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    XXXI Bellaria Film Festival ai nastri di partenza

    E’ stato presentato alla Casa del Cinema di Villa Borghese a Roma il Bellaria Film Festival, giunto alla sua XXXI edizione, che si svolgerà dal 30 maggio al 2 giugno nella cittadina romagnola.
    Fabio Toncelli, direttore della kermesse ha dato le prime anticipazioni sulle quattro serate del festival e sugli ospiti presenti a questa edizione 2013. “Le sezioni competitive saranno tre: ‘Italia Doc’ dedicata a produzioni cinematografiche documentarie italiane inedite e non, ‘Radio  Doc’ che conferma la particolare attenzione del BFF verso documentari e  reportage radiofonici e, a grande richiesta, torna per il terzo anno di seguito ‘Cortoconiglio’, concorso riservato ai cortometraggi realizzati dagli ascoltatori della popolarissima trasmissione radiofonica Il Ruggito del Coniglio”.
    La serata del venerdi sarà dedicata a Daniele Vicari, un grande protagonista del cinema italiano, che tra documentario e fiction ha raccontato negli anni la nostra società, la nostra storia, il nostro Paese.
    Domenica 2 giugno appuntamento con Ivano Marescotti che presenterà “Viaggetto nella Pianura”, un documentatario che vuole raccontare i luoghi della bassa emiliano-romagnola, partendo dal suo luogo natale, Villanova di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna.
    Nella stessa giornata ci sarà Vinicio Capossela che torna a Bellaria dopo qualche anno e presenterà in anteprima assoluta un estratto del documentario “La faccia della terra”, realizzato in Grecia con Andrea Segre. Nel corso dell’incontro al cantautore irpino verrà consegnata la cittadinanza onoraria di Bellaria-Igea Marina.
    Le rassegne ‘Panorama internazionale’, organizzata in collaborazione con Biografilm Festival di Bologna ‘Le opere e i giorni’, dedicata ai documentari storici completeranno il programma.
    Le nuove tecnologie e i nuovi linguaggi del cinema del reale che animano la sezione Bellaria Doc Lab verranno esplorate nei sei workshop professionali, curati da personalità di spicco del settore.

    Giovanni Bonaccolta

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    Giancarlo Giannini, ritorno da regista

    Lui la definisce “una storia avvincente e provocatoria”, qualcuno parla di “uno dei film più anarchici mai visti”. Insomma le interpretazioni si sprecano: viaggio mistico, surreale, esperienza visionaria, e poi c’è chi non gli risparmia nulla apostrafandolo come ‘imbarazzante’. Ma Ti ho cercata in tutti i necrologi è soprattutto il ritorno alla regia di Giancarlo Giannini, che ventisei anni dopo Ternosecco si rimette alla prova dietro la macchina da presa e questa volta nel ruolo di produttore, regista e attore. Un noir nato da una coproduzione italo-canadese non finita benissimo, che dal 30 maggio arriva nelle sale italiane in 50 copie distribuita da Bolero.      

    Come è nata l’idea di un film così fuori dagli schemi?
    Ci ho lavorato per tre anni. Tutto nasce dal racconto di alcune cacce clandestine in Africa, dove uomini di colore per non morire di fame si prestano a fare da preda a ricchi bianchi annoiati di cacciare animali.
    Questa storia mi rimase impressa e ne volli fare un film, che è molto di fantasia, non ambientato in Italia, girato in inglese e in posti molto curiosi e diversi tra loro. La scena finale per esempio è stata girata nella Monument Valley, un mondo dove si fa evidente il rapporto tra l’uomo e l’infinito. E’ una storia che ho dentro da parecchio tempo, nessuno mi ha ordinato di fare il regista, volevo girarla e basta usando tutto quello che il cinema mi ha insegnato in questi anni; ma soprattutto volevo divertirmi, perché il cinema è divertimento, è gioco anche se un gioco molto serio.

    Come avete lavorato a questo rapporto ambiguo tra il suo personaggio, Nikita, e quello di Helena, interpretata da Silvia De Sanctis? Avete gitato in sequenza?
    No, i film non si girano in sequenza, è fondamentale invece costruirli pezzo per pezzo. Mi piace insegnare e parlare con gli attori, raccontando i segreti del mio mestiere. In questo caso ho impostato un tipo di recitazione asincrona: più della battuta in sè è importante il suo sottotesto. Ho adottato un asincronismo nella recitazione che si riflette anche sulle scelte musicali; la musica si stacca dalla scena e non la accompagna soprattutto nelle sequenze delle cacce.
    Era difficile recitare in  questo modo, ma Silvia ha avuto la capacità di superare ogni difficiltà e poi mi piaceva l’idea che il suo personaggio vivesse in un mondo tutto suo, fosse solitario, vuoto e che suonasse il pianoforte. Helena ha un rapporto molto particolare con la musica, quasi mistico; è una specie di dottor Jekyll e Mr. Hyde. Mi affascinava il concetto che cercasse di sedurre la sua preda prima di conquistarla e fargli capire che l’energia e il piacere di vivere vanno oltre il noioso della loro vita. È curioso come alla fine Helena da demone diventi angelo, e Nikita faccia invece il percorso  inverso.

    Come nasce il titolo del film?
    Da una battuta di Nikita, che lavora a contatto continuo con la morte (“Che buono l’odore di vivo!”, dice a un certo punto). Quando incontra questa donna misteriosa che non vede da un po’ di tempo, gli viene quasi naturale esclamare: “Ti ho cercato in tutti i necrologi”. È la cosa piu semplice e naturale che Nikita possa dire.
    Ho usato dei dialoghi molto poco convenzionali, qualcuno mi ha detto che è il film piu anarchico che abbia mai visto. Ho seguito le regole per tanto tempo, quindi per na volta mi piaceva essere libero. Come ho detto il cinema per me è un gioco, mi diverte e va innovato. Non è necessario spiegare troppo, spesso è l’impotenza di raccontare a farti andare oltre la storia.
    È un modo diverso di vedere e proporre un racconto. Questo film potrebbe essere una favola e i suoi due personaggi addirittura dei fantasmi.

    Il rapporto tra preda e predatore viene descritto attraverso uno schema narrativo anticonvenzionale e con uno stile grottesco e cupo. È una scelta voluta?
    È stata una ricerca istintiva dell’immagine, ho disegnato il film inquadratura per inquadratura: solo così la scena ti viene addosso e ti fermi a pensare, a riflettere ad esempio su come creare una forma asincrona e non lineare della storia. Ho lavorato in modo del tutto inusuale, mi sono divertito, ho giocato; la recitazione è finzione, l’attore è un mago e un plagiatore e deve usare tutti i trucchi per rendere credibile un personaggio, e io non h agito diversamente.

    È evidentemente un film fuori dai canoni. Che riferimenti ha usato?
    È tutto molto casuale e tutto parte da un pretesto molto banale. Ci sono pochi riferimenti, certo forse molti suggerimenti mi sono arrivati inconsciamente.
    Nella caratterizzazione di Braque ho pensato senz’altro a “M – Il mostro di Düsseldorf” di Fritz Lang, un film straordinario che mi è piaciuto citare . C’è tutto il cinema che mi ha segnato da Kurosawa a Kubrick al Fellini di “8½” che racconta l’impotenza di raccontare. Tutti i registi hanno un’influenza, si impara sempre dagli altri,

    In quante copie esce sul mercato e cosa si aspetta dal pubblico?
    Uscirà in 50 copie. Ho sempre fatto film coraggiosi e li ho proposti. Vivo la vita nel suo divenire, mi piace una storia e la faccio. Non esiste il di più nelle cose, ciò che mi fa piacere é che la mia idea possa comunicare qualcosa, in fondo lavori per il pubblico. Forse ho fatto un film difficile, ma questa è una sfida. Il cinema del futuro sarà il videogame, l’interazione con l’immagine, non sarà nè il digitale nè la sala.

    E la coproduzione con il Canada? Come è andata?
    Ci metterei una pietra sopra. Il film doveva essere per  30% canadese e per il 70% italiano. Ma i soldi del Canada non sono mai arrivati e alla fine ho dovuto supplire di tasca mia. Posso dire quindi che il film è andato in porto anche grazie a me e al mio impegno

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    Tutti pazzi per Rose: Nomen Omen

    L’esordiente francese Roinsard si affida ai classici senza scrupoli, e la passione per la leggerezza da commedia anni ’50 lo premia.
    3stelle

    Non tutti gli stereotipi vengono per nuocere, si potrebbe dire. A maggior ragione per un film del genere, visto all’interno di un Festival di cinema (quello di Roma) e pensato in previsione di una uscita cinematografica.
    Una commedia semplice, costruita su uno spunto impensabile anche se non su una struttura di qualche originalità. Tutti pazzi per Rose (in originale Populaire), in uscita il 30 maggio, ruota intorno a un meraviglioso e splendidamente ‘fifties’ concorso di dattilografia, trovata seconda solo a quella geniale di Butter di Jim Field Smith.
    I sogni da segretaria su emancipazione, imprenditoria moderna, amore romantico e realizzazione di sé sono esattamente quelli che potreste aspettarvi. A questo si aggiungano una bionda e dolcissima Déborah François (7 anni dopo l’esordio di L’Enfant dei Dardenne premiato a Cannes) e un belloccio e versatile Romain Duris (Il truffacuori) – per tacere della splendida Bérénice Bejo, nei panni della cattiva di turno – e l’esordio di Régis Roinsard finisce per regalare più di un sorriso.
    Gli scricchiolii si avvertono, anzi, quando si cerca di dare una cornice storica (la Grande Guerra, la Resistenza…) e psicanalitica ai rapporti.
    Meglio ignorare i dettagli, quindi, e godersi la favoletta di questo pigmalione moderno, ché lo spirito nazionale della produzione d’origine potrebbe far storcere il naso ai nostri connazionali più permalosi nel vedersi rappresentati come poco sportivi e troppo temperamentosi (ovviamente, poi, ci sono anche gli statunitensi affaristi e i francesi romantici)…

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    Milena Miconi, cambiare vita fa bene

    Ne Il disordine del cuore, Milena Miconi è Anna, una donna sfuggente e complessa. Nei panni della segretaria di uno celebre scrittore (Paolo Fosso) diventato cieco e sulla via del tramonto, la Miconi rivela il suo lato più inedito ed enigmatico.

    Milena, come potresti descrivere Il Disordine del Cuore?
    Il disordine del cuore è la storia di due anime che si incontrano, due anime provate dalla vita e dalle esperienze negative che le ha chiuse in se stesse. Queste due anime hanno bisogno l’uno dell’altro e riescono solo con la presenza dell’altro ad uscire fuori da un tunnel in cui la vita le ha messe. Nel film c’è la difficoltà di riaprirsi alla vita dopo una serie di esperienze negative che segnano cosi profondamente.

    Il tuo personaggio, Anna, è una donna indecifrabile e complessa, come hai preparato il tuo ruolo?
    Abbiamo lavorato molto su questo film e sui suoi personaggi, questa pellicola è il risultato di un percorso teatrale, in cui abbiamo sviscerato tutto, con le difficoltà e le insicurezze di una donna colta, che ha studiato e che ha vissuto una vita ad alti livelli, ma che ha molte sfaccettature. Abbiamo ricercato ciò che può spingere una donna a nascondersi dietro una immagine diversa, ma mantenendo la sua realtà, sapendo cose e facendo finta a volte di non saperle, ma sempre avendo una curiosità che la spinge a chiudere e scoprire ciò che non sa.

    È stato molto difficile preparare il particolare rapporto che nel film si sviluppa con Carlo Silvio/Paolo Fosso, l’attore protagonista con te de Il disordine del cuore?
    Con Paolo Fosso ci siamo incontrati anni fa e non succede spesso di poter costruire amicizie cosi importanti; per questo film abbiamo lavorato molto insieme, lui ha creduto nelle mie possibilità, chiamandomi ad interpretare questo personaggio cosi intenso ed io lo ringrazio per questo.

    Cosa ti ha lasciato il ruolo di Anna?
    È stata una esperienza scoprire questo personaggio ed interpretarlo, come sempre, recitare ci permette di cambiare vita e in particolare questo mi ha insegnato essere Anna: che a volte cambiare vita fa bene.

    Che progetti hai nel prossimo futuro?
    Sto lavorando a diversi progetti e spero di avere ancora altre occasione di poter cambiare vita!

    Maria Luisa Lafiandra

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    Paolo Fosso racconta il suo esordio alla sceneggiatura

    In questo suo esordio alla sceneggiatura non ha voluto rinunciare a nulla, neanche alle vesti attoriali nelle quali il pubblico è più avvezzo a vederlo. Così Paolo Fosso, attore reatino con numerose esperienze teatrali e cinematografiche alle spalle, firma il suo debutto alla scrittura ne Il disordine del cuore di Edoardo Margheriti, dove recita insieme a Milena Miconi ed Erika Blank.

    Paolo, di cosa parla Il disordine del cuore?
    Questo film è una storia difficile da definire: parla di sentimenti nascosti da una serie di sovrastrutture, sentimenti di amore verso la letteratura, le proprie passioni e il tormento che il protagonista vive. Il mio personaggio deve affrontare la vita andando al di là del suo significato trovando un senso nella ricerca delle parole degli scrittori di cui si è nutrito, in questo suo percorso arriva Anna, questa figura femminile altrettanto intensa…

    Il tuo ruolo è quello di uno scrittore, Carlo Silvio, diventato cieco dopo aver raggiunto una certa fama. Come hai sviluppato un personaggio con una psicologia cosi complessa?
    Ho un profondo amore per la letteratura, per me il primo aspetto è la storia che viene narrata, è questo interesse per il racconto che poi mi porta anche al cinema e al teatro: per me il racconto è sinonimo di emozioni. Il mio personaggio è simile a me, amando io stesso la letteratura alcune delle cose narrate nel film sono autobiografiche, adoro io stesso confrontarmi con i grandi personaggi e mi piace filtrare la vita attraverso l’arte, poiché “la vita stupisce solo gli ignoranti, perché nella letteratura c’è già tutto”.

    Il film è pieno di citazioni letterarie, ce ne è una che racchiude più delle altre il senso del film?
    Il pensiero di Proust, “Il vero lettore è il rilettore”, è forse il punto di partenza per la lettura del film e della frase che gli dà il titolo: io stesso vivo e rileggo tutto, la biblioteca, che è parte integrante del film, vive “il disordine del cuore” e dell’anima; il desiderio di rimettere a posto deriva dal desiderio di rimettere in ordine le idee che poi governano il mondo, nella nostra illusione di ordine è come se cercassimo ordine nel nostro animo e nel mondo stesso. Il mio concetto di mondo giusto, però, è quello di mondo disordinato e governato dal caos del libero circolare delle idee.

    Il film è ambientato a Rieti, tua città natale. Come è stato preparare e girare il film nella tua stessa città?
    Straniante! La mia vita a Rieti non è prettamente artistica, a Rieti vivo, ma lavoro sempre fuori, per cui non mi trovo in genere a vivere la mia città pensando al lavoro.
    Da un punto di vista lavorativo in termini di scrittura ho cercato di vedere la città con i suoi racconti e i suoi particolari; c’è un livello di lettura della città che vivo con occhio cinematografico perché è una miniera di storie, per questo mentre cammino nei Giardini del Vignola nel film, spiego questo concetto: può accadere di dare un primo bacio appoggiati alla colonna in cui prima che nascesse Gesù una persona potrebbe esser stata legata e flagellata, questo è ciò che accade a chi vive in città secolari come Rieti.

    Cosa c’è nel tuo prossimo futuro?
    Ho riallestito al teatro di Rieti uno spettacolo che avevo recitato nel circuito off romano e che ho presentato per la stagione off della città di Rieti, chiamato “Quasi un’avventura”, tratto da un mio racconto ispirato da un’idea di Valentina Capecci e che adesso vorrei in qualche modo portare in altri teatri. Nel frattempo continuo il mio lavoro di attore nel cinema e tv.

    Maria Luisa Lafiandra

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    Cannes 66: Inside Llewyn Davis, viaggio targato Coen

    Al Festival di Cannes 66, con Inside Llewyn Davis, i fratelli Coen ci riportano indietro con un viaggio d’autore.

    Indietro nel tempo agli straordinari anni ’60 (più precisamente il 1961) nello scenario newyorchese del Greenwich Village di New York, il Gaslight Cafè, meta e partenza per artisti e musicisti, dove sono passati nomi come Allen Ginsberg, Bob Dylan e Dave Van Ronk, cantautore e amico intimo del Menestrello di Duluth, scomparso 11 anni fa, qui fonte di attrazione e ispirazione per Ethan e Joel Coen nel loro ultimo e straordinario lavoro, Inside Llewyn Davis.
    La storia è quella di un cantautore folk, Llewyn Davis appunto (interpretato da Oscar Isaac), con alle spalle un disco omonimo pubblicato insieme ad un amico, che d’un tratto si ritrova senza soldi, costretto a passare da un posto all’altro, ospitare da amici e conoscenti, in bilico nel cercare di risalire la strada perduta come artista nel mondo discografico, ma provando a ritrovare un proprio equilibrio.
    Un percorso, che lo vede tra diverse disavventure, che lo portano ad incontrare i personaggi più strani, da Bud Grossman (F.Murray Abraham), guru dell’industria musicale a Chicago, con cui cerca (e ottiene) un audizione, a Roland Turner (John Goodman) arrogante suonatore di jazz, appesantito e in stampelle, portato a spasso dal suo giovane valet (Garrett Hedlund), fino alla coppia Jean (Carey Mulligan), sorella di Llewyn, e Jim (Justin Timberlake).
    Punto di riferimento la sua musica, una chitarra come compagna dalla quale non separarsi.
    On the road che racconta un’epoca, ma dalla quale si avverte un intimo respiro che lentamente si trasforma in qualcosa di più universale. I Coen orchestrano qualcosa di magico e anche se si avvertono rimani al cinema più riconoscibile, da Fratello dove sei a A serious Man, fino Barton Fink, ognuno di noi trova la sua chiave i lettura. Ricerca di stile? No, semmai una confessione appassionata per poter di nuovo far brillare la propria memoria.
    Cosa dire poi di Isaac, talento inespresso e relegato in W.E. di Madonna e Drive di Refn, qui protagonista assoluto nel ruolo della vita. Bravissimo, perfetto, commovente, ironico.
    Pellicola per riscoprire atmosfere perdute.

    Andrea Giordano

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    Daniele Favilli, a Cannes con Swelter

    Da un Posto al sole  alla Croisette passando per Hollywood. Dopo aver lasciato il Bel Paese per trasferito a Los Angeles cinque anni fa, oggi Daniele Favilli sbarca a Cannes per promuovere il film con Jean-Claude Van Damme di cui è anche produttore: Swelter.

    Da tempo ti sei trasferito a Hollywood per lavorare come attore, cosa ti porta oggi a Cannes?
    Sono a Cannes principalmente per due motivi: da un lato per la promozione del film Swelter che ho appena finito di girare tre settimane fa, di cui sono uno dei produttori oltre che attore. Inoltre ho in programma degli incontri per la produzione del nuovo progetto The Magnificents: una miniseries TV sugli artisti del Rinascimento a Firenze che sara una produzione Internationale pronta per il prossimo anno.

    Cosa puoi raccontarci di Swelter?
    E’ un action drama con risvolti western. Un misto tra Quentin Tarantino e Sergio Leone.
    Un film ambientato nel presente, ma che sembra vivere in un suo tempo e spazio originale.
    Sono molto fortunato a farne parte e recitare al fianco di Alfred Molina, Jean Claude Van Damme e Catalina Sandino Moreno. Uscirà in tutto il mondo alla fine del 2013.

    In questo film sei anche produttore. Come è stato evolvere in questo nuovo ruolo?
    Vivo a Los Angeles ormai da cinque anni ed ho imparato che qua l’intraprendenza non solo è supportata e aiutata ma è anche un valore: in parole povere, se hai talento, credi nelle tue idee e sei disposto a lavorare sodo, le cose succedono.
    Inoltre, produrre mi permette di poter recitare in progetti che mi piacciono, di cui seguo la genesi e l’evoluzione e sono film che mi piacerebbe andare a vedere io stesso.

    Anni fa hai abbandonato l’Italia per lavorare prima in Gran Bretagna e poi a Hollywood, è stata una scelta difficile?
    Lasciare un paese bello come l’Italia è molto duro soprattutto se si è di Firenze come me, ma diventa una necessità nel momento in cui l’ambiente artistico è troppo poco stimolante. Sono partito alla ricerca di quei film che da bambino e adolescente mi facevano sognare ed ho trovato la fortuna e l’opportunità di essere gli eroi (e i cattivi) che sognavo.
    Ci sono voluti anni, ma la fortuna davvero aiuta gli audaci: non bisogna mai smettere di credere in se stessi o lasciare che altri ci dicano cosa è giusto o sbagliato. E’ il nostro sogno in fondo e solo noi stessi sappiamo quanto è importante.

    Maria Luisa Lafiandra

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    The Bling Ring: Coppola-Watson, “cattive” ragazze ma poco scandalo

    Quinto film di Sofia Coppola, “The Bling Ring” segna il ritorno a Cannes della regista, a tre anni dall’ultimo lavoro, “Somewhere”, Leone d’Oro a Venezia.
    3stelle

    Tratto da un articolo pubblicato da ‘Vanity Fair’ a cura della giornalista Nancy Jo Sales Dishes, la pellicola racconta le (dis)avventure, a cavallo tra l’ottobre 2008 e l’agosto 2009 della banda di quattro rapinatrici (più un ragazzo), soprannominati dai media appunto The Bling Ring che fecero incetta di abiti firmati e gioielli stimati per un valore di quasi 3 milioni di dollari, intrufolandosi e rubando nelle ville a Los Angeles di star come Paris Hilton, Lindsay Lohan,  Rachel Bilson, Audrina Patridge, Orlando Bloom, Megan Fox e Brian Austin Green.
    Narcisiste, spudorate, vanitose, fashion addicted per scelta di vita, assuefatte e stimolate dal mondo patinato della moda e della rete (Facebook, Tmz) tanto da arrivare a trovare semplicemente gli indirizzi dove colpire grazie a programmi come GoogleMaps o siti come celebrityaddressaerial.com.

    Ricordo di aver letto l’articolo in questione quando ero in aeroporto – dice la Coppola – e fin da quel momento ho trovato questa storia affascinante, molto contemporanea, tanto da interessarmene subito. Ancora un racconto su adolescenti irrequieti (lo fece nel debutto con Il giardino delle vergini suicide e poi con Maria Antonietta), gioventù annoiate, dedite ad alcol, droghe, pronte a scandalizzare a tutti i costi, tanto da arrivare a catturare l’attenzione di tutte le televisioni e riviste americane.

    Bad girls con Emma Watson eletta a capo branco, ruolo-trasformazione che la sdogana dopo anni nei ricchi panni della Hermione nella saga di Harry Potter, ma che il cinema aveva già provato a sperimentare con Spring Breakers di Harmony Korine. La pellicola vive con i suoi ritmi, ritrovando molto nella contaminazione dei linguaggi più recenti, dai reality al web, fino al videoclip, che guardano al glamour trash di una società giovanile, oggi sempre di più ipnotizzata da modelli sbagliati.

    Andrea Giordano

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    Il Grande Gatsby: giocattolo travolgente, ma manca il cuore

    La rilettura di Luhrmann del classico di Fitzgerald è un carnevale caleidoscopico che incanta, ma non emoziona.

    Non c’era momento migliore di questo per riportare sullo schermo una storia come quella raccontata da Fitzgerald ne Il Grande Gatsby, la storia di un uomo capace di credere nei sogni, di coltivare la speranza in un mondo di apparenza e crisi di valori. Che a curarne il quarto adattamento cinematografico fosse Baz Luhrmann, il regista di Moulin Rouge!, ci lasciava ben sperare. Quale connubio più perfetto di un sognatore e un visionario? Ma, quando ci si siede in sala, la delusione è in agguato. Ne Il Grande Gatsby di Luhrmann lo stile opulento e barocco, i movimenti di macchina esagerati, la commistione di generi musicali per dare una rinfrescata al passato, tornano così accentuati da stordire. I colori saturi, accesi abbacinano. L’uso del 3D più che avvolgere porta ad estraniarsi. Tutto è tanto da essere troppo.

    Luhrmann si compiace al punto del suo giocattolo da dimenticare il cuore, l’emozione vera. Se fedele è al testo, infedele è allo spirito profondo del romanzo che si perde nei voli di farfalle colorate, nelle piume e nei lustrini. Evidenti i rimandi al precedente del ’74 di Jack Clayton con Robert Redford e Mia Farrow, ma nessuno dei protagonisti, fatta eccezione per Tobey Maguire, sembra centrato. A DiCaprio il ruolo di Jay Gatsby sta stretto come le giacche che indossa e all’intensità del suo amore per Daisy riusciamo a credere solo a metà. Carey Mulligan è una Daisy graziosa, ‘evanescente’ al punto giusto, ma le manca quello smarrimento nello sguardo che rendeva incantevole la Farrow. Per quanto riguarda gli altri personaggi chiave del film (l’amica Jordan, il marito Tom, l’amante Myrtle e il meccanico cornuto George), Luhrmann resta troppo in superficie per aiutare lo spettatore (e gli attori) a comprenderne drammi e miserie e ad affezionarsi. Il rombo delle auto, la musica, il lunapark delle feste fagocitano i sentimenti e il romanzo di Fitzgerald vive nei pochi attimi in cui il raggio verde fende la nebbia, alimentando la speranza di cogliere il sogno l’indomani.

    Malgrado il film di Clayton abbia un ritmo che il pubblico di oggi troverebbe forse ‘letargico’, resta ancora la migliore trasposizione del romanzo, per la capacità che ha di raccontare i sentimenti senza doverli mai spiegare. A Redford basta uno sguardo per farci entrare nel cuore di Gatsby quando rivede per la prima volta Daisy, uno sguardo che non si dimentica.

    Maria Stella Taccone

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    Steven Spielberg: “Per preparami? Mi sono rivisto La Parola ai Giurati di Lumet”

    Quando qualche mese fa venne annunciato Steven Spielberg come Presidente di Giuria, si capì immediatamente che l’edizione di quest’anno poteva già contare su una conferma di alto prestigio.
    Un Festival da sempre ammirato dal regista americano, che lo ha inseguito spesso per proporgli questo ruolo, e che peraltro lo aveva già visto protagonista in passato sia con Sugarland Express (gli valse il premio come miglior sceneggiatura nel 1974) che con E.T. e Indiana Jones, presentati entrambi fuori concorso.
    Ora la questione è diversa, da una parte sicuramente più affascinante.
    È un onore essere stato chiamato qui.  Per me rappresenta l’opportunità di poter incontrare filmmaker e culture diverse. Non mi concentro sul fatto di vedere dei film in competizione l’uno contro l’altro, ma come un momento per celebrare il cinema, che è un linguaggio comune.
    Le opere potranno metterci d’accordo o dividerci, ma l’importanza starà nella forza di questi lavori.
    Impossibile prepararsi ad un ruolo come questo. Diciamo che mi sono rivisto ancora La Parola ai Giurati di Lumet”.
    Tra i membri della giuria Ang Lee, fresco vincitore dell’Oscar per Vita di Pi,
    “Cannes è un Festival prestigioso, sono onorato di essere stato chiamato in questa giuria. Credo che manifestazione come queste abbiano anche il compito di produrre cultura. Sono curioso di vedere stili differenti e conoscere nuove tematiche politiche e sociali”.
    E poi ancora Nicole Kidman, vista sulla Croisette qualche anno con The Paperboy di Lee Daniels, Cristian Mungiu, Palma d’Oro per Quattro mesi, tre settimane, due giorni e premio della Giuria con Oltre le colline, Christoph Waltz e Daniel Auteuil, vincitori entrambi del riconoscimento di miglior attore, rispettivamente per Bastardi senza gloria e L’ottavo giorno, l’attrice indiana Vidya Balan, nell’edizione che peraltro celebra i 100 anni di Bollywood, Lynne Ramsay (due premi della giuria come cortometrista e in concorso nel 2011 con …e ora parliamo di Kevin) e la regista giapponese Naomi Kawase, Camera d’Oro nel 1997 per Moe no suzaku e Gran Premio della Giuria nel 2007 con Mogari No Mori.
    “Non vedo l’ora di cominciare – ha detto Waltz. – Mi aspetto la discussione riguardo al livello delle opere che andremo a vedere, su quello che ci attrarrà in maniera più profonda e come si possa imparare dal cinema che non conosciamo. I premi che andremo ad assegnare saranno il risultato di questa discussione.
    Una giuria di assoluta qualità che fin da adesso si candida a essere uno dei protagonisti più d’interesse.

    Andrea Giordano

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