune neanche la lingua.
    Il razzismo è un grosso problema in America. Nel corso della sua creazione e formazione abbiamo deportato schiavi che hanno contribuito a costruire il nostro paese e abbiamo pagato quell’ errore a carissimo prezzo, non siamo l’unico paese ad averlo commesso ed è una delle cose peggiori che si possa fare all’umanità.
    Come si può risolvere il problema? Ho cercato di affrontarlo con un film che non parla di schiavitù, ma di cosa succede oggi e questo forse potrebbe aiutarci nella discussione. Avevo detto a mia moglie che credevo fortemente di dover fare questo film ed alla fine ci abbiamo dovuto mettere i nostri soldi, perché i grandi studios non lo consideravano un film capace di fare cassa. Io al contrario penso che Black and White possa avere grandi chance di successo e essere utile a chi di razzismo vuole discutere. Pur nella sua drammaticità è una storia piena di umorismo in cui si ride molto e c’e tanto calore.

    Nella sua carriera ha alternato ruoli più sentimentali a film d’azione. Quale approccio preferisce?
    C’è un approccio diverso per ogni film e non ho mai cercato di costruire la mia carriera su un solo genere; che sia commedia o azione, decidere di lavorare su un solo genere è un modo intelligente e molto furbo di fare business.
    Mi sono sentito sempre libero di prendere parte a progetti grandi e piccoli e, cosa ancora più importante, se c’è un film che nessuno vuole fare io lo faccio lo stesso; nella vita esiste una solo chance e per me è importante coglierla.

    A chi si è ispirato per interpretare il nonno protagonista della pellicola?
    Avevo dei nonni, ma non ho tratto ispirazione da loro; mi sono comportato così come il ruolo era scritto in sceneggiatura: è un uomo che beve molto, ha perso figlia e moglie e ora si sta battendo per mantenere l’ultimo anello di congiunzione tra quelle due donne, cioè la nipotina.
    Così come succede nella vita, quando sai per cosa ti batti sai cosa devi fare.
    Nel corso della nostra esistenza abbiamo l’opportunità di essere tante cose e io ho avuto la possibilità di farne tante, ma tutte queste cose possono cambiare e interrompersi; solo una cosa non cessa mai ed è la responsabilità di padre. Cerco di passare a casa la maggior parte del tempo, porto a scuola i miei figli, li vado a riprendere, spesso mi tocca fare da paciere, la mia figlia di 4 anni già ora vive drammi tremendi ogni sera e ogni giorno!
    Il mondo è abituato a vedermi come attore, ma quello che il mondo non vede è la parte che mi dà la grande gioia di stare con i miei amici e la mia famiglia. Esser attore è una cosa strana e insolita, ma ne ho tratto dei vantaggi: la gente mi tratta bene e con rispetto, mi offre il meglio in termini di tempo, stasera occuperò una stanza bellissima qui a Roma e lo apprezzo molto.
    Non vengo da una famiglia dove qualcun’ altro lavorava nel mondo del cinema, avevamo pochi soldi e quando decisi fare l’attore per mio padre fu dura perché non sapeva come aiutarmi. C’è una cosa che tutti i padri hanno in comune: il desiderio di aiutare i propri figli; la mia vita è diventata molto più di quanto avrei mai immaginato e per tutto questo gli sono e gli sarò per sempre molto grato. Ma quando sono a casa è tutto estremamente normale, non ci sono macchine da presa, non ci sono microfoni, c’è solo il dramma della mia bambina di 4 anni.

    Qualcosa sta cambiando nel mondo della produzione americana. Anche altri suoi colleghi hanno iniziato a produrre i propri film…
    A Hollywood tutti stanno cercando di provare l’esperienza di fare film. Le pellicole sono arrivate a costare 250 milioni di dollari o più; è giusto che ci sia lo spazio per i grandi film, sono entusiasmanti, ma nel cuore di chi ama il cinema c’è un posto anche per film più piccoli che possono anche fare un sacco di soldi. Come nel caso di Balla coi lupi ad esempio, che costò 16 milioni e ne incassò 500. I miei più grandi successi arrivano dai piccoli film e spero che lo stessa possa avvenire con Black and White.
    Quando si parla di razzismo l’atmosfera si surriscalda, questo film invece contiene un messaggio che ci aiuta ad evitare che ciò accada.
    C’è una grossa differenza tra essere produttore mettendoci il nome ed esserlo invece mettendo le mani nelle proprie tasche.

    Ha mai vissuto il pregiudizio del bello ma non bravo?
    Quando vediamo una donna non bella seduta da sola in un angolino, pensiamo che sia timida , mentre se vediamo una donna bella seduta in un angolo in disparte crediamo che sia una snob e che non voglia parlare con nessuno perché si sente migliore degli altri.
    Perché ragioniamo così? Perché nella vita viviamo in base alle impressioni e questo vale anche con la razza: vediamo una persona con un colore di pelle diverso e sulla base di come siamo cresciuti proviamo un sentimento verso quell’ individuo, ma potremmo sbagliarci di grosso e molto spesso è così. Va bene guardare una persona e decidere che è nera o cinese: il momento del riconoscimento non è quello più importante, è il pensiero immediatamente successivo che in un certo senso definisce chi si è nella vita. Se nella recitazione sei un metro e novanta e sei un bell’ uomo qualcuno penserà che ti manchi il cervello; nel mio caso non penso di essere così intelligente, ma mi ritengo solo estremamente fortunato e lavoro ogni giorno per diventare più intelligente.
    Mia moglie ha molta bellezza esteriore e io ne sono stato attratto, ma quella di cui mi sono innamorato è la persona con cui ho parlato.

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    Stonehearst Asylum: Elogio della follia

    Il nuovo film di Brad Anderson, regista dell’ Uomo senza sonno, approda al Festival Internazionale del Film di Roma. Una storia ispirata ad un racconto di Edgar Allan Poe e interpretata da Jim Sturgees e Kate Beckinsale.

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    Menti malate, siano esse chiuse in una stanza dalle pareti imbottite o celate sotto un camice bianco. Perché la follia sembra ragione e la ragione suona come follia in Stonehearst Asylum, nuova prova registica di Brad Anderson, che a dieci anni dall’ Uomo senza sonno torna sul grande schermo dopo aver trovato, nel frattempo, gloria e fortuna in tv.
    Per questo rientro sulla scena che conta di più, Anderson sceglie la via del gotico adattando per il cinema il racconto “Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma” di Edgar Allan Poe, una storia di ragione e follia dove i due opposti si confondono e si scambiano a intervalli più o meno regolari. La storia è quella del dottor Edward Newgate (interpretato dal Jim Sturgees di Cloud Atlas e Across the universe) che si presenta al manicomio del titolo e finisce per subire il fascino sia della paziente Eliza (Kate Beckinsale), sia del primario, il dottor Lamb (Ben Kinglsey) anche se non tutto, anzi quasi nulla, è come sembra.
    Gioco continuo di inversione dei ruoli, dunque. Una premessa che di per sé è affascinante ma la sceneggiatura firmata da Joe Gangemi fa l’errore di accontentarsi troppo presto dell’idea di fondo e qualche colpo di scena disseminato qua e là non dissipa più di tanto la sensazione che il thriller abbia un svolgimento abbastanza convenzionale.
    Stesso dicasi per la regia che a parte qualche sequenza più accattivante (la scena del ballo tra pazienti e dottori) non si discosta di molto dagli standard di un cinema che ricalca la sua protagonista, Kate Beckinsale, professionale ma senza troppa personalità.

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    Bellocchio, Scola, Virzì: “ Il disegno, un riferimento sempre presente”

    I tre celebri registi incontrano il pubblico del Festival Internazionale del Film di Roma in occasione della presentazione di “Prima del film”, documentario diretto dal duo Sesti – Chiarini.

    La magnificenza nel coinvolgere attivamente tre autori di genere in un documentario che fortifica il rapporto fra l’arte figurativa ed il linguaggio delle immagini in movimento. Una diagnosi “idealistica” – ma del tutto concreta – sostenuta da tre personalità di un certo rilievo come Marco Bellocchio, Ettore Scola e Paolo Virzì, sono l’epicentro di “Prima del film”, lavoro documentaristico diretto dal duo Mario Sesti e Marco Chiarini.

    “Fare caricature in un certo qual senso è importante, sono per me una buona fonte d’ispirazione, anche perché in qualche modo ritraggono in maniera folcloristica il carattere naturale di una persona”. Comincia così Paolo Virzì, facendo tra l’altro riferimento alla caricatura di un  personaggio del suo ultimo film, Il Capitale Umano:  “ Fabrizio Bentivoglio era così entusiasta di questa mia caricatura che ha voluto studiarla per riproporla fedelmente a livello interpretativo”.

    “E’ importante avere un’ispirazione che sia ideologicamente creativa. Io onestamente non ripropongo mai nei miei film i disegni che mi diletto a fare anche perché non mi considero audace.” – prosegue Marco Bellocchio, che sviluppa la discussione approfondendo sempre più il binomio cinema-pittura – “ Mi chiedo come mai nel documentario vi fossilizziate con delle riprese in primo piano: è più preziosa una ripresa ampia che diametralmente stretta. Il cinema non dico che vada di pari passo con la pittura, ma è palese che fra i due ci sia un legame, che pure se indiretto, è sempre presente”.

    Non poteva mancare una conclusione alquanto “pittoresca” – proprio per rimanere in tema – da parte di Ettore Scola:  “Inizialmente il mio sogno era fare il fumettista; ho tentato i primi tempi ma non ci riuscii. Decisi quindi di non tappare totalmente la mia “vena creativa” e ho continuato a dilettarmi in disegni. Una sera andai con Fellini in un bar, siamo stati tutto il tempo a disegnare ignari di ciò che avevamo intorno. Ritengo un vero artista Marco Bellocchio, che sostanzialmente fra me e Paolo Virzì è quello che ha più creatività sul piano disegnativo. Questo è un incontro che riguarda l’associazione cinema-disegno, dunque se si disegna è inutile perdersi in colloqui fini a se stessi.”

    Alessio Giuffrida

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    Tusk: Tricheco da cult

    In anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma l’horror-comedy firmata dal regista di Clerks e Dogma, Kevin Smith.

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    Grottesca e chiacchierona. La storia di Kevin Smith chiaramente, la centralità dei dialoghi, ironici, sboccati, spesso infiniti, in certi casi oggetti di culto. Dialoghi accompagnati da situazioni al limite tra ironia e disgusto. La formula si riprende, la formula si ripete anche quando cambia il genere. Niente più commedia indie, niente più Clerks, commessi sull’orlo di una crisi di nervi, ora è il tempo dell’horror, ora è il tempo di Tusk.

    Si intitola così l’ultima opera di Smith, presentata in anteprima alla nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Tusk come la zanna di un tricheco, ed è proprio il tricheco l’improbabile animale feticcio che popola l’incubo personale di questa commedia, horror sì, ma pure commedia. Perché la personalità registica di Smith è tanto forte che piuttosto che piegarsi alle regole del genere, preferisce piegare le regole del genere alla sua estetica.

    La storia è quella di Wallace (la cui pronuncia è molto simile alla parola walrus, tricheco), podcaster che di mestiere prende in giro i fenomeni virali della rete e che si ritrova alla mercé di un canadese pazzo che vuole trasformarlo in un tricheco umano, mentre la sua ragazza e il suo migliore amico si mettono sulle sue tracce, con l’ausilio di un’improbabile investigatore del Quebec. Il mix di generi è curioso ma sembra sposarsi perfettamente con lo Smith-pensiero: il gore si mescola con una trama che ha un retrogusto di parodia ma che riesce a non sfociare in farsa. Gli elementi clerksiani, pur diradati dall’intreccio horror, riaffiorano con regolarità dando pane ai denti di chi non aspetta altro che qualche scena cult (il discorso su cosa fare e cosa non fare in Canada) e alleggeriscono il tono di quello che di fatto è un racconto ammonitorio.

    Buona la direzione degli attori, dove oltre al protagonista Justin Long e a Michael Parks, attore feticcio di Tarantino e Rodriguez (che gli affidavano quasi sempre il ruolo del ranger Earl McGraw), spicca un Johnny Depp non facilmente riconoscibile (e indicato con uno pseudonimo nei titoli) che interpreta un detective scalcinato che sarà protagonista di un prossimo film del regista.

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    Fino a qui tutto bene: Laureati… e poi?

    Il regista de I primi della lista torna al Festival di Roma con il suo secondo lungometraggio. Onesto e sincero atto di coraggio.

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    Un titolo che è una chiara citazione de L’odio di Mathieu Kassovitz, un impianto produttivo sui generis, il The Coproducers, che invece di pagare attori e maestranze gli dà il diritto di ricevere una percentuale sull’incasso del film, un budget complessivo di 250mila euro, 21 giorni di riprese in tutto. E alle origini un documentario che il regista Roan Johnson avrebbe dovuto girare sull’ateneo di Pisa, ma che non vide mai la luce. Perché sarebbe diventato questo film, Fino a qui tutto bene, secondo lungometraggio del regista toscano che proprio al Festival di Roma, dove il film è stato presentato nella sezione Prospettive Italia, esordì nel 2011 con I primi della lista.
    Protagonisti cinque ragazzi fuori sede al termine del loro percorso di studi universitari, alle prese con l’ultimo weekend nell’ appartamento che hanno condiviso per anni tra esami, amori, dolori, sogni, feste in terrazza e lavandini da sturare prima che la vita vera irrompa definitivamente in una quotidianità fino a quel momento acerba, protetta, ovattata.
    L’ultimo gin tonic, poi ognuno per la propria strada: Ilaria (Silvia D’Amico) tornerà a Frosinone a casa dei genitori, il ‘Cioni’ (Paolo Cioni) rimarrà da solo a Pisa, Vincenzo (Alessio Vassallo) invece se ne andrà in Islanda a studiare i vulcani, Francesca (Melissa Anna Bartolini) il suo sogno d’attrice pensa di realizzarlo a Milano, Andrea (Guglielmo Favilla) invece ci ha rinunciato e per questo ha deciso di raggiungere un amico in Nepal.
    Malinconico, leggero, ironico Fino a qui tutto bene è, come lo definisce il regista stesso, “un atto di coraggio collettivo”, un modello produttivo certo non sempre replicabile ma forse l’unica soluzione in questo caso per raccontare lo spaccato di una generazione.
    Una casa condivisa –anche dagli stessi attori protagonisti, perché di soldi per l’albergo non ce n’erano – una camera a mano, una sceneggiatura spesso riscritta sul set e la partecipazione di tanti amici e colleghi sono bastati a fotografare la magia di un istante e l’incertezza del dopo.
    E la crisi? In un paese che gira in tondo non resta che rimettere i remi in acqua e cercare di trovare la giusta direzione. Il tempo di un’ultima birra, poi tutti a remare.

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    Valentina Lodovini, sexy coatta per Di Gregorio

    Nell’ultimo film del regista di Pranzo di Ferragosto, Buoni a nulla, l’attrice interpreta una seducente impiegata. Ecco cosa ci racconta al Festival di Roma che la ospita con ben tre film.

    Sexy, procace e ‘coatta’. Il suo nome è Cinzia, è l’impiegata furbetta che Gianni Di Gregorio affianca a Marco Marzocca nel suo ultimo film Buoni a nulla, presentato al Festival di Roma nelle sezione Gala. E a darle il volto è Valentina Lodovini, che alla kermesse capitolina è presente in ben altri due film: donna di un boss nella Napoli degli anni’80 per I milionari di Alessandro Piva e pin-up da sogno per Tre tocchi di Marco Risi. “Questo film – ci dice – racconta uno spaccato di umanità del 2014” a partire dalla sua eccentrica Cinzia.

    Quanto è difficile essere se stessi?
    Spesso abbiamo paura di non piacere o di contraddire gli altri. Non c’è costruzione dietro, non lo fai con intenzione ma è così che ognuno di noi tende a sopravvivere fingendo di essere quello che non si è.
    E questo succede a tutti, anche ai cattivi del film: ad esempio la direttrice, interpretata da Anna Bonaiuto, alla fine si rivela una donna sola, non è una strega acida. È la solitudine che la porta a essere più chiusa e cinica.

    Come è nata Cinzia e come ti ha guidato Gianni nella costruzione di questo personaggio?
    Quello che mi piace di Gianni è il suo sguardo non ipocrita e onesto. Con me ha fatto un lavoro straordinario: mentre la macchina da presa era su di lui e Marco, io cercavo Cinzia, la cercavo nel modo in cui messaggiava, negli ammiccamenti, nella maniera in cui si muoveva. E nonostante fosse impegnato a recitare e dirigerci, Gianni ha saputo vedere, è riuscito a cogliere questo momento e ha voluto riprendere tutto. Così è nata Cinzia. Anche la battuta di loro due sulle tette in sceneggiatura non c’era, è venuta fuori improvvisando e io l’ho scoperta vedendola, mi ha fatto ridere un sacco.

    Nel film i protagonisti imparano a dire di no. Quanto è importante adattarsi, cambiare la propria natura e quanto invece questo mondo corre più veloce di noi?
    L’unica speranza è rimanere fedeli a stessi, tenendo però ben presente che si può sbagliare. Capita a tutti, è umano. Dico sempre: ponderare è meglio che amare. Che per me significa rispetto assoluto verso chi la pensa diversamente da te, perché la diversità è ricchezza; il nostro paese ha una storia straordinaria ed è stato colonizzato da popoli diversi in grado di stare l’uno con l’altro. Oggi abbiamo perso tutto questo insieme alla facoltà di pensiero e alla conoscenza.
    Ho avuto un’infanzia molto felice, giocavo con le galline nell’orto e credo che si debba tornare a lasciar fare ai bambini i bambini, e ridargli la possibilità di scoprire il rapporto con gli altri o la bellezza di conoscere il mondo attraverso un libro: sono cose preziosissime!
    Un’altra cosa in cui credo è meno lavoro ma per tutti, perché non si risana un paese uccidendone la storia e la cultura, chiudendo aziende, cinema e teatri.

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    L’amore bugiardo: Disturbante Fincher

    Il regista di Fight Club dirige Ben Affleck e Rosamund Pike in un thriller tratto dal romanzo di Gillian Flynn. Presentato in anteprima alla nona edizione del Festival di Roma, arriverà in sala dal 18 dicembre.

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    Geniale, sovversivo, disturbante. Un vertiginoso, hitchcockiano viaggio verso gli inferi. L’amore bugiardo di David Fincher (che la 20th Century Fox distribuirà nelle sale italiane dal 18 dicembre) tesse un ordito che rispetta i canoni del thriller, ma soltanto per disfarlo e rivelarsi l’esatto opposto di quello che si era immaginato per tutta la prima parte del film.
    Belli, ricchi e innamorati, Nick (Ben Affleck) e sua moglie Amy (Rosamund Pike) sono la coppia perfetta, vivono a New York, si desiderano e flirtano come il primo giorno in cui si sono conosciuti. Almeno fino a quando la crisi economica non li costringe a lasciare l’agiata vita newyorchese: la perdita dei rispettivi posti di lavoro li porta a trasferirsi in Missouri, nel paese natale di lui. Qui Nick tenta di ripartire da zero aprendo un locale insieme alla sorella Margo (Carrie Coon); Amy invece deve accontentarsi delle lunghe patinate giornate da casalinga disperata in un’immensa solitaria villetta di provincia. Le incomprensioni crescono e il giorno del loro quinto anniversario Amy scompare: al suo rientro a casa Nick si ritrova davanti una scena del crimine che lo vorrebbe come principale indiziato. Il volto di Amy invece diventa oggetto conteso dai principali show televisivi di un paese assettato di verità a tutti i costi.
    Il regista visionario di Fight Club dirige un agghiacciante ritratto della vita coniugale e della filosofia dell’apparire, e fa del ribaltamento la sua principale chiave di lettura; ruoli, prototipi e regole del genere diventano il bersaglio di un arguto, ironico e personalissimo gioco di specchi e capovolgimenti. Tutto diventa il contrario di tutto, nessuna verità assoluta se non quella che ad uno spettatore in balia delle manipolazioni fincheriane viene restituita dalle pagine del diario di Amy prima e dalle immagini dello show mediatico che la vicenda scatena, poi.
    Fincher spiazza, disattende, schiaffeggia letteralmente lo spettatore con una storia basata sull’omonimo romanzo di Gillian Flynn, che cura anche la sceneggiatura e che oltreoceano si è già guadagnata alcune accuse di misoginia.
    Tutta la seconda parte de L’amore bugiardo demolisce pezzo dopo pezzo le convinzioni costruite durante il primo tempo, che invece sembra procedere nella direzione di un classico thriller e i ruoli si caricano di sfumature: la biondissima e gelida Rosamund Pike sovverte il concetto tradizionale di ‘femme fatale’, così come un sornione Ben Affleck è l’occasione per riproporre un un continuo spostamento di prospettiva da carnefice a vittima e viceversa.
    Nel mirino ci finisce anche una lunga, ironica e sfacciata disamina sulla spettacolarizzazione di fatti e persone, dalla quale nessuno si salva: l’immagine che ognuno di noi ha dell’altro è precaria, labile, e non solo nell’immenso ridicolo baraccone con cui i media manipolano, orientano e determinano il pensiero comune, ma anche nell’intimo spazio del proprio focolare domestico. Forse più conturbante e pericoloso di qualsiasi altro circo mediatico…

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