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    Bif&st 2015: Scola, il cinema? Un bene comune

    Da ragazzo di bottega pensava che il suo destino sarebbe stato fare il calzolaio o il falegname, quando vide davanti ai suoi occhi nascere un paio di scarpe subì una fascinazione che lo avrebbe portato a diventare sì, un artigiano, ma della celluloide. Oggi quel ‘garzone’ ha ottantaquattro anni, si chiama Ettore Scola e nel frattempo è diventato un grande narratore.
    Prima battutista nella redazione del ‘Marc’Aurelio’, poi sceneggiatore di alcuni dei più grandi capolavori del nostro cinema (da Il sorpasso a I mostri) e infine regista soprattutto di penna (C’eravamo tanto amati, Una giornata particolare, La famiglia), Scola non perde occasione per raccontare e ricordare quel cinema. E lo fa anche in occasione del Bif&st di cui è presidente e che questa volta lo ospita con una Lezione di Cinema al Teatro Petruzzelli.
    Una masterclass in cui c’è spazio per la memoria, per l’amarezza ed anche per un accorato appello ai giovani, la componente più importante di questo festival: “Dovete darvi da fare, avete curiosità ed energia, siete giovani e avete delle responsabilità. È ora che questo paese venga raddrizzato e cambiato con le idee. Chi volete che lo faccia? Certo non Renzi. – dice – Siete nati un paese che ha bisogno del vostro aiuto, siete l’unica speranza che abbiamo perché io non ne ho né in Tsipras né nei nostri politici. Manca un progetto comune. Noi lo abbiamo cambiato e venivamo da venti anni di fascismo, oggi nessuno vi chiede di armarvi di mitra e andare in montagna come fecero i nostri padri, non ce n’è bisogno, c’è’ bisogno invece di idee e entusiasmo. Sono felice che vi piaccia il cinema, va bene, ma spero che tra voi ci sia anche qualche calzolaio o falegname, qualcuno che voglia bene a questo paese”. Che è diventato “difficile da amare”.

    Come sarebbe stata la nostra vita senza cinema?
    Majakovskij diceva: “Per molti un film è uno spettacolo, per me una concezione di vita”. L’invenzione del cinema fu accolta tra la diffidenza generale, anche qui in Italia. Cosa saremmo senza il cinema? Difficile dirlo, ma credo ci mancherebbe una fonte di idee, di dubbi, l’umanità stessa sarebbe un vuoto. Il cinema come la letteratura resta un bene comune e necessario soprattutto ai giovani. È questa la sua grande forza, rappresentare idee che il pubblico già ha in parte e affiancarne delle altre.

    Spesso hai parlato bene della fase in cui facevi il ‘negro’ delle sceneggiatura. Ci racconti cosa ha significato per te?
    Era un fatto di ruolo. C’erano tanti comici e tutti quei film venivano scritti da due geni della scrittura, Metz e Marchesi, che buttavano giù le sceneggiature in poco tempo e poi le passavano ai ‘negretti’, cioè ai giovani nelle redazioni dei giornali umoristici ai quali affidavano i copioni per aggiungere gag e battute. Ho cominciato così, da ‘negro’, scrivendo idiozie; mi sarei fatto volentieri un biglietto da visita: ‘Ettore Scola, negro’.
    Ricordo quando andai a casa di Totò: Metz e Marchesi gli lessero una battuta e lui rise. Gli dissero: “E’ di Scola”. La battuta era quella di “Totò Tarzan”: “Io Tarzan, tu Cita, lei bona’. Quella risata fu per me l’ Oscar che poi non avrei mai avuto.

    A un certo punto della tua carriera avresti voluto copiare Steno. Copiare è in qualche modo la possibilità di affinare delle tecniche…
    Copiare è un arte. Raffaello copiò da Michelangelo e dal Perugino. Copiare è importante, perché nessuno sarebbe esistito senza gli altri. Steno era caporedattore al ‘Marc’Aurelio’, decideva su disegni e rubriche, faceva parte di quei modelli da seguire.
    Non ci sono consigli da dare ai giovani che spesso mi chiedono cosa fare, ci sono solo situazioni più o meno favorevoli.
    La mia generazione ha avuto la fortuna di avere dei modelli, gente che ammiravamo e stimavamo, e Steno era uno di loro; i giovani di oggi invece non hanno modelli a cui potersi ispirare.
    All’epoca inoltre ci spingeva un paese e un contesto appena uscito dalla guerra, dal nazismo, un paese che amavamo. Ora è dura dire a un giovane autore di amare l’Italia. Come si fa a dire a un ragazzo di amare il proprio paese?
    Allora c’erano dei colpevoli ben precisi e identificabili, c’erano delle macerie ma sapevamo chi erano i responsabili; adesso non è facile individuare dei colpevoli e diventa difficile per un giovane interpretare la realtà. Perché devi sapere non solo dove vuoi andare ma anche cosa evitare e con chi prendertela.
    Esistono solo delle responsabilità diffuse e collettive di chi non ha saputo interpretare un contesto che andava peggiorando. Come si fa a scrivere un libro o girare un film se non hai qualcuno da prendere di mira, da additare?
    Alle nuove generazioni manca un orizzonte oltre il quale spingere lo sguardo, noi ce l’avevamo; ognuno, il giornalista, lo scrittore, il calzolaio, sapeva nel suo piccolo che in qualche modo bisognava partecipare. Così ci si incontrava, si scambiavano idee e nascevano delle amicizie dove non contavano limiti di età o di livello artistico. Era un lavoro comune e avevamo voglia di fare qualcosa per un paese che amavamo.

    Hai collaborato alla scrittura di diversi film da “Il sorpasso” a “Un americano a Roma”. Ci regali un ricordo di quei set?
    Ero contento dei registi che mettevano in scena i miei copioni, mi piaceva vedere cosa diventavano con loro le mie sceneggiature. Pietrangeli ad esempio aveva una malinconia e uno spessore soltanto suoi, che apparteneva a lui e non alla sceneggiatura; Risi aveva una naturalezza e una leggerezza che gli ho sempre invidiato.
    Mi sarebbe piaciuto dirigere quei film, ma avrei fatto di sicuro peggio, perché non avrei avuto la loro stessa grazia.

    Alcuni tuoi film come “La terrazza” fecero arrabbiare alcuni compagni di partito…
    “La terrazza” raccontava di un gruppo di amici sulla cinquantina, che ogni sabato si incontra su una terrazza e fa un amaro bilancio della propria opera. Era un gruppo di intellettuali scontenti: un giornalista, uno sceneggiatore, un onorevole comunista, un attore e un produttore. Scelsi di raccontare la stessa serata da sei punti di vista differenti.
    Il problema fu che in molti si riconobbero nei protagonisti di quel film; Moravia, Paietta, Beniamino Placido, Scalfari, tutti si incazzarono parecchio, nonostante quei personaggi dovessero essere solo degli archetipi, dei ruoli.
    Era un film politico certo, ma lo sono tutti persino ‘Dumbo’, con la sua rappresentazione della politica della giungla. E’ impossibile prescindere da questa dimensione, perché la politica è vivere associati, è un dato di fatto che gli uomini che si incontrano fanno politica.

    Cosa non era piaciuto a Pertini invece?
    Pertini fu molto duro. Non aveva particolarmente apprezzato il personaggio interpretato da Gassman, un professore con un fratello fascista, che non prende mai posizione, non si espone e non ha neanche il coraggio di dichiararsi alla donna che ama. Si arrabbiò molto perché quell’uomo rappresentava l’italiano che non aveva scelto.

    Hai sempre detto di esserti annoiato a morte sui set. Cosa facevi?
    La noia maggiore era sul set degli altri, non vedevo l’ora di andar via.
    In generale ci sono dei tempi di attesa lunghissimi che all’epoca ognuno riempiva a modo suo; Gassman scriveva i suoi spettacoli, Jack Lemmon passava ore e ore a fare cruciverba, Manfredi era contentissimo perché ripeteva la parte, Mastroianni invece stava al telefono, aveva le tasche gonfie di gettoni perseguitato da questo bisogno di contatto continuo. Sordi si dedicava a dare fastidio a tutti e Troisi cantava canzoni tristi, come lo era lui.

    Avevi annunciato che non avresti fatto più film e poi ti sei smentito regalandoci “Che strano chiamarsi Federico”. Ne farai un altro?
    Avevo detto che non avrei fatto più film finché ci sarebbe stato Berlusconi, proprietario della Medusa, la casa di distribuzione del film che avrei dovuto realizzare. Ma non ero abituato a lavorare come un mecenate, e così scrissi una lettera ai giornali in cui dicevo che non avrei fatto più cinema. Quello su Federico, che feci otto anni dopo, non è un film, ma un biglietto, un album di ricordi per un amico.

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    Bif&st 2015. Costa Gavras, il cinema è politico

    Per lui “il cinema è politico, tutti i film lo sono”, è stato ispirato da Francesco Rosi, Ettore Scola, Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, ed oggi non esiterebbe a girare un film sull’Isis “a patto che ci sia una storia interessante per poter realizzare un’opera di ampio respiro”.
    Greco di nascita, nell’Arcadia utopica e tragica dell’immaginario collettivo, francese di adozione dopo essere stato costretto a trasferirsi in Francia perché di famiglia antimonarchica, Costa Gavras, ottantadue anni, è uno che il cinema lo ha attraversato con la lucidità dell’impegno civile e un occhio sempre attento alla realtà. E non senza suscitare polemiche, come successe nel 2002 per Amen, il film che denunciava le responsabilità della Chiesa Cattolica nell’eccidio nazista.
    È lui il protagonista della terza Lezione di Cinema al teatro Petruzzelli di Bari, un occasione per il Bif&st di ripercorrere alcuni dei momenti fondamentali del suo cammino artistico e umano.
    Un cinema, il suo, necessariamente politico, e per scelta: “C’è politica in tutti i film, è impossibile uscire da questa dimensione. – spiega – Perché politica non vuol dire solo esprimere una preferenza di voto, ma è relazione tra gli uomini, è rispettare ciò che l’uomo è e ciò che è stato”.

    Sei nato in Arcadia, il simbolo dell’utopia, il paese dell’immaginario e anche della tragedia. Si può dire che anche il tuo cinema è in qualche modo utopico e tragico?
    Sì, è la vita. Tutto ciò che hai detto però l’ho incontrato in Francia. L’Arcadia è un paesaggio eccezionale, molto verde; paesaggi simili li ritrovi anche in Italia, ad esempio in Sicilia.

    Torniamo alla tua infanzia; la guerra civile ti ha segnato: può essere alla base della tua vena polemica?
    Il mio bagaglio culturale greco ha svolto un ruolo fondamentale nei film che ho realizzato nel corso della mia carriera. La mia prima cultura, quella greca, mi ha permesso di fare determinati film, poi è subentrata una seconda cultura, quella francese. Non mi ritengo automaticamente un anticomunista; in Francia ad esempio ho incontrato molti comunisti che lavoravano benissimo: di loro credo semplicemente che fossero persone che si sono sentite tradite dall’Unione Sovietica.
    Da bambino ho vissuto l’occupazione tedesca e per quattro anni ho sperimentato cosa vuol dire sopravvivere; tutto questo mi ha fatto capire la vita in modo diverso. La cultura della mia infanzia è stata la base della mia vita.

    I tuoi primi ricordi?
    Dopo la messa andavamo in una scuola dove venivano mostrate delle immagini; la prima immagine, che ricordo mi colpì molto, fu quella di Claretta Petacci e Mussolini uccisi ed esibiti a testa in giù circondati da volti sorridenti. Fui colpito dall’accostamento tra la tragedia di quella scena e la gioia sui visi delle altre persone. Intanto sognavo di diventare Hunphrey Bogart o Burt Lancaster.

    Cosa ti ha portato a lasciare Grecia?
    Mio padre era considerato un comunista, in guerra con la monarchia greca, e questo sentimento fu trasmesso a tutta la famiglia. All’epoca ai figli delle famiglie antimonarchiche non era consentito proseguire gli studi e perciò mi trasferii in Francia dove era anche facile trovare dei lavoretti che mi permettessero di sostenermi.

    Come hai concepito il copione di “Vagone letto per assassini”?
    Ero appassionato di polizieschi, perché è un genere che ti lascia una totale libertà e in cui puoi dire e fare tutto ciò che vuoi. Sono stata influenzato più dai polizieschi americani che non dalla nouvelle vague, che per me era l’espressione francese e giovane dei registi italiani; quegli artisti venivano da famiglie borghesi, parlavano di loro, del loro mondo e delle loro vita e fare quei film per me sarebbe stato impossibile, al massimo avrei potuto parlare di un immigrato in Francia. Era un mondo che non mi apparteneva.
    Per circa un decennio lavorai come assistente alla regia come prevedeva la tradizione francese: ero un tuttofare, portavo i caffè, spostavo la macchina da presa e nello stesso tempo seguivo i miei studi di cinema. Poi un giorno mi ritrovai a dover contribuire alla scrittura di un copione, doveva trattarsi di un semplice esercizio ma incontrai Yves Montand che lo lesse e mi disse che era ottimo. Fu questa la genesi di “Vagone letto per assassini” e fu l’incontro con Montand a segnare il mio passaggio alla regia.

    Alcuni anni dopo arrivò “Z – L’orgia del potere” che vinse l’Oscar come miglior film straniero…
    Non intendevo fare un film politico, volevo solo raccontare la storia della presa del potere da parte dei colonnelli in Grecia. Feci leggere il copione a Jean-Louise Trintignant e poi iniziammo a cercare dei finanziatori, ma non li trovammo. Ovunque chiedessi ospitalità ricevevo un rifiuto, così dopo aver anche tentato di girare in Sicilia, incontrammo il ministro di Algeri che ci permise di girare in Algeria nonostante non ci fossero finanziamenti. Jacques Perrin divenne produttore e l’intero cast era convinto dell’utilità del film, tutti uniti da questo sentimento ‘anticolonnelli’. Quando uscì fu un fiasco, ma dopo due settimane divenne un successo mondiale.

    I tuoi film riguardano diversi paesi e la tua filmografia è accomunata da un interesse generale per ciò che accade nel mondo. Perché?
    A generare il mio interesse sono gli uomini, il potere, i modi in cui lo accettiamo e lo inseguiamo. Ogni film è il riflesso di un evento che mi ha colpito, ogni pellicola corrisponde a una mia passione: questo spiega la mia filmografia.

    Spesso i film di Rosi riprendevano titoli di giornale; anche le storie che tu racconti si rivolgono all’attualità: perché?
    Il cinema mi ha sempre interessato. In Francia la forma è la principale dimensione di un film, io invece sono più attento alla sostanza, perché è la sostanza ad imporre la forma e non il contrario.

    Sei un agguerrito lettore di giornali e spesso hai constato la deriva dei media…
    “Mad City” con Dustin Hoffman e John Travolta dimostrava che i media provocano un lotta quotidiana, una corsa allo spettatore, che ne abbassa il livello qualitativo. Il lettore diventa così cliente.

    Qual è il rapporto con gli sceneggiatori con cui lavori?
    Prima di tutto bisogna trovare un accordo sulla tematica da affrontare e poi stabilire una relazione affettiva con la persona con cui stai lavorando. Con Jorge Semprun ad esempio abbiamo vissuto insieme giorno e notte per circa un mese e mezzo per lavorare al copione di “Z – L’orgia del potere”.
    Anche con Franco Solinas per L’Amerikano fu la stessa cosa: lo incontrai, gli spiegai il tema del film e poi iniziammo a cercare insieme del materiale sugli Allende, incontrando diverse persone e andando fino a Cuba.

    E con gli attori?
    L’attore è il collaboratore principale di un regista perché ha il compito di portare la storia al pubblico, è colui che comprende e interpreta un ruolo perché possa essere trasmesso al meglio allo spettatore: l’importante è che gli attori accettino che l’ultima parola spetti al regista.
    Con ognuno di loro mi piace discutere del ruolo, spiegare e approfondire i vari aspetti del personaggio, il mio modo di vederlo, ma non amo molto le fasi preparatorie; poi cerchiamo insieme un compromesso. È quindi fondamentale che ci sia vicinanza, ammirazione e conoscenza.

    I tuoi film suscitano spesso controversie, come ad esempio “Amen”.
    C’è un tabu nel cinema italiano ed è il Vaticano.
    La critica che mi fu mossa all’epoca era di attaccare la Chiesa, ma quel film non voleva essere un attacco alla Chiesa, piuttosto a Papa Pio XII ed alla Curia per il loro silenzio, per non aver denunciato i crimini delle SS, per essere rimasti inermi.

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    Nikolaj Coster-Waldau: controverso padre per Susanne Bier

    Alle prese con un ruolo drammatico nel nuovo film di Susanne Bier, Second Chance, Nikolaj Coster-Waldau, noto ai più per l’interpretazione di Jaime Lannister nella serie tv  Trono di spade, ci racconta come ha affrontato questo film. Lo abbiamo incontrato a Roma in occasione dell’anteprima della pellicola. Il film uscirà nei cinema il prossimo 2 aprile.

    Come ti sei trovato a lavorare con Susanne Bier? Hai seguito un percorso particolare per prepararti ad interpretare questo personaggio?
    Ho sempre apprezzato i film di Susanne Bier e quando mi ha chiamato e mi ha proposto la sceneggiatura di Second Chance, mi sono sentito una persona molto fortunata. Ho potuto lavorare con una regista capace di mettere in scena molto bene i dilemmi che ci capita di affrontare quotidianamente, tanto da permettere agli spettatori di immedesimarsi molto facilmente nelle vicende raccontate.
    La scena iniziale del film, ad esempio, è molto forte: tutti abbiamo avuto l’istinto di salvare quel bambino. Come attore usi tutto quello che hai nel tuo lavoro e, avendo due figlie, ho dedicato molto tempo a pensare a tutte le cose che non vorresti che accadano ai tuoi figli. In questo modo sono riuscito ad immergermi nel mio personaggio. L’intensità di questa storia è stata grande fonte di stress, ma Susanne è riuscita a dirigerci al meglio, sorprendendo anche noi attori con le sue scelte e scatenando una risposta emotiva davvero incredibile.

    Nel film c’è una contrapposizione tra due madri: una donna borghese che non si sente all’altezza del compito e una che vive ai margini della società, che invece sente forte la sua maternità. Come commenti questa scelta della regista?
    Sì, ci sono questi due mondi opposti tra loro. Da una parte una donna, la moglie del mio personaggio, che non riesce ad occuparsi del figlio come dovrebbe. L’altra, Sanne, vive in un mondo opposto, ai margini e subisce i maltrattamenti e le violenze del compagno. Susanne è riuscita molto bene a mostrare questa contrapposizione, senza ricorrere a nessun tipo di giudizio nei confronti delle due donne. Però tutti e due i personaggi femminili vivono un inferno interiore.

    Le scene con i bambini sono molto struggenti. Come sei riuscito a girarle?
    I bambini sono l’essenza dell’innocenza, della purezza: vorresti sempre tenerli stretti a te per proteggerli dal male. Girare con loro è stato molto difficile, e sicuramente la scena più dura è stata quando il mio personaggio e la moglie si svegliano durante la notte e si accorgono che loro figlio è morto.

    Anche in questo film, il personaggio maschile ha un ruolo particolare…
    Si, è raro vedere un film in cui un uomo è così vicino al suo bambino ed è anche raro che venga mostrato un rapporto così stretto. Molte scene di questo film mostrano quanto profondo possa essere il rapporto che si instaura tra un padre e il suo bambino.

    Augusto D’Amante

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    Chi è senza colpa: La ballata dell’outsider

    Il regista belga Michael R. Roskäm porta ancora sullo schermo il mondo dello scrittore Dennis Lehane, con l’aiuto di Tom Hardy e di James Gandolfini, qui alla sua ultima interpretazione. Dal 19 marzo in sala.

    3stelle

    C’è l’atmosfera confortevole di quei bar dove per ordinare basta dire “il solito”, ma c’è anche il fumo delle pistole, l’orgoglio di un quartiere ben lontano dall’ombra dei grattacieli e c’è un cane che si chiama Rocco, come il santo patrono degli emarginati. In poche parole c’è il mondo di Dennis Lehane in questo Chi è senza colpa, noir atipico sceneggiato dallo scrittore di Mystic River, che abbandona per una volta la sua Boston sporca e grigia e ci racconta i vicoli di una Brooklyn non troppo diversa, affidata alla cura registica di Michael R. Roskäm.

    Il cineasta belga, qui alla sua prima hollywoodiana, si trova tra le mani l’adattamento del racconto “Animal Rescue”, che poi è la storia di Bob (Tom Hardy), barista casa e chiesa che lavora insieme al cugino Marv (James Gandolfini), in un locale utilizzato dalla mala cecena per riciclare il denaro sporco e che si trova a salvare un cane da un cassonetto della spazzatura. Ma l’episodio è solo il punto d’inizio di una vicenda che prende il bar all’angolo e lo trasforma in uno scacchiere, in un palcoscenico, dove ai loschi giri criminali si aggiungono pulsioni irredentiste, senso di appartenenza e il filo sottile di una violenza sottotraccia, camuffata nei gesti della più semplice quotidianità.

    Simbolo, oltre che centro della vicenda, il personaggio di Hardy guarda il mondo e i suoi eventi ineluttabili con un timido distacco dietro il quale si agita qualcosa, sempre sul punto di affiorare. Ed è così che l’attore di Inception e Locke, attorno a cui regista e celebre sceneggiatore costruiscono l’intero film, finisce per catalizzare le attenzioni dello spettatore, rubando la scena a una Noomi Rapace comunque valida e a un James Gandolfini che qui, alla sua ultima interpretazione prima della morte avvenuta in un hotel di Roma, ci regala l’ennesimo ruolo da caratterista, quello di un ex criminale, un loser malinconico che cerca di ricreare un passato più semplice e romantico. Ruolo, inutile a dirsi, che sembra ritagliato addosso a lui e che si propone come un convincente epitaffio.

    Marcello Lembo

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    Bif&st 2015: Da Lang a Rosi passando per Moretti

    Otto maestri per otto memorabili lezioni di cinema, due retrospettive – una dedicata alla riscoperta di un gigante come  Fritz lang, l’altra per commemorare l’immenso Francesco Rosi scomparso di recente e vergognosamente dimenticato dai fasti delle cerimonie hollywoodiane degli Oscar appena assegnati. E ancora tanti titoli italiani e internazionali, scelti tra i migliori distribuiti nelle sale del Bel Paese e tra quelli ancora inediti, oltre 300 appuntamenti fatti di incontri, tavole rotonde, convegni e focus sugli attori. L’edizione è la numero sei, la location è Bari, il protagonista è il ‘cinema’, non quello dei “tappeti rossi” ma quello “che fa chiarezza”: è il cinema del Bif&st (Bari International Film Festival) che torna per folle di giovani e appassionati dal 21 al 28 marzo nel capoluogo pugliese. Un festival che “costa poco”, come sottolinea il presidente Ettore Scola, e che “ha una sua precisa idea di cinema, che non bada a quanti ospiti e tappeti si riescano a mettere insieme. Negli altri festival non c’e lo stesso amore e la stessa curiosità di cinema; Bari ha tutto questo, ha una sua identità e un suo pubblico, soprattutto giovani che hanno bisogno sì, di lavoro, ma anche di allegria e conoscenza”.

    Ad aprire battenti il 21 marzo Kurt Cobain: Montage of Heck, il primo documentario sul leader dei Nirvana diretto da Brett Morgen (in uscita per Universal il 28 aprile) e l’atteso Humandroid di Neill Blomkamp (lo stesso di District 9 e di Elysium); nella prima giornata della manifestazione spazio anche all’italianissimo Tempo instabile con probabili schiarite di Marco Pontecorvo con  John Turturro, Luca Zingaretti, Lillo e Carolina Crescentini (distribuito da Good Films il 2 aprile).
    Il 22 marzoa Jean-Jacques Annaud presenterà  L’ultimo lupo, un kolossal da 38 milioni di dollari girato quasi interamente in Mongolia; sarà poi la volta di Ex machina, film dichiaratamente ispirato a Metropolis di Fritz Lang, opera prima del britannico Alex Garland (in sala dal 30 aprile per la Universal).

    Da non perdere anche Ho ucciso Napoleone, commedia di Giorgia Farina con Micaela Ramazzotti, Libero de Rienzo, Adriano Giannini, Thony, Pamela Villoresi, Elena Sofia Ricci, (distribuito da 01 il 26 marzo) e The Gunman di Pierre Morel con Sean Penn, Jasmine Trinca, Javier Bardem, Idris Elba (in uscita il 21 maggio per 01).
    A due anni di distanza dall’anteprima assoluta di Hannah Arendt, torna al Bif&st Margarethe von Trotta, che questa volta porta al festival The Misplaced World, già apprezzato alla scorsa Berlinale.
    Doveroso poi un tributo a Rosi attraverso una retrospettiva delle sue opere più significative realizzata in collaborazione con la Cineteca Nazionale e le Teche Rai.
    “Parlare di ‘cinema impegnato’ oggi è un ossimoro, perché il cinema è impegno per chi lo fa e per chi lo guarda, perché come tutte le arti deve essere strumento di comprensione della realtà, delle scelte e dell’ evoluzione di una società. – ricorda Scola – In Italia, il paese dei segreti, dell’oblio e dei misteri che restano tali anche a distanza di 50 anni, il cinema ha il compito di catturare la gente per darle una maggiore capacità di discernimento. Rosi e i suoi film sono serviti a questo: hanno chiarito le idee e anche chi non li ha visti ha potuto beneficiare di quella voglia di chiarezza. Dire che Rosi era un regista impegnato è riduttivo: era un’artista che sapeva cos’è il cinema, come va fatto e a cosa deve servire”.
    Il sipario calerà il 28 marzo sul Federico Fellini Platinum Award a Nanni Moretti, solo l’ultimo degli otto grandi registi (Alan Parker, Costa Gavras, Jean-Jacques Annaud, lo stesso Scola, Andrzej Wajda, Edgar Reitz e Margarethe von Trotta) che saliranno sul palco del Teatro Petruzzelli con le immancabili Lezioni di Cinema.

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    Focus – Niente è come sembra: Quel ladro gentiluomo di Will Smith

    Tra New York, New Orleans e Buenos Aires, Ficarra e Regua riportano l’arte della truffa sul grande schermo. Una lunga serie di colpi di scena rallentata da un sentimentalismo eccessivo e stucchevole, con Will Smith eclissato dalla bellezza di Margot Robbie. In sala dal 5 marzo.

    3stelle

    Dopo Colpo di fulmine – Il mago della truffa, Glenn Ficarra e John Requa tornano a parlare di truffatori con Focus – Niente è come sembra. Una produzione più patinata che si muove tra tre location funzionali alla storia, New York, New Orleans e Buenos Aires e che, nonostante alcuni momenti, rappresenta l’essenza dell’entertainment puro.
    Will Smith interpreta Nicky Spurgeon, ladro gentiluomo intento a dimostrare al padre di non essere un “rammollito” (da qui l’epiteto di Mellow): un po’ frenato nella sua interpretazione, alla quale si preferisce quella di Margot Robbie, l’affascinante stagista Jess Barrett, che vuole sfondare nel settore del borseggio. La macchina da presa premia la sua figura, la segue e ne mette in rilievo i pregi di un volto e di un corpo che lasciano senza parole e nelle scene in coppia, Robbie ha la meglio, mentre Smith diventa un contorno.
    L’incontro tra i due inevitabilmente porta ad un epilogo sentimentale: dialoghi patetici e scontati si alternano a scene aride che rallentano un montaggio davvero incalzante e che coinvolge chi guarda il film. Soprattutto in quest’ultimo aspetto sta la forza di Focus – Niente è come sembra: a legare le varie location, con le musiche che ne catturano l’essenza (mood sofisticato per New York, incalzante per New Orleans e le sue manifestazioni sportive, allegro per Buenos Aires), il montaggio dal ritmo veloce, che ci mostra quello che succede senza dare al pubblico il tempo di farsi troppe domande.
    Ed è la velocità la logica che sta alla base del film, ben descritta da una frase pronunciata da Nicky mentre forma la sua stagista: “Si tratta di distrazione. Si tratta di concentrazione. Il cervello è lento e non può reagire velocemente. Colpisci in quel momento, prendi in quel momento“. Qui sta l’essenza della pellicola: lo spettatore è sempre in lotta tra distrazione, data dalla velocità delle scene, e concentrazione. Ficarra e Requa, che sono anche gli sceneggiatori, non forniscono alcun indizio, raccontano una versione della storia per poi stravolgerla con una serie di colpi di scena di cui si perde il conto.
    Si possono trovare molte imperfezioni in questo film, se ne può criticare la deriva sentimentalista che dopo un po’ annoia, si può puntare il dito contro alcune scelte di racconto non meglio sfruttate (la struttura dell’organizzazione messa in piedi da Nicky, ad esempio), la poca attenzione nei confronti di personaggi che strappano molti sorrisi (in primis Farhad, interpretato da Adrian Martinez), ma Focus – Niente è come sembra è un film onesto: non pretende nulla né da se stesso né tantomeno dal suo pubblico.

    Augusto D’Amante

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    Kenneth Branagh, la mia Cenerentola rivoluzionaria

    Dopo essere stati al Festival di Berlino, i protagonisti di Cenerentola incontrano la stampa a Milano; l’occasione è la presentazione del nuovo adattamento della leggendaria fiaba, una trasposizione in live action targata ancora una volta Disney dopo la storica versione animata del 1950 e diretta da Kenneth Branagh. Regista e attori (Lily James nei panni di Cenerentola e Richard Madden in quelli del Principe) hanno così raccontato la loro avventura sul set di un adattamento che rinnova un classico della storica casa d’animazione. Non senza prima trovare lo spazio per una curiosa anticipazione: “James e Madden sono persone fantastiche, lavorare con loro è stato magnifico. – ha confessato il regista – Forse è un po’ presto per parlarne ma la prossima idea è quella di realizzare un Romeo e Giulietta; abbiamo cominciato ad accennarlo e speriamo di poter continuare la nostra collaborazione in futuro”.

    In che cosa il suo film si distingue dalle altre versioni?
    Kenneth Branagh: Sono partito dall’immagine classica della favola che conosciamo, e ho cercato di rendere tutto più contemporaneo e appassionato possibile, mescolando tradizionale e contemporaneo. Cenerentola era un personaggio passivo, aspettava l’arrivo del principe, io invece ho voluto completamente rovesciare la situazione, farla diventare una parte attiva, mantenendo gli elementi classici della storia. Mi interessava soprattutto rivoluzionare Cenerentola, trasformandola in un personaggio moderno e fonte di ispirazione.

    Quanto il suo background shakespeariano ha condizionato la regia di questo film?
    K. B.: Shakespeare ha sempre guardato agli altri grandi narratori e anche lui verso la fine della sua carriera ha scritto storie che potevano apparire più semplici e solo di intrattenimento; si potrebbero definire quasi favole, come Il Racconto D’Inverno e il mio background mi ha insegnato a prendere le favole molto seriamente.

    La scena del ballo è sicuramente una parte cruciale del film…
    Richard Madden: Dante Ferretti riesce a creare questi set spettacolari e meravigliosi che non c’è quasi bisogno di recitare: comparse, artisti, ballerini, candele quando appare Cenerentola… rimani a bocca aperta. Una sensazione magica davvero.
    Lily James: La sequenza del ballo è stata davvero magica, ma era anche quella che mi preoccupava di più e mi rendeva molto nervosa, perché era l’istante in cui avrei incarnato una principessa, un momento iconico per tutti gli spettatori. Mi è bastato entrare nella sala per ritrovarmi in una favola.

    Parliamo del principe. Non è una figura marginale come nel cartone del 1950.
    R. M.: Sì, in effetti c’era una certa paura: io e Kenneth siamo dovuti partire da zero per questo personaggio, non c’erano misure di paragone, dovevo cercare di capire qual era l’idea che tutti avevano. Lo vediamo come amico, soldato, figlio e lo vediamo anche innamorarsi; ho cercato di costruirlo in modo che fosse all’altezza del personaggio femminile.
    Non ho creato il mio principe ispirandomi a qualcuno in particolare, ho letto molto Il Principe di Machiavelli, ho guardato come si comportano anche in alcuni principati, come ad esempio il Principato di Monaco. E ho notato che ad accomunare tutti è il desiderio di mettere a proprio agio le persone intorno a loro.

    Antonella Ravaglia

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    Festival del Film di Roma, Antonio Monda nuovo direttore

    E’ Antonio Monda il nuovo direttore artistico del Festival Internazionale del Film di Roma, pronto quest’anno a festeggiare la sua decima edizione.
    Lo scrittore e docente universitario, curatore di celebri retrospettive presso le più prestigiose istituzioni culturali americane, è stato nominato oggi dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione Cinema per Roma, composto dal Presidente Piera Detassis (in rappresentanza del Comune di Roma) e da Laura Delli Colli (in rappresentanza della Regione Lazio), Giancarlo Cremonesi (Camera di Commercio), Carlo Fuortes (Musica per Roma), Roberto Cicutto (Istituto Luce Cinecittà).
    La nomina di Direttore Generale va invece a Lucio Argano, docente universitario, saggista, esperto di gestione della cultura, attualmente Presidente della Commissione Teatro del MiBACT.

    Monda insegna nel Film and Television Department della New York University, presso la cattedra che è stata anche di Martin Scorsese.
    È autore dei romanzi ‘Assoluzione’, ‘L’America non esiste’ (vincitore del premio Cortina d’Ampezzo), ‘La casa sulla roccia’, ‘Ota Benga’, e del libro di racconti e fotografie ‘Nella città nuda’. Nel campo della saggistica ha pubblicato ‘La magnifica illusione’, ‘The Hidden God’, ‘Tu credi? Conversazioni su Dio e la religione’, ‘Hanno preferito le tenebre’, il libro intervista con Ennio Morricone ‘Lontano dai sogni’, e ‘Il paradiso dei lettori innamorati’. I suoi libri sono pubblicati negli Stati Uniti, in Giappone, Francia, Israele, Brasile, Spagna, Olanda, Portogallo, Taiwan e Corea.
    Monda ha curato importanti retrospettive presso il MoMA, il Solomon Guggenheim Museum, il Lincoln Center, il Museum of Moving Image e l’Academy: tra le più significative, quelle dedicate a Ermanno Olmi, Michael Cimino, Vittorio Gassman, Anna Magnani, Federico Fellini, Dante Ferretti, al Neorealismo e ai grandi direttori della fotografia. La sua prima attività lavorativa è nel cinema, come assistente di Paolo e Vittorio Taviani ne La Notte di San Lorenzo. Successivamente ha diretto il film Dicembre, presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e realizzato numerosi documentari, tra i quali Oltre New York, Filosofi, università, fascismo e Stranieri in America. Insieme a Davide Azzolini, ha prodotto il documentario Enzo Avitabile Music Life del premio Oscar Jonathan Demme, anch’esso in anteprima a Venezia.
    Con lo stesso Davide Azzolini è il fondatore del festival letterario Le Conversazioni, di cui è anche Direttore Artistico, e ha ideato – insieme a Richard Pena e Giorgio Gosetti – “Open Roads”, la più importante rassegna di cinema italiano al mondo, che si tiene ogni anno al Lincoln Center di New York e che nel 2015 giunge alla quindicesima edizione.
    Antonio Monda ha ideato, insieme a Mario Sesti, “Viaggio nel cinema americano”, organizzando e moderando, presso l’Auditorium Parco della Musica e nell’ambito del Festival Internazionale del Film di Roma, incontri con alcuni straordinari protagonisti del panorama cinematografico mondiale: da Francis Ford Coppola ai fratelli Coen, da David Lynch a Martin Scorsese, da Wes Anderson a Spike Lee, da Sean Connery a Jane Fonda, da Al Pacino a Meryl Streep, da James Ivory a John Landis, da David Cronenberg a William Friedkin, da Tim Burton a Terrence Malick, la cui memorabile conversazione segna anche l’unica apparizione pubblica del leggendario regista.
    Monda collabora alla pagina della cultura de La Repubblica, al telegiornale de La7, alle rubriche “Central Park West” su RaiNews 24 e “Un film al mese” su L’Uomo Vogue. Insieme a Maurizio Molinari, ha condotto la trasmissione di approfondimento del Tg5 “Lettera da New York”. I suoi pezzi sono stati pubblicati da The Paris Review, Fiction, The Common, Vanity Fair e Nuovi Argomenti.
    Il New York Times gli ha dedicato due lunghi ritratti: il primo, nel 2007, a firma di Rachel Donadio e il secondo, nel 2013, a firma di Sam Tanenhaus. Entrambi ne hanno esaltato l’attività culturale, definendolo “un istituto di cultura raccolto in una sola persona” e “custode della gloria di New York”.

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