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    Nero Infinito: la passione non basta

    Nero Infinito, l’esordio di Giorgio Bruno, è un horror-thriller – dichiarato omaggio al cinema di genere nostrano – che purtroppo non riesce a coinvolgere lo spettatore, penalizzato com’è da troppi punti deboli.
    2stelle

    Il giovane regista catanese Giorgio Bruno (classe 1985), dopo alcuni cortometraggi, debutta sul grande schermo con la sua opera prima, ispirata ai registi che hanno segnato la sua formazione: lo stile di Peter Jackson, ma soprattutto la tradizione italiana del cinema di genere, dall’horror di Dario Argento passando per Enzo G. Castellari (tanto amato da Tarantino, che lo ‘cita’ nel suo “Bastardi senza gloria”) e Claudio Fragasso (“Palermo Milano solo andata”).
    La passione cinefila che guida il giovane autore è ben evidente in questo suo lavoro, che tuttavia, in parte a causa del ridottissimo budget in parte (soprattutto?) per evidenti limiti strutturali, non convince lo spettatore da più punti di vista.
    La trama, innanzitutto, risulta decisamente debole: protagonisti della vicenda sono due poliziotti (Francesca Rettondini e Rosario Petix) sulle tracce di un misterioso serial killer che si ispira per i suoi atroci delitti ai romanzi della famosa scrittrice Dora Pelser. Le vittime sono tutte giovani donne, che vengono seviziate a morte all’interno di una vera e propria stanza delle torture.
    Lo svolgimento degli eventi (nonostante un finale ‘a sorpresa’) è estremamente prevedibile, e la sceneggiatura (firmata da Riccardo Trovato e Davide Chiara) è priva degli avvincenti snodi narrativi sui quali un film di genere dovrebbe reggersi. Il ritmo dell’azione risulta lento, non aiutato dalla recitazione non eccelsa degli interpreti, tanto che neanche le partecipazioni illustri (Claudio Fragasso, Enzo G. Castellari e Ruggero Deodato) sono sufficienti a risollevare le sorti del film.
    Personaggi senza il giusto spessore e dialoghi poco incisivi appesantiscono ulteriormente la scorrevolezza dell’opera, che procede per 82 minuti senza alcun particolare guizzo.
    Mischiando, verrebbe da dire confusamente, il poliziottesco d’annata e l’horror di più recente generazione (vedi “Saw”), il film risente pesantemente di una regia ancora acerba, a tratti amatoriale, caratterizzata da confusi movimenti della macchina da presa e tagli netti tra le scene, e si rivela nella sua totale incapacità di creare tensione e suspence, per colpa non solo di un plot scontato, ma anche per l’assenza di un’adeguata colonna sonora, in grado per lo meno di evocare le giuste atmosfere.
    Giorgio Bruno è quindi rimandato a settembre, con la speranza che con il suo prossimo lavoro possa coniugare la sua forte passione per la settima arte con una maggiore padronanza di mezzi.

    Sara Tonarelli

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    David di Donatello 2013: i candidati

    Queste, le candidature ai Premi David di Donatello 2013, in ordine alfabetico, votate dal 27 aprile al 3 maggio 2013 dai 1804 componenti la Giuria dell’Accademia e trasmesse ufficialmente dallo Studio Notarile Marco Papi. Le ha comunicate, nell’incontro di oggi in RAI con la stampa, Gian Luigi Rondi, Presidente dell’Accademia.

    Un’edizione che segna l’importante successo di tappa di Daniele Vicari e del suo Diaz – Don’t Clean Up This Blood, film sul mai troppo discusso (e discutibile) G8 di Genova, che raccoglie 13 candidature; tante quante La migliore offerta di Giuseppe Tornatore.
    Niente Reality di Garrone tra i migliori film – incomprensibilmente! – nonostante le 11 nominations, al pari dell’Educazione Siberiana di Salvatores e una in meno di Viva la LIbertà di Andò.
    Ma nella lunga lista ci sono anche Maria Sole Tognazzi (con 5), Argento e Bellocchio – con una sola! – fino a Sam Mendes, Ben Affleck e Dustin Hoffman.

    Eccoli tutti:

    MIGLIOR FILM
    “DIAZ”
    per la regia di Daniele Vicari
    “EDUCAZIONE SIBERIANA”
    prodotto da Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini, Marco Chimenz per Cattleya con Rai Cinema
    per la regia di Gabriele Salvatores
    “IO E TE”
    prodotto da Fiction, Wildside
    per la regia di Bernardo Bertolucci
    “LA MIGLIORE OFFERTA”
    prodotto da Isabella Cocuzza e Arturo Paglia per Paco Cinematografica
    per la regia di Giuseppe Tornatore
    “VIVA LA LIBERTÁ”
    prodotto da Angelo Barbagallo per Bibi Film e Rai Cinema
    per la regia di Roberto Andòprodotto da Domenico Procacci

    MIGLIORE REGISTA
    Bernardo BERTOLUCCI
    “Io e te”
    Matteo GARRONE
    “Reality”
    Gabriele SALVATORES
    “Educazione siberiana”
    Giuseppe TORNATORE
    “La migliore offerta”
    Daniele VICARI
    “Diaz”

    MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE
    Leonardo DI COSTANZO
    “L’intervallo”
    Giorgia FARINA
    “Amiche da morire”
    Alessandro GASSMANN
    “Razzabastarda”
    Luigi LO CASCIO
    “La città ideale”
    Laura MORANTE
    “Ciliegine”

    MIGLIORE SCENEGGIATURA
    Niccolò AMMANITI, Umberto CONTARELLO, Francesca MARCIANO, Bernardo BERTOLUCCI
    “Io e te”
    Giuseppe TORNATORE
    “La migliore offerta”
    Maurizio BRAUCCI, Ugo CHITI, Matteo GARRONE, Massimo GAUDIOSO
    “Reality”
    Ivan COTRONEO, Francesca MARCIANO, Maria Sole TOGNAZZI
    “Viaggio sola”
    Roberto ANDÓ, Angelo PASQUINI
    “Viva la libertà”

    MIGLIORE PRODUTTORE
    Fabrizio MOSCA
    “Alì ha gli occhi azzurri”
    Domenico PROCACCI
    “Diaz”
    Riccardo TOZZI, Giovanni STABILINI, Marco CHIMENZ per Cattleya con Rai Cinema
    “Educazione siberiana”
    Isabella COCUZZA e Arturo PAGLIA per Paco Cinematografica
    “La migliore offerta”
    Angelo BARBAGALLO per Bibi Film e Rai Cinema
    “Viva la libertà

    MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
    Valeria BRUNI TEDESCHI
    “Viva la libertà”
    Margherita BUY
    “Viaggio sola”
    Federica Victoria CAIOZZO in arte Thony
    “Tutti i santi giorni”
    Tea FALCO
    “Io e te”
    Jasmine TRINCA
    “Un giorno devi andare”

    MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA (CON UN EX AEQUO)
    Aniello ARENA
    “Reality”
    Sergio CASTELLITTO
    “Una famiglia perfetta”
    Roberto HERLITZKA
    “Il rosso e il blu”
    Luca MARINELLI
    “Tutti i santi giorni”
    Valerio MASTANDREA
    “Gli equilibristi”
    Toni SERVILLO
    “Viva la libertà”

    MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA (CON UN EX AEQUO)
    Ambra ANGIOLINI
    “Viva l’Italia”
    Anna BONAIUTO
    “Viva la libertà”
    Rosabell LAURENTI SELLERS
    “Gli equilibristi”
    Francesca NERI
    “Una famiglia perfetta”
    Fabrizia SACCHI
    “Viaggio sola”
    Maya SANSA
    “Bella addormentata”

    MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
    Stefano ACCORSI
    “Viaggio sola”
    Giuseppe BATTISTON
    “Il comandante e la cicogna”
    Marco GIALLINI
    “Buongiorno papà”
    Valerio MASTANDREA
    “Viva la libertà”
    Claudio SANTAMARIA
    “Diaz”

    MIGLIORE DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA
    Fabio CIANCHETTI
    “Io e te”
    Gherardo GOSSI
    “Diaz”
    Marco ONORATO
    “Reality”
    Italo PETRICCIONE
    “Educazione siberiana”
    Fabio ZAMARION
    “La migliore offerta”

    MIGLIORE MUSICISTA
    Alexandre DESPLAT
    “Reality”
    Ennio MORRICONE
    “La migliore offerta”
    Mauro PAGANI
    “Educazione siberiana”
    Franco PIERSANTI
    “Io e te”
    Teho TEARDO
    “Diaz”

    MIGLIORE CANZONE ORIGINALE
    “FARE A MENO DI TE”” musica di Gianluca MISITI e Laura MARAFIOTI, testi di Laura MARAFIOTI interpretata da LA ELLE
    “Buongiorno papà”
    “NOVIJ DEN” musica e testi di Mauro PAGANI interpretata da Dariana KOUMANOVA
    “Educazione siberiana”
    “LA VITA POSSIBILE” musica di PIVIO e Aldo DE SCALZI, testi e interpretazione di Francesco RENGA
    “Razzabastarda”
    “TUTTI I SANTI GIORNI” musica e testi di Simone LENZI, Antonio BARDI, Giulio POMPONI, Valerio GRISELLI, Matteo PASTORELLI e Daniele CATALUCCI interpretata da VIRGINIANA MILLER
    “Tutti i santi giorni”
    “TWICE BORN” musica e testi di Arturo ANNECCHINO, interpretata da Angelica PONTI
    “Venuto al mondo”

    MIGLIORE SCENOGRAFO
    Paolo BONFINI
    “Reality”
    Marco DENTICI
    “E’ stato il figlio”
    Marta MAFFUCCI
    “Diaz”
    Rita RABASSINI
    “Educazione siberiana”
    Maurizio SABATINI, Raffaella GIOVANNETTI
    “La migliore offerta”

    MIGLIORE COSTUMISTA
    Patrizia CHERICONI
    “Educazione siberiana”
    Grazia COLOMBINI
    “E’ stato il figlio”
    Alessandro LAI
    “Appartamento ad Atene”
    Maurizio MILLENOTTI
    “La migliore offerta”
    Roberta VECCHI, Francesca VECCHI
    “Diaz”
    Maurizio Millenotti era in cinquina anche per il film Reality, ma da regolamento è entrato solo con il film più votato

    MIGLIORE TRUCCATORE
    Dalia COLLI
    “Reality”
    Enrico IACOPONI
    “Viva la libertà”
    Enrico IACOPONI, Maurizio NARDI
    “Educazione siberiana”
    Mario MICHISANTI
    “Diaz”
    Luigi ROCCHETTI
    “La migliore offerta”

    MIGLIORE ACCONCIATORE
    Carlo BARUCCI, Marco PERNA
    “Viva la libertà”
    Stefano CECCARELLI
    “La migliore offerta”
    Giorgio GREGORINI
    “Diaz”
    Francesco PEGORETTI
    “Educazione Siberiana”
    Daniela TARTARI
    “Reality”

    MIGLIORE MONTATORE
    Benni ATRIA
    “Diaz”
    Clelio BENEVENTO
    “Viva la libertà”
    Walter FASANO
    “Viaggio sola”
    Massimo QUAGLIA
    “La migliore offerta”
    Marco SPOLETINI
    “Reality”

    MIGLIOR FONICO DI PRESA DIRETTA
    Gaetano CARITO
    “Bella addormentata”
    Fulgenzio CECCON
    “Viva la libertà”
    Maricetta LOMBARDO
    “Reality”
    Gilberto MARTINELLI
    “La migliore offerta”
    Remo UGOLINELLI, Alessandro PALMERINI
    “Diaz”
    Remo Ugolinelli e Alessandro Palmerini erano in cinquina anche per il film Io e te, ma da regolamento sono entrati solo con il film più votato

    MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI
    STORYTELLER – Mario ZANOT
    “Diaz”
    Andrea MAROTTI
    “Dracula di Dario Argento”
    Paola TRISOGLIO e Stefano MARINONI per VISUALOGIE
    “Educazione siberiana”
    WONDERLAB di Bruno ALBI MARINI
    “Reality”
    Gianluca DENTICI per Reset VFX
    “Viva la libertà”
    Storyteller – Mario Zanot era in cinquina anche per il film La migliore offerta, ma da regolamento è entrato solo con il film più votato

    MIGLIOR FILM DELL’UNIONE EUROPEA
    “007 SKYFALL”
    di Sam MENDES (Warner Bros)
    “AMOUR”
    di Michael HANEKE (Teodora Film e Spazio Cinema)
    “ANNA KARENINA”
    di Joe WRIGHT (NBCUniversal)
    “QUARTET”
    di Dustin HOFFMAN (BIM)
    “UN SAPORE DI RUGGINE E OSSA”
    di Jacques AUDIARD (BIM)

    MIGLIOR FILM STRANIERO
    “ARGO”
    di Ben AFFLECK (Warner Bros)
    “DJANGO”
    di Quentin TARANTINO (Warner Bros)
    “IL LATO POSITIVO”
    di David O. RUSSELL (Eagle Pictures)
    “LINCOLN”
    di Steven SPIELBERG (20th Century Fox)
    “VITA DI PI”
    di Ang LEE (20th Century Fox)

    L’apposita Giuria, composta da Andrea Piersanti, Presidente, Francesca Calvelli, Enzo Decaro, Leonardo Diberti, Paolo Fondato, Enrico Magrelli, Lamberto Mancini, Mario Mazzetti, Paolo Mereghetti, comunica le cinquine del miglior documentario di lungometraggio e del miglior cortometraggio.
    MIGLIOR DOCUMENTARIO DI LUNGOMETRAGGIO
    “ANIJA (La nave)”
    di Roland Sejko
    “BAD WEATHER”
    di Giovanni Giommi
    “FRATELLI & SORELLE – STORIE DI CARCERE”
    di Barbara Cupisti
    “NADEA E SVETA ”
    di Maura Delpero
    “PEZZI”
    di Luca Ferrari
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    Il miglior documentario di lungometraggio Premio David di Donatello 2013 è: ANIJA (La nave) di Roland Sejko

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
    “AMMORE”
    di Paolo Sassanelli
    “CARGO”
    di Carlo Sironi
    “L’ESECUZIONE”
    di Enrico Iannaccone
    “PRETI”
    di Astutillo Smeriglia
    “SETTANTA”
    di Pippo Mezzapesa
    Il miglior cortometraggio Premio David di Donatello 2013 è: L’ESECUZIONE di Enrico Iannaccone
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    DAVID GIOVANI – Votato da oltre 6000 ragazzi delle Scuole Superiori di tutta Italia
    “LA MIGLIORE OFFERTA”
    di Giuseppe Tornatore
    “IL PRINCIPE ABUSIVO”
    di Alessandro Siani
    “UNA FAMIGLIA PERFETTA”
    di Paolo Genovese
    “VENUTO AL MONDO”
    di Sergio Castellitto
    “VIVA L’ITALIA”
    di Massimiliano Bruno

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    L’uomo con i pugni di ferro: Kung Fu Pulp

    Il rapper-attore-regista-sceneggiatore… RZA si getta con grande energia e senza risparmiare colpi nella sua prima prova dietro la macchina da presa, arricchendo L’uomo con i pugni di ferro di molti colori a tinta forte.
    2stellemezzo

    Da una star mondiale dell’hip-pop, con una passione smodata per il kung fu e per i film giapponesi sulle arti marziali, collaboratore e allievo di Quentin Tarantino, che studia John Woo e scrive una sceneggiatura con Eli Roth, non ci si poteva aspettare molto di diverso d’altronde…
    Il suo ‘The Man with the Iron Fists’ è un vero e proprio melting pot di generi e atmosfere, (da Sergio Leone a Zhang Yimou, passando ovviamente per Tarantino), dove l’arte marziale e l’ambientazione orientale si mescolano al western del cowboy Russell Crowe, che ricorda vagamente lo Jeff Bridges de ‘Il Grinta’ (versione Cohen) e perfino al mondo dei supereroi cibernetici.
    Il tutto inondato da parecchi litri di sangue e condito da un colonna sonora ammiccante e volutamente ‘fuori contesto’.
    L’azione non manca, il film va via spedito e tra un combattimento e l’altro si ha giusto il tempo di rifiatare e pulirsi gli occhiali dagli schizzi di plasma… Forse in qualche momento c’è anche troppa fretta e un filo di confusione ma gli attori sembrano divertirsi e d’altronde il cast è davvero ben assortito: oltre al già citato Crowe e allo stesso RZA, citazione d’obbligo per Lucy Liu, davvero perfetta nella sua incarnazione di Madame Blossom.
    L’ironia e l’autoironia tipica del genere è presente anche se in questo la sceneggiatura avrebbe potuto essere più incisiva e creativa.
    Quello che inoltre non convince pienamente è la costruzione dei personaggi e dei loro background; sembra quasi la grande quantità di “protagonisti” o presunti tali, abbia finito per togliere spazio alla descrizione delle singole storie, e in qualche modo anche al pathos che l’impersonificazione dello spettatore nelle dinamiche del racconto porta con se.
    Il risultato è sicuramente un prodotto ben confezionato, che potrà soddisfare gli amanti del genere e forse lasciare vagamente indifferente il resto del pubblico che comunque non si annoierà.

    PP

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    20 anni di meno: L’amore non ha età

    Debutto nel territorio della commedia sentimentale per il regista di horror diventati cult come “Them” o “The Eye”. Il risultato è una pellicola leggera, frizzante e spigliata che gioca con i tabù. In sala dal 9 maggio.
    3stelle

    Si ride, ci si innamora, si sogna. Arriva dai cugini d’Oltralpe l’ennesima prova di una primavera della commedia francese; si chiama 20 anni di meno, non ha pretese autoriali, si lascia godere per quello che è – una commedia romantica che strizza l’occhio, e non ne fa mistero, a storie di hollywodiana memoria – ed è solo l’ultima di una serie di pellicole che da Quasi amici a Il mio migliore incubo confermano una rinascita del genere in Francia.
    Leggera, divertente, autoironica, puro divertissement. 20 anni di meno si rivela nella sua semplicità una commedia estremamente classica: nella storia – una donna di 38 anni, l’austera, borghese e frigida Alice (Virginie Efira) che finisce per innamorarsi dell’appena ventenne Balthazar (Pierre Niney), ingenuo, imprevedibile, affascinante, impacciato – e nella scelta, ormai obsoleta, di girare in 35mm anamorfico, il formato usato soprattutto negli anni ’50 per conferire alle immagini una dimensione magica e irreale.

    Magico e irreale diventa l’amore – iniziato per gioco – tra Alice e Balthazar, in un racconto che segue tutte le regole del genere e racconta il più urlato dei luoghi comuni: l’amore non ha età.
    Tematica decisamente nuova per il regista del film, David Moreau, che arriva da tutt’altro territorio, l’horror, e che con la comicità dimostra di saperci fare.
    Non brilla certo per originalità questo piccolo affresco di un immaginario collettivo messo qui alla berlina, ma trova la chiave giusta per portarlo in scena: un beffardo ribaltamento dei ruoli che si prende gioco di tutti, toy boy o Milf che siano.

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    Biografilm, tra la Vanoni e le Pussy Riot

    Si aprirà con l’anteprima del documentario vincitore del premio Oscar “Sugar Man” il Biografilm Festival, kermesse italiana dedicata alle biografie, che si terrà a Bologna dal 7 al 17 giugno. Nona edizione per il Biografilm, che si svilupperà con un concorso internazionale, una sezione dedicata ai documentari prodotti nel nostro Paese (Biografilm Italia), la sezione legata a temi di attualità (Contemporary Lives) e Activism, un focus che analizza l’attivismo nell’epoca dei social media.
    Tra i documentari in concorso “Pussy Riot – A punk prayer”, che ripercorre le vicende della musiciste della punk-band condannate e arrestate in Russia, “Wrong Time Wrong Place” sulla strage di Utoya, e “The Man Behind the Throne”, che racconta la carriera del coreografo Vincent Paterson, che ha ideato le più celebri coreografie di Madonna e Michael Jackson. Madrina della manifestazione sarà Ornella Vanoni, protagonista del documentario “Ornella Vanoni. Ricetta di donna”. Ne abbiamo parlato con Andrea Romeo, direttore del festival.

    Andrea cominciamo dall’affascinante ed attualissima sezione Activism..
    “Il focus sull’Activism era inevitabile perché in un anno di cinema ti accorgi delle linee di tendenza e va raccontato il cinema fatto con la camera che c’è mentre le cose accadono. Sintomatico di questo è la storia incredibile delle Pussy Riot e di questo brevissimo video per realizzare il quale queste ragazze hanno subito un processo pesantissimo per vilipendio di qualsiasi cosa… sono seguite le campagne di artisti di tutto il mondo in loro aiuto, ed in questo la macchina da presa di activism ha sempre seguito le cose mentre succedevano. Un bell’esempio di questo processo lo avevamo avuto con ‘The Cove’, film vincitore di un Oscar e che testimonia la mattanza assurda di delfini in una baia del Giappone. Anche li, soprattutto nelle riprese notturne, le micro camere ad infrarossi degli attivisti hanno fatto cinema, hanno fatto cultura, hanno fatto anche cronaca.”
    Ovviamente Biografilm non è solo attivismo. Se ti guardi indietro, tra sforzi e mille difficoltà come ti sembra questa edizione?
    “Se devo essere sincero posso dire che la scommessa di un festival che si basasse sul racconto di vite straordinarie e sul documentario post rivoluzione digitale è una scommessa vincente. Questo cinema si sta nutrendo del periodo, ma ancor di più riesce a documentare e combattere ingiustizie atroci in tutto il mondo. Il senso di un certo cinema è proprio questo e noi al Biografilm cerchiamo di interpretare questo spirito. Biografilm si nutre della produzione smodata favorita dal digitale, dell’accessibilità alla narrazione e alla documentazione di una vastità di artisti, giornalisti, semplici cittadini che imbracciano la telecamera e raccontano la confusione del momento”.

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    Fedele alla linea, il docufilm su Giovanni Lindo Ferretti

    Presentato alla stampa il film-documentario Fedele alla linea, nelle sale dal prossimo 10 maggio e distribuito dalla Cineteca di Bologna. Il giovane regista bolognese Germano Maccioni ha ripercorso, in poco più di un’ora, la vita artistica e personale di Giovanni Lindo Ferretti, fondatore dello storico gruppo CCCP.
    Ecco cosa hanno raccontato durante la presentazione Maccione e lo stesso Ferretti che, dopo la proiezione stampa, si sono trattenuti con i giornalisti in sala.

    Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a fare un film sulla figura di Giovanni Lindo Ferretti?
    Germano Maccione: Partendo dal fatto che sono stato innanzitutto un fan dei CCCP, la scelta di fare un lavoro del genere è legato anche al rapporto di amicizia che nel tempo si è venuto a creare con Giovanni.
    E’ stato proprio lui a darmi l’input quando mi ha confessato di essere disposto a parlare di cose delle quali non aveva più voglia di parlare da tempo. Così ho deciso di mettermi alla ricerca di materiale per portare sul grande schermo la vita di un’artista, sicuramente tra i più originali e significativi nell’Italia del secondo dopoguerra.

    E’ stato difficile reperire il materiale?
    Germano Maccione: E’ stato un lavoro non semplice ma che mi ha dato grande soddisfazione. Devo dire grazie ai filmati in VHS di Benedetto Valdesalici, un ex psichiatra che ha seguito per anni i CCCP, a  Luca Gasparini che in “Tempi moderni” ha ripercorso l’attività artistica del gruppo e a Davide Ferrario che nel documentario “Sul 45º parallelo” racconta il viaggio in Mongolia di Giovanni e Massimo Zamboni (componenti del gruppo musicale CSI) a metà degli anni ’90.
    A tutto ciò si è aggiunta la disponibilità di Giovanni Ferretti, che io considero un grande narratore, che ha voluto condividere con il pubblico la sua vita a 360 gradi.

    Fedeli alla linea, una commovente testimonianza della tua persona?
    Giovanni Lindo Ferretti: Una testimonianza di quello che ero, di quello che sono, dei miei errori, della mia malattia, della perdita di persone care e della fede ritrovata. Credo, al di là di tutto, che siano temi universali quelli che vengono raccontati nel film: la musica, la malattia, la morte, l’accettazione nella società, il rapporto uomo-natura. Un film per grandi platee.

    Molti fan ti considerano un traditore…
    Giovanni Lindo Ferretti: Ti riferisci alla fede ritrovata? Non mi sento un traditore. Sono nato in una famiglia molto credente, poi durante la gioventù mi sono distaccato dagli insegnamenti cristiani, sono stato un rivoluzionario, ho vissuto in prima persona i movimenti del ’68. Ad un certo punto della mia vita però mi sono reso conto che mi mancava qualcosa, non ero sereno con me stesso. Ho ritrovato la fede, l’amore per le cose semplici, ho rivalutato le sagge parole che mi diceva mia nonna quando ero bambino e alle quali non avevo mai dato peso. Poi la malattia, insomma una serie di circostanze mi hanno fatto riavvicinare alla religione. Si tratta solo di un percorso di vita. La critica da parte dei fan l’accetto. Sono un personaggio pubblico, e come tale, sono oggetto di prese di posizioni da parte di tutti. Io vivo bene così e non ho problemi a parlare e confrontarmi con chi pensa ‘male’ di me.

    Giovanni Bonaccolta

     

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    Bellas Mariposas: Magico Mereu

    Il regista sardo si confronta con l’adattamento di un racconto di Stefano Atzeni. Coraggioso, audace e convincente nel linguaggio e per contenuti. Applaudito alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia.
    3stelleemezzo

    Ci voleva l’audacia di Salvatore Mereu per portare sullo schermo il racconto spregiudicato dello scrittore sardo Sergio Atzeni e riuscire a realizzare un’opera cinematograficamente coraggiosa e profondamente umana.
    Il regista di Sonetaula non rinuncia alla sua cifra stilistica adattando il realismo che lo contraddistingue ai toni narrativi di Atzeni. La storia, in equilibrio tra dramma familiare e feroce autoironia, documenta il girovagare di due ragazzine, Cate e Luna, nell’arco di un’intera giornata per le strade di una Cagliari assolata e anonima. L’occhio di Mereu le segue usando lo stratagemma di una voce narrante – quella della undicenne Cate – intervallata dai continui sguardi in macchina della protagonista.
    Bellas Mariposas rapisce lo spettatore per spontaneità e naturalezza, per la leggerezza con la quale i monologhi di Cate riescono a evocare scenari ben più amari di quanto ci si possa immaginare.  Riso amaro, verrebbe da dire e così sarà per tutto il film. Lo si capisce sin dall’inizio, dall’esplosivo soliloquio musicale di Cate al quale Mereu affida il compito di presentare una galleria di personaggi bizzarri e drammaticamente commoventi. E proprio da qui prende il via un concatenarsi di aneddoti in un quartiere popolare della Cagliari più disagiata in cui il tempo sembra essersi fermato, sospeso tra improbabili tipi umani e vite violente, a metà strada tra sogno e realtà, perduto tra case fatiscenti, padri fannulloni, maghe provvidenziali.
    Mereu non si tira indietro, azzarda, si adagia sui suoni e le immagini dei luoghi attraversati, insegue la coppia di giovanissime amiche senza lasciarle un momento e firma un affresco dolce amaro,  una grande lezione di cinema verità.
    Nelle sale dal 9 maggio e in pochissime copie, grazie a un tour ‘porta a porta’ fortemente sostenuto dal regista.
    Poesia da non perdere in mezzo all’invasione aliena di blockbuster, film e filmetti con velleità autoriali.

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    Valeria Golino, debutto d’autore con Miele

    “Per me è una nuova giovinezza”… Intimista, mai gridato, profondo. Debutto migliore di Miele per Valeria Golino non poteva esserci. Un film coraggioso, che narra di (dolce) morte guardando però alla vita. Il suo talento come interprete lo si è apprezzato in ogni sfumatura. Se ne sono accorti (a dir il vero troppo poco) anche all’estero. L’essere riuscita  ad essere anche regista di un’opera matura, impreziosita da un valore aggiunto come Jasmine Trinca, è forse una sfida con la quale maggiormente voleva confrontarsi.

    Che lavoro c’è stato con Jasmine?
    Sono stata talmente in osmosi con Jasmine che molte volte non mi sono accorta che è una donna di 30 anni, una madre, e non una delle mie cose.
    Alcune volte giustamente si è ribellata a certe mie “zampate”, o quando l’ha riprendevo, ma al di là degli scherzi mi ha regalato come attrice qualcosa di davvero intenso.
    Mi ha dato molto fastidio (ride, ndr) vederla quanto era stata brava e bella nel film di Giorgio Diritti
    (“Un giorno devi andare”, ndr), che era uscito prima di questo.  Qui volevo però che fosse androgina, invisibile, non volevo descriverla troppo, se non nella sua sottrazione.

    Primo lungometraggio e subito a Cannes nelle vesti di autrice. Che sensazione provi?
    Quando ho cominciato a fare l’attrice ho ricevuto diversi riconoscimenti, la Coppa Volpi a Venezia, poi sono andata al Festival di Cannes, insomma l’inizio è sempre così, parto col botto e c’è sempre indulgenza e benevolenza nei miei confronti. Per me è una nuova giovinezza. Spero che in futuro possa avere lo stesso riscontro, ma per il momento posso solo essere orgogliosa di come è stato  accolto questo progetto, che peraltro è stato davvero fatto con pochi soldi.

    Che tipo di ricerca hai fatto?
    Mauro Covavich, scrittore del libro “A nome tuo”, dal quale ci siamo ispirati, ha fatto gran parte del lavoro. Tante cose non le dico nel film, anche se a me sembravano interessanti, ma poi ho pensato che avrebbero appesantito il racconto. Noi abbiamo usato molto di quanto lui ha scritto in sceneggiatura, ma io ho visto anche dei documentari, non solo di donne, ma anche di cliniche in Svizzera o in Colorado di persone che avevano accettato di farsi filmare in quella loro avventura. Jasmine ne ha visti un paio, ma non era contenta e quindi dopo un po’ ho smesso di mostrarle questi materiali. Sono molto disturbanti da tutti i punti di vista, a partire dai tuoi stessi sentimenti perché non sai che tipo di reazione potrebbero innescare. Non sai se emozionarti, irritarti. Li ho guardati il meno possibile, ma alcuni mi sono davvero serviti per dire delle cose.

    La pellicola fornisce molti punti di vista. Il tuo?
    Sono io stessa spettatrice di quanto accade, i miei pregiudizi cambiano, poi diventano opinioni, mutano a seconda della storia personale di chi incontriamo o vediamo.
    Credo sia importante che ognuno possa decidere per la propria vita per come finirla.
    Penso profondamente e questo genera dubbi, riflessioni. Non voglio imporre la mia verità. Non c’è giusto o sbagliato.
    Come nella letteratura ci sono tanti punti di vista e a me piace che ci siano tanti elementi.
    Miele non nasce per essere un film sociologico, bensì libero da qualsiasi tipo di costruzioni, e questa è la molla che mi ha permesso di muovermi in maniera indipendente, anche attraverso delle licenze poetiche.

    Andrea Giordano

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    Sergio Rubini, così ‘mi rifaccio vivo’

    Un film sulla pacificazione, in linea con governissimi e larghe intese tanto per rimanere ancorati alla realtà dei nostri giorni. Un film che invita a deporre le armi, girato ormai un anno e mezzo fa, ma che alla luce dei recenti fatti politici si rivela precursore dei tempi, almeno nel ritratto di certe dinamiche comportamentali. Per il suo ritorno alla regia dopo L’uomo nero, Sergio Rubini punta su una commedia, Mi rifaccio vivo, a suo dire un cinema “meno voyeuristico”, ma forse più incline ad assumersi delle responsabilità. Distribuito da 01 Distribution a partire dal 9 maggio in 350 sale, il film rinnova vecchi sodalizi come quello con Margherita Buy, Valentina Cervi e Emilio Solfrizzi, e getta le basi per crearne di nuovi (Neri Marcorè, Lillo, Enzo Iacchetti). 

    È il tuo undicesimo film, un ritorno alla commedia dove esprimi l’idea che l’erba del vicino non è sempre così verde. Ma da dove nasce l’idea di “Mi rifaccio vivo”?
    Volevo fare un film sulla pacificazione, sul concetto di deporre le armi, oserei dire che è un film molto in linea con i governissimi.
    Credo che sia arrivato il momento di fermare i conflitti e arrendersi al pensiero che il nemico va conosciuto prima e sconfitto poi attraverso la conoscenza; bisogna capire che il nemico fa paura finché non lo conosciamo e che l’erba del vicino sembra più verde perché non viviamo a casa sua. Una volta entrati nella sua realtà è facile rendersi conto che il vicino è un essere umano come noi, e in quel preciso istante viene disattivato. Il film in questo senso ha un finale positivo, all’inizio della mia carriera non amavo l’happy ending perché pensavo che un cinema di qualità dovesse avere un finale sospeso; oggi invece credo che il lieto fine sia l’indicazione di un percorso. È semplicemente un cinema meno voyeuristico e capace di suggerire una strada assumendosene le responsabilità. La commedia era l’unico genere possibile per affrontare questo argomento; l’antagonismo femminile – che avevo già affrontato in “L’anima gemella” – è in genere più nero, ha degli aspetti anche più ancestrali mentre l’antagonismo maschile fa ridere: i due protagonisti sono galli che si azzuffano.
    “Mi rifaccio vivo” ha molti elementi da commedia slapstick e punta su una comicità molto fisica.
    Sono partito da Emilio; conosco l’altra sua faccia e sapevo che sa essere fisico, sa come cadere, sa inciampare, sa sbattere il grugno come i comici di una volta che erano grandi cascatori, così sono andato a scovare l’antagonista tra i suoi amici e sono arrivato a Neri Marcoré e a Lillo. Con i comici non avevo mai lavorato: si dice che siano affetti da protagonismo e che ti rubino la scena, invece si sono dimostrate delle persone molto piacevoli e in grado di sostenermi anche nei momenti più complicati. Anche per la scelta delle attrici sono partito da un’idea molto chiara, quella cioè che le donne dovessero essere nevrotiche e così ho scelto Margherita e Valentina. Volevo contrapporre poi a questa femminilità compulsiva e agitata, una più leggere e compiuta e Vanessa mi sembrava l’ attrice giusta per incarnare questo tipo di femminilità.

    Un film ‘in linea con i governissimi’, ma anche con te.  Sei giunto a un momento di svolta?
    Venivo da un film su un antagonismo non sanato e forse avevo bisogno tornare a essere uno.
    L’idea di base è  ‘conosci il tuo nemico’, perché quella di conoscere l’altro è una grande  opportunità. È il tema della contemporaneità, viviamo in un momento in cui non si devono tirare su recinti ma è necessario buttarli giù e arrendersi al fatto che l’altro vada conosciuto; perché gli antagonismi alla fine logorano. Deporre le armi significa aiutare il dialogo senza arroccamenti ideologici, costruire roccaforti è un atteggiamento che appartiene al passato.

    Dicevi di un cinema capace di disinnescare i conflitti, ma avete scelto anche una componente fantastica. Quando avete pensato che questa potesse essere la chiave del vostro racconto?
    Da subito. Tutto nasce dall’idea di raccontare e mettere in scena la seconda possibilità. Il cinema poi ha il compito di raccontare la realtà attraverso delle metafore anche fantastiche; è un film con l’impianto della commedia sofisticata che fa il verso a quella francese e al vaudeville. Il cinema deve poter raccontare ciò che sfugge al primo sguardo; in questo senso “Mi rifaccio vivo” è una grande epifania.

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    Effetti collaterali: l’ultimo atto di Steven Soderbergh

    Sarà il suo ultimo film prima di prendersi una pausa da Hollywood che lo porterà a dedicarsi al teatro. E per il suo addio alle scene Steven Soderbergh ha scelto lo scorso Festival di Berlino: il suo ultimo atto presentato qualche mese fa alla Berlinale si chiama Effetti Collaterali, thriller piscologico di ispirazione palesemente hitchcockiana, nelle nostre sale dal 1 maggio. Ancora un film denuncia come già era successo con Traffic, ma questa volta il regista di Atlanta di nuovo in tandem con lo sceneggiatore Scott Z. Burns, punta il dito contro le case farmaceutiche e l’abuso di sostanze per un’illusoria felicità. E gli effetti collaterali sono inaspettati.

    Quando avete iniziato a pensare al film?
    Scott Z. Burns: Avevo cominciato a fare delle ricerche sull’argomento già dieci anni fa mentre lavoravo a un film per tv. E’ stata una vera lotta trovare qualcuno che volesse salire a bordo del progetto, poi per fortuna venni a sapere che Steven voleva fare un thriller psicologico.

    Come ti senti a tornare a Berlino per la quinta volta?
    Steven Soderbergh: E’ il festival dove sono stato di più e venire qui mi fa sempre piacere.

    Punti il dito sull’ abuso di psicofarmaci e sulle case farmaceutiche. Qual è la situazione in America?
    S. Z. B.: Gli americani hanno una relazione molto complicata con questo tipo di farmaci e con le droghe in genere; c’è una grande proliferazione e la gente ne fa un uso diffuso. E’ un fenomeno sempre più esteso.

    È un thriller psicologico dove nulla è quello che sembra…
    S. Z. B.: Sì il film è strutturato in modo da sovverte tutte le aspettatative che le convenzioni imporrebbero e ribalta il punto di vista iniziale.

    Cosa ti ha attratto di questa storia?
    S. S.: Mi piaceva l’idea di fare un thriller prima della fine della mia carriera cinematografica e volevo che le poche cose che avrei fatto fossero divertenti da fare e da vedere.

    Ed è molto diverso dai suoi film precedenti…
    S. S.: Il mio approccio è stato,come mi succede spesso, quello di ditruggere tutti i miei film passati. Volevo fare qualcosa di pulito e semplice, senza extra.

    Come vi siete preparati a interpretare i vostri personaggi?
    Jude Law.: Avevamo una sceneggiatura magnifica e non c’erano dei piani precisi su cosa avremmo fatto. Ognuno ha lavorato separatamente al proprio personaggio giorno giorno senza conoscere il finale. Per il resto ho incontrato un sacco di pazienti e psicologi.

    Qual è stata la sfida più grande?
    Jude Law: Convincermi che sarei riuscito a interpretare questo personaggio in maniera autentica.

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