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    Biografilm, tra la Vanoni e le Pussy Riot

    Si aprirà con l’anteprima del documentario vincitore del premio Oscar “Sugar Man” il Biografilm Festival, kermesse italiana dedicata alle biografie, che si terrà a Bologna dal 7 al 17 giugno. Nona edizione per il Biografilm, che si svilupperà con un concorso internazionale, una sezione dedicata ai documentari prodotti nel nostro Paese (Biografilm Italia), la sezione legata a temi di attualità (Contemporary Lives) e Activism, un focus che analizza l’attivismo nell’epoca dei social media.
    Tra i documentari in concorso “Pussy Riot – A punk prayer”, che ripercorre le vicende della musiciste della punk-band condannate e arrestate in Russia, “Wrong Time Wrong Place” sulla strage di Utoya, e “The Man Behind the Throne”, che racconta la carriera del coreografo Vincent Paterson, che ha ideato le più celebri coreografie di Madonna e Michael Jackson. Madrina della manifestazione sarà Ornella Vanoni, protagonista del documentario “Ornella Vanoni. Ricetta di donna”. Ne abbiamo parlato con Andrea Romeo, direttore del festival.

    Andrea cominciamo dall’affascinante ed attualissima sezione Activism..
    “Il focus sull’Activism era inevitabile perché in un anno di cinema ti accorgi delle linee di tendenza e va raccontato il cinema fatto con la camera che c’è mentre le cose accadono. Sintomatico di questo è la storia incredibile delle Pussy Riot e di questo brevissimo video per realizzare il quale queste ragazze hanno subito un processo pesantissimo per vilipendio di qualsiasi cosa… sono seguite le campagne di artisti di tutto il mondo in loro aiuto, ed in questo la macchina da presa di activism ha sempre seguito le cose mentre succedevano. Un bell’esempio di questo processo lo avevamo avuto con ‘The Cove’, film vincitore di un Oscar e che testimonia la mattanza assurda di delfini in una baia del Giappone. Anche li, soprattutto nelle riprese notturne, le micro camere ad infrarossi degli attivisti hanno fatto cinema, hanno fatto cultura, hanno fatto anche cronaca.”
    Ovviamente Biografilm non è solo attivismo. Se ti guardi indietro, tra sforzi e mille difficoltà come ti sembra questa edizione?
    “Se devo essere sincero posso dire che la scommessa di un festival che si basasse sul racconto di vite straordinarie e sul documentario post rivoluzione digitale è una scommessa vincente. Questo cinema si sta nutrendo del periodo, ma ancor di più riesce a documentare e combattere ingiustizie atroci in tutto il mondo. Il senso di un certo cinema è proprio questo e noi al Biografilm cerchiamo di interpretare questo spirito. Biografilm si nutre della produzione smodata favorita dal digitale, dell’accessibilità alla narrazione e alla documentazione di una vastità di artisti, giornalisti, semplici cittadini che imbracciano la telecamera e raccontano la confusione del momento”.

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    Fedele alla linea, il docufilm su Giovanni Lindo Ferretti

    Presentato alla stampa il film-documentario Fedele alla linea, nelle sale dal prossimo 10 maggio e distribuito dalla Cineteca di Bologna. Il giovane regista bolognese Germano Maccioni ha ripercorso, in poco più di un’ora, la vita artistica e personale di Giovanni Lindo Ferretti, fondatore dello storico gruppo CCCP.
    Ecco cosa hanno raccontato durante la presentazione Maccione e lo stesso Ferretti che, dopo la proiezione stampa, si sono trattenuti con i giornalisti in sala.

    Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a fare un film sulla figura di Giovanni Lindo Ferretti?
    Germano Maccione: Partendo dal fatto che sono stato innanzitutto un fan dei CCCP, la scelta di fare un lavoro del genere è legato anche al rapporto di amicizia che nel tempo si è venuto a creare con Giovanni.
    E’ stato proprio lui a darmi l’input quando mi ha confessato di essere disposto a parlare di cose delle quali non aveva più voglia di parlare da tempo. Così ho deciso di mettermi alla ricerca di materiale per portare sul grande schermo la vita di un’artista, sicuramente tra i più originali e significativi nell’Italia del secondo dopoguerra.

    E’ stato difficile reperire il materiale?
    Germano Maccione: E’ stato un lavoro non semplice ma che mi ha dato grande soddisfazione. Devo dire grazie ai filmati in VHS di Benedetto Valdesalici, un ex psichiatra che ha seguito per anni i CCCP, a  Luca Gasparini che in “Tempi moderni” ha ripercorso l’attività artistica del gruppo e a Davide Ferrario che nel documentario “Sul 45º parallelo” racconta il viaggio in Mongolia di Giovanni e Massimo Zamboni (componenti del gruppo musicale CSI) a metà degli anni ’90.
    A tutto ciò si è aggiunta la disponibilità di Giovanni Ferretti, che io considero un grande narratore, che ha voluto condividere con il pubblico la sua vita a 360 gradi.

    Fedeli alla linea, una commovente testimonianza della tua persona?
    Giovanni Lindo Ferretti: Una testimonianza di quello che ero, di quello che sono, dei miei errori, della mia malattia, della perdita di persone care e della fede ritrovata. Credo, al di là di tutto, che siano temi universali quelli che vengono raccontati nel film: la musica, la malattia, la morte, l’accettazione nella società, il rapporto uomo-natura. Un film per grandi platee.

    Molti fan ti considerano un traditore…
    Giovanni Lindo Ferretti: Ti riferisci alla fede ritrovata? Non mi sento un traditore. Sono nato in una famiglia molto credente, poi durante la gioventù mi sono distaccato dagli insegnamenti cristiani, sono stato un rivoluzionario, ho vissuto in prima persona i movimenti del ’68. Ad un certo punto della mia vita però mi sono reso conto che mi mancava qualcosa, non ero sereno con me stesso. Ho ritrovato la fede, l’amore per le cose semplici, ho rivalutato le sagge parole che mi diceva mia nonna quando ero bambino e alle quali non avevo mai dato peso. Poi la malattia, insomma una serie di circostanze mi hanno fatto riavvicinare alla religione. Si tratta solo di un percorso di vita. La critica da parte dei fan l’accetto. Sono un personaggio pubblico, e come tale, sono oggetto di prese di posizioni da parte di tutti. Io vivo bene così e non ho problemi a parlare e confrontarmi con chi pensa ‘male’ di me.

    Giovanni Bonaccolta

     

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    Bellas Mariposas: Magico Mereu

    Il regista sardo si confronta con l’adattamento di un racconto di Stefano Atzeni. Coraggioso, audace e convincente nel linguaggio e per contenuti. Applaudito alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia.
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    Ci voleva l’audacia di Salvatore Mereu per portare sullo schermo il racconto spregiudicato dello scrittore sardo Sergio Atzeni e riuscire a realizzare un’opera cinematograficamente coraggiosa e profondamente umana.
    Il regista di Sonetaula non rinuncia alla sua cifra stilistica adattando il realismo che lo contraddistingue ai toni narrativi di Atzeni. La storia, in equilibrio tra dramma familiare e feroce autoironia, documenta il girovagare di due ragazzine, Cate e Luna, nell’arco di un’intera giornata per le strade di una Cagliari assolata e anonima. L’occhio di Mereu le segue usando lo stratagemma di una voce narrante – quella della undicenne Cate – intervallata dai continui sguardi in macchina della protagonista.
    Bellas Mariposas rapisce lo spettatore per spontaneità e naturalezza, per la leggerezza con la quale i monologhi di Cate riescono a evocare scenari ben più amari di quanto ci si possa immaginare.  Riso amaro, verrebbe da dire e così sarà per tutto il film. Lo si capisce sin dall’inizio, dall’esplosivo soliloquio musicale di Cate al quale Mereu affida il compito di presentare una galleria di personaggi bizzarri e drammaticamente commoventi. E proprio da qui prende il via un concatenarsi di aneddoti in un quartiere popolare della Cagliari più disagiata in cui il tempo sembra essersi fermato, sospeso tra improbabili tipi umani e vite violente, a metà strada tra sogno e realtà, perduto tra case fatiscenti, padri fannulloni, maghe provvidenziali.
    Mereu non si tira indietro, azzarda, si adagia sui suoni e le immagini dei luoghi attraversati, insegue la coppia di giovanissime amiche senza lasciarle un momento e firma un affresco dolce amaro,  una grande lezione di cinema verità.
    Nelle sale dal 9 maggio e in pochissime copie, grazie a un tour ‘porta a porta’ fortemente sostenuto dal regista.
    Poesia da non perdere in mezzo all’invasione aliena di blockbuster, film e filmetti con velleità autoriali.

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    Valeria Golino, debutto d’autore con Miele

    “Per me è una nuova giovinezza”… Intimista, mai gridato, profondo. Debutto migliore di Miele per Valeria Golino non poteva esserci. Un film coraggioso, che narra di (dolce) morte guardando però alla vita. Il suo talento come interprete lo si è apprezzato in ogni sfumatura. Se ne sono accorti (a dir il vero troppo poco) anche all’estero. L’essere riuscita  ad essere anche regista di un’opera matura, impreziosita da un valore aggiunto come Jasmine Trinca, è forse una sfida con la quale maggiormente voleva confrontarsi.

    Che lavoro c’è stato con Jasmine?
    Sono stata talmente in osmosi con Jasmine che molte volte non mi sono accorta che è una donna di 30 anni, una madre, e non una delle mie cose.
    Alcune volte giustamente si è ribellata a certe mie “zampate”, o quando l’ha riprendevo, ma al di là degli scherzi mi ha regalato come attrice qualcosa di davvero intenso.
    Mi ha dato molto fastidio (ride, ndr) vederla quanto era stata brava e bella nel film di Giorgio Diritti
    (“Un giorno devi andare”, ndr), che era uscito prima di questo.  Qui volevo però che fosse androgina, invisibile, non volevo descriverla troppo, se non nella sua sottrazione.

    Primo lungometraggio e subito a Cannes nelle vesti di autrice. Che sensazione provi?
    Quando ho cominciato a fare l’attrice ho ricevuto diversi riconoscimenti, la Coppa Volpi a Venezia, poi sono andata al Festival di Cannes, insomma l’inizio è sempre così, parto col botto e c’è sempre indulgenza e benevolenza nei miei confronti. Per me è una nuova giovinezza. Spero che in futuro possa avere lo stesso riscontro, ma per il momento posso solo essere orgogliosa di come è stato  accolto questo progetto, che peraltro è stato davvero fatto con pochi soldi.

    Che tipo di ricerca hai fatto?
    Mauro Covavich, scrittore del libro “A nome tuo”, dal quale ci siamo ispirati, ha fatto gran parte del lavoro. Tante cose non le dico nel film, anche se a me sembravano interessanti, ma poi ho pensato che avrebbero appesantito il racconto. Noi abbiamo usato molto di quanto lui ha scritto in sceneggiatura, ma io ho visto anche dei documentari, non solo di donne, ma anche di cliniche in Svizzera o in Colorado di persone che avevano accettato di farsi filmare in quella loro avventura. Jasmine ne ha visti un paio, ma non era contenta e quindi dopo un po’ ho smesso di mostrarle questi materiali. Sono molto disturbanti da tutti i punti di vista, a partire dai tuoi stessi sentimenti perché non sai che tipo di reazione potrebbero innescare. Non sai se emozionarti, irritarti. Li ho guardati il meno possibile, ma alcuni mi sono davvero serviti per dire delle cose.

    La pellicola fornisce molti punti di vista. Il tuo?
    Sono io stessa spettatrice di quanto accade, i miei pregiudizi cambiano, poi diventano opinioni, mutano a seconda della storia personale di chi incontriamo o vediamo.
    Credo sia importante che ognuno possa decidere per la propria vita per come finirla.
    Penso profondamente e questo genera dubbi, riflessioni. Non voglio imporre la mia verità. Non c’è giusto o sbagliato.
    Come nella letteratura ci sono tanti punti di vista e a me piace che ci siano tanti elementi.
    Miele non nasce per essere un film sociologico, bensì libero da qualsiasi tipo di costruzioni, e questa è la molla che mi ha permesso di muovermi in maniera indipendente, anche attraverso delle licenze poetiche.

    Andrea Giordano

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    Sergio Rubini, così ‘mi rifaccio vivo’

    Un film sulla pacificazione, in linea con governissimi e larghe intese tanto per rimanere ancorati alla realtà dei nostri giorni. Un film che invita a deporre le armi, girato ormai un anno e mezzo fa, ma che alla luce dei recenti fatti politici si rivela precursore dei tempi, almeno nel ritratto di certe dinamiche comportamentali. Per il suo ritorno alla regia dopo L’uomo nero, Sergio Rubini punta su una commedia, Mi rifaccio vivo, a suo dire un cinema “meno voyeuristico”, ma forse più incline ad assumersi delle responsabilità. Distribuito da 01 Distribution a partire dal 9 maggio in 350 sale, il film rinnova vecchi sodalizi come quello con Margherita Buy, Valentina Cervi e Emilio Solfrizzi, e getta le basi per crearne di nuovi (Neri Marcorè, Lillo, Enzo Iacchetti). 

    È il tuo undicesimo film, un ritorno alla commedia dove esprimi l’idea che l’erba del vicino non è sempre così verde. Ma da dove nasce l’idea di “Mi rifaccio vivo”?
    Volevo fare un film sulla pacificazione, sul concetto di deporre le armi, oserei dire che è un film molto in linea con i governissimi.
    Credo che sia arrivato il momento di fermare i conflitti e arrendersi al pensiero che il nemico va conosciuto prima e sconfitto poi attraverso la conoscenza; bisogna capire che il nemico fa paura finché non lo conosciamo e che l’erba del vicino sembra più verde perché non viviamo a casa sua. Una volta entrati nella sua realtà è facile rendersi conto che il vicino è un essere umano come noi, e in quel preciso istante viene disattivato. Il film in questo senso ha un finale positivo, all’inizio della mia carriera non amavo l’happy ending perché pensavo che un cinema di qualità dovesse avere un finale sospeso; oggi invece credo che il lieto fine sia l’indicazione di un percorso. È semplicemente un cinema meno voyeuristico e capace di suggerire una strada assumendosene le responsabilità. La commedia era l’unico genere possibile per affrontare questo argomento; l’antagonismo femminile – che avevo già affrontato in “L’anima gemella” – è in genere più nero, ha degli aspetti anche più ancestrali mentre l’antagonismo maschile fa ridere: i due protagonisti sono galli che si azzuffano.
    “Mi rifaccio vivo” ha molti elementi da commedia slapstick e punta su una comicità molto fisica.
    Sono partito da Emilio; conosco l’altra sua faccia e sapevo che sa essere fisico, sa come cadere, sa inciampare, sa sbattere il grugno come i comici di una volta che erano grandi cascatori, così sono andato a scovare l’antagonista tra i suoi amici e sono arrivato a Neri Marcoré e a Lillo. Con i comici non avevo mai lavorato: si dice che siano affetti da protagonismo e che ti rubino la scena, invece si sono dimostrate delle persone molto piacevoli e in grado di sostenermi anche nei momenti più complicati. Anche per la scelta delle attrici sono partito da un’idea molto chiara, quella cioè che le donne dovessero essere nevrotiche e così ho scelto Margherita e Valentina. Volevo contrapporre poi a questa femminilità compulsiva e agitata, una più leggere e compiuta e Vanessa mi sembrava l’ attrice giusta per incarnare questo tipo di femminilità.

    Un film ‘in linea con i governissimi’, ma anche con te.  Sei giunto a un momento di svolta?
    Venivo da un film su un antagonismo non sanato e forse avevo bisogno tornare a essere uno.
    L’idea di base è  ‘conosci il tuo nemico’, perché quella di conoscere l’altro è una grande  opportunità. È il tema della contemporaneità, viviamo in un momento in cui non si devono tirare su recinti ma è necessario buttarli giù e arrendersi al fatto che l’altro vada conosciuto; perché gli antagonismi alla fine logorano. Deporre le armi significa aiutare il dialogo senza arroccamenti ideologici, costruire roccaforti è un atteggiamento che appartiene al passato.

    Dicevi di un cinema capace di disinnescare i conflitti, ma avete scelto anche una componente fantastica. Quando avete pensato che questa potesse essere la chiave del vostro racconto?
    Da subito. Tutto nasce dall’idea di raccontare e mettere in scena la seconda possibilità. Il cinema poi ha il compito di raccontare la realtà attraverso delle metafore anche fantastiche; è un film con l’impianto della commedia sofisticata che fa il verso a quella francese e al vaudeville. Il cinema deve poter raccontare ciò che sfugge al primo sguardo; in questo senso “Mi rifaccio vivo” è una grande epifania.

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    Effetti collaterali: l’ultimo atto di Steven Soderbergh

    Sarà il suo ultimo film prima di prendersi una pausa da Hollywood che lo porterà a dedicarsi al teatro. E per il suo addio alle scene Steven Soderbergh ha scelto lo scorso Festival di Berlino: il suo ultimo atto presentato qualche mese fa alla Berlinale si chiama Effetti Collaterali, thriller piscologico di ispirazione palesemente hitchcockiana, nelle nostre sale dal 1 maggio. Ancora un film denuncia come già era successo con Traffic, ma questa volta il regista di Atlanta di nuovo in tandem con lo sceneggiatore Scott Z. Burns, punta il dito contro le case farmaceutiche e l’abuso di sostanze per un’illusoria felicità. E gli effetti collaterali sono inaspettati.

    Quando avete iniziato a pensare al film?
    Scott Z. Burns: Avevo cominciato a fare delle ricerche sull’argomento già dieci anni fa mentre lavoravo a un film per tv. E’ stata una vera lotta trovare qualcuno che volesse salire a bordo del progetto, poi per fortuna venni a sapere che Steven voleva fare un thriller psicologico.

    Come ti senti a tornare a Berlino per la quinta volta?
    Steven Soderbergh: E’ il festival dove sono stato di più e venire qui mi fa sempre piacere.

    Punti il dito sull’ abuso di psicofarmaci e sulle case farmaceutiche. Qual è la situazione in America?
    S. Z. B.: Gli americani hanno una relazione molto complicata con questo tipo di farmaci e con le droghe in genere; c’è una grande proliferazione e la gente ne fa un uso diffuso. E’ un fenomeno sempre più esteso.

    È un thriller psicologico dove nulla è quello che sembra…
    S. Z. B.: Sì il film è strutturato in modo da sovverte tutte le aspettatative che le convenzioni imporrebbero e ribalta il punto di vista iniziale.

    Cosa ti ha attratto di questa storia?
    S. S.: Mi piaceva l’idea di fare un thriller prima della fine della mia carriera cinematografica e volevo che le poche cose che avrei fatto fossero divertenti da fare e da vedere.

    Ed è molto diverso dai suoi film precedenti…
    S. S.: Il mio approccio è stato,come mi succede spesso, quello di ditruggere tutti i miei film passati. Volevo fare qualcosa di pulito e semplice, senza extra.

    Come vi siete preparati a interpretare i vostri personaggi?
    Jude Law.: Avevamo una sceneggiatura magnifica e non c’erano dei piani precisi su cosa avremmo fatto. Ognuno ha lavorato separatamente al proprio personaggio giorno giorno senza conoscere il finale. Per il resto ho incontrato un sacco di pazienti e psicologi.

    Qual è stata la sfida più grande?
    Jude Law: Convincermi che sarei riuscito a interpretare questo personaggio in maniera autentica.

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    Far East Festival 2013: Gelso d’Oro alla Corea

    Al Far East Festival 2013 l’irresistibile commedia How To Use Guys With Secret Tips di Lee Won-suk si è aggiudicata, a furor di popolo, il Gelso d’Oro 2013.
    Sul podio anche la Thailandia e Hong Hong.

    Il pubblico del Far East Film Festival non ha avuto dubbi: il Gelso d’Oro 2013 non poteva che andare alla Corea del Sud per l’irresistibile commedia How To Use Guys With Secret Tips! Cultura pop al quadrato (anzi: al cubo) e un regista, il simpaticissimo Lee Won-suk, diventato l’idolo degli spettatori!
    Sul secondo gradino del podio, con pochi voti di scarto, si è piazzato il geniale thai pulp Countdown dell’esordiente Nattawut Poonpiriya (ed esordisce, va detto, anche la Thailandia, finora mai premiata!), mentre il raffinato biopic Ip Man – The Final Fight di Herman Yau (vecchio e caro amico del FEFF) ha garantito la medaglia di bronzo ad Hong Kong.
    Il Gelso Nero degli accreditati Black Dragon ha invece raggiunto Taiwan, per il dramma Touch of the Light di Chang Jung-chi, mentre i web-giurati hanno preferito l’eccentrico It’s Me, It’s Me del giapponese Satoshi Miki, accompagnato sul palco del Teatro Nuovo (per la gioia delle ammiratrici di mezzo pianeta) dal pop idol Kamenashi Kazuya.
    Dopo gli applausi calorosi della Closing Night, dunque, è tempo di bilancio per Far East Film 15. Un’edizione che, a dispetto dei massicci tagli subiti, è riuscita ancora una volta a tagliare il traguardo in rigoroso FEFF style, tra sold out, file chilometriche ed eventi speciali: dalla consegna del Gelso d’oro alla carriera al gigante sudcoreano Kim Dong-ho, uomo di pace e di cinema, fino alla storico (davvero storico) incontro con l’attrice Hang Jong Sim e la produttrice Ryom Mi Hwa, giunte a Udine direttamente da Pyongyang per presentare la favola nordcoreana Comrade Kim Goes Flying.
    Le cifre? Il festival udinese ha sostanzialmente raggiunto e confermato le soglie del 2012, rispondendo con forza alla drastica riduzione del budget: 50 mila spettatori in sala, 1200 accreditati (le provenienze coprono 16 nazioni), 100 mila euro d’incasso (tra sbigliettamenti e accrediti). Diverse migliaia, inoltre, le persone messe in circolo dal fitto calendario delle attività collaterali, culminate nell’affollatissimo Far East Cosplay Contest del 25 aprile.
    Lasciando parlare ancora le cifre: il bookshop ha venduto 2000 pezzi (tra libri, t-shirt, poster, Dvd, gadget), il sito ufficiale ha superato ancora una volta i 50.000 visitatori unici da metà aprile e la pagina ufficiale su Facebook ha sfondato il tetto dei 10 mila iscritti; oltre ai 50.000 spettatori totali registrati da questa quindicesima edizione.
    Anche quest’anno, dunque, Far East Film ha potuto contare sul supporto di un pubblico davvero fedelissimo (europeo e internazionale) composto da giornalisti, critici, studenti di cinema, esperti, addetti ai lavori e, soprattutto, gente che ama le visioni d’Oriente. Senza, ovviamente, dimenticare il prezioso contributo degli oltre 150 volontari che hanno affiancato lo staff.
    Ancora un bilancio da incorniciare, dunque, sia in termini quantitativi che qualitativi: il valore del programma è stato ampiamente certificato da nomi e titoli già iscritti all’albo d’oro del nuovo cinema asiatico!

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    Italian Dvd & Blu-ray Awards 2012: la Warner sorride

    Italian Dvd & Blu-ray Awards 2012
    SHERLOCK HOLMES GIOCO DI OMBRE, miglior Dvd
    DIAZ miglior Dvd Italiano, ACAB miglior Blu-ray

    Roma, 29 aprile. Il mondo del cinema e dell’home video  si son dati appuntamento alla Casa del Cinema di Roma per l’assegnazione dei prestigiosi Italian Dvd & Blu-ray Awards, giunti quest’anno alla decima edizione e scelti tra i titoli posti in vendita da gennaio a dicembre 2012.

    Alla  festa che ogni anno premia l’eccellenza del cinema in casa erano presenti attori, produttori, registi, editori multimediali e distributori.
    La serata ha avuto come  madrina l’attrice Regina Orioli e ed è stata condotta dal giornalista Francesco Castelnuovo. I premi sono stati assegnati da una  Giuria composta da Alessia Barela, Urbano Barberini, Vinicio Marchioni, Paola Minaccioni, Eva Riccobono, Alessandro Roja e dal presidente Claudio Masenza.

    Agli abituali riconoscimenti si sono aggiunti il premio assegnato dal mensile Ciak, quello degli utenti del web ed i premi assegnati dalla FAPAV a chi si è particolarmente distinto in difesa dell’antipirateria: Forze dell’ordine, attori e registi come Giuseppe Tornatore.

    In occasione del decennale della manifestazione, sono stati anche assegnati Premi ai migliori Dvd/Blu-ray italiani del decennio.

    Questi i vincitori:

    MIGLIOR DVD
    Sherlock Holmes gioco di ombre
    (Warner Home Video)

    MIGLIOR DVD ITALIANO
    Diaz
    (Fandango)

    MIGLIOR DVD CLASSICO
    C’era una volta in America
    (Warner Home Video)

    MIGLIOR DVD DOCUMENTARIO
    La guerra dei vulcani
    (Cinecittà Luce)

    MIGLIOR DVD SERIE TV
    Il trono di spade
    (Warner Home Video)

    MIGLIOR BLU-RAY
    Il cavaliere oscuro – il ritorno
    (Warner Home Video)

    MIGLIOR BLU-RAY ITALIANO
    ACAB
    (01 Distribution)

    MIGLIOR BLU-RAY CLASSICO
    Il buio oltre la siepe
    (Universal Pictures Home Video)

    MIGLIOR BLU-RAY ANIMAZIONE
    Madagascar 3
    (Universal Pictures Home Video)

    MIGLIOR BLU-RAY Cofanetto/Edizione speciale
    Alfred Hitchcock Masterpiece Collection
    (Universal Picture Home Video)

     

    Premi speciali

    Premio Speciale Dvd Academy
    a
    FRANCA VALERI

    Premio Speciale Dvd Academy
    a
    RARO VIDEO

    Premio Speciale Dvd Academy
    al mensile di cinema
    CIAK

     

    Premi del Decennale 

    Migliori Titoli in Dvd/Blu-ray
    GOMORRA
    di Matteo Garrone (01)

    IL DIVO
    di Paolo Sorrentino
    (Luky Red)

    BAARIA
    di Giuseppe Tornatore
    (Medusa)

     

    Premi Ospiti

    Premio CIAK
    BOND 50  (20th Fox)

    Mymovieslive! Awards
    I COLORI DELLA PASSIONE
    di Lech Majewski  (Cecchi Gori H.V.)

    info su Giuria, Nomination ed immagini della premiazione sono scaricabili dal sito  www.italiandvdawards.it

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    Michele Placido, dalla Francia col Polar

    Il Cecchino dovrebbe arrivare nelle nostre sale nella Primavera del 2013, ma Michele Placido già parla di prossimi progetti e suggerisce…
    Ancora un cattivo, ancora una regia, come mai in Francia?
    Essendo io un professionista, sono stato chiamato, molto semplicemente, da Fabio Conversi che dalla Francia distribuisce spesso film italiani e ha costruito questa operazione con una delle maggiori case di distribuzione, Canal Plus. Così stavolta ho girato un film del quale non ho scritto un rigo, nel bene o nel male. Tutto nasce dal successo avuto da Romanzo Criminale in Francia, ovviamente, successo che ha attratto anche attori come Auteil o Kassovitz, che ho trovato sul set, ma che ho diretto, questo sì, assolutamente in base alle mie sensazioni.
    Ma il contatto con i cugini è più ampio…
    Avevo altre propste da distributori francesi, ma ho scelto questo progetto che sentivo più vicino, e amavo. Anche per la memoria di certi autori e attori della mia giovinezza. Da Lino Ventura a Audiard padre o Alain Delon… riferimenti comuni, evidentemente, anche ai due giovani sceneggiatori, che hanno suggerito il mio nome e che erano sempre molto attenti sul set. Possiamo dire che il film è metà degli sceneggiatori e metà del regista, che poi deve adattarsi per rispettare le necessità produttive per le quali si viene scelti.
    C’è una morale nel film? Come dicevamo, non sarà un caso se i cattivi sono sempre così centrali nei suoi film…
    In questo caso, un po’ era tutto scritto già nella sceneggiatura. Ma, in fondo, il tema ha radici antiche… In questo momento io sto facendo Re Lear a teatro, e anche lì la parte oscura dell’uomo viene fuori, soprattutto in alcuni personaggi, che starebbero benissimo in un film di Tarantino, come Edmond o le figlie.
    Noi vogliamo cercare i buoni, mantenere la speranza, ma in un Polar forse si è più aderenti alla realtà che nella commedia, che non la rispecchia… basta guardare il mondo per vederlo.
    Io personalmente mi trovo bene con questa tipologia di film; particolarmente in questo caso, in cui – più che parlare di morale o di aspetti politici – ho trovato interessante il tema degli ex militari francesi e occidentali che tornati dalle zone di guerra finiscono con il diventare rapinatori…
    Si trova bene a fare il regista migrante? O è solo verso la Francia…?
    L’Italia, negli ultimi anni è stata teatro di grandi storie, molto interessanti, soprattutto se pensiamo alla cronaca giudiziaria e politica e ai collegamenti tra stato e mafia; temi dei quali non si vede abbastanza nel nostro cinema. E invece dovrebbe essere quasi un dovere per noi. Se partisse un progetto così, io e tanti altri italiani ci metteremmo volentieri in gioco. ma sembra esserci una sorta di autocensura dalle nostre parti. Se ci si desse la possibilità, io resterei molto volentieri qui a lavorare. Magari, senza essere timidi e parlando chiaro, su un film su dell’Utri, che negli Usa avrebbero già fatto. Credo sarebbe un soggetto interessante, lui come altri messi sotto osservazione da qualche anno e arrivati tanto a sedere in Parlamento quanto a essere tacciati di disonestà, a prescindere dalle colpe, ma in quanto personaggio, anche per esplorare le motivazioni che l’anno messo sotto i riflettori e portato all’attenzione dei giudici.
    Più in generale, è attraverso la cultura che va fatta questa analisi, proprio per non restare nell’ambiguità. Per dare un segnale, etico, civile, per mostrare la voglia di ricominciare e per dare un segnale ai giovani.
    E invece cosa farà ora?
    Una storia d’amore, tratta da un testo teatrale del 1916 di Pirandello. La storia dell’amore tra una maestra del conservatorio e un signore che lavora in un negozio di alimentari, di delicatessen, ma una vicenda comunque con una sua violenza di base, proprio per il lato oscuro della donna, che dopo esser stata violentata scopre di essere incinta e, nel suo delirio femminile, decide di tenere il bambino e farlo accettare al marito. Dovrebbe essere ambientato in una città francese, forse a Lione – che amo, ha una gastronomia eccezionale ed è una città molto colta – ma comunque in Francia, dove ci sono più soldi. Io sarò solo regista, ma la produzione ha chiesto la Bejo come attrice… Speriamo.
    Mi piacerebbe però realizzare in francia anche del cinema italiano; lì sono molto attenti al nostro cinema, a quello di Garrone, di Moretti, di Sorrentino. Perché non iniziare a programmare una cinematografia italo-francese? Prendetelo come un invito, da parte mia…

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    Iron Man 3: The Devil in me!

    Un fuoco arde in fondo alla Marvel e ai suoi eroi. Quello dentro Iron Man 3 rischia di dsitruggerlo, ma anche i suoi nemici e i suoi affetti più cari nascondono brucianti segreti…
    VOTO: 3,5

    Siamo stati quasi un anno ad aspettare lo Stark alcolista promesso da Mr. Marvel in persona, Kevin Feige, alla presentazione di The Avengers e invece… Ecco la prima sorpresa. Il nuovo Iron Man 3 parte dalla saga ‘Extremis’ e non dalla storia ‘Demons in a Bottle’ per raccontare la discesa agli inferi dell’immaturo ed egocentrico miliardario interpretato da Robert Downey Jr.; e lo fa con un equilibrio che da un po’ non vedevamo nei prodotti degli Studios californiani.
    Se il buongiorno si vede dal mattino, l’annunciata Seconda Fase della produzione Marvel promette davvero di essere migliore della prima con il ‘Dark World’ di Thor (8 novembre 2013), il ‘Winter Soldier’ di Captain America (accompagnato da Robert Redford dal 4 aprile 2014) e i Guardians of the Galaxy (il 1 agosto 2014), tre tappe di avvicinamento a The Avengers 2 (in uscita il 1 Maggio 2015) che condivideremo con il nostro eroe giallorosso.
    E’ infatti quanto vissuto in occasione del celebre Team Up a New York alla base della crisi e degli attacchi di panico di Tony Stark, diviso tra la relazione simbiotica con il suo alter ego metallico e quella sentimentale con la sempreverde (ma sorprese arriveranno anche da lei) Pepper!
    Per aspera ad astra, potremmo dire sintetizzando, visto che sia Tony sia la sua armatura ne passano di tutti i colori in questo terzo capitolo, vero punto di svolta di una ipotetica trilogia, e non solo, visto il ruolo che si promette all’eroe nel prossimo futuro. Ovviamente senza dimenticare l’ampia base di fan e la Storia della editoriale – come dimostra l’inserimento del Mandarino, anche se in maniera più sorprendente di quanto possiate aspettarvi – e soprattutto senza perdere lo spirito. Come dimostrano un paio di chicche niente male: dal solito cameo di Stan Lee, stavolta particolarmente contento, a una scena finale meno ‘anticipatrice’ ma molto divertente, passando per la sigla, finale vintage e nostalgica come poche altre.

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