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    Joe: Nicolas Cage in un western dolente dal profondo sud

    La provincia violenta, l’istinto di sopravvivenza, odio, amore, famiglia, tutto questo contribuisce a formare un riuscitissimo affresco americano dal sapore tipico dell’epopea western dal titolo ‘Joe’, in concorso al festival di Venezia.
    Protagonista della convincente pellicola di David Gordon Green e’ un intenso Nicolas Cage; Joe e’ quello che si potrebbe semplicisticamente definire un looser, ma entrare in empatia con le sua visione della vita richiede davvero pochi istanti.
    Uomo di poche parole, una vita difficile alle spalle, futuro plumbeo all’orizzonte, Joe ha la capacità che hanno i cani sciolti di analizzare al volo uomini e situazioni, vedere il bene ed il male chiari al primo impatto. È una necessita’ per lui e la storia ci consegna questo fondamentale indizio fin dai primi fotogrammi.
    L’incontro con quello che diventerà un fantastico coprotagonista emotivo di tutto il racconto e’ casuale, ma cambierà il corso di molte vite.
    Cage padroneggia il personaggio non solo a livello espressivo ma anche mettendo al servizio della sceneggiatura la sua fisicita’, oltre ad un indubbio coinvolgimento emotivo che pare evidente. A pochi giorni dal nastro di partenza della rassegna lagunare il suo ruolo si consegna senza imbarazzo ai giurati che assegneranno tra una settimana o poco più la prestigiosa Coppa Volpi. L’ambito riconoscimento potrebbe premiare un western ‘moderno’ dal sapore antico e dolente, ma profondamente radicato nel cuore di un’America lontana dai riflettori delle megalopoli scintillanti e quindi per lo piu’ sconosciuta.

    Di: Titta DiGirolamo

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    L’arbitro: E se la vita fosse un campo di calcio

    Prende le mosse dall’omonimo cortometraggio del 2009 e approda alle Giornate degli Autori veneziane per stupire la platea. L’esordio di Paolo Zucca è un piccolo capolavoro del nostro cinema.
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    Qualcuno lo ha già definito un gioiellino. Ed in effetti, L’arbitro di Paolo Zucca ha tutti gli ingredienti per candidarsi a essere la sorpresa italiana delle veneziane Giornate degli Autori . Scritto a quattro mani dallo stesso regista e dalla scrittrice Barbara Alberti, questo singolare esordio in bilico tra serio e faceto, affonda le proprie radici nel cortometraggio omonimo, vincitore nel 2009 di un David di Donatello.

    Girato interamente in bianco e nero, L’arbitro racconta due cammini paralleli, tanto lontani nello spazio quanti simili per destino: da un lato la rivalità tra due piccole squadre sarde di terza categoria l’Atletico Pabarile e il Montecrastu, dall’altro l’ascesa professionale di Cruciani (Stefano Accorsi), arbitro ambizioso vicino a coronare il sogno della sua vita, ovvero arbitrare una finale europea.
    Zucca non si nasconde dietro facili populismi o furberie ideologiche, le sue intenzioni sono dichiarate sin dall’inizio del film, messe nero su bianco dalla frase di Albert Camus che campeggia in apertura: “Tutto quello che so della vita l’ho imparato dal calcio”. Sarebbe troppo semplice, persino limitativo, liquidare L’arbitro come l’ennesima commedia sul calcio; per rendergli giustizia basta catturarne la sua essenza più profonda, spingersi oltre le dinamiche narrative, scoprire il velo e capire che qui il campo da calcio altro non è se non una metafora della condizione umana.

    Una straordinaria rappresentazione di vizi e virtù, pregi e difetti dell’Italietta di uomini e donne comuni declinata attraverso il linguaggio del buffo.
    Stefano Accorsi nei panni del direttore di gara Cruciani regala una delle sue migliori performance: elegante, composto, algido nell’esecuzione di quello che assume le sembianze di un rituale liturgico (il prepartita), divertente quando si esibisce in un balletto alla Fred Astaire. A fargli compagnia ci pensano dei compagni di gara altrettanto all’altezza: da Francesco Pannofino, arbitro bastardo, a Geppi Cucciari protagonista di un flirt d’altri tempi, che al suo amato cavaliere non risparmia certo colpi bassi, comica e favolistica allo stesso tempo.

    Il resto della partita si consuma su un campo di calcio tra le suggestioni ancestrali di una Sardegna in bianco e nero e un tempo sospeso: scandito dal fischio di inizio, impresso sui volti di una straordinaria galleria di caratteristi, consumato per rincorrere un pallone, scolpito nei bizzarri quanto riconoscibili sguardi di una piccola umanità che annaspa, esulta, protesta, addita, inciampa…

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    Venezia 70. – Alba Rohrwacher ci racconta il suo film con Emma Dante

    Una delle ottime protagoniste di Via Castellana Bandiera e’ Alba Rohrwacher, che ci racconta così il suo ruolo ed un rapporto speciale con la regista Emma Dante.

    Alba come hai incontrato questo personaggio?
    La sceneggiatura nelle sue due versioni che abbiamo ricevuto riassumeva alla perfezione il romanzo di Emma; io ero curiosissima di affrontare le riprese perché davvero non riuscivo ad immaginare come quelle parole che avevo letto avrebbero preso vita nelle nostre interpretazioni ed avrebbero costruito il film.

    Ci racconti il tuo rapporto con la regista?
    Emma e’ fantastica, il suo metodo funziona davvero. E’ dura lavorare su un suo set o in teatro con lei, ti chiede il massimo e ti porta al limite, ma è un’esperienza indimenticabile ed istruttiva lavorare con lei.

    Questo film è anche una grande allegoria del nostro Paese, ma non solo, come ti ci sei sentita da dentro?
    C’è dentro un modo di essere cieco ottuso, quello di considerare un luogo come chiuso, invalicabile. In realtà invece si tratta di una piazza, un luogo quantomai aperto, al dialogo, alla comprensione, al limite alla fuga, cosa che eviterebbe il duello che invece le protagoniste affrontano. Ecco dove poggia le sue basi l’allegoria di cui parli, cosa che inevitabilmente abbraccia il nostro Paese, con un linguaggio che vuole essere universalmente comprensibile.

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    Via Castellana bandiera: Occhi contro occhi

    Emma Dante in concorso a Venezia con il suo primo lungometraggio. Esordio da Leone per un’opera che diventa allegoria di un intero paese.
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    Via Castellana Bandiera, Palermo, Italia. Luoghi fisici che nell’esordio alla regia di Emma Dante sono funzionali ad un racconto che parla di un non luogo, di una metafora che potrebbe definirsi glocal, tanto parte dal microcosmo di una stradina di periferia per parlare a tutti.
    A singolar tenzone si sfidano due donne, due opposte ostinazioni. Per una volta sono gli uomini il coro, il duello all’ok Corrall lo sostengono due donne, attraverso i loro volti intensi, i loro sguardi, lunghi, interminabili silenzi.
    È l’allegoria di un Paese intero Via Castellana Bandiera, di un modo di pensare, dell’incapacita’ di osservare le reciproche differenze per superare con sguardo terzo, non con il puro scontro distruttivo.
    Una disputa automobilistica per il diritto di precedenza e’ lo spunto narrativo per la Dante, che attraverso il punto di osservazione di due automobili strette tra un muro e poche povere case racconta tanti individui, molti mondi tra loro sconosciuti e poco permeabili, molte donne ed attraverso di loro altrettanti uomini.
    Indiscutibilmente un buon esordio quello della regista teatrale, che grazie ad una buona interpretazione affronta la prima regia a tutto tondo. Piccolo ma impegnativo ruolo per Alba Rohwacher, una delle tre protagoniste assieme alla sua regista.
    Primo meritatissimo tappeto rosso a 82 anni, dopo una vita dedicata al teatro per Elena Cotta, che in Via Castellana Bandiera recita quasi solo con gli occhi, interpretando il ruolo di Samira, donna granitica che duella con le più giovani protagoniste.
    Il film dopo la calorosa accoglienza di critica e pubblico si appresta ad affrontare il pubblico, dal 12 settembre con la premiere a Palermo e dal 19 in tutta Italia.

    Titta DiGirolamo

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    L’arte della felicità: la Napoli decadente di Rak

    Tocca allo sguardo lucido del napoletano Alessandro Rak aprire la 28° Settimana Internazionale della Critica. Malinconia, realismo e il potere evocativo dell’animazione.
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    Crepuscolare, apocalittica, decadente. Ecco la Napoli de L’arte della felicità, esordio animato di Alessandro Rak, a cui La settimana della critica veneziana affida quest’anno la sua apertura.
    Una scelta controcorrente al Lido, che premia un’animazione capace di unire l’intrattenimento al saggio filosofico. Plumbeo e catastrofico il cielo del capoluogo partenopeo diventa presagio di una fine imminente dell’umanità; personaggio e insieme cornice sullo sfondo della quale si alternano anime, fantasmi, surreali protagonisti di una Napoli che assurge a metafora della condizione umana, sopraffatta, in bilico, in cerca di riscatto, lasciata annegare tra le incertezze della contemporaneità.
    Rak sciorina in un racconto per immagini – che nulla ha da invidiare alle favole del Sol Levante – un flusso di memorie, un sali scendi di bizzarri personaggi traghettati da Sergio sul suo taxi, meraviglioso microcosmo dove il tempo si è fermato e la realtà entra ed esce ora sotto forma di degrado ora nella veste onirica di un Oriente evocato dai ricordi della mente.
    Una terra di mezzo, il limbo di uomini e donne in fuga tra le strade sommerse dalla pioggia battente e ‘affrante’ dai cumuli di immondizia: in lontananza il Vesuvio che ne deciderà simbolicamente il destino.
    E alla fine il potere salvifico della musica.

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