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    The Lobster: Ode all’amore senza regole

    Il 15 ottobre arriva nelle sale italiane il film del greco Yorgos Lanthimos, Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes. Storia di un amore e delle regole che lo ostacolano interpretata da Colin Farrell e Rachel Weisz.

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    Un amore al di là di ogni costrizione, di ogni imposizione sociale. È una battaglia compassata ma senza quartiere quella combattuta tra i fotogrammi di The Lobster, il film con Colin Farrell e Rachel Weisz che è valso al suo regista, il greco Yorgos Lanthimos, il premio della giuria a Cannes e che ora arriva in Italia grazie a Good Films.
    The Lobster racconta la storia di David (Farrell) che, abbandonato dalla moglie dopo 11 anni di matrimonio, ha 45 giorni di tempo per trovarsi un’altra compagna, pena la trasformazione in un animale a sua scelta. Diviso idealmente in due parti il film ci mostra il protagonista rinchiuso in una sorta di caserma mentale, un hotel che è la versione squallida del resort immortalato da Paolo Sorrentino in Youth, impegnato in una patetica danza d’accoppiamento, anti-erotica sin nelle forme, dove su ogni passo aleggia grave una meccanicità che è la tomba di ogni slancio.
    Ma oltre alla cultura dominante sulla strada di David e dell’amore incombe anche un altro ostacolo, quello di una controcultura fanatica e altrettanto opprimente, ribelle ma arida, impersonata da una leader spietata (la Lea Seydoux del prossimo 007). Ed è su queste due tracce che si muove questa parabola raccontata con mano leggera e piglio grottesco, tra personaggi definiti dai loro difetti fisici e non solo (tra loro spicca l’inquietante donna senza cuore, interpretata dalla greca Angeliki Papoulia), situazioni ai limiti dell’assurdo (dalle dimostrazioni dei vantaggi dell’essere coppia, alla silent disco dei ribelli) e scelte registiche fantasiose e divertenti come la scena iniziale scandita dal ritmo di un tergicristallo. Se proprio un difetto va trovato nella messa alla berlina di questa società che sembra sempre intenzionata a tarpare le ali di chi vuole volare e che per di più non ammette un contraddittorio, è forse che la seconda parte è meno incisiva della prima. La foresta dei ribelli regala meno brividi e meno sorrisi dell’albergo dei conservatori ma ciò non toglie nulla a un film che si ripiglia comunque in un finale aperto ma efficace e che può sfruttare degli ottimi protagonisti, una Rachel Weisz sempre affascinante e talentuosa, e un Colin Farrell misurato e lodevole che, diretto con maestria, abbandona con esiti sorprendenti il suo solito registro.

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    Louisiana – The Other Side: God bless… Minervini

    Presentato in Un Certain Regard allo scorso Festival di Cannes, arriva in sala dal 28 maggio l’ultimo dolente documentario di Roberto Minervini. Nel mirino l’ormai tristemente nota ‘altra faccia’ dell’America.

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    Stop the Pounding Heart chiudeva la sua trilogia sull’America rurale del Texas, ma nello stesso tempo apriva a Roberto Minervini la strada della Louisiana dolente e dimenticata del nuovo film, Louisiana – The Other Side, presentato di recente nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes . Per uno degli strani casi della vita Stop the Pounding Heart rappresenta infatti l’anello di congiunzione tra la fine di un percorso e l’inizio di un’altra avventura non meno intima e potente.
    Perché in Louisiana, Minervini ci è arrivato solo grazie a Todd Trichell, il padre del giovane protagonista di Stop the Pounding Heart; da quella terra povera e disastrata Todd era fuggito per poi approdare in Texas dove si è rifatto una vita.
    Todd si è salvato, ma nella Louisiana del Nord a West Monroe sono rimasti alcuni membri della sua famiglia d’origine (come sua sorella Lisa, fidanzata di Mike, protagonista del film), che diventa così un passato da esplorare, capire, indagare.  Un mondo che prende forma nella maniera più cruda e tragicamente intima, attraverso un territorio marginale e invisibile, dove le istituzioni latitano e il confine tra illegalità e legalità si assottiglia, dove a predominare è una lotta disperata e rabbiosa alla sopravvivenza: sopravvivere nel tentativo di non essere dimenticati.
    Così vive l’umanità di Minervini altrimenti destinata all’oblio: veterani in disarmo pronti a imbracciare fucili per proteggere le proprie famiglie, adolescenti silenziosi, tossici che invaghiti di amori idilliaci come unica via di fuga dalla dipendenza, donne incinte divise tra il sottobosco dei night e l’estasi di un’ultima dose, vecchi ancorati ai ricordi che una memoria sempre più sbiadita è ancora in grado di restituire, consumati dal tempo, dall’alcol e dalle guerre che hanno combattuto. E che oggi voterebbero Hillary Clinton, perché Obama “ha fottuto anche i negri”.
    Un girone infernale che svela senza filtri il ‘lato nascosto’ dell’America contemporanea alternando le immagini di una natura incontaminata e selvaggia a quelle più sporche e reali di aghi in vena, roulotte fatiscenti, corpi cadenti nel bel mezzo di uno sballo.
    Il film è diviso nettamente in due parti: una prima più intima e dolente sulle tracce del peregrinare di Mark e Lisa tra un’allucinazione e l’altra, e una seconda più ideologica e politica, che fa spazio invece ai sentimenti sovversivi e anarchici di una comunità di paramilitari impegnata a vivere secondo i propri ideali e del tutto isolata dal resto del paese.
    Guerriglieri per cui la lotta è contro un nemico comune: uno Stato colpevole di averli abbandonati e poi più volte sbeffeggiato, come succede nelle scene in cui una maschera di Obama viene prima indossata da una donna colta nell’atto di praticare una fellatio in pubblico poi fatta saltare in aria all’interno di un auto presa d’assalto con lancia razzi, bombe a mano e mitragliatori.
    La forza di Louisiana – The Other Side sta nel fluire inarrestabile di fatti, immagini, volti scavati, rabbie, disperazioni, tutte espressioni di un divario diventato incolmabile tra politica e opinione pubblica.
    I personaggi emergono nella loro naturalezza, merito della discrezione di Minervini che non invade mai lo spazio dei protagonisti: li lascia agire e si fa da parte limitandosi a catturare degli istanti condivisi, delle solitudini, dei brandelli di vita.  E senza il minimo intento provocatorio.

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    Cannes 2015: al corto Varicella il Premio Scoperta della Semaine de la Critique

    E’ il cortometraggio Varicella di Fulvio Risuleo a vincere il Prix Découverte Sony CineAlta alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2015. In attesa di scoprire quale sarà il film Palma d’Oro di questa edizione del Festival, a Cannes si iniziano ad assegnare i premi delle sezioni collaterali, tra cui la Semaine de la Critique, curata dal sindacato dei critici cinematografici francesi. La giuria era composta dalla regista Ronit Elkabetz, dalla sceneggiatrice Katell Quillévéré, dal direttore della fotografia Peter Suschitzky (Il racconto dei racconti) e dagli scrittori Andréa Picard e Boyd Van Hoeij.
    Oltre a Varicella, sono stati premiati anche Paulina (La Patota) di Santiago Mitre, che vince il Grand Prix Nespresso, La Tierra y la Sombra di César Augusto Acevedo, che si aggiudica il Prix Révélation France 4 e il Prix SACD, Ni le ciel ni la terre di Clément Cogitore, al quale va l’Aide Fondation Gan à la Diffusion, e Ramona, di Andrei Cretulescu, vincitore del Prix Canal+.
    Varicella è stato scritto e diretto da Fulvio Risuleo e interpretato da Edoardo Pesce (nella foto a lato in una scena del corto), Giordana Morandini e Enea De Angelis. Della durata di un quarto d’ora, il cortometraggio racconta la storia di una madre preoccupata perchè il figlio non è ancora stato contagiato dalla malattia del titolo. Sapendo della pericolosità di contrarre la malattia in età adulta, la donna cercherà in tutti i modi di far ammalare il figlio, ma dovrà scontrarsi con il marito che non è d’accordo.

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    Cannes 2015: Youth, Sorrentino e la sua sinfonia sul tempo

    Diciassette minuti di applausi. Il pubblico cannense non ha dubbi e così accoglie il nuovo film del regista Premio Oscar con “La grande bellezza”. 

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    E’ dolente, malinconico, sorprendentemente intimo, glaciale nella composizione. Una sinfonia di emozioni. Il Paolo Sorrentino post Oscar si ripresenta a Cannes due anni dopo La grande bellezza ed è un trionfo per i sensi e l’intelletto; Youth, il suo film forse più personale, scritto in solitaria e girato in inglese con un cast internazionale (Harvey Keitel, Michael Caine, Paul Dano e Rachel Weisz, Jane Fonda), si poggia ‘lieve’ sulla platea della Croisette, plana, levita e ne esorcizza l’ “incapacità di fare film d’amore”. Colmata in questo caso dal racconto di un’ amicizia: quella tra i due protagonisti, colti alla soglia degli ottanta nel breve arco di una vacanza primaverile in un albergo di lusso in Svizzera ai piedi delle Alpi, lo stesso dove Thomas Mann ambientò La montagna incantata.
    Fred (Caine) è un direttore d’orchestra in ritiro dalla vita e dalle scene, disincantato, anaffettivo, caustico, Mick (Keitel) è un regista ancora appassionato alle prese con la sceneggiatura di un suo ultimo film-testamento. Dietro i ricordi, davanti la confusa giovinezza dei loro figli e degli intellettualoidi, caparbi, buffi, timidi collaboratori di Mick.
    Tutto intorno una girandola di figure surreali: una biondissima diva sul viale del tramonto, Brenda Morel (Jane Fonda), un inquieto attore californiano alla ricerca del proprio personaggio (Paul Dano), un decadente Diego Armando Maradona (Roly Serrano), imbolsito e con la faccia di Marx tatuata sulla schiena, una Miss Universo bella da togliere il fiato, l’essenza della vita scolpita nelle nudità del giovanissimo corpo di Madalina Ghenea. E poi uno sparuto gruppo di comparse circensi: giocolieri, cantanti, popstar, mangiafuoco, prostitute, monaci tibetani. Nel mezzo la tenerezza dello sguardo di chi sa di non avere più abbastanza tempo e una memoria che confonde i volti e allontana i fatti.
    “La leggerezza è una tentazione irresistibile”, sentenzia Fred, ma non abbastanza se Sorrentino decide qui più che altrove di abbandonarsi alla levità della forma con un’armonia di immagini e suoni che rivelano una profonda concezione musicale del mezzo cinematografico. E tutto si fa partitura: sia quando si tratta di dirigere una bizzarra sinfonia di campanacci di mucche al pascolo sia quando a dare il la è lo stropiccio nervoso di una carta di caramelle tra le mani.
    Il rischio ad una prima visione sarà di pensare che certe acrobazie sovrastino il contenuto edulcorandolo; ma basterà far sedimentare per cogliere una sublime congruenza delle parti, la quadratura del cerchio, una perfetta aderenza di forma e sostanza.
    Un film totale che con ogni probabilità porterà a Michael Caine quella Palma d’Oro mancata nel 1966 con Alfie e con cui il funambolico e visionario regista partenopeo cede alle emozioni, perché in fondo “sono tutto quello che abbiamo”.

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    Cannes 2015: E’ il giorno di Inside Out. Pixar sulla Croisette

    Un’ondata di freschezza invade il Festival, e ancora una volta la Pixar conquista tutti (gli adulti?). Nelle sale italiane dal 16 settembre, distribuito da The Walt Disney Company.

    Tutto il mondo, almeno quello degli appassionati della Pixar, lo ha atteso a lungo. Le premesse di Inside Out d’altronde parlavano da sole: descrivere le emozioni di una bambina e la sua crescita attraverso quelle era una sfida che se aveva stimolato Pete Docter & Co. adesso incuriosiva e intrigava. Dal Fuori Concorso del Festival di Cannes, finalmente, abbiamo la risposta, ed è di quelle che si fanno ricordare. A lungo.

    L’equilibrio nella narrazione tra i due piani, l’Inside (la testa della nostra protagonista) e l’Out (tutto quello che le accade nella vita reale), non è la principale preoccupazione dei nostri demiurghi, ma è ovvio che in un film del genere lo sguardo si concentri sulle interazioni tra Gioia, Tristezza, Disgusto, Paura e Rabbia, i veri eroi di una storia tanto semplice ed universale. Come da migliore tradizione degli Studios. Abituati da sempre a sfornare capolavori proprio raccontandoci la semplicità delle nostre vite, seppur incorniciata di eccezionale.

    L’album di famiglia di Riley, in questo senso, non fa eccezione. La vediamo nascere, crescere, ridere, accumulare splendidi momenti con i suoi genitori, tutti ricordi che scopriamo essere immagazzinati in una sorta di videoteca dalla quale poter attingere alla bisogna, per superare un momento triste o per creare i vari aspetti della personalità. Isole, nella fantasia dei geni della Pixar, sorrette da solidi pilastri e dedicate a famiglia, hockey, amicizia… le certezze della vita, diverse per ciascuno.

    Ma ogni certezza tale non è: è una lezione che si impara crescendo. E la scoperta di una verità tanto amara e indispensabile al tempo stesso è proprio quella che vediamo messa in scena, in una maniera unica. Attraverso i conflitti che accadono all’intero della mente di una bambina di 11 anni. Attraverso gli scontri e le differenti interazioni delle cinque emozioni presentate inizialmente. Attraverso il loro sfruttare variamente le possibilità che il nostro cervello, la nostra memoria offrono. Come in un film. Come sulla plancia di comando dell’Enterprise. In pieno allarme rosso, quando vengono a mancare Gioia e Tristezza, impegnate in una delicata missione di recupero nel mezzo del labirintico archivio della coscienza di Riley e dei suoi ricordi, tra i pericoli del ‘pensiero astratto’ e della ‘discarica’ dell’oblio.

    Una missione gestita visivamente, al solito, come solo dalle parti di Emeryville sanno fare. D’altronde un lavoro di cinque anni non poteva non regalarci delle trovate geniali (le memorie ‘touch’ sono un segno dei tempi) o una serie di personaggi di contorno in grado di non sfigurare alla Monster Inc.; per non parlare della strutturazione ‘topografica’ di ciò che accade nella nostra mente e di come questa sia organizzata logisticamente e operativamente.

    Ma lasciare una bambina in balia di disgusto, rabbia e paura – nel bel mezzo di un momento chiave della sua vita sociale – equivale a farle vivere una fase di crescita emblematica. Una di quelle che i genitori non capisco, una di quelle che si sente di dover affrontare da soli. Tra senso di colpa e desiderio di annullamento, tra omologazione e unicità. E il dramma è dietro l’angolo. Ma solo sullo schermo, ché dal nostro punto di visione lo spettacolo è assicurato e lo sviluppo di una personalità (più) adulta e l’acquisizione di una nuova consapevolezza, tanto da parte della protagonista umana quando da quella delle sue ‘voci interiori’, è una scoperta continua che non potrà non trascinare ed emozionare lo spettatore.

    Non siamo al livello di capolavori come Up e WallE, ma sicuramente questo è il titolo che rilancia alla grande gli Studios prima del trittico The Good Dinosaur, Alla ricerca di Dory e Toy Story 4. Stanti le perplessità su quanto un pubblico di giovanissimi possa apprezzare i livelli meno ‘colorati e sulla gestione della parte conclusiva del secondo (troppo prolungata) e del terzo atto (nel quale forse un tocco di didascalismo per una volta non avrebbe guastato per rendere maggiormente chiari certi concetti, come le emozioni complesse), sicuramente in pochi hanno saputo raccontare così bene il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. E farci desiderare di sapere cosa accade nella testa altrui, come d’altronde gli imperdibili titoli di coda – parzialmente – ci mostrano…

    Mattia Pasquini

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    Cannes 2015: Mia Madre di Nanni Moretti venduto in oltre 30 Paesi

    Dopo i dieci minuti di applausi seguiti alla proiezione, sabato scorso, di Mia Madre, l’ultimo film di Nanni Moretti, è stato venduto in oltre trenta paesi, tra i quali anche i principali paesi europei. Lo rende noto il presidente di Rai Cinema, Nicola Claudio, che ha coprodotto la pellicola insieme alla Sacher Film, alla Fandango e a Le Pacte. La vendita del film è stata, invece, gestita dalla società Film Distribution.
    Al mercato internazionale di Cannes – ha dichiarato ClaudioMia Madre è stato acquistato da Argentina, Cile e da tutti i principali Paesi dell’America Latina; in Europa dalla Spagna, Gran Bretagna, Scandinavia, Benelux e altri. Persino il Giappone si è aggiudicato i diritti del film“.
    Il presidente di Rai Cinema ha continuato dicendo che l’accoglienza che il film ha ricevuto dalla stampa straniera e “l’attenzione dei più importanti mercati internazionali confermano la straordinaria forza del film di Moretti, capace di parlare al pubblico di tutto il mondo. Questo positivo dato di vendite – ha concluso Nicola Claudiosegna un risultato importante per tutto il cinema italiano che sta vivendo un momento di successo e di visibilità“.

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    Cannes 2015: Nanni Moretti incanta la Croisette

    Qualcuno lo darebbe già tra i favoriti del Palmares, la stampa straniera lo ha accolto con lacrime e applausi, un vero e proprio colpo di fulmine quello tra Mia Madre di Nanni Moretti, presentato oggi in concorso a Cannes, e la Croisette.
    Ma si sa, i francesi adorano Nanni che proprio qui vinse la Palma d’Oro nel 2001 con La stanza del figlio e che qui ritorna quattro anni dopo Habemus papam. E chissà che su quel palco, che nel 2012 lo ospitò da giurato, non ci risalga ancora una volta da vincitore alla fine di questo festival

    Questa volta ha deciso di farci piangere e ridere allo stesso tempo.
    I miei film hanno sempre contentuto entrambi questi due aspetti, ci sono momenti dolorosi e momenti divertenti, non è una strategia studiata, ma il mio modo di guardare la vita e raccontare la gente.

    In Mia madre si parla del compito del cinema. Qual è secondo lei?
    Penso sia fare buoni film, possibilmente innovativi e che alla fine non ci facciano dire: “Ah, ma questo l’ho già visto trecento volte!”
    Non penso che per fare buoni film ci siano argomenti privilegiati, qualsiasi arogmento può portare a un brutto film o a un bel film.

    L’ultima parola del film è ‘domani’. Al futuro di chi ha pensato? A quello dei personaggi, dell’Europa? E come vede il futuro del cinema italiano?
    Con quel ‘domani’ che dice il personaggio di Giulia Lazzarini non era mia intenzione riferirmi al futuro dell’Europa, ma quasi tutte le interpretazioni sono ammesse. Mia madre è un film su ciò che resta qui, tra di noi, vivi, su questa terra, ed è anche un film su ciò che resta delle persone che se ne vanno: i libri, gli scatoloni, il latino che la nonna insegna alla nipote, i ricordi che gli ex alunni raccontano a Margherita e Giovanni.
    Come vedo il futuro del cinema italiano? Sono molto contento che quest’anno a Cannes ci siano tre film italiani in concorso e che ce ne siano anche nelle altre sezioni, ma mi sembra ancora il frutto di iniziative individuali di singoli registi o produttori, e non tanto il risultato di un fermento, di un clima attorno al cinema che in Italia è invece sempre molto distratto.

    Quanto c’è di lei nel personaggio di Margherita?
    Non ho mai creduto che il protagonista di questo film potesse essere un personaggio maschile, fin dall’inizio ho sempre pensato a una donna e sin dalle prime pagine del soggetto ho pensato a Margherita Buy.
    Mi interessava affidare a questa figura quella spigolosità, quel nervosismo e quel senso di inadeguatezza che spesso ho dato ai personaggi maschili dei mie film. E’ un personaggio che sta sempre da un’altra parte rispetto al posto in cui si trova e che fa fatica. Non è accudente, nè brava a tenere insieme le cose. C’è molto di me nel ruolo di Margherita, mentre Giovanni è la persona che io vorrei essere.

    C’è una continua sovrapposizone tra il piano della realtà e quello della fantasia. Questo scambio tra i vari registri era un elemento presente sin dall’inizio?
    Durante la sceneggiatura abbiamo lavorato molto all’intreccio di vari livelli della narrazione: la realtà, i ricordi, le fantasie. Il tempo del film è il tempo dello stato emotivo di Margherita in cui tutto ha la stessa urgenza e convive nello stesso momento: c’è la preoccupazione per la madre, il dolore, i problemi con la figlia e sul lavoro, ma ci sono anche i suoi sogni. E per questo mi fa piacere che lo spettatore a volte vedendo una scena non si renda subito conto se sia la realtà o la fantasia.

    Come vive la responsabilità di artista nell’interpretare la realtà per il pubblico?
    La conferenza stampa di Margherita è la conferenza di un film politico, quindi quando il personaggio di Margherita dice di non riuscire più a capire e a comprendere il reale, fa riferimento a quella realtà.
    Io ho affrontato invece la realtà da un altro punto di vista: quello dell’emotività, delle pulsioni e delle emozioni. Il mio film é molto diverso da quello che Margherita sta girando.

    Cosa si aspetta dalla stampa straniera?
    Qui o in altri festival internazionali giudicano il mio film e basta, non ci sono interferenze di altro tipo, che possano in qualche modo far pensare al mio personaggio pubblico, alle mie idee politiche o al tasso di simpatia o antipatia. In Italia invece ci sono tanti elementi in più quando si vede un mio film.

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    Mia madre: ‘Semplicemente’ Nanni

    In sala dal 16 aprile il nuovo film di Nanni Moretti. Opera omnia e dichiaratamente autobiografica, che colpisce per semplicità e levità del racconto.

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    Da Cannes avrebbe “accettato tutto”. E a Cannes Nanni Moretti ci è finito dritto in concorso, quattro anni dopo Habemus Papam e con il suo dodicesimo film, Mia madre, in sala dal 16 aprile.
    Un’opera omnia, dichiaratamente autobiografica, che colpisce per semplicità e levità del racconto, commuove per le infinite sfumature della vita di cui si fa portatrice, e dove Moretti si fa da parte proseguendo il percorso iniziato già con l’inadeguato Papa Michel Piccoli.
    Così succede che Nanni ritagli per sé un ruolo più defilato, di chi sceglie di ‘stare accanto’: quello di Giovanni, il mite e rassegnato fratello della protagonista Margherita (Margherita Buy), regista divisa tra il set del suo prossimo film su una fabbrica occupata dai suoi operai sull’orlo del licenziamento, una figlia adolescente, una separazione in corso e le visite alla madre morente in ospedale.

    È a lei che questa volta il regista di Caro Diario affida le sue isterie, sogni, ricordi, farfugliamenti, preoccupazioni, paure, perché in fondo lui è “lo stesso di 40 anni fa. Il giorno prima delle riprese faccio sempre gli stessi incubi”, ha ribadito durante la conferenza stampa del film.
    La Buy, neanche troppo velatamente alter ego di Moretti, ne incarna gesti, tic, incertezze e quel senso di inadeguatezza alla vita che in questo caso si traduce nella disperata incapacità della protagonista di accettare la perdita della propria madre. Una madre umana, vera e reale, una professoressa di latino che si avvia più o meno consapevolmente verso la fine, personaggio la cui grazia deriva in gran parte dall’interpretazione candidamente disarmante di Giulia Lazzarini.

    Mia madre finisce per essere il film più intimo di Moretti e dentro c’è tutto il Nanni- pensiero: ci sono i girotondi, le crisi, la politica, la vita, la morte, il dolore della separazione, l’autoironia, la perdita dell’innocenza, la passione per la parola (perché “le parole sono importanti!”, come tuonava Michele Apicella in Palombella Rossa). E soprattutto c’è il suo cinema maniacale, personalissimo e scritto riga per riga insieme a collaboratori storici come Valia Santella e Francesco Piccolo.
    Una storia universale che da un lato fa spazio alla dimensione più privata e amara, e dall’altra cede il passo al meta cinematografico con cui il Moretti regista prende in giro se stesso, affidando la dissacrazione del suo cinema ai siparietti tra Margherita Buy e John Turturro, macchietta della star Hollywoodiana capricciosa e innamorata di Antonioni, Rossellini e Fellini, incapace di ricordare una sola battuta del copione, ma a suo modo inadeguato e semplicemente vittima – si scoprirà in seguito – di una memoria che perde pezzi.
    “Margherita, fai qualcosa di nuovo, di diverso, rompi almeno un tuo schema, uno su duecento!”, urla Giovanni alla sorella. E forse questa volta qualcuno dei suoi schemi Moretti lo ha rotto.

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    Mad Max – Fury Road: La ballata del sopravvissuto

    Il guerriero della strada creato da George Miller torna in sala a 30 anni dall’ultima avventura, stavolta con la faccia di Tom Hardy, ed è il solito turbinio di inseguimenti e azione sullo sfondo di un deserto post-atomico.

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    Max è tornato ed è sempre pazzo. A 36 anni dalla prima avventura (Interceptor del 1979), a 30 anni dall’ultima escursione in sala (Mad Max oltre la sfera del tuono del 1985), a 7 anni dall’inizio della lavorazione arriva finalmente al cinema Mad Max: Fury Road, quarto film dedicato al personaggio, che per questa rentrée non ha più i lineamenti del 59enne Mel Gibson, ma quelli del 38enne Tom Hardy.

    Cambia l’interprete ma non l’occhio dietro la macchina da presa, che è quello dell’australiano George Miller, che in questi 30 anni ha preferito occuparsi di progetti di tutt’altro tenore, da Babe Maialino Coraggioso ai cartoon di Happy Feet. Non basta però un’ultima parte di carriera dedicata ai più piccoli a dimenticare le atmosfere del nuovo medioevo, l’afa del deserto post-atomico e l’eterna e impossibile lotta di chi coltiva ancora la speranza in un mondo dominato dalla follia.

    Ed è sempre questo il binario su cui si muove la locomotiva impazzita di Fury Road, che ci racconta del guerriero solitario Max, sorta di ronin del futuro tormentato dai fantasmi del passato, che al fianco della letale e monca Furiosa (Charlize Theron) stavolta decide di prendere le parti di un gruppo di damigelle in pericolo, inseguite dal tiranno Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne) che guida un serraglio di fanatici e kamikaze allo sprone di tamburi battenti e al suono di chitarre lanciafiamme.

    E così Miller e i suoi co-sceneggiatori, Brendan McCarthy e Nico Lathouris, ci prendono per mano e ci accompagnano in un viaggio allucinogeno, in un mondo drogato di adrenalina e ottani. Contagioso e coerente nella sua insensatezza la trama del film ha il coraggio di accontentarsi di un canovaccio già visto in cento western e in mille action, e di lasciarsi andare in una folle corsa dove ogni parola è zavorra, dove ogni nome è solo un momento sprecato in una pausa per riprendere il fiato. Tra nemici deformi fisicamente e mentalmente, guerrieri cancerosi, bande di amazzoni in motocicletta e gli splendidi mosaici a motore creati dal designer Colin Gibson l’immaginario è vivido come il rosso acceso del deserto della Namibia dove in ogni canyon scatta una trappola, dove le dune più lontane nascondono un’oasi che si rivela quasi sempre un miraggio.

    In tutto questo Tom Hardy ha la personalità dell’icona, dà corpo e fisicità all’eroe inquieto e taciturno, e solo i fan più oltranzisti rimpiangeranno Gibson. Charlize Theron dal canto suo non è da meno. Lascia ad altre il ruolo della bella in quanto tale, si rasa i capelli manco fosse Sigourney Weaver in Alien3 e si cala in una parte da dura. Buono l’apporto anche di Nicholas Hoult, rising star di Warm Bodies e X-Men che incarna un fanatico che cerca nella follia o nell’amore il senso di una vita giunta al termine.

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