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    Benvenuti a Marwen: riflessioni in miniatura

    Robert Zemeckis dirige Steve Carell in Benvenuti a Marwen, film ispirato a un caso vero che si divide tra realtà e scene animate. In sala dal 10 gennaio.

    C’era una volta una città di nome Marwen. Tecnicamente sarebbe nel Belgio della seconda guerra mondiale, in realtà si trova nel giardino di Mark Hogancamp, un ex illustratore americano che fu vittima di un gruppo di suprematisti bianchi e che, per riprendersi dalla sindrome da stress post-traumatico, inventò un mondo immaginario popolato di bambole, dove lui stesso ha un alter ego, il tenente dell’aeronautica Hogie. La storia vera di Hogancamp, che è stata già al centro di un documentario, diventa adesso un film ibrido, Benvenuti a Marwen, che mescola scene dal vivo e animazione digitale, diretto da un regista dal grande passato che Hollywood sembra però aver messo un po’ da parte, Robert Zemeckis.

    La complessa storia di Hogancamp, impersonato sullo schermo da Steve Carell, si sviluppa infatti sia nella realtà, dove l’uomo cerca di riprendersi dalle profonde ferite ricevute e allo stesso tempo prova a riaffacciarsi timidamente all’amore corteggiando la vicina Nicole (Leslie Mann), sia nella fittizia Marwen, dove Hogie e la sua banda di guerrigliere affronta gli assalti dei nazisti ma anche la subdola minaccia della strega Deja Thoris (doppiata nella versione originale da Diane Kruger).

    Scritto da Zemeckis e da Caroline Thompson (già sceneggiatrice di Edward Manidiforbice e Nightmare before Christmas) Benvenuti a Marwen ha il coraggio di non edulcorare troppo la storia, non nascondendo la passione feticista verso le scarpe femminili di Hogancamp che fu la causa scatenante dell’orrendo pestaggio di cui fu vittima, ma allo stesso tempo finisce per trasformare un accorato appello alla tolleranza e una riflessione sulla funzione taumaturgica della creatività e delle donne in un guazzabuglio privo di appeal, non solo a livello artistico ma anche umano. Troppe volte la storia si addentra nei territori del disagio e troppe volte le sceneggiatura spiega in maniera didascalica i suoi temi, quasi non fosse troppo convinta che le immagini create possano veicolare il messaggio. Eppure le suddette immagini non sarebbero affatto brutte, specie le complesse sequenze animate che riportano Zemeckis agli anni di Polar Express e Beowulf. Peccato un po’ per tutto il resto, a cominciare dalla banalizzazione di una questione importante e quantomai attuale, passando per l’interpretazione sentita di Carell, attore che cerca ormai da un po’ un veicolo che gli permetta di ambire ai massimi traguardi per un attore, ma che qui finisce per farsi travolgere dalla deriva di un film concepito male.

    La storia di Hogancamp però merita un approfondimento, e allora tanto vale rispolverare Marwencol, il documentario di Jeff Malmberg da cui Benvenuti a Marwen aveva tratto ispirazione.

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    Aquaman, supereroe a spasso tra i generi

    Il supereroe di Atlantide, Aquaman, esordisce in solitaria dopo essere apparso coi colleghi della Justice League. James Wan dirige Jason Momoa in uno dei film più riusciti dell’universo Dc. In sala dal 3 gennaio.

    Niente male per una barzelletta. Perché Aquaman, l’eroe creato nei primi anni 40 da Mort Weisinger e Paul Norris, non era mai stato preso troppo sul serio. Dalle battute del serial Big Bang Theory fino al cartoon degli anni 70 che lo immortalava impietosamente in groppa a un cavalluccio marino quello dell’eroe interpretato da Jason Momoa poteva sembrare un percorso cinematografico complicato e decisamente in salita. Invece – magia del cinema – il principe di Atlantide sta sbancando i botteghini del mondo, facendo fare magre figure anche ai colleghi di scuderia più blasonati, come Superman e Batman, reduci dalla delusione del loro Dawn of Justice e dal fiasco plateale di Justice League.

    Il supereroe acquatico, che in Justice League era presente, non si è fatto trascinare dal flop dei compagni e alla prima in solitaria (e non sarà l’unica visti i numeri) ci arriva grazie alla regia di James Wan e alla sceneggiatura di David Leslie Johnson e Will Beall. Quest’ultima ci porta in un regno sottomarino in subbuglio, alle prese con la scalata al potere dell’ambizioso re Orm (Patrick Wilson) che, a dispetto dei consigli del saggio Vulko (Willem Dafoe), vuole riunire i clan subacquei per dichiarare guerra alla terraferma. L’unica speranza per i due mondi è rappresentata da Arthur (Jason Momoa), nato dall’amore tra un guardiano di faro e una principessa ribelle (Nicole Kidman), che preferisce fare l’eroe in superficie col nome di Aquaman. Ma grazie all’aiuto della giovane Mera (Amber Heard) Aquaman seguirà un percorso che lo porterà sulle tracce del suo retaggio, dalle dune del Sahara alla Sicilia da cartolina di Erice, dalle coste americane ai recessi più profondi e spaventosi del tanto amato oceano.

    E come spesso accade con i film di supereroi sono quelli che creano meno aspettative a lasciare più il segno. Era successo lo scorso anno con il Black Panther della Marvel, succede oggi con Aquaman. Forse perché quando l’immaginario collettivo è più sgombro è più facile lasciarci una nuova orma, forse perché i supereroi più presenti si affidano troppo a dinamiche narrative e cinematografiche più collaudate ma forse, anche per questo, un po’ più trite. Fatto sta che il film di James Wan riesce a distinguersi, e in un mercato che ormai propone cinque-sei film di supereroi all’anno, non è una cosa da poco. Riesce a distinguersi principalmente imbastendo un pastiche tra i generi che lascia nello spettatore una piacevole sensazione di spiazzamento. Aquaman comincia come una fiaba di celluloide alla Tim Burton, poi dopo un accenno di disaster movie si avventura nei territori di Mission Impossible, di Indiana Jones, di Alien, di Avatar per poi concludersi con una battaglia campale degna dell’ultimo Signore degli Anelli.

    Altra nota di merito è la cura dedicata anche ai personaggi minori, come ad esempio il cattivo di supplemento, il pirata Black Manta (Yahya Abdul-Mateen II), a cui è dedicata una sottotrama non banale che fa di lui uno dei pochi villain del grande schermo per cui è lecito provare empatia. Discorso a parte meritano le sequenze ad alto tasso di spettacolarità. Tre per la precisione, l’inseguimento sui tetti di Erice, la battaglia finale e la sequenza degli orribili Trench, mostri marini che sembrano usciti da un incubo lovecraftiano. Se questo tipo di scene sono il pane quotidiano per ogni film di supereroi va detto che Wan, specie nella terza citata, si supera davvero, creando immagini di altissimo impatto visivo complice un ampio utilizzo della tecnologia Imax.

    Il risultato finale è una piacevole sorpresa che supera i meriti e i limiti del suo protagonista, Jason Momoa, che magari non avrà un ventaglio particolarmente ampio di espressioni ma oltre a metterci la convinzione e il physique du role dà anche l’idea di divertirsi un mondo, con quel suo sorriso scanzonato che buca lo schermo e che rischia di farlo diventare un’icona del genere. E le note negative? Quelle non mancano, da una lunghezza forse eccessiva fino alla svogliataggine di una delle sue grandi star (Dafoe, che dovrebbe prendere esempio dall’impeccabile e preziosa Kidman), ma sono solo piccole ancore che non impediscono a questo immenso battello di solcare le acque della cultura popolare e rompere il ghiaccio delle platee.

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    Bumblebee: Cuore e acciaio

    Con Bumblebee ritorna in scena il più giovane dei Transformers di casa Hasbro. Il regista Travis Knight dirige Hailee Stanfield in una commedia adolescenziale e nostalgica con robot. In sala dal 20 dicembre.

    Alla fine gli uomini di latta hanno trovato il loro cuore. Ci sono voluti sei film a superare il muro del frastuono e a fare breccia in una scorza dura come l’acciaio ma alla fine Bumblebee dimostra che il franchise milionario ma un po’ vuoto dei Transformers può dare vita a un film dignitoso. Merito e forse un po’ magia del regista Travis Knight che due anni fa diresse Kubo e la spada magica, film d’animazione candidato all’Oscar che non riuscì a scardinare il dominio Disney nella categoria ma che quantomeno fece venire un po’ di dubbi all’Academy. Oggi Knight ripesca un po’ di quella delicatezza mostrando al mondo che Autobot e Decepticon al cinema possono tranquillamente fare a meno di sua maestà re Fracasso, ovvero Michael Bay, principale narratore delle gesta dei trasformabili di casa Hasbro, che prima di essere eroi del cinema furono una linea di giocattoli e una serie di cartoni animati.

    La storia di Bumblebee si inserisce nel filone nostalgico che ha caratterizzato alcuni dei prodotti di genere più riusciti di quest’ultimo scorcio di decennio, da Stranger Things alla nuova versione cinematografica di It. Eccoci quindi catapultati in un prequel dei film precedenti, nel 1987, anno di arrivo sulla terra del più simpatico degli Autobot, il silenzioso Bumblebee, che per l’occasione smette di essere la Mustang che era stata nei film precedenti e riprende la forma di quel Maggiolino Volkswagen che sarebbe anche la traduzione letterale del suo nome. Arrivato sulla Terra in fuga dalla guerra civile di Cybertron (dove, per la gioia dei tanti cultori, si rivedono un po’ di volti noti della linea di giocattoli originale) il transformer giallo incontra la giovane Charlie (Hailee Stanfield), teenager e outsider, appassionata di motori, di tuffi e di canzoni degli Smiths, sul cui cuore pesa ancora una tragedia, la scomparsa del padre. Ecco allora che il robot, regredito a livello infantile a causa di un danno alla memoria, e incapace di parlare se non tramite spezzoni di canzoni campionate alla radio, si ritroverà ad emergere da una realtà difficile insieme alla sua amica terrestre, mentre all’orizzonte si profila la minaccia di due temibili Decepticon, venuti per capire il motivo della sua presenza sulla Terra.

    La pellicola, scritta dall’emergente Christina Hodson, riesce a giostrarsi un po’ tra i generi senza per questo rinnegare la sua anima di aspirante blockbuster. Un po’ fantascienza, un po’ commedia adolescenziale Bumblebee esalta la mano delicata di Knight, una carezza rispetto al pugno calloso dei film precedenti. Il regista lascia il campo al suo eroe robotico, che si esibisce in alcune sequenze slapstick che strizzano l’occhio all’intrattenimento per famiglie, ma per la prima volta nel franchise aggiunge un personaggio umano degno di nota. La Charlie portata sullo schermo da Hailee Stanfield (che già in passato si era fatta notare per i suoi convincenti ritratti adolescenziali) è la vera marcia in più di questo film, grazie anche al sapiente utilizzo di qualche comprimario di valore (a cominciare dalla mamma interpretata dalla brava attrice televisiva Pamela Adlon).

    E così tra evoluzioni, trasformazioni, canzoni e un vago senso nostalgico che riporta alla mente i film con Molly Ringwald o la prima cinematografia di Spielberg, Bumblebee arriva alla sua conclusione e si concede anche lui un pizzico di chiasso, che probabilmente era quello che volevano gli spettatori insieme alla vasca di popcorn, divertendo ma la giusta misura. Il risultato è il miglior film di un franchise che ha scoperto forse con troppo ritardo di avere delle potenzialità. Speriamo per tutti che il pubblico gradisca e che questo possa rappresentare un nuovo e gradito inizio.

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    Fabrique du Cinéma Awards 2018: Cerimonia di premiazione in compagnia degli Zen Circus

    Quarta edizione per i Fabrique du Cinéma Awards, la kermesse organizzata dalla rivista Fabrique du Cinéma che premia le novità e le originalità in campo cinematografico. La cerimonia di premiazione, condotta dagli attori Laura Adriani e Riccardo Festa, si svolgerà nei suggestivi spazi del Teatro India di Roma, sabato 15 dicembre a partire dalle ore 21.30. Tanti gli ospiti che si avvicenderanno sul palco, tra cui gli Zen Circus con un inedito concerto acutisco.
    Dodici i premiati nelle varie categorie. Ad assegnare i premi la giuria composta dagli attori Giorgio Pasotti e Valentina Lodovini, dai registi Jonas Carpignano e Susanna Nicchiarelli, dal cantautore Brunori Sas (per Miglior tema musicale) e presieduta dal Premio Oscar  Paul Haggis, autore di successi come Million Dollar Baby, Casino Royale, Nella valle di Elah, The Next Three Days. Ma è soprattutto con il film Crash – Contatto Fisico, che il regista e sceneggiatore americano trionfa agli Oscar del 2006 aggiudicandosi ben tre statuette. Paul Haggis eredita il ruolo di Presidente di Giuria dall’attore William Dafoe, protagonista dell’edizione 2017, confermando la vocazione internazionale del premio.
    I Fabrique du Cinéma Awards hanno raggiunto quest’anno dei numeri da record con 1200 iscritti da oltre 61 paesi. Il respiro internazionale del premio dà nuova linfa e amplia gli orizzonti della rivista, senza però tradirne lo spirito: la ricerca e valorizzazione dei talenti del futuro, l’attenzione alla sperimentazione, all’innovazione e alla ricerca formale e contenutistica.
    Per l’occasione verrà presentato anche il nuovo numero della rivista, il 23esimo di Fabrique, come sempre attento ai nomi giovani e giovanissimi, a partire dalla cover interpretata da Andrea Carpenzano, dalle opere prime (ben tre: Saremo giovani e bellissimi, In viaggio con Adele e Mamma + mamma), fino ai registi del futuro (Marta Savina e Nicola Abbatangelo). Inoltre, fra tanti altri argomenti, focus sul teatro di Davide Enia, sul fumetto di Luca Russo, sugli effetti speciali di Ride, sulle sale cinematografiche indipendenti da Nord a Sud. Ciliegina sulla torta i sei giovani attori proposti da Fabrique all’attenzione dei suoi lettori: Marco Todisco, Ludovica Coscione, Maria Vera Ratti, Roberto Oliveri, Valeria Bono e Jacopo Olmo Antinori.
    La serata ospita inoltre il Premio Solinas eccellenza italiana nel comparto dello sviluppo cinematografico e televisivo. Si terrà infatti la premiazione della seconda fase del Premio Franco Solinas 2018 dedicato alla Migliore Sceneggiatura, che alla sua 33° edizione conta 105 Film realizzati.  La Giuria della seconda fase composta da Francesco Bruni, Linda Ferri, Filippo Gravino Gloria Malatesta decreterà  il Vincitore del Premio Franco Solinas Miglior Sceneggiatura di 9.000 euro e il vincitore della Borsa di Studio Claudia Sbarigia del valore di 1.000 euro, dedicata a premiare il talento nel raccontare i personaggi e l’universo femminile.

    ECCO I FINALISTI

    MIGLIOR LUNGOMETRAGGIO INTERNAZIONALE
    CELESTE di Ben Hackworth (Australia)
    THE GRIZZLIES di Miranda de Pencier (Canada)
    THE FOREST di Viktor Gasic (Germania)
    SIX di Anar Azimov (Ucraina)
    MIGLIOR OPERA INNOVATIVA SPERIMENTALE ITALIANA
    IL RAGAZZO PIU’ FELICE DEL MONDO di Gipi
    FAVOLA di Sebastiano Mauri
    MICHELANGELO INFINITO di Emanuele Imbucci
    TROPPA GRAZIA di Gianni Zanasi
    MIGLIOR OPERA PRIMA ITALIANA
    IN VIAGGIO CON ADELE di Alessandro Capitani
    ZEN – SUL GHIACCIO SOTTILE di Margherita Ferri
    LA TERRA DELL’ABBASTANZA di Damiano e Fabio D’Innocenzo
    Il TUTTOFARE di Valerio Attanasio
    MIGLIOR ATTRICE
    SARA SERRAIOCCO  – “In viaggio con Adele”
    IRENE VETERE – “Notti magiche”
    MATILDA LUTZ – “Revenge”
    CHIARA MARTEGIANI – “Ride”
    MIGLIOR ATTORE
    MATTEO OLIVETTI – “La Terra dell’abbastanza”
    GUGLIELMO POGGI – “Il tuttofare”
    LUIGI FEDELE – “Quanto Basta”
    ADRIANO TARDIOLO – “Lazzaro Felice”
    MIGLIOR TEMA MUSICALE    
    MATTEO BUZZANCA – “Saremo giovani e bellissimi”
    NICCOLO’ CONTESSA – “Troppa grazia”
    PIOVIO e ALDO DE SCALZI –  “Favola”
    MINKYU KIM – “The Forest”
    Sezione cortometraggi:
    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO ITALIANO  
    TAKE CARE OF ME di Mario Vitale
    CLOSENESS di Lorenzo Ferrante
    MANI ROSSE di Francesco Filippi
    THE DRAWBACK OF HAVING A **** di Astutillo Smeriglia
    RUMORI di SÄMEN
    U MUSCHITTìERI di Vito Palumbo
    PECCATRICE di Karolina Porcari
    HOLD ON TO ME di Luca Arcidiacono
    MIGLIOR CORTOMETRAGGI INTERNAZIONALE
    FIREFLIES di Amelia Nanni (Belgio)
    SKÓGAFOSS di Niels Bourgonje (Paesi Bassi)
    8 MINUTES di George Gogichaishvili e David Abramishvili (Georgia)
    POST MORTEM MARY di Joshua Long (Australia)
    ROBOT WILL PROTECT YOU di Nicola Piovesan (Estonia)
    FLOATING di Carlos Andrè (Portogallo)
    ECHO di Victor Perez (Spagna)
    THE MASTER OF CUCHILLO di Rodrigo Sebastiàn Gonzalez (Messico)
    MIGLIOR REGISTA DI CORTOMETRAGGIO internazionale
    ROSSELLA INGLESE per “Denise” (Italia)
    PIERFRANCESCO BIGAZZI per “Moon on Fire”(Italia)
    RRODRIGO GONZALEZ per “The Master of Cuchillo” (Messico)
    VICTOR PEREZ per “Echo” (Spagna)
    MIGLIOR SOGGETTO e SCENEGGIATURA
    LA CORTESIA di Nicholas Di Valerio (Italia)
    THIS NIGHT WILL PASS di Alessandro Logli (Italia)
    FORGIVE US ISMAIL di Mirza Ekinovic (Danimarca)
    I’M NOT GOING TO HURT YOU di Catalina Gonzalez (America/Spagna)
    TWINS di Lisa Riccardi (Italia)
    Sezione documentari
    MIGLIOR DOCUMENTARIO
    BEAUTIFUL THINGS di Giorgio Ferrero (Italia)
    AMERICAN MIRROR di Arthur Balder (Armenia/America)
    AS TIME GOES BY di Simone Aleandri (Italia)
    SAND UNDER THE SNOW di Emilio Romeo (Italia)
    Sezione serie web:
    MIGLIOR WEB SERIE
    GAMES OF SOULS di Max Koerner (Germania)
    BLACKBETTY di Marco North (America)
    ER CAVALIERE DE ROMA di Luca Arseni (Italia)
    CHARON di Emanuele Sana (Italia)
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    50&Più corti di lunga vita: I vincitori

    Annunciati i vincitori di Corti di Lunga Vita, il concorso internazionale di cortometraggi promosso dall’associazione 50&Più che incoraggia la realizzazione di audiovisivi dedicati al tema dell’anzianità. A premiare i migliori tra gli  autori  che quest’anno si sono espressi proponendo la loro visione del tema al centro di questa seconda edizione “Viaggio all’origine della Gioia”, il maestro Pupi Avati durante la cerimonia di premiazione al MAXXI di Roma.
    Se mi ritrovo oggi a esprimere, con il conforto dei membri di una così autorevole commissione, un parere sui corti iscritti a questa meritevole iniziativa, è per la straordinaria esperienza umana vissuta lo scorso anno. Oggi però, al concludersi delle nostre valutazioni, posso asserire che la qualità dei cortometraggi presentati, è addirittura migliorata. I racconti si sono fatti più convincenti, più profondi, più poetici e consapevoli di questa età così complessa e affascinante della nostra vicenda umana” ha dichiarato Avati, presidente della Giuria.

    Il trionfatore di questa seconda edizione del Concorso è  Amarcord sal mèn del regista di origine romena Dorin Valeriu Mihai. Il cortometraggio è ambientato in un laboratorio di movimento danzato dove i ricordi dei partecipanti vengono messi in scena. Movimenti semplici, come il lavoro, i giochi di infanzia, i gesti di affetto per i propri cari, vengono richiamati alla memoria. Il corpo attinge al suo patrimonio di segni e gesti, i ricordi diventano piccole poesie gestuali.

    Secondo gradino del podio per Partenze del giovanissimo regista (22 anni) Nicolas Morganti Patrignani. Il cortometraggio, già vincitore del San Benedetto Film Fest 2018, segue le vicende di Ludovico alle prese con la difficile scelta di sua moglie malata, di porre fine alle sue sofferenze. In una camera da letto, vediamo la coppia, un vassoio con un fiore, un bicchiere. Il gioco di sguardi tra l’uomo e la donna parla del loro legame. Lei gli chiede di ascoltare quella canzone, lui l’accontenta e si sdraia accanto a lei, attendono assieme sulle note del cielo in una stanza.

    Medaglia di bronzo per Sempre e per sempre di  Carlo Ausino – Universal Foxy, che racconta la storia di una donna anziana in giro per la città deserta. La sua ricerca tra ammassi di coperte, barboni e alcolizzati continua il giorno seguente. La donna mostra a tutti una foto in bianco e nero di un ragazzo bellissimo che nessuno riconosce. Giunta in ospedale chiederà a tutti quelli che incontra se hanno visto il ragazzo della foto. Un medico, venuto a conoscenza del suo problema, cercherà di aiutarla a trovare l’uomo della foto.
    Il Premio 50&Più riservato agli iscritti dell’Associazione ed assegnato da una giuria composta dalle 50&Più provinciali è andato invece a Marcello Mamini per L’artista che racconta la storia di un anziano professore di disegno che ha perso la sua abilità artistica e se ne rammarica. L’incontro con un’allieva, che lo invita a rammentare la filosofia del suo stesso insegnamento, lo induce a riprendere in mano i pennelli e a ritrovare la sua vena creativa.
    Una menzione speciale è stata poi assegnata a Corinna, il cortometraggio di Corrado Ceron nato all’interno di un laboratorio che il regista ha svolto a Milano. “Con Corinna ho voluto raccontare il tema della solitudine dal punto di vista di un anziano che ha usato la tecnologia per staccarsi dal suo stato di isolamento e solitudine. Il suo sentimento finisce in un oggetto cui si affeziona…un navigatore satellitare”, ha ricordato Ceron.

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    50&Più corti di lunga vita: Svelati i 3 finalisti

    Svelati i tre finalisti di Corti di Lunga Vita, il concorso internazionale di cortometraggi promosso dall’associazione 50&Più che incoraggia la realizzazione di audiovisivi dedicati al tema dell’anzianità.
    A contendersi il premio finale saranno: Sempre e per sempre di Carlo Ausino, Amarcord sal mèn di Dorin Valeriu Mihai e Partenze di Nicolas Morganti Patrignani. Molti i talenti (di diverse età dai 22 agli 80 anni) che si sono espressi proponendo la loro visione e interpretazione del tema al centro di questa seconda edizione “Viaggio all’origine della Gioia”. La cerimonia di premiazione si terrà mercoledì 12 dicembre alle 18 al MAXXI di Roma quando la giuria tecnica, composta da Pupi Avati (Presidente), Lidia Ravera, Lina Pallotta, Marco Trabucchi e Anna Maria Melloni, proclamerà i vincitori. Durante la cerimonia condotta dalla giornalista Alessandra Rissotto saranno assegnati anche il premio 50&Più e alcune menzioni speciali per chi si è particolarmente distinto in questa edizione.
    Ci complimentiamo con tutti i registi che hanno partecipato con le loro opere ed esprimiamo tutta la nostra soddisfazione per le 78 candidature arrivate questo anno, un buon risultato per un concorso di cortometraggi nato appena due anni fa”, dichiara Gabriele Sampaolo, Segretario Generale di 50&Più.

    Tutte le opere selezionate per la valutazione della giuria tecnica sono visibili sul canale YouTube del Centro Studi 50&Più, i cortometraggi vincitori verranno proiettati durante la cerimonia conclusiva del concorso.

     

     

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