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    Open Grave: Alla ricerca della memoria perduta

    Al suo quarto lungometraggio, Gonzalo Lòpez-Gallego porta sugli schermi la storia di un gruppo di persone che si risveglia in un bosco. Tra cadaveri e figure demoniache, inizia la ricerca della loro memoria perduta.
    3stelle

    Girato nei suggestivi boschi dell’Ungheria, che permettono la creazione di atmosfere ad un passo dall’onirico, Open Grave, del madrileno Gonzalo Lòpez-Gallego, può sembrare il classico thriller-horror scontato, pronto ad annoiare gli spettatori nelle sale. E invece non è così. Anche se il tema di fondo (la perdita della memoria) è stato servito più e più volte sul grande schermo, Lòpez-Gallego riesce a realizzare una pellicola interessante, non solo dal punto di vista filmico. Certo, non si può dire che la storia sia stata raccontata alla perfezione, tuttavia il prodotto finale si allontana dalla mediocrità e mantiene, per tutta la sua durata, un ritmo incalzante che coinvolge chi lo guarda.

    Quello che affascina di Open Grave è il modo con cui, sin dall’inizio, concede ai suoi spettatori degli indizi per ricostruire, insieme ai personaggi che popolano la pellicola, la loro storia. Cinque individui si risvegliano in un bosco: non ricordano assolutamente chi sono e nemmeno come sono arrivati lì. L’unica cosa che sanno è che non possono fidarsi di nessuno. E, grazie ai flash-back, pare che non possano fidarsi nemmeno di loro stessi. L’obiettivo comune è quello di ricostruire la propria memoria, che li vede vicini più di quanto potessero immaginare. La ricerca della memoria perduta è resa ancora più complicata dal contesto: di chi sono tutti quei cadaveri sparsi per il bosco? Chi ha ucciso quelle persone? Chi sono i personaggi dalle fattezze demoniache che popolano gli edifici abbandonati nel bosco?

    L’intreccio che si crea e le mille intuizioni che nascono nella testa dello spettatore trasformano Open Grave in un vero e proprio labirinto, che ci spinge a trovare, insieme ai protagonisti, una via d’uscita. La più sicura possile.
    Applausi poi, per il protagonista Sharlto Copley: con il suo Jonah crea un personaggio complesso, dalle tante contraddizioni, che convince sin dalla prima inquadratura. Menzioni anche per le capacità espressive della cantante orientale Josie Ho, che nel film interpreta una ragazza cinese muta. Un pecca, però, questo film ce l’ha. E si tratta proprio del finale. Nel giro di due minuti viene sciolto l’enigma che circonda quei boschi e le vite dei protagonisti, scadendo un po’ nel banale e lasciando senza risposta una serie di domande. O forse scopriremo tutto nel sequel?

    Augusto D’Amante

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    RED 2: La nuova riscossa dei pensionati

    Willis, Mirren, Malkovich, Hopkins. Ancora un ensemble di vecchie glorie per un action comedy che vuole essere anche un inno alla terza età. In uscita per Universal il 21 agosto.
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    Pensionati alla riscossa, ancora una volta. A tre anni di distanza arriva il seguito di RED, che beninteso non sta per il colore ma è l’acronimo di Retired extremely dangerous, pensionati estremamente pericolosi, un gruppetto di arzilli ex agenti dei servizi segreti impegnati a salvare il mondo e a divertirci. E per RED 2 sulla scena ci sale un gruppo di attori di grande fama e/o grande talento, a cominciare dai redivivi Bruce Willis, John Malkovich e Helen Mirren, fino ai nuovi innesti Anthony Hopkins e Catherine Zeta-Jones, cui spetta il compito di non far rimpiangere Morgan Freeman ed Ernest Borgnine, che avevano partecipato al primo film.

    Per il sequel cambia anche la mano dietro la cinepresa con la regia che passa da Robert Schwentke all’americano Dean Parisot (che a fine anni ’90 firmò il demenziale Galaxy Quest) mentre la squadra di sceneggiatori composta da Joe ed Erich Hoeber, resta la stessa. Come pure la stessa è l’idea di fondo, quella di svestire di machismo il materiale originale (un fumetto realizzato una decina di anni fa da Warren Ellis e Cully Hamner) e di spingere sul tasto dell’action comedy in modo da sfruttare al massimo un cast attempato ma invidiabile.

    Il risultato è un mix di dialoghi da commedia brillante inframezzato da cascate di proiettili e inseguimenti adrenalinici, con una morale di fondo: se si ha qualche anno in più non vuol dire che si valga di meno. E così Willis continua a metterci il grugno e la fisicità, Malkovich i travestimenti strampalati, la Mirren l’autoironia, Hopkins aggiunge un tocco di classe, eppure la macchina sembra funzionare un po’ peggio rispetto a tre anni fa. Forse è solo minore il numero delle battute che va a segno, forse è solo che in fondo si è deciso di non modificare per niente il canovaccio rispetto al primo film.

    Il risultato comunque non è del tutto spiacevole, gli attori danno l’idea di divertirsi un mondo e non è difficile farsi coinvolgere dall’ilarità anche se qualche personaggio (quello di Malkovich ad esempio) sembra godere di meno spazio rispetto al passato. La pellicola inoltre riserva qualche chicca per gli appassionati del cult, dalla cecchina Helen Mirren, spietata e spassosa, costretta a vestire di nuovo i panni di una regina d’Inghilterra anche se solo in un manicomio, fino a una scena con stretta di mano tra Hopkins e Brian Cox, ovvero i due Hannibal Lecter del grande schermo.

    Marcello Lembo

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    Turbo: Una lumaca da corsa

    Dai creatori di Madagascar e Kung Fu Panda, l’ultima geniale creatura della scuderia Dreamworks Animations: una lumaca con il brivido della velocità nel guscio. In sala dal 19 agosto.
    4stelle

    Spesso si dice che ‘vogliamo sempre ciò che non possiamo avere’. Mai come in questo caso ci fu detto più vero. Theo – Turbo per gli amici –, infatti, è una piccola e simpatica lumaca da giardino con un solo e ossessivo sogno: essere veloce! Per uno strano scherzo del destino si ritrova nel motore di un’auto da corsa e inizia così la sua/nostra avventura. Quando si sveglia ha le luci negli occhi, i freni nella coda, la radio in bocca e un guscio che si illumina e lo fa sfrecciare come una vera macchina da Formula 1. Basta con la monotona vita, con la solita routine; Turbo non è più una solita lumaca, ora è speciale. O forse lo è sempre stato. Così tanto che trova un gruppo di scapestrati che crede in lui e lo iscrive alla Indianapolis 500, per gareggiare con tutti i suoi miti, sulla stessa pista di Guy Gnagné. Ma non solo per la prima volta una lumaca partecipa ad una corsa automobilistica…ci saranno tanti e appassionanti sviluppi.

    Il messaggio che la Dreamworks lancia a tutti i piccoli/grandi spettatori del suo ultimo capolavoro di animazione, Turbo, è il più classico, ma il più efficace: nessun sogno è troppo grande e nessun sognatore troppo piccolo. Un gruppo di personaggi divertenti e ben assortiti, un gruppo di lumache da corsa, ognuno con il suo talento, un vero team di star, con le voci di un vero team di star, Ryan Reynolds prima di tutti alias Turbo, Paul Giamatti il fratello prudente ma risolutivo, Samuel L. Jackson il boss della batteria. Musiche coinvolgenti, che ti restano in testa, come la suoneria ‘A tutto gas’ di estemporanea creazione; una storia di base semplice ma sviluppata nel migliore dei modi, come la Dreamworks sa fare, con qualche richiamo ad un’altra mitica creatura, Kung Fu Panda (2008). Il segreto: essere se stessi. “Sei una macchina?”, chiede la lumaca saggia a Turbo. “No”, risponde. “E allora non guidare come se lo fossi. Sii lumaca. Sii te stesso”.

    Giulia Oppia

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    La Corsica di Thierry De Peretti

    Thierry De Peretti debutta al lungometraggio con un film dedicato alle contraddizioni della Corsica.

    Affascinato da Pasolini, che ha omaggiato con un cortometraggio prima di dedicarsi ad Apache, il regista di origini corse, racconta una storia dura, dove frustrazione, solitudine e adolescenza si intrecciano pericolosamente tra loro. Abbiamo incontrato il regista all’anteprima romana del suo film, che uscirà coraggiosamente il 14 agosto in lingua originale e sottotitolato, grazie ala Kitchen Film.

    Iniziamo dal titolo. A cosa si riferisce il termine ‘Apache’? Perchè un accostamento con i nativi americani?
    Il titolo riprende l’epiteto che il prefetto di Belleville (un quartiere di Parigi, ndr) usava per definire alcuni gruppi di giovani teppisti. Ma c’è un altro motivo per cui ho usato questo titolo: Ajaccio e molte cittadine della Corsica sono costruite su piccole comunità a volte molto distanti tra loro. E io volevo evocare, sin dal titolo, il concetto di “riserva indiana”.

    Il film si basa su un fatto realmente accaduto. Come si è posto nei confronti di questo episodio e quanto emerge della Corsica contemporanea nel suo film?
    L’episodio è accaduto otto anni fa nello stesso luogo dove ho girato il film, la cittadina di Porto Vecchio. Come molti paesi della Corsica, Porto Vecchio rappresenta una vera e proprio zona di confine, dove se da una parte c’è opulenza, dall’altra vi sono luoghi completamente abbandonati a sè stessi, in cui vigono dei meccanismi antichi di concentrazione del potere e si trasformano in tane ataviche di violenza. Queste contraddizioni permettono di rendere forti le barriere razziali. La frustrazione che la Corsica si porta dietro, e che ho voluto raccontare nel film, è frutto della sua storia, che può essere considerata come la peggiore applicazione delle politiche francesi dal dopoguerra ad oggi. Inoltre la Corsica è poco rappresentata, soprattutto al cinema, e ho deciso di raccontarla attraverso una storia difficile, con la volontà di far rivivere l’episodio come un’esperienza di memoria collettiva per la comunità in cui si è consumato il delitto.

    Questo film ha un carattere autobiografico?
    E’ autobiografico nel senso che la ma famiglia è originaria del luogo in cui si sono svolti i fatti, ma c’è poco del mio vissuto in questo film. Quando vivevo in Corsica non ho vissuto le stesse situazioni dei protagonisti del film. L’aspetto autobiografico si ravvisa nel trauma che il film racconta, nella contraddizione che caratterizza l’isola in cui sono nato e cresciuto, vissuta da me come un vero e proprio trauma.

    Lei ha lavorato molto in teatro. Come si è posto nei confronti degli attori?
    Ho lavorato più di un anno, facendo un workshop e un casting permanente e incontrando moltissimi attori, anche per farmi un’idea precisa della gioventù corsa. Abbiamo lavorato sull’interpretazione e sulla sceneggiatura, ma la cosa importante è stata quella di vivere insieme tutto l’anno. Ho fatto in modo che loro si adattassero alla sceneggiatura e che la sceneggiatura si adattasse a loro. L’esperienza del teatro mi ha permesso di creare un vero e proprio gruppo coeso, che vive la giornata momento per momento.

    Augusto D’Amante

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    Apache: Zone d’ombra nella Corsica contemporanea

    Debutto al lungometraggio per Thierry De Peretti, con un film presentato al Festival di Cannes e in concorso al Giffoni. Una storia difficile che non ha intenti moralistici, ma che vuole solo raccontare le contraddizioni di una comunità.

    4stelle

    Distanza. È questa la parola chiave che riecheggia in sottofondo per tutta la durata di questo interessante debutto al lungometraggio di Therry De Peretti. La distanza è quella del regista, che racconta questa storia con obiettività, ma senza scopi di realismo (a tal proposito è indicativa la scelta del 4:3 che incornicia la vicenda): il film mette in tavola una serie di elementi che lentamente vanno a congiungersi tra loro, realizzando un’opera dal sapore tragico e inquietante, soprattutto nel finale.
    Tratto da una storia vera, Apache racconta le contraddizioni della Corsica: da un lato la ricchezza del turismo, dall’altra le distanze (appunto) tra i membri della comunità. Sì, perché le distanze in questo film non sono solo spaziali (strade che percorrono il nulla, supermercati che spuntano sparuti in mezzo all’aspro paesaggio), sono soprattutto emotive e relazionali: pur trovandosi insieme in vari luoghi, i protagonisti restano ancorati alla loro solitudine, accrescendo la frustrazione che si portano dietro e rendendo la loro adolescenza la vera zona d’ombra dove si giocano le contraddizioni di un’isola tanto bella quanto difficile.
    Apache è un film dedicato agli invisibili, a tutti quei giovani che si trascinano senza meta e senza obiettivi: ne è lampante esempio il personaggio di François-Jo, che davanti alla decisione della sua ragazza di trasferirsi per lavoro a Nizza, resta incredulo e chiede spiegazioni, visto che “qui c’è tutto quello di cui hai bisogno”. Il disagio che vivono questi quattro ragazzi (interpretati magistralmente da giovani presi dalla strada) si scontra violentemente con l’altra faccia della Corsica, quella del turismo e dell’opulenza, creando in loro un forte senso di rabbia: emblematica la scena in cui i protagonisti girano in macchina per le strade di Porto Vecchio e guardano schifati i turisti, definendoli “brutti, brutti, brutti”.
    La distanza cresce sempre di più in un film che nella parte centrale fatica un po’ ad andare avanti, riprendendosi più avanti quando il racconto diventa lineare e prepara un finale dai toni agghiaccianti, preannunciato anche dagli sguardi rivolti in camera da alcuni ragazzi. Come a dire: “Non siamo così innocenti come credete” o, molto semplicemente, “Che hai da guardare?”, dove il gesto del guardare implica un giudizio morale che, in questo film, non ha senso esprimere.

    Augusto D’Amante

     

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    La notte del giudizio: Io sp(a)riamo che me la cavo

    Il nuovo fanta-thriller con Ethan Hawke, in uscita l’1 agosto con Universal, racconta un futuro distopico dove per una notte all’anno ogni crimine è permesso. E tra metafore e riflessioni sulla violenza spunta quello che in America definiscono “home invasion movie”.
    2stelle

    Ci sono film che hanno l’obiettivo di tenerti incollato alla poltrona, ci sono film che hanno l’obiettivo di farti riflettere. La notte del giudizio, ultima fatica di Ethan Hawke e del regista-sceneggiatore James DeMonaco – già insieme nel 2009 per l’indie thriller Staten Island – ha l’ambizioso obiettivo di tenerti incollato alla poltrona e farti riflettere.
    Per riuscire in questa sorta di tredicesima fatica di Ercole, dove sono naufragate le ambizioni di registi anche più titolati, DeMonaco ci porta in  un futuro non lontano (2020) dove per una notte all’anno ogni crimine è depenalizzato. Scelta imposta da una nuova America post crisi allo scopo di isolare in 12 ore una violenza dilagante, additata come causa principale anche di questioni apparentemente distinte come povertà e malessere sociale.

    La premessa – più fantasociale che fantascientifica – richiama le tematiche tanto care allo scrittore inglese James G. Ballard e riesce senz’altro a cogliere nel segno. Sarà impossibile per lo spettatore non farsi domande, specie sulla condotta da tenere in una notte del genere. E di sicuro il meccanismo alla base del film è ancora più efficace, in un momento storico di particolare incertezza, quando a giorni alterni qualche leader politico si autoproclama ultimo argine contro la marea della violenza (avvertiamo però che nel mondo distopico de La notte del giudizio la casta non è un bersaglio valido).

    Ma una traccia astuta non basta da sola a garantire uno svolgimento all’altezza. La prima parte, in realtà, fila via piuttosto liscia, tanto che ogni minimo elemento (da una conversazione di circostanza con l’innocua vicina, fino ai sotterfugi di una figlia adolescente e del suo fidanzato) sembra carico di tensione oltre che foriero di cattive notizie. Non mancano anche elementi visivi efficaci, come la banda di ragazzi per bene guidati da un giovanotto (l’australiano Rhys Wakefield) che sfoggia un sorriso luciferino, sia con la maschera che senza.

    Ma è nel prosieguo del film che emergono i difetti più evidenti. Da un lato certe decisioni prese dai personaggi (da Hawke fino alla moglie Lena Headey, già vista nella serie ormai cult Trono di spade) hanno più il sapore del pretesto che non di una scelta motivata e razionale, come se fossero anche loro complici più che vittime dello sceneggiatore. Dall’altro la trama del film sconfina, forse troppo presto, in quello che in America definiscono un “home invasion movie”, e questo si traduce in una certa ridondanza (e ripetitività) di sparatorie che, come se non bastasse, hanno il difetto di risolversi quasi tutte grazie all’intervento di un qualche deus ex machina.

    É comunque probabile che regista e produttori (tra cui compare il nome di Michael Bay) avranno tempo di riflettere meglio su certi errori, impegnati come saranno a contare i soldi intascati grazie al film. Le prime stime parlano di 76 milioni incassati al botteghino, a fronte di una spesa di tre.

    Marcello Lembo

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    Barbera: Venezia la crisi e…

    Il Direttore della Mostra di Venezia, Alberto Barbera, ci racconta le line guida e le aspettative per l’edizione 70 della rassegna internazionale più longeva del Mondo.

    Barbera, partiamo dal programma, ci sono tematiche affini o ricorrenti?
    Non so se c’e’ un vero e proprio filo rosso ma è vero che il cinema di oggi è un cinema che riflette le crisi che stiamo attraversando: economiche, finanziarie, sociali, politiche. Un cinema che affronta di petto la contemporaneità e che si scontra con la negatività: non c’è nessun regista che riesca a guardare al di là, che riesca a dare dei segni d’ottimismo. Siamo rimasti colpiti da film che guardano la famiglia come microcosmo simbolico della crisi di tutta la società. Il cinema è da sempre specchio della realtà, e non ci possiamo lamentare che questa immagine sia oggi cupa e violenta.

    Il secondo festival dell’era ‘crisi’ sotto la sua direzione, si aspetta critiche sul cartellone presentato in anteprima alla stampa?
    La selezione di un festival non si fa per accontentare questo o quello; mi auguro che questo programma accontenti chi accusa i festival di proporre sempre i soliti nomi.
    I film che non ci sono? Guardate cosa ha proposto Cannes. Tanti sono oggi i motivi per cui un film non è a un festival: potrebbe non essere pronto, potrebbe non essere piaciuto a chi lo seleziona, o potrebbero esserci dei problemi relativi alla presenza dei talent o al budget promozionale messo a disposizione dalla produzione. Lascio a voi fare il giochino su quale titolo rientra in quale categoria.

    In un cartellone ridotto in Concorso ci sono venti pellicole, non 18 come era stato annunciato, qualche motivo articolare?
    Abbiamo ritenuto importante dare spazio all’anteprima internazionale di Kaze Tachinu, il nuovo film di Hayao Miyazaki, autore legato a Venezia da una vecchia amicizia che teneva molto ad essere in competizione; e anche Tsai Ming-Liang, che ha realizzato quel che ha annunciato essere il suo ultimo film: Stray Dogs, un film testamentario rispetto al cinema e al suo linguaggio, un film al di là del cinema, un film che è la summa di tutta l’opera di Tsai e che già va oltre. Un corpo estraneo rispetto al resto del concorso, ma affascinante.

    Due documentari in concorso a Venezia, si tratta di una novità assoluta, in controtendenza con la sala che poi i documentari non li ospita…
    Si, si tratta di una importante prima volta: la prima volta in un grande Festival europeo di due documentari in competizione; si tratta di The Unknown Known: the Life and Times of Donald Rumsfeld e Sacro GRA: il primo è diretto da Erroll Morris e racconta l’ex segretario alla Difesa statunitense e il secondo da Gianfranco Rosi, che ha letteralmente vissuto per lungo tempo ai margini del Raccordo Anulare di Roma per poterlo raccontare nel film. Sono due film straordinari che ci confermano che la distinzione tra fiction e documentario appartiene al passato, che il cinema moderno compie continui passaggi tra finzione e realtà, anche se, come sottolinea lei la sala stenta ad accogliere questo tipo di prodotto…

    Continuando con i film italiani cosa può anticipare
    Che sono la fotografia attuale del nostro cinema: abbiamo un grande autore, Amelio con L’intrepido e un’opera prima, quella di Emma Dante, Via Castellana Bandiera. Danno l’idea di un cinema italiano eterogeneo, fatto di contaminazioni e novità. Vorrei anche che si sfatasse il mito che vuole i film italiani trattati male a Venezia: se i film sono buoni, non li maltratta nessuno. E bisogna assolutamente che tutti, media in testa, entrino nell’ordine di idee che se non si vince un premio, questo non vuol dire che si è perso.

    Nessuna polemica dunque con Luchetti che presenta il suo film in anteprima mondiale a Toronto e non qualche giorno prima a Venezia…
    Assolutamente. Quella di Luchetti e’ una scelta personale. Me lo aveva anticipato anche a Cannes. Credo non sia rimasto soddisfatto dal trattamento riservato gli dalla stampa una decina di anni fa al Lido e quindi ha deciso di volare a Toronto con il suo nuovo film. Non ho visto il film ma gli auguro ogni fortuna e rispetto la sua decisione.

    IL PROGRAMMA COMPLETO DI VENEZIA 70

     

     

     

     

     

     

     

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    Venezia 70., Tutti i film in programma

    Annunciato alla stampa il cartellone della 70esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, diretta da Alberto Barbera.

    Tre gli italiani in concorso (L’intrepido di Gianni Amelio, il docu-film Sacro G.R.A. di Gianfranco Rosi e Via Castellana Bandiera, documentario opera prima della regista teatrale Emma Dante).
    Venti film in concorso, tra i quali due documentari (quelli di Rosi e Morris), fatto inedito per un festival. Significativa rappresentanza americana, come di consueto, con ben cinque titoli in gara (John Curran, Errol Morris, David Gordon Green, Kelly Reichardt e James Franco), tre gli inglesi (Terry Gilliam, Stephen Frears e Jonathan Glazer).
    In generale pero’ si segnalano in corsa per il Leone d’Oro pellicole da tutto il mondo, Tracks di John Curran, Miss Violence di Alexandros Avranas, Tom a la femme di Xavier Dolan, Under the Skin di Jonathan Glazer, Child of God di James Franco, Night Moves di Kelly Reichardt, Kaze Tachinu di Hayao Miyazaki, The Unknown Known: The Life and Times of Donald Rumsfeld di Errol Morris, Les Terrasses di Merzak Allouache, Joe di David Gordon Green, Philomena di Stephen Frears, Die Frau Des Polizisten di Philip Groning, Ana Arabia di Amos Gitai, La Jealousie di Philippe Garrell, The Zero Theorem di Terry Gilliam, Joaoyou di Tsai Ming Liang e l’opera prima di Peter Landesman Parkland.
    Ma proviamo ad analizzare tutti i film in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia numero 70′, a cominciare dai colori italiani.

    Il protagonista de L’intrepido, commedia amara del regista di Lamerica sarà Antonio Albanese che interpreterà un personaggio dall’animo buono, un puro di cuore…
    Il primo doc in concorso è l’italianissimo Sacro GRA del Maestro Gianfranco Rosi, premiato proprio a Venezia lo scorso anno con un meritatissimo Leone alla carriera.
    GRA sta per Grande Raccordo Anulare, la strada che circonda la capitale e che tutti i romani conoscono. Il regista ha vissuto attorno al GRA muovendosi in camper per oltre un anno per raccogliere le storie di chi vive intorno alla grande strada-cintura della città eterna.
    La regista teatrale Emma Dante arriva al Lido con il suo primo film, tratto dal suo romanzo omonimo. La storia di Via Castellana Bandiera è ambientata a Palermo. Protagonista è un duello al femminile, definito “forte e silenzioso, testardo e insolente, in una Sicilia fuori dal tempo.
    Volando sul programma del concorso veneziano trovamo che James Franco sarà in concorso con la trasposizione di un romanzo di Cormac McCarthy: Child of God (Figlio di Dio). La storia si concentra sulla figura di Lester Ballard, un uomo che vive praticamente in “esilio”, ai margini della società.
    Torna a Venezia anche Amos Gitai con Ana Arabia, con Yuval Scharf e Sarah Adler. Film coprodotto da Israele e Francia.
    Dall’Inghilterra arriva Philomena, il nuovo film di Stephen Frears. Basato su una storia vera, il film è incentrato su Philomena Lee (interpretata da Judi Dench), una donna irlandese costretta a dare in adozione il figlio illegittimo. Torna a Venezia Philippe Garrelle con il suo La jalousie.
    La sceneggiatura è centrata su un uomo di trent’anni che vive con una donna in un appartamento ammobiliato. E’ una storia d’amore. Ma quest’uomo ha un’altra donna con cui ha avuto un bambino, che ha abbandonato.

    In concorso anche The zero theorem, il nuovo film di Terry Gilliam, con Christoph Waltz, Tilda Swinton, Matt Damon, David Thewlis e Melanie Thierry, il film, ambientato in un futuro orwelliano, racconta la storia di un uomo alle prese con un teorema che potrebbe svelare il senso della vita.
    La bella Scarlett Johansson è la protagonista di Under the skin, il film in concorso di Jonathan Glazer. Protagonista è Isserley, un’aliena dalle sembianze umane che percorre più volte al giorno le autostrade deserte a caccia di prede umane sfruttando la sua avvenenza fisica come esca. Le cose cambiano quando Isserley inizierà a vedere diversamente gli umani ed entrerà in conflitto con la sua natura extraterrestre.
    Sempre in tema di star di Hollywood Nicholas Cage è il protagonista di Joe, il fim in concorso del regista americano David Gordon Green. Ambientato in Texas, il film racconta la storia dell’ex-detenuto Joe Ransom che cerca di mettersi il passato alle spalle e di vivere una vita semplice…
    Anche l’Algeria rappresentata alla Mostra del Cinema 2013 con Merzak Allouache e il suo Les Terrasses, un dramma intimo che raggiunge il suo epilogo su una terrazza di un vecchio edificio a Bab El-Oued, un quartiere a nord di Algeri.
    La Grecia in concorso con Alexandros Avranas e il suo Miss Violence. La storia della morte di Angeliki nel giorno del suo undicesimo compleanno. La caduta dal balcone e la morte con il sorriso in faccia.
    Arriva dall’Australia il film di John Curran, Tracks, con Mia Wasikowska e Adam Driver, tratto dal romanzo di Robyn Davidson in cui racconta un viaggio di nove mesi in cammello attraverso il deserto australiano.
    E’ un film a tematica gay quello del canadese Xavier Dolan, Tom à la ferme.
    Tratto dalla pièce teatrale di Michel Marc Bouchard, parte dal dolore del protagonista Tom per la perdita del compagno per arrivare alla scoperta che la famiglia del suo partner nulla sapeva del suo orientamento sessuale né della loro relazione…
    A rappresentare la Germania in concorso ci pensa Philip Groning con il suo Die Frau des Polizisten (La moglie del poliziotto). si tratta della storia di una giovane famiglia: un uomo, una donna, un bambino. Ma scoppia una lite tra marito e moglie e la donna fa tutto il possibile per salvare l’anima del bimbo…
    Unico film d’animazione in concorso è quello del maestro giapponese Hayao Miyazaki Kaze Tachinu (S’alza il vento). Protagonista è Jiro Horikoshi il designer del caccia Mitsubishi A6M Zero usato nella Seconda Guerra Mondiale dall’esercito giapponese.
    Come detto faranno parte del cartellone di Venezia 70 ben due documentari in concorso. Ci sarà il regista statunitense Errol Morris con The unknown known: the life and times of Donald Rumsfeld. Un’intervista con l’ex segretario alla difesa degli Stati Uniti con i presidenti Ford e George W. Bush: è contemporaneamente la persona più giovane e la più anziana ad aver ricoperto questo incarico.
    In concorso anche l’America off, con l’ultimo film della regista indipendente Kelly Reichardt, Night Moves, che racconta la vicenda di alcuni eco-terroristi che pianificano di far saltare in aria una diga.
    Dulcis in fundo in concorso c’è anche Taiwan con il regista Ming-liang Tsai, che si ripromette di stupire con il suo ultimo film Jiaoyou (Cani randagi).


    TUTTI I FILM IN PROGRAMMA

     

    SELEZIONE UFFICIALE

     

    In concorso
    The Rooftops di Merzak Allouache
    L’intrepido di Gianni Amelio
    Miss Violence di Alexandros Avranas
    Tracks di John Curran
    Via Castellana Bandiera di Emma Dante
    Tom à la ferme di Xavier Dolan
    Child of God di James Franco
    Philomena di Stephen Frears
    La jalousie di Philippe Garrel
    The Zero Theorem di Terry Gilliam
    Ana Arabia di Amos Gitai
    Under the Skin di Jonathan Glazer
    Joe di David Gordon Green
    The Police Officer’s Wife di Philip Gröning
    The Wind Rises di Hayao Miyazaki
    The Unknown Known: The Life and Times of Donald Rumsfeld di Errol Morris
    Night Moves di Kelly Reichardt
    Sacro GRA di Gianfranco RosI
    Stray Dogs di Tsai Ming-Liang
    Parkland di Peter Landesman

    Fuori Concorso
    Capitan Harlock di Shinji Aramaki
    Gravity di Alfonso Cuarón (Film di apertura)
    Moebius di Kim Ki-duk
    Locke di Steven Knight
    Unforgiven di Lee Sang-il
    Wolf Creek 2 di Greg McLean
    Die andere Heimat di Edgar Reitz
    The Canyons di Paul Schrader
    Che strano chiamarsi Federico! di Ettore Scola
    Walesa, Man of Hope di Andrzej Wajda e Ewa Brodzka
    Une promesse di Patrice Leconte

    Fuori Concorso – Documentari
    Summer ’82 when Zappa came to Sicily di Salvo Cuccia
    Pine Ridge di Anna Eborn
    The Armstrong Lie di Alex Gibney
    Redemption di Miguel Gomes
    Ukraine is not a Brothel di Kitty Green
    Con il fiato sospeso di Costanza Quatriglio
    Amazonia di Thierry Ragobert (Film di chiusura)
    La voce di Berlinguer di Mario Sesti e Teho Teardo
    Til Madness Do Us Part di Wang Bing
    At Berkeley di Frederick Wiseman
     

    ORIZZONTI

     
    Je m’appelle Hmmm… di Agnès B.
    Little Brother di Serik Aprimov
    Il terzo tempo di Enrico Maria Artale
    Eastern Boys di Robin Campillo
    Palo Alto di Gia Coppola
    Ruin di Amiel Courtin-Wilson e Michael Cody
    Fish & Cat di Shahram Mokri
    We are the best! di Lukas Moodysson
    Wolfskinder di Rick Ostermann
    La vida después di David Pablos
    Algunas Chicas di Santiago Palavecino
    Medeas di Andrea Pallaoro
    Still Life di Uberto Pasolini
    Piccola patria di Alessandro Rossetto
    La prima neve di Andrea Segre
    Why Don’t You Play in Hell? di Sion Sono
    The Sacrament di Ti West

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    La variabile umana: esordio in ‘giallo’ per Bruno Oliviero

    Napoletano trapiantato a Milano da quasi più di dieci anni, documentarista appassionato e fine osservatore del reale. Lui è Bruno Oliviero e così racconta  il suo nerissimo e intimistico esordio ad un lungometraggio di finzione, La variabile umana, distribuito nelle sale italiane dal 29 agosto da Bim Distribuzione e pronto a sbarcare al Festival di Locarno dove verrà presentato il 9 agosto. Storia di un uomo di legge, l’ispettore Monaco, che ha perso tutto anche il rapporto con la propria figlia, Linda, salvo riconquistarlo al prezzo di una dolorosissima rivelazione nella Milano decadente delle baby escort e dei festini a base di coca.  Nel cast Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Alice Raffaelli, Sandra Ceccarelli.

    Da dove nasce il commisario Monaco?
    Viene da certa letteratura americana degli anni ’30. L’idea era quella di un uomo che rappresentasse la legge, deluso dalla propria carriera e che venisse richiamato a ripensare il proprio ruolo di uomo pubblico da un fatto personale.

    La Milano fotografata dal film e gli imprenditori pedofili fanno inevitabilmente ripensare a certa attualità. Quanto ha pesato la cronaca recente prima, dopo o durante la realizzazione della pellicola?
    Il film è stato concepito e pensato prima dei recenti fatti di cronaca. Per me che ho sempre fatto documentari sentire il clima del luogo era una delle principali prerogative e le notizie di cronaca ci hanno invece disturbato.
    L’ossessione di noi italiani per Berlusconi ha in parte avuto il suo peso nella costruziome de ‘La variabile umana’. Milano ha sempre anticipato sia nel bene sia nel male l’andamento dell’Italia: è successo nel 1992 ed è ricapitato in questi anni, è una specie di generatore di mitologie. Abbiamo lavorato sull’osservazione di ciò che ci stava intorno e Milano era già così ancora prima degli scandali noti a tutti.

    Avevi a disposizone il compositore delle musiche dei film di Clint Eastwood, Michael Stevens. Lo hai uato per sottrazione, come mai?
    Con Michael è stato un incontro straordinario, venuto dai produttori. In questo film il cinema americano si è aperto ad un cinema più europeo, dove la musica non copre tutto l’arco delle emozioni. Abbiamo lavorato insieme adattando un modo di fare cinema americano a una modalità tutta europea.

    In alcuni momenti è quasi naturale pensare a delle analogie con ‘La ragazza del lago’ di Molaioli…
    Sì, ci ho pensato, ma non ce lo avevo in mente quando ho iniziato a concepire il film; piuttosto è ciò a cui ho pensato quando abbiamo cominciato a girarlo, anche se rimangono due opere molto diverse tra loro: quella era una storia puntata tutta sull’indagine, questa invece approfondisce l’aspetto più umano, il percorso di conoscenza di un padre verso la propria figlia che si rivela estremamente doloroso.

    L’impressione é che attraverso il linguaggio della finzone tu sia stato più libero di raccontare la realtà, che non nel documentario.
    In genere non mi pongo problemi in termini di stile. Eduardo De Filippo diceva: “Cerca la vita e troverai lo stile, cerca lo stile e troverai la morte”. Mi sono concentrato invece sulla precisione con cui avrei potuto raccontare questa piccola storia, che toccava la realtà e soprattto una città che rappresenta una serie di miti nei confronti del nostro paese. Sì, è vero, mi sono sentito più libero. Nel documentario corri il rischio di essere voyeuristico, qui invece potevo prendere pezzi di vita reale e mostrarli insieme, costruendo così l’intimità dei peraonaggi.

    Perché hai scelto Silvio Orlando per l’ispettore Monaco?
    Pensavamo al film da un paio di anni e quando abbiamo cominciato a concretizzarlo Orlando ci sembrò la scelta giusta, perché strano e diverso dai ruoli che aveva interpretato fino a quel momento. Si è completamente fidato di noi, abbiamo voluto scommettere su di lui e sulla sua capacità di mettere da parte il proprio lato più comico a favore di un personaggio, che invece di simpatico non doveva avere nulla.

    ‘La variabile umana’ lavora molto sul non mostrare mai chiaramente ciò che succede nelle istituzioni, né il lato pruriginoso e sessuale delle giovanissima protagonista. E’ una scelta presente sin dall’inizio?
    Il ‘lasciare fuori campo’ per me é l’essenza del fare cinema: esiste un mondo reale fuori che fa sempre parte del racconto e per questo non si può non considerarlo. Con Silvio abbiamo discusso dell’ambiguità del soggetto, dell’attrazione per i giovani corpi e bisognava stare attenti a non far finta che ciò non esistesse: perciò la sedicenne Linda ha un corpo da donna degno di essere ammirato e apprezzato.

    Quanto ti sei lasciato influenzare dal tuo background da documentarista? Che tipo di ricerche avete fatto?
    Ogni dettaglio del film viene dalla realtà. Ci siamo documentati moltissimo, trascorrendo imbarazzanti nottae in discoteca per studiare le abitudini delle giovanissime generazioni. Abbiamo incontrato agenti di polizia, il capo della omicidi, la responsabile delle autopsie e tutti ci hanno dato dei consigli su come rendere il tutto credibile e autentico.

    Anche la scelta visive sono molto particolari…
    Credo che per fare cinema oggi si debbano proporre delle novità rispetto alla enorme massa di immagini che tutti noi subiamo. La maggior parte dei film contemporanei tendono spesso a desaturare l’immagine, al contrario noi abbiamo deciso di lavorare molto sulla saturaziome. Volevamo mescolare carrelli e dolly del cinema classico hollywoodiano con la semplice macchina a mano.

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    Venezia 70., i dieci anni delle Giornate degli Autori

    Decimo anniversario per le Giornate degli autori, altra sezione parallela che come la Settimana della Critica accompagnerà la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia dal 28 agosto al 7 settembre 2013.
    Ad aprire la presentazione del programma alla Casa del Cinema di Roma, l’intervento dell’Assessore alla Cultura della Regione Lazio, Lidia Ravera: parole di profondo rammarico le sue, che insieme a quelle del produttore Angelo Barbagallo e di Roberto Barzanti (presidente dell’Associazione Culturale Giornate degli Autori) hanno commentato duramente l’ipotesi da parte del governo Letta di non rinnovare il tax credit per il 2014.
    Una situazione sempre più difficile per il cinema italiano che vede in questo provvedimento un‘altra forma di mancanza di sostegno. Al di là delle polemiche  comunque la decima edizione del Venicedays si annuncia più ricca che mai: 12 film nella selezione ufficiale, tre eventi speciali , due corti del progetto ‘Women’s Tales’, due proiezioni speciali per la pre-apertura e la chiusura.

    Tante le storie raccontate: da quella vera – che ha sconvolto la Francia – e a cui si ispira La Belle vie, opera prima del regista Frédérique Moureau, al racconto di Gerontophilia, una commedia romantica diretta dal genio di Bruce LaBruce, passando per l’italianissima storia de La mia classe di Daniele Gaglianone  con  Valerio Mastrandrea  nel ruolo dell’insegnante di una classe multietnica del quartiere del Pigneto a Roma.

    Da non perdere il film di pre-apertura L’arbitro di Paolo Zucca con Stefano Accorsi , Geppi  Cucciari, Francesco Pannofino, Alessio Di Clemente,  prodotto da Rai Cinema e distribuito da Lucky Red; e il film di chiusura della rassegna Tres bodas de mas di Javier Ruiz Caldera e Kill Your Darlings che porterà al Lido Daniel Radcliffe.

    Tra i progetti e gli appuntamenti ricordiamo il premio LUX, premio per il Cinema del Parlamento Europeo, vinto lo scorso anno da Andrea  Segre per il film Io sono Li e, presentato dall’On. Gianni Pittella, Vicepresidente Vicario del Parlamento Europeo e dall’On. Silvia Costa, relatrice al Parlamento Europeo per il programma “Europa Creativa”. Tra i finalisti del prestigioso premio c’è Miele di Valeria Golino.

    IL PROGRAMMA

    Selezione ufficiale
    Alienation di Milko Lazarov
    La Belle Vie di Jean Denizot
    Bethlehem di Yuval Adler
    Gerontophilia di Bruce LaBruce
    Khawana (Traitors) di Sean Gullette
    Kill Your Darlings di John Krokidas
    Koksuz (Nobody´S Home) di Deniz Akçay Katıksız
    May In The Summer di Cherien Dabis
    La Mia Classe di Daniele Gaglianone
    La Reconstruccion di Juan Taratuto
    Rigor Mortis di Juno Mak
    Siddharth di Richie Mehta

    Progetto Women’s Tales
    The Door di Ava DuVernay
    Le Donne Della Vucciria di Hiam Abbass

    Eventi speciali
    Julia di J. Jackie Baier
    Venezia Salva di Serena Nono

    In accordo con Tribeca Film Festival
    Lenny Cooke di Benny Safdie, Joshua Safdie

    Pre-apertura – Proiezione Speciale
    L´Arbitro di Paolo Zucca

    Film di chiusura – proiezione speciale
    Tres Bodas De Mas di Javier Ruiz Caldera

                                                                                                           
    Mariangela Di Serio

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