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    “Ermanno Olmi, la poesia onesta”: il Festival di Spello celebra il grande maestro

    Si è aperta lo scorso 23 febbraio con una mostra dedicata al maestro Ermanno Olmi l’ottava edizione del Festival del Cinema di Spello – Le Professioni del Cinema, che si concluderà il prossimo 3 marzo.
    La retrospettiva che celebra il regista scomparso lo scorso anno si compone di otto tra i suoi film più importanti e della mostra Ermanno Olmi, la poesia onesta, che raccoglie i bozzetti realizzati dalla mano dello stesso Olmi durante le fasi di ricerca e preparazione dei suoi film. In esposizione disegni e storyboard di scene ed inquadrature da realizzare, mai visti fino ad oggi. Un prezioso patrimonio che la moglie Loredana Detto e i figli hanno deciso di condividere con chi ha sempre amato ed apprezzato il grande maestro. Ce ne arlano in questa intervista Fabrizio Cattani, curatore della mostra e direttore del festival, e Elisabetta Olmi.

    A cura di NrCinema News

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    Shortcut, via alle riprese

    Parite le riprese di Shortcut, primo lungometraggio della società di produzione Play Entertainment, guidata da Simona Ferri e Marco Tempera, in co-produzione con Camaleo e Sternenberg Films.
    Il film sarà diretto da Alessio Liguori e scritto da Daniele Cosci, co-fondatori di Mad Rocket Entertainment insieme ad Alessandro Risuleo e Simone Bracci, produttori esecutivi del film.

    Shortcut sarà, come annunciano le note di produzione, “un adventure-fantasy-horror”. Tutto ha inizio quando “cinque ragazzi rimangono intrappolati all’interno dello scuolabus che li sta riportando a casa, dopo che un essere misterioso ha invaso la carreggiata e li ha costretti a barricarsi all’interno. È notte e sono soli in mezzo a una strada di campagna deserta. Mentre il tempo scorre, dovranno unire le loro forze per cercare di sempre di sopravvivere a quell’entità sconosciuta“. Una storia d’amicizia e coraggio che si svolge nella delicata fase adolescenziale in cui l’immaginazione e le paure più ancestrali stanno per lasciare spazio a un mondo concreto fatto di responsabilità, relazioni e valori indissolubili.

    Il protagonista di Shortcut è il giovane attore Jack Kane, interprete principale del quinto capitolo della saga di Dragonheart diretto da Ivan Silvestrini, e volto del nono capitolo di Fast & Furious, noto franchise action con Vin Diesel. Ad affiancarlo un cast internazionale: Mino e Teo Caprio (I Medici – 2° stagione), Zak Sutcliffe, noto per la serie Casualty per BBC, e David Keyes e Pirati dei Caraibi La Maledizione del forziere fantasma. Spiccano anche i nomi dei giovani Sophie Oliver, Mollie Drew, Zanda Emlano e Terence Anderson.

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    Benvenuti a Marwen: riflessioni in miniatura

    Robert Zemeckis dirige Steve Carell in Benvenuti a Marwen, film ispirato a un caso vero che si divide tra realtà e scene animate. In sala dal 10 gennaio.

    C’era una volta una città di nome Marwen. Tecnicamente sarebbe nel Belgio della seconda guerra mondiale, in realtà si trova nel giardino di Mark Hogancamp, un ex illustratore americano che fu vittima di un gruppo di suprematisti bianchi e che, per riprendersi dalla sindrome da stress post-traumatico, inventò un mondo immaginario popolato di bambole, dove lui stesso ha un alter ego, il tenente dell’aeronautica Hogie. La storia vera di Hogancamp, che è stata già al centro di un documentario, diventa adesso un film ibrido, Benvenuti a Marwen, che mescola scene dal vivo e animazione digitale, diretto da un regista dal grande passato che Hollywood sembra però aver messo un po’ da parte, Robert Zemeckis.

    La complessa storia di Hogancamp, impersonato sullo schermo da Steve Carell, si sviluppa infatti sia nella realtà, dove l’uomo cerca di riprendersi dalle profonde ferite ricevute e allo stesso tempo prova a riaffacciarsi timidamente all’amore corteggiando la vicina Nicole (Leslie Mann), sia nella fittizia Marwen, dove Hogie e la sua banda di guerrigliere affronta gli assalti dei nazisti ma anche la subdola minaccia della strega Deja Thoris (doppiata nella versione originale da Diane Kruger).

    Scritto da Zemeckis e da Caroline Thompson (già sceneggiatrice di Edward Manidiforbice e Nightmare before Christmas) Benvenuti a Marwen ha il coraggio di non edulcorare troppo la storia, non nascondendo la passione feticista verso le scarpe femminili di Hogancamp che fu la causa scatenante dell’orrendo pestaggio di cui fu vittima, ma allo stesso tempo finisce per trasformare un accorato appello alla tolleranza e una riflessione sulla funzione taumaturgica della creatività e delle donne in un guazzabuglio privo di appeal, non solo a livello artistico ma anche umano. Troppe volte la storia si addentra nei territori del disagio e troppe volte le sceneggiatura spiega in maniera didascalica i suoi temi, quasi non fosse troppo convinta che le immagini create possano veicolare il messaggio. Eppure le suddette immagini non sarebbero affatto brutte, specie le complesse sequenze animate che riportano Zemeckis agli anni di Polar Express e Beowulf. Peccato un po’ per tutto il resto, a cominciare dalla banalizzazione di una questione importante e quantomai attuale, passando per l’interpretazione sentita di Carell, attore che cerca ormai da un po’ un veicolo che gli permetta di ambire ai massimi traguardi per un attore, ma che qui finisce per farsi travolgere dalla deriva di un film concepito male.

    La storia di Hogancamp però merita un approfondimento, e allora tanto vale rispolverare Marwencol, il documentario di Jeff Malmberg da cui Benvenuti a Marwen aveva tratto ispirazione.

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    Aquaman, supereroe a spasso tra i generi

    Il supereroe di Atlantide, Aquaman, esordisce in solitaria dopo essere apparso coi colleghi della Justice League. James Wan dirige Jason Momoa in uno dei film più riusciti dell’universo Dc. In sala dal 3 gennaio.

    Niente male per una barzelletta. Perché Aquaman, l’eroe creato nei primi anni 40 da Mort Weisinger e Paul Norris, non era mai stato preso troppo sul serio. Dalle battute del serial Big Bang Theory fino al cartoon degli anni 70 che lo immortalava impietosamente in groppa a un cavalluccio marino quello dell’eroe interpretato da Jason Momoa poteva sembrare un percorso cinematografico complicato e decisamente in salita. Invece – magia del cinema – il principe di Atlantide sta sbancando i botteghini del mondo, facendo fare magre figure anche ai colleghi di scuderia più blasonati, come Superman e Batman, reduci dalla delusione del loro Dawn of Justice e dal fiasco plateale di Justice League.

    Il supereroe acquatico, che in Justice League era presente, non si è fatto trascinare dal flop dei compagni e alla prima in solitaria (e non sarà l’unica visti i numeri) ci arriva grazie alla regia di James Wan e alla sceneggiatura di David Leslie Johnson e Will Beall. Quest’ultima ci porta in un regno sottomarino in subbuglio, alle prese con la scalata al potere dell’ambizioso re Orm (Patrick Wilson) che, a dispetto dei consigli del saggio Vulko (Willem Dafoe), vuole riunire i clan subacquei per dichiarare guerra alla terraferma. L’unica speranza per i due mondi è rappresentata da Arthur (Jason Momoa), nato dall’amore tra un guardiano di faro e una principessa ribelle (Nicole Kidman), che preferisce fare l’eroe in superficie col nome di Aquaman. Ma grazie all’aiuto della giovane Mera (Amber Heard) Aquaman seguirà un percorso che lo porterà sulle tracce del suo retaggio, dalle dune del Sahara alla Sicilia da cartolina di Erice, dalle coste americane ai recessi più profondi e spaventosi del tanto amato oceano.

    E come spesso accade con i film di supereroi sono quelli che creano meno aspettative a lasciare più il segno. Era successo lo scorso anno con il Black Panther della Marvel, succede oggi con Aquaman. Forse perché quando l’immaginario collettivo è più sgombro è più facile lasciarci una nuova orma, forse perché i supereroi più presenti si affidano troppo a dinamiche narrative e cinematografiche più collaudate ma forse, anche per questo, un po’ più trite. Fatto sta che il film di James Wan riesce a distinguersi, e in un mercato che ormai propone cinque-sei film di supereroi all’anno, non è una cosa da poco. Riesce a distinguersi principalmente imbastendo un pastiche tra i generi che lascia nello spettatore una piacevole sensazione di spiazzamento. Aquaman comincia come una fiaba di celluloide alla Tim Burton, poi dopo un accenno di disaster movie si avventura nei territori di Mission Impossible, di Indiana Jones, di Alien, di Avatar per poi concludersi con una battaglia campale degna dell’ultimo Signore degli Anelli.

    Altra nota di merito è la cura dedicata anche ai personaggi minori, come ad esempio il cattivo di supplemento, il pirata Black Manta (Yahya Abdul-Mateen II), a cui è dedicata una sottotrama non banale che fa di lui uno dei pochi villain del grande schermo per cui è lecito provare empatia. Discorso a parte meritano le sequenze ad alto tasso di spettacolarità. Tre per la precisione, l’inseguimento sui tetti di Erice, la battaglia finale e la sequenza degli orribili Trench, mostri marini che sembrano usciti da un incubo lovecraftiano. Se questo tipo di scene sono il pane quotidiano per ogni film di supereroi va detto che Wan, specie nella terza citata, si supera davvero, creando immagini di altissimo impatto visivo complice un ampio utilizzo della tecnologia Imax.

    Il risultato finale è una piacevole sorpresa che supera i meriti e i limiti del suo protagonista, Jason Momoa, che magari non avrà un ventaglio particolarmente ampio di espressioni ma oltre a metterci la convinzione e il physique du role dà anche l’idea di divertirsi un mondo, con quel suo sorriso scanzonato che buca lo schermo e che rischia di farlo diventare un’icona del genere. E le note negative? Quelle non mancano, da una lunghezza forse eccessiva fino alla svogliataggine di una delle sue grandi star (Dafoe, che dovrebbe prendere esempio dall’impeccabile e preziosa Kidman), ma sono solo piccole ancore che non impediscono a questo immenso battello di solcare le acque della cultura popolare e rompere il ghiaccio delle platee.

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    Bumblebee: Cuore e acciaio

    Con Bumblebee ritorna in scena il più giovane dei Transformers di casa Hasbro. Il regista Travis Knight dirige Hailee Stanfield in una commedia adolescenziale e nostalgica con robot. In sala dal 20 dicembre.

    Alla fine gli uomini di latta hanno trovato il loro cuore. Ci sono voluti sei film a superare il muro del frastuono e a fare breccia in una scorza dura come l’acciaio ma alla fine Bumblebee dimostra che il franchise milionario ma un po’ vuoto dei Transformers può dare vita a un film dignitoso. Merito e forse un po’ magia del regista Travis Knight che due anni fa diresse Kubo e la spada magica, film d’animazione candidato all’Oscar che non riuscì a scardinare il dominio Disney nella categoria ma che quantomeno fece venire un po’ di dubbi all’Academy. Oggi Knight ripesca un po’ di quella delicatezza mostrando al mondo che Autobot e Decepticon al cinema possono tranquillamente fare a meno di sua maestà re Fracasso, ovvero Michael Bay, principale narratore delle gesta dei trasformabili di casa Hasbro, che prima di essere eroi del cinema furono una linea di giocattoli e una serie di cartoni animati.

    La storia di Bumblebee si inserisce nel filone nostalgico che ha caratterizzato alcuni dei prodotti di genere più riusciti di quest’ultimo scorcio di decennio, da Stranger Things alla nuova versione cinematografica di It. Eccoci quindi catapultati in un prequel dei film precedenti, nel 1987, anno di arrivo sulla terra del più simpatico degli Autobot, il silenzioso Bumblebee, che per l’occasione smette di essere la Mustang che era stata nei film precedenti e riprende la forma di quel Maggiolino Volkswagen che sarebbe anche la traduzione letterale del suo nome. Arrivato sulla Terra in fuga dalla guerra civile di Cybertron (dove, per la gioia dei tanti cultori, si rivedono un po’ di volti noti della linea di giocattoli originale) il transformer giallo incontra la giovane Charlie (Hailee Stanfield), teenager e outsider, appassionata di motori, di tuffi e di canzoni degli Smiths, sul cui cuore pesa ancora una tragedia, la scomparsa del padre. Ecco allora che il robot, regredito a livello infantile a causa di un danno alla memoria, e incapace di parlare se non tramite spezzoni di canzoni campionate alla radio, si ritroverà ad emergere da una realtà difficile insieme alla sua amica terrestre, mentre all’orizzonte si profila la minaccia di due temibili Decepticon, venuti per capire il motivo della sua presenza sulla Terra.

    La pellicola, scritta dall’emergente Christina Hodson, riesce a giostrarsi un po’ tra i generi senza per questo rinnegare la sua anima di aspirante blockbuster. Un po’ fantascienza, un po’ commedia adolescenziale Bumblebee esalta la mano delicata di Knight, una carezza rispetto al pugno calloso dei film precedenti. Il regista lascia il campo al suo eroe robotico, che si esibisce in alcune sequenze slapstick che strizzano l’occhio all’intrattenimento per famiglie, ma per la prima volta nel franchise aggiunge un personaggio umano degno di nota. La Charlie portata sullo schermo da Hailee Stanfield (che già in passato si era fatta notare per i suoi convincenti ritratti adolescenziali) è la vera marcia in più di questo film, grazie anche al sapiente utilizzo di qualche comprimario di valore (a cominciare dalla mamma interpretata dalla brava attrice televisiva Pamela Adlon).

    E così tra evoluzioni, trasformazioni, canzoni e un vago senso nostalgico che riporta alla mente i film con Molly Ringwald o la prima cinematografia di Spielberg, Bumblebee arriva alla sua conclusione e si concede anche lui un pizzico di chiasso, che probabilmente era quello che volevano gli spettatori insieme alla vasca di popcorn, divertendo ma la giusta misura. Il risultato è il miglior film di un franchise che ha scoperto forse con troppo ritardo di avere delle potenzialità. Speriamo per tutti che il pubblico gradisca e che questo possa rappresentare un nuovo e gradito inizio.

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