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    Venezia 70. – Alba Rohrwacher ci racconta il suo film con Emma Dante

    Una delle ottime protagoniste di Via Castellana Bandiera e’ Alba Rohrwacher, che ci racconta così il suo ruolo ed un rapporto speciale con la regista Emma Dante.

    Alba come hai incontrato questo personaggio?
    La sceneggiatura nelle sue due versioni che abbiamo ricevuto riassumeva alla perfezione il romanzo di Emma; io ero curiosissima di affrontare le riprese perché davvero non riuscivo ad immaginare come quelle parole che avevo letto avrebbero preso vita nelle nostre interpretazioni ed avrebbero costruito il film.

    Ci racconti il tuo rapporto con la regista?
    Emma e’ fantastica, il suo metodo funziona davvero. E’ dura lavorare su un suo set o in teatro con lei, ti chiede il massimo e ti porta al limite, ma è un’esperienza indimenticabile ed istruttiva lavorare con lei.

    Questo film è anche una grande allegoria del nostro Paese, ma non solo, come ti ci sei sentita da dentro?
    C’è dentro un modo di essere cieco ottuso, quello di considerare un luogo come chiuso, invalicabile. In realtà invece si tratta di una piazza, un luogo quantomai aperto, al dialogo, alla comprensione, al limite alla fuga, cosa che eviterebbe il duello che invece le protagoniste affrontano. Ecco dove poggia le sue basi l’allegoria di cui parli, cosa che inevitabilmente abbraccia il nostro Paese, con un linguaggio che vuole essere universalmente comprensibile.

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    Via Castellana bandiera: Occhi contro occhi

    Emma Dante in concorso a Venezia con il suo primo lungometraggio. Esordio da Leone per un’opera che diventa allegoria di un intero paese.
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    Via Castellana Bandiera, Palermo, Italia. Luoghi fisici che nell’esordio alla regia di Emma Dante sono funzionali ad un racconto che parla di un non luogo, di una metafora che potrebbe definirsi glocal, tanto parte dal microcosmo di una stradina di periferia per parlare a tutti.
    A singolar tenzone si sfidano due donne, due opposte ostinazioni. Per una volta sono gli uomini il coro, il duello all’ok Corrall lo sostengono due donne, attraverso i loro volti intensi, i loro sguardi, lunghi, interminabili silenzi.
    È l’allegoria di un Paese intero Via Castellana Bandiera, di un modo di pensare, dell’incapacita’ di osservare le reciproche differenze per superare con sguardo terzo, non con il puro scontro distruttivo.
    Una disputa automobilistica per il diritto di precedenza e’ lo spunto narrativo per la Dante, che attraverso il punto di osservazione di due automobili strette tra un muro e poche povere case racconta tanti individui, molti mondi tra loro sconosciuti e poco permeabili, molte donne ed attraverso di loro altrettanti uomini.
    Indiscutibilmente un buon esordio quello della regista teatrale, che grazie ad una buona interpretazione affronta la prima regia a tutto tondo. Piccolo ma impegnativo ruolo per Alba Rohwacher, una delle tre protagoniste assieme alla sua regista.
    Primo meritatissimo tappeto rosso a 82 anni, dopo una vita dedicata al teatro per Elena Cotta, che in Via Castellana Bandiera recita quasi solo con gli occhi, interpretando il ruolo di Samira, donna granitica che duella con le più giovani protagoniste.
    Il film dopo la calorosa accoglienza di critica e pubblico si appresta ad affrontare il pubblico, dal 12 settembre con la premiere a Palermo e dal 19 in tutta Italia.

    Titta DiGirolamo

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    L’arte della felicità: la Napoli decadente di Rak

    Tocca allo sguardo lucido del napoletano Alessandro Rak aprire la 28° Settimana Internazionale della Critica. Malinconia, realismo e il potere evocativo dell’animazione.
    3stelleemezzo

    Crepuscolare, apocalittica, decadente. Ecco la Napoli de L’arte della felicità, esordio animato di Alessandro Rak, a cui La settimana della critica veneziana affida quest’anno la sua apertura.
    Una scelta controcorrente al Lido, che premia un’animazione capace di unire l’intrattenimento al saggio filosofico. Plumbeo e catastrofico il cielo del capoluogo partenopeo diventa presagio di una fine imminente dell’umanità; personaggio e insieme cornice sullo sfondo della quale si alternano anime, fantasmi, surreali protagonisti di una Napoli che assurge a metafora della condizione umana, sopraffatta, in bilico, in cerca di riscatto, lasciata annegare tra le incertezze della contemporaneità.
    Rak sciorina in un racconto per immagini – che nulla ha da invidiare alle favole del Sol Levante – un flusso di memorie, un sali scendi di bizzarri personaggi traghettati da Sergio sul suo taxi, meraviglioso microcosmo dove il tempo si è fermato e la realtà entra ed esce ora sotto forma di degrado ora nella veste onirica di un Oriente evocato dai ricordi della mente.
    Una terra di mezzo, il limbo di uomini e donne in fuga tra le strade sommerse dalla pioggia battente e ‘affrante’ dai cumuli di immondizia: in lontananza il Vesuvio che ne deciderà simbolicamente il destino.
    E alla fine il potere salvifico della musica.

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    Elysium: La classe operaia non va in paradiso

    Fantascienza visionaria, azione, politica. Sono i tre elementi del secondo lungometraggio di Neill Blomkamp, il regista sudafricano autore del cult District 9. L’esordio il 29 agosto nelle sale italiane.
    5stelle

    Paradiso e inferno, patrizi e plebei, gioia da una parte, disperazione e infine rivoluzione dall’altra. Neill Blomkamp torna dietro la macchina da presa e la fantascienza torna a parlare non solo del futuro ma anche del presente. Con Elysium, sua seconda prova, il regista sudafricano si trovava nella scomoda posizione di replicare il successo di un gioiellino cult come District 9, che riusciva a mescolare lo stupore e il fracasso di un film sci-fi con una riflessione non banale sull’apartheid, sull’immigrazione e sull’ipocrisia delle politiche di contrasto del fenomeno.

    Il regista-sceneggiatore non si è lasciato scoraggiare e anzi ha puntato ancora più in alto, forte di un budget (100 milioni di dollari) più che triplicato rispetto all’opera prima. Ecco quindi tratteggiarci un mondo sostanzialmente diviso in due: da un lato un’enclave di ricchezza e privilegio (la stazione orbitante che dà il titolo al film), dall’altro una Los Angeles futura ridotta a un’unica sterminata favela. Un mosaico composto dagli ultimi, costretti a scegliere tra una vita dedicata al crimine o una spietata catena di montaggio, dove una voce ripete incessantemente che non si può andare in bagno più di una volta a turno.

    Impossibile non pensare a Metropolis di Fritz Lang, che pure raccontava di un’elite che viveva sulle cime dei grattacieli e di una classe operaia che sopravviveva nei sotterranei. Ma se il capolavoro del cinema tedesco di fine anni 20 colpisce per le sue potenti allegorie, il film di Blomkamp intraprende una strada diversa. Incidenti sul lavoro, sanità pubblica al collasso, la presenza invadente di droni-poliziotto che inneggiano alla tolleranza zero e un divario sempre più intollerabile tra i vizi di un super ricco e gli stenti di chi non lo è: il futuro descritto in Elysium non è il frutto di un’elaborazione intellettuale, ma sembra invece il compendio di una pagina di giornale. Un approccio cronachistico che tradirebbe quasi una sensibilità neo realista, se ovviamente non fosse un controsenso parlare di neorealismo per un film di fantascienza.

    Al servizio di un affresco tanto visionario Blomkamp riprende lo stile di District 9, mescolando un’estetica da documentario (con uso quasi esclusivo di camere a mano) ad effetti speciali all’avanguardia. Del suo film precedente decide invece di non ripetere gli errori, e così la parte più action del lungometraggio è meno ridondante ma non meno adrenalinica.
    Azzeccata infine la scelta degli attori, con Matt Damon che trasmette la solita intensità al suo eroe per caso, sorta di Masaniello con innesti bionici, e con una Jodie Foster che dona lineamenti algidi a un ministro della difesa, falco per scelta e golpista per aspirazione. Non manca neanche Sharlto Copley, protagonista di District 9, che ci regala un pizzico di pazzia nel ruolo di un mercenario collaborazionista e rancoroso.


    Marcello Lembo

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    The Conjuring: Wan, più ricercatore che ‘ricercato’

    Il regista malese da molti identificato all’istante con le nuove tendenze dell’horror Usa si tiene lontano dalle crudezze di ‘Saw’ in una pellicola non priva di novità troppo ansiosa di piacere a tutti.

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    “The Conjuring” è principalmente un thriller soprannaturale basato sui fatti riportati dalla celeberrima coppia di ricercatori del paranormale, le cui esperienze in precedenza avevano ispirato film come Amityville Horror” e “The Haunting in Connecticut”. James Wan come per Insidious” riporta sul grande schermo quel tipo di cinema soprannaturale che negli anni ‘80 fu appannaggio dei mattatori del genere. Un titolo su tutti? Poltergeist”! Notevoli le trovate casarecce ed old-style che si dimostrano sempre efficaci nel tempo, utili a spaventare lo spettatore, dal battere colpi su di un muro alla classica figura tetra che appare in un’area completamente oscura. Meno notevoli sono le scene riguardanti possessioni ed esorcismi: considerando che negli horror di nuovissima generazione i rimandi al genere demoniaco continuano ad essere il pane quotidiano per gli appassionati, Wan non fa nulla di eccezionale sotto questo frangente. Sostanzialmente parliamo di un lavoro accettabile ma non siamo al cospetto del miglior Wan. Quello che colpisce di ” The Conjuring” è lo spirito d’unione, la voglia di affrontare l’impossibile e l’improbabile in maniera coesa. Un messaggio chiaro quello di Wan.
    Il suo ultimo film è risultato un lavoro apprezzato su larga scala anche per le ottime interpretazioni degli attori, a cominciare da Vera Farmiga nel ruolo di Lorraine Warren  a Lili Taylor nel ruolo di Carolyn Perron, mostrando  un lato drammatico pregevole e sublime, sicuramente condiviso e sentito in maniera viscerale più dalle spettatrici che dagli spettatori. Detto questo è difficile non notare – al traguardo della quinta fatica filmica – una corposa incoerenza nel percorso di Wan, che ha comunque dimostrato di trovarsi a suo agio nello sfruttare una tematica tanto cara agli appassionati di genere, ben conscio di aver colpito nel vivo lo spettatore in modo palesemente più forte che in passato. Forse averlo santificato subito ha in qualche modo compromesso la razionalità di uno dei registi più promettenti del cinema di genere del momento (non a caso sarà proprio lui a dirigere il settimo capitolo di Fast and Furios). Potrebbe quindi trattarsi per il promettente regista malese di un involuzione forse voluta, figlia delle sensazioni del momento. Ma il ruolo di ‘indagatore dell’incubo’ gli si addice, e financo “The Conjuring” dimostra che Wan è perfettamente in grado di portare a galla lati ‘morbidi’ da un genere che i più considerano ancora appannaggio dei ‘veri duri’.

    Alessio Giuffrida

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