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    The Lone Ranger: Il western si mette la maschera

    Il team de I Pirati dei Caraibi ripercorre le gesta del cowboy mascherato, mattatore da 70 anni sia in radio che in tv, per un lungometraggio che mescola western e commedia. Nelle sale dal 3 luglio.
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    Mai togliersi la maschera. Ce lo spiega Johnny Depp che per l’amico regista Gore Verbinski e per i soldi di zio Walt Disney veste i panni di un comprimario, l’indiano Tonto, spalla del protagonista, il ranger mascherato John Reid, interpretato da Arnie Hammer. E The Lone Ranger la maschera non se la toglie mai, perché la pellicola, basata sul personaggio che fu protagonista di un radiodramma del 1933 e che vent’anni dopo sbancò anche in tv,  è tutto fuorché un western, nonostante il campionario di banditi, indiani, uomini di legge e giacche blu.
    Dopotutto i credit e i trailer lo evidenziano con trasporto, questo è il team de I Pirati dei Caraibi. Di Depp e Verbinski abbiamo già detto, ma ci sono anche il produttore Jerry Bruckheimer, gli sceneggiatori Ted Elliott e Terry Rossio (affiancati da Justin Haythe), il montatore Craig Wood e il compositore Hans Zimmer.

    Il risultato non può che essere un film avventuroso che punta su un umorismo a metà tra il film demenziale e la commedia slapstick, senza tralasciare quei richiami al fumetto pulp che fecero la fortuna di Indiana Jones. E la sensazione è che, tutto sommato, sia la formula preferita dalla Disney perché l’interlocutore principale – e ce lo spiega un prologo ambientato nella San Francisco degli anni 30 – sono i bambini. E così ecco Hammer nei panni di un eroe un po’ imbranato che ricorda più l’Orlando Bloom de La Maledizione della Prima Luna che non il Tex Willer di Sergio Bonelli, ecco un Johnny Depp che fa ancora una volta la mascherina più che la maschera, ecco un bordello che sembra la corte dei miracoli di Notre Dame de Paris, ecco una Helena Bonham-Carter uscita direttamente dal paese delle meraviglie, ecco indiani orologiai, cavalli che ruttano, banditi con la sei colpi e banditi in doppiopetto, battute sulla pipì e sulla pupù e coniglietti un po’ bastardi.

    Fortuna vuole che al mix sia  stata aggiunta anche una forte dose di autoironia e così i buchi della sceneggiatura diventano l’occasione di un sorriso, più che di un dubbio. E poi in fondo, quando la situazione stagna la soluzione è semplice: la musica di Hans Zimmer lascia il posto all’overture del Gugliemo Tell di Rossini, storico tema del telefilm, e via con le sequenze d’azione degne di Jack Sparrow e compari, per una baraonda a tratti irresistibile che fa chiudere un occhio anche sui treni che vanno a marcia indietro o sui cavalli che spariscono e ricompaiono proprio al momento giusto. E non importa che il personaggio sia un po’ stravolto perché l’obiettivo è far divertire i bambini e i bambini, di certo, apprezzeranno.

    Marcello Lembo

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    Pino Quartullo: “I miei piccoli film”

    Abbiamo incontrato Pino Quartullo, attore, regista, sceneggiatore e doppiatore romano, che negli ultimi tempi ha dedicato la sua  attenzione al mondo dei cortometraggi…

    Pino, a breve sarai premiato sul palco del Mompeo in Corto, storica kermesse dedicata interamente al cortometraggio. Quale è il tuo rapporto con il mondo del corto?
    La mia carriera di regista è iniziata con un cortometraggio: era il 1985 quando il programma di Monica Vitti scelse il corto EXIT per il programma tv “Passione mia” di Roberto Russo, realizzato insieme a Stefano Reali, dando inizio cosi alla mia attività. Il merito del progetto della Vitti fu quello di rilanciare il ruolo del cortometraggio in Italia, che in quegli anni era un po’ andato a perdersi, offrendo visibilità e spazio a giovani video maker come me. Exit ricevette nomination e premi di rilievo nazionale e internazionale e segnò una grande svolta nella mia carriera!

    E la vita continua è il nome del cortometraggio con cui stai ricevendo numerosi riconoscimenti, come mai la scelta di dedicarti a questo progetto?
    È un piccolo film commissionatomi dalla Fondazione Trapianti Milano e dal Professore Girolamo Sirchia, in collaborazione con Nicola Liguori e Tommaso Ranchino, ispirato ad una storia vera, è stato pensato e realizzato per informare e sensibilizzare il pubblico sul tema dei trapianti e l’attività della donazione di organi in Italia, con un linguaggio cinematografico.
    Per me è stato importante realizzare questo lavoro, con un cast eccezionale, con protagonisti Ludovico Fremont e Cesare Bocci che mi hanno permesso di mostrare come è possibile aiutare qualcuno con la propria vita.

    Come è nata l’idea di questo corto per sensibilizzare il pubblico verso una tematica tanto delicata come il trapianto degli organi?
    Sono di Civitavecchia, luogo di mare in cui il ruolo del bagnino è vitale e per questo ho voluto che il protagonista svolgesse questo lavoro nella semplicità della sua realtà di ragazzo che si affaccia all’età adulta e che vorrebbe salvare una vita, ma ancora non ne ha avuto modo. Il ruolo di Fremont è quello di sdrammatizzare la tragedia di una vita spezzata cosi giovane nel modo con cui racconta la sua storia. Dall’altra parte, ho lavorato tempo fa con un attore in teatro che aveva subito un trapianto di organi e questo mi ha ispirato notevolmente al punto da pensare a lui per il ruolo svolto da Cesare Bocci.

    Dopo questo prezioso lavoro, in cosa sarai impegnato?
    Mi sono dedicato a un altro cortometraggio con Margherita Buy, Io… Donna, tratto dal romanzo omonimo di Matteo Bonadies. Anche questo ha uno straordinario cast di attori, tra cui Sergio Rubini, Massimo Wertmuller, Giampaolo Morelli, Valentina Cenni, Crescenza Guarnieri, Sabrina Picci Terranova. Ora il film è in concorso in numerosi contest internazionali: si tratta di una commedia al femminile.

    Maria Luisa Lafiandra

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    Oggetti Smarriti – Lost and Found: La ricerca della felicità!

    Uscirà in sla il prossimo 11 luglio il nuovo film di Giorgio Molteni. Vincitore nel 2011 del Premio Anec al Giffoni Film Festival. Protagonista Roberto Farnesi affiancato da Michelangelo Pulci, Chiara Gensini, Ilaria Patanè e la partecipazione di Giorgia Wurth. Abbiamo incontrato il regista e il cast in conferenza stampa a Roma, ecco cosa ci hanno raccontato.

    Giorgio, puoi raccontarci com’è nato il film?
    Giorgio Molteni: E’ stato un percorso creativamente lungo nato anni fa. E’ venuto tutto molto naturale, le riprese senza tensione, il cast l’ho scelto io e la casa dove girare è saltata fuori tre giorni prima delle riprese. Dalla commedia si passa all’elemento soprannaturale nel quale cade Guido, il protagonista, per poi tornare al lieto fine.

    Come vi siete trovati ad interpretare i vostri personaggi?
    Roberto Farnesi: Il personaggio mi ha entusiasmato subito appena ho letto la sceneggiatura. Guido è un quarantenne scanzonato poi si trova a fare i conti con la coscienza e il conto sarà salato. Da commedia il film diventa onirico e alla mia interpretazione in soggettiva ho scelto l’angoscia. Questa è stata la parte più difficile.
    Chiara Gensini: Il mio personaggio non è reale, ma frutto della fantasia di Guido. Per interpretare la vicina di casa sexy, non volevo però fare niente di troppo strano per non rivelare la mia vera natura, ma ho cercato una via di mezzo tra sogno e realtà.
    Giorgia Wurth: Interpreto un duplice ruolo : Silvia ex moglie di Guido e la ragazza dell’Ufficio Oggetti Smarriti. Uno reale e l’altro fantastico, direi l’alter ego della ex moglie nella testa di Guido, pronta a punirlo con le sue estenuanti domande. Mi è piaciuto il fatto che il protagonista si perde in casa, perde tutto, anche la figlia, una metafora interessante.
    Michelangelo Pulci: Il mio personaggio è immaginario. E’stato difficile perché avevo paura di annoiare spiegando le regole. Mi ha ispirato un personaggio che sto facendo in tv, un politico che ha perso la memoria.

    Giorgia, com’è stato il tuo rapporto con Ilaria Patanè che sul set è tua figlia?
    G. W.: Sul set ho girato un giorno e con Ilaria per quel poco che l’ho vista ho solo ricordi positivi! In genere comunque amo lavorare con i bimbi!

    Giorgio, si può parlare di Cinema Indipendente in questo film?
    G.M: Sì, è indipendente perché non ha avuto sovvenzionamenti né da reti tv né dallo Stato, solo un aiuto dalla Film Commission di Genova. Indipendente perché l’ambientazione e cast l’ho scelto io senza interferenze. Credo che il cinema indipendente possa risollevare il cinema italiano , un po’ come ha fatto la New Hollywood degli anni 70 con il cinema americano.

    Elisa Solofrano

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    La Quinta Stagione: I segni del male

    Mistero, atmosfere medievali, inquadrature quasi dipinte, animali che simboleggiano l’arrivo di una sciagura. La nuova pellicola della coppia di registi belga invade l’anima.
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    E’ cupo e traboccante di metafore, il nuovo film di Jessica Woodworth e Peter Brosens: La quinta stagione chiude la trilogia cominciata con Khadak e Altipiano.
    Tutto si svolge nel bel mezzo del passaggio stagionale dall’inverno alla primavera (mai giunta).
    Un piccolo villaggio belga è colpito da una ‘mostruosa’ calamità, di cui non se ne conoscono le caratteristiche.
    A cambiare, rispetto ai film precedenti, è la scelta di un’ambientazione del tutto occidentale, almeno per la collocazione geografica: dal Perù e la Mongolia i due registi puntano questa volta l’obiettivo sul paesino belga, dove realmente vivono insieme.
    Al di là del tempo e del luogo, infatti, la storia potrebbe essere ambientata ovunque e in qualsiasi epoca storica: i ragazzi non vanno a scuola, ma aiutano i genitori proprio come avveniva una volta.
    Non vengono mostrati computer o mezzi tecnologici, seppur i costumi e le automobili siano più che mai attuali.
    Dove ci troviamo realmente? Il paradiso si sta forse trasformando in inferno?
    La coppia di registi attinge al cinema, alla pittura, alle tradizioni popolari, alla letteratura: la loro opera riesce a fondere aspetti quasi presagistici con elementi grotteschi, cupi, volutamente medievali.
    Difficile dare un senso ai numerosi elementi che appaiono sulla scena, quasi impossibile decifrare ogni simbolo tirato in ballo.
    Tutta la storia è circoscritta al solo villaggio, nulla o quasi nulla viene detto del mondo circostante.
    Il luogo scelto dai registi sembra quasi un microcosmo, ripetuto all’infinito in ogni altra parte del mondo. Non c’è salvezza.
    La Cinquième Saison induce alla libera interpretazione: al di là della storia, ripercorsa attraverso il ciclo delle stagioni, spetta alla mente e agli occhi di chi guarda riuscire a dare un senso alle immagini che si susseguono sul grande schermo.
    Tra queste, sono proprio quelle degli animali, in particolar modo degli uccelli, a simboleggiare l’arrivo di una sciagura.
    Il gallo che non canta, l’arrivo della civetta, il corvo che sorvola le teste dei cittadini.
    Animali, natura, ma anche tradizioni: il falò che segna il passaggio dall’inverno alla primavera non si accende. E’ il primo segno del male.
    Anche i protagonisti racchiudono nella loro essenza significati importanti.
    Lo straniero, ad esempio, è saggezza. I registi affidano al suo personaggio il compito di rivelare l’unica possibile via di salvezza. Non compreso ed emarginato, rappresenterà il primo capro espiatorio della sciagura. Brucerà vivo come le streghe.
    A dargli la morte gli stessi cittadini, ormai privi di individualità e accumunati da una maschera bianca con il becco. Evocano alla mente le maschere contro la peste.
    Woodworth e Brosens usano la macchina da presa in maniera intelligente, sembrano dipinte le immagini che lasciano impresse negli occhi degli spettatori.
    Nel finale l’angoscia va crescendo fino ad esplodere.

    Silvia Marinucci

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    Locarno 2013. Vision Award a Douglas Trumbull

    Il regista e maestro di effetti speciali americano Douglas Trumbull riceverà il primo Vision Award – Electronic Studio del Festival del film Locarno.
    Questo nuovo riconoscimento intende omaggiare e valorizzare personalità che, con il loro lavoro dietro le quinte e le loro creazioni, hanno contribuito ad allargare gli orizzonti del cinema.

    La 66a edizione del Festival del film Locarno (7-17 agosto 2013) renderà omaggio all’artista di effetti speciali proiettando 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968), Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg (1977) e il film da lui diretto Silent Running (1972).
    Il pubblico del Festival avrà poi l’occasione di partecipare a due esclusive masterclass con Trumbull, che condividerà i segreti dietro alla lavorazione dei capolavori Blade Runner, 2001: Odissea nello spazio e Incontri ravvicinati del terzo tipo.

    Il Direttore artistico Carlo Chatrian dichiara “Douglas Trumbull è una personalità unica non solo all’interno del panorama del cinema americano. Regista, sperimentatore, creatore di soluzioni visive che hanno fatto viaggiare l’immaginario delle persone e che hanno segnato alcune delle pietre miliari del cinema; Trumbull è qualcuno che ha sempre saputo guardare un po’ più avanti degli altri. Lo ha fatto da una posizione ostinatamente indipendente che lo avvicina ai grandi artigiani-maestri del cinema. Registi come Kubrick, Spielberg, Scott e Malick lo hanno voluto al loro fianco per accompagnare il loro desiderio di innovare. La voglia di invitarlo a Locarno a condividere con il pubblico la sua lunghissima esperienza mi ha fatto pensare a un nuovo premio da dedicare ad artisti che, come lui, sono riusciti a sorprendere il nostro sguardo con immagini (e suoni) inediti“.

    Douglas Trumbull (Los Angeles, 1942) ha partecipato alla realizzazione di classici come 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968), Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg (1977), Star Trek di Robert Wise (1979), Blade Runner di Ridley Scott (1982) o The Tree of Life di Terrence Malick (2011). Oltre a consulenza e supervisione di effetti speciali, Douglas Trumbull ha prodotto e diretto diverse pellicole, fra le quali Silent Running (1972, con Bruce Dern) o Brainstorm (1983, con Christopher Walken e Natalie Wood), come anche alcuni cortometraggi. Trumbull ha ottenuto tre nomination agli Oscar ed è stato premiato con lo Scientific and Engineering Award (1993) e il Gordon E. Sawyer Award (2012) dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences.

    Il primo Vision Award è sostenuto da Electronic Studio, Official Technical Partner del Festival.

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    Salvo: Tra western e redenzione

    In sala dal 27 giugno grazie al coraggio di Good Films, l’opera prima di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza che ha incantato Cannes.
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    Cannes lo ha applaudito e premiato alla 52esima Semaine de la Critique, un’ unanimità di consensi di pubblico e critica, un’epifania che lo ha dissotterato da oltre cinque anni di tentativi di venire allo scoperto regalandogli così l’occasione di trovare un distributore italiano. Il viaggio di Salvo raccoglie in sé tutte le contraddizioni del buon cinema italiano, costretto a un pellegrinaggio festivaliero – a volte di anni – prima che qualcuno nel Bel Paese si accorga della sua esistenza e lo porti in sala.  E’ questo il cammino di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, i due registi esordienti di un’opera che ha il coraggio di raccontare la mafia tenendosi a debita distanza dai cliché e dai soliti stilemi narrativi. Una storia di prigionia e redenzione nella Sicilia sopraffatta dal sottobosco criminale mafioso, che prende il meglio del cinema di genere reinventandolo in un mix esplosivo: dal noir classico al western più crepuscolare, dal gangster movie alla love story, dal grottesco alle atmosfere di certa cinematografia orientale.
    Il pretesto è la storia di Salvo, un killer solitario e spietato, una macchina da guerra che durante un regolamento di conti deciderà di risparmiare la vita di una delle sua vittime, Rita, una ragazza cieca che riacquista la vista dopo l’incontro/ scontro con il suo carnefice. Un miracolo in un luogo dove per i miracoli non c’è posto, un evento che cambierà per sempre le loro vite innescando un processo di redenzione e ricerca di libertà. Niente retorica né falsi moralismi, niente immagini stereotipate, ma un racconto essenziale, scarnificato e che si svela attraverso il cortocircuito tra due cecità diverse eppure identiche: quella fisica di Rita e quella morale di Salvo.
    Grassadonia e Piazza non lasciano troppo spazio alle parole, privilegiano il silenzio anche nelle performance estremamente fisiche dei due attori protagonisti: all’orecchio dello spettatore arriverà solo un indistinto rumorio di fondo dai rombi dei motori al vociare della gente in strada, dagli spari di pistola riecheggianti in lontananza ai brontolii di un vecchio capannone industriale dove Salvo porterà Rita per nasconderla ai suoi aguzzini.
    Un ritratto feroce e consapevole, che passa dai lunghi piani sequenza delle scene d’azione a quelli ravvicinati sul volto della ragazza  per parlare di un tormento e di un desiderio di libertà che solo chi ha vissuto quegli altopiani desertici può capire. Il merito di questo film è di renderlo un sentimento veicolabile e comprensibile a tutti. Perché ti rimane appiccicato addosso.

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    World War Z: avventura mozzafiato tra gli zombie per Brad Pitt

    Incolla alla poltrona dal primo all’ultimo minuto il thriller d’azione di Marc Forster, merito della perfetta combinazione tra spettacolo e sentimenti.
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    Parte con l’acceleratore schiacciato e non perde mai un colpo, il thriller fantapolitico condito d’azione e orde di zombie World War Z di Marc Forster (Quantum of Solace, Neverland, Vero come la finzione). Motore della storia una misteriosa epidemia che invade il mondo e trasforma in zombie le proprie vittime. Eroe suo malgrado è un ex agente delle Nazioni Unite, Gerry Lane, costretto ad una corsa contro il tempo in giro per il globo per cercare una cura in grado di debellare il virus, fermare l’epidemia e salvare il pianeta, ma soprattutto la sua famiglia.
    Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Max Brooks (figlio di Mel e Anne Bancroft), il film, come accade nella migliore tradizione, tradisce nella struttura narrativa il romanzo, ma ne conserva lo spirito profondo e ne restituisce amplificata la tensione.
    World War Z incolla alla poltrona dal primo all’ultimo minuto e questo grazie alla sapiente combinazione d’intrattenimento ed umanità, di una commistione perfetta tra action, zombie-movie, thriller fantapolitico e sociologico.
    Le scene d’azione sono da cardiopalma, la tensione dosata con maestria, gli effetti funzionali alla storia e costante l’attenzione al ‘fattore umano’.
    E’ proprio quest’ultima a fare la differenza. Non aspettatevi il solito film sugli zombie, un action tutto adrenalina e niente cuore, ma un thriller raffinato, in cui la componente umana la fa da padrone ed è la punta di diamante di un film complesso, affascinante e coinvolgente.
    Ottima prova d’attore per Brad Pitt, qui protagonista e produttore, maturo ed intenso. Di una tenerezza commovente nelle scene con la famiglia, atletico, scaltro (e anche molto fortunato) nelle scene più pericolose.
    Scelto con grande cura il resto del cast, anche nei piccoli ruoli. Mireille Lenos regala una madre sensibile e al tempo stesso grintosa (ma dal pessimo tempismo quando si tratta di chiamare al cellulare suo marito), David Morse un cammeo degno di Hannibal e anche il nostro Pierfrancesco Favino fa il suo, rendendoci orgogliosi rappresenti il cinema italiano all’estero.
    Marc Foster si dimostra un regista capace di spaziare tra i generi e di orchestrare alla perfezione grande spettacolo e sentimenti. Insomma, World War Z è grande cinema, di quello che non si dimentica facilmente, perché lascia gli occhi ed il cuore appagati.
    Shhh! Silenzio in sala, cellulari spenti… il rumore potrebbe destare qualche zombie. Di questi tempi non si sa mai.

    Maria Stella Taccone

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    Calvagna, paura al ‘Multiplex’

    Il film segna il ritorno di Stefano Cavagna al cinema e saluta il suo affacciarsi su un genere cult: il thriller. Abbiamo incontrato il regista e il protagonista, Tiziano Mariani, che ci hanno raccontato qualcosa sulla produzione del film.

    Calvagna, com’è nato questo film? E’ vero che si ispira ad una storia vera?
    Stefano Calvagna: L’Uci Cinemas mi chiese di fare un film all’interno del multisala di Parco Leonardo, a Roma. L’idea non mi ha particolarmente colpito, ma ho voluto affrontare la sfida. Il film è nato in due settimane e con gli attori abbiamo avuto modo di prepararci in modo eccellente. Lo stesso finale mi è venuto in mente in fieri. Una mia amica mi ha raccontato questa storia accaduta a Boston. Non ci sono stati omicidi nella realtà, perchè la guardia del cinema di Boston disturbava la clientela, ma non è arrivato a tanto. Nonostante ciò ha creato non pochi problemi. Questo fatto mi ha ispirato e ho voluto costruirci su una storia.

    Si è misurato con un genere cult, il thriller. Quali sono i rimandi ad altri film del genere? Conosce il film “L’angoscia” di Bigas Luna, che tratta lo stesso argomento, cioè una serie di delitti commessi in un cinema?
    S.C.: Il thriller mi stimolava, è un genere che mi è sempre piaciuto. Nonostante il budget abbiamo tirato fuori qualcosa di buono che mi ha convinto sin da subito. Quando i ragazzi sono in sala, il film che vedono è un cult, “Fatal Frames”, che meglio si prestava ad essere inserito nel mio film.  In merito al film di Bigas Luna, non l’ho visto, anzi, ho saputo della sua esistenza solo dopo aver girato “Multiplex”. La mia preoccupazione era quella di entrare in un meccanismo di pathos generale, che deve essere alla base della lavorazione di un thriller. Ho rivisto lo script più volte, in modo da creare un film che fosse veramente un thriller. Molte scene sono state create pochi minuti prima di girare e ci sono stati diversi cambiamenti nel corso della lavorazione. Ho concentrato la mia attenzione anche sul delicato tema dello sdoppiamento della personalità, facendomi aiutare anche da uno psicologo.

    Tiziano Mariani, lei nel film interpreta il personaggio di Niccolò, ragazzo con forti problemi psicologici. Come ha affrontato la preparazione di questo personaggio?
    Tiziano Mariani: Il personaggio di Niccolò mi ha aiutato molto a capire di me. Niccolò si muove per istinti, quelli che abbiamo tutti durante la nostra vita quotidiana. A parte la preparazione personale, la fortuna di lavorare in questo luogo che emanava un’atmosfera molto particolare, mi ha aiutato molto ad entrare nel personaggio. La preparazione è stata molto difficile: ho cambiato il mio stile di vita prima delle riprese e questo mi ha già molto aiutato a rapportarmi con questo ragazzo. Mi sono riallacciato a delle dinamiche personali e poi mi hanno aiutato anche le atmosfere della location. Il cambio repentino sia nello sguardo che nella rigidità fisica, però, non ho voluto prepararlo, ma ho voluto che fosse una sorpresa non solo per il cast, ma anche per me. Ad ispirarmi è stato il Christian Bale di “American Psycho”.

    Augusto D’Amante

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    Blood: La colpa non basta

    Dopo il buon esito di 1921-Il mistero di Rockford, Nick Murphy torna alla regia con un thriller psicologico dalle sfumature noir. In uscita nelle sale italiane il 27 giugno.
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    Cosa avviene quando la rabbia offusca la ragione e il desiderio di giustizia prevarica sulla moralità? Si commettono errori, si cade nell’oblio della colpa dove niente sarà più come prima. Questo è ciò che accade a due fratelli, Joe e Chrissie Fairburn (Paul Bettany e Stephen Graham) entrambi detective, che dopo un omicidio lasciato impunito decidono di farsi giustizia da soli uccidendo uno dei maggiori sospettati. Ma quando si scoprirà che il colpevole in realtà è un altro, i due sprofonderanno sotto l’insostenibile peso di una macchia di sangue troppo grande per poter essere nascosta.

    Ambientato sulle coste ventose dell’isola di Hilbre e interpretato da un cast rappresentativo del cinema inglese (tra cui Brian Cox, nel ruolo di Lenny Fairburn, padre di Joe e Chrissie nonché ex capo del dipartimento di polizia, e Mark Strong) Blood è un film in cui il dualismo tra lo spazio incontaminato – l’isola è raggiungibile solo quando la marea si ritira – e la natura fragile e multiforme dell’uomo comporta uno sconfinamento nel dramma morale, non riuscendo così a stimolare pienamente la tensione emotiva degli appassionati del genere.

    Sebbene Murphy abbia deciso di dedicare (quasi tutta) la sua attenzione agli aspetti psicologici dei protagonisti, il film non è completamente spoglio di momenti di suspense (che comunque faticano ad arrivare) e non mancano interpretazioni degne di nota come quella di Paul Bettany che costruisce un personaggio denso di sfumature caratteriali proprie di un uomo vanamente in lotta contro il senso di colpa che lo divora.

    Eternamente sovrastati da nuvole basse e battuti da venti instancabili, i paesaggi, sapientemente fotografati da George Richmond (operatore di fama internazionale, ha lavorato con Steven Spielberg, Oliver Stone, Woody Allen), regalano al film un’atmosfera plumbea ed eterea che è forse l’elemento più interessante della seconda pellicola di Murphy.

    Giuditta Langone

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    Salvo, da Cannes alle sale

    Ci sono voluti un cortometraggio, cinque anni e due premi allo scorso Festival di Cannes dove il film è stato presentato alla 52° Semaine de la critique, prima che il sogno della sala potesse diventare realtà:  dal 27 giugno Salvo arriva nei cinema grazie alla Good Films. Così i registi, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, e il produttore Massimo Cristaldi raccontano questo lungo cammino.

    L‘elemento visivo del film è preponderante. Come era scritta la sceneggiatura? Quanto era dettagliata? Che tipo di lavoro avete fatto?
    Massimo Cristaldi: E’ il copione più bello che abbia letto negli ultimi cinque anni; raramente capitano delle sceneggiature così approfondite e dettagliate, così ben scritte. Già nella sceneggiatura erano presenti i segni di una visualità del progetto.
    Naturalmente la prima versione è passata attarverso diversi stadi di sviluppo ed è arrivata nell’ ultima stesura a mostrare elementi chiarissimi di visualità. In questo senso era il progetto perfetto dove hai una sceneggiatura forte per struttura e linea di racconto che preannuncia la visualità del film, e poi hai due registi che sanno mettere in pratica tutto ciò. E questo lo avevamo annusato già nella realizzazione del corto “Rita”, girato tre anni prima del film.
    Fabio Grassadonia: All’inizio abbiamo lavorato sulla definizione drammaturgia della storia e sullo sviluppo tematico, poi abbiamo continuato a riscrivere il copione per dare delle indicazioni chiare su come volevamo metterla in scena. L’ultima versione era molto dettagliata in termini di inquadratura scena per scena.

    Come nasce questo progetto che avevate in mente da anni? Cosa è scattato?
    Antonio Piazza: Siamo entrambi palermitani. Il nostro è stato un percorso da sceneggiatori e consulenti per lo sviluppo dei copioni; abbiamo lavorato per Fandango e Filmauro e abbiamo avuto esperienze anche in ambito televisivo non particolarmente soddisfacenti. Quando abbiamo deciso di sviluppare un progetto nostro è stato naturale tornare nella città da cui entrambi proveniamo.
    La scintilla dello sviluppo del progetto è l’incontro tra due diverse cecità: quella fisica di Rita e quella morale del protagonista. Da questo incontro/ scontro nasce quello che per noi è un barlume di spernza e di cambiamento. Io e Fabio siamo cresciuti a Palermo negli anni ’80, eravamo ragazzini e quelli erano anni molto difficili. A pochi mertri da casa nostra fu ucciso il giudice Rocco Chinnici con la prima autobomba dell’epoca; allora si descrivava Parlermo come Beirut durante la guerra. Ricordo vivamente quel giorno di luglio: i vetri del nostro palazzo erano esplosi e c’era un cratere a pochi metri da noi, eppure la nostra famiglia si stava comportando normalmente, facevamo le valigie per andare a mare in vacanza. Tutto questo è significativo della nostra esperienza palermitana: in qualche modo ti viene insegnato a non vedere, a far finta di vivere in una città normale. Poi quando scegli di vedere, le cose si complicano.

    Perché la scelta della canzone dei Modà?
    A. P. : ‘Arriverà’ è stata scelta perchè volevamo che Rita ascoltasse una canzone che fosse verosimile sentisse una ragazza come lei cresciuta in un determinato quartiere. Una canzone popolare, che perà riusciamo a utilizzare in diversi modi e che fornisce diversi elementi di sviluppo nella relazione personale di Rita e fra i due.

    E perchè un attore palestinese per interpretare un personaggio così palermitano? Kitano qualche anno fa avrebbe potuto fare un personaggio simile…
    F. G.: Abbiamo avuto massima libertà nella definzione del cast. Avevamo visto Saleh in due film, la commedia “La banda” e “Il tempo che ci rimane” dove interpretava un personaggio introverso e chiuso che non parlava mai, ma nonostante questo sul suo volto e nelle sue espressioni riuscivi a leggere la sua umanità tormentata. Ci è piaciuto molto perchè all’interno di questa espressività aveva quel fisico e quel carisma all’interno dell’inquadratura di cui andavamo alla ricerca.

    Per l’immagine di questa perfetta macchina da guerra, volevamo un corpo che occupasse lo schermo in un certo modo rifacendosi anche ai modelli del noir classici sia americani che francesi; Alain Delon e Jean Pierre Melville sono stati dei riferimenti molto importanti. Il fatto della lingua non ci ha mai saventato tanto perchè è un film in cui si parla pochissimo. Per noi era importante evitare il doppiaggio e non ci interessava che non avesse un accento perfettemante palermitano perchè il personaggio di Salvo è portatore di un sentimento di estranaimenteo rispetto alla realtà in cui lo troviamo immerso.
    Kitano è un riferimento voluto, come anche un un certo modo del cinema orientale di mettere in scena le storie. La durata di alcune inquadrature o l’insistenza nei silenzi per cogliere qualcosa di apparentemente impercettibile: ecco, ci sembrava il modo giusto per rappresentare questa storia

    Una ragazza che da cieca diventa vedente. Che problemi avete avuto tra il prima e il dopo? Gli altri attori del cast sono tutti palermiatni. E’ stata un’esigenza economica o una scelta drammaturgica?
    Antonio Piazza: La cecità era l’aspetto fondante della storia e quindi poi la riacquisiszione della vista. Ci siamo interrrogati a lungo su come evitare certi effettacci restituendo però chiaramente il senso di ciò che sta accadendo nella vita di questa ragazza; quindi abbiam studiato a lungo la cecità soprattutto quella di origine neurologica e abbiamo capito che c’era una maniera precisa per metterla in campo e restituire il modo in cui un non vedente è aggredito dall’ambiente che lo circonda. Così abbiamo scelto, come già avevamo fatto nel corto, dei piani ravvicinati sul volto della ragazza per i quali è stato necessario un grande lavoro.
    F. G.: Il cast siciliano è stato fortememte voluto. Attorno ai due personaggi la lettura dell’ambiente doveva essere chiarissima, i rari momenit in cui era possibile far affiorare una certa palermitanità volevamo che emergesse così.

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