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    Paolo Fosso racconta il suo esordio alla sceneggiatura

    In questo suo esordio alla sceneggiatura non ha voluto rinunciare a nulla, neanche alle vesti attoriali nelle quali il pubblico è più avvezzo a vederlo. Così Paolo Fosso, attore reatino con numerose esperienze teatrali e cinematografiche alle spalle, firma il suo debutto alla scrittura ne Il disordine del cuore di Edoardo Margheriti, dove recita insieme a Milena Miconi ed Erika Blank.

    Paolo, di cosa parla Il disordine del cuore?
    Questo film è una storia difficile da definire: parla di sentimenti nascosti da una serie di sovrastrutture, sentimenti di amore verso la letteratura, le proprie passioni e il tormento che il protagonista vive. Il mio personaggio deve affrontare la vita andando al di là del suo significato trovando un senso nella ricerca delle parole degli scrittori di cui si è nutrito, in questo suo percorso arriva Anna, questa figura femminile altrettanto intensa…

    Il tuo ruolo è quello di uno scrittore, Carlo Silvio, diventato cieco dopo aver raggiunto una certa fama. Come hai sviluppato un personaggio con una psicologia cosi complessa?
    Ho un profondo amore per la letteratura, per me il primo aspetto è la storia che viene narrata, è questo interesse per il racconto che poi mi porta anche al cinema e al teatro: per me il racconto è sinonimo di emozioni. Il mio personaggio è simile a me, amando io stesso la letteratura alcune delle cose narrate nel film sono autobiografiche, adoro io stesso confrontarmi con i grandi personaggi e mi piace filtrare la vita attraverso l’arte, poiché “la vita stupisce solo gli ignoranti, perché nella letteratura c’è già tutto”.

    Il film è pieno di citazioni letterarie, ce ne è una che racchiude più delle altre il senso del film?
    Il pensiero di Proust, “Il vero lettore è il rilettore”, è forse il punto di partenza per la lettura del film e della frase che gli dà il titolo: io stesso vivo e rileggo tutto, la biblioteca, che è parte integrante del film, vive “il disordine del cuore” e dell’anima; il desiderio di rimettere a posto deriva dal desiderio di rimettere in ordine le idee che poi governano il mondo, nella nostra illusione di ordine è come se cercassimo ordine nel nostro animo e nel mondo stesso. Il mio concetto di mondo giusto, però, è quello di mondo disordinato e governato dal caos del libero circolare delle idee.

    Il film è ambientato a Rieti, tua città natale. Come è stato preparare e girare il film nella tua stessa città?
    Straniante! La mia vita a Rieti non è prettamente artistica, a Rieti vivo, ma lavoro sempre fuori, per cui non mi trovo in genere a vivere la mia città pensando al lavoro.
    Da un punto di vista lavorativo in termini di scrittura ho cercato di vedere la città con i suoi racconti e i suoi particolari; c’è un livello di lettura della città che vivo con occhio cinematografico perché è una miniera di storie, per questo mentre cammino nei Giardini del Vignola nel film, spiego questo concetto: può accadere di dare un primo bacio appoggiati alla colonna in cui prima che nascesse Gesù una persona potrebbe esser stata legata e flagellata, questo è ciò che accade a chi vive in città secolari come Rieti.

    Cosa c’è nel tuo prossimo futuro?
    Ho riallestito al teatro di Rieti uno spettacolo che avevo recitato nel circuito off romano e che ho presentato per la stagione off della città di Rieti, chiamato “Quasi un’avventura”, tratto da un mio racconto ispirato da un’idea di Valentina Capecci e che adesso vorrei in qualche modo portare in altri teatri. Nel frattempo continuo il mio lavoro di attore nel cinema e tv.

    Maria Luisa Lafiandra

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    Cannes 66: Inside Llewyn Davis, viaggio targato Coen

    Al Festival di Cannes 66, con Inside Llewyn Davis, i fratelli Coen ci riportano indietro con un viaggio d’autore.

    Indietro nel tempo agli straordinari anni ’60 (più precisamente il 1961) nello scenario newyorchese del Greenwich Village di New York, il Gaslight Cafè, meta e partenza per artisti e musicisti, dove sono passati nomi come Allen Ginsberg, Bob Dylan e Dave Van Ronk, cantautore e amico intimo del Menestrello di Duluth, scomparso 11 anni fa, qui fonte di attrazione e ispirazione per Ethan e Joel Coen nel loro ultimo e straordinario lavoro, Inside Llewyn Davis.
    La storia è quella di un cantautore folk, Llewyn Davis appunto (interpretato da Oscar Isaac), con alle spalle un disco omonimo pubblicato insieme ad un amico, che d’un tratto si ritrova senza soldi, costretto a passare da un posto all’altro, ospitare da amici e conoscenti, in bilico nel cercare di risalire la strada perduta come artista nel mondo discografico, ma provando a ritrovare un proprio equilibrio.
    Un percorso, che lo vede tra diverse disavventure, che lo portano ad incontrare i personaggi più strani, da Bud Grossman (F.Murray Abraham), guru dell’industria musicale a Chicago, con cui cerca (e ottiene) un audizione, a Roland Turner (John Goodman) arrogante suonatore di jazz, appesantito e in stampelle, portato a spasso dal suo giovane valet (Garrett Hedlund), fino alla coppia Jean (Carey Mulligan), sorella di Llewyn, e Jim (Justin Timberlake).
    Punto di riferimento la sua musica, una chitarra come compagna dalla quale non separarsi.
    On the road che racconta un’epoca, ma dalla quale si avverte un intimo respiro che lentamente si trasforma in qualcosa di più universale. I Coen orchestrano qualcosa di magico e anche se si avvertono rimani al cinema più riconoscibile, da Fratello dove sei a A serious Man, fino Barton Fink, ognuno di noi trova la sua chiave i lettura. Ricerca di stile? No, semmai una confessione appassionata per poter di nuovo far brillare la propria memoria.
    Cosa dire poi di Isaac, talento inespresso e relegato in W.E. di Madonna e Drive di Refn, qui protagonista assoluto nel ruolo della vita. Bravissimo, perfetto, commovente, ironico.
    Pellicola per riscoprire atmosfere perdute.

    Andrea Giordano

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    Daniele Favilli, a Cannes con Swelter

    Da un Posto al sole  alla Croisette passando per Hollywood. Dopo aver lasciato il Bel Paese per trasferito a Los Angeles cinque anni fa, oggi Daniele Favilli sbarca a Cannes per promuovere il film con Jean-Claude Van Damme di cui è anche produttore: Swelter.

    Da tempo ti sei trasferito a Hollywood per lavorare come attore, cosa ti porta oggi a Cannes?
    Sono a Cannes principalmente per due motivi: da un lato per la promozione del film Swelter che ho appena finito di girare tre settimane fa, di cui sono uno dei produttori oltre che attore. Inoltre ho in programma degli incontri per la produzione del nuovo progetto The Magnificents: una miniseries TV sugli artisti del Rinascimento a Firenze che sara una produzione Internationale pronta per il prossimo anno.

    Cosa puoi raccontarci di Swelter?
    E’ un action drama con risvolti western. Un misto tra Quentin Tarantino e Sergio Leone.
    Un film ambientato nel presente, ma che sembra vivere in un suo tempo e spazio originale.
    Sono molto fortunato a farne parte e recitare al fianco di Alfred Molina, Jean Claude Van Damme e Catalina Sandino Moreno. Uscirà in tutto il mondo alla fine del 2013.

    In questo film sei anche produttore. Come è stato evolvere in questo nuovo ruolo?
    Vivo a Los Angeles ormai da cinque anni ed ho imparato che qua l’intraprendenza non solo è supportata e aiutata ma è anche un valore: in parole povere, se hai talento, credi nelle tue idee e sei disposto a lavorare sodo, le cose succedono.
    Inoltre, produrre mi permette di poter recitare in progetti che mi piacciono, di cui seguo la genesi e l’evoluzione e sono film che mi piacerebbe andare a vedere io stesso.

    Anni fa hai abbandonato l’Italia per lavorare prima in Gran Bretagna e poi a Hollywood, è stata una scelta difficile?
    Lasciare un paese bello come l’Italia è molto duro soprattutto se si è di Firenze come me, ma diventa una necessità nel momento in cui l’ambiente artistico è troppo poco stimolante. Sono partito alla ricerca di quei film che da bambino e adolescente mi facevano sognare ed ho trovato la fortuna e l’opportunità di essere gli eroi (e i cattivi) che sognavo.
    Ci sono voluti anni, ma la fortuna davvero aiuta gli audaci: non bisogna mai smettere di credere in se stessi o lasciare che altri ci dicano cosa è giusto o sbagliato. E’ il nostro sogno in fondo e solo noi stessi sappiamo quanto è importante.

    Maria Luisa Lafiandra

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    The Bling Ring: Coppola-Watson, “cattive” ragazze ma poco scandalo

    Quinto film di Sofia Coppola, “The Bling Ring” segna il ritorno a Cannes della regista, a tre anni dall’ultimo lavoro, “Somewhere”, Leone d’Oro a Venezia.
    3stelle

    Tratto da un articolo pubblicato da ‘Vanity Fair’ a cura della giornalista Nancy Jo Sales Dishes, la pellicola racconta le (dis)avventure, a cavallo tra l’ottobre 2008 e l’agosto 2009 della banda di quattro rapinatrici (più un ragazzo), soprannominati dai media appunto The Bling Ring che fecero incetta di abiti firmati e gioielli stimati per un valore di quasi 3 milioni di dollari, intrufolandosi e rubando nelle ville a Los Angeles di star come Paris Hilton, Lindsay Lohan,  Rachel Bilson, Audrina Patridge, Orlando Bloom, Megan Fox e Brian Austin Green.
    Narcisiste, spudorate, vanitose, fashion addicted per scelta di vita, assuefatte e stimolate dal mondo patinato della moda e della rete (Facebook, Tmz) tanto da arrivare a trovare semplicemente gli indirizzi dove colpire grazie a programmi come GoogleMaps o siti come celebrityaddressaerial.com.

    Ricordo di aver letto l’articolo in questione quando ero in aeroporto – dice la Coppola – e fin da quel momento ho trovato questa storia affascinante, molto contemporanea, tanto da interessarmene subito. Ancora un racconto su adolescenti irrequieti (lo fece nel debutto con Il giardino delle vergini suicide e poi con Maria Antonietta), gioventù annoiate, dedite ad alcol, droghe, pronte a scandalizzare a tutti i costi, tanto da arrivare a catturare l’attenzione di tutte le televisioni e riviste americane.

    Bad girls con Emma Watson eletta a capo branco, ruolo-trasformazione che la sdogana dopo anni nei ricchi panni della Hermione nella saga di Harry Potter, ma che il cinema aveva già provato a sperimentare con Spring Breakers di Harmony Korine. La pellicola vive con i suoi ritmi, ritrovando molto nella contaminazione dei linguaggi più recenti, dai reality al web, fino al videoclip, che guardano al glamour trash di una società giovanile, oggi sempre di più ipnotizzata da modelli sbagliati.

    Andrea Giordano

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    Il Grande Gatsby: giocattolo travolgente, ma manca il cuore

    La rilettura di Luhrmann del classico di Fitzgerald è un carnevale caleidoscopico che incanta, ma non emoziona.

    Non c’era momento migliore di questo per riportare sullo schermo una storia come quella raccontata da Fitzgerald ne Il Grande Gatsby, la storia di un uomo capace di credere nei sogni, di coltivare la speranza in un mondo di apparenza e crisi di valori. Che a curarne il quarto adattamento cinematografico fosse Baz Luhrmann, il regista di Moulin Rouge!, ci lasciava ben sperare. Quale connubio più perfetto di un sognatore e un visionario? Ma, quando ci si siede in sala, la delusione è in agguato. Ne Il Grande Gatsby di Luhrmann lo stile opulento e barocco, i movimenti di macchina esagerati, la commistione di generi musicali per dare una rinfrescata al passato, tornano così accentuati da stordire. I colori saturi, accesi abbacinano. L’uso del 3D più che avvolgere porta ad estraniarsi. Tutto è tanto da essere troppo.

    Luhrmann si compiace al punto del suo giocattolo da dimenticare il cuore, l’emozione vera. Se fedele è al testo, infedele è allo spirito profondo del romanzo che si perde nei voli di farfalle colorate, nelle piume e nei lustrini. Evidenti i rimandi al precedente del ’74 di Jack Clayton con Robert Redford e Mia Farrow, ma nessuno dei protagonisti, fatta eccezione per Tobey Maguire, sembra centrato. A DiCaprio il ruolo di Jay Gatsby sta stretto come le giacche che indossa e all’intensità del suo amore per Daisy riusciamo a credere solo a metà. Carey Mulligan è una Daisy graziosa, ‘evanescente’ al punto giusto, ma le manca quello smarrimento nello sguardo che rendeva incantevole la Farrow. Per quanto riguarda gli altri personaggi chiave del film (l’amica Jordan, il marito Tom, l’amante Myrtle e il meccanico cornuto George), Luhrmann resta troppo in superficie per aiutare lo spettatore (e gli attori) a comprenderne drammi e miserie e ad affezionarsi. Il rombo delle auto, la musica, il lunapark delle feste fagocitano i sentimenti e il romanzo di Fitzgerald vive nei pochi attimi in cui il raggio verde fende la nebbia, alimentando la speranza di cogliere il sogno l’indomani.

    Malgrado il film di Clayton abbia un ritmo che il pubblico di oggi troverebbe forse ‘letargico’, resta ancora la migliore trasposizione del romanzo, per la capacità che ha di raccontare i sentimenti senza doverli mai spiegare. A Redford basta uno sguardo per farci entrare nel cuore di Gatsby quando rivede per la prima volta Daisy, uno sguardo che non si dimentica.

    Maria Stella Taccone

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    Steven Spielberg: “Per preparami? Mi sono rivisto La Parola ai Giurati di Lumet”

    Quando qualche mese fa venne annunciato Steven Spielberg come Presidente di Giuria, si capì immediatamente che l’edizione di quest’anno poteva già contare su una conferma di alto prestigio.
    Un Festival da sempre ammirato dal regista americano, che lo ha inseguito spesso per proporgli questo ruolo, e che peraltro lo aveva già visto protagonista in passato sia con Sugarland Express (gli valse il premio come miglior sceneggiatura nel 1974) che con E.T. e Indiana Jones, presentati entrambi fuori concorso.
    Ora la questione è diversa, da una parte sicuramente più affascinante.
    È un onore essere stato chiamato qui.  Per me rappresenta l’opportunità di poter incontrare filmmaker e culture diverse. Non mi concentro sul fatto di vedere dei film in competizione l’uno contro l’altro, ma come un momento per celebrare il cinema, che è un linguaggio comune.
    Le opere potranno metterci d’accordo o dividerci, ma l’importanza starà nella forza di questi lavori.
    Impossibile prepararsi ad un ruolo come questo. Diciamo che mi sono rivisto ancora La Parola ai Giurati di Lumet”.
    Tra i membri della giuria Ang Lee, fresco vincitore dell’Oscar per Vita di Pi,
    “Cannes è un Festival prestigioso, sono onorato di essere stato chiamato in questa giuria. Credo che manifestazione come queste abbiano anche il compito di produrre cultura. Sono curioso di vedere stili differenti e conoscere nuove tematiche politiche e sociali”.
    E poi ancora Nicole Kidman, vista sulla Croisette qualche anno con The Paperboy di Lee Daniels, Cristian Mungiu, Palma d’Oro per Quattro mesi, tre settimane, due giorni e premio della Giuria con Oltre le colline, Christoph Waltz e Daniel Auteuil, vincitori entrambi del riconoscimento di miglior attore, rispettivamente per Bastardi senza gloria e L’ottavo giorno, l’attrice indiana Vidya Balan, nell’edizione che peraltro celebra i 100 anni di Bollywood, Lynne Ramsay (due premi della giuria come cortometrista e in concorso nel 2011 con …e ora parliamo di Kevin) e la regista giapponese Naomi Kawase, Camera d’Oro nel 1997 per Moe no suzaku e Gran Premio della Giuria nel 2007 con Mogari No Mori.
    “Non vedo l’ora di cominciare – ha detto Waltz. – Mi aspetto la discussione riguardo al livello delle opere che andremo a vedere, su quello che ci attrarrà in maniera più profonda e come si possa imparare dal cinema che non conosciamo. I premi che andremo ad assegnare saranno il risultato di questa discussione.
    Una giuria di assoluta qualità che fin da adesso si candida a essere uno dei protagonisti più d’interesse.

    Andrea Giordano

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    Fast & Furious 6: Stay fast, stay furious

    Vin Diesel, Paul Walker e soci tornano a due anni dal successo di “Fast Five” per un action tutti muscoli e sgommate. La loro missione: sfondare al botteghino e continuare a premere sull’acceleratore.
    3stelle

    Squadra vincente non si cambia ed ecco tornare, con il suo sesto capitolo, la saga di Fast & Furious. Stesso regista, l’americano d’origine taiwanese Justin Lin. Stesso sceneggiatore, Chris Morgan, ormai in sella dal terzo capitolo. E cast al gran completo, da Vin Diesel fino alla rediviva Michelle Rodriguez, da Paul Walker a Dwayne “The Rock” Johnson con l’aggiunta del gallese Luke Evans, che presto rivedremo nei seguiti de Lo Hobbit e nel remake de Il Corvo.

    E se la squadra è la stessa il prodotto non può essere da meno. Esibizioni meccaniche e muscolari, inseguimenti mozzafiato su sfondi esotici (Londra e Tenerife stavolta), sparatorie senza esclusione di colpi e macchine, tante macchine. Dai classici feticci americani fino agli ultimi prodotti del made in Italy. Una ricetta apparentemente semplice per un franchise che assume sempre più i contorni del cult. La sfida che si pone Fast & Furious 6 è però ambiziosa, superare i numeri del capitolo precedente, che detiene tutt’ora il record di incassi nel primo weekend di programmazione (86 milioni di dollari) e che fruttò complessivamente circa 625 milioni.

    L’esito non potranno che stabilirlo i botteghini, ma intanto la pellicola si avvale di un impegno produttivo di alto livello, un cast affiatato e che è ormai sinonimo di film d’azione, una regia che vuole trasmettere allo spettatore tutta l’energia cinetica compressa nello schermo, anche a costo di sembrare confusa a un occhio distratto, e una sceneggiatura che sceglie volutamente un profilo basso, che si affida al classico ed efficace humour del genere pur lasciandosi sfuggire qua e là qualche eccesso di magniloquenza o qualche trita riflessione sulla famiglia. Intelligente poi la scelta di portare avanti le sottotrame della serie strizzando l’occhio ai capitoli precedenti senza creare troppi problemi a chi ha deciso di salire solo all’ultima fermata.

    Per questi ultimi il consiglio (ribadito a caratteri cubitali al termine del film) è quello di non provare a ripetere su strada le coreografie automobilistiche tanto improbabili quanto divertenti giostrate con abilità da Justin Lin. Ai fan più fedeli invece non resta che allacciare la cintura, perché gli ingranaggi sono ben oliati e non sembra sia venuta meno la voglia di premere l’acceleratore, come testimonia anche una scena post credit che dà il la al già annunciato settimo capitolo presentando una nuova, importante aggiunta nel cast.

    Marcello Lembo

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    Raoul Bova, eroe in costume da bagno

    Raoul Bova presenta Come un delfino – La serie, fiction in quattro puntate in onda dal 15 maggio su Canale 5 che lo vede impegnato nella triplice veste di attore, produttore e regista a presentare una storia che apre alla speranza.

    E’ con grande orgoglio e non poca emozione che Raul Bova, la moglie Chiara Giordano, Stefano Reali, il neo Direttore della Fiction Mediaset Antonino Antonucci Ferrara, il Presidente della Federazione Italiana Nuoto Paolo Barelli e il nutrito cast hanno presentato al Foro Italico Come un Delfino – La serie, in onda dal 15 maggio su Canale 5. Definito da Antonucci “uno dei prodotti più belli realizzati dalla rete negli ultimi anni”, ‘Come un Delfino – La serie’ è il ‘sequel’ dell’omonima miniserie in due parti con la regia di Reali andata in onda nel 2011 ed accolta con grande favore dal pubblico.
    Prodotto dalla Sanmarco dello stesso Bova e di Chiara Giordano, è un omaggio al mondo del nuoto e agli atleti che sanno affrontare le proprie debolezze, l’ansia da prestazione e il terrore di finire nel dimenticatoio quando non si è più dei vincenti, ma è anche un film sul coraggio di compiere scelte diverse e sulla consapevolezza che la vita ti riserva sempre una seconda possibilità. Insomma, una storia positiva, che apre alla speranza.
    “La linea della Sanmarco è di creare dei modelli di riferimento positivi – spiega Reali, autore con Bova del concept originale e regista della seconda unità –, di portare sullo schermo storie in cui c’è la possibilità di redimersi, c’è il lieto fine, in cui i sogni, una volta tanto, diventano realtà”.
    E per farlo Bova ha scommesso sul nuoto, facendo appassionare a questo sport prima Reali, poi la Rete, uno sport che “sia dentro che fuori dall’acqua è tutt’altro che noioso” e le cui dinamiche ben si adattano a raccontare una vicenda di riscatto diversa. “Con Chiara abbiamo sempre creduto in questa storia – dice Bova –, una storia che ridona speranza nel futuro, ed abbiamo lottato per realizzarla, proponendo volti nuovi, freschi e puntando sulla qualità”.
    L’attore si è immerso così tanto nel progetto che “preso per mano dal direttore della fotografia Tani Canevari” e supportato dai registi della seconda unità, Franco Bertini e Stefano Reali, si è cimentato anche nella regia. “Mi sono sentito di poter fare la regia di ‘Come un Delfino’, perché conoscevo l’ambito in cui i personaggi si muovono. Ho nuotato per tanti anni, ho gioito e ho sofferto col nuoto, per cui sapevo esattamente le emozioni che volevo far uscire dalle gare, dai rapporti col padre, con la squadra… Essere regista in questo caso specifico significava poter esprimere qualcosa che realmente ho dentro. Ho insistito moltissimo per rendere visive le sensazioni che si hanno quando si nuota, per questo ho scelto spesso il punto di vista dall’acqua verso l’alto. E’ stata un’impresa gravosa, dormivo tre ore per notte, ma anche una bella crescita artistica”.
    Crescita confermata dall’amico Reali, che ha sottolineato: “Ad un regista serve sì l’esperienza, ma anche la pancia e Raul ne ha da vendere. In questo lavoro ha tirato fuori immagini ed emozioni potenti”.

    Raul, cosa ha provato nel reimmergersi nel mondo del nuoto agonistico?
    Un’emozione bella e brutta al tempo stesso. Mi sono trovato a dover  ripercorrere i momenti di difficoltà che ho vissuto come atleta. Ho fatto una sorta di autoanalisi attraverso la quale ho compreso che mi ero impedito di vivere lo sport nella maniera più bella. A volte, posso dire di essere stato il carceriere di me stesso.

    Il nuoto è considerato uno sport individuale, ma questa serie manda un messaggio diverso…
    Il nuoto è uno sport singolo, perché nel praticarlo sei solo con te stesso e punti a superare te stesso, ma c’è anche un gruppo che nuota insieme a te, che vive insieme a te, con cui fai le trasferte, con cui esci finito l’allenamento… Il nuoto va oltre quello che si vede nella gara, è infatti uno sport di grande supporto di squadra. I nostri ragazzi, che singolarmente non sono poi così bravi ad ottenere risultati, facendo una staffetta insieme riescono a vincere, esperienza questa che è successa a me, quando gareggiavo.

    Ci sarà anche una terza serie?
    Sì, ci stiamo già lavorando. Si parlerà molto del passato di Alessandro Dominici, il mio personaggio, di quella che è stata la sua storia sportiva e personale. Se fino ad oggi lo abbiamo visto mettersi al servizio del prossimo, nella nuova serie capirà che, per poter aiutare meglio gli altri, prima deve andare alla ricerca di se stesso.

    Tornerà a firmarne la regia?
    No, preferisco restituire lo scettro a Stefano Reali che ha diretto la prima serie. E’ stato per me molto faticoso fare l’attore e il regista e a far troppo si rischia di strafare. Ma non è detto che non torni dietro la macchina la presa, se troverò la storia giusta, magari anche per il cinema. Per ora penso a far bene l’attore.

    Maria Stella Taccone

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    Infanzia Clandestina: L’identità perduta di Juan

    Prendendo spunto dalla sua infanzia difficile, Benjamín Ávila porta sul grande schermo un film che racconta uno dei periodi più difficili dell’Argentina: gli anni della dittatura dopo la morte di Peron.
    4stelle

    Infanzia clandestina ruota attorno alla figura del dodicenne Juan, figlio di due membri del Movimiento Peronista Montonero che decidono di ritornare Buenos Aires, dopo anni vissuti in Cile, sotto falsa indentità per continuare la lotta contro le forze armate che ostacolano l’opposizione al governo. In Argentina il piccolo Juan cambia i suoi connotati, modifica addirittura il suo accento, per non essere scoperto e rischiare di mettere in pericolo la vita dei suoi genitori.
    La nuova città, i nuovi compagni scuola, il primo amore, la vita dentro le mura domestiche, diventato luogo di riunioni clandestine, rendono difficile l’infanzia di Juan, che ormai si chiama Ernesto. Una storia, quella raccontata dal cineasta argentino Benjamín Ávila, che accomuna quella di molti bambini che sono cresciuti in un’epoca drammatica, caratterizzata da continue lotte e di instabilità socio-politica.
    Apprezzabili le musiche, alle quali viene dato molto spazio, passando dalle canzoni di lotta di quegli anni a quelle più moderne. Da sottolineare le sequenze di fotogrammi – curate da Ivan Gierasinchuk – che sostituisco le scene più violente e che rendono meno cruda la pellicola, anzi danno un tocco di originalità e poesia.
    Giudizio positivo anche per la scelta del cast, in particolare quella di Ernesto Alterio, nei panni di Zio Beto, una figura di riferimento per Juan/Ernesto, al quale racconta le sue sensazioni, i suoi primi sentimenti d’amore per la compagna di classe Maria.
    Un film nel complesso molto apprezzato dalla maggior parte della critica e presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs alla 65. edizione del Festival di Cannes e che arriverà nelle sale italiane dal prossimo 23 maggio. Consigliato!

    Giovanni Bonaccolta

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    A Lady in Paris: La giusta misura dei sentimenti

    Premiato dalla giuria ecumenica del Festival di Locarno 2012, “A Lady in Paris” commuove con semplicità e delicata ironia.
    3stelle

    Sullo sfondo di una Parigi mitica che incarna – ancora – sogni di vita romantica, due donne di estrazione sociale diversa s’incontrano e si completano, dando vita a un legame destinato a cambiarle. Una splendida Jeanne Moureau interpreta Frida, un’anziana signora estone emigrata a Parigi in giovane età, inesorabilmente legata a un passato che non può più trattenere; a prendersi cura di lei sarà Anne (Laine Mägi), una donna sulla cinquantina senza più ragioni per rimanere in Estonia.
    Ilmar Ragg, al suo secondo lungometraggio, dirige una commedia romantica, A lady in Paris, che approfondisce temi delicati quali la perdita, l’invecchiamento e l’amore, grazie a dialoghi essenziali, primi piani suggestivi e silenzi eloquenti. Esperienze diametralmente opposte e desideri intimamente simili, contribuiscono a dare vita a un racconto denso di sfumature emozionali, carpite con eleganza da un regista che fa della propria storia familiare un film.
    I personaggi, magistralmente interpretati, non cadono mai nel banale e svelano lentamente se stessi, senza eccessi. Moureau, l’indomita e sensuale Chaterine di Jules e Jim, all’età di ottantacinque anni non smette d’incantare e domina lo schermo con eleganza e ironia; Mägi costruisce un personaggio che non si allontana molto dalla realtà di un esule in terra straniera, è malinconica, sottomessa, agitata da sentimenti per troppo tempo sopiti.
    Stesse origini ma vissuti differenti s’incrociano grazie a Sthéphan (Patrick Pineau), giovane amico di Frida, figura di un passato ancora presente.
    A Lady in Paris (nel titolo originale Un Estonienne à Paris), in uscita nelle sale il 16 maggio, è un film che racconta l’incessante fluire del tempo senza scadere in facili sentimentalismi, addolcito da un riso leggero che di tanto in tanto interviene a smorzare i toni più amari. Parigi accoglie, respinge, incarna stralci di vita vissuta confinati al di là di finestre chiuse, è la città da scoprire e assaporare, magari di notte, in solitudine.

    Giuditta Langone

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