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    Pippo Delbono e il suo cinema di ‘carne e sangue’

    L’addio a Pina Bausch, Istanbul e le sua gente, sua madre, il test dell’Hiv, i volti di Tilda Swinton e Marisa Berenson, i silenzi di Bobò, suo inseparabile collaboratore, storico attore sordomuto, 50 anni di manicomio alle spalle, 15 sul palcoscenico. E ancora: le camere d’albergo mute eppure così cariche di segni, l’Opera di Parigi, gli incontri casuali, l’inifinita sequenza di testimonianze. È l’ l’ennesima scommessa di Pippo Delbono tra le infinite possibilità del linguaggio cinematografico, intimo e personale, viscerale e coraggioso come sempre. Si chiama Amore carne e inizierà il suo viaggio il prossimo 27 giugno, quando la Tucker Film comincerà a distribuirlo nelle sale italiane. Settantacinque minuti in cui Delbono spia, ruba, cattura e restiuisce istanti del proprio personalissimo cammino con l’aiuto di un cellulare e una piccola telecamera.
    Un film che certo “non si potrà valutare sulla base degli incassi del weekend”, ma capace di suggerire una riflessione necessaria e urgente sui possibili modi di fare cinema.

    Hai iniziato a filmare sotto l’ urgenza di un insieme di realtà personalissime o incontrate quasi per caso e senza currarti di dover decidere prima il formato o la durata in funzione di un’uscita in sala o di un passaggio televisivo.
    Sono contento quando mi dicono che faccio un cinema fuori da qualsiasi genere. Sono fierodi non fare film di genere. Non sono ideologco, non mi piace chiudermi in delle famiglie, preferisco invece viaggiare. Anche se poi il sistema tende a rimettere sempre tutto in ordine. Qui in Italia ad esempio mi chiedono sempre di fare il cattivo. Il motivo? Nel film di Luca Guadagnino interpretavo il ruolo di un imprenditore cattivo e da quel momento in poi mi hanno sempre chiamato per quel tipo di personaggio. Non si riesce a capire che se si tolgono i colori della vita non restano solo i cattivi e i buoni.
    Credo che il problema siano i produttori e non gli artisti, il grande cinema è nato anche con produttori illuminati che permettevano agli artisti di essere folli, liberi e li accompagnavano nella loro follia. Questo è il mestiere del produttore. Cambiare qualcosa si può, ma è sempre più faticoso in un sistema che funziona basandosi sugli incassi dell’ultimo weekend; urge allora reinventare il modo di distribuire film al cinema.

    Che possibilità abbiamo?
    Siamo diventati ignoranti, viviamo in un paese morto, sento la morte culturale. Abbiamo bisogno sempre più spesso di leader per svegliarci, di qualcuno che si affacci a una finestra e urli.
    Ho l’impressione che in Italia non nasca più niente, che non si inventi più nulla; non abbiamo più la follia nè uno spirito critico, sono molto più folli i papa e i politici che non gli artisti e per questo credo nell’arte come rapporto con la follia.
    Invece di copiare male da francesi o americani, potremmo reinventare il cinema con i nuovi mezzi a disposizione come camere straordinarie a 400 euro o cellulari. Strumenti che permettono di ripensare il linguaggio cinematografico e dare l’occhio non solo alle famiglie dei 100autori o dei documentaristi o dei figli dei cineasti: si potrebbe raccontare lo sguardo di chi l’Italia la guarda arrivando su un canotto o di chi la vede dai campi Rom. Si potrebbe inventare qualcosa che neanche i francesi hanno ancora, un cinema in grado di ridare uno sguardo alle persone che non hanno possibilità di parlare.

    Sembra che il tuo cinema proceda con un freno a mano ancora tirato rispetto invece al tuo modo di fare teatro. Perché?
    Le mie produzioni a teatro hanno un cammino diverso: ti faccio l’esempio di uno spettacolo che era già stato acquistato senza che nessuno sapesse di cosa parlava e senza che io avessi minimamente in testa un titolo. Era una produzione di 300mila euro, avevo 12 attori e 4/5 tecnici; il vantaggio rispetto ad una produzione cinematografica è che anche nel caso di un budget importante come questo nessuno mi dice nulla, fai quello che vuoi ed io allora volo. Nel cinema per volare probabilmente avrei bisogno di dolly, di camere particolari, ma piuttosto che trovarmi nella condizione di dover sottostare a logiche produttive preferisco ancora il cellulare. Avrei bisogno di qualcuno che come a teatro mi lasci volare, senza dirmi nulla, di gente che ha fiducia. Nel cinema non è ancora così, mancano figure che sorreggano e credano nella follia e nel fatto che si possa parlare in un altro modo. Chi produce o distribuisce il cinema ha paura, per questo dico che è colpa loro e non degli artisti. Più la produzione diventa grossa più sei schiacciato.

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    I Paesaggi del Lake Como Film Festival

    Parte a luglio Lake Como Film Festival, il primo Film Festival dedicato al cinema di paesaggio, con un respiro italiano e internazionale, sulle sponde del famoso lago di Como.

    Il programma del Lake Como Film Festival ha realizzato l’idea del binomio “Cinema e Paesaggio”, filo conduttore dei film presentati durante la rassegna e degli incontri organizzati a corollario.
    L’immagine di meravigliosi paesaggi, fantastiche visioni e luoghi incredibili di tutto il mondo, si eleva a vera protagonista del festival e la bellezza delle strabilianti scene filmate colpisce lo spettatore con un fortissimo impatto visivo, e inevitabilmente, emotivo.
    Il punto focale è la riflessione sui paesaggi, la presenza e il rapporto con lo spazio fisico, dai “panorami” naturali ai paesaggi urbani, a quelli fantastici creati dalla cinematografia, con un’attenzione particolare alle relazioni con i paesaggi umani che li guardano e li vivono. Paesaggi naturali, urbani, umani e immaginari si intersecano così in un continuo susseguirsi di influenze reciproche.

    L’idea portante del cinema di paesaggio, si unisce al fascino e alla fama del lago di Como.
    Il festival si apre con LCFF Classic Film, aperitivo dedicato a classici del cinema di paesaggio, presentati in alcuni significativi luoghi del territorio, per arrivare al suo cuore, LCFF Panoramiche Film, nella rinata Arena del Teatro Sociale, dieci giorni di grande cinema su grande schermo, che esalta tutto il fascino di film ambientati tra i luoghi più suggestivi del pianeta.
    Parallelamente la Sala Bianca del Teatro ospiterà una serie di incontri, LCFF Incontri, e di film documentari, LCFF Panoraiche Doc, che amplieranno il tema del Festival, arricchendolo di significati e prospettive. Il Festival si conclude alla periferia di Como, LCFF periferiche, riscoprendo luoghi “inediti”, non meno suggestivi e significativi del territorio.

    A curare l’ideazione, l’organizzazione e la promozione della prima edizione del Lake Como Film Festival è la neonata ‘Associazione Lago di Como Film Festival’, costituitasi lo scorso dicembre, e formata da dieci professionisti ed appassionati cinèphiles: Marco Albanese, Carlo Cairoli, Edoardo Colombo, Massimiliano de Ponti, Fabrizio Fogliato, Claudio Galluzzo, Andrea Giordano, Silvia Introzzi, Emanuele Quadranti, Piercarlo Tiranti, Daniele Valsecchi.
    Tutti loro, sotto la guida creativa di Alberto Cano, storico curatore dei “Lunedì del Cinema” e ora anche Presidente dell’Associazione, hanno contribuito alla costruzione del progetto, con slancio coerente ed appassionato. Il Festival è ideato dall’Associazione culturale “Lago di Como Film Festival”, diretto da Alberto Cano e sostenuto dalla Camera di Commercio di Como, dal Comune di Como e dalla Provincia di Como, ed è patrocinato dalla Regione Lombardia.

    “Sono soddisfatto dell’articolata proposta che offriamo – afferma il Direttore Creativo Alberto  Cano – Sono tutti titoli di grande qualità autoriale, ma nello stesso tempo adatti ad un pubblico ampio, perché il fascino del paesaggio emerge con tutta la forza e la poesia che può essere apprezzata da una platea vasta ed eterogenea. Questa proposta va unita anche al fascino dei luoghi che tocchiamo nel nostro itinerario, a cominciare dalla splendida arena del Teatro Sociale. E’ un ottimo “primo passo” per l’intero progetto triennale che vuole arrivare all’anno dell’Expo 2015, pronto per una platea internazionale”.

    Per ulteriori informazioni, sono online il sito ufficiale del LCFF e un aggiornato profilo facebook.

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    Dream Team: La piccola squadra tra le grandi

    Campione di incassi lo scorso autunno in Francia, ecco la nuova commedia diretta da Olivier Dahan che arriva nelle sale italiane a partire da giovedi 20 giugno.
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    E’ la storia di Patrick Obera, ex calciatore francese, cinquantenne alcolizzato e disoccupato. Proprio per questi motivi rischia di perdere il diritto giuridico a frequentare sua figlia Laura, a meno che non accetti di allenare la squadra locale di Mòlene, isoletta della Bretagna che, se vincerà almeno tre partite, riuscirà a guadagnare i soldi necessari a riscattare la fabbrica di Sardine, fonte principale di lavoro per gli abitanti del luogo. Obera accetta la sfida ma si rende conto che i pescatori/calciatori a disposizione non sono in grado di poter affrontare queste imprese difficili e così cerca di convincere i suoi ex compagni di squadra a dargli una mano per raggiungere l’obiettivo. Ex campioni sul campo ma personaggi particolari nella vita: Marandella, un rivoluzionario, fumatore di sigari e amante delle belle donne, Ziani, un nevrotico dipendente da PlayStation, N’Dogo, vittima della moglie e con problemi cardiaci, Berda, stravagante e appassionato di auto sportive, e il Leandri che sogna di diventare una star del cinema. Immaginate cosa possono fare insieme su un campo di calcio dopo anni di inattività…
    Dahan, dopo esperienze nel genere drammatico, più o meno fortunate (Déjà mort, I fiumi di porpora 2 – Gli angeli dell’apocalisse, La vie en rose) ha portato sul grande schermo un tipo di commedia per famiglie, un film nel complesso leggero senza essere mai banale, che trova il punto di forza nel cast formato da comici molto apprezzati in territorio francese. L’alternanza di meravigliose immagini folkloristiche dell’isola bretone, scene divertenti sul campo di calcio, vicende personali dei singoli personaggi e musiche sono i vari tasselli che messi insieme fanno di Dream Team un film senza pretese di premi o riconoscimenti particolari ma che sicuramente non lascia indifferente lo spettatore in sala.

    Giovanni Bonaccolta

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    Passioni e desideri: Questione di bivi

    Il  pluripremiato sceneggiatore Peter Morgan prende spunto dal drammaturgo Arthur Schnitzler per raccontare l’amore al tempo della comunità globale.
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    Quasi 100 anni fa il drammaturgo viennese Arthur Schnitzler scriveva Girotondo; oggi Peter Morgan – sceneggiatore di successi come The Queen – La regina (2006), L’ultimo re di Scozia (2006), Frost/Nixon – Il duello (2008) – prende ispirazione da quell’opera per narrare l’amore del XXI secolo, l’amore senza confini, l’amore della comunità globale, l’amore interconnesso. Immagina persone diverse, in città diverse, con storie diverse, ma tutte legate da una volontà comune: fare la cosa giusta. In Passioni e desideri, in sala dal 20 giugno per Bim Distribuzione, i personaggi si intrecciano, si incontrano, si scontrano, cambiano a vicenda le loro vite. Tutto comincia quando sulla strada del top manager Michael Daly appare un bivio. Tradire o non tradire, questo è il problema. Mr Daly resta fedele a sua moglie Rose e da quel momento inizia l’effetto domino ed è inarrestabile. Quando ci troviamo davanti ad un bivio, bisogna prenderlo, perché la vita è una sola e quando ci ricapita? La teoria di Morgan è pienamente condivisa da Fernando Meirelles – regista di City of God (2002) e The Constant Gardener – La cospirazione (2005) – e attira a sé attori come Jude Law, Anthony Hopkins, Rachel Weisz, tutti ansiosi di lavorare con la strana coppia Morgan-Meirelles.
    Il risultato, però, nonostante tali e tante premesse, è deludente o quanto meno poco originale. Storie di amori incrociati, di vicende parallele, di vite appese al filo sono state narrate molte volte e in molti modi. Ma se una sceneggiatura è valida, un regista bravo, gli attori di esperienza, si trova come dare una visione nuova, alternativa, interessante. Ecco, questo non è successo. Cose già viste, situazioni scontate, calma piatta. Nonostante sceneggiatura valida, regista bravo e attori di esperienza. La teoria degli universi paralleli, di cosa sarebbe successo se, delle azioni/reazioni al tempo di facebook e twitter, ha un potenziale talmente vasto che il rischio era alto. Purtroppo.

    Giulia Oppia

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    David di Donatello: Tornatore e gli altri

    I David di Donatello chiudono idealmente la stagione cinematografica, consegnando agli annali il ‘piccolo’ trionfo di Giuseppe Tornatore e il suo La Migliore Offerta.
    Colpisce la scelta di premiare il Diaz di Daniele Vicari solo con premi sostanzialmente tecnici. Forse con un po’ più di coraggio si sarebbe potuto distribuire i premi, che comunque vedono riconosciuti i migliori risultati del cinema italiano di questo anno, rimediando anche alla parziale dimenticanza per il Reality di Garrone con Trucco e Costumi.
    Per il resto, molte indicazioni su titoli da recuperare, soprattutto tra quelli visti meno nelle sale, e qualche rammarico. Anche se non, di certo, da parte delle grandi distribuzioni, come dimostrano i primi commenti alla serata…

    “È stato un anno particolarmente ricco di buon cinema – dice Paolo Del Brocco amministratore delegato di Rai Cinema –  in cui i nostri autori più affermati ci hanno regalato tanti ottimi film, penso a Salvatores, Garrone, Bellocchio, Andò, De Matteo, Tognazzi che hanno lavorato con noi, ma penso anche a Bertolucci, Tornatore e Vicari. Lo dimostrano i David di Donatello che sono andati a tante delle opere che abbiamo contribuito a produrre come “Reality”, “Viva la libertà”, “Bella addormentata”, “Gli equilibristi”, “Viaggio sola”, “Tutti i santi giorni”, film coraggiosi, di genere diverso, ognuno dei quali ha saputo trovare la sua platea. Un anno di buon cinema che conferma l’importanza del servizio pubblico nella produzione culturale del Paese.
    È motivo di particolare soddisfazione il David al Miglior regista esordiente a Leonardo Di Costanzo per “L’intervallo”, un film di indiscusso valore artistico e di particolare intensità narrativa. Voglio ricordare che nella cinquina delle opere candidate in questa categoria sono stati selezionati tutti film prodotti a vario titolo da Rai Cinema, a conferma dell’attenzione che rivolgiamo ai giovani talenti e dell’investimento nelle nuove generazioni che consideriamo strategico”.

    ACCADEMIA DEL CINEMA ITALIANO
    VINCITORI PREMI DAVID DI DONATELLO 2013

    MIGLIOR FILM
    “LA MIGLIORE OFFERTA”

    MIGLIORE REGISTA
    GIUSEPPE TORNATORE PER IL FILM “LA MIGLIORE OFFERTA”

    MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE
    LEONARDO DI COSTANZO PER IL FILM “L’INTERVALLO”

    MIGLIORE SCENEGGIATURA                
    ROBERTO ANDÒ E ANGELO PASQUINI PER IL FILM “VIVA LA LIBERTÀ”

    MIGLIORE PRODUTTORE
    DOMENICO PROCACCI PER IL FILM “DIAZ”

    MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
    MARGHERITA BUY PER IL FILM “VIAGGIO SOLA”

    MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA        
    VALERIO MASTANDREA PER IL FILM “GLI EQUILIBRISTI”

    MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
    MAYA SANSA PER IL FILM “BELLA ADDORMENTATA”

    MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
    VALERIO MASTANDREA PER IL FILM “VIVA LA LIBERTÀ”

    MIGLIORE DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA
    MARCO ONORATO PER IL FILM “REALITY”

    MIGLIORE MUSICISTA
    ENNIO MORRICONE PER IL FILM “LA MIGLIORE OFFERTA”

    MIGLIORE CANZONE ORIGINALE
    “TUTTI I SANTI GIORNI” MUSICA E TESTI DI SIMONE LENZI, ANTONIO BARDI, GIULIO POMPONI; VALERIO GRISELLI, MATTEO PASTORELLI E DANIELE CATALUCCI INTERPRETATA DA VIRGINIANA MILLER PER IL FILM “TUTTI I SANTI GIORNI”

    MIGLIORE SCENOGRAFO
    MAURIZIO SABATINI E RAFFAELLA GIOVANNETTI PER IL FILM “LA MIGLIORE OFFERTA”

    MIGLIORE COSTUMISTA
    MAURIZIO MILLENOTTI PER IL FILM “LA MIGLIORE OFFERTA”

    MIGLIORE TRUCCATORE
    DALIA COLLI PER IL FILM “REALITY”

    MIGLIORE ACCONCIATORE
    DANIELA TARTARI PER IL FILM “REALITY”

    MIGLIORE MONTATORE        
    BENNI ATRIA PER IL FILM “DIAZ”

    MIGLIOR FONICO DI PRESA DIRETTA
    REMO UGOLINELLI E ALESSANDRO PALMERINI PER IL FILM “DIAZ”

    MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI
    “STORYTELLER” – MARUIO ZANOT PER IL FILM “DIAZ”

    MIGLIOR FILM DELL’UNIONE EUROPEA
    “AMOUR” DI MICHAEL HANEKE (TEODORA FILM E SPAZIO CINEMA)

    MIGLIOR FILM STRANIERO
    “DJANGO UNCHAINED” DI QUENTIN TARANTINO (WARNER BROS. PICTURES ITALIA)

    DAVID GIOVANI
    “LA MIGLIORE OFFERTA” DI GIUSEPPE TORNATORE

    MIGLIOR DOCUMENTARIO DI LUNGOMETRAGGIO
    “ANIJA – LA NAVE” DI ROLAND SEJKO

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
    “L’ESECUZIONE” DI ENRICO IANNACCONE

    DAVID SPECIALE 2013
    VINCENZO CERAMI

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    Lo Schermo è donna a Fiano Romano

    Riparte la Rassegna che premia il talento femminile nel cinema: Lo schermo è donna dal 17 al 22 giugno a Fiano Romano, a due passi da Roma, nella suggestiva cornice del Castello Ducale. La Manifestazione, giunta alla sua XVI edizione, è promossa e organizzata dallassociazione culturale Città per l’Uomo con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Lazio, della Provincia di Roma e del Comune di Fiano Romano.

    Molto ricco il Programma che prevede – sempre a ingresso libero, sino a esaurimento posti – sei serate di proiezioni, incontri con i protagonisti del cinema italiano (Alba Rohrwacher, Sabrina Ferilli, Margherita Buy, Francesca Calvelli, Marco Bellocchio, Pamela Villoresi, Carlo Buccirosso, Edoardo Leo, Marco Giallini, Rosabell Laurenti Sellers) e approfondimenti sui film, selezionati tra le recenti uscite del panorama italiano. Come ogni anno inoltre, all’interno della Rassegna, verrà attribuito il Premio “Giuseppe De Santis” riservato alle donne del cinema italiano.

    In apertura, la sera di lunedì 17 giugno alle 21.00, la proiezione dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza, da poco presentato al Festival di Cannes. Ad introdurre il film salirà sul palco lattrice Sabrina Ferilli, che torna a casa per raccontare questa sua ultima esperienza cinematografica. Insieme con lei altri due interpreti del film di Sorrentino, gli attori Pamela Villoresi e Carlo Buccirosso.
    Alla serata inaugurale parteciperà anche il Ministro per i beni e le Attività culturali, Massimo Bray.

    Martedì 18 giugno alle 21.00 sarà la volta del regista Roberto Andò che presenterà il film Viva la libertà, che vede coinvolti nel cast Toni Servillo e Valerio Mastandrea.

    Mercoledì 19 giugno, Margherita Buy, protagonista di Viaggio sola, diretto da Maria Sole Tognazzi, incontrerà il pubblico alle 21.00 prima della proiezione di questo suo ultimo film da protagonista, per raccontare il suo cinema.

    La Rassegna prosegue giovedì 20 giugno con la proiezione alle 21.00 della commedia Buongiorno Papà di Edoardo Leo. Ad accompagnare il film saranno presenti il regista, l’attore Marco Giallini e lattrice emergente, Rosabell Laurenti Sellers che riceverà il Premio Giuseppe De Santis/ Giovani, per essersi rivelata come nuova speranza del cinema italiano.

    Venerdì 21 giugno alle 21.00 una serata speciale dedicata a Mariangela Melato, recentemente scomparsa.
    Verrà proiettato il film Aiutami a sognare di Pupi Avati, e sarà presentato dal regista insieme con la sorella, Anna Melato, fondatrice di un’associazione per tenere viva la memoria dell’attrice.

    Il Festival chiude in bellezza, sabato 22 giugno, con una doppia premiazione: ad Alba Rohrwacher sarà consegnato il Premio Giuseppe De Santis che premia il talento femminile nel cinema e a Francesca Calvelli il Premio Giuseppe De Santis / alla carriera. Entrambe saranno premiate dal regista Marco Bellocchio con il quale hanno recentemente lavorato nel film Bella addormentata, ricoprendo rispettivamente i ruoli di attrice e montatrice del film. Dopo le premiazioni e lincontro con il pubblico, seguirà la proiezione del film.

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    Cha Cha Cha: Marco Risi, il potere e il paese dei cialtroni

    Dopo Fortapasc Marco Risi sceglie il cinema di genere per raccontare l’aspetto più cinico, sotterraneo e sporco del Bel Paese. Uno Stato corrotto, il lato oscuro del potere, un sottobosco di personaggi ‘brutti e cattivi’, la figura romantica di un detective di chandleriana memoria accompagnato da un cane senza zampa, l’amore sopito per una donna – la bionda dei film di Hitchcock: sono loro i veri protagonisti di Cha Cha Cha, un noir denso di citazioni, specchio del nostro tempo. In sala dal 20 giugno .  Nel cast Luca Argentero, Claudio Amendola, Pippo Delbono e Eva Herzigova.

    Cha Cha Cha è un ritratto sulla connivenza tra società e criminalità. Ti è venuto in mente che tra vent’anni qualcuno potrebbe proiettarlo insieme a La grande bellezza? Due facce della stessa medaglia…
    Marco Risi: Sono due opere completamente diverse. Lo abbiamo girato prima di Sorrentino. Inoltre La grande bellezza è un film molto artistico, su una Roma raccontata dal punto di vista di un giornalista stanco, un po’ Mastroianni. Invece il mio è un film con un soggetto preciso che vuole raccontare i lati oscuri di questa società e di questo potere visti attraverso gli occhi di un investigatore privato, Corso.

    Chi è il protagonista di questa storia?
    M. R.: E’ una figura che mi ha sempre affascinato, sin dai libri di Chandler che leggevo da ragazzo, mi piace molto il suo essere cosi romantico e solo, nella sua casa. Come il Philip Marlowe de Il lungo addio di Altman, che si dedica al suo gatto con una passione estrema cercando di dargli da mangiare solo quello che lui vuole.
    Anche Corso è solitario e ha addirittura un cane con una zampa sola. Quanti si terrebbero un cane così non estetico in una società oggi talmente estetizzante? Una scelta che spiega tante cose del mio personaggio: la sua solitudine, il suo volere che le cose vadano in un certo modo per poi accorgersi sempre di più che è così difficile cambiarle e farle andare come dovrebbero.
    Mi piaceva poi l’idea della storia sotterranea di questo amore mai detto apertamente con una donna, la bionda dei film di Hitchcock, a metà tra Grace Kelly e Kim Basinger.
    E infine sono attratto dai rapporti con i brutti e i cattivi come il ruolo di Amendola che nel finale dice una delle battute più formidabili del film, “Che cazzo di paese!”, capace di sintetizzare la situazione che stiamo vivendo, o Pippo Delbono che esce dagli stereotipi del cattivo: lui è uno di quei personaggi che riesce a tessere sempre la sua tela per cercare di portare tutti a stare dalla sua parte, che lavorano nell’ombra ma hanno un grandissimo potere e non ci tengono ad uscire allo scoperto e farsi vedere, perchè sanno che il potere gestito così vale molto di più.

    Il valore del film arriva anche dall’arte di grandissimi caratteristi. L’attenzione ai caratteri secondari è straordinaria ed è tipica del genere noir.
    M.R. Non ci sono mai attori secondari, lo sono rispetto al racconto del film. Credo ci vogliano grandi attori per interpretare anche ruoli piccoli.

    Avete diviso la sceneggiatura in tre. Come avete collaborato?
    M. R.: La prima idea non era quella di fare un film di genere, siamo partiti da lontano pensando di raccontare certi aspetti del paese, ma le cose non quadravano; addirittura si era pensato all’inizio di fare un film sulla trattativa Stato-Mafia, tanto che avevo incontrato anche Ingroia e Massimo Ciancimino, ma anche lì non ero ancora convinto.
    Alla fine mi ha incuriosito l’idea di raccontare una fetta della nostra Italia attraverso gli occhi di un investigatore privato. Sono molto felice di essere tornato a collaborare con Andrea Purgatori e Jim Carrington che mi avevano accompagnato anche in Fortapasc. Jim ha questo modo attento di suddividere le scene e sa – come solo gli americani sanno – quando deve succedere una determinata cosa.
    Jim Carrington: In genere mi concentro sulla struttura. Ogni storia sin dai tempi degli Antichi Greci ne ha una, ha il suo arco ed ogni personaggio o carattere dovrebbe avere idealmente il suo. Ogni scena ha la sua dinamica e il suo arco specifico.

    Il detective di Cha Cha Cha vivrà altre avventure?
    M.R.: Chissà, queste cose vanno di pari passo con gli incassi. Magari Corso e Michelle si rincontreranno; vorrei rivedere lo sguardo finale di Eva (Herzigova) che si allontana in macchina in un’altra occasione e scoprire cosa succede.

    Pippo, vieni dal teatro e hai una misura cinematografica strettissima: fai il minimo indispensabile per ottenere il massimo.
    Pippo Delbono: Personalmente vengo fuori da una storia non strasberiana. Non è detto che per interpretare un prigioniero tu debba per forza trascorrere dei mesi in una prigione: per me fare l’attore non è questo, ma è piuttosto una questione di segni. E il cinema ha molto a che fare con la tradizione del teatro orientale: uno sguardo, un occhio, un cambio di direzione, un gesto…
    I personaggi non sono di chi li fa, ma di chi li guarda. Non penso che per essere cattivo si debba trovare il marcio che c’è in noi. La mia concezione del personaggio viene dalla danza, dall’ oriente, da un altro modo di stare dietro la camera.

    Luca, come hai interpretato la scena del pestaggio subito dopo essere uscito dalla doccia?
    Luca Argentero:
    La mia preoccupazione era renderla dinamica ed efficace. Riguardandola mi sono accorto che semplicemente funzionava. È una scena importante che arriva a un picco di buio, di ombra, adrenalina, terrore.

    Quanto ci avete impiegato a girarla?

    M.R: Una giornata, con quattro macchine da presa. John Woo insegna! Magari gli americani ci avrebbero messo quattro giorni, ma noi avevamo dei limiti di tempo.

    C’è una citazione al Cronenberg de La promessa dell’assassino?
    M. R.: Era inevitabile che ci pensassi, perché quella scena è talmente bella! Ma lì erano nudi tutti e due i personaggi, qui invece mi interessava soprattutto che il protagonista venisse colto nella sua intimità più assoluta, solo in casa e con il suo cane adorato.
    Ho pensato invece ad una sequenza del Maratoneta, che ho amato molto sia nel film sia nel libro: lui nel bagno da solo che sente i rumori, capisce ed è terrorizzato. Anche se il mio personaggio è molto più preparato al pericolo.

    Alla fine sono tutti corrotti?
    M. R.: Tutti corrotti meno uno, tutti coinvolti in un gioco che sta diventando sempre più sporco e difficile da capire. Perciò mi piace la figura dell’investigatore, dell’eroe che cerca la verità o tenta di vendicare il torto subito. Io che sono un vigliaccone, attraverso il cinema ho il coraggio di rappresentare un uomo che può fare quello che mi piacerebbe saper fare.
    Mi piacerebbe pensare che uomini simili esistano davvero e forse ce ne sono, magari vivono nell’ombra. Quello che più mi ha dato fastidio in questi anni era l’idea che ci stessimo adeguando e assuefacendo a un pensiero comune inutile, la filosofia andreottiana del ‘tanto niente cambierà’ perché poi le cose passano e scivolano via. Speriamo che le cose inizino a cambiare Questo paese è bello perchè pieno di cose da raccontare. Ed è bello anche perchè cialtrone.
    Questo film è un susseguirsi di colpi di scena che hanno molto a che fare con questo Stato, con noi. Il merito del cinema è riuscire a raccontare e anticipare il paese e il fatto che non sia come lo vogliamo, e che facciamo spesso poco per cercare di modificarlo.

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    Michael Reaves, Neil Gaiman e i vampiri

    Scrittore e sceneggiatore, a Michael Reaves dobbiamo l’esordio come attore del grande Neil Gaiman. Evento che vedremo in Blood Kiss, un film di vampiri molto lontano da essere ‘solito’ nato anche grazie alla raccolta fondi realizzata (con successo) sul sito KickStarter… Come ci racconta lui stesso.

    Un Noir ‘di vampiri’, da dove viene una storia ‘classica’ come questa?
    Film noir, detective stories e di vampiri hanno molto in comune. Hanno tutti radici profonde che affondano nei film espressionisti tedeschi degli anni ’30 e ’20. Caligari, Nosferatu, M, avevano tutti i disegni e motivi molto simili. Fondamentalmente si sono divisi sulla questione del realismo: il detective privato è passato per essere il miglior esempio di razionalità; gli aspetti soprannaturali non gli si adattavano. Ci sono sempre delle eccezioni, naturalmente: come “Ghostbreakers”, una commedia, realizzata sorprendentemente bene, in gran parte grazie allo stile di ‘codardia comica’ di Bob Hope, un ottimo ponte tra i due generi.

    E da quale passione, o sogno, personale?
    Per lo più, se non completamente, da un amore per i film di genere e le messe in scena stilizzata dei film noir. Volevo vedere quanto a fondo avrei potuto combinare i topoi del genere mistery/occhio privato con quelli dell’horror/vampiresco.

    E’ stato difficile coinvolgere gli Studios nella produzione?
    Quando ho finito Blood Kiss e l’ho dato al mio agente, l’ha letto e appena ha preso fiato mi ha assicurato che gli era piaciuto, poi subito dopo ha aggiunto che non avrebbe potuto venderlo. Sembrava che, in quel momento, in questa città non si potesse tirare un sasso senza colpire uno scrittore con un copione sui vampiri, il tipo frizzante, ammiccante e romantico, naturalmente. Sembrava che, anche se avessi piazzato Blood Kiss presso uno degli Studios, sarebbe finito probabilmente su una mensola a raccogliere più polvere di Kharis la Mummia mentre si struggeva per la principessa Ananka.

    Impossibile non chiederlo, perché dunque un altro film di vampire?
    Beh, che ne dite di persone normali, invece di eccessivi conti transilvani? Forse perché non ricordano costantemente alle loro vittime che “Il sangue è vita”, hanno un certo senso dell’umorismo su se stessi. Non posso commentare lo stile “Twinkleteeth” dei vampiri, perché non ne ho visto nessuno.

    E cosa c’è di nuovo, o diverso, in questo?
    La differenza principale è che non c’è niente di soprannaturale in questi vampiri. Non possono trasformarsi in pipistrelli o lupi, né hanno alcun problema con croci, specchi, e simili. Hanno reazioni da shock tossico ad argento e luce del sole, ma tutto è spiegato in termini di biologia.

    Di certo, di nuovo c’è l’esordio attoriale di Neil Gaiman, splendido creatore e scrittore anch’egli… Come l’avete coinvolto?
    Con Neil siamo amici da circa 20 anni. Di tanto in tanto gli chiedo il suo parere su cose cui lavoro, e questo script è stato uno di quei casi. Gli è piaciuto, ed è stato solo allora che mi son reso conto che sarebbe stato perfetto per la parte di Julian. Così gliel’ho chiesto. Lui ha borbottato, ha esitato e ha detto: “Ti rendi conto che non ho mai recitato prima?”; “Neil, hai interpretato te stesso per tutta la vita”, gli ho risposto. Non ha potuto che ammettere che fosse “assolutamente vero”.

    Un film nato grazie anche alla raccolta fondi online, sul sito kickstarter, sarebbe stato diverso con una produzione diversa?
    Molto probabilmente, ma sicuramente avrebbe richiesto molto più accattonaggio e suppliche.

    Si è appena aggiunta anche Whoopi Goldberg, avete dovuto aspettare di raggiungere una certa cifra?
    Whoopie è una incredibile sostenitrice delle arti. E’ stata uno dei nostri sostenitori e ha detto alcune cose talmente gentili che non mi sento di ripeterle…

    A questo punto, chi vorrebbe avere o state cercando di convincere dopo di lei?
    In questo momento ho un paio di nomi in mente, ma sono costretto a tacere su di loro fino a quando avremo finito la campagna e saprò a che punto saremo finanziariamente.

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    La religiosa: In Fede e in Libertà

    Tratto dall’omonimo romanzo di Denis Diderot, La religiosa smuove la coscienza e pervade il cuore. In sala dal 27 giugno.
    3stelleemezzo

    Nella Francia settecentesca, una ragazza con un’innata passione per la musica e una sincera fede religiosa, si trova costretta a combattere le rigide regole patriarcali che la vogliono monaca di clausura. Difficile – se non impossibile – sottrarsi all’ingiustizia di una vocazione forzata, inesorabile destino di figlia senza dote. Suzanne (Pauline Etienne) ha solo diciassette anni quando davanti ai suoi occhi vede chiudersi le porte del monastero di S. Marie; lo spazio austero del convento la obbligherà a confrontarsi con un’inaspettata realtà ecclesiastica, impersonata da tre madri superiore (tra cui una penetrante Isabelle Huppert) che segneranno, ognuna a suo modo, la strada della giovane monaca.
    Con determinazione e travolgente passione Suzanne lotterà fino allo stremo per soddisfare il suo irrefrenabile desiderio di libertà.
    Alla sua seconda trasposizione cinematografica (la prima, di Jacques Rivette, risale al 1966) La religiosa rivive sullo schermo grazie al regista francese Guillaume Nicloux che, dopo anni di progettazione, tramuta in film il romanzo che più ha segnato la sua adolescenza, cogliendone l’aspetto più attuale: la libertà di tracciare il proprio destino. È proprio questo il merito di Nicloux, che con la preziosa collaborazione dello sceneggiatore Jérome Beaujour, riesce magistralmente a raccontare il rapporto controverso di Suzanne con la fede, rendendo contemporaneo un dramma senza tempo.
    La scelta di girare in location reali contribuisce a delineare la staticità di un luogo dove il tempo sembra essersi fermato e dove personaggi accuratamente studiati rivelano ogni possibile sfaccettatura di un mondo chiuso e repressivo.
    Meritevole di lode Pauline Etienne che con la sua commovente interpretazione coinvolge e sconvolge, rendendo tangibile una fede incrollabile che salva e devasta, imprigiona e libera; una fede impossibile da non percepire.
    Un film dai toni forti che non lascia indifferenti, denso di quel pathos proprio della parola scritta che non perde d’intensità nel passaggio sul grande schermo.

    Giuditta Langone

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    Niente può fermarci, la parola al cast

    A quattro anni dal thriller Visions, Luigi Cecinelli cambia registro e si affida alla commedia.  Una storia ‘on the road’ che ruba prototipi e cliché già consolidati dal filone comico europeo, e non solo.

    Quattro ragazzi, ognuno con un disturbo della personalità, l’estate, il viaggio, la strada.
    Matteo è narcolettico, Augusto è un internet dipendente, Leonardo è ossessivo compulsivo e Guglielmo è affetto dalla Sindrome di Tourette: insieme, a bordo di un auto rubata, si lasceranno alla spalle Villa Angelika, la clinica in cui sono ricoverati. Destinazione Ibizia.
    A quattro anni dal thriller Visions, Luigi Cecinelli cambia registro e si affida alla commedia Niente può fermarci, che debutta in 160 sale il 13 giugno distribuita da 01 Distribution.
    Un cast di giovanissmi con la partecipazione speciale di Gerard Depardieu

    Questa commedia parte da un’idea diversa dal solito. Come nasce?
    Luigi Cecinelli: È nata parlando con una persona che fa il volontario in una clinica simile a quella del film. E poi ho anche un amico con la sindrome di Tourette che fa il fotografo. Abbiamo scelto insieme cosa poter raccontare e mi piaceva l’idea di poter dire che la diversità è piu negli occhi di chi la vede che non in quelli di chi la vive. I protagonisti di questa storia sono ragazzi con quatto problematiche diverse, ma con la capacità di gestirle, al contrario dei genitori.
    In questo film c’è un po’ di tutto, molti spunti sono arrivati dalle varie commedie viste negli anni come come ad esempio “Suxbad – Tre menti sopra il pelo”. E altri on the road.
    Ma l’idea principale era che le donne e l’amore fossero importanti per tutti i personaggi.
    Era importante che i quattro ragazzi trovassero lo spunto per migliorarsi e spingersi oltre: in questo caso quello spunto è l’amore.

    Un nutrito cast di giovanissimi attori. Come è andata con i provini?
    L. C.: Io e Ivan Silvestrini ci siamo ritrovati a chiacchiereare di questa idea tre anni fa; su suggerimento di Claudio Zamarion – che qui è sia produttore sia direttore della fotografia – abbiamo sviluppato insieme la sceneggiatura e poi abbiamo iniziato a fare dei casting a diversi ragazzi e ragazze. Il primo a essere trovato è stato Vincenzo Alfieri, poiè arrivato Emanuele Propizio. Di Federico Costantini, che ha sempre recitato nel ruolo del bello e dannato, mi incuriosiva invece vedere come si sarebbe trovato nei panni dello sfigato alle prese con delle manie. Abbiamo chiuso il cast con Gigulielmo Amendola.
    Nella scelta degli attori che avrebbero interpretato i genitori è sandata un po’ come per uno shopping di Natale: Massimo Ghini, Gianmarco Tognazzi, Paolo Calabresi e Serena Autieri sono meravigliosi professionisti e hanno dato molto al film improvvisando spesso tra di loro. Con attori così non riesci mai a dare lo stop. Per la scena del mal di schiena ad esempio, avremmo fatto almeno ventuno ciak: non si finiva mai di ridere.

    L’incontro con Depardieu?
    L. C.: Tutto è nato pensando ad una scena ambientata in Provenza. Mi venne subito in mente lui, ma non ci speravo. Qualche mese dopo invece arrivò Claudio dicendomi che Depardieu aveva
    Letto la sceneggiatura, che gli era piaciuta e avrebbe accettato. È stato un grande regalo della produzione!

    Guglielmo, che è successo a Ibizia?
    Guglielmo Amendola: Ci siamo divertiti tantissimo, soprattutto io che mi son appena affacciato a questo mondo. Per me è tutto nuovo. Provo a fare il calciatore intanto. Non so cosa faccio meglio. Devo ringraziare Luigi per la possibilità che mi ha dato e tutti questi miei straordinari ‘compagni di viaggio’ che mi han aiutato e mi han fatto integrare alla grande.
    Conoscere persone che fino a ieri vedevo solo in tv o al cinema è stata una grande esperienza, il coronamento di un sogno.

    Emanuele, come è stato recitare con Gérard Depardieu?
    Emanuele Propizio: Nel giro di due anni ho avuto fortuna di lavorare con De Niro e Depardieu. A questo punto potrei anche ritirarmi dalle scene! A parte gli scherzi, ringrazio questo progetto che sarebbe dovuto partire molti anni fa, quando io ero addirittura minorenne.

    Eva, a te come è andata?
    Eva Riccobono: Ho incontrato Luigi tre anni fa e mi divertiva soprattutto l’idea di far parte di questa giovane e scalmanata combriccola. Fu provino allucinante! Poi sono partita per mesi su un set per lavoro e quando sono tornata quasi non ricordavo la parte; ringrazio Luigi per aver creduto in me tempi assolutamente non sospetti.

    Federico, tu come hai preparato le tue manie?
    Federico Costantini: Ho sfruttatao la mia paura degli insetti. Il punto di incontro con questo personaggio è che non sono un amante degli insetti.

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