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    World War Z: avventura mozzafiato tra gli zombie per Brad Pitt

    Incolla alla poltrona dal primo all’ultimo minuto il thriller d’azione di Marc Forster, merito della perfetta combinazione tra spettacolo e sentimenti.
    5stelle

    Parte con l’acceleratore schiacciato e non perde mai un colpo, il thriller fantapolitico condito d’azione e orde di zombie World War Z di Marc Forster (Quantum of Solace, Neverland, Vero come la finzione). Motore della storia una misteriosa epidemia che invade il mondo e trasforma in zombie le proprie vittime. Eroe suo malgrado è un ex agente delle Nazioni Unite, Gerry Lane, costretto ad una corsa contro il tempo in giro per il globo per cercare una cura in grado di debellare il virus, fermare l’epidemia e salvare il pianeta, ma soprattutto la sua famiglia.
    Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Max Brooks (figlio di Mel e Anne Bancroft), il film, come accade nella migliore tradizione, tradisce nella struttura narrativa il romanzo, ma ne conserva lo spirito profondo e ne restituisce amplificata la tensione.
    World War Z incolla alla poltrona dal primo all’ultimo minuto e questo grazie alla sapiente combinazione d’intrattenimento ed umanità, di una commistione perfetta tra action, zombie-movie, thriller fantapolitico e sociologico.
    Le scene d’azione sono da cardiopalma, la tensione dosata con maestria, gli effetti funzionali alla storia e costante l’attenzione al ‘fattore umano’.
    E’ proprio quest’ultima a fare la differenza. Non aspettatevi il solito film sugli zombie, un action tutto adrenalina e niente cuore, ma un thriller raffinato, in cui la componente umana la fa da padrone ed è la punta di diamante di un film complesso, affascinante e coinvolgente.
    Ottima prova d’attore per Brad Pitt, qui protagonista e produttore, maturo ed intenso. Di una tenerezza commovente nelle scene con la famiglia, atletico, scaltro (e anche molto fortunato) nelle scene più pericolose.
    Scelto con grande cura il resto del cast, anche nei piccoli ruoli. Mireille Lenos regala una madre sensibile e al tempo stesso grintosa (ma dal pessimo tempismo quando si tratta di chiamare al cellulare suo marito), David Morse un cammeo degno di Hannibal e anche il nostro Pierfrancesco Favino fa il suo, rendendoci orgogliosi rappresenti il cinema italiano all’estero.
    Marc Foster si dimostra un regista capace di spaziare tra i generi e di orchestrare alla perfezione grande spettacolo e sentimenti. Insomma, World War Z è grande cinema, di quello che non si dimentica facilmente, perché lascia gli occhi ed il cuore appagati.
    Shhh! Silenzio in sala, cellulari spenti… il rumore potrebbe destare qualche zombie. Di questi tempi non si sa mai.

    Maria Stella Taccone

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    Calvagna, paura al ‘Multiplex’

    Il film segna il ritorno di Stefano Cavagna al cinema e saluta il suo affacciarsi su un genere cult: il thriller. Abbiamo incontrato il regista e il protagonista, Tiziano Mariani, che ci hanno raccontato qualcosa sulla produzione del film.

    Calvagna, com’è nato questo film? E’ vero che si ispira ad una storia vera?
    Stefano Calvagna: L’Uci Cinemas mi chiese di fare un film all’interno del multisala di Parco Leonardo, a Roma. L’idea non mi ha particolarmente colpito, ma ho voluto affrontare la sfida. Il film è nato in due settimane e con gli attori abbiamo avuto modo di prepararci in modo eccellente. Lo stesso finale mi è venuto in mente in fieri. Una mia amica mi ha raccontato questa storia accaduta a Boston. Non ci sono stati omicidi nella realtà, perchè la guardia del cinema di Boston disturbava la clientela, ma non è arrivato a tanto. Nonostante ciò ha creato non pochi problemi. Questo fatto mi ha ispirato e ho voluto costruirci su una storia.

    Si è misurato con un genere cult, il thriller. Quali sono i rimandi ad altri film del genere? Conosce il film “L’angoscia” di Bigas Luna, che tratta lo stesso argomento, cioè una serie di delitti commessi in un cinema?
    S.C.: Il thriller mi stimolava, è un genere che mi è sempre piaciuto. Nonostante il budget abbiamo tirato fuori qualcosa di buono che mi ha convinto sin da subito. Quando i ragazzi sono in sala, il film che vedono è un cult, “Fatal Frames”, che meglio si prestava ad essere inserito nel mio film.  In merito al film di Bigas Luna, non l’ho visto, anzi, ho saputo della sua esistenza solo dopo aver girato “Multiplex”. La mia preoccupazione era quella di entrare in un meccanismo di pathos generale, che deve essere alla base della lavorazione di un thriller. Ho rivisto lo script più volte, in modo da creare un film che fosse veramente un thriller. Molte scene sono state create pochi minuti prima di girare e ci sono stati diversi cambiamenti nel corso della lavorazione. Ho concentrato la mia attenzione anche sul delicato tema dello sdoppiamento della personalità, facendomi aiutare anche da uno psicologo.

    Tiziano Mariani, lei nel film interpreta il personaggio di Niccolò, ragazzo con forti problemi psicologici. Come ha affrontato la preparazione di questo personaggio?
    Tiziano Mariani: Il personaggio di Niccolò mi ha aiutato molto a capire di me. Niccolò si muove per istinti, quelli che abbiamo tutti durante la nostra vita quotidiana. A parte la preparazione personale, la fortuna di lavorare in questo luogo che emanava un’atmosfera molto particolare, mi ha aiutato molto ad entrare nel personaggio. La preparazione è stata molto difficile: ho cambiato il mio stile di vita prima delle riprese e questo mi ha già molto aiutato a rapportarmi con questo ragazzo. Mi sono riallacciato a delle dinamiche personali e poi mi hanno aiutato anche le atmosfere della location. Il cambio repentino sia nello sguardo che nella rigidità fisica, però, non ho voluto prepararlo, ma ho voluto che fosse una sorpresa non solo per il cast, ma anche per me. Ad ispirarmi è stato il Christian Bale di “American Psycho”.

    Augusto D’Amante

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    Blood: La colpa non basta

    Dopo il buon esito di 1921-Il mistero di Rockford, Nick Murphy torna alla regia con un thriller psicologico dalle sfumature noir. In uscita nelle sale italiane il 27 giugno.
    2stelle

    Cosa avviene quando la rabbia offusca la ragione e il desiderio di giustizia prevarica sulla moralità? Si commettono errori, si cade nell’oblio della colpa dove niente sarà più come prima. Questo è ciò che accade a due fratelli, Joe e Chrissie Fairburn (Paul Bettany e Stephen Graham) entrambi detective, che dopo un omicidio lasciato impunito decidono di farsi giustizia da soli uccidendo uno dei maggiori sospettati. Ma quando si scoprirà che il colpevole in realtà è un altro, i due sprofonderanno sotto l’insostenibile peso di una macchia di sangue troppo grande per poter essere nascosta.

    Ambientato sulle coste ventose dell’isola di Hilbre e interpretato da un cast rappresentativo del cinema inglese (tra cui Brian Cox, nel ruolo di Lenny Fairburn, padre di Joe e Chrissie nonché ex capo del dipartimento di polizia, e Mark Strong) Blood è un film in cui il dualismo tra lo spazio incontaminato – l’isola è raggiungibile solo quando la marea si ritira – e la natura fragile e multiforme dell’uomo comporta uno sconfinamento nel dramma morale, non riuscendo così a stimolare pienamente la tensione emotiva degli appassionati del genere.

    Sebbene Murphy abbia deciso di dedicare (quasi tutta) la sua attenzione agli aspetti psicologici dei protagonisti, il film non è completamente spoglio di momenti di suspense (che comunque faticano ad arrivare) e non mancano interpretazioni degne di nota come quella di Paul Bettany che costruisce un personaggio denso di sfumature caratteriali proprie di un uomo vanamente in lotta contro il senso di colpa che lo divora.

    Eternamente sovrastati da nuvole basse e battuti da venti instancabili, i paesaggi, sapientemente fotografati da George Richmond (operatore di fama internazionale, ha lavorato con Steven Spielberg, Oliver Stone, Woody Allen), regalano al film un’atmosfera plumbea ed eterea che è forse l’elemento più interessante della seconda pellicola di Murphy.

    Giuditta Langone

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    Salvo, da Cannes alle sale

    Ci sono voluti un cortometraggio, cinque anni e due premi allo scorso Festival di Cannes dove il film è stato presentato alla 52° Semaine de la critique, prima che il sogno della sala potesse diventare realtà:  dal 27 giugno Salvo arriva nei cinema grazie alla Good Films. Così i registi, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, e il produttore Massimo Cristaldi raccontano questo lungo cammino.

    L‘elemento visivo del film è preponderante. Come era scritta la sceneggiatura? Quanto era dettagliata? Che tipo di lavoro avete fatto?
    Massimo Cristaldi: E’ il copione più bello che abbia letto negli ultimi cinque anni; raramente capitano delle sceneggiature così approfondite e dettagliate, così ben scritte. Già nella sceneggiatura erano presenti i segni di una visualità del progetto.
    Naturalmente la prima versione è passata attarverso diversi stadi di sviluppo ed è arrivata nell’ ultima stesura a mostrare elementi chiarissimi di visualità. In questo senso era il progetto perfetto dove hai una sceneggiatura forte per struttura e linea di racconto che preannuncia la visualità del film, e poi hai due registi che sanno mettere in pratica tutto ciò. E questo lo avevamo annusato già nella realizzazione del corto “Rita”, girato tre anni prima del film.
    Fabio Grassadonia: All’inizio abbiamo lavorato sulla definizione drammaturgia della storia e sullo sviluppo tematico, poi abbiamo continuato a riscrivere il copione per dare delle indicazioni chiare su come volevamo metterla in scena. L’ultima versione era molto dettagliata in termini di inquadratura scena per scena.

    Come nasce questo progetto che avevate in mente da anni? Cosa è scattato?
    Antonio Piazza: Siamo entrambi palermitani. Il nostro è stato un percorso da sceneggiatori e consulenti per lo sviluppo dei copioni; abbiamo lavorato per Fandango e Filmauro e abbiamo avuto esperienze anche in ambito televisivo non particolarmente soddisfacenti. Quando abbiamo deciso di sviluppare un progetto nostro è stato naturale tornare nella città da cui entrambi proveniamo.
    La scintilla dello sviluppo del progetto è l’incontro tra due diverse cecità: quella fisica di Rita e quella morale del protagonista. Da questo incontro/ scontro nasce quello che per noi è un barlume di spernza e di cambiamento. Io e Fabio siamo cresciuti a Palermo negli anni ’80, eravamo ragazzini e quelli erano anni molto difficili. A pochi mertri da casa nostra fu ucciso il giudice Rocco Chinnici con la prima autobomba dell’epoca; allora si descrivava Parlermo come Beirut durante la guerra. Ricordo vivamente quel giorno di luglio: i vetri del nostro palazzo erano esplosi e c’era un cratere a pochi metri da noi, eppure la nostra famiglia si stava comportando normalmente, facevamo le valigie per andare a mare in vacanza. Tutto questo è significativo della nostra esperienza palermitana: in qualche modo ti viene insegnato a non vedere, a far finta di vivere in una città normale. Poi quando scegli di vedere, le cose si complicano.

    Perché la scelta della canzone dei Modà?
    A. P. : ‘Arriverà’ è stata scelta perchè volevamo che Rita ascoltasse una canzone che fosse verosimile sentisse una ragazza come lei cresciuta in un determinato quartiere. Una canzone popolare, che perà riusciamo a utilizzare in diversi modi e che fornisce diversi elementi di sviluppo nella relazione personale di Rita e fra i due.

    E perchè un attore palestinese per interpretare un personaggio così palermitano? Kitano qualche anno fa avrebbe potuto fare un personaggio simile…
    F. G.: Abbiamo avuto massima libertà nella definzione del cast. Avevamo visto Saleh in due film, la commedia “La banda” e “Il tempo che ci rimane” dove interpretava un personaggio introverso e chiuso che non parlava mai, ma nonostante questo sul suo volto e nelle sue espressioni riuscivi a leggere la sua umanità tormentata. Ci è piaciuto molto perchè all’interno di questa espressività aveva quel fisico e quel carisma all’interno dell’inquadratura di cui andavamo alla ricerca.

    Per l’immagine di questa perfetta macchina da guerra, volevamo un corpo che occupasse lo schermo in un certo modo rifacendosi anche ai modelli del noir classici sia americani che francesi; Alain Delon e Jean Pierre Melville sono stati dei riferimenti molto importanti. Il fatto della lingua non ci ha mai saventato tanto perchè è un film in cui si parla pochissimo. Per noi era importante evitare il doppiaggio e non ci interessava che non avesse un accento perfettemante palermitano perchè il personaggio di Salvo è portatore di un sentimento di estranaimenteo rispetto alla realtà in cui lo troviamo immerso.
    Kitano è un riferimento voluto, come anche un un certo modo del cinema orientale di mettere in scena le storie. La durata di alcune inquadrature o l’insistenza nei silenzi per cogliere qualcosa di apparentemente impercettibile: ecco, ci sembrava il modo giusto per rappresentare questa storia

    Una ragazza che da cieca diventa vedente. Che problemi avete avuto tra il prima e il dopo? Gli altri attori del cast sono tutti palermiatni. E’ stata un’esigenza economica o una scelta drammaturgica?
    Antonio Piazza: La cecità era l’aspetto fondante della storia e quindi poi la riacquisiszione della vista. Ci siamo interrrogati a lungo su come evitare certi effettacci restituendo però chiaramente il senso di ciò che sta accadendo nella vita di questa ragazza; quindi abbiam studiato a lungo la cecità soprattutto quella di origine neurologica e abbiamo capito che c’era una maniera precisa per metterla in campo e restituire il modo in cui un non vedente è aggredito dall’ambiente che lo circonda. Così abbiamo scelto, come già avevamo fatto nel corto, dei piani ravvicinati sul volto della ragazza per i quali è stato necessario un grande lavoro.
    F. G.: Il cast siciliano è stato fortememte voluto. Attorno ai due personaggi la lettura dell’ambiente doveva essere chiarissima, i rari momenit in cui era possibile far affiorare una certa palermitanità volevamo che emergesse così.

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    Pippo Delbono e il suo cinema di ‘carne e sangue’

    L’addio a Pina Bausch, Istanbul e le sua gente, sua madre, il test dell’Hiv, i volti di Tilda Swinton e Marisa Berenson, i silenzi di Bobò, suo inseparabile collaboratore, storico attore sordomuto, 50 anni di manicomio alle spalle, 15 sul palcoscenico. E ancora: le camere d’albergo mute eppure così cariche di segni, l’Opera di Parigi, gli incontri casuali, l’inifinita sequenza di testimonianze. È l’ l’ennesima scommessa di Pippo Delbono tra le infinite possibilità del linguaggio cinematografico, intimo e personale, viscerale e coraggioso come sempre. Si chiama Amore carne e inizierà il suo viaggio il prossimo 27 giugno, quando la Tucker Film comincerà a distribuirlo nelle sale italiane. Settantacinque minuti in cui Delbono spia, ruba, cattura e restiuisce istanti del proprio personalissimo cammino con l’aiuto di un cellulare e una piccola telecamera.
    Un film che certo “non si potrà valutare sulla base degli incassi del weekend”, ma capace di suggerire una riflessione necessaria e urgente sui possibili modi di fare cinema.

    Hai iniziato a filmare sotto l’ urgenza di un insieme di realtà personalissime o incontrate quasi per caso e senza currarti di dover decidere prima il formato o la durata in funzione di un’uscita in sala o di un passaggio televisivo.
    Sono contento quando mi dicono che faccio un cinema fuori da qualsiasi genere. Sono fierodi non fare film di genere. Non sono ideologco, non mi piace chiudermi in delle famiglie, preferisco invece viaggiare. Anche se poi il sistema tende a rimettere sempre tutto in ordine. Qui in Italia ad esempio mi chiedono sempre di fare il cattivo. Il motivo? Nel film di Luca Guadagnino interpretavo il ruolo di un imprenditore cattivo e da quel momento in poi mi hanno sempre chiamato per quel tipo di personaggio. Non si riesce a capire che se si tolgono i colori della vita non restano solo i cattivi e i buoni.
    Credo che il problema siano i produttori e non gli artisti, il grande cinema è nato anche con produttori illuminati che permettevano agli artisti di essere folli, liberi e li accompagnavano nella loro follia. Questo è il mestiere del produttore. Cambiare qualcosa si può, ma è sempre più faticoso in un sistema che funziona basandosi sugli incassi dell’ultimo weekend; urge allora reinventare il modo di distribuire film al cinema.

    Che possibilità abbiamo?
    Siamo diventati ignoranti, viviamo in un paese morto, sento la morte culturale. Abbiamo bisogno sempre più spesso di leader per svegliarci, di qualcuno che si affacci a una finestra e urli.
    Ho l’impressione che in Italia non nasca più niente, che non si inventi più nulla; non abbiamo più la follia nè uno spirito critico, sono molto più folli i papa e i politici che non gli artisti e per questo credo nell’arte come rapporto con la follia.
    Invece di copiare male da francesi o americani, potremmo reinventare il cinema con i nuovi mezzi a disposizione come camere straordinarie a 400 euro o cellulari. Strumenti che permettono di ripensare il linguaggio cinematografico e dare l’occhio non solo alle famiglie dei 100autori o dei documentaristi o dei figli dei cineasti: si potrebbe raccontare lo sguardo di chi l’Italia la guarda arrivando su un canotto o di chi la vede dai campi Rom. Si potrebbe inventare qualcosa che neanche i francesi hanno ancora, un cinema in grado di ridare uno sguardo alle persone che non hanno possibilità di parlare.

    Sembra che il tuo cinema proceda con un freno a mano ancora tirato rispetto invece al tuo modo di fare teatro. Perché?
    Le mie produzioni a teatro hanno un cammino diverso: ti faccio l’esempio di uno spettacolo che era già stato acquistato senza che nessuno sapesse di cosa parlava e senza che io avessi minimamente in testa un titolo. Era una produzione di 300mila euro, avevo 12 attori e 4/5 tecnici; il vantaggio rispetto ad una produzione cinematografica è che anche nel caso di un budget importante come questo nessuno mi dice nulla, fai quello che vuoi ed io allora volo. Nel cinema per volare probabilmente avrei bisogno di dolly, di camere particolari, ma piuttosto che trovarmi nella condizione di dover sottostare a logiche produttive preferisco ancora il cellulare. Avrei bisogno di qualcuno che come a teatro mi lasci volare, senza dirmi nulla, di gente che ha fiducia. Nel cinema non è ancora così, mancano figure che sorreggano e credano nella follia e nel fatto che si possa parlare in un altro modo. Chi produce o distribuisce il cinema ha paura, per questo dico che è colpa loro e non degli artisti. Più la produzione diventa grossa più sei schiacciato.

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    I Paesaggi del Lake Como Film Festival

    Parte a luglio Lake Como Film Festival, il primo Film Festival dedicato al cinema di paesaggio, con un respiro italiano e internazionale, sulle sponde del famoso lago di Como.

    Il programma del Lake Como Film Festival ha realizzato l’idea del binomio “Cinema e Paesaggio”, filo conduttore dei film presentati durante la rassegna e degli incontri organizzati a corollario.
    L’immagine di meravigliosi paesaggi, fantastiche visioni e luoghi incredibili di tutto il mondo, si eleva a vera protagonista del festival e la bellezza delle strabilianti scene filmate colpisce lo spettatore con un fortissimo impatto visivo, e inevitabilmente, emotivo.
    Il punto focale è la riflessione sui paesaggi, la presenza e il rapporto con lo spazio fisico, dai “panorami” naturali ai paesaggi urbani, a quelli fantastici creati dalla cinematografia, con un’attenzione particolare alle relazioni con i paesaggi umani che li guardano e li vivono. Paesaggi naturali, urbani, umani e immaginari si intersecano così in un continuo susseguirsi di influenze reciproche.

    L’idea portante del cinema di paesaggio, si unisce al fascino e alla fama del lago di Como.
    Il festival si apre con LCFF Classic Film, aperitivo dedicato a classici del cinema di paesaggio, presentati in alcuni significativi luoghi del territorio, per arrivare al suo cuore, LCFF Panoramiche Film, nella rinata Arena del Teatro Sociale, dieci giorni di grande cinema su grande schermo, che esalta tutto il fascino di film ambientati tra i luoghi più suggestivi del pianeta.
    Parallelamente la Sala Bianca del Teatro ospiterà una serie di incontri, LCFF Incontri, e di film documentari, LCFF Panoraiche Doc, che amplieranno il tema del Festival, arricchendolo di significati e prospettive. Il Festival si conclude alla periferia di Como, LCFF periferiche, riscoprendo luoghi “inediti”, non meno suggestivi e significativi del territorio.

    A curare l’ideazione, l’organizzazione e la promozione della prima edizione del Lake Como Film Festival è la neonata ‘Associazione Lago di Como Film Festival’, costituitasi lo scorso dicembre, e formata da dieci professionisti ed appassionati cinèphiles: Marco Albanese, Carlo Cairoli, Edoardo Colombo, Massimiliano de Ponti, Fabrizio Fogliato, Claudio Galluzzo, Andrea Giordano, Silvia Introzzi, Emanuele Quadranti, Piercarlo Tiranti, Daniele Valsecchi.
    Tutti loro, sotto la guida creativa di Alberto Cano, storico curatore dei “Lunedì del Cinema” e ora anche Presidente dell’Associazione, hanno contribuito alla costruzione del progetto, con slancio coerente ed appassionato. Il Festival è ideato dall’Associazione culturale “Lago di Como Film Festival”, diretto da Alberto Cano e sostenuto dalla Camera di Commercio di Como, dal Comune di Como e dalla Provincia di Como, ed è patrocinato dalla Regione Lombardia.

    “Sono soddisfatto dell’articolata proposta che offriamo – afferma il Direttore Creativo Alberto  Cano – Sono tutti titoli di grande qualità autoriale, ma nello stesso tempo adatti ad un pubblico ampio, perché il fascino del paesaggio emerge con tutta la forza e la poesia che può essere apprezzata da una platea vasta ed eterogenea. Questa proposta va unita anche al fascino dei luoghi che tocchiamo nel nostro itinerario, a cominciare dalla splendida arena del Teatro Sociale. E’ un ottimo “primo passo” per l’intero progetto triennale che vuole arrivare all’anno dell’Expo 2015, pronto per una platea internazionale”.

    Per ulteriori informazioni, sono online il sito ufficiale del LCFF e un aggiornato profilo facebook.

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    Dream Team: La piccola squadra tra le grandi

    Campione di incassi lo scorso autunno in Francia, ecco la nuova commedia diretta da Olivier Dahan che arriva nelle sale italiane a partire da giovedi 20 giugno.
    3stelle

    E’ la storia di Patrick Obera, ex calciatore francese, cinquantenne alcolizzato e disoccupato. Proprio per questi motivi rischia di perdere il diritto giuridico a frequentare sua figlia Laura, a meno che non accetti di allenare la squadra locale di Mòlene, isoletta della Bretagna che, se vincerà almeno tre partite, riuscirà a guadagnare i soldi necessari a riscattare la fabbrica di Sardine, fonte principale di lavoro per gli abitanti del luogo. Obera accetta la sfida ma si rende conto che i pescatori/calciatori a disposizione non sono in grado di poter affrontare queste imprese difficili e così cerca di convincere i suoi ex compagni di squadra a dargli una mano per raggiungere l’obiettivo. Ex campioni sul campo ma personaggi particolari nella vita: Marandella, un rivoluzionario, fumatore di sigari e amante delle belle donne, Ziani, un nevrotico dipendente da PlayStation, N’Dogo, vittima della moglie e con problemi cardiaci, Berda, stravagante e appassionato di auto sportive, e il Leandri che sogna di diventare una star del cinema. Immaginate cosa possono fare insieme su un campo di calcio dopo anni di inattività…
    Dahan, dopo esperienze nel genere drammatico, più o meno fortunate (Déjà mort, I fiumi di porpora 2 – Gli angeli dell’apocalisse, La vie en rose) ha portato sul grande schermo un tipo di commedia per famiglie, un film nel complesso leggero senza essere mai banale, che trova il punto di forza nel cast formato da comici molto apprezzati in territorio francese. L’alternanza di meravigliose immagini folkloristiche dell’isola bretone, scene divertenti sul campo di calcio, vicende personali dei singoli personaggi e musiche sono i vari tasselli che messi insieme fanno di Dream Team un film senza pretese di premi o riconoscimenti particolari ma che sicuramente non lascia indifferente lo spettatore in sala.

    Giovanni Bonaccolta

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    Passioni e desideri: Questione di bivi

    Il  pluripremiato sceneggiatore Peter Morgan prende spunto dal drammaturgo Arthur Schnitzler per raccontare l’amore al tempo della comunità globale.
    2stellemezzo

    Quasi 100 anni fa il drammaturgo viennese Arthur Schnitzler scriveva Girotondo; oggi Peter Morgan – sceneggiatore di successi come The Queen – La regina (2006), L’ultimo re di Scozia (2006), Frost/Nixon – Il duello (2008) – prende ispirazione da quell’opera per narrare l’amore del XXI secolo, l’amore senza confini, l’amore della comunità globale, l’amore interconnesso. Immagina persone diverse, in città diverse, con storie diverse, ma tutte legate da una volontà comune: fare la cosa giusta. In Passioni e desideri, in sala dal 20 giugno per Bim Distribuzione, i personaggi si intrecciano, si incontrano, si scontrano, cambiano a vicenda le loro vite. Tutto comincia quando sulla strada del top manager Michael Daly appare un bivio. Tradire o non tradire, questo è il problema. Mr Daly resta fedele a sua moglie Rose e da quel momento inizia l’effetto domino ed è inarrestabile. Quando ci troviamo davanti ad un bivio, bisogna prenderlo, perché la vita è una sola e quando ci ricapita? La teoria di Morgan è pienamente condivisa da Fernando Meirelles – regista di City of God (2002) e The Constant Gardener – La cospirazione (2005) – e attira a sé attori come Jude Law, Anthony Hopkins, Rachel Weisz, tutti ansiosi di lavorare con la strana coppia Morgan-Meirelles.
    Il risultato, però, nonostante tali e tante premesse, è deludente o quanto meno poco originale. Storie di amori incrociati, di vicende parallele, di vite appese al filo sono state narrate molte volte e in molti modi. Ma se una sceneggiatura è valida, un regista bravo, gli attori di esperienza, si trova come dare una visione nuova, alternativa, interessante. Ecco, questo non è successo. Cose già viste, situazioni scontate, calma piatta. Nonostante sceneggiatura valida, regista bravo e attori di esperienza. La teoria degli universi paralleli, di cosa sarebbe successo se, delle azioni/reazioni al tempo di facebook e twitter, ha un potenziale talmente vasto che il rischio era alto. Purtroppo.

    Giulia Oppia

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    David di Donatello: Tornatore e gli altri

    I David di Donatello chiudono idealmente la stagione cinematografica, consegnando agli annali il ‘piccolo’ trionfo di Giuseppe Tornatore e il suo La Migliore Offerta.
    Colpisce la scelta di premiare il Diaz di Daniele Vicari solo con premi sostanzialmente tecnici. Forse con un po’ più di coraggio si sarebbe potuto distribuire i premi, che comunque vedono riconosciuti i migliori risultati del cinema italiano di questo anno, rimediando anche alla parziale dimenticanza per il Reality di Garrone con Trucco e Costumi.
    Per il resto, molte indicazioni su titoli da recuperare, soprattutto tra quelli visti meno nelle sale, e qualche rammarico. Anche se non, di certo, da parte delle grandi distribuzioni, come dimostrano i primi commenti alla serata…

    “È stato un anno particolarmente ricco di buon cinema – dice Paolo Del Brocco amministratore delegato di Rai Cinema –  in cui i nostri autori più affermati ci hanno regalato tanti ottimi film, penso a Salvatores, Garrone, Bellocchio, Andò, De Matteo, Tognazzi che hanno lavorato con noi, ma penso anche a Bertolucci, Tornatore e Vicari. Lo dimostrano i David di Donatello che sono andati a tante delle opere che abbiamo contribuito a produrre come “Reality”, “Viva la libertà”, “Bella addormentata”, “Gli equilibristi”, “Viaggio sola”, “Tutti i santi giorni”, film coraggiosi, di genere diverso, ognuno dei quali ha saputo trovare la sua platea. Un anno di buon cinema che conferma l’importanza del servizio pubblico nella produzione culturale del Paese.
    È motivo di particolare soddisfazione il David al Miglior regista esordiente a Leonardo Di Costanzo per “L’intervallo”, un film di indiscusso valore artistico e di particolare intensità narrativa. Voglio ricordare che nella cinquina delle opere candidate in questa categoria sono stati selezionati tutti film prodotti a vario titolo da Rai Cinema, a conferma dell’attenzione che rivolgiamo ai giovani talenti e dell’investimento nelle nuove generazioni che consideriamo strategico”.

    ACCADEMIA DEL CINEMA ITALIANO
    VINCITORI PREMI DAVID DI DONATELLO 2013

    MIGLIOR FILM
    “LA MIGLIORE OFFERTA”

    MIGLIORE REGISTA
    GIUSEPPE TORNATORE PER IL FILM “LA MIGLIORE OFFERTA”

    MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE
    LEONARDO DI COSTANZO PER IL FILM “L’INTERVALLO”

    MIGLIORE SCENEGGIATURA                
    ROBERTO ANDÒ E ANGELO PASQUINI PER IL FILM “VIVA LA LIBERTÀ”

    MIGLIORE PRODUTTORE
    DOMENICO PROCACCI PER IL FILM “DIAZ”

    MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
    MARGHERITA BUY PER IL FILM “VIAGGIO SOLA”

    MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA        
    VALERIO MASTANDREA PER IL FILM “GLI EQUILIBRISTI”

    MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
    MAYA SANSA PER IL FILM “BELLA ADDORMENTATA”

    MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
    VALERIO MASTANDREA PER IL FILM “VIVA LA LIBERTÀ”

    MIGLIORE DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA
    MARCO ONORATO PER IL FILM “REALITY”

    MIGLIORE MUSICISTA
    ENNIO MORRICONE PER IL FILM “LA MIGLIORE OFFERTA”

    MIGLIORE CANZONE ORIGINALE
    “TUTTI I SANTI GIORNI” MUSICA E TESTI DI SIMONE LENZI, ANTONIO BARDI, GIULIO POMPONI; VALERIO GRISELLI, MATTEO PASTORELLI E DANIELE CATALUCCI INTERPRETATA DA VIRGINIANA MILLER PER IL FILM “TUTTI I SANTI GIORNI”

    MIGLIORE SCENOGRAFO
    MAURIZIO SABATINI E RAFFAELLA GIOVANNETTI PER IL FILM “LA MIGLIORE OFFERTA”

    MIGLIORE COSTUMISTA
    MAURIZIO MILLENOTTI PER IL FILM “LA MIGLIORE OFFERTA”

    MIGLIORE TRUCCATORE
    DALIA COLLI PER IL FILM “REALITY”

    MIGLIORE ACCONCIATORE
    DANIELA TARTARI PER IL FILM “REALITY”

    MIGLIORE MONTATORE        
    BENNI ATRIA PER IL FILM “DIAZ”

    MIGLIOR FONICO DI PRESA DIRETTA
    REMO UGOLINELLI E ALESSANDRO PALMERINI PER IL FILM “DIAZ”

    MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI
    “STORYTELLER” – MARUIO ZANOT PER IL FILM “DIAZ”

    MIGLIOR FILM DELL’UNIONE EUROPEA
    “AMOUR” DI MICHAEL HANEKE (TEODORA FILM E SPAZIO CINEMA)

    MIGLIOR FILM STRANIERO
    “DJANGO UNCHAINED” DI QUENTIN TARANTINO (WARNER BROS. PICTURES ITALIA)

    DAVID GIOVANI
    “LA MIGLIORE OFFERTA” DI GIUSEPPE TORNATORE

    MIGLIOR DOCUMENTARIO DI LUNGOMETRAGGIO
    “ANIJA – LA NAVE” DI ROLAND SEJKO

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
    “L’ESECUZIONE” DI ENRICO IANNACCONE

    DAVID SPECIALE 2013
    VINCENZO CERAMI

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    Lo Schermo è donna a Fiano Romano

    Riparte la Rassegna che premia il talento femminile nel cinema: Lo schermo è donna dal 17 al 22 giugno a Fiano Romano, a due passi da Roma, nella suggestiva cornice del Castello Ducale. La Manifestazione, giunta alla sua XVI edizione, è promossa e organizzata dallassociazione culturale Città per l’Uomo con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Lazio, della Provincia di Roma e del Comune di Fiano Romano.

    Molto ricco il Programma che prevede – sempre a ingresso libero, sino a esaurimento posti – sei serate di proiezioni, incontri con i protagonisti del cinema italiano (Alba Rohrwacher, Sabrina Ferilli, Margherita Buy, Francesca Calvelli, Marco Bellocchio, Pamela Villoresi, Carlo Buccirosso, Edoardo Leo, Marco Giallini, Rosabell Laurenti Sellers) e approfondimenti sui film, selezionati tra le recenti uscite del panorama italiano. Come ogni anno inoltre, all’interno della Rassegna, verrà attribuito il Premio “Giuseppe De Santis” riservato alle donne del cinema italiano.

    In apertura, la sera di lunedì 17 giugno alle 21.00, la proiezione dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza, da poco presentato al Festival di Cannes. Ad introdurre il film salirà sul palco lattrice Sabrina Ferilli, che torna a casa per raccontare questa sua ultima esperienza cinematografica. Insieme con lei altri due interpreti del film di Sorrentino, gli attori Pamela Villoresi e Carlo Buccirosso.
    Alla serata inaugurale parteciperà anche il Ministro per i beni e le Attività culturali, Massimo Bray.

    Martedì 18 giugno alle 21.00 sarà la volta del regista Roberto Andò che presenterà il film Viva la libertà, che vede coinvolti nel cast Toni Servillo e Valerio Mastandrea.

    Mercoledì 19 giugno, Margherita Buy, protagonista di Viaggio sola, diretto da Maria Sole Tognazzi, incontrerà il pubblico alle 21.00 prima della proiezione di questo suo ultimo film da protagonista, per raccontare il suo cinema.

    La Rassegna prosegue giovedì 20 giugno con la proiezione alle 21.00 della commedia Buongiorno Papà di Edoardo Leo. Ad accompagnare il film saranno presenti il regista, l’attore Marco Giallini e lattrice emergente, Rosabell Laurenti Sellers che riceverà il Premio Giuseppe De Santis/ Giovani, per essersi rivelata come nuova speranza del cinema italiano.

    Venerdì 21 giugno alle 21.00 una serata speciale dedicata a Mariangela Melato, recentemente scomparsa.
    Verrà proiettato il film Aiutami a sognare di Pupi Avati, e sarà presentato dal regista insieme con la sorella, Anna Melato, fondatrice di un’associazione per tenere viva la memoria dell’attrice.

    Il Festival chiude in bellezza, sabato 22 giugno, con una doppia premiazione: ad Alba Rohrwacher sarà consegnato il Premio Giuseppe De Santis che premia il talento femminile nel cinema e a Francesca Calvelli il Premio Giuseppe De Santis / alla carriera. Entrambe saranno premiate dal regista Marco Bellocchio con il quale hanno recentemente lavorato nel film Bella addormentata, ricoprendo rispettivamente i ruoli di attrice e montatrice del film. Dopo le premiazioni e lincontro con il pubblico, seguirà la proiezione del film.

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