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    Se sposti un posto a tavola: La facoltà di scelta

    Il destino può decidere per noi? Le cose succedono per caso? Una commedia degli equivoci francese, ambientata durante un insolito banchetto di nozze. In sala dal 25 luglio.
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    Alcuni affermano che avere la facoltà di poter scegliere, oggi soprattutto, è merce rara. Quasi nessuno ha questa fortuna. Altri, però, non la pensano così. Anzi. Christelle Raynal dirige un film che è l’emblema dell’esatto opposto: si può sempre scegliere! Questa frase è un po’ il mantra del suo esordio da regista, Se sposti un posto a tavola. Una commedia. Francese. Ma non una classica commedia e neanche un classico film francese. Un mix delle migliori caratteristiche della commedia romantica – come solo negli USA la sanno fare-, insieme con il raffinato cinema – come solo i Francesi lo sanno fare. La riprova che la commedia francese si sta aprendo al mondo, al grande pubblico. Sempre di più ormai. Mantenendo elementi di elegante comicità e mai di esplicita volgarità, ma lavorando per amalgamarli con ironia e storie alla portata di tutti.

    Le cose accadono. Ma noi siamo davvero in balia del destino, che a volte si comporta bene e a volte no? Siamo davvero impotenti di fronte alle nostre vite? Una sposa (Louise Manot), simbolicamente un’eterna indecisa, il giorno del suo matrimonio, al suo banchetto nunziale, sembra così felice mentre bacia con passione irrefrenabile quello che tutti direbbero essere lo sposo. Sembra. Perché lei non è felice e lui non è lo sposo. Travolti da questo insolito destino i due fanno cadere i segnaposto da un preciso tavolo. Il resto è il caso a deciderlo. È il destino, appunto, a scrivere il seguito di questa storia, di questo film e delle vite degli invitati seduti a quel tavolo. Una sorta di Sliding Doors molti anni dopo e con un’ambientazione molto più romantica. Quale luogo migliore di un matrimonio per mettere in gioco la propria vita amorosa? C’è anche un burattinaio in questa vicenda che, però, è lui stesso pedina del gioco: lo sposo mancato (Lannick Gautry). Vite intrecciate, che si cambiano e si influenzano a vicenda. Con un finale che, secondo la nuova tendenza della commedia francese, non poteva essere se non happy!

    Giulia Oppia

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    Pain & Gain: Un Bay tutto muscoli e poco denaro

    Il regista di Transformers e Armageddon dirige Mark Wahlberg e Dwayne “The Rock” Johnson in un crime violento e low cost ispirato ai delitti dell’efferata Sun Gym Gang di Miami. In sala dal 18 luglio.
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    Bodybuilders, spogliarelliste, Lamborghini, motoscafi e delitti sullo sfondo delle onnipresenti palme della Florida. Gli elementi di Pain & Gain – Muscoli e denaro sembrerebbero quelli di una puntata di Miami Vice, o al massimo di una classica action comedy di fine anni ’80, di quelle che Eddie Murphy ci stava benissimo. Michael Bay però aveva voglia di stupirci e forse anche di stupirsi, perché la pietanza che esce dalla sua cucina è tutt’altro che prevedibile.

    Il regista di Transformers, Armageddon, Pearl Harbor e compagnia esplodendo, lascia in soffitta la dinamite, manda in ferie i responsabili degli effetti speciali e si dedica a un film “tranquillo” per i suoi standard, come per i suoi standard è pure “low cost”. Le stime parlano di una spesa complessiva di poco superiore ai 20 milioni di dollari ma tanta era la convinzione nel progetto che Bay e i protagonisti Mark Wahlberg e Dwayne “The Rock” Johnson hanno rinunciato al compenso anticipato accettando un pagamento sulla percentuale degli incassi.

    Tornando al prodotto ci troviamo di fronte a un crime che alterna passaggi umoristici a scoppi di violenza brutale, declinati però in chiave grottesca. Un mix di certo nuovo per un re dei blockbuster in libera uscita che, come se non bastasse, osa anche nella scelta del soggetto. Perché, come ci ricorda una serie di didascalie piazzate nei momenti più surreali del film, Pain & Gain è ispirato a una storia vera, agli efferati delitti della Sun Gym gang di Miami, raccontati in una serie di articoli del giornalista Pete Collins e rielaborati dagli sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely.

    E così la vicenda del personal trainer Daniel Lugo e dei suoi complici si articola in un film ambizioso che racconta di un sogno americano che si trasforma in ossessione americana e che finisce per sfociare nella violenza e in un desiderio di prevaricazione che fa pensare quasi a un “Delitto e castigo” ambientato nel mondo del fitness. L’ambizione però – e qui Bay tradisce il travestimento da intellettuale scegliendo comunque la via dell’intrattenimento – viene stemperata qui e là dagli elementi grotteschi, dalle torture nella sala dei sex toys alle battute sul christian rock, dalle dita mozzate alle tette di silicone, dai corsi motivazionali fino ai duetti religiosi tra Johnson e Tony Shalhoub (il Monk televisivo in una parte che dieci anni fa sarebbe stata di Joe Pesci). E se non mancheranno i cultori non sono mancate di certo le controversie, tanto che in patria i parenti delle vittime non hanno affatto gradito una versione degli assassini ritenuta troppo simpatica.

    Polemiche a parte per riprodurre sullo schermo questo strano miscuglio Bay sceglie un montaggio veloce, quasi da videoclip, voci fuori campo e colonna sonora mid-nineties (da Coolio a Bon Jovi). E se al regista-produttore mancano il talento di Quentin Tarantino come pure la verve del Guy Ritchie di The Snatch, allora forse il film che più si può accostare a Pain & Gain è quel City of God del brasiliano Fernando Meirelles che pure tra sparatorie insensate e violenza grottesca raccontava la vera vita delle favelas di Rio.

    Marcello Lembo

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    Venezia 70.: Haifaa Al Mansour Presidente di Giuria Premio “Luigi De Laurentiis”

    La regista de La bicicletta Verde presiederà la Giuria del Premio Venezia Opera Prima alla prossima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

    Sarà Haifaa Al Mansour, prima regista donna dell’Arabia Saudita e autrice di Wadjda (La bicicletta verde), film presentato con grande successo alla Mostra di Venezia 2012, il Presidente della Giuria internazionale del Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” della 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in programma al Lido dal 28 agosto al 7 settembre.

    Haifaa Al Mansour è la prima regista donna dell’Arabia Saudita ed è considerata una delle figure più significative del cinema del suo Paese. Il suo esordio nel lungometraggio, Wadjda (La bicicletta verde), primo film girato in Arabia Saudita, è stato lanciato alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti con un grande consenso critico, e continua a ottenere slancio da accoglienze entusiastiche e da numerosi premi internazionali.

    Al Mansour ha studiato letteratura comparata all’American University del Cairo e ha poi completato la sua formazione con un Master in studi cinematografici all’Università di Sidney. Il successo dei suoi cortometraggi, e dell’innovativo documentario Women Without Shadow (2005), ha influenzato una nuova onda di registi sauditi e ha posto la questione dell’apertura dei cinema nel suo Paese sulle prime pagine. In Arabia Saudita il suo lavoro è insieme lodato e vilipeso per aver incoraggiato la discussione su tematiche tabù e per aver penetrato il muro di silenzio che circonda la vite segregate delle donne saudite.

    Il successo internazionale di Wadjda ha portato ‘Variety’ a inserire Haifaa Al Mansour tra i “10 registi da tenere d’occhio” nel 2013, e ha portato nuovo interesse e attenzione verso i film provenienti dalla regione araba.
    La Giuria Internazionale del Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”, composta da 7 personalità del cinema e della cultura di diversi Paesi, tra i quali un produttore, assegnerà senza possibilità di ex aequo, tra tutte le opere prime di lungometraggio nelle diverse sezioni competitive della Mostra (Selezione ufficiale e Sezioni Autonome e Parallele), il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”, e un premio di 100.000 USD, messi a disposizione da Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis, che sarà suddiviso in parti uguali tra il regista e il produttore.

    Negli ultimi anni si sono aggiudicati il Premio Venezia Opera Prima: Viaggio alla Mecca (Le grand voyage) di Ismael Ferroukhi (2004), 13 – Tzameti di Gela Babluani (2005), Khadak di Peter Brosens e Jessica Woodworth (2006), La zona di Rodrigo Plá (2007), Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio (2008), Engkwentro di Pepe Diokno (2009), Cogunluk (Majority) di Seren Yuce (2010), La-Bas di Guido Lombardi (2011), Küf (Mold) di Ali Aydin (2012).

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    Now you see me: Il thriller c’è, ma non si vede

    Arriva in sala il nuovo film di Louis Leterrier, insolito crime che gioca sul filo della suspense e della magia, tra prestigiatori, poliziotti, ciarlatani ed effetti speciali.
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    Ora mi vedi, ora non mi vedi più. È il classico tormentone del prestigiatore, per l’occasione lasciato in originale, a dare il titolo a Now you see me – I maghi del crimine, ultima fatica cinematografica di Louis Leterrier nelle sale dall’11 luglio grazie a Universal  Pictures. Non traggano in errore però il trailer che punta sugli effetti speciali e il curriculum recente del cineasta parigino, che nel 2008 affrontò il mondo dei supereroi Marvel con L’Incredibile Hulk e nel 2010 si dedicò alla mitologia greca con Scontro tra titani. Qui non c’è trucco, non c’è inganno, signori. Il regista, emigrato negli Usa per inseguire il sogno hollywoodiano, mette in soffitta gli elementi fantastici e consegna alla distribuzione un thriller insolito ambientato nel mondo dei prestigiatori, più vicino però alle atmosfere di Ocean’s Eleven che non a quelle di The Prestige.

    Ecco quindi quattro maghi (il Jesse Eisenberg di The Social Network, Isla Fisher, Woody Harrelson e Dave Franco), reclutati da un personaggio misterioso, inscenare una serie di furti spettacolari, sfruttando le tecniche della prestidigitazione, il tutto sotto il naso dei poliziotti (Mark Ruffalo e Mélanie Laurent, già vista in Bastardi senza gloria) e dei cattivi di turno (i veterani Michael Caine e Morgan Freeman). E se i tre sceneggiatori (Ed Solomon, Boaz Yakin, Edward Ricourt) tirano fuori dal cilindro personaggi tratteggiati in modo superficiale, un po’ giustizieri un po’ eroi dei fumetti, lo fanno perché in fondo il vero gioco di prestigio è altrove. Per la precisione in una trama piena di trovate, in scene d’azione ben girate e nei numeri di magia che, pur facendo largo uso di effetti speciali oltre al solito coniglio, sono tutti virtualmente realizzabili o così assicura il consulente mago David Kwong. Per non forzare troppo lo scetticismo dello spettatore però si è saggiamente deciso di contravvenire alla prima regola dei maghi, e così tempo mezz’ora anche il trucco più incredibile torna nei confini della realtà grazie a una spiegazione più o meno ragionata.

    E per concludere tra giochi di specchi, teletrasporti, palloncini, escapisti, mentalisti e abracadabra la sensazione è che questo strano miscuglio tra un classico heist movie e una performance di David Copperfield funzioni, nonostante qualche esoterismo di troppo nella seconda parte e un finale a sorpresa che non aggiunge molto al risultato complessivo.
    Anche il cast è promosso a pieni voti, con una menzione particolare per la parlantina di Eisenberg, per il cinismo di Harrelson – che tornano insieme dopo il cult Benvenuti a Zombieland – e per le classiche punzecchiature ‘Stati Uniti contro Francia’ della coppia Ruffalo-Laurent.

    Marcello Lembo

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    The Lone Ranger: Il western si mette la maschera

    Il team de I Pirati dei Caraibi ripercorre le gesta del cowboy mascherato, mattatore da 70 anni sia in radio che in tv, per un lungometraggio che mescola western e commedia. Nelle sale dal 3 luglio.
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    Mai togliersi la maschera. Ce lo spiega Johnny Depp che per l’amico regista Gore Verbinski e per i soldi di zio Walt Disney veste i panni di un comprimario, l’indiano Tonto, spalla del protagonista, il ranger mascherato John Reid, interpretato da Arnie Hammer. E The Lone Ranger la maschera non se la toglie mai, perché la pellicola, basata sul personaggio che fu protagonista di un radiodramma del 1933 e che vent’anni dopo sbancò anche in tv,  è tutto fuorché un western, nonostante il campionario di banditi, indiani, uomini di legge e giacche blu.
    Dopotutto i credit e i trailer lo evidenziano con trasporto, questo è il team de I Pirati dei Caraibi. Di Depp e Verbinski abbiamo già detto, ma ci sono anche il produttore Jerry Bruckheimer, gli sceneggiatori Ted Elliott e Terry Rossio (affiancati da Justin Haythe), il montatore Craig Wood e il compositore Hans Zimmer.

    Il risultato non può che essere un film avventuroso che punta su un umorismo a metà tra il film demenziale e la commedia slapstick, senza tralasciare quei richiami al fumetto pulp che fecero la fortuna di Indiana Jones. E la sensazione è che, tutto sommato, sia la formula preferita dalla Disney perché l’interlocutore principale – e ce lo spiega un prologo ambientato nella San Francisco degli anni 30 – sono i bambini. E così ecco Hammer nei panni di un eroe un po’ imbranato che ricorda più l’Orlando Bloom de La Maledizione della Prima Luna che non il Tex Willer di Sergio Bonelli, ecco un Johnny Depp che fa ancora una volta la mascherina più che la maschera, ecco un bordello che sembra la corte dei miracoli di Notre Dame de Paris, ecco una Helena Bonham-Carter uscita direttamente dal paese delle meraviglie, ecco indiani orologiai, cavalli che ruttano, banditi con la sei colpi e banditi in doppiopetto, battute sulla pipì e sulla pupù e coniglietti un po’ bastardi.

    Fortuna vuole che al mix sia  stata aggiunta anche una forte dose di autoironia e così i buchi della sceneggiatura diventano l’occasione di un sorriso, più che di un dubbio. E poi in fondo, quando la situazione stagna la soluzione è semplice: la musica di Hans Zimmer lascia il posto all’overture del Gugliemo Tell di Rossini, storico tema del telefilm, e via con le sequenze d’azione degne di Jack Sparrow e compari, per una baraonda a tratti irresistibile che fa chiudere un occhio anche sui treni che vanno a marcia indietro o sui cavalli che spariscono e ricompaiono proprio al momento giusto. E non importa che il personaggio sia un po’ stravolto perché l’obiettivo è far divertire i bambini e i bambini, di certo, apprezzeranno.

    Marcello Lembo

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    Pino Quartullo: “I miei piccoli film”

    Abbiamo incontrato Pino Quartullo, attore, regista, sceneggiatore e doppiatore romano, che negli ultimi tempi ha dedicato la sua  attenzione al mondo dei cortometraggi…

    Pino, a breve sarai premiato sul palco del Mompeo in Corto, storica kermesse dedicata interamente al cortometraggio. Quale è il tuo rapporto con il mondo del corto?
    La mia carriera di regista è iniziata con un cortometraggio: era il 1985 quando il programma di Monica Vitti scelse il corto EXIT per il programma tv “Passione mia” di Roberto Russo, realizzato insieme a Stefano Reali, dando inizio cosi alla mia attività. Il merito del progetto della Vitti fu quello di rilanciare il ruolo del cortometraggio in Italia, che in quegli anni era un po’ andato a perdersi, offrendo visibilità e spazio a giovani video maker come me. Exit ricevette nomination e premi di rilievo nazionale e internazionale e segnò una grande svolta nella mia carriera!

    E la vita continua è il nome del cortometraggio con cui stai ricevendo numerosi riconoscimenti, come mai la scelta di dedicarti a questo progetto?
    È un piccolo film commissionatomi dalla Fondazione Trapianti Milano e dal Professore Girolamo Sirchia, in collaborazione con Nicola Liguori e Tommaso Ranchino, ispirato ad una storia vera, è stato pensato e realizzato per informare e sensibilizzare il pubblico sul tema dei trapianti e l’attività della donazione di organi in Italia, con un linguaggio cinematografico.
    Per me è stato importante realizzare questo lavoro, con un cast eccezionale, con protagonisti Ludovico Fremont e Cesare Bocci che mi hanno permesso di mostrare come è possibile aiutare qualcuno con la propria vita.

    Come è nata l’idea di questo corto per sensibilizzare il pubblico verso una tematica tanto delicata come il trapianto degli organi?
    Sono di Civitavecchia, luogo di mare in cui il ruolo del bagnino è vitale e per questo ho voluto che il protagonista svolgesse questo lavoro nella semplicità della sua realtà di ragazzo che si affaccia all’età adulta e che vorrebbe salvare una vita, ma ancora non ne ha avuto modo. Il ruolo di Fremont è quello di sdrammatizzare la tragedia di una vita spezzata cosi giovane nel modo con cui racconta la sua storia. Dall’altra parte, ho lavorato tempo fa con un attore in teatro che aveva subito un trapianto di organi e questo mi ha ispirato notevolmente al punto da pensare a lui per il ruolo svolto da Cesare Bocci.

    Dopo questo prezioso lavoro, in cosa sarai impegnato?
    Mi sono dedicato a un altro cortometraggio con Margherita Buy, Io… Donna, tratto dal romanzo omonimo di Matteo Bonadies. Anche questo ha uno straordinario cast di attori, tra cui Sergio Rubini, Massimo Wertmuller, Giampaolo Morelli, Valentina Cenni, Crescenza Guarnieri, Sabrina Picci Terranova. Ora il film è in concorso in numerosi contest internazionali: si tratta di una commedia al femminile.

    Maria Luisa Lafiandra

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    Oggetti Smarriti – Lost and Found: La ricerca della felicità!

    Uscirà in sla il prossimo 11 luglio il nuovo film di Giorgio Molteni. Vincitore nel 2011 del Premio Anec al Giffoni Film Festival. Protagonista Roberto Farnesi affiancato da Michelangelo Pulci, Chiara Gensini, Ilaria Patanè e la partecipazione di Giorgia Wurth. Abbiamo incontrato il regista e il cast in conferenza stampa a Roma, ecco cosa ci hanno raccontato.

    Giorgio, puoi raccontarci com’è nato il film?
    Giorgio Molteni: E’ stato un percorso creativamente lungo nato anni fa. E’ venuto tutto molto naturale, le riprese senza tensione, il cast l’ho scelto io e la casa dove girare è saltata fuori tre giorni prima delle riprese. Dalla commedia si passa all’elemento soprannaturale nel quale cade Guido, il protagonista, per poi tornare al lieto fine.

    Come vi siete trovati ad interpretare i vostri personaggi?
    Roberto Farnesi: Il personaggio mi ha entusiasmato subito appena ho letto la sceneggiatura. Guido è un quarantenne scanzonato poi si trova a fare i conti con la coscienza e il conto sarà salato. Da commedia il film diventa onirico e alla mia interpretazione in soggettiva ho scelto l’angoscia. Questa è stata la parte più difficile.
    Chiara Gensini: Il mio personaggio non è reale, ma frutto della fantasia di Guido. Per interpretare la vicina di casa sexy, non volevo però fare niente di troppo strano per non rivelare la mia vera natura, ma ho cercato una via di mezzo tra sogno e realtà.
    Giorgia Wurth: Interpreto un duplice ruolo : Silvia ex moglie di Guido e la ragazza dell’Ufficio Oggetti Smarriti. Uno reale e l’altro fantastico, direi l’alter ego della ex moglie nella testa di Guido, pronta a punirlo con le sue estenuanti domande. Mi è piaciuto il fatto che il protagonista si perde in casa, perde tutto, anche la figlia, una metafora interessante.
    Michelangelo Pulci: Il mio personaggio è immaginario. E’stato difficile perché avevo paura di annoiare spiegando le regole. Mi ha ispirato un personaggio che sto facendo in tv, un politico che ha perso la memoria.

    Giorgia, com’è stato il tuo rapporto con Ilaria Patanè che sul set è tua figlia?
    G. W.: Sul set ho girato un giorno e con Ilaria per quel poco che l’ho vista ho solo ricordi positivi! In genere comunque amo lavorare con i bimbi!

    Giorgio, si può parlare di Cinema Indipendente in questo film?
    G.M: Sì, è indipendente perché non ha avuto sovvenzionamenti né da reti tv né dallo Stato, solo un aiuto dalla Film Commission di Genova. Indipendente perché l’ambientazione e cast l’ho scelto io senza interferenze. Credo che il cinema indipendente possa risollevare il cinema italiano , un po’ come ha fatto la New Hollywood degli anni 70 con il cinema americano.

    Elisa Solofrano

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    La Quinta Stagione: I segni del male

    Mistero, atmosfere medievali, inquadrature quasi dipinte, animali che simboleggiano l’arrivo di una sciagura. La nuova pellicola della coppia di registi belga invade l’anima.
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    E’ cupo e traboccante di metafore, il nuovo film di Jessica Woodworth e Peter Brosens: La quinta stagione chiude la trilogia cominciata con Khadak e Altipiano.
    Tutto si svolge nel bel mezzo del passaggio stagionale dall’inverno alla primavera (mai giunta).
    Un piccolo villaggio belga è colpito da una ‘mostruosa’ calamità, di cui non se ne conoscono le caratteristiche.
    A cambiare, rispetto ai film precedenti, è la scelta di un’ambientazione del tutto occidentale, almeno per la collocazione geografica: dal Perù e la Mongolia i due registi puntano questa volta l’obiettivo sul paesino belga, dove realmente vivono insieme.
    Al di là del tempo e del luogo, infatti, la storia potrebbe essere ambientata ovunque e in qualsiasi epoca storica: i ragazzi non vanno a scuola, ma aiutano i genitori proprio come avveniva una volta.
    Non vengono mostrati computer o mezzi tecnologici, seppur i costumi e le automobili siano più che mai attuali.
    Dove ci troviamo realmente? Il paradiso si sta forse trasformando in inferno?
    La coppia di registi attinge al cinema, alla pittura, alle tradizioni popolari, alla letteratura: la loro opera riesce a fondere aspetti quasi presagistici con elementi grotteschi, cupi, volutamente medievali.
    Difficile dare un senso ai numerosi elementi che appaiono sulla scena, quasi impossibile decifrare ogni simbolo tirato in ballo.
    Tutta la storia è circoscritta al solo villaggio, nulla o quasi nulla viene detto del mondo circostante.
    Il luogo scelto dai registi sembra quasi un microcosmo, ripetuto all’infinito in ogni altra parte del mondo. Non c’è salvezza.
    La Cinquième Saison induce alla libera interpretazione: al di là della storia, ripercorsa attraverso il ciclo delle stagioni, spetta alla mente e agli occhi di chi guarda riuscire a dare un senso alle immagini che si susseguono sul grande schermo.
    Tra queste, sono proprio quelle degli animali, in particolar modo degli uccelli, a simboleggiare l’arrivo di una sciagura.
    Il gallo che non canta, l’arrivo della civetta, il corvo che sorvola le teste dei cittadini.
    Animali, natura, ma anche tradizioni: il falò che segna il passaggio dall’inverno alla primavera non si accende. E’ il primo segno del male.
    Anche i protagonisti racchiudono nella loro essenza significati importanti.
    Lo straniero, ad esempio, è saggezza. I registi affidano al suo personaggio il compito di rivelare l’unica possibile via di salvezza. Non compreso ed emarginato, rappresenterà il primo capro espiatorio della sciagura. Brucerà vivo come le streghe.
    A dargli la morte gli stessi cittadini, ormai privi di individualità e accumunati da una maschera bianca con il becco. Evocano alla mente le maschere contro la peste.
    Woodworth e Brosens usano la macchina da presa in maniera intelligente, sembrano dipinte le immagini che lasciano impresse negli occhi degli spettatori.
    Nel finale l’angoscia va crescendo fino ad esplodere.

    Silvia Marinucci

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    Locarno 2013. Vision Award a Douglas Trumbull

    Il regista e maestro di effetti speciali americano Douglas Trumbull riceverà il primo Vision Award – Electronic Studio del Festival del film Locarno.
    Questo nuovo riconoscimento intende omaggiare e valorizzare personalità che, con il loro lavoro dietro le quinte e le loro creazioni, hanno contribuito ad allargare gli orizzonti del cinema.

    La 66a edizione del Festival del film Locarno (7-17 agosto 2013) renderà omaggio all’artista di effetti speciali proiettando 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968), Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg (1977) e il film da lui diretto Silent Running (1972).
    Il pubblico del Festival avrà poi l’occasione di partecipare a due esclusive masterclass con Trumbull, che condividerà i segreti dietro alla lavorazione dei capolavori Blade Runner, 2001: Odissea nello spazio e Incontri ravvicinati del terzo tipo.

    Il Direttore artistico Carlo Chatrian dichiara “Douglas Trumbull è una personalità unica non solo all’interno del panorama del cinema americano. Regista, sperimentatore, creatore di soluzioni visive che hanno fatto viaggiare l’immaginario delle persone e che hanno segnato alcune delle pietre miliari del cinema; Trumbull è qualcuno che ha sempre saputo guardare un po’ più avanti degli altri. Lo ha fatto da una posizione ostinatamente indipendente che lo avvicina ai grandi artigiani-maestri del cinema. Registi come Kubrick, Spielberg, Scott e Malick lo hanno voluto al loro fianco per accompagnare il loro desiderio di innovare. La voglia di invitarlo a Locarno a condividere con il pubblico la sua lunghissima esperienza mi ha fatto pensare a un nuovo premio da dedicare ad artisti che, come lui, sono riusciti a sorprendere il nostro sguardo con immagini (e suoni) inediti“.

    Douglas Trumbull (Los Angeles, 1942) ha partecipato alla realizzazione di classici come 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968), Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg (1977), Star Trek di Robert Wise (1979), Blade Runner di Ridley Scott (1982) o The Tree of Life di Terrence Malick (2011). Oltre a consulenza e supervisione di effetti speciali, Douglas Trumbull ha prodotto e diretto diverse pellicole, fra le quali Silent Running (1972, con Bruce Dern) o Brainstorm (1983, con Christopher Walken e Natalie Wood), come anche alcuni cortometraggi. Trumbull ha ottenuto tre nomination agli Oscar ed è stato premiato con lo Scientific and Engineering Award (1993) e il Gordon E. Sawyer Award (2012) dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences.

    Il primo Vision Award è sostenuto da Electronic Studio, Official Technical Partner del Festival.

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    Salvo: Tra western e redenzione

    In sala dal 27 giugno grazie al coraggio di Good Films, l’opera prima di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza che ha incantato Cannes.
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    Cannes lo ha applaudito e premiato alla 52esima Semaine de la Critique, un’ unanimità di consensi di pubblico e critica, un’epifania che lo ha dissotterato da oltre cinque anni di tentativi di venire allo scoperto regalandogli così l’occasione di trovare un distributore italiano. Il viaggio di Salvo raccoglie in sé tutte le contraddizioni del buon cinema italiano, costretto a un pellegrinaggio festivaliero – a volte di anni – prima che qualcuno nel Bel Paese si accorga della sua esistenza e lo porti in sala.  E’ questo il cammino di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, i due registi esordienti di un’opera che ha il coraggio di raccontare la mafia tenendosi a debita distanza dai cliché e dai soliti stilemi narrativi. Una storia di prigionia e redenzione nella Sicilia sopraffatta dal sottobosco criminale mafioso, che prende il meglio del cinema di genere reinventandolo in un mix esplosivo: dal noir classico al western più crepuscolare, dal gangster movie alla love story, dal grottesco alle atmosfere di certa cinematografia orientale.
    Il pretesto è la storia di Salvo, un killer solitario e spietato, una macchina da guerra che durante un regolamento di conti deciderà di risparmiare la vita di una delle sua vittime, Rita, una ragazza cieca che riacquista la vista dopo l’incontro/ scontro con il suo carnefice. Un miracolo in un luogo dove per i miracoli non c’è posto, un evento che cambierà per sempre le loro vite innescando un processo di redenzione e ricerca di libertà. Niente retorica né falsi moralismi, niente immagini stereotipate, ma un racconto essenziale, scarnificato e che si svela attraverso il cortocircuito tra due cecità diverse eppure identiche: quella fisica di Rita e quella morale di Salvo.
    Grassadonia e Piazza non lasciano troppo spazio alle parole, privilegiano il silenzio anche nelle performance estremamente fisiche dei due attori protagonisti: all’orecchio dello spettatore arriverà solo un indistinto rumorio di fondo dai rombi dei motori al vociare della gente in strada, dagli spari di pistola riecheggianti in lontananza ai brontolii di un vecchio capannone industriale dove Salvo porterà Rita per nasconderla ai suoi aguzzini.
    Un ritratto feroce e consapevole, che passa dai lunghi piani sequenza delle scene d’azione a quelli ravvicinati sul volto della ragazza  per parlare di un tormento e di un desiderio di libertà che solo chi ha vissuto quegli altopiani desertici può capire. Il merito di questo film è di renderlo un sentimento veicolabile e comprensibile a tutti. Perché ti rimane appiccicato addosso.

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