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    Il Grande Gatsby: giocattolo travolgente, ma manca il cuore

    La rilettura di Luhrmann del classico di Fitzgerald è un carnevale caleidoscopico che incanta, ma non emoziona.

    Non c’era momento migliore di questo per riportare sullo schermo una storia come quella raccontata da Fitzgerald ne Il Grande Gatsby, la storia di un uomo capace di credere nei sogni, di coltivare la speranza in un mondo di apparenza e crisi di valori. Che a curarne il quarto adattamento cinematografico fosse Baz Luhrmann, il regista di Moulin Rouge!, ci lasciava ben sperare. Quale connubio più perfetto di un sognatore e un visionario? Ma, quando ci si siede in sala, la delusione è in agguato. Ne Il Grande Gatsby di Luhrmann lo stile opulento e barocco, i movimenti di macchina esagerati, la commistione di generi musicali per dare una rinfrescata al passato, tornano così accentuati da stordire. I colori saturi, accesi abbacinano. L’uso del 3D più che avvolgere porta ad estraniarsi. Tutto è tanto da essere troppo.

    Luhrmann si compiace al punto del suo giocattolo da dimenticare il cuore, l’emozione vera. Se fedele è al testo, infedele è allo spirito profondo del romanzo che si perde nei voli di farfalle colorate, nelle piume e nei lustrini. Evidenti i rimandi al precedente del ’74 di Jack Clayton con Robert Redford e Mia Farrow, ma nessuno dei protagonisti, fatta eccezione per Tobey Maguire, sembra centrato. A DiCaprio il ruolo di Jay Gatsby sta stretto come le giacche che indossa e all’intensità del suo amore per Daisy riusciamo a credere solo a metà. Carey Mulligan è una Daisy graziosa, ‘evanescente’ al punto giusto, ma le manca quello smarrimento nello sguardo che rendeva incantevole la Farrow. Per quanto riguarda gli altri personaggi chiave del film (l’amica Jordan, il marito Tom, l’amante Myrtle e il meccanico cornuto George), Luhrmann resta troppo in superficie per aiutare lo spettatore (e gli attori) a comprenderne drammi e miserie e ad affezionarsi. Il rombo delle auto, la musica, il lunapark delle feste fagocitano i sentimenti e il romanzo di Fitzgerald vive nei pochi attimi in cui il raggio verde fende la nebbia, alimentando la speranza di cogliere il sogno l’indomani.

    Malgrado il film di Clayton abbia un ritmo che il pubblico di oggi troverebbe forse ‘letargico’, resta ancora la migliore trasposizione del romanzo, per la capacità che ha di raccontare i sentimenti senza doverli mai spiegare. A Redford basta uno sguardo per farci entrare nel cuore di Gatsby quando rivede per la prima volta Daisy, uno sguardo che non si dimentica.

    Maria Stella Taccone

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    Steven Spielberg: “Per preparami? Mi sono rivisto La Parola ai Giurati di Lumet”

    Quando qualche mese fa venne annunciato Steven Spielberg come Presidente di Giuria, si capì immediatamente che l’edizione di quest’anno poteva già contare su una conferma di alto prestigio.
    Un Festival da sempre ammirato dal regista americano, che lo ha inseguito spesso per proporgli questo ruolo, e che peraltro lo aveva già visto protagonista in passato sia con Sugarland Express (gli valse il premio come miglior sceneggiatura nel 1974) che con E.T. e Indiana Jones, presentati entrambi fuori concorso.
    Ora la questione è diversa, da una parte sicuramente più affascinante.
    È un onore essere stato chiamato qui.  Per me rappresenta l’opportunità di poter incontrare filmmaker e culture diverse. Non mi concentro sul fatto di vedere dei film in competizione l’uno contro l’altro, ma come un momento per celebrare il cinema, che è un linguaggio comune.
    Le opere potranno metterci d’accordo o dividerci, ma l’importanza starà nella forza di questi lavori.
    Impossibile prepararsi ad un ruolo come questo. Diciamo che mi sono rivisto ancora La Parola ai Giurati di Lumet”.
    Tra i membri della giuria Ang Lee, fresco vincitore dell’Oscar per Vita di Pi,
    “Cannes è un Festival prestigioso, sono onorato di essere stato chiamato in questa giuria. Credo che manifestazione come queste abbiano anche il compito di produrre cultura. Sono curioso di vedere stili differenti e conoscere nuove tematiche politiche e sociali”.
    E poi ancora Nicole Kidman, vista sulla Croisette qualche anno con The Paperboy di Lee Daniels, Cristian Mungiu, Palma d’Oro per Quattro mesi, tre settimane, due giorni e premio della Giuria con Oltre le colline, Christoph Waltz e Daniel Auteuil, vincitori entrambi del riconoscimento di miglior attore, rispettivamente per Bastardi senza gloria e L’ottavo giorno, l’attrice indiana Vidya Balan, nell’edizione che peraltro celebra i 100 anni di Bollywood, Lynne Ramsay (due premi della giuria come cortometrista e in concorso nel 2011 con …e ora parliamo di Kevin) e la regista giapponese Naomi Kawase, Camera d’Oro nel 1997 per Moe no suzaku e Gran Premio della Giuria nel 2007 con Mogari No Mori.
    “Non vedo l’ora di cominciare – ha detto Waltz. – Mi aspetto la discussione riguardo al livello delle opere che andremo a vedere, su quello che ci attrarrà in maniera più profonda e come si possa imparare dal cinema che non conosciamo. I premi che andremo ad assegnare saranno il risultato di questa discussione.
    Una giuria di assoluta qualità che fin da adesso si candida a essere uno dei protagonisti più d’interesse.

    Andrea Giordano

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    Fast & Furious 6: Stay fast, stay furious

    Vin Diesel, Paul Walker e soci tornano a due anni dal successo di “Fast Five” per un action tutti muscoli e sgommate. La loro missione: sfondare al botteghino e continuare a premere sull’acceleratore.
    3stelle

    Squadra vincente non si cambia ed ecco tornare, con il suo sesto capitolo, la saga di Fast & Furious. Stesso regista, l’americano d’origine taiwanese Justin Lin. Stesso sceneggiatore, Chris Morgan, ormai in sella dal terzo capitolo. E cast al gran completo, da Vin Diesel fino alla rediviva Michelle Rodriguez, da Paul Walker a Dwayne “The Rock” Johnson con l’aggiunta del gallese Luke Evans, che presto rivedremo nei seguiti de Lo Hobbit e nel remake de Il Corvo.

    E se la squadra è la stessa il prodotto non può essere da meno. Esibizioni meccaniche e muscolari, inseguimenti mozzafiato su sfondi esotici (Londra e Tenerife stavolta), sparatorie senza esclusione di colpi e macchine, tante macchine. Dai classici feticci americani fino agli ultimi prodotti del made in Italy. Una ricetta apparentemente semplice per un franchise che assume sempre più i contorni del cult. La sfida che si pone Fast & Furious 6 è però ambiziosa, superare i numeri del capitolo precedente, che detiene tutt’ora il record di incassi nel primo weekend di programmazione (86 milioni di dollari) e che fruttò complessivamente circa 625 milioni.

    L’esito non potranno che stabilirlo i botteghini, ma intanto la pellicola si avvale di un impegno produttivo di alto livello, un cast affiatato e che è ormai sinonimo di film d’azione, una regia che vuole trasmettere allo spettatore tutta l’energia cinetica compressa nello schermo, anche a costo di sembrare confusa a un occhio distratto, e una sceneggiatura che sceglie volutamente un profilo basso, che si affida al classico ed efficace humour del genere pur lasciandosi sfuggire qua e là qualche eccesso di magniloquenza o qualche trita riflessione sulla famiglia. Intelligente poi la scelta di portare avanti le sottotrame della serie strizzando l’occhio ai capitoli precedenti senza creare troppi problemi a chi ha deciso di salire solo all’ultima fermata.

    Per questi ultimi il consiglio (ribadito a caratteri cubitali al termine del film) è quello di non provare a ripetere su strada le coreografie automobilistiche tanto improbabili quanto divertenti giostrate con abilità da Justin Lin. Ai fan più fedeli invece non resta che allacciare la cintura, perché gli ingranaggi sono ben oliati e non sembra sia venuta meno la voglia di premere l’acceleratore, come testimonia anche una scena post credit che dà il la al già annunciato settimo capitolo presentando una nuova, importante aggiunta nel cast.

    Marcello Lembo

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    Raoul Bova, eroe in costume da bagno

    Raoul Bova presenta Come un delfino – La serie, fiction in quattro puntate in onda dal 15 maggio su Canale 5 che lo vede impegnato nella triplice veste di attore, produttore e regista a presentare una storia che apre alla speranza.

    E’ con grande orgoglio e non poca emozione che Raul Bova, la moglie Chiara Giordano, Stefano Reali, il neo Direttore della Fiction Mediaset Antonino Antonucci Ferrara, il Presidente della Federazione Italiana Nuoto Paolo Barelli e il nutrito cast hanno presentato al Foro Italico Come un Delfino – La serie, in onda dal 15 maggio su Canale 5. Definito da Antonucci “uno dei prodotti più belli realizzati dalla rete negli ultimi anni”, ‘Come un Delfino – La serie’ è il ‘sequel’ dell’omonima miniserie in due parti con la regia di Reali andata in onda nel 2011 ed accolta con grande favore dal pubblico.
    Prodotto dalla Sanmarco dello stesso Bova e di Chiara Giordano, è un omaggio al mondo del nuoto e agli atleti che sanno affrontare le proprie debolezze, l’ansia da prestazione e il terrore di finire nel dimenticatoio quando non si è più dei vincenti, ma è anche un film sul coraggio di compiere scelte diverse e sulla consapevolezza che la vita ti riserva sempre una seconda possibilità. Insomma, una storia positiva, che apre alla speranza.
    “La linea della Sanmarco è di creare dei modelli di riferimento positivi – spiega Reali, autore con Bova del concept originale e regista della seconda unità –, di portare sullo schermo storie in cui c’è la possibilità di redimersi, c’è il lieto fine, in cui i sogni, una volta tanto, diventano realtà”.
    E per farlo Bova ha scommesso sul nuoto, facendo appassionare a questo sport prima Reali, poi la Rete, uno sport che “sia dentro che fuori dall’acqua è tutt’altro che noioso” e le cui dinamiche ben si adattano a raccontare una vicenda di riscatto diversa. “Con Chiara abbiamo sempre creduto in questa storia – dice Bova –, una storia che ridona speranza nel futuro, ed abbiamo lottato per realizzarla, proponendo volti nuovi, freschi e puntando sulla qualità”.
    L’attore si è immerso così tanto nel progetto che “preso per mano dal direttore della fotografia Tani Canevari” e supportato dai registi della seconda unità, Franco Bertini e Stefano Reali, si è cimentato anche nella regia. “Mi sono sentito di poter fare la regia di ‘Come un Delfino’, perché conoscevo l’ambito in cui i personaggi si muovono. Ho nuotato per tanti anni, ho gioito e ho sofferto col nuoto, per cui sapevo esattamente le emozioni che volevo far uscire dalle gare, dai rapporti col padre, con la squadra… Essere regista in questo caso specifico significava poter esprimere qualcosa che realmente ho dentro. Ho insistito moltissimo per rendere visive le sensazioni che si hanno quando si nuota, per questo ho scelto spesso il punto di vista dall’acqua verso l’alto. E’ stata un’impresa gravosa, dormivo tre ore per notte, ma anche una bella crescita artistica”.
    Crescita confermata dall’amico Reali, che ha sottolineato: “Ad un regista serve sì l’esperienza, ma anche la pancia e Raul ne ha da vendere. In questo lavoro ha tirato fuori immagini ed emozioni potenti”.

    Raul, cosa ha provato nel reimmergersi nel mondo del nuoto agonistico?
    Un’emozione bella e brutta al tempo stesso. Mi sono trovato a dover  ripercorrere i momenti di difficoltà che ho vissuto come atleta. Ho fatto una sorta di autoanalisi attraverso la quale ho compreso che mi ero impedito di vivere lo sport nella maniera più bella. A volte, posso dire di essere stato il carceriere di me stesso.

    Il nuoto è considerato uno sport individuale, ma questa serie manda un messaggio diverso…
    Il nuoto è uno sport singolo, perché nel praticarlo sei solo con te stesso e punti a superare te stesso, ma c’è anche un gruppo che nuota insieme a te, che vive insieme a te, con cui fai le trasferte, con cui esci finito l’allenamento… Il nuoto va oltre quello che si vede nella gara, è infatti uno sport di grande supporto di squadra. I nostri ragazzi, che singolarmente non sono poi così bravi ad ottenere risultati, facendo una staffetta insieme riescono a vincere, esperienza questa che è successa a me, quando gareggiavo.

    Ci sarà anche una terza serie?
    Sì, ci stiamo già lavorando. Si parlerà molto del passato di Alessandro Dominici, il mio personaggio, di quella che è stata la sua storia sportiva e personale. Se fino ad oggi lo abbiamo visto mettersi al servizio del prossimo, nella nuova serie capirà che, per poter aiutare meglio gli altri, prima deve andare alla ricerca di se stesso.

    Tornerà a firmarne la regia?
    No, preferisco restituire lo scettro a Stefano Reali che ha diretto la prima serie. E’ stato per me molto faticoso fare l’attore e il regista e a far troppo si rischia di strafare. Ma non è detto che non torni dietro la macchina la presa, se troverò la storia giusta, magari anche per il cinema. Per ora penso a far bene l’attore.

    Maria Stella Taccone

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    Infanzia Clandestina: L’identità perduta di Juan

    Prendendo spunto dalla sua infanzia difficile, Benjamín Ávila porta sul grande schermo un film che racconta uno dei periodi più difficili dell’Argentina: gli anni della dittatura dopo la morte di Peron.
    4stelle

    Infanzia clandestina ruota attorno alla figura del dodicenne Juan, figlio di due membri del Movimiento Peronista Montonero che decidono di ritornare Buenos Aires, dopo anni vissuti in Cile, sotto falsa indentità per continuare la lotta contro le forze armate che ostacolano l’opposizione al governo. In Argentina il piccolo Juan cambia i suoi connotati, modifica addirittura il suo accento, per non essere scoperto e rischiare di mettere in pericolo la vita dei suoi genitori.
    La nuova città, i nuovi compagni scuola, il primo amore, la vita dentro le mura domestiche, diventato luogo di riunioni clandestine, rendono difficile l’infanzia di Juan, che ormai si chiama Ernesto. Una storia, quella raccontata dal cineasta argentino Benjamín Ávila, che accomuna quella di molti bambini che sono cresciuti in un’epoca drammatica, caratterizzata da continue lotte e di instabilità socio-politica.
    Apprezzabili le musiche, alle quali viene dato molto spazio, passando dalle canzoni di lotta di quegli anni a quelle più moderne. Da sottolineare le sequenze di fotogrammi – curate da Ivan Gierasinchuk – che sostituisco le scene più violente e che rendono meno cruda la pellicola, anzi danno un tocco di originalità e poesia.
    Giudizio positivo anche per la scelta del cast, in particolare quella di Ernesto Alterio, nei panni di Zio Beto, una figura di riferimento per Juan/Ernesto, al quale racconta le sue sensazioni, i suoi primi sentimenti d’amore per la compagna di classe Maria.
    Un film nel complesso molto apprezzato dalla maggior parte della critica e presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs alla 65. edizione del Festival di Cannes e che arriverà nelle sale italiane dal prossimo 23 maggio. Consigliato!

    Giovanni Bonaccolta

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    A Lady in Paris: La giusta misura dei sentimenti

    Premiato dalla giuria ecumenica del Festival di Locarno 2012, “A Lady in Paris” commuove con semplicità e delicata ironia.
    3stelle

    Sullo sfondo di una Parigi mitica che incarna – ancora – sogni di vita romantica, due donne di estrazione sociale diversa s’incontrano e si completano, dando vita a un legame destinato a cambiarle. Una splendida Jeanne Moureau interpreta Frida, un’anziana signora estone emigrata a Parigi in giovane età, inesorabilmente legata a un passato che non può più trattenere; a prendersi cura di lei sarà Anne (Laine Mägi), una donna sulla cinquantina senza più ragioni per rimanere in Estonia.
    Ilmar Ragg, al suo secondo lungometraggio, dirige una commedia romantica, A lady in Paris, che approfondisce temi delicati quali la perdita, l’invecchiamento e l’amore, grazie a dialoghi essenziali, primi piani suggestivi e silenzi eloquenti. Esperienze diametralmente opposte e desideri intimamente simili, contribuiscono a dare vita a un racconto denso di sfumature emozionali, carpite con eleganza da un regista che fa della propria storia familiare un film.
    I personaggi, magistralmente interpretati, non cadono mai nel banale e svelano lentamente se stessi, senza eccessi. Moureau, l’indomita e sensuale Chaterine di Jules e Jim, all’età di ottantacinque anni non smette d’incantare e domina lo schermo con eleganza e ironia; Mägi costruisce un personaggio che non si allontana molto dalla realtà di un esule in terra straniera, è malinconica, sottomessa, agitata da sentimenti per troppo tempo sopiti.
    Stesse origini ma vissuti differenti s’incrociano grazie a Sthéphan (Patrick Pineau), giovane amico di Frida, figura di un passato ancora presente.
    A Lady in Paris (nel titolo originale Un Estonienne à Paris), in uscita nelle sale il 16 maggio, è un film che racconta l’incessante fluire del tempo senza scadere in facili sentimentalismi, addolcito da un riso leggero che di tanto in tanto interviene a smorzare i toni più amari. Parigi accoglie, respinge, incarna stralci di vita vissuta confinati al di là di finestre chiuse, è la città da scoprire e assaporare, magari di notte, in solitudine.

    Giuditta Langone

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    Nero Infinito: la passione non basta

    Nero Infinito, l’esordio di Giorgio Bruno, è un horror-thriller – dichiarato omaggio al cinema di genere nostrano – che purtroppo non riesce a coinvolgere lo spettatore, penalizzato com’è da troppi punti deboli.
    2stelle

    Il giovane regista catanese Giorgio Bruno (classe 1985), dopo alcuni cortometraggi, debutta sul grande schermo con la sua opera prima, ispirata ai registi che hanno segnato la sua formazione: lo stile di Peter Jackson, ma soprattutto la tradizione italiana del cinema di genere, dall’horror di Dario Argento passando per Enzo G. Castellari (tanto amato da Tarantino, che lo ‘cita’ nel suo “Bastardi senza gloria”) e Claudio Fragasso (“Palermo Milano solo andata”).
    La passione cinefila che guida il giovane autore è ben evidente in questo suo lavoro, che tuttavia, in parte a causa del ridottissimo budget in parte (soprattutto?) per evidenti limiti strutturali, non convince lo spettatore da più punti di vista.
    La trama, innanzitutto, risulta decisamente debole: protagonisti della vicenda sono due poliziotti (Francesca Rettondini e Rosario Petix) sulle tracce di un misterioso serial killer che si ispira per i suoi atroci delitti ai romanzi della famosa scrittrice Dora Pelser. Le vittime sono tutte giovani donne, che vengono seviziate a morte all’interno di una vera e propria stanza delle torture.
    Lo svolgimento degli eventi (nonostante un finale ‘a sorpresa’) è estremamente prevedibile, e la sceneggiatura (firmata da Riccardo Trovato e Davide Chiara) è priva degli avvincenti snodi narrativi sui quali un film di genere dovrebbe reggersi. Il ritmo dell’azione risulta lento, non aiutato dalla recitazione non eccelsa degli interpreti, tanto che neanche le partecipazioni illustri (Claudio Fragasso, Enzo G. Castellari e Ruggero Deodato) sono sufficienti a risollevare le sorti del film.
    Personaggi senza il giusto spessore e dialoghi poco incisivi appesantiscono ulteriormente la scorrevolezza dell’opera, che procede per 82 minuti senza alcun particolare guizzo.
    Mischiando, verrebbe da dire confusamente, il poliziottesco d’annata e l’horror di più recente generazione (vedi “Saw”), il film risente pesantemente di una regia ancora acerba, a tratti amatoriale, caratterizzata da confusi movimenti della macchina da presa e tagli netti tra le scene, e si rivela nella sua totale incapacità di creare tensione e suspence, per colpa non solo di un plot scontato, ma anche per l’assenza di un’adeguata colonna sonora, in grado per lo meno di evocare le giuste atmosfere.
    Giorgio Bruno è quindi rimandato a settembre, con la speranza che con il suo prossimo lavoro possa coniugare la sua forte passione per la settima arte con una maggiore padronanza di mezzi.

    Sara Tonarelli

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    David di Donatello 2013: i candidati

    Queste, le candidature ai Premi David di Donatello 2013, in ordine alfabetico, votate dal 27 aprile al 3 maggio 2013 dai 1804 componenti la Giuria dell’Accademia e trasmesse ufficialmente dallo Studio Notarile Marco Papi. Le ha comunicate, nell’incontro di oggi in RAI con la stampa, Gian Luigi Rondi, Presidente dell’Accademia.

    Un’edizione che segna l’importante successo di tappa di Daniele Vicari e del suo Diaz – Don’t Clean Up This Blood, film sul mai troppo discusso (e discutibile) G8 di Genova, che raccoglie 13 candidature; tante quante La migliore offerta di Giuseppe Tornatore.
    Niente Reality di Garrone tra i migliori film – incomprensibilmente! – nonostante le 11 nominations, al pari dell’Educazione Siberiana di Salvatores e una in meno di Viva la LIbertà di Andò.
    Ma nella lunga lista ci sono anche Maria Sole Tognazzi (con 5), Argento e Bellocchio – con una sola! – fino a Sam Mendes, Ben Affleck e Dustin Hoffman.

    Eccoli tutti:

    MIGLIOR FILM
    “DIAZ”
    per la regia di Daniele Vicari
    “EDUCAZIONE SIBERIANA”
    prodotto da Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini, Marco Chimenz per Cattleya con Rai Cinema
    per la regia di Gabriele Salvatores
    “IO E TE”
    prodotto da Fiction, Wildside
    per la regia di Bernardo Bertolucci
    “LA MIGLIORE OFFERTA”
    prodotto da Isabella Cocuzza e Arturo Paglia per Paco Cinematografica
    per la regia di Giuseppe Tornatore
    “VIVA LA LIBERTÁ”
    prodotto da Angelo Barbagallo per Bibi Film e Rai Cinema
    per la regia di Roberto Andòprodotto da Domenico Procacci

    MIGLIORE REGISTA
    Bernardo BERTOLUCCI
    “Io e te”
    Matteo GARRONE
    “Reality”
    Gabriele SALVATORES
    “Educazione siberiana”
    Giuseppe TORNATORE
    “La migliore offerta”
    Daniele VICARI
    “Diaz”

    MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE
    Leonardo DI COSTANZO
    “L’intervallo”
    Giorgia FARINA
    “Amiche da morire”
    Alessandro GASSMANN
    “Razzabastarda”
    Luigi LO CASCIO
    “La città ideale”
    Laura MORANTE
    “Ciliegine”

    MIGLIORE SCENEGGIATURA
    Niccolò AMMANITI, Umberto CONTARELLO, Francesca MARCIANO, Bernardo BERTOLUCCI
    “Io e te”
    Giuseppe TORNATORE
    “La migliore offerta”
    Maurizio BRAUCCI, Ugo CHITI, Matteo GARRONE, Massimo GAUDIOSO
    “Reality”
    Ivan COTRONEO, Francesca MARCIANO, Maria Sole TOGNAZZI
    “Viaggio sola”
    Roberto ANDÓ, Angelo PASQUINI
    “Viva la libertà”

    MIGLIORE PRODUTTORE
    Fabrizio MOSCA
    “Alì ha gli occhi azzurri”
    Domenico PROCACCI
    “Diaz”
    Riccardo TOZZI, Giovanni STABILINI, Marco CHIMENZ per Cattleya con Rai Cinema
    “Educazione siberiana”
    Isabella COCUZZA e Arturo PAGLIA per Paco Cinematografica
    “La migliore offerta”
    Angelo BARBAGALLO per Bibi Film e Rai Cinema
    “Viva la libertà

    MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
    Valeria BRUNI TEDESCHI
    “Viva la libertà”
    Margherita BUY
    “Viaggio sola”
    Federica Victoria CAIOZZO in arte Thony
    “Tutti i santi giorni”
    Tea FALCO
    “Io e te”
    Jasmine TRINCA
    “Un giorno devi andare”

    MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA (CON UN EX AEQUO)
    Aniello ARENA
    “Reality”
    Sergio CASTELLITTO
    “Una famiglia perfetta”
    Roberto HERLITZKA
    “Il rosso e il blu”
    Luca MARINELLI
    “Tutti i santi giorni”
    Valerio MASTANDREA
    “Gli equilibristi”
    Toni SERVILLO
    “Viva la libertà”

    MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA (CON UN EX AEQUO)
    Ambra ANGIOLINI
    “Viva l’Italia”
    Anna BONAIUTO
    “Viva la libertà”
    Rosabell LAURENTI SELLERS
    “Gli equilibristi”
    Francesca NERI
    “Una famiglia perfetta”
    Fabrizia SACCHI
    “Viaggio sola”
    Maya SANSA
    “Bella addormentata”

    MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
    Stefano ACCORSI
    “Viaggio sola”
    Giuseppe BATTISTON
    “Il comandante e la cicogna”
    Marco GIALLINI
    “Buongiorno papà”
    Valerio MASTANDREA
    “Viva la libertà”
    Claudio SANTAMARIA
    “Diaz”

    MIGLIORE DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA
    Fabio CIANCHETTI
    “Io e te”
    Gherardo GOSSI
    “Diaz”
    Marco ONORATO
    “Reality”
    Italo PETRICCIONE
    “Educazione siberiana”
    Fabio ZAMARION
    “La migliore offerta”

    MIGLIORE MUSICISTA
    Alexandre DESPLAT
    “Reality”
    Ennio MORRICONE
    “La migliore offerta”
    Mauro PAGANI
    “Educazione siberiana”
    Franco PIERSANTI
    “Io e te”
    Teho TEARDO
    “Diaz”

    MIGLIORE CANZONE ORIGINALE
    “FARE A MENO DI TE”” musica di Gianluca MISITI e Laura MARAFIOTI, testi di Laura MARAFIOTI interpretata da LA ELLE
    “Buongiorno papà”
    “NOVIJ DEN” musica e testi di Mauro PAGANI interpretata da Dariana KOUMANOVA
    “Educazione siberiana”
    “LA VITA POSSIBILE” musica di PIVIO e Aldo DE SCALZI, testi e interpretazione di Francesco RENGA
    “Razzabastarda”
    “TUTTI I SANTI GIORNI” musica e testi di Simone LENZI, Antonio BARDI, Giulio POMPONI, Valerio GRISELLI, Matteo PASTORELLI e Daniele CATALUCCI interpretata da VIRGINIANA MILLER
    “Tutti i santi giorni”
    “TWICE BORN” musica e testi di Arturo ANNECCHINO, interpretata da Angelica PONTI
    “Venuto al mondo”

    MIGLIORE SCENOGRAFO
    Paolo BONFINI
    “Reality”
    Marco DENTICI
    “E’ stato il figlio”
    Marta MAFFUCCI
    “Diaz”
    Rita RABASSINI
    “Educazione siberiana”
    Maurizio SABATINI, Raffaella GIOVANNETTI
    “La migliore offerta”

    MIGLIORE COSTUMISTA
    Patrizia CHERICONI
    “Educazione siberiana”
    Grazia COLOMBINI
    “E’ stato il figlio”
    Alessandro LAI
    “Appartamento ad Atene”
    Maurizio MILLENOTTI
    “La migliore offerta”
    Roberta VECCHI, Francesca VECCHI
    “Diaz”
    Maurizio Millenotti era in cinquina anche per il film Reality, ma da regolamento è entrato solo con il film più votato

    MIGLIORE TRUCCATORE
    Dalia COLLI
    “Reality”
    Enrico IACOPONI
    “Viva la libertà”
    Enrico IACOPONI, Maurizio NARDI
    “Educazione siberiana”
    Mario MICHISANTI
    “Diaz”
    Luigi ROCCHETTI
    “La migliore offerta”

    MIGLIORE ACCONCIATORE
    Carlo BARUCCI, Marco PERNA
    “Viva la libertà”
    Stefano CECCARELLI
    “La migliore offerta”
    Giorgio GREGORINI
    “Diaz”
    Francesco PEGORETTI
    “Educazione Siberiana”
    Daniela TARTARI
    “Reality”

    MIGLIORE MONTATORE
    Benni ATRIA
    “Diaz”
    Clelio BENEVENTO
    “Viva la libertà”
    Walter FASANO
    “Viaggio sola”
    Massimo QUAGLIA
    “La migliore offerta”
    Marco SPOLETINI
    “Reality”

    MIGLIOR FONICO DI PRESA DIRETTA
    Gaetano CARITO
    “Bella addormentata”
    Fulgenzio CECCON
    “Viva la libertà”
    Maricetta LOMBARDO
    “Reality”
    Gilberto MARTINELLI
    “La migliore offerta”
    Remo UGOLINELLI, Alessandro PALMERINI
    “Diaz”
    Remo Ugolinelli e Alessandro Palmerini erano in cinquina anche per il film Io e te, ma da regolamento sono entrati solo con il film più votato

    MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI
    STORYTELLER – Mario ZANOT
    “Diaz”
    Andrea MAROTTI
    “Dracula di Dario Argento”
    Paola TRISOGLIO e Stefano MARINONI per VISUALOGIE
    “Educazione siberiana”
    WONDERLAB di Bruno ALBI MARINI
    “Reality”
    Gianluca DENTICI per Reset VFX
    “Viva la libertà”
    Storyteller – Mario Zanot era in cinquina anche per il film La migliore offerta, ma da regolamento è entrato solo con il film più votato

    MIGLIOR FILM DELL’UNIONE EUROPEA
    “007 SKYFALL”
    di Sam MENDES (Warner Bros)
    “AMOUR”
    di Michael HANEKE (Teodora Film e Spazio Cinema)
    “ANNA KARENINA”
    di Joe WRIGHT (NBCUniversal)
    “QUARTET”
    di Dustin HOFFMAN (BIM)
    “UN SAPORE DI RUGGINE E OSSA”
    di Jacques AUDIARD (BIM)

    MIGLIOR FILM STRANIERO
    “ARGO”
    di Ben AFFLECK (Warner Bros)
    “DJANGO”
    di Quentin TARANTINO (Warner Bros)
    “IL LATO POSITIVO”
    di David O. RUSSELL (Eagle Pictures)
    “LINCOLN”
    di Steven SPIELBERG (20th Century Fox)
    “VITA DI PI”
    di Ang LEE (20th Century Fox)

    L’apposita Giuria, composta da Andrea Piersanti, Presidente, Francesca Calvelli, Enzo Decaro, Leonardo Diberti, Paolo Fondato, Enrico Magrelli, Lamberto Mancini, Mario Mazzetti, Paolo Mereghetti, comunica le cinquine del miglior documentario di lungometraggio e del miglior cortometraggio.
    MIGLIOR DOCUMENTARIO DI LUNGOMETRAGGIO
    “ANIJA (La nave)”
    di Roland Sejko
    “BAD WEATHER”
    di Giovanni Giommi
    “FRATELLI & SORELLE – STORIE DI CARCERE”
    di Barbara Cupisti
    “NADEA E SVETA ”
    di Maura Delpero
    “PEZZI”
    di Luca Ferrari
    ——————————————
    Il miglior documentario di lungometraggio Premio David di Donatello 2013 è: ANIJA (La nave) di Roland Sejko

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
    “AMMORE”
    di Paolo Sassanelli
    “CARGO”
    di Carlo Sironi
    “L’ESECUZIONE”
    di Enrico Iannaccone
    “PRETI”
    di Astutillo Smeriglia
    “SETTANTA”
    di Pippo Mezzapesa
    Il miglior cortometraggio Premio David di Donatello 2013 è: L’ESECUZIONE di Enrico Iannaccone
    ——————————————
    DAVID GIOVANI – Votato da oltre 6000 ragazzi delle Scuole Superiori di tutta Italia
    “LA MIGLIORE OFFERTA”
    di Giuseppe Tornatore
    “IL PRINCIPE ABUSIVO”
    di Alessandro Siani
    “UNA FAMIGLIA PERFETTA”
    di Paolo Genovese
    “VENUTO AL MONDO”
    di Sergio Castellitto
    “VIVA L’ITALIA”
    di Massimiliano Bruno

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    L’uomo con i pugni di ferro: Kung Fu Pulp

    Il rapper-attore-regista-sceneggiatore… RZA si getta con grande energia e senza risparmiare colpi nella sua prima prova dietro la macchina da presa, arricchendo L’uomo con i pugni di ferro di molti colori a tinta forte.
    2stellemezzo

    Da una star mondiale dell’hip-pop, con una passione smodata per il kung fu e per i film giapponesi sulle arti marziali, collaboratore e allievo di Quentin Tarantino, che studia John Woo e scrive una sceneggiatura con Eli Roth, non ci si poteva aspettare molto di diverso d’altronde…
    Il suo ‘The Man with the Iron Fists’ è un vero e proprio melting pot di generi e atmosfere, (da Sergio Leone a Zhang Yimou, passando ovviamente per Tarantino), dove l’arte marziale e l’ambientazione orientale si mescolano al western del cowboy Russell Crowe, che ricorda vagamente lo Jeff Bridges de ‘Il Grinta’ (versione Cohen) e perfino al mondo dei supereroi cibernetici.
    Il tutto inondato da parecchi litri di sangue e condito da un colonna sonora ammiccante e volutamente ‘fuori contesto’.
    L’azione non manca, il film va via spedito e tra un combattimento e l’altro si ha giusto il tempo di rifiatare e pulirsi gli occhiali dagli schizzi di plasma… Forse in qualche momento c’è anche troppa fretta e un filo di confusione ma gli attori sembrano divertirsi e d’altronde il cast è davvero ben assortito: oltre al già citato Crowe e allo stesso RZA, citazione d’obbligo per Lucy Liu, davvero perfetta nella sua incarnazione di Madame Blossom.
    L’ironia e l’autoironia tipica del genere è presente anche se in questo la sceneggiatura avrebbe potuto essere più incisiva e creativa.
    Quello che inoltre non convince pienamente è la costruzione dei personaggi e dei loro background; sembra quasi la grande quantità di “protagonisti” o presunti tali, abbia finito per togliere spazio alla descrizione delle singole storie, e in qualche modo anche al pathos che l’impersonificazione dello spettatore nelle dinamiche del racconto porta con se.
    Il risultato è sicuramente un prodotto ben confezionato, che potrà soddisfare gli amanti del genere e forse lasciare vagamente indifferente il resto del pubblico che comunque non si annoierà.

    PP

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    20 anni di meno: L’amore non ha età

    Debutto nel territorio della commedia sentimentale per il regista di horror diventati cult come “Them” o “The Eye”. Il risultato è una pellicola leggera, frizzante e spigliata che gioca con i tabù. In sala dal 9 maggio.
    3stelle

    Si ride, ci si innamora, si sogna. Arriva dai cugini d’Oltralpe l’ennesima prova di una primavera della commedia francese; si chiama 20 anni di meno, non ha pretese autoriali, si lascia godere per quello che è – una commedia romantica che strizza l’occhio, e non ne fa mistero, a storie di hollywodiana memoria – ed è solo l’ultima di una serie di pellicole che da Quasi amici a Il mio migliore incubo confermano una rinascita del genere in Francia.
    Leggera, divertente, autoironica, puro divertissement. 20 anni di meno si rivela nella sua semplicità una commedia estremamente classica: nella storia – una donna di 38 anni, l’austera, borghese e frigida Alice (Virginie Efira) che finisce per innamorarsi dell’appena ventenne Balthazar (Pierre Niney), ingenuo, imprevedibile, affascinante, impacciato – e nella scelta, ormai obsoleta, di girare in 35mm anamorfico, il formato usato soprattutto negli anni ’50 per conferire alle immagini una dimensione magica e irreale.

    Magico e irreale diventa l’amore – iniziato per gioco – tra Alice e Balthazar, in un racconto che segue tutte le regole del genere e racconta il più urlato dei luoghi comuni: l’amore non ha età.
    Tematica decisamente nuova per il regista del film, David Moreau, che arriva da tutt’altro territorio, l’horror, e che con la comicità dimostra di saperci fare.
    Non brilla certo per originalità questo piccolo affresco di un immaginario collettivo messo qui alla berlina, ma trova la chiave giusta per portarlo in scena: un beffardo ribaltamento dei ruoli che si prende gioco di tutti, toy boy o Milf che siano.

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