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    Il Globo d’Oro torna alle origini

    La 53a edizione del Globo d’Oro, presentata in una veste più vicina alle origini dalla Associazione della Stampa Estera in Italia, annuncia le sue novità: una giuria più numerosa, meno premi e una splendida festa a Palazzo Farnese per celebrare il Cinema Italiano; oltre a prestigiosi Premi alla Carriera assegnati a Giuseppe Tornatore e Franco Zeffirelli.

    Creato nel 1959 da tre firme prestigiose, John Francis Lane, Melton Davis e Klaus Rhüle, il Globo d’Oro è nato per rendere omaggio al cinema italiano, che all’epoca viveva un momento particolarmente creativo. Ancora oggi, il cinema italiano e’ un elemento essenziale per capire l’Italia e la sua cultura per i corrispondenti stranieri impegnati quotidianamente a raccontare la ricca e complicata realta’ di questo paese.

    Quest’anno, una giuria allargata composta da giornalisti provenienti da oltre 20 paesi e’ fiera di avere effettuato una rigorosa selezione che riflette la diversita’ della societa’ italiana.

    La giuria del Globo d’Oro ha visionato la maggior parte della produzione cinematografica italiana di questa stagione, da settembre 2012 a giugno 2013, dalla “Bella addormentata” di Marco Bellocchio, il primo film proiettato, a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, appena uscito in sala.
    In piu’, due giurie separate si sono occupate di documentari e cortometraggi.

    Il nuovo corso del Globo d’Oro restringe i premi unicamente a undici categorie, cortometraggi e documentari inclusi. Due i Premi alla Carriera che saranno attribuiti rispettivamente a Giuseppe Tornatore e a Franco Zeffirelli; e un Premio Speciale della Stampa Estera.

    “Mi fa piacere che sia stato deciso di tornare a quella che era l’idea originale del Globo d’Oro, ossia di premiare pochi film, privilegiando quelli che hanno qualche cosa da dire di significativo riguardo alla cultura e alla realtà italiana che noi giornalisti stranieri cerchiamo di capire e descrivere meglio che possiamo.” Ci ha detto John Francis Lane, autore del libro di memorie sul cinema italiano To Each His Own Dolce Vita (A ciascuno la sua Dolce Vita).

    “Il nostro premio nel 1960, fu assegnato ad un solo film, Un maledetto imbroglio, di Pietro Germi,” racconta Lane. “E sono ancora fiero di aver premiato un regista che, all’epoca, non era ancora famoso all’estero e che poi si sarebbe affermato con film come Divorzio all’italiana, rimasti delle pietre miliari del cinema di questo paese.”

    La serata di premiazione quest’anno si svolgerà il 3 luglio prossimo nella magnifica cornice di Palazzo Farnese, sede storica dell’Ambasciata di Francia in Italia, con una festa esclusiva dedicata al cinema italiano.

     

    FINALISTI GLOBO D’ORO
    Edizione 2012-13

    Premio alla Carriera
    Giuseppe Tornatore e Franco Zeffirelli

    Gran Premio della Stampa Estera
    Sara’ annunciato il 3 luglio a Palazzo Farnese

    Regia
    Roberto Ando’
    per Viva la liberta’
    Daniele Cipri’ per E’ stato il figlio
    Ivano De Matteo per Gli equilibristi
    Leonardo Di Constanzo per L’intervallo
    Paolo Sorrentino per La grande bellezza

    Sceneggiatura
    Roberto Ando’ e Angelo Pasquini per Viva la Liberta’
    Bernardo Bertolucci, Niccolo’ Ammaniti, Umberto Contarello e Francesca Marciano per Io e te
    Ivano De Matteo per Gli equilibristi
    Giorgia Farina e Fabio Bonifacci  per Amiche da morire
    Michele Placido, Toni Trupia e Leonardo Marini per Itaker

    Fotografia
    Luca Bigazzi
    per La grande bellezza
    Daria D’Antonio per I padroni di casa
    Marco Onorato per Reality
    Italo Petriccione per Educazione siberiana
    Fabio Zamarion per La migliore offerta

    Musica
    Aldo e Pivio De Scalzi
    per Razzabastarda
    Lele Marchitelli
    per La grande bellezza
    Ennio Morricone per La migliore offerta
    Mauro Pagani
    per Educazione siberiana
    Franco Piersanti per Io e te

    Attore
    Aniello Arena per Reality
    Alessandro Gassman per Razzabastarda
    Luca Marinelli per Tutti i santi giorni
    Valerio Mastandrea
    per Gli equilibristi
    Toni Servillo per La grande bellezza

    Attrice
    Margherita Buy
    per La scoperta dell’alba
    Federica Victoria Caiozzo in arte Thony per Tutti i santi giorni
    Laura Chiatti
    per Il volto di un’altra
    Claudia Gerini per Amiche da morire
    Jasmine Trinca per Miele

    Opera Prima
    Leonardo Di Costanzo
    per L’intervallo
    Alessandro Gassman per Razzabastarda
    Valeria Golino per Miele

    Documentario
    Francesco Cordio
    per Lo stato della follia
    Filippo Soldi per Suicidio Italia
    Annalisa Piras per Girlfriend in a coma

    Cortometraggio
    Gianpiero Alicchio
    per L’appuntamento
    Flavio Costa per Pre carità
    Enrico Iannaccone  per L’esecuzione
    Piero Messina per La prima legge di Newton

     

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    Amore Carne: Destinazione… se stessi

    Il viaggio in soggettiva di Delbono dentro e fuori di se .
    2stelle
    Esce nelle sale il 27 giugno  la sfida più grande dell’attore e regista teatrale Pippo Delbono, Amore Carne, film interamente girato con un telefonino.
    Un percorso  partito da una camera d’albergo di Parigi passando per Budapest, Birkenau e L’Aquila, un viaggio dove si intrecciano tessuti del mondo contemporaneo, in cui il telefonino di Delbono registra momenti unici e incontri straordinari, tra cui Bobò, l’attore sordomuto o il compositore musicista Alexander Balanescu; tutti testimoni che raccontano la loro personale visione dell’universo, mostrandola attraverso la musica, i gesti e il silenzio. Amore, poesia, passione, ombra, dolore, tragedia e rinascita.
    Il desiderio del regista è quello di trasformare le sue ferite in una nuova linfa, di riuscire a vedere il mondo in modo diverso proprio attraverso le sue cicatrici e di riuscire a mostrarlo attraverso un telefonino, che ha la capacità di non creare imbarazzo, perché le persone che sono filmate non guardano mai in camera, ma guardano la persone che tiene la macchina.
    E’ difficile classificare questa nuova pellicola, documentario, commedia, film musical, costruzione coreografa: sicuramente, però la musica ricopre un ruolo fondamentale. Tutto riconduce alla musica, è la base, il collante di tutto il film, persino il titolo deriva da un testo lirico di Rimbaud; un’inquietudine dell’anima, un desiderio di luce, di spiritualità, un amore che non può e non riesce a staccarsi dalla carne.
    Delbono ha finalmente deciso di raccontare tutto di sè, senza più timori e indugi, spietato con se stesso e con il mondo, ma sempre prendendosi in giro con grande ironia, ed è riuscito a farlo solo dopo la morte della madre, filo conduttore che lega le sue ultime esperienze artistiche, ma alla quale ha sempre tenuto nascosto la parte più intima e nascosta di se stesso.

    Antonella Ravaglia

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    Locarno omaggia Sergio Castellitto

    L’attore, regista e sceneggiatore italiano Sergio Castellitto sarà omaggiato con un Pardo alla carriera durante la 66a edizione del Festival del film Locarno, che avrà luogo dal 7 al 17 agosto 2013.
    L’annuncio il 6 giugno, da parte del Direttore artistico Carlo Chatrian in occasione del tradizionale Ricevimento all’Ambasciata di Svizzera a Roma, in presenza dell’Ambasciatore Bernardino Regazzoni e Signora Maria Cristina e del Presidente del Festival Marco Solari.

    L’Omaggio a Sergio Castellitto – che era già stato sulla celebre Piazza Grande della città svizzera, anche se solo sullo schermo, in occasione della proiezione di Ricette d’amore di Sandra Nettelbeck nel 2001 – prevede una conversazione con l’artista aperta al pubblico del Festival e la presentazione di cinque opere che saranno l’occasione per ripercorrerne la carriera: Chi lo sa? di Jacques Rivette (2001), L’ora di religione di Marco Bellocchio (2002), Alza la testa di Alessandro Angelini (2009), così come La bellezza del somaro (2010) e Venuto al mondo (2012, presentato in prima svizzera) diretti da Castellitto.

    Il Direttore artistico del Festival del film Locarno Carlo Chatrian dichiara: “Il riconoscimento a Sergio Castellitto, attore e regista, non è solo un modo per ripercorrere una carriera che ha saputo collegare due epoche distinte del cinema italiano, quella dei mostri sacri (Monicelli, Ferreri, Mastroianni…) e quella dei nuovi registi (Amelio, Bellocchio, Virzì), per poi trovare un proprio percorso creativo. Che sia al servizio di registi italiani e stranieri o impegnato in proprie produzioni, Sergio Castellitto rappresenta quel cinema italiano di qualità che ha molto da raccontare anche oltre i suoi confini, quello stesso cinema che mi piacerebbe portare a Locarno attraverso proposte magari meno celebri ma altrettanto originali”.

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    The Bay: Il terrore corre sul filo… dell’acqua

    Inquinamento ambientale, rifiuti tossici, acqua, paura e batteri carnivori. Questi gli ingredienti principali del nuovo film di fantascienza del regista Barry Levinson,The Bay, dal 6 giugno nelle sale italiane.
    3stelleemezzo

    Presentato al Toronto International Film Festival nel settembre 2012, The Bay è un horror puro, estremamente diverso dallo stile a cui Levinson ci aveva abituato nei suoi precedenti film come Rain Man, Disastro a Hollywood o L’Uomo dell’Anno. Un progetto completamente nuovo, dove l’uso di found footage, conferisce un tono molto più realistico a tutta la vicenda.
    Nella piccola cittadina di Claridge, situata nella baia di Chesapeake,  gli abitanti si stanno preparando a festeggiare il 4 luglio. Tra giochi, gare e balli, tutto sembra andare per il meglio, ancora non sanno che il loro bene più prezioso, ciò che gli ha fruttato turismo, clienti, ciò che ha dato la vita a tutto si sta per trasformare nel loro nemico mortale: l’acqua. L’alto livello di tossicità, l’elevato tasso d’inquinamento collegato al rilascio nell’ambiente di ingenti quantità di escrementi di polli degli allevamenti vicini, provocano la proliferazione di un parassita che si propaga molto velocemente divorando gli organi interni di ogni essere vivente. Due biologi cercano di avvertire il sindaco, che per non gettare nel panico l’intera comunità, insabbia la notizia ritardando l’inevitabile catastrofe.
    Girato interamente con un budget ridotto, senza attori famosi e usando camere commerciali come iPhone o le fotocamere Point&Shoot per rendere il linguaggio visivo autentico del filmato amatoriale, The Bay piacerà molto a chi ha a cuore le sorti del pianeta.
    Un film documentario dunque, che mescola fatti realmente accaduti, come la moria di centinaia di pesci o improvvise eruzioni cutanee sulla pelle di ignari bagnanti, a dei fatti che potrebbero realmente accadere, creando una sorta di fiaba ammonitrice.

    Antonella Ravaglia

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    Ettore Scola racconta Federico Fellini… in un film

    Il regista di pellicole cult come C’eravamo tanto amati torna alla regia per celebrare, a vent’anni dalla scomparsa, Federico Fellini, in un film/ritratto, Che strano chiamarsi Federico, scritto a sei mani insieme a Paola e Silvia Scola.

    “Avevo promesso di non fare più film, l’ultimo è del 2003. Sono riuscito a tenere fede a quello che avevo detto per una serie di motivi, tra i quali quello di non riuscire più a riconoscere nessuna delle logiche che mi avevano guidato fino a quel momento. Così per motivi psicologici e politici non riuscivo più a fare cinema…a fare film…ma questo infatti non è un film…non è un documentario”. E invece Ettore Scola il cinema è tornato a farlo e quelli che lo hanno portato a venir meno alla sua promessa sono Roberto Ciccutto, “persona implacabile”, Felice Laudadio e le sue figlie Paola e Silvia. Il risultato è Che strano chiamarsi Federico, lungometraggio nato per omaggiare Federico Fellini e per raccontare il proprio rapporto con “un uomo contraddistinto da grande determinazione e da un’infinita visionarietà”. L’occasione per parlarne è l’annuncio di fine riprese sul set del film a Cinecittà.

    Che strano chiamarsi Federico nasce grazie a un attento lavoro mnemonico portato avanti con passione da Scola, che scavando nel proprio trascorso riesuma ogni momento passato accanto all’amico Federico: dalla fine degli anni Quaranta, quando si conobbero presso la redazione del Marc’Aurelio (rivista satirica romana), alle visite sui set dei rispettivi film, alle cene a casa Scola (il regista racconta divertito di una cena a casa sua durante la quale Federico mangiò con cappotto, sciarpa e cappello per via dell’aria che entrava dalla cappa sopra i fornelli). Tutto viene narrato da un regista che con “debito e devozione” mette in scena una vera e propria “scenografia di ricordi”.

    Scola racconta come non sia stato semplice trovare attori che ricoprissero al meglio i ruoli dei due registi da giovani: “Gli attori, per quello che rappresentano, per quello che raccontano, dovevano essere più che degli strumenti mnemonici; possedere un cuore di attore non sarebbe bastato, avrebbero dovuto avere un forte interesse nel costruire qualcosa che riguardasse i personaggi. Tommaso Lazzotti (Fellini giovane) e Giacomo Lazzotti (Scola giovane) hanno dentro qualcosa che li anima, un’apertura alla sperimentazione e sicurezza nelle scelte che un giovane deve essere pronto a fare”.

    La curiosità di sapere come sarà il film, distribuito in sala il prossimo autunno da Bim e Istituto Luce, non appartiene solo a noi, ma anche allo stesso regista che afferma: “Non so realmente cosa ne verrà fuori. So che a me piacerà. Non so se questo basta. Sono comunque curioso di sapere che film sarà”.

    Giuditta Langone

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    Star Trek Into Darkness: Nuova luce nelle tenebre

    Un’avventura al confine tra innovazione e tradizione per l’astronave Enterprise. Ai comandi sempre il capitano Kirk, il signor Spock e il talento di J.J. Abrams.
    4stelle

    Quattro anni dopo l’Enterprise riprende il volo per portarci – o meglio riportarci – dove nessuno è mai stato prima. Al timone torna J.J. Abrams, alla sceneggiatura tre dei suoi collaboratori storici, Alex Kurtzman, Roberto Orci e l’altra eminenza oscura dell’amato e odiato Lost, Damon Lindelof. A metterci la faccia sono invece Chris Pine e Zachary Quinto, coppia ormai rodata, nelle vesti del capitano Kirk e del signor Spock, personaggi assurti al rango di icona dopo quasi 50 anni di onorata carriera vissuta tra grande e piccolo schermo.

    Per questo Star Trek Into Darkness, nuovo capitolo di uno dei franchise fantascientifici più famosi del mondo, Abrams e soci smettono, almeno in via ufficiosa, le vesti del prequel e virano più marcatamente sulla rotta di un reboot. L’intenzione dichiarata è quella di trasmettere il fascino della space opera creata da Gene Roddenberry a un pubblico giovane che, vuoi per motivi anagrafici, vuoi per la scarsa propensione al retrò, non ha potuto appassionarsi alle storiche serie televisive.

    E in Star Trek Into Darkness quest’opera di traduzione, come tutte le migliori traduzioni, si trasforma necessariamente in tradimento. La sceneggiatura riduce all’osso il canone della serie, usando come fondamenta le relazioni e i conflitti tra i protagonisti (non solo la “strana coppia” Kirk-Spock, degni di menzione anche il dottor McCoy e l’ingegner Scotty, interpretati da Karl Urban e Simon Pegg) e rinverdendo alcuni classici come il confronto, rigorosamente via schermo, tra capitani d’astronave prima della battaglia. Negli spazi lasciati vuoti dalla tradizione si inseriscono invece gli elementi nuovi. Ecco allora una sequenza iniziale che ricorda Avatar, un antagonista (Benedict Cumberbatch, algido e inquietante) più simile ai terroristi odierni che non a un tiranno intergalattico, scene catastrofiche degne di 2012 e duelli aerei che sembrano figli di Star Wars più che di Star Trek.

    Ma se Into Darkness si rivolge al nuovo spettatore non c’è assolutamente voglia di lasciare sulla terra i vecchi aficionados. E così la trama non lesina strizzatine d’occhio, cameo e riferimenti che solo i cultori più accaniti sapranno cogliere. Basterà ai fan di vecchia data per perdonare una versione non troppo ortodossa dei loro beniamini? Difficile fare previsioni visto che già 4 anni fa il nutrito mondo dei trekkie si spaccò in due.

    Quel che è certo è che Star Trek Into Darkness, a dispetto degli oltranzisti, è un film visionario e spettacolare, sicuramente più riuscito del suo fratello maggiore. E non è difficile immaginare che proprio grazie a questa nuova fatica l’Enterprise possa essersi guadagnata un altro quinquennio di avventure, come lascia presagire un finale nostalgico che ha anche il sapore di un inizio. Peccato solo che in plancia non ci sarà più un J.J. Abrams diretto verso altre galassie, regista dalla mano sempre più ferma e grande aspirante – nonché grande favorito – al titolo di re della fantascienza.

    Marcello Lembo

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    Manuela Arcuri è Pupetta

    Luciano Odorisio dirige Pupetta, il coraggio e la passione. La fiction con Manuela Arcuri, Barbara De Rossi e Eva Grimaldi  andrà in onda su Canale 5 dal 6 giugno per quattro puntate.

    La fiction non va in vacanza. Almeno quella targata Mediaset. Arriva infatti, su Canale 5 dal 6 giugno per quattro prime serate Pupetta, il coraggio e la passione per la regia di Luciano Odorisio. Protagonista Manuela Arcuri nei panni di Assunta Maresca detta Pupetta e la sua ribellione contro le regole maschiliste e la mafia nella Napoli anni ‘50. La serie si ispira alla storia tristemente vera di Assunta Maresca; nel cast anche  Tony Musante, Massimiliano Morra e Barbara De Rossi e Eva Grimaldi. Ecco cosa ci hanno raccontato il regista e la Arcuri.

    Odorisio, può parlarci della fiction?
    Luciano Odorisio: È una grande passione, siamo negli anni 50-60, una storia che all’epoca fece scalpore e m’impressionò. Una grande emozione per me mettere insieme uno spaccato romanzato, d’altronde siamo in una fiction! Lavorare con degli attori così è stato bellissimo, Massimiliano, Christopher Leoni, Eva Grimaldi e la protagonista Manuela Arcuri. Più passa il tempo, più diventa brava!

    Manuela com’è stato entrare nel controverso personaggio di Pupetta?
    Manuela Arcuri: Per me è stata una bella prova, non potevo essere me stessa. Una donna coraggiosa con un carattere ribelle, che va contro la sua famiglia patriarcale anni ‘50, dove le donne erano succubi. E’stato un ruolo bellissimo, perché capita un po’ di tutto. Sono soddisfatta di aver interpretato questa storia, per me il personaggio più complesso.

    Manuela qual è stata la scena più difficile?
    M. A. : La difficoltà più grande è stata recitare con l’accento napoletano. Il lavoro maggiore è stato di certo questo. Per quanto riguarda le scene, ce ne sono state molte , ma sicuramente la scena dell’assassinio è stata forte.  Nel momento in cui scendevo dalla macchina  per sparare mi tremavano le gambe! Era tutto finto, ma per me è stato come  se stessi veramente vivendo quel momento!

    Elisa Solofrano

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    Ugo Gregoretti, a Bellaria rivive il mito RoGoPaG

    E’ un piacere incontrare Ugo Gregoretti, invitato d’eccezione al Bellaria Film Festival per presentare la proiezione di RoGoPaG e presiedere la Giuria del concorso Itallia Doc dell 31esima edizione della manifestazione dedicata ai documentari.
    Ideatore di Controfagotto e Il Circolo Pickwick, è stato autore e regista televisivo, teatrale, cinematografico, persino lirico, sempre con una grande ironia come cifra stilistica e una spiccata capacità di osservazione della nostra società. A Bellaria è stato anche l’Ospite d’Onore della serata conclusiva di premiazione, che prevedeva la proiezione dell’edizione restaurata di un classico del 1963, Ro.Go.Pa.G., film a episodi che affiancava Gregoretti a Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard e Pierpaolo Pasolini.
    E’ lo stesso Ugo, acciaccato (per una infiammazione del nervosciatico e per – come dice lui – uno sgambetto della moglie), ma lucidissimo e spiritoso, a raccontare quell’esperienza introoducendo il film, a partire dal titolo:

    Tre su quattro, Sono le sillabe iniziali degli autori – Ro per Rossellini, Go per Godard, Pa per Pasolini – dei tre episodi più il quarto, il mio, presente con la sola G. A me divertiva la cosa, anche perché io ero il più giovane in quella compagnia, e potevo accontentarmi anche solo di una consonante. Poi mi dicevano, pensando di dovermi consolare, che altrimenti sarebbe parso un ruggito: Rogopagrrrrrr! Poteva essere un fastidio per lo spettatore…

    Però in realtà questo titolo non era stato pensato, studiato, dagli autori…
    Era la sigla con cui il ragioner Taito della casa di produzione Arcofilm del produttre Alfredo Bini; siccome ancora non si sapeva quale sarebbe stato il titolo, ricorse al sistema che si usava sin da allora di dare un titolo provvisorio per fare tutte le pratiche al ministero. Non sapendo quale mettere, mise brraticamente le sillabe iniziali come su un documento assoluamente privo di qualsiasi appeal artistico. Poi una volta Rossellini venne, che già avevamo cominciato a girare, e chiese cosa fosse questo Rogopag. Il ragioniere precisò che era una sigla provvisoria che aveva usato per poter avere il permesso di iniziare la lavorazione, ma Rossellini disse: ma questo è un titolo bellissimo, nuovo, innovativo! Altro che provvisorio!
    Il produttore si convinse, ma era così spaventato da questi tre mostri sacri, e mezzo, che non si sarebbe mai sognato di fare altrimenti.

    L’episodio di Pasolini è per altro alla base di un ulteriore nota storica sul titolo…
    La ricotta di Pasolini, con Orson Wells, diventato poi un oggetto di venerazione da parte dei cinephiles amanti del regissta, è un titolo ormai consacato, ma allora Pasolini ebbe un incidente. La destra più becera e violenta, in quel periodo, aveva preso l’abitudine di insultare, calunniare e diffamare Pasolini  perché era di sinstra ed era omosessuae. Quando uscì il film, una sedicente – e forse inesistente – organizzzione di padri di famiglia lo denunciò per vilipendio alla religione e altro, oltre a tutte le calunnie che i rappresentanti dell’estrema destra facevano piovere su Pasolini come fossero reati realmente consumati. Fu per esempio accusato di aver rapinato un benzinaio, e il ragazzotto che era stato indotto a denunciarlo lo rappresentò secondo una iconografia convenzionale del bandito, con il giubbotto nero, la coppola e il fazzoletto sulla bocca.
    In primo grado fu condannato, ma in secondo poi assolto, ma il giudice volle castigare comunque il film, che intanto era stato ritirato dal circuito, cambiandogli il titolo, che diventò: laviamoci il cervello, che pur essendo il titolo giuridico nessuno conosce, mentre invece Ro.Go.Pa.G resiste gagliardamente a tutte queste disavventure.

    1953. L’anno del Boom di Zampa con Sordi, ma il pollo ruspante – che chiude RoGoPaG- con Lisa Gstoni, un giovanissimo Ricky Tognazzi e un Ugo nella sua maturità artistica, è la storia di una gita domenicale di una coppia che sogna in grande nell’anno cruciale di quel boom…
    E’ l’Italia di questo film, quella dei primi vagiti del consumismo in una società che da contadina è diventata assai affrettatamente industriale e dove si trapianta la cultura del consumo. Il fim stesso è inserito in una letteratura della quale l’Italia era completamente sprovvista, a differenza degli Usa, per esempio.
    Confrontandomi con Rossellini – il manager del gruppo – avremmo voluto fare di questo film una sorta di quadrittico del consumismo all’italiana, visto nel suo sorgere. Al centro della struttura un conferenziere, di quelli molto preparati e che ha vissuto in America, che però dovrebbe sembrare un extraterrestre che fa una conferenza a una parte di importanti industriali e capitalisti, prevalentemente lombardi; e questo spiega tutte le dinamiche della manipolazioe dei desideri affinché il consumatore medio desiderasse consumare sempre di più, secondo modelli nuovi e venendo calato nel pozzo del consumo.
    Tognazzi era il consumatore, Lisa gastone la moglie e io avevo bisogno di uno che facesse i conferenzeie…
    Ma il produttore mi metteva fretta dicendomi che se non l’avessi trovato entro pochi giorni avremmo chiuso il film senza la conferenza; ma il film sarebbe rimasto senza le gambe!
    Non volevo il solito grande attore, ma non sapevo nemmeno io bene cosa cercassi. Una mattina arrivati sul set, all’aperto, mentre si lavorava all’ambientazione con i giardinieri, sentii una voce. Robotica, astrale. Mi affrettai, convinto di aver trovato la voce del mio conferenziere. Era un signore di mezza età che dava ordini ai suoi giardinieri: il commendator Ceccotti, il re dei giardini nel cinema a Roma. Era venuto a fare queste operazioni per le noste ripese ché dovevamo piantare dei cavoli e dei piccoli pini. Decisi di rischiare, e mi avvicinai a lui per descrivergli questo personaggio di ‘grande intellettuale marziano’ per cui lui sarebbe stato adattissimo se avesse accettato la parte nel film, il che voleva dire leggere una conferenza con questo strano amplificatore, che portava per aver avuto una operazione alle corde vocali. Mi vergognavo di chiedere a lui, menomato, di venire a fare il buffone nel film; mi aspettavo mi girasse le spalle, e invece la risposta fu positiva e entusiastica tanto che mi volle dimstrare di esser in grado, con quell’apparecchio, di non solo parlare e farsi capire, ma anche di fare le pernacchie, come mi dimostrò ampiamente.

    E Godard, invece, vi siete incontrati?
    In occasione di RoGoPaG lui era a Parigi… Ma in fondo era stato lui il promotore iniziale ed aveva apprezzato il mio primo film, I nuovi angeli, uscito qualche mese prima. E lui girò questo episodio che però – insieme a quello di Rossellini – incontrò meno favore de La ricotta e de Il pollo ruspante. Per altro Godard si fece promotore di un altro film che si chiamava “Le prime truffe del mondo”, al quale lui teneva molto, con storie di imbrogli e imbroglioni, e i cui registi erano Chabrol, che aveva fatto l’episodio di un furbacchione di Parigi che cercava di vendere la Torre Eiffell a due sposini di provincia, io, con ‘Foglio di via’, Polanski, che per la prima volta girava in occidente, e un giapponese. Ma quello di Godard era talmente brutto che fu tagliato. E visto che era stato lui stesso a proporne il taglio, noi dicevamo che il suo era l’episodio ‘evirato’…

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    31. Bellaria Film Festival: ecco i vincitori

    Annunciati i vincitori del 31. Bellaria Film Festival. La giuria del Concorso Italia Doc composta da Maurizio Carta, Marina Collaci, Giovanni Giommi, Ugo Gregoretti e Miriam Mauti assegna il premio per miglior documentario italiano a In Utero Srebrenica di Giuseppe Carrieri con la seguente motivazione: “Poetico e terribile, capace di unire l’indagine documentaria all’estro artistico. Forte nel dare voce a storie di orrore che vorremmo non sapere, nell’offrire l’orecchio a così tanto dolore”.
    Menzione speciale a Le cose belle di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno “per la struttura narrativa ben articolata, la capacità di riferire della chiusura di speranze dei giovani italiani evitando ogni stereotipo”.
    Altra menzione speciale a Il libraio di Belfast: “Per la ricchezza del personaggio e la capacità di raccontare, attraverso la vita di un individuo, la lunga e difficile storia di una città”.

    La giura del Concorso Radio Doc composta da Roberto Antonini, Pinotto Fava e Federica Manzitti premia miglior documentario radiofonico Africa Bianca di Barbara D’Amico e Fabio Lepore con la seguente motivazione: “Per l’interesse che suscita il protagonista e la sua storia, e i diversi registri del sonoro: il buon uso della presa diretta, il montaggio notevole ed essenziale e l’utilizzo di materiali d’archivio”.
    Menzione Speciale Radio Doc a Italia-Romania: in viaggio con le badanti di Flavia Piccinni con la seguente motivazione: “Per il livello di intimità delle testimonianze di notevole rilevanza sociale associato ad un ambiente sonoro che ci porta in viaggio insieme alle protagoniste in un’Europa a due velocità”.
    Menzione speciale Casa Rossa assegnata dai ragazzi del DAMS di Bologna guidati da Paolo Angelini va a Le cose belle di Piperno e Agostino Ferrente con la seguente motivazione: “Perché ha espresso attraverso le immagini di una Napoli non stereotipata ee problematiche particolarmente vicine alla nostra genrezione con estrema e cruda realtà”.

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    Pieraccioni, nella casa c’e’ ‘Un fantastico viavai’..

    Operazione nostalgia per Leonardo Pieraccioni che batte il primo Ciak di una commedia natalizia, scanzonata e scacciapensieri, in uscita il 12 dicembre, distribuita da 01.
    Ancora una volta doppia fatica, regia e interpretazione da protagonista mattatore per il comico toscano che il 3 giugno sarà sul set di Arezzo con “Un fantastico via vai”, questo il titolo della commedia.
    Dice di non capire molto di politica, ma non si tira indietro quando si presenta l’occasione di scherzare e fare battute sui protagonisti attuali della scena, a cominciare da Matteo Renzi e Beppe Grillo. “Renzi e Grillo? – dice –li prenderei al posto di Ceccherini e Papaleo”,
    Io non capisco niente di politica – ha precisato Pieraccionima Renzi mi sembra prossimo a mettersi la mano nel cappotto e credersi Beppe Grillo. La politica in Italia è ridotta a un reality, entrano personaggi di quel mondo, escono quelli che non servono più, arriva il rottamatore, c’è chi vota Grillo pensando in un cambiamento e lo ritrova a controllare gli scontrini”.
    La parentesi ‘politica del comico toscano finisce con una considerazione: “In Italia ci sono autori fortissimi, come Sorrentino o Virzì, che hanno il dovere di raccontare la società. Noi saltimbanchi puri, invece, con grazia, dobbiamo raccontare storie per divertire il pubblico, che va coccolato soprattutto in questo periodo, con la vita sempre più dura”.
    Ecco perché, insieme ad un manipolo dal tasso di comicità indiscutibile, da Serena Autieri a Maurizio Battista, passando per Ceccherini e Panariello, il comico e regista toscano racconta la storia di Arnaldo, bancario, padre e marito felice, ma un po’ annoiato dalla routine, che dopo essere stato cacciato, per un equivoco, dalla moglie (Autieri), decide di prendere una stanza in un appartamento di studenti e si ritrova così in quell’atmosfera dei vent’anni, di cui sentiva nostalgia. Sulla storia si innesta anche il misterioso furto di una caravella di Colombo…
    Scritto per la prima volta con Paolo Genovese,”Un fantastico via vai” tuttavia non si rifa’ al primo indiscusso successo di Pieraccioni, ‘I laureati’.
    Non c’entra niente con il mio primo film – si affretta a precisare Pieraccioni – anche se nella trama c’é un piccolo riferimento, quando rifaccio la corsa dal ristorante per non pagare il conto. Stavolta, però, con gli anni in più il cameriere mi prende…
    Il film “é un affresco che spero piacerà a quelli della mia età, dai 30 ai 50 anni, ma anche a quelli dai 20 ai 30… ognuno può avere una sua chiave di lettura”.

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