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    Intervista a Le Coliche, Premio Comunicazione all’Olbia Film Network

    Il duo comico romano dei fratelli Claudio e Fabrizio Colica insieme al regista Giacomo Spaconi, ritira all’Olbia Film Network il Premio Comunicazione. Diventati un fenomeno di successo sul web con le parodie delle mode del momento e decretando con il loro “The giornalai” la morte dell’indie, Le Coliche si preparano ora al salto verso altri orizzonti. Senza smettere di prendere di mira i tormentoni musicali dell’estate, come nel loro ultimo “A Ostia vacce te”, rivisitazione satirica di “Ostia Lido” di J-AX.

     

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    Rapina a Stoccolma: La storia di una sindrome

    Rapina a Stoccolma racconta il curioso fatto di cronaca che diede origine alla sindrome che porta il nome della capitale svedese. Robert Budreau dirige Ethan Hawke e Noomi Rapace. In sala dal 20 giugno.

    La sindrome di Stoccolma non è una novità per il cinema. Dal John Q. di Denzel Washington all’Al Pacino di Quel pomeriggio di un giorno da cani, passando per Il mondo perfetto di Clint Eastwood. Ma il legame che si sviluppa tra chi commette e chi subisce un crimine prende il suo nome da un fatto di cronaca che già l’epigrafe del film non esita a definire assurdo. Rapina a Stoccolma, il film diretto da Robert Budreau e interpretato da Ethan Hawke, racconta i sei giorni che sconvolsero la Svezia nel lontano 1973, pur cambiando nomi e situazioni con un escamotage che permette così di inserire qualche elemento prosaico, a cominciare da una storia d’amore, senza offendere i diretti interessati e i loro eredi.

    Lars Nystrom (Hawke) è un fuorilegge con la fissa dell’America che inscena una rapina in banca con l’idea di prendere degli ostaggi. L’obiettivo è quello di chiedere in cambio la liberazione di un amico e collega rapinatore (Mark Strong). Di mezzo ci finiscono tre sfortunati dipendenti, tra cui Bianca (Noomi Rapace), impiegata modello e madre di famiglia. Tenuti sotto scacco dalle forze dell’ordine, che non vogliono permettere la fuga nonostante le promesse di liberazione degli ostaggi, il gruppo passerà 130 ore dentro la banca, finendo per fraternizzare, nonostante la minaccia delle armi e soprattutto il rischio di un imminente blitz della polizia.

    Budreau, anche sceneggiatore della pellicola, vorrebbe portare alla luce la vena grottesca che si nasconde nella miniera della storia, un’operazione che era riuscita in passato a film come il recente Elvis & Nixon. La sensazione, però, è che l’esplosivo faccia cilecca. Nonostante la generosità e la dedizione del cast, Hawke in primis, Rapina a Stoccolma rinuncia alla cronaca senza riuscire a spiccare il volo con le ali della commedia. E allora la sequela di eventi inverosimili si susseguono sullo schermo senza creare emozioni e senza provocare sorrisi. E se a volte il pubblico sentirà il senso di oppressione dell’ostaggio, quello che mancherà prima di tutto sarà proprio la sindrome di Stoccolma, ovvero la base su cui è costruito il film. Difficile infatti parteggiare per i criminali di fronte a una scrittura così piatta e a una regia priva di ritmo.

    E se i rapitori non rapiscono anche la modesta durata, poco più di 90 minuti, assume le sembianze di un crudele e insensato stillicidio, tanto che viene più volte voglia di guardare l’orologio a dispetto della pazienza incarnata sullo schermo da Rapace e soci. In sostanza Rapina a Stoccolma non è altro che il classico film estivo, messo lì a riempire il palinsesto di sale mezze vuote. E questo nonostante sia tratto da una storia vera e intrigante e che possa contare su un cast di buon livello, che avrebbe meritato un film migliore.

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    Figari Film Fest: Al via il concorso dedicato ai corti

    L’Olbia Film Network saluta la nona edizione del Figari Film Fest. Da ieri e fino al 23 giugno la rassegna che nei giorni scorsi ha accolto nella cittadina sarda Alessandro Borghi (Sulla mia pelle), Bonifacio Angius (Ovunque proteggimi) e Laura Luchetti (Fiore gemello), ha dato il via alla sua seconda tappa, quella che prevede la proiezione di 40 cortometraggi e l’avvio delle giornate professionali con la presenze di numerosissimi produttori e buyers da tutta Europa – fra cui Rai Cinema, Sky Serie, Lucky Red, Vivo Film, Kimera, France Tv, RTVE e tanti tanti altri – durante le quali verranno presentati cortometraggi in cerca di distributori e opere prime o seconde di fiction, animazione e documentari in cerca di produzioni.
    Nella giuria di qualità Lucia Ocone, Paola Minaccioni e Alessia Barela; il Premio Bracco al miglior giovane attore dell’anno invece, andrà ad Andrea Carpenzano e Linda Caridi, reduci rispettivamente dai successi de Il campione di Leonardo D’Agostini e Ricordi? di Valerio Mieli, mentre il Premio Comunicazione 2019 andrà al duo comico di youtuber Le Coliche (Claudio e Fabrizio Colica) insieme al loro regista e videomaker Giacomo Spaconi.
    Riconfermato per il secondo anno il Premio speciale Rai Cinema Channel al miglior film in concorso.

    Ieri primo assaggio di corti. Si va dal postapocalittico Nuclear Shadows di Marek Leszczewski ad un’amara riflessione sul dramma contemporaneo dell’emigrazione con Yasmina di Ali Esmili e Baradar di Beppe Tufarulo; viene dal reale anche Peccatrice di Karolina Porcari, storia di una ragazzina ribelle, metafora della rivoluzione ad alcuni imperativi sociali e alla discriminazione di genere.

    FFF OFFICIAL TRAILER 2019

    Figari Film Fest – OFFICIAL TRAILER 2019All the official selection's movies collected in a fantastic video trailerEditing Giorgia SpanoMusic Michele Nieddu

    Pubblicato da FIGARI FILM FEST su Lunedì 27 maggio 2019

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    Olbia Film Network, Alessandro Borghi: “Il mio posto è in mezzo alle persone”

    Il potere del cinema e della condivisione: così l’attore romano ha salutato il pubblico dell’Olbia Film Network dove ha presentato Sulla mia pelle. “Una delle magie del cinema è poter riportare in vita una persona per un’ora e quaranta, e l’empatia che crea nel pubblico. Sono sicuro che dopo aver visto il film non potrete non pensare a Stefano Cucchi come ad un vostro figlio, o fratello o amico“, ha dichiarato.
    Il festival, a cui Alessandro Borghi è legato da una lunga amicizia, andrà avanti fino al 23 giugno.

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    I morti non muoiono: Un pastiche apocalittico

    Il regista cult Jim Jarmusch alle prese con un altro classico dei film horror: gli zombie. Nel cast Bill Murray, Adam Driver e Tilda Swinton. I morti non muoiono arriva in sala dal 13 giugno.

    Catastrofi ambientali, zombie e un’umanità consumista e strampalata che sembra suggerire poche speranze per il futuro. Non ce n’è una che vada giusta ai protagonisti di I morti non muoiono, il pastiche horror-satirico firmato da Jim Jarmusch, regista che già in passato aveva dimostrato di saper giocare nel giardino dei cliché, dal western onirico di Dead Man fino ai vampiri decadenti e decadentisti di Solo gli amanti sopravvivono.

    Stavolta è il successo mediatico dei non morti dal passo claudicante a muovere la penna. E come sempre succede quando a scrivere è il regista originario dell’Ohio, si sa dove si inizia, ma è raro che si sappia dove si va a parare. E lo stesso succede agli sballottati protagonisti del film, un coro di volti noti guidati dallo sceriffo Bill Murray, dai suoi fidi vice, Adam Driver e Chloë Sevigny, e di cui fanno parte celebri caratteristi (Steve Buscemi, Danny Glover), una diva trasformista (Tilda Swinton) e la solita parata di amici con l’hobby della musica (Tom Waits, Iggy Pop, il rapper RZA e la stellina Selena Gomez).

    Già dai primi passaggi, quando Driver e Murray ascoltano una canzone alla radio e Driver rivela a Murray che quella è la colonna sonora del film, si capisce che non ci troviamo di fronte a un prodotto canonico. E se questo non bastasse ecco dipanarsi di fronte allo spettatore una pellicola dove dialoghi e situazioni sembrano collegare con un filo rosso i toni strambi e delicati del cinema di Kaurismaki a quel grottesco venato di politica che George Romero, padrino cinematografico degli zombie, adottò come cifra stilistica. Kaurismaki e Romero, quindi, ma anche battute di metacinema, una Swinton a metà tra Kill Bill e il David Bowie dell’Uomo che cadde sulla Terra, e soprattutto tanta amara ironia. Perché la morale di I morti non muoiono sembra essere che al mondo degli uomini, in fondo, non resti molto a cui appigliarsi, se non la forza di non perdere il senso dell’humour fino all’ultimissimo momento.

    E fin qui tutto farebbe pensare a un film delizioso, che magari non disdegna quei tempi dilatati che avevano caratterizzato l’opera precedente di Jarmusch, il riflessivo Paterson. Però tutto sembra abbozzato, a cominciare dai personaggi che si accontentano di essere macchiette e poi muoiono dopo un periodo relativamente breve sullo schermo. E anche la metafora dello zombie, usata per puntare il dito contro la società dell’era dei consumi, non è certo originale, ma prende le mosse dai film del già citato Romero e di John Carpenter. Certo, qua il tono è divertito, quando lì era più indignato, ma non basta a rivestire di una nuova confezione un’idea riciclata. I morti non muoiono resta quindi un divertissement non sgradevole da guardare ma che non riscriverà certo le regole del genere, né tantomeno ribalterà la filmografia di un regista che ci aveva abituato a standard decisamente più alti.

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    Olbia Film Network 2019 ai nastri di partenza

    Arriva dal 14 al 23 giugno la terza edizione dell’Olbia Film Network, l’evento di cinema che porta in Sardegna produttori, distributori, registi, attori, buyers televisivi e istituti di cultura da tutto il mondo e che contiene il Figari Film Fest, festival internazionale di cortometraggi nato nel 2011. La manifestazione sostiene e dà visibilità al cinema indipendente, ai nuovi progetti, ai giovani esordi cinematografici locali, nazionali ed internazionali, grazie al costante lavoro del direttore artistico Matteo Pianezzi, e di tutto il giovane staff che produce un festival con proiezioni gratuite aperte al pubblico ed incontri professionali.

    Unico nel suo genere il festival, oltre a valorizzare la cinematografia internazionale, mira allo sviluppo dell’attività filmica dell’isola e alla valorizzazione della Sardegna sotto ogni suo profilo: ambientale, storico, culturale e di costume, con le piazze, i piccoli borghi e le splendide spiagge, che fanno da cornice all’evento.
    Il cinema è veicolo promozionale per la nostra terra – commenta Pianezzi – L’arte cinematografica non si ferma alla realizzazione filmica, ma è volano di sviluppo turistico ed occupazionale. Sono innumerevoli i casi virtuosi di incremento del turismo dettato dalla valorizzazione del territorio attraverso il cinema o la serialità televisiva. Nel nostro programma è prevista un’intera giornata, organizzata in collaborazione con l’Ufficio produzione della Fondazione Sardegna Film Commission, dedicata alla scoperta dei nostri luoghi attraverso un location scouting intensivo che coinvolgerà tutti i registi e produttori ospiti, teso a convogliare i progetti in sviluppo o di prossima realizzazione  sul territorio. Ci aspettiamo una grande edizione e siamo convinti che tutta la città parteciperà attivamente”.
    Entusiasmo anche da parte dell’assessore del Comune di Olbia Sabrina Serra: “Sosteniamo con convinzione le iniziative collegate all’industria cinematografica. Oltre ad aver ospitato le recenti produzioni nazionali e internazionali, anche quest’anno abbiamo voluto l’Olbia Film network, occasione di incontro per gli operatori del settore e rassegna di eventi cinematografici aperta a tutti. È una iniziativa giovane ma in forte crescita che completa le politiche comunali tese allo sviluppo nella nostra città con tutte le sue ricadute in termini economici e culturali“.

    Ad inaugurare la rassegna la sera del 14 giugno è l’opera seconda di un giovane regista sardo Bonifacio Angius, che incontrerà alle 21,00 il pubblico e presenterà insieme al suo cast il film “Ovunque proteggimi”, pellicola già presentata a Torino dove ha ottenuto ottimi consensi. Sarà poi la volta dell’ospite d’onore di questa edizione, Alessandro Borghi, al quale verrà dedicata la serata del 15 giugno durante la quale incontrerà il pubblico e riceverà un premio speciale. Per l’occasione verrà proiettato il film di Alessio Cremonini “Sulla mia pelle”, racconto delle ultime ore di vita di Stefano Cucchi che si è aggiudicato tra gli altri il David di Donatello per il miglior regista esordiente.
    Protagonisti della serata del 16 giugno saranno invece i fratelli Augusto e Toni Fornari insieme a Matilde Gioli con la proiezione dell’opera prima “La casa di famiglia”, mentre Laura Lucchetti e il cast di “Fiore gemello”, opera seconda della regista interamente girato sull’isola,  incontreranno il pubblico la sera del 17 giugno.

    Dal 18 giugno via invece alla nona edizione del Figari Film Fest con i primi cortometraggi in gara proiettati alle 21,00 all’Aeroporto Costa Smeralda, proiezioni che proseguiranno in Piazza Dante ad Olbia tutte le sere alla stessa ora fino al 23 di giugno. Novità del Figari di quest’anno è una sezione interamente dedicata al cinema a tematica femminile che va ad affiancarsi alle sezioni classiche del festival Internazionale, Nazionale, Regionale e Animazione.

    Anche la giuria di qualità avrà una grossa componente femminile a partire dalla regista iraniana membro dell’Oscar Academy Farnoosh Samadi e le attrici Lucia Ocone, Paola Minaccioni e Alessia Barela. Come ogni anno il Figari assegnerà dei premi speciali quali Il Premio Bracco al miglior giovane attore dell’anno che verrà ritirato da Andrea Carpenzano e Linda Caridi, reduci  rispettivamente dai successi de “Il campione” di  Leonardo D’Agostini al fianco di Stefano Accorsi e di “Ricordi?” di Valerio Mieli al fianco di Luca Marinelli, mentre il Premio Comunicazione 2019 andrà al duo comico di youtuber Le Coliche (Claudio e Fabrizio Colica) insieme al loro regista e videomaker Giacomo Spaconi.

    Riconfermato per il secondo anno consecutivo il Premio speciale Rai Cinema Channel che verrà consegnato al miglior film in concorso. Grande attesa anche per il Network e le giornate professionali che vedranno le presenze di  numerosissimi produttori e buyers da tutta Europa, fra cui proprio Rai Cinema, Sky Serie, Lucky Red, Vivo Film, Kimera, France Tv, RTVE e tanti tanti altri, durante le quali verranno presentati cortometraggi in cerca di distribuitori e opere prime o seconde di fiction, animazione e documentari in cerca di produzioni.
    Il Festival prevede anche un ricco programma di eventi notturni, After Fest, tra cui spiccano i concerti di Cinema e Musica come quello degli Audio Magazine, e la serata di Cinema e Parole che avrà come ospite Fabio Celenza noto per i suoi doppiaggi che spopolano su You Tube. Atteso anche Lorenzo De Angelis attore e doppiatore impegnato nel suo nuovo progetto musicale EL.DI.EI.

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    X-Men: Dark Phoenix – Mutatis Mutanti

    X-Men: Dark Phoenix, diretto da Simon Kinberg, sarà l’ultimo film del franchise prima dell’acquisizione da parte della Disney. In scena tornano James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence e la Sophie Turner del Trono di Spade. In sala dal 6 giugno.

    Mutatis mutandis, dicevano i latini. “Dopo aver cambiato quel che si doveva cambiare”. E se l’effettiva necessità del cambiamento può essere il tema di un dibattito, il fatto che il cambiamento sia avvenuto è già inchiostro su carta. E allora gli eroi mutanti dei fumetti si sono ritrovati a cambiare scuderia proprio mentre era ancora in lavorazione quello che sarà l’ultimo capitolo della loro avventura cinematografica, almeno – è presumibile – per questa incarnazione. X-Men: Dark Phoenix esce in sala per la regia di Simon Kinberg, finora accreditato solo come produttore, e con una strana sensazione addosso, quella di portarsi dietro una specie di condanna preventiva all’oblio. Perché la 2oth Century Fox adesso è di proprietà della Disney, proprietaria a sua volta dei Marvel Studios di Tony Stark e soci. E se questo vuol dire che tra qualche anno vedremo spuntare gli X-Men nelle trame degli Avengers, è anche vero che difficilmente troveremo gli stessi protagonisti di oggi. E che protagonisti, per altro. Da James McAvoy a Michael Fassbender, da Jennifer Lawrence a Nicholas Hoult. E in un genere che vive di aspettative future più che di gioie presenti, che si alimenta delle promesse da marinaio dei sequel, dell’idea che ci possa essere in futuro qualcosa di più grande di quello che si sta vedendo sullo schermo, avere addosso il peso della conclusione potrebbe suonare come una condanna a un immeritato insuccesso.

    Immeritato perché le trame dei film degli X-Men, sia quelli dei primi del secolo firmati da Bryan Singer, sia questi più recenti, sono sempre state cariche di spunti stranamente emotivi, in un genere che preferisce da sempre la caciara e le formule banali del cinema per famiglie, intrecciate di buoni sentimenti e sorrisi vuoti. In Dark Phoenix la giovane Jean Grey (la Sophie Turner del Trono di Spade) finisce per essere posseduta da una forza misteriosa che la renderà un pericolo per l’intero pianeta. E se da un lato gli alleati e gli ex nemici si prodigano per risolvere la situazione, dall’altro una misteriosa forza aliena, che prende il volto di Jessica Chastain, sembra più interessata a carpirne i segreti e soprattutto il potere.

    Kinberg, autore anche della sceneggiatura, riprende una famosa saga firmata da due grandi autori degli X-Men a fumetti, Chris Claremont e John Byrne, storia che era già stata alla base di un precedente film del franchise (X-Men: Conflitto finale del 2006) che per peraltro lui stesso aveva sceneggiato. Di fatto X-Men: Dark Phoenix è un vero e proprio reboot di quel film, dove a interpretare Jean Grey era Famke Janssen. Ora, se l’idea di mostrare nuovamente su pellicola quello che già un altro film aveva mostrato non denota una grande originalità, è anche vero che stavolta Kinberg riesce a rendere una giustizia quantomeno migliore a una delle storie più amate dai fan, anche se, sul risultato finale, contano più i demeriti di Conflitto finale che i meriti di Dark Phoenix. Paragoni a parte Dark Phoenix meriterebbe un’accoglienza migliore di quanto probabilmente riceverà, perché la struttura consolidata della sua narrazione è molto più solida di tanti altri cinecomics. Per esempio Dark Phoenix, e in generale i film degli X-Men, reggono molto meglio la coralità della storia, mentre spesso tanti film degli Avengers assembravano una tale accozzaglia di eroi che finivano per soffocarsi a vicenda. Gli X-Men invece, forse perché nascono già come gruppo, riescono a trovare terreno fertile proprio nel rapporto tra i personaggi. A cominciare dal dissidio, tenero e allo stesso modo insanabile, che divide l’idealista Professor X (McAvoy) al disilluso Magneto (Fassbender), o dal rapporto intenso e complesso tra l’ex killer Mystica (Lawrence) e il mite scienziato dalla pelle blu Bestia (Hoult).

    Eppure più passano in sequenza i fotogrammi di X-Men: Dark Phoenix, più torna alla mente quella sensazione di straniamento che potrebbe prendere andando in spiaggia i primi giorni d’autunno. Un’esperienza pure soddisfacente in sé, se solo non fosse accompagnata da una mestizia che è anche difficile da celare. Non bastano i bravi attori e una storia che fila, non servono la forza dei personaggi e dell’intreccio. E non è neanche colpa di un villain un po’ incolore e di qualche scena madre che forse meritava un po’ di pathos in più. È che le logiche di mercato a Hollywood hanno seguito la legge del mutatis mutandis, e tra le cose che dovevano cambiare, a quanto pare, c’erano anche gli X-Men. Di cui Dark Phoenix, alla fine, è una lettera che non sapeva ancora di essere una lettera d’addio.

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    Rocketman: La rapsodia di Elton

    La storia di Elton John diventa un film interpretato da Taron Egerton e diretto da Dexter Fletcher, regista-ombra di Bohemian Rhapsody. Rocketman arriva in sala dal 30 maggio.

    Sotto il costume sgargiante, sotto la maschera dell’artista, si nasconde un uomo. E sotto il costume sgargiante di Rocketman, sotto la maschera di un musical travestito da biopic, si nasconde la parabola artistica e musicale di Elton John, genio del rock che come già successe al compianto Freddy Mercury e ai suoi Queen, si ripromette di scuotere non solo le coscienze, ma anche gli incassi al botteghino. E il richiamo al successo di Bohemian Rhapsody non suoni solo di circostanza, perché la storia del regista di Rocketman, Dexter Fletcher, è legata a doppio filo al film che è valso un Oscar al bravissimo Rami Malek. Fu Fletcher infatti il primo regista a cui venne affidato il progetto Bohemian Rhapsody, e fu sempre lui a dirigere la fine delle riprese e a curare il montaggio, quando il subentrato di lusso, Bryan Singer, abbandonò il set prima di essere cacciato dalla produzione.

    I particolari della vicenda restano avvolti in una cappa di mistero, che però non basta a oscurare la luce di Rocketman. Film che, per inciso, non potrebbe essere più diverso da Bohemian Rhapsody. La sceneggiatura firmata da Lee Hall (già autore di pellicole come Billy Elliott e War Horse) non è troppo dissimile dal suo protagonista e chiarisce fin da subito di volersi scrollare di dosso zavorre e impacci. A cominciare dalle pastoie del genere biografico, preferendo di gran lunga avviarsi, come fosse una strada di mattoni gialli, per i vivaci territori del musical, tra i tasselli di un mosaico di coreografie in cui la vena del surrealismo sembra involarsi nelle memorie della vecchia Hollywood, salvo interrompersi a intervalli cadenzati, quando l’uomo razzo deve rientrare alla base per riempire i serbatoi di un nuovo carico di cronaca.

    E a rimarcare la distanza tra la creazione cinematografica e la realtà c’è anche la scelta di lasciare che a cantare le canzoni di Reggie “Elton” Dwight e del suo fido paroliere Bernie Taupin, non sia una traccia in playback, ma gli attori stessi, a cominciare dal protagonista, Taron Egerton, che nella sua interpretazione dolente sembra farsi carico di tutte le insicurezze, di quel sottile senso di alienazione, che ha permeato la vita di un’artista più tormentato di quanto non lasciasse trasparire la sua icona da palcoscenico.

    Taron Egerton quindi. Che entra in scena vestito da diavolo, per poi accomodarsi su una delle sedie disposte in circolo di una sessione di terapia di gruppo. Uno schema narrativo che permette allo sceneggiatore di partire dalle origini e far sfilare i personaggi in un puntuale diorama. La madre (Bryce Dallas Howard), il fido Bernie (Jamie Bell), il manager amante John Reid (Richard Madden) accompagnano gli alti e bassi della vita di Elton John, in un saliscendi coraggioso, che non edulcora né smorza la passione omosessuale tra Elton e Reid e il difficile rapporto che il cantante di Don’t go breakin’ my heart ebbe con la celebrità. Nonostante tutto, ed è forse l’unica nota stonata, resta impresso un vago senso di agiografia. E qui Rocketman sconta la sua natura ibrida, non solo musical ma anche biografia, E biografia ufficiale, per di più, come testimonia la presenza del vero Elton John  nei titoli di coda, con il ruolo di produttore esecutivo. Ma è un filo di nebbia che non può avere la forza di oscurare la luce, quella propria del film e quella riflessa di Bohemian Rhapsody, che sembra aver rilanciato un genere, il biopic musicale, in cui Rocketman si inserisce con forza e convinzione.

     

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    L’angelo del male – Brightburn: La metà oscura dell’eroe

    Costume e mantello ma non è Superman. Arriva in Italia L’Angelo del Male – Brightburn, favola nera con supereroe prodotta dal James Gunn di Guardiani della Galassia. Dirige David Yarovesky. In sala dal 23 maggio.

    Non è un uccello, non è un aereo, e per una volta non è neanche Superman. L’angelo del male – Brightburn è una figura relativamente nuova che si affaccia all’orizzonte di questa corsa all’oro che è il mondo dei supereroi di Hollywood. “Nuova” perché non si tratta di una trasposizione dal media natio, il fumetto. “Relativamente” perché il personaggio non si vergogna del suo status di clone, o per meglio dire di innesto. Perché il film diretto da David Yarovesky sembra voler dissotterrare le radici dell’uomo d’acciaio per reimpiantarlo in un pantano venato di horror, quell’horror concettuale che mescola budget ridotti con incassi smodati, una formula che di solito si associa al produttore Jason Blum, regia occulta di tanti franchise a basso costo, da Paranormal Activity a La notte del giudizio.  Stavolta però Blum non c’entra, perché il produttore è James Gunn, regista e sceneggiatore dei Guardiani della Galassia di casa Marvel.

    Ecco allora che nella placida cittadina di Brightburn le speranze di una coppia (Elizabeth Banks e David Denman), in attesa di un figlio che non vuole arrivare, prendono la forma di una misteriosa scia nel cielo, di uno scoppio, di una specie di meteora da cui si leva flebile il vagito di un bambino. Peccato che il piccolo Brendon (Jackson A. Dunn) non sia affatto un Clark Kent, come presto scopriranno i genitori, gli zii, i compagni di scuola.

    La sceneggiatura di Brian Gunn e Mark Gunn (rispettivamente fratello e cugino di James) ripesca un meccanismo ben oliato della narrativa per disegni, quello del What if, tradotto in italiano “l’e se…”. Con massimo risalto sui puntini di sospensione, perché le possibilità narrative sono infinitesime, e quella scelta dalla famiglia Gunn si basa su un dubbio tanto basilare quanto legittimo: cosa sarebbe successo se il bambino alieno venuto dallo spazio si fosse incamminato per la via del male? La risposta, ci dice Yarovesky, è un misto tra supereroi e horror, che riprende l’immaginario di film come Il villaggio dei dannati o Il presagio, classici del genere dove il male si incarnava nei tratti angelici di uno o più bambini. Peccato che L’angelo del male – Brightburn sveli troppo presto le sue carte, quando avrebbe potuto indugiare di più sui dubbi del suo protagonista, portando lo spettatore quantomeno a sperare, se non a credere, in una possibile redenzione. E invece il film di Yarovesky si compiace troppo della sua premessa per riuscire davvero ad addentrarsi nel territorio dell’originalità, e la sensazione finale è che L’angelo del male sia la risposta di circostanza a una domanda intrigante e ben posta, un film che si accontenta della sua platea ma che avrebbe potuto essere qualcosa di più.

    L’obiettivo del resto, e lo svela la scena finale, è quello di creare un franchise, una vetrina dove esporre le metà oscure degli eroi più famosi. L’idea potrebbe funzionare, come poteva funzionare Brightburn, solo speriamo che funzioni un po’ meglio.

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    Olbia Film Network 2019: A Cannes presentata la nuova edizione

    Presentata al Festival di Cannes l’edizione 2019 dell’ Olbia Film Network.
    All’Italian Pavilion dell’ Hotel La Barrier Majestic, il direttore artistico Matteo Pianezzi, accompagnato dal direttore commerciale Mauro Addis e dalla festival manager Francesca Vargiu, ha svelato i film dell’Official Competition della sezione corti del Figari Film Fest e qualche anticipazione del programma della manifestazione che si terrà nel capoluogo gallurese dal 14 al 23 di giugno 2019.
    “Sosteniamo con convinzione le iniziative collegate all’industria cinematografica. – ha dichiarato l’assessore del Comune di Olbia Sabrina SerraOltre ad aver ospitato le recenti produzioni nazionali e internazionali, anche quest’anno abbiamo voluto l’Olbia Film network, occasione di incontro per gli operatori del settore e rassegna di eventi cinematografici aperta a tutti. È una iniziativa giovane ma in forte crescita che completa le politiche comunali tese allo sviluppo nella nostra città con tutte le sue ricadute in termini economici e culturali”
    Guest star Alessandro Borghi: l’attore protagonista di Suburra, Il Primo Re e della serie tv Sky I Diavoli al fianco di Patrick Dempsey, riceverà infatti un premio speciale in occasione di una serata a lui dedicata durante la quale incontrerà il pubblico e presenterà il film Sulla mia pelle, racconto delle ultime ore di vita di Stefano Cucchi per cui ha ricevuto il David di Donatello 2019 come miglior attore protagonista.
    Il Premio Beatrice Bracco ai migliori giovani attori 2019 invece, andrà ad Andrea Carpenzano e Linda Caridi reduci  rispettivamente dai successi de Il campione di  Leonardo D’Agostini e di Ricordi? di Valerio Mieli.
    Una serata verrà dedicata alla Sardegna con la presentazione del film Fiore Gemello, opera seconda della regista Laura Luchetti, interamente girato sull’isola, presentato durante la Festa del Cinema di Roma e vincitore del Premio FIPRESCI al Festival di Toronto.
    Al fianco delle sezioni classiche del festival nella Official Competition quest’anno spazio anche a una sezione interamente dedicata al cinema al femminile, componente importante della  giuria di qualità: annunciati i nomi di della regista iraniana membro dell’Oscar Academy Farnoosh Samadi e delle attrici Lucia OconePaola Minaccioni Alessia Barela.
    Ufficializzata inoltre la presenza di Rai Cinema Channel come partner ufficiale dell’evento per il secondo anno consecutivo e confermato il premio speciale che verrà consegnato al miglior film in concorso.
    Grande attesa anche per il network e le giornate professionali che vedranno le presenze di  numerosissimi produttori e buyers da tutta Europa, fra cui proprio Rai Cinema, Sky Serie, Lucky Red, Vivo Film, Kimera, France Tv, RTVE e tanti tanti altri.
    La manifestazione è sostenuta dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, dalla Regione Autonoma della Sardegna, dalla Fondazione Sardegna Film Commission e dal Comune di Olbia.
     

     

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