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    Cha Cha Cha: Marco Risi, il potere e il paese dei cialtroni

    Dopo Fortapasc Marco Risi sceglie il cinema di genere per raccontare l’aspetto più cinico, sotterraneo e sporco del Bel Paese. Uno Stato corrotto, il lato oscuro del potere, un sottobosco di personaggi ‘brutti e cattivi’, la figura romantica di un detective di chandleriana memoria accompagnato da un cane senza zampa, l’amore sopito per una donna – la bionda dei film di Hitchcock: sono loro i veri protagonisti di Cha Cha Cha, un noir denso di citazioni, specchio del nostro tempo. In sala dal 20 giugno .  Nel cast Luca Argentero, Claudio Amendola, Pippo Delbono e Eva Herzigova.

    Cha Cha Cha è un ritratto sulla connivenza tra società e criminalità. Ti è venuto in mente che tra vent’anni qualcuno potrebbe proiettarlo insieme a La grande bellezza? Due facce della stessa medaglia…
    Marco Risi: Sono due opere completamente diverse. Lo abbiamo girato prima di Sorrentino. Inoltre La grande bellezza è un film molto artistico, su una Roma raccontata dal punto di vista di un giornalista stanco, un po’ Mastroianni. Invece il mio è un film con un soggetto preciso che vuole raccontare i lati oscuri di questa società e di questo potere visti attraverso gli occhi di un investigatore privato, Corso.

    Chi è il protagonista di questa storia?
    M. R.: E’ una figura che mi ha sempre affascinato, sin dai libri di Chandler che leggevo da ragazzo, mi piace molto il suo essere cosi romantico e solo, nella sua casa. Come il Philip Marlowe de Il lungo addio di Altman, che si dedica al suo gatto con una passione estrema cercando di dargli da mangiare solo quello che lui vuole.
    Anche Corso è solitario e ha addirittura un cane con una zampa sola. Quanti si terrebbero un cane così non estetico in una società oggi talmente estetizzante? Una scelta che spiega tante cose del mio personaggio: la sua solitudine, il suo volere che le cose vadano in un certo modo per poi accorgersi sempre di più che è così difficile cambiarle e farle andare come dovrebbero.
    Mi piaceva poi l’idea della storia sotterranea di questo amore mai detto apertamente con una donna, la bionda dei film di Hitchcock, a metà tra Grace Kelly e Kim Basinger.
    E infine sono attratto dai rapporti con i brutti e i cattivi come il ruolo di Amendola che nel finale dice una delle battute più formidabili del film, “Che cazzo di paese!”, capace di sintetizzare la situazione che stiamo vivendo, o Pippo Delbono che esce dagli stereotipi del cattivo: lui è uno di quei personaggi che riesce a tessere sempre la sua tela per cercare di portare tutti a stare dalla sua parte, che lavorano nell’ombra ma hanno un grandissimo potere e non ci tengono ad uscire allo scoperto e farsi vedere, perchè sanno che il potere gestito così vale molto di più.

    Il valore del film arriva anche dall’arte di grandissimi caratteristi. L’attenzione ai caratteri secondari è straordinaria ed è tipica del genere noir.
    M.R. Non ci sono mai attori secondari, lo sono rispetto al racconto del film. Credo ci vogliano grandi attori per interpretare anche ruoli piccoli.

    Avete diviso la sceneggiatura in tre. Come avete collaborato?
    M. R.: La prima idea non era quella di fare un film di genere, siamo partiti da lontano pensando di raccontare certi aspetti del paese, ma le cose non quadravano; addirittura si era pensato all’inizio di fare un film sulla trattativa Stato-Mafia, tanto che avevo incontrato anche Ingroia e Massimo Ciancimino, ma anche lì non ero ancora convinto.
    Alla fine mi ha incuriosito l’idea di raccontare una fetta della nostra Italia attraverso gli occhi di un investigatore privato. Sono molto felice di essere tornato a collaborare con Andrea Purgatori e Jim Carrington che mi avevano accompagnato anche in Fortapasc. Jim ha questo modo attento di suddividere le scene e sa – come solo gli americani sanno – quando deve succedere una determinata cosa.
    Jim Carrington: In genere mi concentro sulla struttura. Ogni storia sin dai tempi degli Antichi Greci ne ha una, ha il suo arco ed ogni personaggio o carattere dovrebbe avere idealmente il suo. Ogni scena ha la sua dinamica e il suo arco specifico.

    Il detective di Cha Cha Cha vivrà altre avventure?
    M.R.: Chissà, queste cose vanno di pari passo con gli incassi. Magari Corso e Michelle si rincontreranno; vorrei rivedere lo sguardo finale di Eva (Herzigova) che si allontana in macchina in un’altra occasione e scoprire cosa succede.

    Pippo, vieni dal teatro e hai una misura cinematografica strettissima: fai il minimo indispensabile per ottenere il massimo.
    Pippo Delbono: Personalmente vengo fuori da una storia non strasberiana. Non è detto che per interpretare un prigioniero tu debba per forza trascorrere dei mesi in una prigione: per me fare l’attore non è questo, ma è piuttosto una questione di segni. E il cinema ha molto a che fare con la tradizione del teatro orientale: uno sguardo, un occhio, un cambio di direzione, un gesto…
    I personaggi non sono di chi li fa, ma di chi li guarda. Non penso che per essere cattivo si debba trovare il marcio che c’è in noi. La mia concezione del personaggio viene dalla danza, dall’ oriente, da un altro modo di stare dietro la camera.

    Luca, come hai interpretato la scena del pestaggio subito dopo essere uscito dalla doccia?
    Luca Argentero:
    La mia preoccupazione era renderla dinamica ed efficace. Riguardandola mi sono accorto che semplicemente funzionava. È una scena importante che arriva a un picco di buio, di ombra, adrenalina, terrore.

    Quanto ci avete impiegato a girarla?

    M.R: Una giornata, con quattro macchine da presa. John Woo insegna! Magari gli americani ci avrebbero messo quattro giorni, ma noi avevamo dei limiti di tempo.

    C’è una citazione al Cronenberg de La promessa dell’assassino?
    M. R.: Era inevitabile che ci pensassi, perché quella scena è talmente bella! Ma lì erano nudi tutti e due i personaggi, qui invece mi interessava soprattutto che il protagonista venisse colto nella sua intimità più assoluta, solo in casa e con il suo cane adorato.
    Ho pensato invece ad una sequenza del Maratoneta, che ho amato molto sia nel film sia nel libro: lui nel bagno da solo che sente i rumori, capisce ed è terrorizzato. Anche se il mio personaggio è molto più preparato al pericolo.

    Alla fine sono tutti corrotti?
    M. R.: Tutti corrotti meno uno, tutti coinvolti in un gioco che sta diventando sempre più sporco e difficile da capire. Perciò mi piace la figura dell’investigatore, dell’eroe che cerca la verità o tenta di vendicare il torto subito. Io che sono un vigliaccone, attraverso il cinema ho il coraggio di rappresentare un uomo che può fare quello che mi piacerebbe saper fare.
    Mi piacerebbe pensare che uomini simili esistano davvero e forse ce ne sono, magari vivono nell’ombra. Quello che più mi ha dato fastidio in questi anni era l’idea che ci stessimo adeguando e assuefacendo a un pensiero comune inutile, la filosofia andreottiana del ‘tanto niente cambierà’ perché poi le cose passano e scivolano via. Speriamo che le cose inizino a cambiare Questo paese è bello perchè pieno di cose da raccontare. Ed è bello anche perchè cialtrone.
    Questo film è un susseguirsi di colpi di scena che hanno molto a che fare con questo Stato, con noi. Il merito del cinema è riuscire a raccontare e anticipare il paese e il fatto che non sia come lo vogliamo, e che facciamo spesso poco per cercare di modificarlo.

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    Michael Reaves, Neil Gaiman e i vampiri

    Scrittore e sceneggiatore, a Michael Reaves dobbiamo l’esordio come attore del grande Neil Gaiman. Evento che vedremo in Blood Kiss, un film di vampiri molto lontano da essere ‘solito’ nato anche grazie alla raccolta fondi realizzata (con successo) sul sito KickStarter… Come ci racconta lui stesso.

    Un Noir ‘di vampiri’, da dove viene una storia ‘classica’ come questa?
    Film noir, detective stories e di vampiri hanno molto in comune. Hanno tutti radici profonde che affondano nei film espressionisti tedeschi degli anni ’30 e ’20. Caligari, Nosferatu, M, avevano tutti i disegni e motivi molto simili. Fondamentalmente si sono divisi sulla questione del realismo: il detective privato è passato per essere il miglior esempio di razionalità; gli aspetti soprannaturali non gli si adattavano. Ci sono sempre delle eccezioni, naturalmente: come “Ghostbreakers”, una commedia, realizzata sorprendentemente bene, in gran parte grazie allo stile di ‘codardia comica’ di Bob Hope, un ottimo ponte tra i due generi.

    E da quale passione, o sogno, personale?
    Per lo più, se non completamente, da un amore per i film di genere e le messe in scena stilizzata dei film noir. Volevo vedere quanto a fondo avrei potuto combinare i topoi del genere mistery/occhio privato con quelli dell’horror/vampiresco.

    E’ stato difficile coinvolgere gli Studios nella produzione?
    Quando ho finito Blood Kiss e l’ho dato al mio agente, l’ha letto e appena ha preso fiato mi ha assicurato che gli era piaciuto, poi subito dopo ha aggiunto che non avrebbe potuto venderlo. Sembrava che, in quel momento, in questa città non si potesse tirare un sasso senza colpire uno scrittore con un copione sui vampiri, il tipo frizzante, ammiccante e romantico, naturalmente. Sembrava che, anche se avessi piazzato Blood Kiss presso uno degli Studios, sarebbe finito probabilmente su una mensola a raccogliere più polvere di Kharis la Mummia mentre si struggeva per la principessa Ananka.

    Impossibile non chiederlo, perché dunque un altro film di vampire?
    Beh, che ne dite di persone normali, invece di eccessivi conti transilvani? Forse perché non ricordano costantemente alle loro vittime che “Il sangue è vita”, hanno un certo senso dell’umorismo su se stessi. Non posso commentare lo stile “Twinkleteeth” dei vampiri, perché non ne ho visto nessuno.

    E cosa c’è di nuovo, o diverso, in questo?
    La differenza principale è che non c’è niente di soprannaturale in questi vampiri. Non possono trasformarsi in pipistrelli o lupi, né hanno alcun problema con croci, specchi, e simili. Hanno reazioni da shock tossico ad argento e luce del sole, ma tutto è spiegato in termini di biologia.

    Di certo, di nuovo c’è l’esordio attoriale di Neil Gaiman, splendido creatore e scrittore anch’egli… Come l’avete coinvolto?
    Con Neil siamo amici da circa 20 anni. Di tanto in tanto gli chiedo il suo parere su cose cui lavoro, e questo script è stato uno di quei casi. Gli è piaciuto, ed è stato solo allora che mi son reso conto che sarebbe stato perfetto per la parte di Julian. Così gliel’ho chiesto. Lui ha borbottato, ha esitato e ha detto: “Ti rendi conto che non ho mai recitato prima?”; “Neil, hai interpretato te stesso per tutta la vita”, gli ho risposto. Non ha potuto che ammettere che fosse “assolutamente vero”.

    Un film nato grazie anche alla raccolta fondi online, sul sito kickstarter, sarebbe stato diverso con una produzione diversa?
    Molto probabilmente, ma sicuramente avrebbe richiesto molto più accattonaggio e suppliche.

    Si è appena aggiunta anche Whoopi Goldberg, avete dovuto aspettare di raggiungere una certa cifra?
    Whoopie è una incredibile sostenitrice delle arti. E’ stata uno dei nostri sostenitori e ha detto alcune cose talmente gentili che non mi sento di ripeterle…

    A questo punto, chi vorrebbe avere o state cercando di convincere dopo di lei?
    In questo momento ho un paio di nomi in mente, ma sono costretto a tacere su di loro fino a quando avremo finito la campagna e saprò a che punto saremo finanziariamente.

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    La religiosa: In Fede e in Libertà

    Tratto dall’omonimo romanzo di Denis Diderot, La religiosa smuove la coscienza e pervade il cuore. In sala dal 27 giugno.
    3stelleemezzo

    Nella Francia settecentesca, una ragazza con un’innata passione per la musica e una sincera fede religiosa, si trova costretta a combattere le rigide regole patriarcali che la vogliono monaca di clausura. Difficile – se non impossibile – sottrarsi all’ingiustizia di una vocazione forzata, inesorabile destino di figlia senza dote. Suzanne (Pauline Etienne) ha solo diciassette anni quando davanti ai suoi occhi vede chiudersi le porte del monastero di S. Marie; lo spazio austero del convento la obbligherà a confrontarsi con un’inaspettata realtà ecclesiastica, impersonata da tre madri superiore (tra cui una penetrante Isabelle Huppert) che segneranno, ognuna a suo modo, la strada della giovane monaca.
    Con determinazione e travolgente passione Suzanne lotterà fino allo stremo per soddisfare il suo irrefrenabile desiderio di libertà.
    Alla sua seconda trasposizione cinematografica (la prima, di Jacques Rivette, risale al 1966) La religiosa rivive sullo schermo grazie al regista francese Guillaume Nicloux che, dopo anni di progettazione, tramuta in film il romanzo che più ha segnato la sua adolescenza, cogliendone l’aspetto più attuale: la libertà di tracciare il proprio destino. È proprio questo il merito di Nicloux, che con la preziosa collaborazione dello sceneggiatore Jérome Beaujour, riesce magistralmente a raccontare il rapporto controverso di Suzanne con la fede, rendendo contemporaneo un dramma senza tempo.
    La scelta di girare in location reali contribuisce a delineare la staticità di un luogo dove il tempo sembra essersi fermato e dove personaggi accuratamente studiati rivelano ogni possibile sfaccettatura di un mondo chiuso e repressivo.
    Meritevole di lode Pauline Etienne che con la sua commovente interpretazione coinvolge e sconvolge, rendendo tangibile una fede incrollabile che salva e devasta, imprigiona e libera; una fede impossibile da non percepire.
    Un film dai toni forti che non lascia indifferenti, denso di quel pathos proprio della parola scritta che non perde d’intensità nel passaggio sul grande schermo.

    Giuditta Langone

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    Niente può fermarci, la parola al cast

    A quattro anni dal thriller Visions, Luigi Cecinelli cambia registro e si affida alla commedia.  Una storia ‘on the road’ che ruba prototipi e cliché già consolidati dal filone comico europeo, e non solo.

    Quattro ragazzi, ognuno con un disturbo della personalità, l’estate, il viaggio, la strada.
    Matteo è narcolettico, Augusto è un internet dipendente, Leonardo è ossessivo compulsivo e Guglielmo è affetto dalla Sindrome di Tourette: insieme, a bordo di un auto rubata, si lasceranno alla spalle Villa Angelika, la clinica in cui sono ricoverati. Destinazione Ibizia.
    A quattro anni dal thriller Visions, Luigi Cecinelli cambia registro e si affida alla commedia Niente può fermarci, che debutta in 160 sale il 13 giugno distribuita da 01 Distribution.
    Un cast di giovanissmi con la partecipazione speciale di Gerard Depardieu

    Questa commedia parte da un’idea diversa dal solito. Come nasce?
    Luigi Cecinelli: È nata parlando con una persona che fa il volontario in una clinica simile a quella del film. E poi ho anche un amico con la sindrome di Tourette che fa il fotografo. Abbiamo scelto insieme cosa poter raccontare e mi piaceva l’idea di poter dire che la diversità è piu negli occhi di chi la vede che non in quelli di chi la vive. I protagonisti di questa storia sono ragazzi con quatto problematiche diverse, ma con la capacità di gestirle, al contrario dei genitori.
    In questo film c’è un po’ di tutto, molti spunti sono arrivati dalle varie commedie viste negli anni come come ad esempio “Suxbad – Tre menti sopra il pelo”. E altri on the road.
    Ma l’idea principale era che le donne e l’amore fossero importanti per tutti i personaggi.
    Era importante che i quattro ragazzi trovassero lo spunto per migliorarsi e spingersi oltre: in questo caso quello spunto è l’amore.

    Un nutrito cast di giovanissimi attori. Come è andata con i provini?
    L. C.: Io e Ivan Silvestrini ci siamo ritrovati a chiacchiereare di questa idea tre anni fa; su suggerimento di Claudio Zamarion – che qui è sia produttore sia direttore della fotografia – abbiamo sviluppato insieme la sceneggiatura e poi abbiamo iniziato a fare dei casting a diversi ragazzi e ragazze. Il primo a essere trovato è stato Vincenzo Alfieri, poiè arrivato Emanuele Propizio. Di Federico Costantini, che ha sempre recitato nel ruolo del bello e dannato, mi incuriosiva invece vedere come si sarebbe trovato nei panni dello sfigato alle prese con delle manie. Abbiamo chiuso il cast con Gigulielmo Amendola.
    Nella scelta degli attori che avrebbero interpretato i genitori è sandata un po’ come per uno shopping di Natale: Massimo Ghini, Gianmarco Tognazzi, Paolo Calabresi e Serena Autieri sono meravigliosi professionisti e hanno dato molto al film improvvisando spesso tra di loro. Con attori così non riesci mai a dare lo stop. Per la scena del mal di schiena ad esempio, avremmo fatto almeno ventuno ciak: non si finiva mai di ridere.

    L’incontro con Depardieu?
    L. C.: Tutto è nato pensando ad una scena ambientata in Provenza. Mi venne subito in mente lui, ma non ci speravo. Qualche mese dopo invece arrivò Claudio dicendomi che Depardieu aveva
    Letto la sceneggiatura, che gli era piaciuta e avrebbe accettato. È stato un grande regalo della produzione!

    Guglielmo, che è successo a Ibizia?
    Guglielmo Amendola: Ci siamo divertiti tantissimo, soprattutto io che mi son appena affacciato a questo mondo. Per me è tutto nuovo. Provo a fare il calciatore intanto. Non so cosa faccio meglio. Devo ringraziare Luigi per la possibilità che mi ha dato e tutti questi miei straordinari ‘compagni di viaggio’ che mi han aiutato e mi han fatto integrare alla grande.
    Conoscere persone che fino a ieri vedevo solo in tv o al cinema è stata una grande esperienza, il coronamento di un sogno.

    Emanuele, come è stato recitare con Gérard Depardieu?
    Emanuele Propizio: Nel giro di due anni ho avuto fortuna di lavorare con De Niro e Depardieu. A questo punto potrei anche ritirarmi dalle scene! A parte gli scherzi, ringrazio questo progetto che sarebbe dovuto partire molti anni fa, quando io ero addirittura minorenne.

    Eva, a te come è andata?
    Eva Riccobono: Ho incontrato Luigi tre anni fa e mi divertiva soprattutto l’idea di far parte di questa giovane e scalmanata combriccola. Fu provino allucinante! Poi sono partita per mesi su un set per lavoro e quando sono tornata quasi non ricordavo la parte; ringrazio Luigi per aver creduto in me tempi assolutamente non sospetti.

    Federico, tu come hai preparato le tue manie?
    Federico Costantini: Ho sfruttatao la mia paura degli insetti. Il punto di incontro con questo personaggio è che non sono un amante degli insetti.

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    Il Globo d’Oro torna alle origini

    La 53a edizione del Globo d’Oro, presentata in una veste più vicina alle origini dalla Associazione della Stampa Estera in Italia, annuncia le sue novità: una giuria più numerosa, meno premi e una splendida festa a Palazzo Farnese per celebrare il Cinema Italiano; oltre a prestigiosi Premi alla Carriera assegnati a Giuseppe Tornatore e Franco Zeffirelli.

    Creato nel 1959 da tre firme prestigiose, John Francis Lane, Melton Davis e Klaus Rhüle, il Globo d’Oro è nato per rendere omaggio al cinema italiano, che all’epoca viveva un momento particolarmente creativo. Ancora oggi, il cinema italiano e’ un elemento essenziale per capire l’Italia e la sua cultura per i corrispondenti stranieri impegnati quotidianamente a raccontare la ricca e complicata realta’ di questo paese.

    Quest’anno, una giuria allargata composta da giornalisti provenienti da oltre 20 paesi e’ fiera di avere effettuato una rigorosa selezione che riflette la diversita’ della societa’ italiana.

    La giuria del Globo d’Oro ha visionato la maggior parte della produzione cinematografica italiana di questa stagione, da settembre 2012 a giugno 2013, dalla “Bella addormentata” di Marco Bellocchio, il primo film proiettato, a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, appena uscito in sala.
    In piu’, due giurie separate si sono occupate di documentari e cortometraggi.

    Il nuovo corso del Globo d’Oro restringe i premi unicamente a undici categorie, cortometraggi e documentari inclusi. Due i Premi alla Carriera che saranno attribuiti rispettivamente a Giuseppe Tornatore e a Franco Zeffirelli; e un Premio Speciale della Stampa Estera.

    “Mi fa piacere che sia stato deciso di tornare a quella che era l’idea originale del Globo d’Oro, ossia di premiare pochi film, privilegiando quelli che hanno qualche cosa da dire di significativo riguardo alla cultura e alla realtà italiana che noi giornalisti stranieri cerchiamo di capire e descrivere meglio che possiamo.” Ci ha detto John Francis Lane, autore del libro di memorie sul cinema italiano To Each His Own Dolce Vita (A ciascuno la sua Dolce Vita).

    “Il nostro premio nel 1960, fu assegnato ad un solo film, Un maledetto imbroglio, di Pietro Germi,” racconta Lane. “E sono ancora fiero di aver premiato un regista che, all’epoca, non era ancora famoso all’estero e che poi si sarebbe affermato con film come Divorzio all’italiana, rimasti delle pietre miliari del cinema di questo paese.”

    La serata di premiazione quest’anno si svolgerà il 3 luglio prossimo nella magnifica cornice di Palazzo Farnese, sede storica dell’Ambasciata di Francia in Italia, con una festa esclusiva dedicata al cinema italiano.

     

    FINALISTI GLOBO D’ORO
    Edizione 2012-13

    Premio alla Carriera
    Giuseppe Tornatore e Franco Zeffirelli

    Gran Premio della Stampa Estera
    Sara’ annunciato il 3 luglio a Palazzo Farnese

    Regia
    Roberto Ando’
    per Viva la liberta’
    Daniele Cipri’ per E’ stato il figlio
    Ivano De Matteo per Gli equilibristi
    Leonardo Di Constanzo per L’intervallo
    Paolo Sorrentino per La grande bellezza

    Sceneggiatura
    Roberto Ando’ e Angelo Pasquini per Viva la Liberta’
    Bernardo Bertolucci, Niccolo’ Ammaniti, Umberto Contarello e Francesca Marciano per Io e te
    Ivano De Matteo per Gli equilibristi
    Giorgia Farina e Fabio Bonifacci  per Amiche da morire
    Michele Placido, Toni Trupia e Leonardo Marini per Itaker

    Fotografia
    Luca Bigazzi
    per La grande bellezza
    Daria D’Antonio per I padroni di casa
    Marco Onorato per Reality
    Italo Petriccione per Educazione siberiana
    Fabio Zamarion per La migliore offerta

    Musica
    Aldo e Pivio De Scalzi
    per Razzabastarda
    Lele Marchitelli
    per La grande bellezza
    Ennio Morricone per La migliore offerta
    Mauro Pagani
    per Educazione siberiana
    Franco Piersanti per Io e te

    Attore
    Aniello Arena per Reality
    Alessandro Gassman per Razzabastarda
    Luca Marinelli per Tutti i santi giorni
    Valerio Mastandrea
    per Gli equilibristi
    Toni Servillo per La grande bellezza

    Attrice
    Margherita Buy
    per La scoperta dell’alba
    Federica Victoria Caiozzo in arte Thony per Tutti i santi giorni
    Laura Chiatti
    per Il volto di un’altra
    Claudia Gerini per Amiche da morire
    Jasmine Trinca per Miele

    Opera Prima
    Leonardo Di Costanzo
    per L’intervallo
    Alessandro Gassman per Razzabastarda
    Valeria Golino per Miele

    Documentario
    Francesco Cordio
    per Lo stato della follia
    Filippo Soldi per Suicidio Italia
    Annalisa Piras per Girlfriend in a coma

    Cortometraggio
    Gianpiero Alicchio
    per L’appuntamento
    Flavio Costa per Pre carità
    Enrico Iannaccone  per L’esecuzione
    Piero Messina per La prima legge di Newton

     

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    Amore Carne: Destinazione… se stessi

    Il viaggio in soggettiva di Delbono dentro e fuori di se .
    2stelle
    Esce nelle sale il 27 giugno  la sfida più grande dell’attore e regista teatrale Pippo Delbono, Amore Carne, film interamente girato con un telefonino.
    Un percorso  partito da una camera d’albergo di Parigi passando per Budapest, Birkenau e L’Aquila, un viaggio dove si intrecciano tessuti del mondo contemporaneo, in cui il telefonino di Delbono registra momenti unici e incontri straordinari, tra cui Bobò, l’attore sordomuto o il compositore musicista Alexander Balanescu; tutti testimoni che raccontano la loro personale visione dell’universo, mostrandola attraverso la musica, i gesti e il silenzio. Amore, poesia, passione, ombra, dolore, tragedia e rinascita.
    Il desiderio del regista è quello di trasformare le sue ferite in una nuova linfa, di riuscire a vedere il mondo in modo diverso proprio attraverso le sue cicatrici e di riuscire a mostrarlo attraverso un telefonino, che ha la capacità di non creare imbarazzo, perché le persone che sono filmate non guardano mai in camera, ma guardano la persone che tiene la macchina.
    E’ difficile classificare questa nuova pellicola, documentario, commedia, film musical, costruzione coreografa: sicuramente, però la musica ricopre un ruolo fondamentale. Tutto riconduce alla musica, è la base, il collante di tutto il film, persino il titolo deriva da un testo lirico di Rimbaud; un’inquietudine dell’anima, un desiderio di luce, di spiritualità, un amore che non può e non riesce a staccarsi dalla carne.
    Delbono ha finalmente deciso di raccontare tutto di sè, senza più timori e indugi, spietato con se stesso e con il mondo, ma sempre prendendosi in giro con grande ironia, ed è riuscito a farlo solo dopo la morte della madre, filo conduttore che lega le sue ultime esperienze artistiche, ma alla quale ha sempre tenuto nascosto la parte più intima e nascosta di se stesso.

    Antonella Ravaglia

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    Locarno omaggia Sergio Castellitto

    L’attore, regista e sceneggiatore italiano Sergio Castellitto sarà omaggiato con un Pardo alla carriera durante la 66a edizione del Festival del film Locarno, che avrà luogo dal 7 al 17 agosto 2013.
    L’annuncio il 6 giugno, da parte del Direttore artistico Carlo Chatrian in occasione del tradizionale Ricevimento all’Ambasciata di Svizzera a Roma, in presenza dell’Ambasciatore Bernardino Regazzoni e Signora Maria Cristina e del Presidente del Festival Marco Solari.

    L’Omaggio a Sergio Castellitto – che era già stato sulla celebre Piazza Grande della città svizzera, anche se solo sullo schermo, in occasione della proiezione di Ricette d’amore di Sandra Nettelbeck nel 2001 – prevede una conversazione con l’artista aperta al pubblico del Festival e la presentazione di cinque opere che saranno l’occasione per ripercorrerne la carriera: Chi lo sa? di Jacques Rivette (2001), L’ora di religione di Marco Bellocchio (2002), Alza la testa di Alessandro Angelini (2009), così come La bellezza del somaro (2010) e Venuto al mondo (2012, presentato in prima svizzera) diretti da Castellitto.

    Il Direttore artistico del Festival del film Locarno Carlo Chatrian dichiara: “Il riconoscimento a Sergio Castellitto, attore e regista, non è solo un modo per ripercorrere una carriera che ha saputo collegare due epoche distinte del cinema italiano, quella dei mostri sacri (Monicelli, Ferreri, Mastroianni…) e quella dei nuovi registi (Amelio, Bellocchio, Virzì), per poi trovare un proprio percorso creativo. Che sia al servizio di registi italiani e stranieri o impegnato in proprie produzioni, Sergio Castellitto rappresenta quel cinema italiano di qualità che ha molto da raccontare anche oltre i suoi confini, quello stesso cinema che mi piacerebbe portare a Locarno attraverso proposte magari meno celebri ma altrettanto originali”.

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    The Bay: Il terrore corre sul filo… dell’acqua

    Inquinamento ambientale, rifiuti tossici, acqua, paura e batteri carnivori. Questi gli ingredienti principali del nuovo film di fantascienza del regista Barry Levinson,The Bay, dal 6 giugno nelle sale italiane.
    3stelleemezzo

    Presentato al Toronto International Film Festival nel settembre 2012, The Bay è un horror puro, estremamente diverso dallo stile a cui Levinson ci aveva abituato nei suoi precedenti film come Rain Man, Disastro a Hollywood o L’Uomo dell’Anno. Un progetto completamente nuovo, dove l’uso di found footage, conferisce un tono molto più realistico a tutta la vicenda.
    Nella piccola cittadina di Claridge, situata nella baia di Chesapeake,  gli abitanti si stanno preparando a festeggiare il 4 luglio. Tra giochi, gare e balli, tutto sembra andare per il meglio, ancora non sanno che il loro bene più prezioso, ciò che gli ha fruttato turismo, clienti, ciò che ha dato la vita a tutto si sta per trasformare nel loro nemico mortale: l’acqua. L’alto livello di tossicità, l’elevato tasso d’inquinamento collegato al rilascio nell’ambiente di ingenti quantità di escrementi di polli degli allevamenti vicini, provocano la proliferazione di un parassita che si propaga molto velocemente divorando gli organi interni di ogni essere vivente. Due biologi cercano di avvertire il sindaco, che per non gettare nel panico l’intera comunità, insabbia la notizia ritardando l’inevitabile catastrofe.
    Girato interamente con un budget ridotto, senza attori famosi e usando camere commerciali come iPhone o le fotocamere Point&Shoot per rendere il linguaggio visivo autentico del filmato amatoriale, The Bay piacerà molto a chi ha a cuore le sorti del pianeta.
    Un film documentario dunque, che mescola fatti realmente accaduti, come la moria di centinaia di pesci o improvvise eruzioni cutanee sulla pelle di ignari bagnanti, a dei fatti che potrebbero realmente accadere, creando una sorta di fiaba ammonitrice.

    Antonella Ravaglia

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    Ettore Scola racconta Federico Fellini… in un film

    Il regista di pellicole cult come C’eravamo tanto amati torna alla regia per celebrare, a vent’anni dalla scomparsa, Federico Fellini, in un film/ritratto, Che strano chiamarsi Federico, scritto a sei mani insieme a Paola e Silvia Scola.

    “Avevo promesso di non fare più film, l’ultimo è del 2003. Sono riuscito a tenere fede a quello che avevo detto per una serie di motivi, tra i quali quello di non riuscire più a riconoscere nessuna delle logiche che mi avevano guidato fino a quel momento. Così per motivi psicologici e politici non riuscivo più a fare cinema…a fare film…ma questo infatti non è un film…non è un documentario”. E invece Ettore Scola il cinema è tornato a farlo e quelli che lo hanno portato a venir meno alla sua promessa sono Roberto Ciccutto, “persona implacabile”, Felice Laudadio e le sue figlie Paola e Silvia. Il risultato è Che strano chiamarsi Federico, lungometraggio nato per omaggiare Federico Fellini e per raccontare il proprio rapporto con “un uomo contraddistinto da grande determinazione e da un’infinita visionarietà”. L’occasione per parlarne è l’annuncio di fine riprese sul set del film a Cinecittà.

    Che strano chiamarsi Federico nasce grazie a un attento lavoro mnemonico portato avanti con passione da Scola, che scavando nel proprio trascorso riesuma ogni momento passato accanto all’amico Federico: dalla fine degli anni Quaranta, quando si conobbero presso la redazione del Marc’Aurelio (rivista satirica romana), alle visite sui set dei rispettivi film, alle cene a casa Scola (il regista racconta divertito di una cena a casa sua durante la quale Federico mangiò con cappotto, sciarpa e cappello per via dell’aria che entrava dalla cappa sopra i fornelli). Tutto viene narrato da un regista che con “debito e devozione” mette in scena una vera e propria “scenografia di ricordi”.

    Scola racconta come non sia stato semplice trovare attori che ricoprissero al meglio i ruoli dei due registi da giovani: “Gli attori, per quello che rappresentano, per quello che raccontano, dovevano essere più che degli strumenti mnemonici; possedere un cuore di attore non sarebbe bastato, avrebbero dovuto avere un forte interesse nel costruire qualcosa che riguardasse i personaggi. Tommaso Lazzotti (Fellini giovane) e Giacomo Lazzotti (Scola giovane) hanno dentro qualcosa che li anima, un’apertura alla sperimentazione e sicurezza nelle scelte che un giovane deve essere pronto a fare”.

    La curiosità di sapere come sarà il film, distribuito in sala il prossimo autunno da Bim e Istituto Luce, non appartiene solo a noi, ma anche allo stesso regista che afferma: “Non so realmente cosa ne verrà fuori. So che a me piacerà. Non so se questo basta. Sono comunque curioso di sapere che film sarà”.

    Giuditta Langone

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    Star Trek Into Darkness: Nuova luce nelle tenebre

    Un’avventura al confine tra innovazione e tradizione per l’astronave Enterprise. Ai comandi sempre il capitano Kirk, il signor Spock e il talento di J.J. Abrams.
    4stelle

    Quattro anni dopo l’Enterprise riprende il volo per portarci – o meglio riportarci – dove nessuno è mai stato prima. Al timone torna J.J. Abrams, alla sceneggiatura tre dei suoi collaboratori storici, Alex Kurtzman, Roberto Orci e l’altra eminenza oscura dell’amato e odiato Lost, Damon Lindelof. A metterci la faccia sono invece Chris Pine e Zachary Quinto, coppia ormai rodata, nelle vesti del capitano Kirk e del signor Spock, personaggi assurti al rango di icona dopo quasi 50 anni di onorata carriera vissuta tra grande e piccolo schermo.

    Per questo Star Trek Into Darkness, nuovo capitolo di uno dei franchise fantascientifici più famosi del mondo, Abrams e soci smettono, almeno in via ufficiosa, le vesti del prequel e virano più marcatamente sulla rotta di un reboot. L’intenzione dichiarata è quella di trasmettere il fascino della space opera creata da Gene Roddenberry a un pubblico giovane che, vuoi per motivi anagrafici, vuoi per la scarsa propensione al retrò, non ha potuto appassionarsi alle storiche serie televisive.

    E in Star Trek Into Darkness quest’opera di traduzione, come tutte le migliori traduzioni, si trasforma necessariamente in tradimento. La sceneggiatura riduce all’osso il canone della serie, usando come fondamenta le relazioni e i conflitti tra i protagonisti (non solo la “strana coppia” Kirk-Spock, degni di menzione anche il dottor McCoy e l’ingegner Scotty, interpretati da Karl Urban e Simon Pegg) e rinverdendo alcuni classici come il confronto, rigorosamente via schermo, tra capitani d’astronave prima della battaglia. Negli spazi lasciati vuoti dalla tradizione si inseriscono invece gli elementi nuovi. Ecco allora una sequenza iniziale che ricorda Avatar, un antagonista (Benedict Cumberbatch, algido e inquietante) più simile ai terroristi odierni che non a un tiranno intergalattico, scene catastrofiche degne di 2012 e duelli aerei che sembrano figli di Star Wars più che di Star Trek.

    Ma se Into Darkness si rivolge al nuovo spettatore non c’è assolutamente voglia di lasciare sulla terra i vecchi aficionados. E così la trama non lesina strizzatine d’occhio, cameo e riferimenti che solo i cultori più accaniti sapranno cogliere. Basterà ai fan di vecchia data per perdonare una versione non troppo ortodossa dei loro beniamini? Difficile fare previsioni visto che già 4 anni fa il nutrito mondo dei trekkie si spaccò in due.

    Quel che è certo è che Star Trek Into Darkness, a dispetto degli oltranzisti, è un film visionario e spettacolare, sicuramente più riuscito del suo fratello maggiore. E non è difficile immaginare che proprio grazie a questa nuova fatica l’Enterprise possa essersi guadagnata un altro quinquennio di avventure, come lascia presagire un finale nostalgico che ha anche il sapore di un inizio. Peccato solo che in plancia non ci sarà più un J.J. Abrams diretto verso altre galassie, regista dalla mano sempre più ferma e grande aspirante – nonché grande favorito – al titolo di re della fantascienza.

    Marcello Lembo

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