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    Mia madre: ‘Semplicemente’ Nanni

    In sala dal 16 aprile il nuovo film di Nanni Moretti. Opera omnia e dichiaratamente autobiografica, che colpisce per semplicità e levità del racconto.

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    Da Cannes avrebbe “accettato tutto”. E a Cannes Nanni Moretti ci è finito dritto in concorso, quattro anni dopo Habemus Papam e con il suo dodicesimo film, Mia madre, in sala dal 16 aprile.
    Un’opera omnia, dichiaratamente autobiografica, che colpisce per semplicità e levità del racconto, commuove per le infinite sfumature della vita di cui si fa portatrice, e dove Moretti si fa da parte proseguendo il percorso iniziato già con l’inadeguato Papa Michel Piccoli.
    Così succede che Nanni ritagli per sé un ruolo più defilato, di chi sceglie di ‘stare accanto’: quello di Giovanni, il mite e rassegnato fratello della protagonista Margherita (Margherita Buy), regista divisa tra il set del suo prossimo film su una fabbrica occupata dai suoi operai sull’orlo del licenziamento, una figlia adolescente, una separazione in corso e le visite alla madre morente in ospedale.

    È a lei che questa volta il regista di Caro Diario affida le sue isterie, sogni, ricordi, farfugliamenti, preoccupazioni, paure, perché in fondo lui è “lo stesso di 40 anni fa. Il giorno prima delle riprese faccio sempre gli stessi incubi”, ha ribadito durante la conferenza stampa del film.
    La Buy, neanche troppo velatamente alter ego di Moretti, ne incarna gesti, tic, incertezze e quel senso di inadeguatezza alla vita che in questo caso si traduce nella disperata incapacità della protagonista di accettare la perdita della propria madre. Una madre umana, vera e reale, una professoressa di latino che si avvia più o meno consapevolmente verso la fine, personaggio la cui grazia deriva in gran parte dall’interpretazione candidamente disarmante di Giulia Lazzarini.

    Mia madre finisce per essere il film più intimo di Moretti e dentro c’è tutto il Nanni- pensiero: ci sono i girotondi, le crisi, la politica, la vita, la morte, il dolore della separazione, l’autoironia, la perdita dell’innocenza, la passione per la parola (perché “le parole sono importanti!”, come tuonava Michele Apicella in Palombella Rossa). E soprattutto c’è il suo cinema maniacale, personalissimo e scritto riga per riga insieme a collaboratori storici come Valia Santella e Francesco Piccolo.
    Una storia universale che da un lato fa spazio alla dimensione più privata e amara, e dall’altra cede il passo al meta cinematografico con cui il Moretti regista prende in giro se stesso, affidando la dissacrazione del suo cinema ai siparietti tra Margherita Buy e John Turturro, macchietta della star Hollywoodiana capricciosa e innamorata di Antonioni, Rossellini e Fellini, incapace di ricordare una sola battuta del copione, ma a suo modo inadeguato e semplicemente vittima – si scoprirà in seguito – di una memoria che perde pezzi.
    “Margherita, fai qualcosa di nuovo, di diverso, rompi almeno un tuo schema, uno su duecento!”, urla Giovanni alla sorella. E forse questa volta qualcuno dei suoi schemi Moretti lo ha rotto.

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    Nuovo Cinema Aquila di Roma: Resistere, resistere, resistere…

    Nessun rischio chiusura per il Nuovo Cinema Aquila di Roma. Niente barricate, nessun ‘Cinema America’, ma un bando destinato a cooperative sociali indetto a breve – forse entro la fine della prossima settimana – per una nuova gestione.
    Una soluzione che arriva alcuni giorni dopo la revoca della concessione notificata il 27 aprile dal Comune di Roma al consorzio Sol. Co, che dal 2005 gestisce la struttura confiscata alla Banda della Magliana.
    L’ordine di sgombero entro il 9 giugno era arrivato ben tre anni prima della regolare scadenza del contratto. Il motivo? Una irregolarità riscontrata nella sua gestione e cioè la sub concessione da parte di Sol. Co ad una delle cooperative, la N.C.A., che opera al suo interno.
    “Conosciamo bene l’importanza che il Nuovo Cinema Aquila ricopre non solo per il territorio del Municipio ma anche a livello nazionale. – rassicura l’assessore al Municipio V Nunzia CastelloL’assessore alla Cultura Giovanna Marinelli ha compreso la funzione di questo cinema, una realtà che dà opportunità non solo a chi fa cinema indipendente ma anche a chi lo fruisce. L’amministrazione non poteva chiudere gli occhi di fronte all’ irregolarità commessa; una Commissione sta lavorando a un nuovo bando per la gestione della struttura diretto a cooperative sociali, sarà nostra priorità salvaguardare l’identità culturale del Nuovo Cinema Aquila e garantirne una certa continuità”. Una cosa sembrerebbe certa, almeno a parole: in attesa della nuova assegnazione la programmazione andrà avanti regolarmente e nessuno verrà mandato a casa.  

    Ma nonostante le rassicurazioni la mobilitazione al Nuovo Cinema Aquila continua come la raccolta firme dei giorni scorsi, arrivate a quota tremila; mentre non si placano i dubbi e le paure dei lavoratori, leciti e plausibili in un paese dove teatri e cinema fanno spazio a sale bingo e dove la sfiducia nelle istituzioni è diventata ormai un sentimento radicato. Il paese dei paradossi, dove non si capisce per quale motivo un Comune non abbia fatto pervenire una diffida prima di procedere alla più sbrigativa notifica di sgombero.
    La gente del Nuovo Cinema Aquila vuole garanzie, chiede la continuità di un progetto culturale e la tutela delle professionalità senza le quali quella sala non sarebbe mai diventata quello che è oggi, un punto di riferimento per il cinema indipendente italiano. “Non penso di aver commesso errori. Ci costituiremo parte civile contro il comune e i dirigenti, denunceremo qualsiasi forma di diffamazione – fa sapere il direttore Fabio Meloni, facendo riferimento alla campagna che nei mesi scorsi ha associato il Nuovo Cinema Aquila ai fatti di Mafia Capitale –  Questo cinema non ci è stato regalato, abbiamo vinto un ricorso al Tar nel 2005, non abbiamo mai avuto rapporti con Carminati o Buzzi. Oggi ci dimettiamo inoltre come cooperativa dal consorzio Sol. Co, perché non ci ha reso partecipi di ciò che stava succedendo, c’erano troppe cose che non sapevamo”. E annuncia: “Parteciperemo al nuovo bando”.
    In molti si chiedono quali possibilità abbiano di vincere una gara indetta dallo stesso comune che oggi li vuole fuori da lì e se la sbandierata tutela dei lavoratori si tradurrà in atti. E in tanti, dalle mamme del quartiere ai registi, autori e piccoli distributori sono pronti a issare barricate: “Questa gestione non deve muoversi da qui. Il Nuovo Cinema Aquila è un bene comune, una trincea di libertà e se ce ne sarà bisogno verremo a occupare”. Perché un cinema è il cuore di chi lo fa.

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    Uno, anzi due: Maurizio Battista dal teatro al cinema

    In sala dal 9 aprile, il film porta su grande schermo gli spettacoli teatrali di Maurizio Battista. Oscillante tra forzature e gag divertenti, rischia però di porre troppi limiti alla veracità e alla spontaneità dell’attore. Notevoli le scene in coppia con Paola Tiziana Cruciani.

    2stelle

    Uno, anzi due è un film di debutti: quello del regista Francesco Pavolini, qui al suo primo lungometraggio cinematografico dopo le esperienze televisive con Tutti Pazzi per Amore e I Cesaroni, e quello di Maurizio Battista, per la prima volta protagonista di un film (oltre che sceneggiatore). E, come tutti i debutti che si rispettino, la pellicola non è esente da difetti;
    e salta subito all’occhio un Battista eccessivamente ingabbiato. Il film infatti, nasce dai divertenti monologhi teatrali che hanno fatto la fortuna del comico romano. L’intenzione di regista e sceneggiatori era proprio quella di riprendere i più famosi sketch del comico e di cucirli insieme in un film che non presentasse una struttura episodica. Pavolini & Co. ci riescono bene, di questo occorre darne atto, ma le stonature ci sono: Battista, che a teatro lavora con brillanti monologhi ispirati al quotidiano, perde al cinema quell’immediatezza che dà incisività e carica comica alle sue battute. Spesso rimane prigioniero dei meccanismi cinematografici e anche la sua prova attoriale subisce dei contraccolpi, dimostrandosi eccessivo in alcune scene.
    Dopo una faticosa partenza, il film si riprende e sono le scene tra Battista e Paola Tiziana Cruciani a dare quel minimo di carattere alla pellicola mettendo in scena dei siparietti davvero unici e che fanno ridere di gusto.
    Anche le performance di Ninetto Davoli, Ernesto Mahieux e di Claudia Pandolfi, che sorprende tutti con un ruolo fortemente e volutamente macchiettistico, permettono al film di farci sorridere e divertire. In un clima a volte grottesco (vedi la scena del funerale, con un cameo d’eccezione del Mago Silvan), Battista e Pavolini non riescono però ad andare oltre una commedia sciapa, che lascia con l’amaro in bocca soprattutto per una soluzione finale non bene (anzi, per niente) identificata.

    Augusto D’Amante

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    Uno anzi due: L’incontro con il cast

    In sala dal 9 aprile, “Uno anzi due” è la commedia diretta da Francesco Pavolini e scritta e interpretata da Maurizio Battista, qui al suo debutto come protagonista di un film.
    Circondato da volti noti della commedia e non solo, Battista ci racconta una storia che attinge molto dalle sue esperienze teatrali e televisive accompagnandosi ad attori come Paola Tiziana Cruciani, Ninetto Davoli, Claudia Pandolfi, Ernesto Mahieux e Rocco Barbaro. In un cameo anche il mago Silvan. Ecco cosa ha raccontato il cast durante l’anteprima romana del film.

    Maurizio, quali erano i tuoi obiettivi quando hai pensato a questo film?
    Maurizio Battista: Volevo fare un film onesto, che raccontasse una storia divertente senza ricorrere ad una comicità forzata. Nel mio film non ci sono troppe parolacce, non ci sono donne nude. Volevo fare un viaggio circondato da attori bravi e che stimavo e circondarmi di nomi così importanti mi ha fatto davvero molto piacere. Tra l’altro ho rovinato pure la carriera del mago Silvan con il cameo che gli ho fatto interpretare! Mi auguro davvero che le persone apprezzino e vadano a vederlo.

    E il cast artistico come si è trovato a girare questo film?
    Paola Tiziana Cruciani: Per me è stato davvero molto piacevole lavorare con tutti loro. Sono rimasta particolarmente sorpresa dalla Pandolfi, che in genere non ha ruoli come quello proposto da Maurizio, ma più drammatici. Mi sono davvero divertita.
    Ninetto Davoli: Quando Maurizio mi ha chiamato per dirmi che voleva lavorare con me, avevo appena finito di presentare il film su Pasolin di Abel Ferrara. Ero curioso di leggere la sceneggiatura e, dopo averla letta, ho accettato di interpretare suo padre. La storia mi era piaciuta molto e sono d’accordo con Paola quando dice che ci siamo davvero divertiti. Sono contento che il film sia uscito bene e spero che le persone si divertano nel vederlo.
    Claudia Pandolfi: Il set nel quale abbiamo lavorato era davvero un terreno molto fertile, tanto che per me è stato davvero bello lavorare con tutti i miei colleghi. Quando ho letto del mio personaggio, Suellen, ho detto: “Finalmente!”. Aspettavo da tanto un personaggio così, era così diverso da tutti quelli che ho interpretato nella mia carriera e in alcune cose mi sono riconosciuta in Suellen, soprattutto per il fatto che lei è molto caciarona. Oltre a Maurizio voglio ringraziare Francesco Pavolini che mi ha permesso di lavorare con grandissima libertà.
    Silvan: Sono onorato di aver fatto un piccolo ruolo in questo film. Per me era un atto di grande stima e di amicizia verso Maurizio. Abbiamo appena terminato uno spettacolo in cui io intrattenevo il suo pubblico per qualche minuto e nonostante le nostre personalità molto diverse, ci siamo trovati davvero bene. Il mio è un piccolo ruolo, molto serio e poco sorridente rispetto a come sono nei miei spettacoli.

    Quanta improvvisazione c’è nel film?
    M.B.: Tanta, molte battute sono nate improvvisando. Soprattutto i dialoghi tra il mio personaggio e sua moglie, interpretata da Paola Tiziana Cruciani. Con lei è stato davvero un “mi piace vincere facile”: improvvisavamo sia sul set sia fuori e in questo modo abbiamo creato molti sketch.
    P.T.C.: Si, è vero. E poi Francesco ci ha dato molta libertà e non ha mai ostacolato le nostre improvvisazioni.
    N.D.: Anche se c’era una bella sceneggiatura di fondo, improvvisare, in questo genere di film, viene piuttosto naturale.

    E il regista come si è trovato a dirigere questo cast?
    Francesco Pavolini: Davvero molto bene. Sul set si respirava un clima molto professionale e collaborativo, quindi lavorare con questo gruppo di attori è stato davvero molto semplice. I personaggi che loro interpretavano mi permettevano di raccontare il ricco contesto di Roma. Avevo intenzione, con questo film, di portare al cinema i pezzi migliori degli spettacoli di Maurizio Battista inquadrandoli, però, in una struttura narrativa non episodica.

    Augusto D’Amante

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    Michele Placido presenta “La scelta”: ‘Folgorato dalla modernità di Pirandello’

    Un testo teatrale, ‘L’innesto’, scritto da Luigi Pirandello nel 1919, quasi misconosciuto, messo in scena pochissime volte e che al debutto scandalizzò il pubblico borghese dell’epoca per la tematica trattata. Oggi una storia che ha trovato il suo spazio anche sul grande schermo grazie a La scelta di Michele Placido, 230 copie dal prossimo 2 aprile; il regista de Il grande sogno e Romanzo criminale lo accompagnerà fino in Cina al Festival di Pechino diretto da Marco Muller, dove il film è in concorso: “È piaciuto ai cinesi, anzi alla censura cinese. Mi fa piacere andare a Pechino, è una nuova frontiera di investimento per il cinema italiano e io ci andrò di corsa”.
    E’ la storia di Giorgio (Raoul Bova) e Laura (Ambra Angiolini), una coppia solida fino a quando lei non rimane vittima di una violenza che vorrebbe solo dimenticare. A complicare drammaticamente la situazione una gravidanza improvvisa, il dubbio sulla paternità, i pregiudizi degli altri e la decisione coraggiosa di lei di tenere il bambino, frutto di quella violenza.

    Perché la scelta di adattare un testo di Pirandello?
    Michele Placido: Amo Pirandello da sempre e ho in mente altri progetti su di lui. In questo caso ho solo ritrovato nei miei studi pirandelliani un testo del 1919 quasi sconosciuto, ‘L’innesto’. Poco prima di morire anche Ronconi stava lavorando su questa straordinaria femmina pirandelliana, Laura, e sul perché faccia una scelta che per quei tempi è assolutamente straordinaria. Ma a colpirmi è stato soprattutto il percorso dei protagonisti: Pirandello si distingue per i suoi potenti personaggi femminili sin da “Sei personaggi in cerca d’autore”. Così ho chiesto a Giulia Calenda di fare il film e quando ho scoperto che era incinta ho immaginato subito che questo avrebbe potuto dare al progetto una grazia che io non avrei saputo conferirgli.
    Poi ho trasposto la storia da Roma a una cittadina pugliese perché è comodo lavorare in Puglia, è la Hollywood del cinema italiano. E ho voluto che Laura insegnasse musica e che avesse un certo legame con i bambini suoi allievi e le loro voci. Mi ha molto colpito il misticismo di questa storia,  le violenza sulle donne sono tante e diverse. Esiste un doppio finale per questa storia, perché alla fine ho pensato e girato un finale alternativo.

    Sei mai stato sfiorato dall’idea di girare un film in costume? O sin da subito lo avete immaginato come una storia moderna?
    M. P.: Sì, avevo diverse opzioni. A un certo punto pensai anche ad una possibilità francese, poi Occhipinti trovò un produttore inglese. Avrei potuto girarlo in costume, ma qui in Italia forse non ce lo avrebbe mai fatto realizzare e alla fine mi convinse l’idea di dargli una contemporaneità. Era il modo migliore per renderlo popolare e permettere al pubblico di entrare in questa storia, evitando così di far diventare il film una roba di nicchia, da ‘addetti ai lavori’.
    La grandezza e l’eroismo della protagonista consistono nel non voler sapere di chi sia il figlio che porta in grembo. Mi ha folgorato lo stupore e lo sguardo di lei stupita per ciò che le è accaduto. L’idea che possa essere rimasta incinta le fa porre una domanda, la sua è una scelta di maternità che va aldilà del pensiero borghese.

    Può una storia pirandelliana essere attualizzata oggi? Avete trovato i vostri personaggi credibili nella contemporaneità o sono un po’ stonati?
    M.P.: Credo ci siano personaggi che non hanno tempo. Solo il pubblico femminile potrà darci una risposta; penso invece che la nostra società sia un po’ stonata perché non sempre siamo dentro la Storia come le altre zone del mondo e non sempre comprendiamo ciò che ci sta succedendo. Penso che questa sia una storia contemporanea molto forte e sarà il pubblico a decidere.
    Raoul Bova: Vedo ne “La scelta” un film bello e necessario che affronta le difficoltà vere di una donna e di un uomo, che racconta due percorsi diversi e una storia di  violenza subita, violenza assistita e delle reazioni che si scatenano. Il mio personaggio vive passaggi incredibilmente veloci ed è perfettamente intonato a quello di Laura, passando dal dolore alla rabbia. Giorgio è stata la mia idea di uomo fragile, abbattuto nella sua virilità quando scopre che la sua donna è incinta di un altro, madre di un figlio che lui fino a quel momento non è stato in grado di dargli.

    Quanto ti sei sentita di condividere una posizione simile?
    Ambra Angiolini: Quando vidi il film finito non vidi una vittima, perché Laura a un certo punto decide di non subire più e diventa quasi carnefice di una società che deve comunque sapere e giudicare. Intorno a lei c’è una finta discrezione, ma Laura da quel momento in poi è una donna nuova, libera e coglie l’occasione di non rimanere vittima di un incidente che all’improvviso ha spezzato un idillio, una musica bellissima. Così sceglie di farsi della domande che non sono quelle del paese e mette anche il marito nelle condizioni di porsene delle altre, uscendo dai cliché dell’immagine rassicurante dell’uomo che ha messo incinta la propria moglie.
    E’ un personaggio che ha il coraggio di uscire fuori dalla fila. Laura deve assumersi la responsabilità di una scelta credibile, solida, quasi mistica.
    Ho ragionato a lungo con Michele di questa scelta. Leggendo un libro di Dacia Maraini abbiamo scoperto di donne che subiscono violenza senza opporre resistenza perché vogliono solo che quel dolore finisca presto.
    Poi c’è l’alternativa di chi, come Laura, decide di non rimanere per la società l’ennesimo caso di cronaca e sceglie di non farsi mangiare la vita. In quel momento la violenza si trasferisce sugli altri, sul marito, sulla famiglia che non capisce e che vorrebbe delle risposte.

    La scelta protagonista di Laura risulta ancora oggi incredibile. La sensazione è che nel corso di un secolo è cambiato davvero poco per le donne…
    A. A.: Tutti i femminicidi ci raccontano questo: ci piacerebbe dire che siamo andati avanti, ma non è così almeno fino a quando ci saranno uomini che metteranno fine alla vita di una donna. Drammaticamente è rimasto tutto fermo e c’è una frase di Pirandello – quella pronunciata dal marito: “Si è macchiata della colpa più terribile senza averne colpa” – che esprime bene la difficoltà ancora oggi di entrare in una situazione come questa.
    E’ giusto e importante denunciare, ma non è cambiato molto se ci sono ancora donne costrette a subire pur avendo delle strutture di sostegno a disposizione. E sviscerare la vita di una donna che ha subito violenza nella Tv del pomeriggio non è utile, come non serve far diventare tutti criminologi o medici.
    M. P.: La donna rigenera il tutto, altrimenti si andrebbe incontro alla rovina totale della società. La speranza per il futuro è che sarà la donna a reagire e a salvare il mondo, perché ha qualcosa di straordinario in più rispetto all’uomo.

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    Fabrique du Cinema: Webserie e nuovi mercati. Appuntamento a Roma.

    Il 27 marzo a Roma Fabrique presenterà, all’interno della cornice di Spazio 900, il suo nono numero durante una serata unica: si parte alle 18.30 con la tavola rotonda “Le webserie e i nuovi mercati: dall’idea alla distribuzione”, dedicata ai tanti giovani che sperimentano le loro forze creative attraverso il web, dando vita a dei prodotti divenuti in breve tempo virali, ottenendo milioni di visualizzazioni. La tavola rotonda vedrà tra i relatori i responsabili delle più importanti realtà televisive italiane e i produttori delle webserie più innovative del momento.

    Dopo un aperitivo con dj set, dalle 21.00 fino a tarda notte, sul palco si alterneranno musica live (Michele Riondino & The Revolving Bridge,Boxerin Club), proiezioni di cortometraggi e trailer (tra cui il nuovo film diGiorgia Farina “Ho ucciso Napoleone”), Roberto Recchioni e i membri di Uno Studio in Rosso, l’esibizione del corpo di ballo dell’Accademia Nazionale di Danza e ovviamente la presentazione del n. 9 della rivista con tutti i suoi protagonisti.

    Andrea Corsini

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    Edgar Reitz al Bif&st: Il cinema ‘salva’ gli uomini

    E’ probabilmente il film più lungo della storia del cinema, con quasi settanta ore di girato e una lavorazione durata nel complesso oltre trent’anni, da quando il regista iniziò a scriverlo nel 1979 al 2013, anno di uscita dell’ultimo capitolo. E’ Heimat (che vuol dire patria) la serie di film – diventati un cult –  nata con l’intento di ricostruire la storia del Novecento tedesco attraverso le vicende della famiglia Simon e della sua genesi parla oggi Edgar Reitz, protagonista al Bif&st di una delle consuete lezioni di cinema al Petruzzelli di Bari.
    “Non avevamo modelli di riferimento, la generazione del cinema nazista non ci forniva nessun esempio. La mia prima ispirazione fu la nouvelle vague, ma il mio secondo grande modello fu il neorealismo italiano che ha caratterizzato la mia opera fino ad oggi. – racconta il regista che Bari premia con un Fipresci Platinum AwardConoscevo i film di De Sica a memoria”.
    E c’è spazio anche per ricordare L’altra Heimat – Cronaca di un sogno, l’ultimo capitolo della saga, l’antefatto di ciò che viene raccontato nei precedenti episodi (Heimat, Heimat 2 – Cronaca di una giovinezza, Heimat 3 – Cronaca di una svolta epocale), che dopo la presentazione nel 2013 alla Mostra del Cinema di Venezia sbarca in sala per due giorni, il 31 marzo e il 1 aprile.
    Ma prima di Heimat, Reitz fu anche pioniere dell’avanguardia tedesca, un grande sperimentatore del linguaggio cinematografico come nel caso del corto Geschwindigkeit Kino eins: ventitre storie che riflettevano sul concetto di velocità, presentate come le portate di un menu e proiettate all’interno di un bar. “Ci entusiasmava il cinema di genere così creammo dei piccoli episodi, ognuno corrispondente ad un genere e ad uno stile diversi. – ricorda – Nacquero 23 film di lunghezza differente, ma il problema era come poterli far arrivare alla gente: fu allora che conoscemmo il proprietario di un bar con cui organizzammo un mega progetto. Pensammo a un menù di diverse storie ed ogni spettatore avrebbe potuto scegliere dal menù l’episodio da proiettare. Fu eccitante trasformare il bar in cinema e viceversa”.
    E pensare che il destino di Reitz sarebbe stato quello di fare l’ingegnere: “Ci provai, poi però mi iscrissi a un corso di teatro e storia dell’arte e per molti anni mio padre continuò a credere che stessi studiando qualcosa di tecnico”.
    Molto tempo dopo sarebbe arrivato Ora zero, il suo omaggio al neorealismo italiano, la visione del mondo “dalla prospettiva di un dodicenne in bicicletta, un’ immagine che mi ricordava De Sica”.
    Erano gli anni del vuoto politico, non c’erano disposizioni, né leggi, non c’erano i vecchi governanti e neanche i nuovi: “Pensate come potesse essere paradisiaco tutto questo per un ragazzino di dodici anni”.
    Ed era l’epoca zero quando Reitz iniziò a pensare a Heimat: tutto nacque da una bufera di neve che lo bloccò in casa. “Per sfuggire all’atmosfera natalizia che si avvicinava chiesi a dei miei amici di prestarmi il loro appartamento a Nord della Germania. Non era un momento facile, ‘Il sarto di Ulm’ era stato stroncato dalla critica e io iniziavo a chiedermi quale sarebbe stato il mio destino, ero figlio di un orologiaio ma facevo il regista, mi ponevo delle domande e volevo fare chiarezza. Rimasi bloccato in quella casa dalla neve e fu così che cominciai a scrivere la storia della mia famiglia”.
    Erano appena cento pagine: Heimat non era nato per diventare un film, doveva essere semplicemente un racconto ma le cose cambiarono quando Reitz mostrò il manoscritto a un redattore al Festival di Berlino, che gli disse: “C’è del buon materiale per fare qualcosa, ma che ci avrei impiegato almeno tre anni. Non avrei mai immaginato che mi ce ne sarebbero voluti almeno trenta”.

    Il primo Heimat (inizialmente tre episodi che sarebbero alla fine diventati undici) fu un successo enorme con dieci milioni di spettatori in prima serata sulla tv tedesca.
    “Non è il ritratto diretto della mia famiglia ma c’erano ovviamente dei tratti caratteriali che la evocavano; – ci tiene a precisare Reitz – ho creato una mescolanza di tratti prendendo spunto da miei colleghi, amici, parenti o insegnanti e trasferendoli in figure che si ritrovano a vivere però in contesti diversi. C’era una grande quantità di  materiale autobiografico e per questo era necessario prendere una distanza”.

    Lo strumento per raccontare tutto questo? Il tempo, e non quello finito: “Parlo della durata di un tempo in cui ci si muove e che viene misurato attraverso le immagini e i sentimenti”.
    Tutto passa ma non l’incanto del cinema: “Un film – dice – mette nelle condizioni di salvare gli uomini e renderli immortali. Le arti in genere hanno a che fare con la salvezza e il mantenimento di ciò che invece nella vita vera muore. Il cinema riesce a bloccare gli esseri umani nell’immortalità”.
    E sulla possibilità di un quinto Heimat, Reitz confessa: “Da trent’anni tutti i miei film si chiamano Heimat, e se anche il prossimo si intitolasse così nessuno si stupirebbe. E’ come un tetto, è un racconto epico che comprende tutti i temi possibili, la vita, l’amore, la morte…  Io ho cercato di vivere sotto questo tetto, una specie di casa in cui però non hai bisogno di chiudere le porte a chiave proprio come faceva mia nonna, che le lasciava aperte. Quando le chiesi se non avesse paura mi rispose: se chiudo a chiave la porta, arrivano i ladri”.

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    Bif&st 2015: Micaela Ramazzotti, barbarica Crudelia De Mon

    Cattiva, cinica, truccatissima e spietata. Strizzata in tailleur che ricordano Crudelia De Mon, compassata nell’incedere, anaffettiva nei rapporti con gli altri, glaciale come un “sofficino surgelato”, nerissima, scorretta all’occorrenza e determinata: “un traguardo conquistato faticosamente”, dirà nel corso del film. Micaela Ramazzotti si presenta così al Bif&st 2015, nel ruolo inedito dell’eroina vendicativa, dopo le tante donne rassicuranti interpretate fino ad ora: sono gli abiti di Anita , la crudele protagonista di Ho ucciso Napoleone (in sala dal 26 marzo), secondo film di Giorgia Farina, che in molti ricorderanno per il fortunato esordio Amiche da morire, .
    Anita è una manager brillante, è gelida, single, intelligente, veloce, pratica. Il suo unico obiettivo? La carriera. Colleziona un successo dopo l’altro, incamera informazioni con la precisione di una computer, è scaltra, sveglia e non sbaglia un colpo. Almeno fino a quando non si ritrova incinta del suo capo (sposato con una moglie e due figlie) e licenziata. Da qui partirà la sua vendetta dagli esiti decisamente sorprendenti, complice il collega Biagio, un imbranato avvocato con il quale Anita si aprirà al mondo in una lenta riconquista dell’umanità perduta.

    Un ruolo che “mi ha eccitata da impazzire”, racconta la Ramazzotti. “Ho sempre interpretato donne disponibili e accomodanti al mondo maschile, questa volta no. Mi sono lasciata andare fisicamente e mentalmente al mondo di Anita, un mondo visivo e narrativo completamente nuovo per me, che mi ha fatto pensare alle dark comedy americane o a certi film alla Tarantino”.
    Già, perché Ho ucciso Napoleone è irriverente e pulp, feroce e comico, coerente almeno nella sua prima parte, con un gruppo di attori perfettamente in parte e nei panni di personaggi doppi, che non sono ciò che potrebbe sembrare ad un primo sguardo; improbabile invece la svolta thriller e il brusco cambio di registro che ne seguirà.
    Come in Amiche da morire a farla da padrone dettandone ritmi e stile è l’universo femminile, un microcosmo di donne guerriere (Iaia Forte, Elena Sofia Ricci, Thony, Pamela Villoresi) costrette a tirar fuori grinta e unghie in una società ancorata a un retaggio maschilista e superficiale, che le vorrebbe o “completamente virtuose o totalmente fallimentari”. E chissà che in fondo Anita stessa non sia il frutto di queste storture. “Ho voluto rappresentare una donna artefice per la prima volta del proprio fallimento, – spiega la regista – ma che decide di rimboccarsi le maniche. E’ un personaggio contemporaneo in bilico tra chiaro e scuro”. Barbarico e vendicativo più di un uomo, se è vero come diceva Nietzsche che “nella vendetta e nell’amore la donna è più barbarica dell’uomo”.

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    Bif&st 2015: Scola, il cinema? Un bene comune

    Da ragazzo di bottega pensava che il suo destino sarebbe stato fare il calzolaio o il falegname, quando vide davanti ai suoi occhi nascere un paio di scarpe subì una fascinazione che lo avrebbe portato a diventare sì, un artigiano, ma della celluloide. Oggi quel ‘garzone’ ha ottantaquattro anni, si chiama Ettore Scola e nel frattempo è diventato un grande narratore.
    Prima battutista nella redazione del ‘Marc’Aurelio’, poi sceneggiatore di alcuni dei più grandi capolavori del nostro cinema (da Il sorpasso a I mostri) e infine regista soprattutto di penna (C’eravamo tanto amati, Una giornata particolare, La famiglia), Scola non perde occasione per raccontare e ricordare quel cinema. E lo fa anche in occasione del Bif&st di cui è presidente e che questa volta lo ospita con una Lezione di Cinema al Teatro Petruzzelli.
    Una masterclass in cui c’è spazio per la memoria, per l’amarezza ed anche per un accorato appello ai giovani, la componente più importante di questo festival: “Dovete darvi da fare, avete curiosità ed energia, siete giovani e avete delle responsabilità. È ora che questo paese venga raddrizzato e cambiato con le idee. Chi volete che lo faccia? Certo non Renzi. – dice – Siete nati un paese che ha bisogno del vostro aiuto, siete l’unica speranza che abbiamo perché io non ne ho né in Tsipras né nei nostri politici. Manca un progetto comune. Noi lo abbiamo cambiato e venivamo da venti anni di fascismo, oggi nessuno vi chiede di armarvi di mitra e andare in montagna come fecero i nostri padri, non ce n’è bisogno, c’è’ bisogno invece di idee e entusiasmo. Sono felice che vi piaccia il cinema, va bene, ma spero che tra voi ci sia anche qualche calzolaio o falegname, qualcuno che voglia bene a questo paese”. Che è diventato “difficile da amare”.

    Come sarebbe stata la nostra vita senza cinema?
    Majakovskij diceva: “Per molti un film è uno spettacolo, per me una concezione di vita”. L’invenzione del cinema fu accolta tra la diffidenza generale, anche qui in Italia. Cosa saremmo senza il cinema? Difficile dirlo, ma credo ci mancherebbe una fonte di idee, di dubbi, l’umanità stessa sarebbe un vuoto. Il cinema come la letteratura resta un bene comune e necessario soprattutto ai giovani. È questa la sua grande forza, rappresentare idee che il pubblico già ha in parte e affiancarne delle altre.

    Spesso hai parlato bene della fase in cui facevi il ‘negro’ delle sceneggiatura. Ci racconti cosa ha significato per te?
    Era un fatto di ruolo. C’erano tanti comici e tutti quei film venivano scritti da due geni della scrittura, Metz e Marchesi, che buttavano giù le sceneggiature in poco tempo e poi le passavano ai ‘negretti’, cioè ai giovani nelle redazioni dei giornali umoristici ai quali affidavano i copioni per aggiungere gag e battute. Ho cominciato così, da ‘negro’, scrivendo idiozie; mi sarei fatto volentieri un biglietto da visita: ‘Ettore Scola, negro’.
    Ricordo quando andai a casa di Totò: Metz e Marchesi gli lessero una battuta e lui rise. Gli dissero: “E’ di Scola”. La battuta era quella di “Totò Tarzan”: “Io Tarzan, tu Cita, lei bona’. Quella risata fu per me l’ Oscar che poi non avrei mai avuto.

    A un certo punto della tua carriera avresti voluto copiare Steno. Copiare è in qualche modo la possibilità di affinare delle tecniche…
    Copiare è un arte. Raffaello copiò da Michelangelo e dal Perugino. Copiare è importante, perché nessuno sarebbe esistito senza gli altri. Steno era caporedattore al ‘Marc’Aurelio’, decideva su disegni e rubriche, faceva parte di quei modelli da seguire.
    Non ci sono consigli da dare ai giovani che spesso mi chiedono cosa fare, ci sono solo situazioni più o meno favorevoli.
    La mia generazione ha avuto la fortuna di avere dei modelli, gente che ammiravamo e stimavamo, e Steno era uno di loro; i giovani di oggi invece non hanno modelli a cui potersi ispirare.
    All’epoca inoltre ci spingeva un paese e un contesto appena uscito dalla guerra, dal nazismo, un paese che amavamo. Ora è dura dire a un giovane autore di amare l’Italia. Come si fa a dire a un ragazzo di amare il proprio paese?
    Allora c’erano dei colpevoli ben precisi e identificabili, c’erano delle macerie ma sapevamo chi erano i responsabili; adesso non è facile individuare dei colpevoli e diventa difficile per un giovane interpretare la realtà. Perché devi sapere non solo dove vuoi andare ma anche cosa evitare e con chi prendertela.
    Esistono solo delle responsabilità diffuse e collettive di chi non ha saputo interpretare un contesto che andava peggiorando. Come si fa a scrivere un libro o girare un film se non hai qualcuno da prendere di mira, da additare?
    Alle nuove generazioni manca un orizzonte oltre il quale spingere lo sguardo, noi ce l’avevamo; ognuno, il giornalista, lo scrittore, il calzolaio, sapeva nel suo piccolo che in qualche modo bisognava partecipare. Così ci si incontrava, si scambiavano idee e nascevano delle amicizie dove non contavano limiti di età o di livello artistico. Era un lavoro comune e avevamo voglia di fare qualcosa per un paese che amavamo.

    Hai collaborato alla scrittura di diversi film da “Il sorpasso” a “Un americano a Roma”. Ci regali un ricordo di quei set?
    Ero contento dei registi che mettevano in scena i miei copioni, mi piaceva vedere cosa diventavano con loro le mie sceneggiature. Pietrangeli ad esempio aveva una malinconia e uno spessore soltanto suoi, che apparteneva a lui e non alla sceneggiatura; Risi aveva una naturalezza e una leggerezza che gli ho sempre invidiato.
    Mi sarebbe piaciuto dirigere quei film, ma avrei fatto di sicuro peggio, perché non avrei avuto la loro stessa grazia.

    Alcuni tuoi film come “La terrazza” fecero arrabbiare alcuni compagni di partito…
    “La terrazza” raccontava di un gruppo di amici sulla cinquantina, che ogni sabato si incontra su una terrazza e fa un amaro bilancio della propria opera. Era un gruppo di intellettuali scontenti: un giornalista, uno sceneggiatore, un onorevole comunista, un attore e un produttore. Scelsi di raccontare la stessa serata da sei punti di vista differenti.
    Il problema fu che in molti si riconobbero nei protagonisti di quel film; Moravia, Paietta, Beniamino Placido, Scalfari, tutti si incazzarono parecchio, nonostante quei personaggi dovessero essere solo degli archetipi, dei ruoli.
    Era un film politico certo, ma lo sono tutti persino ‘Dumbo’, con la sua rappresentazione della politica della giungla. E’ impossibile prescindere da questa dimensione, perché la politica è vivere associati, è un dato di fatto che gli uomini che si incontrano fanno politica.

    Cosa non era piaciuto a Pertini invece?
    Pertini fu molto duro. Non aveva particolarmente apprezzato il personaggio interpretato da Gassman, un professore con un fratello fascista, che non prende mai posizione, non si espone e non ha neanche il coraggio di dichiararsi alla donna che ama. Si arrabbiò molto perché quell’uomo rappresentava l’italiano che non aveva scelto.

    Hai sempre detto di esserti annoiato a morte sui set. Cosa facevi?
    La noia maggiore era sul set degli altri, non vedevo l’ora di andar via.
    In generale ci sono dei tempi di attesa lunghissimi che all’epoca ognuno riempiva a modo suo; Gassman scriveva i suoi spettacoli, Jack Lemmon passava ore e ore a fare cruciverba, Manfredi era contentissimo perché ripeteva la parte, Mastroianni invece stava al telefono, aveva le tasche gonfie di gettoni perseguitato da questo bisogno di contatto continuo. Sordi si dedicava a dare fastidio a tutti e Troisi cantava canzoni tristi, come lo era lui.

    Avevi annunciato che non avresti fatto più film e poi ti sei smentito regalandoci “Che strano chiamarsi Federico”. Ne farai un altro?
    Avevo detto che non avrei fatto più film finché ci sarebbe stato Berlusconi, proprietario della Medusa, la casa di distribuzione del film che avrei dovuto realizzare. Ma non ero abituato a lavorare come un mecenate, e così scrissi una lettera ai giornali in cui dicevo che non avrei fatto più cinema. Quello su Federico, che feci otto anni dopo, non è un film, ma un biglietto, un album di ricordi per un amico.

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