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    Star Wars, dove eravamo rimasti (Episodi IV-VI)

    Mercoledì il ciclone Star Wars tornerà ad abbattersi sul pianeta per la terza volta nel giro di quasi 40 anni. Per chi volesse rimettersi al pari con le storie della famiglia Skywalker e soci e non avesse il tempo di rivedere i sei film per oltre 13 ore di intrattenimento ecco il riassunto in ordine cronologico dei film della saga dall’episodio I all’episodio VI. Ovviamente per chi volesse recuperare i film l’avvertimento è d’obbligo: i riassunti sono pieni di spoiler.

    Episodio IV: Una nuova speranza (1977), di George Lucas
    Sono passati 19 anni dagli eventi dell’Episodio III e nella galassia si è creata un’alleanza ribelle che contrasta il potere dell’impero e vorrebbe il ritorno alla Repubblica. Un gruppo di spie è riuscito a rubare i piani della Morte Nera, una superarma imperiale capace di distruggere interi pianeti, e a consegnarli a uno dei leader dei ribelli, la principessa di Alderaan Leila Organa (Carrie Fisher). Le forze imperiali riescono a catturarla ma non prima che la principessa affidi i piani e un messaggio al droide C1-P8 che insieme al droide protocollare D-3P0 viene spedito sul pianeta Tatooine alla ricerca del maestro Jedi Obi-Wan. I droidi però, dopo varie peripezie, finiscono in mano  a Luke Skywalker (Mark Hamill), giovane che vive con lo zio nel deserto e che sogna da anni di diventare un pilota. Luke scopre il messaggio e cerca di trovare Obi-Wan (Sir Alec Guinness), ipotizzando che possa essere un vecchio eremita chiamato Ben che abita non troppo lontano da casa. Raggiunto il vecchio, Obi-Wan gli svela di essere un cavaliere jedi e di aver conosciuto in passato il padre di Luke, un jedi anche lui che – racconta Obi-Wan – venne ucciso dall’oscuro Darth Fener, braccio destro dell’imperatore. Obi-Wan decide di portare il messaggio e i piani della Morte Nera sul pianeta Alderaan per consegnarli al padre della principessa Leila, e chiede a Luke di venire con lui. Il giovane rifiuta ma quando torna indietro scopre che i soldati imperiali hanno bruciato la sua casa e ucciso gli zii che lo avevano cresciuto. Decide quindi di raggiungere Obi-Wan e di aiutarlo nella sua impresa con il jedi che in cambio gli propone di addestrarlo all’uso della forza. I due hanno bisogno di un’astronave e si affidano al contrabbandiere Ian Solo (Harrison Ford) e al suo fido alleato, il wookie Chewbacca (Peter Mayhew) comandante del Millennium Falcon definito “il pezzo di ferraglia più veloce della galassia”. Quando i nostri eroi arrivano vicino Alderaan scoprono però che il pianeta è stato distrutto su ordine Darth Fener per dimostrare la potenza della Morte Nera. Ed è proprio la fortezza spaziale dell’impero a catturare con un raggio traente il Millennium Falcon. Lì il droide C1 scoprirà che Leila è imprigionata proprio nelle celle della superarma e così Ian e Luke vanno a salvarla mentre Obi-Wan va a distruggere il raggio traente. Il maestro jedi però si imbatte nel suo vecchio nemico, Darth Fener, e dopo un duello acceso Obi-Wan cade davanti agli occhi di Luke non prima però di aver liberato il Falcon. Luke, Ian, Leila, Chewbacca e i droidi scappano ma finiscono per attirare la Morte Nera su Yavin 4, base segreta dei ribelli, dove in una battaglia disperata e sfruttando il potere appena acquisito della forza, Luke riuscirà a distruggere la temibile arma dell’Impero.

     

    Episodio V: L’Impero colpisce ancora (1980), di Irvin Kershner
    Tre anni dopo gli eventi dell’Episodio IV i ribelli sono stati costretti a spostare la loro base sul pianeta ghiacciato di Hoth mentre l’Impero setaccia la galassia alla loro ricerca. Il maestro Obi-Wan, morto in uno scontro con Darth Fener, appare in sogno a Luke Skywalker invitandolo ad andare sul sistema di Dagobah, alla ricerca di un Jedi di grande potere, il maestro Yoda. La base intanto viene scoperta e attaccata dalle forze imperiali e i ribelli sono costretti a disperdersi. Mentre Luke va in cerca di Yoda, Ian e Leila, che sono sempre più attratti l’uno dall’altra, tentano la fuga disperata a bordo del Millennium Falcon nascondendosi in un campo di asteroidi. A loro insaputa però Darth Vader ha incaricato un gruppo di cacciatori di taglie, tra cui l’infallibile Boba Fett, di ritrovare il Falcon. Ed è proprio Fett a scoprire la nave di Solo diretta verso la Città delle Nuvole, stazione minerariara fluttuante sul pianeta gassoso di Bespin, una struttura di proprietà di Lando Calrissian (Billy Dee Williams), amico di Ian. Le forze dell’impero, avvertite da Fett, hanno però anticipato Ian e Leila e hanno estorto a Lando un accordo. La principessa e il contrabbandiere vengono catturati e usati come esca per attirare Luke Skywalker in una trappola ordita da Darth Fener che si mostra sempre più interessato al destino del giovane jedi in divenire. Intanto Luke è arrivato su Dagobah dove trova un alieno dall’aspetto buffo con cui fa amicizia. Il piccolo essere non è altri che Yoda che a poco a poco svela il suo potere e la sua saggezza addestrando Luke e mettendolo in guardia contro il potere del lato oscuro della forza. Una visione però mostra Leila e Ian in pericolo e Luke accorre sul pianeta Bespin per salvarli. Il piano di Fener è quello di intrappolare Luke in un blocco di grafite ghiacciato e per farlo prova il procedimento con Ian Solo. Prima che il contrabbandiere si incammini verso un atroce destino la principessa gli rivela il suo amore, ricevendo in risposta un semplice “lo so”. Lando, intanto, contrariato con gli imperiali che non hanno rispettato gli accordi e afflitto dai sensi di colpa decide di aiutare Leila a fuggire ma nel frattempo arriva Luke che ha un durissimo confronto con Fener dove gli viene amputata una mano e dove gli viene svelata la verità su suo padre. Anakin Skywalker non è stato ucciso da Darth Fener, Anakin Skywalker è Darth Fener ed è passato al lato oscuro. Fener tenta di portare il figlio dalla sua parte promettendogli un potere oltre ogni immaginazione, un potere che avrebbe permesso loro di sfidare e uccidere l’imperatore stesso, anche lui un potente jedi oscuro. Luke è sconvolto e pur di sfuggire al padre si getta nel condotto principale di areazione della Città delle Nuvole andando verso morte certa. In realtà il giovane Jedi viene salvato da Lando e Leila che scappano a bordo del Millennium Falcon mentre il blocco in grafite con dentro un Ian Solo ancora vivo viene consegnato come premio al cacciatore di taglie Fett che lo consegna a sua volta a Jabba de Hutt, gangster di Tatooine che da anni aveva un contenzioso con il contrabbandiere.

     

    Episodio VI: Il ritorno dello Jedi (1983), di Richard Marquand
    Un anno dopo gli eventi dell’Episodio V Luke, Leila, Chewbacca e Lando hanno rintracciato Ian Solo, ancora intrappolato nel blocco di grafite. Il corpo del contrabbandiere si trova nel covo di Jabba sul pianeta Tatooine. Dopo uno spettacolare salvataggio il gruppo riporta Ian al punto di adunata dei ribelli mentre Luke ritorna sul pianeta Dagobah dove il maestro Yoda, in punto di morte, gli conferma che Darth Fener è suo padre e che al mondo c’è un alro Skywalker. A rispondere agli interrogativi di Luke è lo spirito di Obi-Wan che rivela che Leila è la sorella di Luke che la forza scorre anche in lei, e profetizza che il giovane Jedi dovrà affrontare suo padre ancora una volta. Nel frattempo i ribelli scoprono che l’Impero sta ricostruendo la Morte Nera sotto la supervisione diretta dell’imperatore e l’arma, ancora incompleta, è in orbita attorno alla luna boscosa del pianeta Endor. Per distruggerla però i ribelli devono distruggere prima i generatori di uno scudo che la protegge. Allora una squadra guidata da Ian, Leila e Luke arriva sulla luna boscosa e lì Luke rivela a Leila che sono fratello e sorella e che ha intenzione di lasciare agli altri l’attacco al generatore per confrontarsi direttamente con Fener. Luke si consegna agli imperiali e cerca di convincere suo padre a tornare alla luce ma Fener lo cattura e lo porta sulla Morte Nera al cospetto dell’Imperatore che cerca a sua volta di convertire anche Luke al lato oscuro. Palpatine rivela prima che la Morte Nera è in realtà operativa, nonostante non sia ancora completa, e che i ribelli stanno per cadere in trappola e poi vuole convincere Luke a cedere alla sua rabbia e lo fa combattere contro suo padre. Fener leggendo nella mente del giovane Jedi scopre di avere anche una figlia e minaccia Luke di convertire Leila al lato oscuro innescando la rabbia del giovane Jedi che nello scontro mozza la mano del padre. L’Imperatore invita Luke a uccidere Fener e a prendere il suo posto ma il giovane Skywalker resiste e risponde all’imperatore che lui è un Jedi come lo era stato suo padre. Intanto i ribelli guidati da Ian e Leila attaccano il generatore riuscendo a distruggere lo scudo anche grazie all’aiuto valoroso degli ewok, una popolazione indigena, mentre nello spazio le navi ribelli, condotte in battaglia da Lando alla guida del Millennium Falcon, ingaggiano battaglia contro la fortezza. All’interno della Morte Nera Luke è in balia dell’Imperatore che lo tortura col suo potere. Fener, gravemente ferito dallo scontro con Luke, non sopporta però l’idea di vedere suo figlio morire e con le ultime forze lancia un attacco mortale contro il suo ex maestro nelle arti oscure. Palpatine cade sotto l’attacco di Fener ma non prima di aver inferto un colpo mortale. Luke si libera e cerca di aiutare suo padre che, prima di morire tra le sue braccia, gli chiede di togliergli la maschera. Luke fugge dalla Morte Nera portando via il corpo del padre poco prima che Lando e i ribelli distruggano una volta per tutte la fortezza spaziale. Atterrati sulla luna di Endor gli eroi celebrano la vittoria e durante il funerale di Anakin Skywalker Luke alza lo sguardo ed è sollevato nel vedere lo spirito redento di suo padre al fianco a quelli di Obi-Wan e di Yoda.

    (Per i riassunti degli Episodi I-III vedere qui)

     

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    Star Wars, dove eravamo rimasti (Episodi I-III)

    Mercoledì il ciclone Star Wars torna ad abbattersi sul pianeta con una nuova trilogia, la terza nel giro di quasi 40 anni. Per chi volesse rimettersi in pari con le storie della famiglia Skywalker e soci e non avesse il tempo di rivedere i sei film per oltre 13 ore di intrattenimento ecco il riassunto in ordine cronologico della saga dall’episodio I all’episodio VI. Ovviamente per chi volesse recuperare i film l’avvertimento è d’obbligo: i riassunti sono pieni di spoiler.

    Episodio I: La Minaccia Fantasma (1999), di George Lucas
    La Federazione dei Mercanti ha posto un blocco navale attorno al pianeta Naboo. L’oggetto della disputa è la decisione di tassare alcune rotte commerciali ma la Federazione agisce in combutta con un uomo misterioso che si fa chiamare Lord Sidious. Il cavaliere Jedi Qui-Gon Jinn (Liam Neeson) e il suo allievo Obi-Wan (Ewan McGregor) vengono mandati a dirimere la faccenda ma non riescono a sventare un attacco al pianeta. I due salvano la regina di Naboo, Amidala (Natalie Portman), vorrebbero portarla nella capitale della Repubblica, Coruscant, ma la loro nave viene danneggiata e sono costretti ad atterrare sul pianeta desertico di Tatooine. Lì Qui-Gon scopre un bambino di 8 anni, uno schiavo di nome Anakin Skywalker (Jake Lloyd), che potrebbe diventare un jedi molto potente. Il Cavaliere decide di portarlo con sé per farlo esaminare al gran consiglio dei Jedi guidato dal maestro Yoda che però nutre molti dubbi sul futuro del ragazzo di cui percepisce il grande potere ma anche fortissime emozioni come paura e rabbia, emozioni che potrebbero portare un jedi al lato oscuro. Intanto su Coruscant le proteste della regina Amidala causano la caduta del cancelliere Valorum e l’ascesa di Palpatine (Ian McDiarmid), ambizioso senatore del pianeta Naboo. E mentre le Forze della Federazione si preparano al colpo finale la regina, i due jedi e il piccolo Anakin, tornano sul pianeta per liberarlo. Nella battaglia però Qui-Gon Jinn cadrà sotto i colpi di un jedi oscuro allievo di Lord Sidious, Darth Maul, poi ucciso da Obi-Wan. E con l’ultimo respiro il Jedi chiederà a Obi-Wan di addestrare il piccolo Anakin alle vie della forza nonostante i dubbi del consiglio perché – Qui-Gon Jinn ne è convinto – il ragazzino è il prescelto che porterà l’equilibrio nell’universo.

    Episodio II: L’Attacco dei Cloni (2002), di George Lucas
    Dieci anni dopo gli avvenimenti dell’Episodio I una nuova minaccia mette a rischio l’equilibrio della galassia, si tratta di un movimento separatista guidato da un ex Jedi, il conte Dooku (Christopher Lee). Per arginare l’emorragia di mondi il cancelliere Palpatine ha avanzato la proposta di creare un esercito della Repubblica per affiancare l’ordine dei Jedi che sono troppo pochi per fronteggiare tutti i problemi della galassia. A questa proposta si oppone un gruppo di senatori pacifisti, tra cui la rappresentante del pianeta Naboo, Amidala. Quando però la senatrice si salva da un attentato il consiglio dei jedi ordina al maestro Obi-Wan e al suo giovane allievo Anakin (Hayden Christensen) di proteggere l’ex regina che avevano già conosciuto tanti anni prima. Le strade di maestro e allievo allora si dividono. Anakin si occupa della protezione della senatrice, di cui è segretamente innamorato, mentre le indagini sull’attentato portano Obi-Wan sul lontano pianeta Kamino, dove la popolazione sta clonando da oltre 10 anni un esercito ordinato in segreto dai rappresentanti della Repubblica. Su Naboo intanto scoppia la passione tra Anakin e Amidala, ma l’idillio si spezza quando una visione avverte Anakin che la madre, a cui è profondamente legato, si trova in un pericolo mortale. Anakin e Amidala volano sul pianeta desertico di Tatooine dove il ragazzo scopre che sua madre è stata rapita da una banda di predoni Tusken. Il giovane jedi cerca di salvarla ma la trova agonizzante e dopo un ultimo straziante saluto gli muore tra le braccia. In preda a una rabbia furibonda Anakin si vendica, uccidendo tutti i predoni. Nel frattempo l’indagine di Obi-Wan lo ha portato su Geonosis, pianeta-fonderia dove i separatisti, su ordine del sempre misterioso e incappucciato Lord Sidious, stanno creando un’armata di droidi. Al diffondersi della notizia il senato concede dei poteri speciali al cancelliere Palpatine e vota per la creazione dell’esercito di cloni, le cui prime unità intervengono su Geonosis salvando Obi-Wan, Anakin e Amidala dalle truppe del Conte Dooku, che si scopre un seguace del lato oscuro. Il Conte riesce però a fuggire, portando con sé i piani di un’arma misteriosa, e l’insurrezione si trasforma in un vera guerra. Scoppiano così le cosiddette Guerre dei Cloni. Intanto, a dispetto di tutto, Anakin e Amidala si sposano in segreto sapendo che né i Jedi né il senato galattico approverebbero la loro unione.

    Episodio III: La Vendetta dei Sith (2005), di George Lucas
    Tre anni dopo gli avvenimenti dell’Episodio II la guerra dei Cloni ha raggiunto il suo culmine. Con un attacco a sorpresa i separatisti guidati dal conte Dooku e dal robotico generale Grievous hanno rapito il cancelliere Palpatine. Obi-Wan e Anakin tentano una missione disperata per salvarlo, missione che si conclude quando, su insistenza di Palpatine, Anakin uccide a sangue freddo un conte Dooku ormai arreso. Il giovane viene celebrato come un eroe, finisce per godere della stima e dell’amicizia del cancelliere stesso e scopre anche che la senatrice Amidala, con cui è segretamente sposato, è incinta. Due cose però turbano il giovane e potente Jedi, una visione in cui sua moglie muore di parto, e la decisione del cancelliere di nominarlo suo rappresentante nel consiglio dei Jedi, decisione presa con irritazione dagli stessi maestri che cominciano a diffidare del cancelliere e di Anakin stesso. Mentre Obi-Wan viene mandato a dare la caccia al generale Grievous, rifugiato sul lontano pianeta di Utapau, Anakin finisce sempre più sotto l’ala protettrice di Palpatine che a poco a poco gli svela la sua vera natura. Palpatine è in realtà il signore dei Sith, Lord Sidious, maestro del lato oscuro della Forza, il cui potere potrebbe riportare indietro Amidala dalla morte profetizzata da Anakin. Il giovane, scosso, denuncia inizialmente il cancelliere al consiglio dei Jedi che decidono di intervenire per deporlo, ma quando il maestro Mace Windu sta per uccidere Palpatine è lo stesso Anakin a intervenire e a salvarlo chiedendogli di guidarlo sulla via del lato oscuro. Palpatine, conquistato un nuovo e potentissimo alleato, emana il cosiddetto Ordine 66 e in tutti i pianeti della galassia i cloni, che fino a quel momento avevano combattuto al loro fianco, si rivoltano contro i jedi uccidendoli a tradimento. Gli unici a salvarsi sono Obi-Wan e il maestro Yoda che volano su Coruscant dove Palpatine, denunciando un presunto golpe dei Jedi, dichiara, in nome della sicurezza, la fine della Repubblica e l’inizio di un nuovo Impero Galattico. E mentre Obi-Wan si lancia all’inseguimento dell’ex allievo Anakin, che ora porta un nome da Sith, quello di Darth Fener, Yoda sfida Lord Sidious nella sala del senato galattico. Obi-Wan sconfigge Fener, mutilandolo gravemente ma l’affetto per l’ex allievo gli impedisce di ucciderlo e quando Amidala si trova in punto di morte, dopo essere stata ferita dallo stesso Anakin, il Jedi riesce a salvare i due gemelli a cui la senatrice dà il nome di Luke e Leila. Yoda però non è altrettanto fortunato e riesce a sfuggire a malapena dall’attacco di Sidious. Yoda e Obi-Wan si riuniscono e decidono di affidare la piccola Leila al senatore Bail Organa, principe del pianeta Alderaan e oppositore di Palpatine, e Luke al fratellastro di Anakin, Owen Lars del pianeta Tatooine. Su quest’ultimo sarà lo stesso Obi-Wan a vegliare mentre Yoda si nasconderà in un pianeta sperduto. L’imperatore invece salva Fener rinchiudendo il suo corpo martoriato in un’armatura nera e mostrando al discepolo la nuova superarma che sta per essere costruita dall’impero, la futura Morte Nera.

    (Per il riassunto degli episodi IV-VI vedere qui)

     

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    Torino Film Festival 33: Identità, magia e realismo

    È uno dei pochi luoghi dell’immaginario festivaliero italiano in cui il cinema può ancora essere magia, sperimentazione e qualità. Con i suoi trentatré anni di vita, i circa 4mila film visionati in questa edizione e un budget di poco superiore a quello dello scorso anno – 2milioni e 400 mila contro i due milioni del 2014 – il Torino Film Festival (in programma dal 20 al 28 novembre) conferma il suo spirito giovane e innovativo. A partire dal concorso con 15 lungometraggi di cui 4 italiani: Colpa di Comunismo di Elisabetta Sgarbi, Mia madre fa l’attrice di Mario Balsamo e i due esordi I racconti dell’orso di Samuele Sestieri e Olmo Amato, e Lo scambio di Salvo Cuccia. “Ebbene sì, dopo i 5 film italiani di Cannes e i 4 di Venezia anche noi siamo riusciti a portarne ben 4 nella sezione del concorso, frutto di un lungo lavoro di scavo”, racconta la direttrice Emanuela Martini che ci tiene anche a precisare: “Non c’è un filo rosso o un tema ricorrente tra i film che abbiamo scelto, forse la ricerca di radici, il rapporto con i padri, il classico coming of age, sono la cosa che ritorna più frequentemente e in paesi molto diversi”.
    Il mondo del Torino Film Festival è senza confini: dal Canada (The Waiting Room di Igor Drijaca) alla Siria (Coma di Sara Fattahi) passando per Francia (Coup de Chaud /Heatwave di Raphaël Jacoulot), Belgio (Keeper di Guillaume Senez) e Messico (Sopladora de hojas di Alejandro Iglesias). Non senza prima aver toccato il Regno Unito: è inglese il film di apertura Suffragette, il primo forse a raccontare la lotta delle suffragette per il diritto di voto alle donne. Scritta dalla sceneggiatrice di Shame, Aby Morgan, e diretta da  Sarah Gavron con Carey Mulligan, Helena Bonham-Carter e Meryl Streep la pellicola destinata a raccogliere qualche nomination agli Oscar, ha già inaugurato il London Film Festival e arriverà in Italia a marzo 2016.
    Toccherà all’attrice fiorentina Chiara Francini fare gli onori di casa durante la serata d’apertura, mentre il Guest Director di questa edizione sarà Julien Temple, Gran Premio Torino 2014: “E’ perfetto per questo ruolo, perché non ha la testa a posto – scherza la Martini – Ogni volta che viene a Torino si diverte da matti. Quando glielo proposi l’anno scorso mi rispose: “Quest’anno faccio tre film, non so se ho tempo’. Poi a gennaio quando lo risentii, mi disse:’Ok, posso’”. Temple curerà  la sezione ‘Questioni di vita e di morte’ nata dal suo ultimo film The Ecstasy Of Wilko Johnson sul chitarrista dei Dr. Feelgood,  Wilko Johnson e sulla sua battaglia contro un cancro che sembrava incurabile.
    A Torino arriveranno anche Nicolas Winding Refn, che lascerà per qualche giorno il set del suo Neon Demon per presentare al festival un film a cui è molto legato, Terrore dallo spazio, il cult di fantascienza diretto da Mario Bava nel 1965; Terence Davies che ritirerà il Gran Premio Torino e presenterà il suo recente Sunset Song, epico, imponente, malinconico dramma ambientato nella Scozia della Prima Guerra Mondiale. E forse potrebbe fare capolino anche Madonna: “Farà tre concerti a Torino proprio in quei giorni e ha chiesto a Davide Ferrario di vedere ‘Sex’, che presentiamo al Tff. Non credo però che verrà al cinema Massimo a vederlo – dice ironicamente la direttrice del festival – Magari Ferrario glielo porterà per farglielo vedere”.
    La retrospettiva su Orson Welles, una preapertura il 18 novembre affidata a Bella e perduta di Pietro Marcello e una speciale notte horror, il 22 novembre, faranno il resto.

     

    Per consultare il programma completo clicca qui.

     

     

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    The Lobster: Ode all’amore senza regole

    Il 15 ottobre arriva nelle sale italiane il film del greco Yorgos Lanthimos, Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes. Storia di un amore e delle regole che lo ostacolano interpretata da Colin Farrell e Rachel Weisz.

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    Un amore al di là di ogni costrizione, di ogni imposizione sociale. È una battaglia compassata ma senza quartiere quella combattuta tra i fotogrammi di The Lobster, il film con Colin Farrell e Rachel Weisz che è valso al suo regista, il greco Yorgos Lanthimos, il premio della giuria a Cannes e che ora arriva in Italia grazie a Good Films.
    The Lobster racconta la storia di David (Farrell) che, abbandonato dalla moglie dopo 11 anni di matrimonio, ha 45 giorni di tempo per trovarsi un’altra compagna, pena la trasformazione in un animale a sua scelta. Diviso idealmente in due parti il film ci mostra il protagonista rinchiuso in una sorta di caserma mentale, un hotel che è la versione squallida del resort immortalato da Paolo Sorrentino in Youth, impegnato in una patetica danza d’accoppiamento, anti-erotica sin nelle forme, dove su ogni passo aleggia grave una meccanicità che è la tomba di ogni slancio.
    Ma oltre alla cultura dominante sulla strada di David e dell’amore incombe anche un altro ostacolo, quello di una controcultura fanatica e altrettanto opprimente, ribelle ma arida, impersonata da una leader spietata (la Lea Seydoux del prossimo 007). Ed è su queste due tracce che si muove questa parabola raccontata con mano leggera e piglio grottesco, tra personaggi definiti dai loro difetti fisici e non solo (tra loro spicca l’inquietante donna senza cuore, interpretata dalla greca Angeliki Papoulia), situazioni ai limiti dell’assurdo (dalle dimostrazioni dei vantaggi dell’essere coppia, alla silent disco dei ribelli) e scelte registiche fantasiose e divertenti come la scena iniziale scandita dal ritmo di un tergicristallo. Se proprio un difetto va trovato nella messa alla berlina di questa società che sembra sempre intenzionata a tarpare le ali di chi vuole volare e che per di più non ammette un contraddittorio, è forse che la seconda parte è meno incisiva della prima. La foresta dei ribelli regala meno brividi e meno sorrisi dell’albergo dei conservatori ma ciò non toglie nulla a un film che si ripiglia comunque in un finale aperto ma efficace e che può sfruttare degli ottimi protagonisti, una Rachel Weisz sempre affascinante e talentuosa, e un Colin Farrell misurato e lodevole che, diretto con maestria, abbandona con esiti sorprendenti il suo solito registro.

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    Venezia 72: De Palma, ‘Per sopravvivere in questo settore? Servono ironia e costanza’

    Persistenza, talento, ironia e anche un pizzico di fortuna. Ecco cosa ci vuole per sopravvivere nel mondo del cinema e realizzare i propri sogni. La ricetta arriva da Brian De Palma, protagonista di una giornata di festival ormai alle sue ultime battute: è a lui che quest’anno la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia consegnerà il premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker, dedicato a una personalità che abbia segnato in modo particolarmente originale il cinema contemporaneo.
    Al Lido il regista di Scarface torna tre anni dopo Passion e questa volta è anche il protagonista di un documentario, ‘De Palma’, che ne ripercorre l’intera carriera: una lunga chiacchierata con i registi e amici da oltre dieci anni, Noah Baumbach e Jake Paltrow, che firmano la regia.
    Quaranta ore di girato e tre anni di conversazioni, oltre ad altri cinque per poi completare tutto il film. “Noah e Jake me lo hanno detto in modo molto disinvolto, quindi sono andato nel soggiorno di Jake dove avrebbero fatto le riprese, hanno cominciato a farmi delle domande e io non ho fatto altro che rispondere, così siamo andati avanti per tre anni: per le prime settimane di riprese ho dovuto portare sempre la stessa camicia! Sono stati geniali nell’illustrare la conversazione attraverso immagini e spezzoni di film”. Così De Palma racconta l’inizio di un progetto che rivela aneddoti, curiosità, rimpianti e soprattutto il lato più ironico di un regista diventato leggenda, pioniere di un linguaggio che lasciò il segno nella New Hollywood e che molto deve ad Alfred Hitchcock, il mentore che lo stesso De Palma ama citare in più di un’occasione.
    Quello che più gli manca di quegli anni? La condivisione delle idee: “Ho iniziato a fare il regista con un gruppo di giovani registi, Steven Spielberg, Martin Scorsese, Gorge Lucas; lavoravamo insieme, leggevamo uno le sceneggiature dell’altro, c’era un continuo scambio di idee. Poi ognuno ha preso la sua strada e oggi mi manca un po’ questo cameratismo da cineasti; ma sono fortunato ad avere incontrato Noah e Jake: viviamo a New York, usciamo spesso insieme per parlare di diverse cose del nostro mondo e in un certo senso abbiamo dato vita ad un nuovo gruppo. È così che è nato questo documentario”.
    Un outsider convinto che “per lavorare nel mondo del cinema ci vuole umorismo, ironia e tanta costanza. Bisogna continuare ad andare avanti nonostante quello che vi diranno; per sopravvivere in questo settore sono necessari persistenza, talento e anche un po’ di fortuna”.
    Quella caparbietà che lo ha portato negli ultimi anni a stare lontano dagli Studios e dal trend, comune ormai a molti suoi colleghi, di migrare dal cinema alle serie tv, anche se una volta ci era andato molto vicino: “Avrei dovuto fare un film tv su Joe Paterno con la Hbo: fu un’esperienza pessima! Volevo avere Al Pacino, ma hanno provato a influenzare tutto, mi hanno inviato così tante note al punto da farmi andare via. Trovo questa televisione molto intrusiva!”

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    Venezia 72: Gitai, Israele? E’ un Paese schizofrenico come l’Italia

    In concorso al festival il film del regista Israeliano che ricostruisce l’assassinio di Rabin; applausi all’ anteprima per la stampa.

    Inizia con un minuto di silenzio per ricordare tutte le vittime del conflitto israelo-palestinese la conferenza stampa di Rabin, the last day, il film di Amos Gitai in concorso alla 72° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia che ricostruisce l’assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin nel corso di un comizio a Tel Aviv, la sera del 4 novembre del 1995. Quei tre colpi di pistola che raggiunsero Rabin alle spalle per mano di un esponente dell’estrema destra religiosa, il 25enne Yigal Amir, avrebbero cambiato per sempre il corso della storia, bloccando un processo di pacificazione iniziato con i trattati di Oslo del 1993 e proseguito solo grazie alla caparbietà di Rabin. Impossibile non chiedersi come sarebbe andata altrimenti; è la domanda che ci si farà per tutta la durata del film, lucido, consapevole e geometrico nel ricomporre i fatti combinando le immagini di repertorio con quelle della fiction, in un continuo salto temporale tra presente e passato, perché come ribadisce lo stesso Gitai: “Dobbiamo ricordare e preservare la memoria. Bisogna guardare al passato per trovare la luce che ci guidi verso il futuro”.

    Cosa ha significato l’assassinio di Rabin per Israele?
    La commissione Shamgar, che si occupò delle indagini per far luce sulla morte di Rabin, scrisse una relazione molto lunga: centinaia di pagine, nell’ultima delle quali Shamgar ci mise il cuore sostenendo che quelle tre pallottole avevano cambiato per sempre il destino di Isralele.
    Mi trovo molto d’accordo e credo che abbiamo il dovere di ricordare e riflettere su quel momento di speranza svanita. Guardare al passato per trovare la luce che ci guidi verso il futuro: è questo il senso del film.

    La commissione indagò sulle eventuali falle del sistema di sicurezza. Voi che idea vi siete fatti?
    Non so perché non abbiano funzionato. Quando Oliver Stone fece il film su Kennedy sposò l’idea del complotto; io invece non credo ci sia stato nessuna cospirazione sull’ uccisione di Rabin; era scritto su tutti i muri, fu il frutto dell’incitazione a destabilizzare un leader eletto democraticamente e che non sarebbero riusciti a eliminare in altro modo.

    Come è riuscito a realizzare questa transizione tra il materiale di archivio e la sua opra di regista?
    La sfida fu proprio come trattare questo materiale. Sono partito dal carisma e dall’aura che circondavano Rabin; era un uomo modesto, semplice, viveva in un appartamento di 90 mq. Questo era il centro della sua vita, non volevo incarnarlo in un personaggio da fiction: lui è il buco nero del film, e intorno a questo buco nero abbiamo lavorato. Dal punto di vista narrativo la sfida più complessa era andare su e giù, tra presente e passato. Il film si conclude ad esempio sul presente più recente, con una carrellata di manifesti di Netanyahu, proprio per rafforzare l’idea di una connessione continua tra passato e presente.

    L’origine della violenza è anche all’interno di certi precetti religiosi?
    Israele è un progetto politico e non religioso: bisogna trovare il modo per accomodare la realtà. Raccomanderei ai politici israeliani di attenersi a un progetto politico e non religioso, ascoltando gli altri e non ignorandoli.

    Quale futuro intravede per Israele?
    Rabin aveva avuto ragione a decidere di affrontare il conflitto con i Palestinesi: Israeliani e Palestinesi devono trovare un modus vivendi. Per arrivare alla pace bisogna agire come si fa nei rapporti più intimi, era questo il senso delle parole di Rabin quando parlava di Gaza, come si vede in un filmato che girai io stesso e che ho voluto inserire nella parte finale del film. La cultura, l’ arte e il cinema devono parlare a voce alta e svolgere il proprio ruolo, anche se a volte le pistole hanno ottenuto risultati migliori.

    Dove si trova oggi l’assassino di Rabin?
    Per qualche strano motivo la gente fu molto generosa con Yigal Amir, lo trattarano con tenerezza; per alcuni diventò un mito, ebbe un forte seguito, gli è stato permesso anche di avere un figlio mentre era in prigione e tra qualche anno uscirà. Non volevo renderlo un mito: per me era solo il mezzo della campagna per destabilizzare Rabin e per questo ho deliberatamente scelto di non concentrarmi su di lui.

    Quanta opposizione reale esiste oggi in Israele?
    Israele, come l’Italia, è un Paese schizofrenico: da un lato kitsch, volgare e corrotto come il vostro ex premier, ma dall’altro colto e intelligente. Non è un caso che Berlusconi e Netanyahu fossero amici: avete ispirato il mondo ma non sempre in modo positivo.

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    Venezia 72 – L’attesa, Piero Messina: “Volevo Juliette Binoche sin dall’inizio”

    Si è laureato con una tesi su Sokurov, suona in una band da quando era bambino, la sua seconda passione dopo il cinema è la musica: “quando giro mi capita spesso di pensare alla musica che ci sarà”, racconta presentando L’attesa alla 72° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, primo degli italiani in concorso.
    Piero Messina, classe 1982, siciliano di Caltagirone, al Lido arriva da esordiente ma è già tra i favoriti nella corsa al Leone d’Oro portandosi dietro un nome che leggero non è e che sarà evidente per tutta la durata del film: quello di Paolo Sorrentino, di cui fu assistente alla regia in This Must be the Place e La grande bellezza. Fu proprio su questo set che Messina presentò il copione de L’attesa a Nicola Giuliano della Indigo Film; poi piacque a Medusa ed oggi quella storia nata da un ricordo di infanzia è diventato un film liberamente tratto da ‘La vita che ti diedi’ di Luigi Pirandello.
    Anna (Juliette Binoche) ha appena perso suo figlio, Giuseppe, quando incontra per la prima volta Jeanne (Lou De Laage): arriva da molto lontano, è giovane e dice di essere la ragazza di Giuseppe. Anna non ha mai saputo nulla di Jeanne, ora sa solo che suo figlio l’aveva invitata a trascorrere qualche giorno di vacanza a casa loro. Incapace di accettare una realtà insopportabile e impronunciabile, Anna fingerà che non sia mai successo nulla, lasciando Jeanne nell’attesa che Giuseppe rientri a casa il giorno di Pasqua.
    L’elegia di un’assenza con tutto il dolore e l’intima sofferenza che ne deriva, un lutto da esorcizzare nel corso di una muta sospensione del tempo.

    Come nasce il film e da dove parte?
    Nasce da una serie di suggestioni nate scrivendo e che nel tempo abbiamo cercato di mettere insieme in unico racconto. Il film nasce da una storia che mi raccontò un mio amico anni fa, di un padre che aveva perso un figlio e che aveva deciso di non parlare più di quanto fosse successo, al punto tale da coinvolgere anche tutte le altre persone che gli stavano accanto. Per molto tempo in quella casa nessuno più parlò della morte di quel ragazzo. Questo racconto mi ha subito colpito e spesso sono tornato a rifletterci; il film poi è nato nel momento in cui la storia mi ha rievocato un ricordo di quando ero bambino, e cioè di migliaia di volti trasfigurati dal pianto davanti ad un pezzo di legno. Da piccolo non ne capivo il senso, ma in realtà le due storie hanno qualcosa in comune: quello che c’è in una processione è quello che accade nel film, ovvero la decisione di condividere un’idea e di credere insieme in qualcosa. E quando tante persone condividono un’idea, allora quell’idea diventa reale e credibile.

    E Pirandello?
    È venuto successivamente. Il lavoro di scrittura è stato molto lungo, e abbiamo avuto la fortuna di scrivere la sceneggiatura quando ancora non avevamo un metodo, una deadline o delle ambizioni particolari. Ci sono state decine di stesure tutte diverse tra di loro: all’inizio doveva essere un film su una famiglia, poi era diventato un film in costume. Pirandello è arrivato alla fine, quando un amico mi chiese di leggere alcuni versi sia de L’attesa che de La vita che ti diedi perché, mi disse, raccontava proprio quello che stavamo scrivendo. Di queste storie abbiamo usato poi quegli elementi che ci hanno permesso di chiudere l’ultima stesura prima di farla leggere agli altri.

    Come ha scelto Lou e Juliette?
    Sin dall’inizio, nel mio ideale, Juliette era perfetta per interpretare questo ruolo e, quando mi chiesero chi avrei voluto, feci il suo nome. Lou è stata l’ultima invece a essere provinata, frutto di un lungo lavoro di ricerca: siamo stati a Parigi sei mesi, abbiamo fatto tantissimi provini e non riuscivo a trovare l’attrice perfetta per questa parte. Lou arrivò in ritardo, ero stanco perché avevamo visto molte altre attrici e quando la vidi mi dissi: “Vabbè, non è lei!”. Poi fece una lettura, il provino durò tre ore, accesi la telecamera e iniziai a girare. Era lei, l’avevo trovata.

    La sceneggiatura si basa su un’attesa molto lunga. In un periodo in cui ci sono mezzi di comunicazione che ti permettono di stare sempre connesso risulta difficile immaginare che la ragazza non potesse capire in breve tempo che qualcosa non andava. Come ha risolto questo problema?
    Uno dei motivi per cui una delle stesure era in costume è proprio questo, il fatto che una storia del genere potesse risultare inverosimile ai giorni nostri quando tutti abbiamo a portata di mano cellulari ed internet. Ma non volevo fare un film in costume, mi sembrava un peccato sprecare quest’occasione così. Tutto si è risolto però pensando ad una frase che spesso mi è stata detta: quando hai problema mettilo in scena. Ed è quello che ho fatto: abbiamo pensato a cosa della società reale poteva essere inserito in maniera fertile nel film dal punto di vista narrativo; così invece di evitarlo lo abbiamo affrontato e abbiamo tirato fuori l’idea della segreteria telefonica. Probabilmente il film vive proprio grazie a quell’idea.

    L’ammirazione per la Binoche viene da lontano…
    Ho imparato molto da lei. Una volta mi disse sul set qualcosa che all’inizio poteva sembrare snob: “Io non recito, io sono”. Invece no, riusciva davvero a calarsi in quel dolore e a viverlo. Lei è stato per me uno scandaglio che si immergeva in questo sentimento, tirava sempre fuori qualcosa di diverso, io così dovevo solo osservare e decidere di volta in volta cosa tenere e cosa no. Lei si sporcava le mani e mi dava la possibilità di vivere quel dolore trovando cose nuove, nonostante quello che avevamo già scritto.

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    Venezia 72 – CineCocktail: Giannini alla Wertmuller: “Lina, ti devo tutto”

    Il segreto del suo successo? ‘‘Rubare dai camerini”, rivela con il piglio e l’ironia che le appartiene Lina Wertmuller, protagonista insieme a Giancarlo Giannini di uno degli appuntamenti dei CineCocktail condotto da Claudia Catalli al Lido di Venezia durante i giorni della 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. L’occasione per l’incontro con il pubblico è la presentazione ufficiale di Dietro gli occhiali bianchi il documentario a lei dedicato diretto da Valerio Ruiz (Venezia Classici), in onda su Studio Universal (Mediaset Premium) a inizio 2016.
    Classe 1928, la regista di Mimì mettallurgico si racconta ad una platea di colleghi, amici e fan senza perdere il sarcasmo che le è proprio, e così capita che a chi le chiede perché, visto il successo internazionale, non abbia puntato su Hollywood risponda: ‘‘Vi è mai venuto in mente che preferivo restare in Italia? Noi siamo diversi, siamo cresciuti a spaghetti”. Ad accompagnarla per tutto il tempo Giannini, uno degli attori diretti dalla Wertmuller in più di un capolavoro e che a lei, dice, deve tutta la sua carriera: ”Lina ti devo tutto, sei tu che mi hai inventato, senza di te sarei rimasto perito elettronico”.
    Poi si lascia andare al racconto di qualche curiosità come quello sul remake di Travolti di un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, realizzato nel 2002 da Guy Ritchie per Madonna (allora sua moglie), e intitolato Swept Away (Travolti dal destino): ”Madonna mi ha chiamato tante volte, ma io non ho mai risposto, non ero interessato. Poi mio figlio Adriano mi ha detto che lei gli aveva offerto la parte del protagonista ma lui voleva rifiutare. Io gli ho risposto ‘sei pazzo? In 50 anni non ho mai avuto l’opportunità di prendere a calci Madonna, ora lo puoi fare tu”. Di aneddoti e ricordi ce ne sono tanti, a partire da quelli evocati dal nipote Massimo Wertmuller: ”Nel primo film in cui mi hai diretto, la tinta ai capelli che mi hai fatto fare è venuta un colore tipo carota andata amale. Per mesi a Roma per strada mi prendevano a pernacchie perché non riuscivo a far tornare i capelli normali”.
    “A me mi ha rasato – ricorda Gabriella Pession, che Lina lanciò in Ferdinando e Carolinapoi ha la fissa della sopracciglia, le piacciono folte, quasi unite”.

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    Cannes 2015: Nanni Moretti incanta la Croisette

    Qualcuno lo darebbe già tra i favoriti del Palmares, la stampa straniera lo ha accolto con lacrime e applausi, un vero e proprio colpo di fulmine quello tra Mia Madre di Nanni Moretti, presentato oggi in concorso a Cannes, e la Croisette.
    Ma si sa, i francesi adorano Nanni che proprio qui vinse la Palma d’Oro nel 2001 con La stanza del figlio e che qui ritorna quattro anni dopo Habemus papam. E chissà che su quel palco, che nel 2012 lo ospitò da giurato, non ci risalga ancora una volta da vincitore alla fine di questo festival

    Questa volta ha deciso di farci piangere e ridere allo stesso tempo.
    I miei film hanno sempre contentuto entrambi questi due aspetti, ci sono momenti dolorosi e momenti divertenti, non è una strategia studiata, ma il mio modo di guardare la vita e raccontare la gente.

    In Mia madre si parla del compito del cinema. Qual è secondo lei?
    Penso sia fare buoni film, possibilmente innovativi e che alla fine non ci facciano dire: “Ah, ma questo l’ho già visto trecento volte!”
    Non penso che per fare buoni film ci siano argomenti privilegiati, qualsiasi arogmento può portare a un brutto film o a un bel film.

    L’ultima parola del film è ‘domani’. Al futuro di chi ha pensato? A quello dei personaggi, dell’Europa? E come vede il futuro del cinema italiano?
    Con quel ‘domani’ che dice il personaggio di Giulia Lazzarini non era mia intenzione riferirmi al futuro dell’Europa, ma quasi tutte le interpretazioni sono ammesse. Mia madre è un film su ciò che resta qui, tra di noi, vivi, su questa terra, ed è anche un film su ciò che resta delle persone che se ne vanno: i libri, gli scatoloni, il latino che la nonna insegna alla nipote, i ricordi che gli ex alunni raccontano a Margherita e Giovanni.
    Come vedo il futuro del cinema italiano? Sono molto contento che quest’anno a Cannes ci siano tre film italiani in concorso e che ce ne siano anche nelle altre sezioni, ma mi sembra ancora il frutto di iniziative individuali di singoli registi o produttori, e non tanto il risultato di un fermento, di un clima attorno al cinema che in Italia è invece sempre molto distratto.

    Quanto c’è di lei nel personaggio di Margherita?
    Non ho mai creduto che il protagonista di questo film potesse essere un personaggio maschile, fin dall’inizio ho sempre pensato a una donna e sin dalle prime pagine del soggetto ho pensato a Margherita Buy.
    Mi interessava affidare a questa figura quella spigolosità, quel nervosismo e quel senso di inadeguatezza che spesso ho dato ai personaggi maschili dei mie film. E’ un personaggio che sta sempre da un’altra parte rispetto al posto in cui si trova e che fa fatica. Non è accudente, nè brava a tenere insieme le cose. C’è molto di me nel ruolo di Margherita, mentre Giovanni è la persona che io vorrei essere.

    C’è una continua sovrapposizone tra il piano della realtà e quello della fantasia. Questo scambio tra i vari registri era un elemento presente sin dall’inizio?
    Durante la sceneggiatura abbiamo lavorato molto all’intreccio di vari livelli della narrazione: la realtà, i ricordi, le fantasie. Il tempo del film è il tempo dello stato emotivo di Margherita in cui tutto ha la stessa urgenza e convive nello stesso momento: c’è la preoccupazione per la madre, il dolore, i problemi con la figlia e sul lavoro, ma ci sono anche i suoi sogni. E per questo mi fa piacere che lo spettatore a volte vedendo una scena non si renda subito conto se sia la realtà o la fantasia.

    Come vive la responsabilità di artista nell’interpretare la realtà per il pubblico?
    La conferenza stampa di Margherita è la conferenza di un film politico, quindi quando il personaggio di Margherita dice di non riuscire più a capire e a comprendere il reale, fa riferimento a quella realtà.
    Io ho affrontato invece la realtà da un altro punto di vista: quello dell’emotività, delle pulsioni e delle emozioni. Il mio film é molto diverso da quello che Margherita sta girando.

    Cosa si aspetta dalla stampa straniera?
    Qui o in altri festival internazionali giudicano il mio film e basta, non ci sono interferenze di altro tipo, che possano in qualche modo far pensare al mio personaggio pubblico, alle mie idee politiche o al tasso di simpatia o antipatia. In Italia invece ci sono tanti elementi in più quando si vede un mio film.

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