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    Renzo Martinelli alle radici dell’11 settembre

    Il regista di Vajont e Piazza delle Cinque lune ci racconta la genesi di ’11 settembre 1683′, in cui dirige Murray Abraham, Enrico Lo Verso e Federica Martinelli.

    La data dell’undici settembre è nota in tutto il mondo per l’attacco terroristico alle Torri Gemelle. C’è stato però, nel corso della storia, un altro 11 settembre che ha segnato il destino dell’umanità quanto l’attentato alle torri gemelle. Si tratta dell’11 settembre del 1683, il giorno in cui fu spezzato l’assedio dell’esercito ottomano alle porte di Vienna. Un assedio che durava da due mesi e che sembrava sul punto di terminare con il successo dei turchi. Questa storia ha due protagonisti principali, il Gran Visir Kara Mustafà e Marco da Aviano un frate cappuccino consigliere spirituale dell’imperatore Leopoldo I. Il frate, dopo aver incitato le truppe viennesi all’ultima disperata difesa, si arrampicò su una collina dalla quale osservò il campo di battaglia per tutta la giornata con il suo crocifisso sollevato al cielo.Non è un film contro una visione religiosa rispetto ad un’altra, piuttosto un film contro tutte le guerre, soprattutto quelle di religione. Renzo Martinelli ce lo racconta così:

    Martinelli, un film sull’inutilità della guerra, soprattutto quella di religione…
    Assolutamente si. Una delle scene chiave è quella dell’incontro notturno tra Karà Mustafa e Marco D’Aviano. Entrambi sono convinti di aver ragione, di rappresentare la ragione del proprio Dio. La soluzione è alla fine del film con un campo di battaglia con decine di migliaia di morti e Marco D’Aviano a testimoniare al cielo tutto il suo dolore… Occorre oggi passare dallo scontro del 1863 al confronto, nel rispetto reciproco delle opinioni, ribadendo con forza la propria identità.

    Un film complesso il suo, avrà dovuto affrontare delle difficoltà produttive elevate per realizzarlo…
    Il film ha avuto un costo industriale di quasi dieci milioni di euro. Inizialmente l’idea era quella di coinvolgere nella coproduzione le quattro nazioni protagoniste delle vicende del film, quindi Italia, Polonia, Austria e Turchia: anche se ci siamo arrivati molto vicino, alla fine gli ultimi due paesi si sono defilati, quindi è diventata una coproduzione italo-polacca. Un film del genere è ovviamente complesso sia dal punto di vista finanziario per quanto riguarda la raccolta dei fondi per realizzarlo, sia dal punto di vista post-produttivo: nel film ci sono 1400 inquadrature digitali, non c’è una sola inquadratura che non sia stata trattata. Quindi una fase di montaggio lunga e complessa.
    Sono stati proprio i tempi molto lunghi della post produzione che ci hanno orientati, di comune accordo con Rai Cinema, a passare successivamente la distribuzione a Microcinema, che ha lavorato a tempo pieno e con grande passione su questo progetto.

    Cosa l’ha spinta a voler raccontare questa storia?
    Come accennavo è un film contro le guarre di religione, ma nasce da un’inquietudine collettiva che ci ha lasciato l’attacco alle Torri Gemelle. Ero al montaggio mi ricordo (tutti ricordano esattamente cosa facevano in quel momento dell’11 settembre 2001), stavo completando Vajont. Un amico mi chiamò e mi disse, è venuta giù uina torre a New York. Tornai al montaggio e mzz’ora dopo erano giù entrambe. Da allora la nostra società non è stata più la stessa.
    L’idea è nata proprio dodici anni fa: eravamo in Friuli per l’anteprima del film Vajont. Avevamo organizzato una cosa insolita, all’aperto con una spettacolare platea proprio sulla pancia della diga. Il giorno precedente pioveva a dirotto, un vero nubifragio, avremmo dovuto annullare tutto se non avesse smesso. Qualcuno della troupe locale mi disse: “Non si preoccupi, dottor Martinelli, abbiamo pregato Marco d’Aviano, domani spiove…”. E fu così. Non avevo idea di chi fosse Marco d’Aviano e un mio amico accese in me la curiosità, che mi porta in sala oggi…

    Difficile girare oggi in Italia uno dei suoi film epici, come ha fatto?
    Non lo so ancora oggi. Ho girato mezza Europa per cercare finanziatori, con il cappello in mano, ma è una parte del mio lavoro di regista produttore, macchinista montatore. Comunque difficoltà finanziare anzitutto. Un film del genere va interamente disegnato, quindi uno storyboard di cica 1000 pagine. Va progettato inquadratura per inquadratura, tutti i contributi da girare nei mesi successivi sono da tenere in considerazione al millesimo. Ad esempio per completare ogni singola scena, anche cose banali come le vedute di Vienna dalle finestre della Palazzo Imperiale, vanno fatte in post produzione, ma va calcolata la luce il taglio d’ingresso, cose complicatissime.

    Lei è uno dei nostri registi maggiormente tecnici, documentati al limite del maniacale. Con questa storia quanto è riuscito ad essere fedele e quanto c’è di romanzato?
    Siamo partiti da un romanzo, Il Taumaturgo e l’Imperatore, di Carlo Sgorlon, scrittore friulano. Da lì abbiamo allargato, insieme al mio co-sceneggiatore Valerio Massimo Manfredi, a tutta una serie di ricerche di documenti storici, dai diari di Padre Cosma, il frate che accompagnava Marco d’Aviano per i suoi pellegrinaggi a piedi attraverso l’Europa, fino a tutti gli altri saggi e libri scritti sull’argomento, sia da parte occidentale che musulmana. Alla fine tutto questo materiale deve necessariamente diventare un film e trasformato drammaturgicamente in una storia. Molte delle licenze che mi sono preso, come l’incontro notturno tra i due protagonisti, servono comunque a restituire il senso profonde del film, ovvero l’insensatezza della guerra di religione

    Instancabile Martinelli, sappiamo ad esempio che non ha ancora lanciato il suo ultimo lavoro in sala e già sta lavorando sul nuovo…
    Si, da circa tre anni stiamo lavorando a un film su Ustica. Un film che fornisce una nuova ipotesi totalmente documentata su quello che è veramente successo secondo noi. Sarebbe la quarta. Oltre al cedimento strutturale di un aereo adibito al trasporto passeggeri dopo esser stato un aereo che trasportava pesce; dopo la tesi della bomba nella toilette di coda e del missile aria aria che vrebbe dovuto colpire un Mig Libico e invece colpì il DC-9 Itavia.
    Riteniamo di avere individuato la vera dinamica di come sono andate le cose attraverso lo studio di documenti che evidenziano prove inconfutabili. Ustica è un insieme di verità inconfessabili che sono sempre state davanti ai nostri occhi, e che hanno portato a disseminare negli anni tutte le false verità che conosciamo.

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    Bomber: Rivelazioni on the road

    Commedia drammatica diretta da Paul Cotter, in concorso alla 27ma edizione del Torino Film Festival. Leggero e intelligente road movie in salsa britannica.
    VOTO: 3

    Un budget di soli 25 mila euro, un furgone, una gita fuori porta sui generis e la scelta ben precisa di concentrarsi sull’azione di soli tre personaggi, madre, padre e figlio. Generazioni a confronto, memoria e scoperta di sé e delle proprie emozioni: Bomber è questo e molto di più. Una commedia inglese brillante e intelligente, spigliata nell’indagare le sfumature dell’animo umano e soprattutto nel rispolverare con autoironia certi cliché del ‘British way of life’.
    Un esperimento di cinema indipendente, realizzato con pochi spiccioli e che in patria non ha ancora trovato una distribuzione, perché come ha spiegato il regista Paul Cotter “il fatto che abbia così pochi personaggi spinge a considerare questo film un prodotto tv e non cinematografico”. Diversa la sorte del film in Italia, dove dal 19 aprile trova finalmente spazio grazie a Distribuzione Indipendente, che ha anche un altro grande merito: quello di distribuirlo in lingua originale.
    Happy ending dunque per questo felice esordio, che arriva dal South by Southwest Film Festival dove fu presentato nel 2009: da quel momento una ricca vita festivaliera e una lunghissima lista di premi e riconoscimenti, che hanno presto trasformato il piccolo film di Cotter in un caso.
    Una storia semplice e lineare che offre il pretesto necessario ad analizzare le dinamiche di una famiglia disfunzionale e a rispolverarne questioni irrisolte.
    Lo sbandato convoglio on the road composto dalla coppia di ottantenni Alistair e Valerie, che decidono di recarsi per qualche giorno in un piccolo villaggio della Germania, e dallo spiantato figlio Ross, che si unisce in corsa e controvoglia, diventa occasione per un ritratto comico composto e dai risvolti spesso amari.
    La proverbiale freddezza British di Alistair, ex pilota della Raf, il ‘bomber’ del titolo consumato da una colpa mai espiata, e la carica emozionale di Ross faranno presto cortocircuito in una situazione di convivenza forzata, che alla fine del viaggio rivelerà la sua funzione epifanica.

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    Far East Festival Goes Flying

    Anche nel 2013 il Far East Fest di Udine propone un gran cartellone, e con un Concorso di 57 titoli punta lo sguardo sul presente e sul futuro del nuovo cinema Made in Asia.

     

    Il Far East Film Festival di Udine compie 15 anni e, come il compagno Kim della pellicola-evento nordcoreana Comrade Kim Goes Flying, comincia a volare.
    Anzi: continua a volare.
    Continua a puntare lo sguardo sul presente e sul futuro del cinema asiatico offrendo una Competition 57 titoli che attingono alle migliori produzioni degli ultimi mesi (senza dimenticare 6 corti griffati Fresh Wave Hong Kong, 3 titoli di e con King Hu e la dedica a Mario O’Hara) e rendendo omaggio all’alfiere mondiale della cultura coreana: il grandissimo Kim Dong-ho.

    Ecco, raccontata in poche righe, la quindicesima edizione del FEFF. Ecco la finestra che si spalancherà, dal 19 al 27 aprile prossimi, sul lontano est. Ecco un festival che riconfermerà, con orgoglio, quello che ha sempre voluto essere: una festa del cinema. Un punto d’osservazione esclusivo e strategico sulle tendenze, gli stili e il mercato d’Oriente, nato per impavido azzardo nel 1998 (contando il numero zero della rassegna Hong Kong Film) e diventato una delle più massicce roccaforti occidentali del cinema asiatico.

    Hong Kong, Cina, Giappone, Corea del Sud, Thailandia, Malesia, Indonesia, Filippine, Singapore, Taiwan. Lasciando parlare i numeri: 2 anteprime mondiali, 15 anteprime internazionali, 19 anteprime europee. Ed entrare al Teatro Nuovo “Giovanni da Udine” (con i suoi 1.200 posti sempre gremiti) sarà, ancora una volta, come frequentare una sala di Tokyo, Manila o Seul.

    Vivere e morire… a Berlino

    Berlino, anni Duemila. Una città moderna, internazionale, ma imbevuta ancora nei colori di un passato indelebile, un passato da capitale divisa, sede di sottotrame spionistiche, di interrogatori, di sparatorie, di prigionie. Una capitale sotto sorveglianza che trasuda le atmosfere glaciali della Grande Guerra. Seppure il muro non ci sia più, quei 46 chilometri che dividevano le due Germanie e i cuori dei tedeschi, sembrano ora essersi trasformati nel confine che divide la Corea del Sud e la Corea del Nord

    Nella capitale tedesca, un agente speciale della Corea del Nord sta negoziando un traffico d’armi con un’organizzazione terrorista araba. A breve anche la CIA, il Mossad e soprattutto la Corea del Sud saranno implicati nella trama. E inizia una fuga fino all’ultimo respiro!

    Berlino è la città sfondo del grande ritorno di Ryoo Seung-wan – maestro coreano dell’action, applaudito a Udine con The Unjus nel 2010 – e The Berlin File è il titolo del suo ultimo film che aprirà, in anteprima europea, la quindicesima edizione del FEFF.

     

    Volare a Pyongyang

    Se la Berlino di oggi è noir, la vita al di là del 38° parallelo, nella capitale nordcoreana raccontata da Comrade Kim Goes Flying, sembra essere sgargiante di vita e di colori accesi. Il lavoro quotidiano alla miniera di carbone è una fabbrica di sorrisi e di canzoni popolari. La provincia è bella e gioviale ma è a Pyongyang, nella capitale, che la nostra eroina, giovane minatrice, coltiverà il suo sogno: diventare trapezista. Inizierà così la sua ascesa, dal carbone della terra al cielo del trapezio. Volando…

    Rarissimo esempio di coproduzione internazionale per un’industria, come quella nordcoreana, controllata dallo Stato, il film è un’esperienza visiva senza precedenti. Nel suo essere una favola (una favola che nulla, forse, ha a che fare con la vita reale del Paese), è indubbiamente un’altra prova di dialogo (così come lo è The Berlin File) tra le Coree e il resto del Mondo…

    Un popolo diviso

    Quello coreano è l’ultimo popolo diviso. Da più di mezzo secolo pronto alla guerra, con le sirene degli allarmi aerei che suonano – per prova, sì, ma suonano – due volte l’anno, e tutti devono trovare rifugio (come si vede anche in Castaway on the Moon).

    Una situazione di allerta continua, di democrazia sospesa, anche al Sud. National Security racconta la storia vera di Kim Geun-tae, noto attivista democratico, ed è il resoconto minuzioso del suo rapimento e delle torture subite in 22 giorni di prigionia durante il regime di Chun Doo-hwan nel 1985 (a tre anni di distanza dalle Olimpiadi di Seoul). Per i giovani coreani che ritrovano – e, in molti casi, apprendono soltanto ora – il significato di quel sacrificio, consumato in nome della democrazia contro la dittatura militare, il film, uscito nelle sale lo scorso novembre, ha lasciato un segno difficile da dimenticare.

    Potente, estremo, disturbante, National Security è scomodo soprattutto nella scelta frontale di mettere in scena i particolari delle tecniche di tortura. È un’opera di denuncia e, allo stesso tempo, una cronaca diretta, senza compromessi, senza pudori del limite assoluto a cui il sadismo e la volontà di esternazione del potere possono condurre un uomo, con determinazione, a produrre dolore fisico su un altro uomo.

    Presentato in anteprima mondiale al Festival di Busan lo scorso ottobre, davanti a un pubblico commosso e straziato, il film di Chung Ji-young usciva nelle sale a un mese di distanza dalle elezioni politiche che hanno poi decretato la vittoria alla guida del paese della signora Park Geun-hye, figlia del Generale Park Chung-hee, presidente/dittatore della Corea nel periodo precedente a quello raccontato dal film: dal 1963 al 1979.

    Nel suo discorso di insediamento la First Lady coreana ha parlato di una nuova era per la Corea, un’era fondata su tre elementi: la ripresa economica, la felicità dei cittadini e la rinascita della cultura. Forse i fantasmi dei precedenti regimi sono definitivamente finiti… ma solo la memoria, come sembra dire il film, permette di superare e, soprattutto, perdonare.

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    Oblivion: Rimandi all’indimenticabile

    VOTO: 2.5

    Tutto nasce da una graphic novel di Joseph Kosinski, regista e produttore che, prima di esordire con Tron: Legacy (e prima di tornare a occuparsi del prossimo sequel ‘cyberspaziale’ e del remake di ‘The Black Hole’, sempre della Disney), aveva immaginato la vicenda alla base del film.
    La mossa vincente – chi l’avrebbe mai detto – è stata sicuramente quella di aver arruolato Tom Cruise nel film, il quale evidentemente aveva voglia di tornare alla fantascienza e di mettersi nei panni che furono di Will Smith in I’m Legend.
    Il problema è che questa sceneggiatura tende a mettere fin troppi ‘panni’ addosso al nostro eroe ‘Impossibile’, finendo per costruire un film che ne ricorda troppi altri, chi in una scena, chi in una tematica.
    Stante questo, Oblivion – pur non indimenticabile (si sa, ‘omen nomen’…) – non è un brutto film, e si fa apprezzare, soprattutto per l’impianto digitale e decorativo. Già in Tron: Legacy questo era stato un sicuro pregio da ascrivere alla creatività di Kosinski, che purtroppo appare piuttosto limitata.
    C’è anche qualche falla, di scrittura più che di verosimiglianza, ma sono dettagli. D’altronde non è una novità che, in questo tipo di produzioni, la scenografia faccia più della sceneggiatura e mediamente si tenda a puntare più sulla prima che sulle seconde. E sui grandi nomi. Tra i quali spiccano – a parte Tom – Olga Kurylenko (che l’ha spuntata sulle concorrenti Jessica Chastain, Olivia Wilde, Brit Marling, Noomi Rapace ) e Morgan Freeman (particolarmente impalpabile), almeno sul manifesto, visto che sullo schermo la presenza più interessante è quella di Andrea ‘Vika’ Riseborough, per fortuna scelta invece di Hayley Atwell, Diane Kruger e Kate Beckinsale.

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    Pedro Almodòvar, Gli amanti passeggeri? Un ritorno alle origini

    Sesso, amore, risate e morte per esorcizzare la crisi e soprattutto per tornare alle proprie origini. Così Pedro Almodòvar presenta Gli amanti passeggeri che, dopo aver sbancato al botteghino spagnolo, si prepara a prendere d’assalto le sale italiane, ben 300.  “Avevo voglia di tornare ai toni dei miei film dei primi anni ’80, volevo evocare quel tono. Gli amanti passeggeri è in fondo un tributo a quel decennio che per la Spagna ha rappresentato un periodo molto importante, una vera esplosione della democrazia”.

    E’ tornato alla commedia dopo tanti anni. Cosa l’ha spinta a farlo?
    Ho un contatto diretto con la gente e l’unico sport che pratico è passeggiare per le strade di Madrid dove molta gente mi chiede informazioni sui miei film e spesso la frase ricorrente è: “Quando ci fai la prossimo commedia?”. È una domanda che mi è rimasta nel cuore, ma avevo comunque molta volgia di tornare alla commedia e quando ho avuto la sceneggiatura ho dato il benvenuto a questa possibilità.  Avevo voglia poi di tornare ai toni dei miei film dei primi anni ’80, volevo evocare quel tono. Gli amanti passeggeri è in fondo un tributo a quel decennio che per la Spagna ha rappresentato un periodo molto importante, una vera esplosione della democrazia.

    Questo film è una presa in giro di certi trash movies o è semplicemente una collezione di tutte quelle notiziole che circolano su ciò che succede sugli aerei?
    Non so cosa succeda esattamente sugli aerei, nè ho mai avuto esperienze estreme su un aereo. In questo film volevo solo riunire un gran gruppo di gente in un luogo ristretto, chiuso da cui non si potesse uscire e sottoporli a una grande tensione. L’unico modo per potersi divertire e lottare contro la paura e l’incertezza era l’uso della parola ed è questo il vero spettacolo, che esorcizza la paura. Sull’areo tutti gli schermi sono neri, vuoti quasi a voler recuperare la funzione primaria della parola: cioè tornare a usarla per creare una relazione tra le persone.

    Con chi vorrebbe viaggiare? Con un capitano come il suo o con uno come il Denzel Washington di Flight?
    Non ho visto Flight ma credo che sceglierei il mio comandante, perché è un uomo di grande competenza che sa gestire sia le emergenze umane sia quelle tecniche.

    Lei stesso ha dichiarato che il film è un tributo alle sue commedie dei primi anni ’80. Come vive il ricordo di quell’epoca nella Spagna di oggi? Ha nostalgia?
    La situazione spagnola attuale è la peggiore dall’inizio della democrazia. Non sono un nostalgico, ma ricordo bene quell’esplosione di libertà degli anni ’80 e mi manca molto, manca molto a tutti noi.

    Se negli anni ’80 il sesso e l’amore servivano per usicre dalla dittatura, oggi potrebbero servire a usicre dalla crisi?
    Per me sesso e l’amore sono sempre stati un modo per celebrare qualcosa che ci è stato dato dalla natura e che nessuno ci può togliere, una festa. Nel film questa catarsi erotica dei personaggi mi sembrava il modo migliore per accomiatarsi dalla vita; l’amore non fa mai male, amare l’altro significa mettersi nei suoi panni, compiacerlo e aiutarlo, quindi potremmo ipotizzare in questo caso che il governo spagnolo si innamori del proprio popolo. Il sesso per superare la crisi? Il sesso in sé è buono ma non so se abbia un rapporto diretto con il poter creare leggi anche se in un governo innamorato del proprio popolo potremmo immaginare dei politici che aspirano a scoparsi sempre i propri elettori, una sorta di governo ninfomaniaco.

    Gli amanti passeggeri è stato letto come una metafora dell’ attuale situazione spagnola. Cosa pensa delle recenti elezioni politiche italiane?
    Ogni giorno di più questo film è sicuramente metafora di questo viaggio senza destinazione: l’ atteraggio forzato, il pericolo incombente lo rendono assoluta metafora della Spagna di oggi. Ma il film è una commedia e tutti si salvano, nella realtà invece non sappiamo come atterreremo e se ci salveremo, non sappiamo chi ci guiderà in questo atterraggio.
    Vivo una situazione di completa incertezza come tutti; non vivo in Italia e non mi azzardo a dare opinioni. Certo vedo che c’é stata una reazione forte dei cittadini ai tagli alle spese, questo dimostra che le scelte attuate fino ad ora sono opposte a quello che il popolo vorrebbe. La parola più  ricorrente sul risultato elettorale italiano è ‘ingovernabilità’; temo che oggi in Spagna, pur non avendo una figura simile a quella di Grillo, il risultato sarebbe piuttosto simile, frammentario e scomparirebbe il bipartitismo.

    La morte è un altro tema ricorrente della sua filmografia. Cosa l’affascina?
    Mi piacerebbe avere fede, credo che sia un dono che ricevi o non ricevi e io non l’ho ricevuta in dono. Per questo la temo, ne presi coscienza dal momento della morte di mia madre, è una cosa che non riesco a comprendere nè ad accettare e credo che questo sia un problema nella mia vita. Penso sia è l’elemento eterno della storia e della narrazione in generale.

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    Tutto parla di te: Madri

    Il debutto a un lungometraggio di finzione di Alina Marazzi non dimentica certo l’universo documentaristico dove la regista del sorprendente Vogliamo anche le rose, si è formata. Ma se lo porta dietro reinventandolo e mescolandolo a una storia di finzione che diventa ben presto il pretesto per una disamina del lato più oscuro della maternità: la depressione post partum. In un equilibrato mix di inserti animati, video-interviste a madri vittime di questo disagio, immagini di repertorio private che arrivano direttamente dall’album di famiglia, Tutto parla di te si rivela una storia di ricordi e rivisitazione di un passato rimosso da un lato, e riappropriazione di sé dall’altro.
    Ai filmini in bianco e nero sono affidate così le memorie della dimessa Pauline, la protagonista di questo racconto, che torna a Torino dopo cinquant’anni per portare avanti delle ricerche sui problemi delle mamme di oggi, con l’aiuto di una vecchia amica, direttrice di un Centro per la maternità. Qui il suo destino incrocerà quello di Emma, neo mamma abituale paziente del Centro. Sarà un cammino catartico per ambedue, un percorso di liberazione e ricostruzione; gli occhi carichi di ricordi e l’incantevole mutismo di una severa e al contempo fragile Charlotte Rampling, che per tutta la prima parte del film non proferisce quasi parola, uniti all’abilità narrativa della Marazzi riescono egregiamente nel compito di trasmettere tutta la tensione emotiva di questa esperienza.
    Tutto parla di te scopre un tabù e mostra con grande sensibilità quello che vecchi retaggi culturali e sociali hanno sempre accuratamente tenuto nascosto: il fatto che la maternità non sia solo gioie, ma anche dolore. Un dolore profondo e radicato che va condiviso ed espresso per evitare mostruose conseguenze.
    Il film non ha solo il merito sociale di raccontare quasi in silenzio, a mala pena sussurrandola, una verità ancora scomoda, Tutto parla di te ha anche il grande privilegio di essere un’opera costruita con grazia e lucidità, una grande lezione di cinema verità.

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    Charlotte Rampling e le madri di Alina Marazzi

    A Roma Charlotte Rampling è la dimessa Pauline, una donna ambigua, una straniera tornata nella sua città natale, Torino, per svolgere una ricerca sulle madri in difficoltà. Un ruolo problematico e complesso che Alina Marazzi le ha cucito praticamente addosso con il suo esordio alla finzione, Tutto parla di te, terzo capitole di un’ideale trilogia cominciata con Un’ora sola ti vorrei.

    Signora Rampling, come è cambiato il mestiere di attore, oggi?
    Oggi, come sempre, fare l’attore significa portare delle storie alla gente.

    Da un po’ di tempo il cinema è nuovamente interessato a lei… Cosa pensa di questa specie di riscoperta?
    Diciamo che sono io nuovamente interessata a lavorare. Per un lungo periodo di tempo ho rifiutato, ma non saprete il perché.

    E l’incontro con Alina per questo film come è avvenuto?
    Mi interessava molto l’idea di fare un viaggio con la regista e di lavorare con Alina perché lei guarda il mondo in una determinata maniera, mi piace il modo in cui lei lo guarda attraverso gli occhi di un documentarista e lo sguardo sui materiali d’archivio. È un menage ricco di potenzialità partendo dal raccontare le memorie e la storia in una maniera molto differente; da attore devi entrare a far parte del mondo del regista e Alina mi consentiva di entrare nel suo universo in maniera diversa dalla femme fatale che avevo interpretato in passato, facendo emergere quello che è dentro di te è che magari è ignoto agli occhi degli altri

    Tutto parla di te rivela una maternità conflittuale…
    Essere madre è una cosa che terrorizza, tutte le madri hanno paura, è un fatto naturale. È così e non puoi farci nulla, non è come in un film di propaganda in cui tutto è bello; essere madre è aver paura, è sangue, lacrime e sudore.

    Che tipo di rapporto ha avuto con il materiale d’archivio?
    È uno dei motivi per cui sono rimasta affascinata dal rapporto che lei ha con il materiale di archivio e quindi con la memoria, e il suo modo di ricostruire attraverso questo repertorio i ricordi. Mi piaceva proprio l’idea di lavorare sul film così; sapevo che ci sarebbe stato questo legame, questo collegamento con l’aspetto memoria, l’aspetto che mi interessa di più è sapere che impatto la memoria può avere sulla vita quotidiana.

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    Lo Cascio regista, esordio ideale

    Luigi Lo Cascio, dopo tante soddisfazioni da attore, esordisce alla regia con La città ideale, un film ricco di scelte non banali che dal Festival di Venezia arriva nelle nostre sale

    Luigi, hai esordito a Venezia, eri emozionato?
    Mi considero di casa al Festival di Venezia, dovrei essere abbastanza abituato, ci sono stato nove volte dal 2000, con i Cento passi. Eppure un esordio a Venezia una certa tensione te la mette sempre. Poi questo e’ un film che sento molto personale.

    Da cosa nasce questo tuo film?
    Pur non avendo mai fatto il regista ho scritto molte cose per il teatro, e questo mi ha aiutato a capire che per fare il salto dall’altra parte della macchina da presa era scrivere la mia storia. Ed e’ così posso dire,che prende forma il mio film. Pezzo per pezzo, sorprendendomi. Non entra nei generi consueti perché è nato da una sorta di generazione spontanea di idee, condite con le mie passioni, quindi Kafka, passioni di lettore, di spettatore e di cittadino.

    La città ideale cambia più volte ritmo, in occasione di due dialoghi in particolare, quello con tua madre e con Carlo Maria Burruano, ci spieghi come hai scelto di inserirli in quei punti precisi?
    Non secondo strategie di come si scrive una sceneggiatura perfetta. Semplicemente assecondando la volontà di far succedere alla parola pacata, al senso verboso di certe idee del mio protagonista, un ritmo più sincopato, il lato delle emozioni, dei sentimenti. Una grana della voce tutta particolare. In qualche modo in questo film c’è tutta la ma famiglia, mia madre infatti è la sorella di Burruano, poi ci sono molti parenti sparsi qua e là.

    Ma perché hai scelto di raccontare una persona ‘braccata’ da tutto e tutti?
    Volevo rendere qualcosa di tragico ed eroico. Un gesto forte che solo una recitazione marcata ed un carattere forte potevano rendere. Volevo che non fosse un idealista ma un fanatico. Quando il caso irrompe nella sua vita e lo obbliga a prendere una posizione ecco che c’è il cambio di registro. Credo che in un personaggio molto sopra le righe sia addirittura più facile ricercare ognuno la propria singola mania, il proprio modo di pensare su un determinato argomento e quindi identificarsi meglio con lui.

    Hai deciso fin da subito di dirigerti nel tuo esordio da regista?
    Questa è una cosa molto particolare. Nel senso che non capisco come facevano prima i registi attori a dirigersi senza avere la possibilità di rivedersi immediatamente sul set. Davano per buono un ciak che poi avrebbero potuto rivedere solo in seguito; gli riconosco una capacità immensa. Oggi è tutto più semplice con la tecnica digitale. A mia madre o a Burruano ho pensato subito, ma non pensavo a me. Il film però risultava essere più personale con me dentro ed ho seguito il consiglio di Angelo Barbagallo, il produttore.

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    Alessandro Preziosi, sotto osservazione

    Alessandro Preziosi, l’attore più amato dalle donne italiane indossa i panni di un chirurgo plastico dai mille volti, spregiudicato, ingenuo, spietato… e finisce sotto la lente deformante di Corsicato. Tra finzione e realtà l’attore si racconta.

    Alessandro, a cosa ti sei ispirato per questo ruolo surreale?
    Mi sono ispirato al mestiere dell’attore, che non è sempre scontato riuscire a centrere con il regista e con gli sceneggiatori. Il mio personaggio andava incanalato in un percorso narrativo, questa cosa mi ha intrigato. Mi sono ritrovato a mettere a frutto cose apprese in un meraviglioso mestiere che faccio nella vita che è quello dello spettatore del grande cinema, dagli occhi di Daniel Day Lewis al roteare delle mani di Verdone.

    Hai fatto i conti con la figura di sex symbol nella vita?
    Sinceramente no, è una cosa che non mi ha mai interessato, l’ho combattuta con il teatro. Io non credo che la nostra società non possa elaborare i concetti di divo o sexy, non ci appartiene. Credo che sia un problema editoriale, la bellezza è un fenomeno di guadagni, di vendita di copie di giornali cosiddetti ‘femminili’, io non mi sono mai considerato bello. Sono un attore, bravo o meno non sta a me dirlo, ma quello è il mio mestiere, il resto è marketing. Ognuno di noi poi è libero di curare il proprio corpo come meglio crede. Ci sono avvocati o chirurghi che sono statue greche e non fanno gli attori, lo sono perche amano lo sport e lo sport fa bene al corpo.

    Come hai incontrato questa storia di Pappi?
    E’ stato un pomeriggio infinito quello in cui abbiamo parlato del film. Pappi è un artista che aveva il bisogno di esprimersi artisticamente e non socialmente. Per le esperienze che ho avuto io era qualcosa di profondamente nuovo. io non pongo mai limiti all’esplorazione di nuovi territori, quindi la sfida di capire veramente cosa significa questo mestiere mi ha preso. Non è stato facile costruire questo personaggio costruito con un perfazionismo maniacale da Pappi, cosa che mi ha messo a dura prova.

    C’è stato un momento in cui avresti fatto qualsiasi cosa pur di ‘arrivare’…
    C’è stato un momento che ricordo con grande precisione nel quale guiardando altri miei colleghi raggiungere dei risultati esaltanti ho – come si suol dire – rosicato. ho pensato allora che avrei potuto far di tutto, ma poi per fortuna anche che se così doveva essere la mia vita forse avrei dovuto tornare a fare l’avvocato. non si può vivere l’ambizione così, io non voglio viverla così. voglio essere soddisfatto di quello che faccio questo si, ma non un centimetro di più.

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  • Ryan Gosling

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