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    Uno anzi due: L’incontro con il cast

    In sala dal 9 aprile, “Uno anzi due” è la commedia diretta da Francesco Pavolini e scritta e interpretata da Maurizio Battista, qui al suo debutto come protagonista di un film.
    Circondato da volti noti della commedia e non solo, Battista ci racconta una storia che attinge molto dalle sue esperienze teatrali e televisive accompagnandosi ad attori come Paola Tiziana Cruciani, Ninetto Davoli, Claudia Pandolfi, Ernesto Mahieux e Rocco Barbaro. In un cameo anche il mago Silvan. Ecco cosa ha raccontato il cast durante l’anteprima romana del film.

    Maurizio, quali erano i tuoi obiettivi quando hai pensato a questo film?
    Maurizio Battista: Volevo fare un film onesto, che raccontasse una storia divertente senza ricorrere ad una comicità forzata. Nel mio film non ci sono troppe parolacce, non ci sono donne nude. Volevo fare un viaggio circondato da attori bravi e che stimavo e circondarmi di nomi così importanti mi ha fatto davvero molto piacere. Tra l’altro ho rovinato pure la carriera del mago Silvan con il cameo che gli ho fatto interpretare! Mi auguro davvero che le persone apprezzino e vadano a vederlo.

    E il cast artistico come si è trovato a girare questo film?
    Paola Tiziana Cruciani: Per me è stato davvero molto piacevole lavorare con tutti loro. Sono rimasta particolarmente sorpresa dalla Pandolfi, che in genere non ha ruoli come quello proposto da Maurizio, ma più drammatici. Mi sono davvero divertita.
    Ninetto Davoli: Quando Maurizio mi ha chiamato per dirmi che voleva lavorare con me, avevo appena finito di presentare il film su Pasolin di Abel Ferrara. Ero curioso di leggere la sceneggiatura e, dopo averla letta, ho accettato di interpretare suo padre. La storia mi era piaciuta molto e sono d’accordo con Paola quando dice che ci siamo davvero divertiti. Sono contento che il film sia uscito bene e spero che le persone si divertano nel vederlo.
    Claudia Pandolfi: Il set nel quale abbiamo lavorato era davvero un terreno molto fertile, tanto che per me è stato davvero bello lavorare con tutti i miei colleghi. Quando ho letto del mio personaggio, Suellen, ho detto: “Finalmente!”. Aspettavo da tanto un personaggio così, era così diverso da tutti quelli che ho interpretato nella mia carriera e in alcune cose mi sono riconosciuta in Suellen, soprattutto per il fatto che lei è molto caciarona. Oltre a Maurizio voglio ringraziare Francesco Pavolini che mi ha permesso di lavorare con grandissima libertà.
    Silvan: Sono onorato di aver fatto un piccolo ruolo in questo film. Per me era un atto di grande stima e di amicizia verso Maurizio. Abbiamo appena terminato uno spettacolo in cui io intrattenevo il suo pubblico per qualche minuto e nonostante le nostre personalità molto diverse, ci siamo trovati davvero bene. Il mio è un piccolo ruolo, molto serio e poco sorridente rispetto a come sono nei miei spettacoli.

    Quanta improvvisazione c’è nel film?
    M.B.: Tanta, molte battute sono nate improvvisando. Soprattutto i dialoghi tra il mio personaggio e sua moglie, interpretata da Paola Tiziana Cruciani. Con lei è stato davvero un “mi piace vincere facile”: improvvisavamo sia sul set sia fuori e in questo modo abbiamo creato molti sketch.
    P.T.C.: Si, è vero. E poi Francesco ci ha dato molta libertà e non ha mai ostacolato le nostre improvvisazioni.
    N.D.: Anche se c’era una bella sceneggiatura di fondo, improvvisare, in questo genere di film, viene piuttosto naturale.

    E il regista come si è trovato a dirigere questo cast?
    Francesco Pavolini: Davvero molto bene. Sul set si respirava un clima molto professionale e collaborativo, quindi lavorare con questo gruppo di attori è stato davvero molto semplice. I personaggi che loro interpretavano mi permettevano di raccontare il ricco contesto di Roma. Avevo intenzione, con questo film, di portare al cinema i pezzi migliori degli spettacoli di Maurizio Battista inquadrandoli, però, in una struttura narrativa non episodica.

    Augusto D’Amante

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    Michele Placido presenta “La scelta”: ‘Folgorato dalla modernità di Pirandello’

    Un testo teatrale, ‘L’innesto’, scritto da Luigi Pirandello nel 1919, quasi misconosciuto, messo in scena pochissime volte e che al debutto scandalizzò il pubblico borghese dell’epoca per la tematica trattata. Oggi una storia che ha trovato il suo spazio anche sul grande schermo grazie a La scelta di Michele Placido, 230 copie dal prossimo 2 aprile; il regista de Il grande sogno e Romanzo criminale lo accompagnerà fino in Cina al Festival di Pechino diretto da Marco Muller, dove il film è in concorso: “È piaciuto ai cinesi, anzi alla censura cinese. Mi fa piacere andare a Pechino, è una nuova frontiera di investimento per il cinema italiano e io ci andrò di corsa”.
    E’ la storia di Giorgio (Raoul Bova) e Laura (Ambra Angiolini), una coppia solida fino a quando lei non rimane vittima di una violenza che vorrebbe solo dimenticare. A complicare drammaticamente la situazione una gravidanza improvvisa, il dubbio sulla paternità, i pregiudizi degli altri e la decisione coraggiosa di lei di tenere il bambino, frutto di quella violenza.

    Perché la scelta di adattare un testo di Pirandello?
    Michele Placido: Amo Pirandello da sempre e ho in mente altri progetti su di lui. In questo caso ho solo ritrovato nei miei studi pirandelliani un testo del 1919 quasi sconosciuto, ‘L’innesto’. Poco prima di morire anche Ronconi stava lavorando su questa straordinaria femmina pirandelliana, Laura, e sul perché faccia una scelta che per quei tempi è assolutamente straordinaria. Ma a colpirmi è stato soprattutto il percorso dei protagonisti: Pirandello si distingue per i suoi potenti personaggi femminili sin da “Sei personaggi in cerca d’autore”. Così ho chiesto a Giulia Calenda di fare il film e quando ho scoperto che era incinta ho immaginato subito che questo avrebbe potuto dare al progetto una grazia che io non avrei saputo conferirgli.
    Poi ho trasposto la storia da Roma a una cittadina pugliese perché è comodo lavorare in Puglia, è la Hollywood del cinema italiano. E ho voluto che Laura insegnasse musica e che avesse un certo legame con i bambini suoi allievi e le loro voci. Mi ha molto colpito il misticismo di questa storia,  le violenza sulle donne sono tante e diverse. Esiste un doppio finale per questa storia, perché alla fine ho pensato e girato un finale alternativo.

    Sei mai stato sfiorato dall’idea di girare un film in costume? O sin da subito lo avete immaginato come una storia moderna?
    M. P.: Sì, avevo diverse opzioni. A un certo punto pensai anche ad una possibilità francese, poi Occhipinti trovò un produttore inglese. Avrei potuto girarlo in costume, ma qui in Italia forse non ce lo avrebbe mai fatto realizzare e alla fine mi convinse l’idea di dargli una contemporaneità. Era il modo migliore per renderlo popolare e permettere al pubblico di entrare in questa storia, evitando così di far diventare il film una roba di nicchia, da ‘addetti ai lavori’.
    La grandezza e l’eroismo della protagonista consistono nel non voler sapere di chi sia il figlio che porta in grembo. Mi ha folgorato lo stupore e lo sguardo di lei stupita per ciò che le è accaduto. L’idea che possa essere rimasta incinta le fa porre una domanda, la sua è una scelta di maternità che va aldilà del pensiero borghese.

    Può una storia pirandelliana essere attualizzata oggi? Avete trovato i vostri personaggi credibili nella contemporaneità o sono un po’ stonati?
    M.P.: Credo ci siano personaggi che non hanno tempo. Solo il pubblico femminile potrà darci una risposta; penso invece che la nostra società sia un po’ stonata perché non sempre siamo dentro la Storia come le altre zone del mondo e non sempre comprendiamo ciò che ci sta succedendo. Penso che questa sia una storia contemporanea molto forte e sarà il pubblico a decidere.
    Raoul Bova: Vedo ne “La scelta” un film bello e necessario che affronta le difficoltà vere di una donna e di un uomo, che racconta due percorsi diversi e una storia di  violenza subita, violenza assistita e delle reazioni che si scatenano. Il mio personaggio vive passaggi incredibilmente veloci ed è perfettamente intonato a quello di Laura, passando dal dolore alla rabbia. Giorgio è stata la mia idea di uomo fragile, abbattuto nella sua virilità quando scopre che la sua donna è incinta di un altro, madre di un figlio che lui fino a quel momento non è stato in grado di dargli.

    Quanto ti sei sentita di condividere una posizione simile?
    Ambra Angiolini: Quando vidi il film finito non vidi una vittima, perché Laura a un certo punto decide di non subire più e diventa quasi carnefice di una società che deve comunque sapere e giudicare. Intorno a lei c’è una finta discrezione, ma Laura da quel momento in poi è una donna nuova, libera e coglie l’occasione di non rimanere vittima di un incidente che all’improvviso ha spezzato un idillio, una musica bellissima. Così sceglie di farsi della domande che non sono quelle del paese e mette anche il marito nelle condizioni di porsene delle altre, uscendo dai cliché dell’immagine rassicurante dell’uomo che ha messo incinta la propria moglie.
    E’ un personaggio che ha il coraggio di uscire fuori dalla fila. Laura deve assumersi la responsabilità di una scelta credibile, solida, quasi mistica.
    Ho ragionato a lungo con Michele di questa scelta. Leggendo un libro di Dacia Maraini abbiamo scoperto di donne che subiscono violenza senza opporre resistenza perché vogliono solo che quel dolore finisca presto.
    Poi c’è l’alternativa di chi, come Laura, decide di non rimanere per la società l’ennesimo caso di cronaca e sceglie di non farsi mangiare la vita. In quel momento la violenza si trasferisce sugli altri, sul marito, sulla famiglia che non capisce e che vorrebbe delle risposte.

    La scelta protagonista di Laura risulta ancora oggi incredibile. La sensazione è che nel corso di un secolo è cambiato davvero poco per le donne…
    A. A.: Tutti i femminicidi ci raccontano questo: ci piacerebbe dire che siamo andati avanti, ma non è così almeno fino a quando ci saranno uomini che metteranno fine alla vita di una donna. Drammaticamente è rimasto tutto fermo e c’è una frase di Pirandello – quella pronunciata dal marito: “Si è macchiata della colpa più terribile senza averne colpa” – che esprime bene la difficoltà ancora oggi di entrare in una situazione come questa.
    E’ giusto e importante denunciare, ma non è cambiato molto se ci sono ancora donne costrette a subire pur avendo delle strutture di sostegno a disposizione. E sviscerare la vita di una donna che ha subito violenza nella Tv del pomeriggio non è utile, come non serve far diventare tutti criminologi o medici.
    M. P.: La donna rigenera il tutto, altrimenti si andrebbe incontro alla rovina totale della società. La speranza per il futuro è che sarà la donna a reagire e a salvare il mondo, perché ha qualcosa di straordinario in più rispetto all’uomo.

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    Fabrique du Cinema: Webserie e nuovi mercati. Appuntamento a Roma.

    Il 27 marzo a Roma Fabrique presenterà, all’interno della cornice di Spazio 900, il suo nono numero durante una serata unica: si parte alle 18.30 con la tavola rotonda “Le webserie e i nuovi mercati: dall’idea alla distribuzione”, dedicata ai tanti giovani che sperimentano le loro forze creative attraverso il web, dando vita a dei prodotti divenuti in breve tempo virali, ottenendo milioni di visualizzazioni. La tavola rotonda vedrà tra i relatori i responsabili delle più importanti realtà televisive italiane e i produttori delle webserie più innovative del momento.

    Dopo un aperitivo con dj set, dalle 21.00 fino a tarda notte, sul palco si alterneranno musica live (Michele Riondino & The Revolving Bridge,Boxerin Club), proiezioni di cortometraggi e trailer (tra cui il nuovo film diGiorgia Farina “Ho ucciso Napoleone”), Roberto Recchioni e i membri di Uno Studio in Rosso, l’esibizione del corpo di ballo dell’Accademia Nazionale di Danza e ovviamente la presentazione del n. 9 della rivista con tutti i suoi protagonisti.

    Andrea Corsini

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    Edgar Reitz al Bif&st: Il cinema ‘salva’ gli uomini

    E’ probabilmente il film più lungo della storia del cinema, con quasi settanta ore di girato e una lavorazione durata nel complesso oltre trent’anni, da quando il regista iniziò a scriverlo nel 1979 al 2013, anno di uscita dell’ultimo capitolo. E’ Heimat (che vuol dire patria) la serie di film – diventati un cult –  nata con l’intento di ricostruire la storia del Novecento tedesco attraverso le vicende della famiglia Simon e della sua genesi parla oggi Edgar Reitz, protagonista al Bif&st di una delle consuete lezioni di cinema al Petruzzelli di Bari.
    “Non avevamo modelli di riferimento, la generazione del cinema nazista non ci forniva nessun esempio. La mia prima ispirazione fu la nouvelle vague, ma il mio secondo grande modello fu il neorealismo italiano che ha caratterizzato la mia opera fino ad oggi. – racconta il regista che Bari premia con un Fipresci Platinum AwardConoscevo i film di De Sica a memoria”.
    E c’è spazio anche per ricordare L’altra Heimat – Cronaca di un sogno, l’ultimo capitolo della saga, l’antefatto di ciò che viene raccontato nei precedenti episodi (Heimat, Heimat 2 – Cronaca di una giovinezza, Heimat 3 – Cronaca di una svolta epocale), che dopo la presentazione nel 2013 alla Mostra del Cinema di Venezia sbarca in sala per due giorni, il 31 marzo e il 1 aprile.
    Ma prima di Heimat, Reitz fu anche pioniere dell’avanguardia tedesca, un grande sperimentatore del linguaggio cinematografico come nel caso del corto Geschwindigkeit Kino eins: ventitre storie che riflettevano sul concetto di velocità, presentate come le portate di un menu e proiettate all’interno di un bar. “Ci entusiasmava il cinema di genere così creammo dei piccoli episodi, ognuno corrispondente ad un genere e ad uno stile diversi. – ricorda – Nacquero 23 film di lunghezza differente, ma il problema era come poterli far arrivare alla gente: fu allora che conoscemmo il proprietario di un bar con cui organizzammo un mega progetto. Pensammo a un menù di diverse storie ed ogni spettatore avrebbe potuto scegliere dal menù l’episodio da proiettare. Fu eccitante trasformare il bar in cinema e viceversa”.
    E pensare che il destino di Reitz sarebbe stato quello di fare l’ingegnere: “Ci provai, poi però mi iscrissi a un corso di teatro e storia dell’arte e per molti anni mio padre continuò a credere che stessi studiando qualcosa di tecnico”.
    Molto tempo dopo sarebbe arrivato Ora zero, il suo omaggio al neorealismo italiano, la visione del mondo “dalla prospettiva di un dodicenne in bicicletta, un’ immagine che mi ricordava De Sica”.
    Erano gli anni del vuoto politico, non c’erano disposizioni, né leggi, non c’erano i vecchi governanti e neanche i nuovi: “Pensate come potesse essere paradisiaco tutto questo per un ragazzino di dodici anni”.
    Ed era l’epoca zero quando Reitz iniziò a pensare a Heimat: tutto nacque da una bufera di neve che lo bloccò in casa. “Per sfuggire all’atmosfera natalizia che si avvicinava chiesi a dei miei amici di prestarmi il loro appartamento a Nord della Germania. Non era un momento facile, ‘Il sarto di Ulm’ era stato stroncato dalla critica e io iniziavo a chiedermi quale sarebbe stato il mio destino, ero figlio di un orologiaio ma facevo il regista, mi ponevo delle domande e volevo fare chiarezza. Rimasi bloccato in quella casa dalla neve e fu così che cominciai a scrivere la storia della mia famiglia”.
    Erano appena cento pagine: Heimat non era nato per diventare un film, doveva essere semplicemente un racconto ma le cose cambiarono quando Reitz mostrò il manoscritto a un redattore al Festival di Berlino, che gli disse: “C’è del buon materiale per fare qualcosa, ma che ci avrei impiegato almeno tre anni. Non avrei mai immaginato che mi ce ne sarebbero voluti almeno trenta”.

    Il primo Heimat (inizialmente tre episodi che sarebbero alla fine diventati undici) fu un successo enorme con dieci milioni di spettatori in prima serata sulla tv tedesca.
    “Non è il ritratto diretto della mia famiglia ma c’erano ovviamente dei tratti caratteriali che la evocavano; – ci tiene a precisare Reitz – ho creato una mescolanza di tratti prendendo spunto da miei colleghi, amici, parenti o insegnanti e trasferendoli in figure che si ritrovano a vivere però in contesti diversi. C’era una grande quantità di  materiale autobiografico e per questo era necessario prendere una distanza”.

    Lo strumento per raccontare tutto questo? Il tempo, e non quello finito: “Parlo della durata di un tempo in cui ci si muove e che viene misurato attraverso le immagini e i sentimenti”.
    Tutto passa ma non l’incanto del cinema: “Un film – dice – mette nelle condizioni di salvare gli uomini e renderli immortali. Le arti in genere hanno a che fare con la salvezza e il mantenimento di ciò che invece nella vita vera muore. Il cinema riesce a bloccare gli esseri umani nell’immortalità”.
    E sulla possibilità di un quinto Heimat, Reitz confessa: “Da trent’anni tutti i miei film si chiamano Heimat, e se anche il prossimo si intitolasse così nessuno si stupirebbe. E’ come un tetto, è un racconto epico che comprende tutti i temi possibili, la vita, l’amore, la morte…  Io ho cercato di vivere sotto questo tetto, una specie di casa in cui però non hai bisogno di chiudere le porte a chiave proprio come faceva mia nonna, che le lasciava aperte. Quando le chiesi se non avesse paura mi rispose: se chiudo a chiave la porta, arrivano i ladri”.

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    Bif&st 2015: Micaela Ramazzotti, barbarica Crudelia De Mon

    Cattiva, cinica, truccatissima e spietata. Strizzata in tailleur che ricordano Crudelia De Mon, compassata nell’incedere, anaffettiva nei rapporti con gli altri, glaciale come un “sofficino surgelato”, nerissima, scorretta all’occorrenza e determinata: “un traguardo conquistato faticosamente”, dirà nel corso del film. Micaela Ramazzotti si presenta così al Bif&st 2015, nel ruolo inedito dell’eroina vendicativa, dopo le tante donne rassicuranti interpretate fino ad ora: sono gli abiti di Anita , la crudele protagonista di Ho ucciso Napoleone (in sala dal 26 marzo), secondo film di Giorgia Farina, che in molti ricorderanno per il fortunato esordio Amiche da morire, .
    Anita è una manager brillante, è gelida, single, intelligente, veloce, pratica. Il suo unico obiettivo? La carriera. Colleziona un successo dopo l’altro, incamera informazioni con la precisione di una computer, è scaltra, sveglia e non sbaglia un colpo. Almeno fino a quando non si ritrova incinta del suo capo (sposato con una moglie e due figlie) e licenziata. Da qui partirà la sua vendetta dagli esiti decisamente sorprendenti, complice il collega Biagio, un imbranato avvocato con il quale Anita si aprirà al mondo in una lenta riconquista dell’umanità perduta.

    Un ruolo che “mi ha eccitata da impazzire”, racconta la Ramazzotti. “Ho sempre interpretato donne disponibili e accomodanti al mondo maschile, questa volta no. Mi sono lasciata andare fisicamente e mentalmente al mondo di Anita, un mondo visivo e narrativo completamente nuovo per me, che mi ha fatto pensare alle dark comedy americane o a certi film alla Tarantino”.
    Già, perché Ho ucciso Napoleone è irriverente e pulp, feroce e comico, coerente almeno nella sua prima parte, con un gruppo di attori perfettamente in parte e nei panni di personaggi doppi, che non sono ciò che potrebbe sembrare ad un primo sguardo; improbabile invece la svolta thriller e il brusco cambio di registro che ne seguirà.
    Come in Amiche da morire a farla da padrone dettandone ritmi e stile è l’universo femminile, un microcosmo di donne guerriere (Iaia Forte, Elena Sofia Ricci, Thony, Pamela Villoresi) costrette a tirar fuori grinta e unghie in una società ancorata a un retaggio maschilista e superficiale, che le vorrebbe o “completamente virtuose o totalmente fallimentari”. E chissà che in fondo Anita stessa non sia il frutto di queste storture. “Ho voluto rappresentare una donna artefice per la prima volta del proprio fallimento, – spiega la regista – ma che decide di rimboccarsi le maniche. E’ un personaggio contemporaneo in bilico tra chiaro e scuro”. Barbarico e vendicativo più di un uomo, se è vero come diceva Nietzsche che “nella vendetta e nell’amore la donna è più barbarica dell’uomo”.

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    Bif&st 2015: Scola, il cinema? Un bene comune

    Da ragazzo di bottega pensava che il suo destino sarebbe stato fare il calzolaio o il falegname, quando vide davanti ai suoi occhi nascere un paio di scarpe subì una fascinazione che lo avrebbe portato a diventare sì, un artigiano, ma della celluloide. Oggi quel ‘garzone’ ha ottantaquattro anni, si chiama Ettore Scola e nel frattempo è diventato un grande narratore.
    Prima battutista nella redazione del ‘Marc’Aurelio’, poi sceneggiatore di alcuni dei più grandi capolavori del nostro cinema (da Il sorpasso a I mostri) e infine regista soprattutto di penna (C’eravamo tanto amati, Una giornata particolare, La famiglia), Scola non perde occasione per raccontare e ricordare quel cinema. E lo fa anche in occasione del Bif&st di cui è presidente e che questa volta lo ospita con una Lezione di Cinema al Teatro Petruzzelli.
    Una masterclass in cui c’è spazio per la memoria, per l’amarezza ed anche per un accorato appello ai giovani, la componente più importante di questo festival: “Dovete darvi da fare, avete curiosità ed energia, siete giovani e avete delle responsabilità. È ora che questo paese venga raddrizzato e cambiato con le idee. Chi volete che lo faccia? Certo non Renzi. – dice – Siete nati un paese che ha bisogno del vostro aiuto, siete l’unica speranza che abbiamo perché io non ne ho né in Tsipras né nei nostri politici. Manca un progetto comune. Noi lo abbiamo cambiato e venivamo da venti anni di fascismo, oggi nessuno vi chiede di armarvi di mitra e andare in montagna come fecero i nostri padri, non ce n’è bisogno, c’è’ bisogno invece di idee e entusiasmo. Sono felice che vi piaccia il cinema, va bene, ma spero che tra voi ci sia anche qualche calzolaio o falegname, qualcuno che voglia bene a questo paese”. Che è diventato “difficile da amare”.

    Come sarebbe stata la nostra vita senza cinema?
    Majakovskij diceva: “Per molti un film è uno spettacolo, per me una concezione di vita”. L’invenzione del cinema fu accolta tra la diffidenza generale, anche qui in Italia. Cosa saremmo senza il cinema? Difficile dirlo, ma credo ci mancherebbe una fonte di idee, di dubbi, l’umanità stessa sarebbe un vuoto. Il cinema come la letteratura resta un bene comune e necessario soprattutto ai giovani. È questa la sua grande forza, rappresentare idee che il pubblico già ha in parte e affiancarne delle altre.

    Spesso hai parlato bene della fase in cui facevi il ‘negro’ delle sceneggiatura. Ci racconti cosa ha significato per te?
    Era un fatto di ruolo. C’erano tanti comici e tutti quei film venivano scritti da due geni della scrittura, Metz e Marchesi, che buttavano giù le sceneggiature in poco tempo e poi le passavano ai ‘negretti’, cioè ai giovani nelle redazioni dei giornali umoristici ai quali affidavano i copioni per aggiungere gag e battute. Ho cominciato così, da ‘negro’, scrivendo idiozie; mi sarei fatto volentieri un biglietto da visita: ‘Ettore Scola, negro’.
    Ricordo quando andai a casa di Totò: Metz e Marchesi gli lessero una battuta e lui rise. Gli dissero: “E’ di Scola”. La battuta era quella di “Totò Tarzan”: “Io Tarzan, tu Cita, lei bona’. Quella risata fu per me l’ Oscar che poi non avrei mai avuto.

    A un certo punto della tua carriera avresti voluto copiare Steno. Copiare è in qualche modo la possibilità di affinare delle tecniche…
    Copiare è un arte. Raffaello copiò da Michelangelo e dal Perugino. Copiare è importante, perché nessuno sarebbe esistito senza gli altri. Steno era caporedattore al ‘Marc’Aurelio’, decideva su disegni e rubriche, faceva parte di quei modelli da seguire.
    Non ci sono consigli da dare ai giovani che spesso mi chiedono cosa fare, ci sono solo situazioni più o meno favorevoli.
    La mia generazione ha avuto la fortuna di avere dei modelli, gente che ammiravamo e stimavamo, e Steno era uno di loro; i giovani di oggi invece non hanno modelli a cui potersi ispirare.
    All’epoca inoltre ci spingeva un paese e un contesto appena uscito dalla guerra, dal nazismo, un paese che amavamo. Ora è dura dire a un giovane autore di amare l’Italia. Come si fa a dire a un ragazzo di amare il proprio paese?
    Allora c’erano dei colpevoli ben precisi e identificabili, c’erano delle macerie ma sapevamo chi erano i responsabili; adesso non è facile individuare dei colpevoli e diventa difficile per un giovane interpretare la realtà. Perché devi sapere non solo dove vuoi andare ma anche cosa evitare e con chi prendertela.
    Esistono solo delle responsabilità diffuse e collettive di chi non ha saputo interpretare un contesto che andava peggiorando. Come si fa a scrivere un libro o girare un film se non hai qualcuno da prendere di mira, da additare?
    Alle nuove generazioni manca un orizzonte oltre il quale spingere lo sguardo, noi ce l’avevamo; ognuno, il giornalista, lo scrittore, il calzolaio, sapeva nel suo piccolo che in qualche modo bisognava partecipare. Così ci si incontrava, si scambiavano idee e nascevano delle amicizie dove non contavano limiti di età o di livello artistico. Era un lavoro comune e avevamo voglia di fare qualcosa per un paese che amavamo.

    Hai collaborato alla scrittura di diversi film da “Il sorpasso” a “Un americano a Roma”. Ci regali un ricordo di quei set?
    Ero contento dei registi che mettevano in scena i miei copioni, mi piaceva vedere cosa diventavano con loro le mie sceneggiature. Pietrangeli ad esempio aveva una malinconia e uno spessore soltanto suoi, che apparteneva a lui e non alla sceneggiatura; Risi aveva una naturalezza e una leggerezza che gli ho sempre invidiato.
    Mi sarebbe piaciuto dirigere quei film, ma avrei fatto di sicuro peggio, perché non avrei avuto la loro stessa grazia.

    Alcuni tuoi film come “La terrazza” fecero arrabbiare alcuni compagni di partito…
    “La terrazza” raccontava di un gruppo di amici sulla cinquantina, che ogni sabato si incontra su una terrazza e fa un amaro bilancio della propria opera. Era un gruppo di intellettuali scontenti: un giornalista, uno sceneggiatore, un onorevole comunista, un attore e un produttore. Scelsi di raccontare la stessa serata da sei punti di vista differenti.
    Il problema fu che in molti si riconobbero nei protagonisti di quel film; Moravia, Paietta, Beniamino Placido, Scalfari, tutti si incazzarono parecchio, nonostante quei personaggi dovessero essere solo degli archetipi, dei ruoli.
    Era un film politico certo, ma lo sono tutti persino ‘Dumbo’, con la sua rappresentazione della politica della giungla. E’ impossibile prescindere da questa dimensione, perché la politica è vivere associati, è un dato di fatto che gli uomini che si incontrano fanno politica.

    Cosa non era piaciuto a Pertini invece?
    Pertini fu molto duro. Non aveva particolarmente apprezzato il personaggio interpretato da Gassman, un professore con un fratello fascista, che non prende mai posizione, non si espone e non ha neanche il coraggio di dichiararsi alla donna che ama. Si arrabbiò molto perché quell’uomo rappresentava l’italiano che non aveva scelto.

    Hai sempre detto di esserti annoiato a morte sui set. Cosa facevi?
    La noia maggiore era sul set degli altri, non vedevo l’ora di andar via.
    In generale ci sono dei tempi di attesa lunghissimi che all’epoca ognuno riempiva a modo suo; Gassman scriveva i suoi spettacoli, Jack Lemmon passava ore e ore a fare cruciverba, Manfredi era contentissimo perché ripeteva la parte, Mastroianni invece stava al telefono, aveva le tasche gonfie di gettoni perseguitato da questo bisogno di contatto continuo. Sordi si dedicava a dare fastidio a tutti e Troisi cantava canzoni tristi, come lo era lui.

    Avevi annunciato che non avresti fatto più film e poi ti sei smentito regalandoci “Che strano chiamarsi Federico”. Ne farai un altro?
    Avevo detto che non avrei fatto più film finché ci sarebbe stato Berlusconi, proprietario della Medusa, la casa di distribuzione del film che avrei dovuto realizzare. Ma non ero abituato a lavorare come un mecenate, e così scrissi una lettera ai giornali in cui dicevo che non avrei fatto più cinema. Quello su Federico, che feci otto anni dopo, non è un film, ma un biglietto, un album di ricordi per un amico.

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    Bif&st 2015. Costa Gavras, il cinema è politico

    Per lui “il cinema è politico, tutti i film lo sono”, è stato ispirato da Francesco Rosi, Ettore Scola, Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, ed oggi non esiterebbe a girare un film sull’Isis “a patto che ci sia una storia interessante per poter realizzare un’opera di ampio respiro”.
    Greco di nascita, nell’Arcadia utopica e tragica dell’immaginario collettivo, francese di adozione dopo essere stato costretto a trasferirsi in Francia perché di famiglia antimonarchica, Costa Gavras, ottantadue anni, è uno che il cinema lo ha attraversato con la lucidità dell’impegno civile e un occhio sempre attento alla realtà. E non senza suscitare polemiche, come successe nel 2002 per Amen, il film che denunciava le responsabilità della Chiesa Cattolica nell’eccidio nazista.
    È lui il protagonista della terza Lezione di Cinema al teatro Petruzzelli di Bari, un occasione per il Bif&st di ripercorrere alcuni dei momenti fondamentali del suo cammino artistico e umano.
    Un cinema, il suo, necessariamente politico, e per scelta: “C’è politica in tutti i film, è impossibile uscire da questa dimensione. – spiega – Perché politica non vuol dire solo esprimere una preferenza di voto, ma è relazione tra gli uomini, è rispettare ciò che l’uomo è e ciò che è stato”.

    Sei nato in Arcadia, il simbolo dell’utopia, il paese dell’immaginario e anche della tragedia. Si può dire che anche il tuo cinema è in qualche modo utopico e tragico?
    Sì, è la vita. Tutto ciò che hai detto però l’ho incontrato in Francia. L’Arcadia è un paesaggio eccezionale, molto verde; paesaggi simili li ritrovi anche in Italia, ad esempio in Sicilia.

    Torniamo alla tua infanzia; la guerra civile ti ha segnato: può essere alla base della tua vena polemica?
    Il mio bagaglio culturale greco ha svolto un ruolo fondamentale nei film che ho realizzato nel corso della mia carriera. La mia prima cultura, quella greca, mi ha permesso di fare determinati film, poi è subentrata una seconda cultura, quella francese. Non mi ritengo automaticamente un anticomunista; in Francia ad esempio ho incontrato molti comunisti che lavoravano benissimo: di loro credo semplicemente che fossero persone che si sono sentite tradite dall’Unione Sovietica.
    Da bambino ho vissuto l’occupazione tedesca e per quattro anni ho sperimentato cosa vuol dire sopravvivere; tutto questo mi ha fatto capire la vita in modo diverso. La cultura della mia infanzia è stata la base della mia vita.

    I tuoi primi ricordi?
    Dopo la messa andavamo in una scuola dove venivano mostrate delle immagini; la prima immagine, che ricordo mi colpì molto, fu quella di Claretta Petacci e Mussolini uccisi ed esibiti a testa in giù circondati da volti sorridenti. Fui colpito dall’accostamento tra la tragedia di quella scena e la gioia sui visi delle altre persone. Intanto sognavo di diventare Hunphrey Bogart o Burt Lancaster.

    Cosa ti ha portato a lasciare Grecia?
    Mio padre era considerato un comunista, in guerra con la monarchia greca, e questo sentimento fu trasmesso a tutta la famiglia. All’epoca ai figli delle famiglie antimonarchiche non era consentito proseguire gli studi e perciò mi trasferii in Francia dove era anche facile trovare dei lavoretti che mi permettessero di sostenermi.

    Come hai concepito il copione di “Vagone letto per assassini”?
    Ero appassionato di polizieschi, perché è un genere che ti lascia una totale libertà e in cui puoi dire e fare tutto ciò che vuoi. Sono stata influenzato più dai polizieschi americani che non dalla nouvelle vague, che per me era l’espressione francese e giovane dei registi italiani; quegli artisti venivano da famiglie borghesi, parlavano di loro, del loro mondo e delle loro vita e fare quei film per me sarebbe stato impossibile, al massimo avrei potuto parlare di un immigrato in Francia. Era un mondo che non mi apparteneva.
    Per circa un decennio lavorai come assistente alla regia come prevedeva la tradizione francese: ero un tuttofare, portavo i caffè, spostavo la macchina da presa e nello stesso tempo seguivo i miei studi di cinema. Poi un giorno mi ritrovai a dover contribuire alla scrittura di un copione, doveva trattarsi di un semplice esercizio ma incontrai Yves Montand che lo lesse e mi disse che era ottimo. Fu questa la genesi di “Vagone letto per assassini” e fu l’incontro con Montand a segnare il mio passaggio alla regia.

    Alcuni anni dopo arrivò “Z – L’orgia del potere” che vinse l’Oscar come miglior film straniero…
    Non intendevo fare un film politico, volevo solo raccontare la storia della presa del potere da parte dei colonnelli in Grecia. Feci leggere il copione a Jean-Louise Trintignant e poi iniziammo a cercare dei finanziatori, ma non li trovammo. Ovunque chiedessi ospitalità ricevevo un rifiuto, così dopo aver anche tentato di girare in Sicilia, incontrammo il ministro di Algeri che ci permise di girare in Algeria nonostante non ci fossero finanziamenti. Jacques Perrin divenne produttore e l’intero cast era convinto dell’utilità del film, tutti uniti da questo sentimento ‘anticolonnelli’. Quando uscì fu un fiasco, ma dopo due settimane divenne un successo mondiale.

    I tuoi film riguardano diversi paesi e la tua filmografia è accomunata da un interesse generale per ciò che accade nel mondo. Perché?
    A generare il mio interesse sono gli uomini, il potere, i modi in cui lo accettiamo e lo inseguiamo. Ogni film è il riflesso di un evento che mi ha colpito, ogni pellicola corrisponde a una mia passione: questo spiega la mia filmografia.

    Spesso i film di Rosi riprendevano titoli di giornale; anche le storie che tu racconti si rivolgono all’attualità: perché?
    Il cinema mi ha sempre interessato. In Francia la forma è la principale dimensione di un film, io invece sono più attento alla sostanza, perché è la sostanza ad imporre la forma e non il contrario.

    Sei un agguerrito lettore di giornali e spesso hai constato la deriva dei media…
    “Mad City” con Dustin Hoffman e John Travolta dimostrava che i media provocano un lotta quotidiana, una corsa allo spettatore, che ne abbassa il livello qualitativo. Il lettore diventa così cliente.

    Qual è il rapporto con gli sceneggiatori con cui lavori?
    Prima di tutto bisogna trovare un accordo sulla tematica da affrontare e poi stabilire una relazione affettiva con la persona con cui stai lavorando. Con Jorge Semprun ad esempio abbiamo vissuto insieme giorno e notte per circa un mese e mezzo per lavorare al copione di “Z – L’orgia del potere”.
    Anche con Franco Solinas per L’Amerikano fu la stessa cosa: lo incontrai, gli spiegai il tema del film e poi iniziammo a cercare insieme del materiale sugli Allende, incontrando diverse persone e andando fino a Cuba.

    E con gli attori?
    L’attore è il collaboratore principale di un regista perché ha il compito di portare la storia al pubblico, è colui che comprende e interpreta un ruolo perché possa essere trasmesso al meglio allo spettatore: l’importante è che gli attori accettino che l’ultima parola spetti al regista.
    Con ognuno di loro mi piace discutere del ruolo, spiegare e approfondire i vari aspetti del personaggio, il mio modo di vederlo, ma non amo molto le fasi preparatorie; poi cerchiamo insieme un compromesso. È quindi fondamentale che ci sia vicinanza, ammirazione e conoscenza.

    I tuoi film suscitano spesso controversie, come ad esempio “Amen”.
    C’è un tabu nel cinema italiano ed è il Vaticano.
    La critica che mi fu mossa all’epoca era di attaccare la Chiesa, ma quel film non voleva essere un attacco alla Chiesa, piuttosto a Papa Pio XII ed alla Curia per il loro silenzio, per non aver denunciato i crimini delle SS, per essere rimasti inermi.

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    Nikolaj Coster-Waldau: controverso padre per Susanne Bier

    Alle prese con un ruolo drammatico nel nuovo film di Susanne Bier, Second Chance, Nikolaj Coster-Waldau, noto ai più per l’interpretazione di Jaime Lannister nella serie tv  Trono di spade, ci racconta come ha affrontato questo film. Lo abbiamo incontrato a Roma in occasione dell’anteprima della pellicola. Il film uscirà nei cinema il prossimo 2 aprile.

    Come ti sei trovato a lavorare con Susanne Bier? Hai seguito un percorso particolare per prepararti ad interpretare questo personaggio?
    Ho sempre apprezzato i film di Susanne Bier e quando mi ha chiamato e mi ha proposto la sceneggiatura di Second Chance, mi sono sentito una persona molto fortunata. Ho potuto lavorare con una regista capace di mettere in scena molto bene i dilemmi che ci capita di affrontare quotidianamente, tanto da permettere agli spettatori di immedesimarsi molto facilmente nelle vicende raccontate.
    La scena iniziale del film, ad esempio, è molto forte: tutti abbiamo avuto l’istinto di salvare quel bambino. Come attore usi tutto quello che hai nel tuo lavoro e, avendo due figlie, ho dedicato molto tempo a pensare a tutte le cose che non vorresti che accadano ai tuoi figli. In questo modo sono riuscito ad immergermi nel mio personaggio. L’intensità di questa storia è stata grande fonte di stress, ma Susanne è riuscita a dirigerci al meglio, sorprendendo anche noi attori con le sue scelte e scatenando una risposta emotiva davvero incredibile.

    Nel film c’è una contrapposizione tra due madri: una donna borghese che non si sente all’altezza del compito e una che vive ai margini della società, che invece sente forte la sua maternità. Come commenti questa scelta della regista?
    Sì, ci sono questi due mondi opposti tra loro. Da una parte una donna, la moglie del mio personaggio, che non riesce ad occuparsi del figlio come dovrebbe. L’altra, Sanne, vive in un mondo opposto, ai margini e subisce i maltrattamenti e le violenze del compagno. Susanne è riuscita molto bene a mostrare questa contrapposizione, senza ricorrere a nessun tipo di giudizio nei confronti delle due donne. Però tutti e due i personaggi femminili vivono un inferno interiore.

    Le scene con i bambini sono molto struggenti. Come sei riuscito a girarle?
    I bambini sono l’essenza dell’innocenza, della purezza: vorresti sempre tenerli stretti a te per proteggerli dal male. Girare con loro è stato molto difficile, e sicuramente la scena più dura è stata quando il mio personaggio e la moglie si svegliano durante la notte e si accorgono che loro figlio è morto.

    Anche in questo film, il personaggio maschile ha un ruolo particolare…
    Si, è raro vedere un film in cui un uomo è così vicino al suo bambino ed è anche raro che venga mostrato un rapporto così stretto. Molte scene di questo film mostrano quanto profondo possa essere il rapporto che si instaura tra un padre e il suo bambino.

    Augusto D’Amante

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    Chi è senza colpa: La ballata dell’outsider

    Il regista belga Michael R. Roskäm porta ancora sullo schermo il mondo dello scrittore Dennis Lehane, con l’aiuto di Tom Hardy e di James Gandolfini, qui alla sua ultima interpretazione. Dal 19 marzo in sala.

    3stelle

    C’è l’atmosfera confortevole di quei bar dove per ordinare basta dire “il solito”, ma c’è anche il fumo delle pistole, l’orgoglio di un quartiere ben lontano dall’ombra dei grattacieli e c’è un cane che si chiama Rocco, come il santo patrono degli emarginati. In poche parole c’è il mondo di Dennis Lehane in questo Chi è senza colpa, noir atipico sceneggiato dallo scrittore di Mystic River, che abbandona per una volta la sua Boston sporca e grigia e ci racconta i vicoli di una Brooklyn non troppo diversa, affidata alla cura registica di Michael R. Roskäm.

    Il cineasta belga, qui alla sua prima hollywoodiana, si trova tra le mani l’adattamento del racconto “Animal Rescue”, che poi è la storia di Bob (Tom Hardy), barista casa e chiesa che lavora insieme al cugino Marv (James Gandolfini), in un locale utilizzato dalla mala cecena per riciclare il denaro sporco e che si trova a salvare un cane da un cassonetto della spazzatura. Ma l’episodio è solo il punto d’inizio di una vicenda che prende il bar all’angolo e lo trasforma in uno scacchiere, in un palcoscenico, dove ai loschi giri criminali si aggiungono pulsioni irredentiste, senso di appartenenza e il filo sottile di una violenza sottotraccia, camuffata nei gesti della più semplice quotidianità.

    Simbolo, oltre che centro della vicenda, il personaggio di Hardy guarda il mondo e i suoi eventi ineluttabili con un timido distacco dietro il quale si agita qualcosa, sempre sul punto di affiorare. Ed è così che l’attore di Inception e Locke, attorno a cui regista e celebre sceneggiatore costruiscono l’intero film, finisce per catalizzare le attenzioni dello spettatore, rubando la scena a una Noomi Rapace comunque valida e a un James Gandolfini che qui, alla sua ultima interpretazione prima della morte avvenuta in un hotel di Roma, ci regala l’ennesimo ruolo da caratterista, quello di un ex criminale, un loser malinconico che cerca di ricreare un passato più semplice e romantico. Ruolo, inutile a dirsi, che sembra ritagliato addosso a lui e che si propone come un convincente epitaffio.

    Marcello Lembo

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