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    Giornate degli Autori 2019: Annunciato il programma

    Diciotto le nazionalità rappresentate quest’anno, quattro le opere prime in concorso, sei le donne dietro alla macchina da presa. Sono questi i primi numeri delle Giornate degli Autori veneziane (28 agosto – 7 settembre), dirette da Giorgio Gosetti e presiedute in questa edizione da Andrea Purgatori.
    “Una selezione che conferma la voluta sobrietà di titoli a vantaggio di una speciale promozione della creatività più libera e indipendente da tutto il mondo. E se si volesse, fin dal programma, individuare un “filo rosso” capace di collegare la maggior parte delle scelte, parleremmo di uno scontro di culture che mette a nudo le fragilità del mondo contemporaneo, conteso tra una tendenza all’omologazione e la vitalità di radici ancestrali che non si piegano alla massificazione”, fanno sapere.
    In concorso non mancano nomi cari a chi ama il grande cinema come Dominik Moll (il suo Only the Animals aprirà il programma mercoledì 28 agosto), Jayro Bustamante (con La Llorona, “inedito esempio di cinema civile in cui fantasmi e morti viventi si prendono la scena”), la star giapponese Jō Odagiri (con They Say Nothing Stays the Same alla sua prima prova nel lungometraggio), Fabienne Berthaud (che ritorna dopo Sky con un suggestivo viaggio iniziatico in Mongolia di Cécile de France in Un monde plus grand). Unico italiano in gara il maestro della graphic novel Igort (5 è il numero perfetto con Toni Servillo, Carlo Buccirosso, Valeria Golino), mentre fuori concorso promette bene l’evento speciale Mio fratello rincorre i dinosauri di Stefano Cipani dal romanzo di Giacomo Mazzariol.

    Tutti i film in proogramma

     

    IN CONCORSO
    SEULES LES BETES (ONLY THE ANIMALS) di Dominik Moll – Film d’apertura
    YOU WILL DIE AT 20 di Amjad Abu Alala – Opera prima
    UN MONDE PLUS GRAND (A BIGGER WOLRD) di Fabienne Berthaud
    LA LLORONA (THE WEEPING WOMAN) di Jayro Bustamante
    BOR MI VANH CHARK (THE LONG WALK) di Mattie Do
    BARN (BEWARE OF CHILDREN) di Dag Johan Haugerud
    5 È IL NUMERO PERFETTO di Igort – Opera prima
    BOŻE CIAŁO (CORPUS CHRISTI) di Jan Komasa
    UN DIVAN A TUNIS (ARAB BLUES) di Manele Labidi – opera prima
    ARU SENDO NO HANASHI (THEY SAY NOTHING STAYS THE SAME) di Jō Odagiri – opera prima
    LINGUA FRANCA di Isabel Sandoval

    FUORI CONCORSO
    LES CHEVAUX VOYAGEURS (TIME OF THE UNTAMED) di Bartabas – Film di chiusura

    EVENTI SPECIALI
    MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI (MY BROTHER CHASES DINOSAURS) di Stefano Cipani
    HOUSE OF CARDIN di P. David Ebersole, Todd Hughes
    IL PRIGIONIERO di Federico Olivetti
    SCHERZA CON I FANTI di Gianfranco Pannone
    MONDO SEXY di Mario Sesti
    BURNING CANE di Phillip Youmans

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    Venezia 76., La vérité di Kore-eda Hirokazu film di apertura

    Sarà La vérité (The Truth), di Kore-eda Hirokazu (Un affare di famiglia; The Third Murder; Like Father, Like Son) e interpretato da Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke, è il film di apertura della 76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (28 agosto – 7 settembre 2019) diretta da Alberto Barbera.
    “Apprendo con gioia immensa  – ha commentato Kore-eda Hirokazu entusiasta – che il mio nuovo film La vérité è stato selezionato in apertura del concorso della Mostra di Venezia. Sono estremamente onorato. Desidero esprimere la mia sincera gratitudine a tutto lo staff della Mostra. Le riprese si sono svolte lo scorso autunno a Parigi in dieci settimane. Come già è stato ufficialmente annunciato, il cast è prestigioso, e il film racconta una piccola storia di famiglia che si sviluppa principalmente in una casa. È all’interno di questo piccolo universo che ho provato a far vivere i miei personaggi con le loro menzogne, orgogli, rimpianti, tristezze, gioie e riconciliazioni. Spero sinceramente che il film vi piaccia”.

    “Per il primo film realizzato al di fuori del suo Paese – ha dichiarato il direttore Alberto BarberaKore-eda ha avuto il privilegio di poter lavorare con due grandi star del cinema francese. L’incontro fra l’universo personale dell’autore giapponese più significativo del momento, e due attrici tanto amate come Catherine Deneuve e Juliette Binoche, ha dato vita a una  poetica riflessione sul rapporto madre-figlia e il complesso mestiere d’attrice, che sarà un piacere presentare in apertura alla prossima edizione della Mostra del Cinema di Venezia”.

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    Serenity – L’isola dell’inganno: Nella rete del pescatore

    Matthew McConaughey torna in scena con Serenity – L’isola dell’inganno, un thriller letteralmente sui generis firmato dal regista-sceneggiatore Steven Knight. Nel cast anche Anne Hathaway e Diane Lane. In sala dal 18 luglio.

    L’esca è in acqua ma stavolta, più di altre, è difficile che il pesce abbocchi. L’esca in questione è il fisico scultoreo di Matthew McConaughey, il pesce sarebbero gli spettatori, l’amo nascosto invece porta il titolo di Serenity – L’isola dell’inganno. Parliamo dell’ultimo film di Steven Knight, già sceneggiatore di discreto successo, che alla voce regia fa registrare quantomeno un film di culto, il brillante Locke, dramma umano rinchiuso nel telaio di un’automobile e recitato tutto al telefono.

    Stavolta però, alla confortevole claustrofobia di un sedile anatomico, Knight, autore ovviamente anche della sceneggiatura, preferisce gli spazi aperti di un mare sconfinato, dove Baker il pescatore (McConaughey) porta in giro ricchi turisti dediti alla pesca del tonno. In realtà però sotto la superficie piatta delle acque sembra nascondersi qualcos’altro, dalla sfida tra l’uomo e un pesce immenso soprannominato Giustizia, fino all’arrivo di una femme fatale (Anne Hathaway) che vorrebbe disfarsi del marito (Jason Clarke). Al piatto già ricco si aggiungono anche il passato nebuloso del protagonista e l’insistenza di un misterioso personaggio (Jeremy Strong) che lascia intendere uno sfondo sovrannaturale.

    La sensazione però non è delle più piacevoli. E se Serenity – L’isola dell’inganno vorrebbe essere spiazzante in realtà finisce più che altro per disorientare. La sfida dell’uomo contro la natura suggerita dalle prime scene, dove dagli abissi emergono echi anabolizzati de Il vecchio e il mare di Hemingway, lascia presto il campo alle atmosfere solatie di un noir alla rovescia, immaginate una puntata di Baywatch scritta da James Ellroy. Ma non basta, perché la necessità di stupire finisce per avere la meglio non solo sull’estetica ma anche, forse, sulla ragione, e allora scopriamo, nel peggiore dei modi, che Steven Knight avrebbe probabilmente voluto scrivere un episodio di Black Mirror e non gliene è mai stata data la possibilità, almeno fino ad oggi.

    Il risultato è un guazzabuglio inevitabilmente pasticciato, dove le tre anime del film più che fondersi armoniosamente finiscono per fare a cazzotti. Ed è un peccato, perché se avesse puntato su uno solo dei tre spunti Knight sarebbe riuscito a mettere insieme un film convenzionale, di certo poco originale, ma sicuramente più dignitoso. E invece la parabola dell’ambizione finisce ancora una volta per tradire un esperto uomo di cinema, trascinando con sé un cast incolpevole e decisamente sprecato. A cominciare da McConaughey che mostra i muscoli spesso e volentieri ma che continua in una striscia negativa iniziata paradossalmente dopo il suo biennio d’oro, 2013-14, gli anni, per intendersi, di Dallas Buyers Club, di Wolf of Wall Street, della serie tv True Detective e del successo di Interstellar.

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    Spider-Man: Far from home – Un ragno a Venezia

    Tom Holland indossa di nuovo il costume dell’Uomo Ragno per Spider-Man: Far from home. Il regista Jon Watts dirige anche Jake Gyllenhaal, Samuel L. Jackson, Zendaya e Marisa Tomei. In sala dal 10 luglio.

    Si rialza il sipario del teatro Marvel. Ed è il più classico e allo stesso tempo il più nuovo degli eroi a fare gli onori (e gli oneri) di casa. Spider-Man: Far from home è il settimo lungometraggio che Hollywood dedica al tessiragnatele creato da Stan Lee e Steve Ditko, il secondo della gestione Marvel Studios. Il giovane e talentuoso Tom Holland incarna ancora il Peter Parker studente a New York e torna anche il regista Jon Watts, che aveva diretto il precedente Homecoming.

    Onori e oneri, dicevamo, perché questo è il primo film dell’Universo Marvel dopo gli scossoni sismici di Avengers: Endgame. E Peter Parker si trova, nella realtà come sullo schermo, a dover riprendere le fila della propria vita dopo la tragica battaglia contro Thanos. Quale migliore soluzione, allora, che non una gita scolastica in Europa, dove provare a dichiararsi all’amata MJ (Zendaya). Ma il relax dura poco, per gentile interferenza di Nick Fury (Samuel L. Jackson), del cupo Mysterio (Jake Gyllenhaal) e di una serie di mostri elementali che fanno a fette qualche città malcapitata: Venezia, Praga e Londra.

    Archiviata – e speriamo per un po’ di tempo – la stagione dei film tanto intasati da eroi da non far filtrare la trama, il regista, gli sceneggiatori Chris McKenna ed Erik Sommers e il produttore Kevin Feige confezionano una chicca del genere supereroistico che andrebbe fatta studiare a molti colleghi di Hollywood. Perché l’avventura del giovane Spider-Man riesce nel doppio intento di mantenere il sense of wonder senza per questo rinunciare a tutto quello che uno spettatore del cinema dovrebbe meritarsi, ovvero trama, dialoghi e buoni personaggi. Cominciamo da questi ultimi, perché c’è un ottimo apparato comico, dove eccelle lo spassoso Jacob Balaton (nel ruolo del migliore amico di Peter, Ned) ma a cui partecipano praticamente tutti, dal premio Oscar Marisa Tomei all’affermato regista Jon Favreau. E a questa leggerezza, che è il marchio di fabbrica dei film dei Marvel Studios, si affianca, per una volta, un villain convincente. Il merito va forse ricercato nelle origini fumettistiche, la galleria di cattivi dell’Uomo Ragno è tradizionalmente una delle migliori, forse la migliore dopo quella di Batman. Ma se anche un villain marginale come l’Avvoltoio, antagonista del film precedente, riusciva a trovare su pellicola un’interpretazione brillante e originale allora va riconosciuto il merito anche a producer, regista, autori e interpreti.

    Tocca passare alla trama, adesso. Trama che non riveleremo per evitare spoiler. Sappiate solo che dietro al ritmo del thrilling e al muro della metafora, Spider-Man: Far from home regala anche degli spunti di riflessione. Una riflessione, quantomai attuale, sul mondo delle fake news, sulla difficoltà a distinguere tra realtà e apparenza. E qui rientra anche la considerazione sui dialoghi e in generale sui toni del film. Della leggerezza dei prodotti Marvel abbiamo detto, ma molto spesso nei film di questo articolato universo narrativo, l’alternanza tra toni comici e drammatici si era rivelata come un punto di estrema fragilità. E se pure il fattore “Wow” aveva distratto i fan più accaniti (praticamente tutti) i passaggi grossolani e scontati restavano, impressi impietosamente su pellicole spesso osannate a sproposito. E invece Spider-Man: Far from home eccelle nell’ormai rara qualità di trovare un’armonia ai suoi cambi di registro, cosa che in passato era riuscita solo a chi aveva abbracciato con più convinzione unicamente la natura comica (il primo Guardiani della Galassia ma anche Ant-Man) o a chi era riuscito a contenere l’invadenza del fattore ironico (l’originale Iron Man o Captain America: Winter Soldier)

    Tutto considerato Spider-Man: Far from home resta uno degli episodi più riusciti dell’Universo Cinematografico Marvel, un episodio che più di tanti altri meriterebbe una riconferma e non solo per quel finale in crescendo affidato a una delle due scene post-credit. Una sequenza, non c’è bisogno di specificare, che nessuno spettatore dovrebbe perdersi, anche a costo di spendere 5 minuti del proprio tempo a dare una scorsa ai titoli di coda.

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    Olbia Film Network: Intervista al direttore Matteo Pianezzi

    Matteo Pianezzi ci racconta l’Olbia Film Network , il festival di cui è da anni direttore e che si è concluso lo scorso 23 giugno dopo dieci giorni di incontri e proiezioni che hanno portato nella cittadina sarda alcuni dei più importanti protagonisti del mondo dell’audiovisivo tra produttori, distributori, registi, attori, buyers e istituti di cultura.
    Servizio a cura di Rocco Giurato.

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    La mia vita con John F. Donovan: Dolan sbarca a Hollywood

    Il regista di culto Xavier Dolan torna con la sua prima opera hollywoodiana, La mia vita con John F. Donovan. In scena un cast di stelle, da Kit Harington a Natalie Portman, da Susan Sarandon a Kathy Bates. In sala dal 27 giugno.

    Xavier Dolan, 30 anni compiuti da poco, due riconoscimenti di prestigio a Cannes e l’amore incondizionato di gran parte della critica specializzata. Per il giovane cineasta canadese resta una sola vetta da scalare, Hollywood. E La mia vita con John F. Donovan è stato il primo, tormentato tentativo per riuscire in questa impresa, in vista, un giorno, del traguardo più ambito: la statuetta dell’Oscar. Il volo tra i cieli glamour costellati di stelle del cinema, non è stato però privo di turbolenze e vuoti d’aria, tra un montaggio complesso che è costato l’esclusione anche a un’attrice celebre come Jessica Chastain, fino all’accoglienza fredda della platea del festival di Toronto, dove il film è stato presentato in anteprima.

    Ma in La mia vita con John F. Donovan Hollywood non è solo il fine ma anche il mezzo. In questa sua prima escursione statunitense Dolan sceglie infatti di calare i suoi personaggi tra i meandri ipocriti della città di celluloide, dove la popolarità è moneta sonante e vale spesso più della verità. E così la giovane star di una serie tv John Donovan (interpretato dalla giovane star della serie tv più seguita, Kit Harington del Trono di Spade) si trova a nascondere non solo la sua omosessualità, ma anche il bizzarro e innocente carteggio con uno dei suoi fan più accaniti, il giovane Rupert (il bravissimo Jacob Tremblay di Room). E attorno a queste lettere, e al suo contenuto complesso, si costruirà non solo la sua ascesa e la sua caduta, ma anche il rapporto difficile con la madre (Susan Sarandon) e con l’agente (Kathy Bates). Ma pure quello di Rupert, giovane attore bambino, con la sua madre, attrice mancata a sua volta (Natalie Portman).

    Scritto a quattro mani con Mathieu Denis La mia vita con John F. Donovan non stupirà lo spettatore per la profondità della sua analisi, né per l’originalità delle sue accuse. Ma il cinema di Dolan, anche nei suoi episodi meno felici, ha un tocco delicato che riesce ad arrivare al cuore dello spettatore. Quest’ultimo film, con tutto il suo iter travagliato, non si discosta troppo da questa caratteristica, sebbene, come succedeva pure con il precedente È solo la fine del mondo, la lama dell’emozione non affonda tanto, come succedeva nei film della sua fase pre-celebrità, dal capolavoro Laurence anyways allo splendido Mommy. Ma i precedenti illustri non scoraggino i fan della prima ora, né gli appassionati di cinema in generale, perché l’utilizzo brillante della musica è quello degli episodi migliori. Dolan continua a costruire intere scene attorno a una canzone, e non parliamo di sofisticate composizioni pescate dalle teche più polverose, ma di canzoni, per così dire, di uso comune, com’era per le note di Andrea Bocelli in Mommy, o per Dragostea in È solo la fine del mondo.

    Quanto all’altro grandissimo punto di forza del giovane Dolan, la direzione degli attori, ci troviamo di fronte a un risultato a targhe alterne. Se il lavoro con volti noti come Harington e Portman era forse migliorabile, l’intesa con il piccolo Tremblay, con due mostri sacri come Bates e Sarandon, ma anche con tanti attori impegnati in ruoli secondari (da Amara Karan nel ruolo dell’insegnante a Jared Keeso che incarna il fratello di John) è il solito, piccolo miracolo che regala perle di tenerezza e un’infinità di sfumature. In definitiva se anche La mia vita con John F. Donovan potrà essere un giorno considerato il film peggiore di Dolan è anche vero che l’idea di cinema del canadese è così potente da emergere con forza anche negli episodi meno riusciti, che sono quindi meno riusciti solo in confronto con le più ambiziose opere precedenti, non certo nel senso assoluto del termine. Di certo La mia vita con John F. Donovan potrebbe essere un buon punto di inizio per scoprire uno dei registi più importanti del decennio e, chissà, forse del secolo.

     

     

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    Olbia Film Network: I vincitori del Figari Film Fest 2019

    Si chiude con numeri record l’edizione 2019 dell’Olbia Film Network, il festival internazionale di cinema e mercato dell’audiovisivo che dal 14 al 23 giugno ha portato nel capoluogo sardo professionisti ed ospiti, produttori, registi, sceneggiatori e Film Commission italiane. Al suo interno il Figari Film Fest, festival internazionale di cortometraggi giunto al suo nono anno, che durante la serata conclusiva ha annunciato i suoi vincitori.
    Giurate d’eccezione di quest’anno le attrici Lucia Ocone e Alessia Barela che hanno assegnato il premio al miglior corto d’animazione e al miglior corto internazionale, rispettivamente Selfies di Claudius Gentinetta e Fauve di Jérémy Comte. Il Premio per il miglior cortometraggio nazionale e il miglior corto regionale è stato assegnato invece da Tamas Gabeli, direttore del Festival Busho di Budapest,  e dalla regista iraniana Farnoosh Samadi che di comune accordo hanno premiato Il mondiale in piazza di Vito Palmieri e Warlords di Francesco Pirisi. Nella nuova sezione dedicata alle storie di donne si è imposto Deserter della giovane israeliana Prague Benbenisty, mentre il Premio Rai Cinema per il miglior film in concorso è andato a Il nostro concerto di Francesco Piras che verrà trasmesso su tutte le piattaforme Rai. Per la sezione Corto Sardegna, che da invece l’opportunità di realizzare un progetto grazie al premio di 10.000 euro, è stata premiata la sceneggiatura di Supernova di Annette Fabiana Lupo.

    Tutti i vincitori

    FFF NATIONAL COMPETITION
    Il mondiale in piazza di Vito Palmieri

    FFF INTERNATIONAL COMPETITION
    Fauve di Jérémy Comte

    FFF WOMEN’S STORIES COMPETITION
    Deserter di Prague Benbenisty

    FFF ANIMATION COMPETITION
    Selfies di Claudius Gentinetta

    FFF REGIONAL COMPETITION
    Warlords di Francesco Pirisi

    PREMIO RAI CINEMA
    Il nostro concerto di Francesco Piras

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    Olbia Film Network: Intervista a Andrea Carpenzano

    Lo abbiamo conosciuto con Tutto quello che vuoi al fianco di Giuliano Montaldo per la regia di Francesco Bruni. Da allora ci sono stati altri due film, La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo e Il campione di Leonardo D’Agostino, entrambi riuscitissimi e apprezzati dalla critica. Insieme hanno confermato il talento del giovanssimo Andrea Carpenzano , che all’Olbia Network qualche giorno fa ha ritirato insieme a Linda Caridi il Premio Bracco al miglior giovane attore dell’anno. Ecco cosa ci ha raccontato.

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    Olbia Film Network. Intervista a Linda Caridi

    Al festival che oggi chiuderà battenti con le premiazioni dei corti del Figari Film fest, Linda Caridi, ha ritirato il Premio Bracco al miglior giovane attore dell’anno insieme ad Andrea Carpenzano. L’attrice protagonista con Luca Marinelli di Ricordi? di Valerio Mieli, è già a lavoro su nuovi progetti: a teatro la vedremo presto con “Il Bambolo”, anche al cinema tornerà presto, ma per ora massimo riserbo sul titolo del film.

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