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    Torino Film Festival 33: Identità, magia e realismo

    È uno dei pochi luoghi dell’immaginario festivaliero italiano in cui il cinema può ancora essere magia, sperimentazione e qualità. Con i suoi trentatré anni di vita, i circa 4mila film visionati in questa edizione e un budget di poco superiore a quello dello scorso anno – 2milioni e 400 mila contro i due milioni del 2014 – il Torino Film Festival (in programma dal 20 al 28 novembre) conferma il suo spirito giovane e innovativo. A partire dal concorso con 15 lungometraggi di cui 4 italiani: Colpa di Comunismo di Elisabetta Sgarbi, Mia madre fa l’attrice di Mario Balsamo e i due esordi I racconti dell’orso di Samuele Sestieri e Olmo Amato, e Lo scambio di Salvo Cuccia. “Ebbene sì, dopo i 5 film italiani di Cannes e i 4 di Venezia anche noi siamo riusciti a portarne ben 4 nella sezione del concorso, frutto di un lungo lavoro di scavo”, racconta la direttrice Emanuela Martini che ci tiene anche a precisare: “Non c’è un filo rosso o un tema ricorrente tra i film che abbiamo scelto, forse la ricerca di radici, il rapporto con i padri, il classico coming of age, sono la cosa che ritorna più frequentemente e in paesi molto diversi”.
    Il mondo del Torino Film Festival è senza confini: dal Canada (The Waiting Room di Igor Drijaca) alla Siria (Coma di Sara Fattahi) passando per Francia (Coup de Chaud /Heatwave di Raphaël Jacoulot), Belgio (Keeper di Guillaume Senez) e Messico (Sopladora de hojas di Alejandro Iglesias). Non senza prima aver toccato il Regno Unito: è inglese il film di apertura Suffragette, il primo forse a raccontare la lotta delle suffragette per il diritto di voto alle donne. Scritta dalla sceneggiatrice di Shame, Aby Morgan, e diretta da  Sarah Gavron con Carey Mulligan, Helena Bonham-Carter e Meryl Streep la pellicola destinata a raccogliere qualche nomination agli Oscar, ha già inaugurato il London Film Festival e arriverà in Italia a marzo 2016.
    Toccherà all’attrice fiorentina Chiara Francini fare gli onori di casa durante la serata d’apertura, mentre il Guest Director di questa edizione sarà Julien Temple, Gran Premio Torino 2014: “E’ perfetto per questo ruolo, perché non ha la testa a posto – scherza la Martini – Ogni volta che viene a Torino si diverte da matti. Quando glielo proposi l’anno scorso mi rispose: “Quest’anno faccio tre film, non so se ho tempo’. Poi a gennaio quando lo risentii, mi disse:’Ok, posso’”. Temple curerà  la sezione ‘Questioni di vita e di morte’ nata dal suo ultimo film The Ecstasy Of Wilko Johnson sul chitarrista dei Dr. Feelgood,  Wilko Johnson e sulla sua battaglia contro un cancro che sembrava incurabile.
    A Torino arriveranno anche Nicolas Winding Refn, che lascerà per qualche giorno il set del suo Neon Demon per presentare al festival un film a cui è molto legato, Terrore dallo spazio, il cult di fantascienza diretto da Mario Bava nel 1965; Terence Davies che ritirerà il Gran Premio Torino e presenterà il suo recente Sunset Song, epico, imponente, malinconico dramma ambientato nella Scozia della Prima Guerra Mondiale. E forse potrebbe fare capolino anche Madonna: “Farà tre concerti a Torino proprio in quei giorni e ha chiesto a Davide Ferrario di vedere ‘Sex’, che presentiamo al Tff. Non credo però che verrà al cinema Massimo a vederlo – dice ironicamente la direttrice del festival – Magari Ferrario glielo porterà per farglielo vedere”.
    La retrospettiva su Orson Welles, una preapertura il 18 novembre affidata a Bella e perduta di Pietro Marcello e una speciale notte horror, il 22 novembre, faranno il resto.

     

    Per consultare il programma completo clicca qui.

     

     

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    The Lobster: Ode all’amore senza regole

    Il 15 ottobre arriva nelle sale italiane il film del greco Yorgos Lanthimos, Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes. Storia di un amore e delle regole che lo ostacolano interpretata da Colin Farrell e Rachel Weisz.

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    Un amore al di là di ogni costrizione, di ogni imposizione sociale. È una battaglia compassata ma senza quartiere quella combattuta tra i fotogrammi di The Lobster, il film con Colin Farrell e Rachel Weisz che è valso al suo regista, il greco Yorgos Lanthimos, il premio della giuria a Cannes e che ora arriva in Italia grazie a Good Films.
    The Lobster racconta la storia di David (Farrell) che, abbandonato dalla moglie dopo 11 anni di matrimonio, ha 45 giorni di tempo per trovarsi un’altra compagna, pena la trasformazione in un animale a sua scelta. Diviso idealmente in due parti il film ci mostra il protagonista rinchiuso in una sorta di caserma mentale, un hotel che è la versione squallida del resort immortalato da Paolo Sorrentino in Youth, impegnato in una patetica danza d’accoppiamento, anti-erotica sin nelle forme, dove su ogni passo aleggia grave una meccanicità che è la tomba di ogni slancio.
    Ma oltre alla cultura dominante sulla strada di David e dell’amore incombe anche un altro ostacolo, quello di una controcultura fanatica e altrettanto opprimente, ribelle ma arida, impersonata da una leader spietata (la Lea Seydoux del prossimo 007). Ed è su queste due tracce che si muove questa parabola raccontata con mano leggera e piglio grottesco, tra personaggi definiti dai loro difetti fisici e non solo (tra loro spicca l’inquietante donna senza cuore, interpretata dalla greca Angeliki Papoulia), situazioni ai limiti dell’assurdo (dalle dimostrazioni dei vantaggi dell’essere coppia, alla silent disco dei ribelli) e scelte registiche fantasiose e divertenti come la scena iniziale scandita dal ritmo di un tergicristallo. Se proprio un difetto va trovato nella messa alla berlina di questa società che sembra sempre intenzionata a tarpare le ali di chi vuole volare e che per di più non ammette un contraddittorio, è forse che la seconda parte è meno incisiva della prima. La foresta dei ribelli regala meno brividi e meno sorrisi dell’albergo dei conservatori ma ciò non toglie nulla a un film che si ripiglia comunque in un finale aperto ma efficace e che può sfruttare degli ottimi protagonisti, una Rachel Weisz sempre affascinante e talentuosa, e un Colin Farrell misurato e lodevole che, diretto con maestria, abbandona con esiti sorprendenti il suo solito registro.

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    Venezia 72: De Palma, ‘Per sopravvivere in questo settore? Servono ironia e costanza’

    Persistenza, talento, ironia e anche un pizzico di fortuna. Ecco cosa ci vuole per sopravvivere nel mondo del cinema e realizzare i propri sogni. La ricetta arriva da Brian De Palma, protagonista di una giornata di festival ormai alle sue ultime battute: è a lui che quest’anno la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia consegnerà il premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker, dedicato a una personalità che abbia segnato in modo particolarmente originale il cinema contemporaneo.
    Al Lido il regista di Scarface torna tre anni dopo Passion e questa volta è anche il protagonista di un documentario, ‘De Palma’, che ne ripercorre l’intera carriera: una lunga chiacchierata con i registi e amici da oltre dieci anni, Noah Baumbach e Jake Paltrow, che firmano la regia.
    Quaranta ore di girato e tre anni di conversazioni, oltre ad altri cinque per poi completare tutto il film. “Noah e Jake me lo hanno detto in modo molto disinvolto, quindi sono andato nel soggiorno di Jake dove avrebbero fatto le riprese, hanno cominciato a farmi delle domande e io non ho fatto altro che rispondere, così siamo andati avanti per tre anni: per le prime settimane di riprese ho dovuto portare sempre la stessa camicia! Sono stati geniali nell’illustrare la conversazione attraverso immagini e spezzoni di film”. Così De Palma racconta l’inizio di un progetto che rivela aneddoti, curiosità, rimpianti e soprattutto il lato più ironico di un regista diventato leggenda, pioniere di un linguaggio che lasciò il segno nella New Hollywood e che molto deve ad Alfred Hitchcock, il mentore che lo stesso De Palma ama citare in più di un’occasione.
    Quello che più gli manca di quegli anni? La condivisione delle idee: “Ho iniziato a fare il regista con un gruppo di giovani registi, Steven Spielberg, Martin Scorsese, Gorge Lucas; lavoravamo insieme, leggevamo uno le sceneggiature dell’altro, c’era un continuo scambio di idee. Poi ognuno ha preso la sua strada e oggi mi manca un po’ questo cameratismo da cineasti; ma sono fortunato ad avere incontrato Noah e Jake: viviamo a New York, usciamo spesso insieme per parlare di diverse cose del nostro mondo e in un certo senso abbiamo dato vita ad un nuovo gruppo. È così che è nato questo documentario”.
    Un outsider convinto che “per lavorare nel mondo del cinema ci vuole umorismo, ironia e tanta costanza. Bisogna continuare ad andare avanti nonostante quello che vi diranno; per sopravvivere in questo settore sono necessari persistenza, talento e anche un po’ di fortuna”.
    Quella caparbietà che lo ha portato negli ultimi anni a stare lontano dagli Studios e dal trend, comune ormai a molti suoi colleghi, di migrare dal cinema alle serie tv, anche se una volta ci era andato molto vicino: “Avrei dovuto fare un film tv su Joe Paterno con la Hbo: fu un’esperienza pessima! Volevo avere Al Pacino, ma hanno provato a influenzare tutto, mi hanno inviato così tante note al punto da farmi andare via. Trovo questa televisione molto intrusiva!”

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    Venezia 72: Gitai, Israele? E’ un Paese schizofrenico come l’Italia

    In concorso al festival il film del regista Israeliano che ricostruisce l’assassinio di Rabin; applausi all’ anteprima per la stampa.

    Inizia con un minuto di silenzio per ricordare tutte le vittime del conflitto israelo-palestinese la conferenza stampa di Rabin, the last day, il film di Amos Gitai in concorso alla 72° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia che ricostruisce l’assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin nel corso di un comizio a Tel Aviv, la sera del 4 novembre del 1995. Quei tre colpi di pistola che raggiunsero Rabin alle spalle per mano di un esponente dell’estrema destra religiosa, il 25enne Yigal Amir, avrebbero cambiato per sempre il corso della storia, bloccando un processo di pacificazione iniziato con i trattati di Oslo del 1993 e proseguito solo grazie alla caparbietà di Rabin. Impossibile non chiedersi come sarebbe andata altrimenti; è la domanda che ci si farà per tutta la durata del film, lucido, consapevole e geometrico nel ricomporre i fatti combinando le immagini di repertorio con quelle della fiction, in un continuo salto temporale tra presente e passato, perché come ribadisce lo stesso Gitai: “Dobbiamo ricordare e preservare la memoria. Bisogna guardare al passato per trovare la luce che ci guidi verso il futuro”.

    Cosa ha significato l’assassinio di Rabin per Israele?
    La commissione Shamgar, che si occupò delle indagini per far luce sulla morte di Rabin, scrisse una relazione molto lunga: centinaia di pagine, nell’ultima delle quali Shamgar ci mise il cuore sostenendo che quelle tre pallottole avevano cambiato per sempre il destino di Isralele.
    Mi trovo molto d’accordo e credo che abbiamo il dovere di ricordare e riflettere su quel momento di speranza svanita. Guardare al passato per trovare la luce che ci guidi verso il futuro: è questo il senso del film.

    La commissione indagò sulle eventuali falle del sistema di sicurezza. Voi che idea vi siete fatti?
    Non so perché non abbiano funzionato. Quando Oliver Stone fece il film su Kennedy sposò l’idea del complotto; io invece non credo ci sia stato nessuna cospirazione sull’ uccisione di Rabin; era scritto su tutti i muri, fu il frutto dell’incitazione a destabilizzare un leader eletto democraticamente e che non sarebbero riusciti a eliminare in altro modo.

    Come è riuscito a realizzare questa transizione tra il materiale di archivio e la sua opra di regista?
    La sfida fu proprio come trattare questo materiale. Sono partito dal carisma e dall’aura che circondavano Rabin; era un uomo modesto, semplice, viveva in un appartamento di 90 mq. Questo era il centro della sua vita, non volevo incarnarlo in un personaggio da fiction: lui è il buco nero del film, e intorno a questo buco nero abbiamo lavorato. Dal punto di vista narrativo la sfida più complessa era andare su e giù, tra presente e passato. Il film si conclude ad esempio sul presente più recente, con una carrellata di manifesti di Netanyahu, proprio per rafforzare l’idea di una connessione continua tra passato e presente.

    L’origine della violenza è anche all’interno di certi precetti religiosi?
    Israele è un progetto politico e non religioso: bisogna trovare il modo per accomodare la realtà. Raccomanderei ai politici israeliani di attenersi a un progetto politico e non religioso, ascoltando gli altri e non ignorandoli.

    Quale futuro intravede per Israele?
    Rabin aveva avuto ragione a decidere di affrontare il conflitto con i Palestinesi: Israeliani e Palestinesi devono trovare un modus vivendi. Per arrivare alla pace bisogna agire come si fa nei rapporti più intimi, era questo il senso delle parole di Rabin quando parlava di Gaza, come si vede in un filmato che girai io stesso e che ho voluto inserire nella parte finale del film. La cultura, l’ arte e il cinema devono parlare a voce alta e svolgere il proprio ruolo, anche se a volte le pistole hanno ottenuto risultati migliori.

    Dove si trova oggi l’assassino di Rabin?
    Per qualche strano motivo la gente fu molto generosa con Yigal Amir, lo trattarano con tenerezza; per alcuni diventò un mito, ebbe un forte seguito, gli è stato permesso anche di avere un figlio mentre era in prigione e tra qualche anno uscirà. Non volevo renderlo un mito: per me era solo il mezzo della campagna per destabilizzare Rabin e per questo ho deliberatamente scelto di non concentrarmi su di lui.

    Quanta opposizione reale esiste oggi in Israele?
    Israele, come l’Italia, è un Paese schizofrenico: da un lato kitsch, volgare e corrotto come il vostro ex premier, ma dall’altro colto e intelligente. Non è un caso che Berlusconi e Netanyahu fossero amici: avete ispirato il mondo ma non sempre in modo positivo.

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    Venezia 72 – L’attesa, Piero Messina: “Volevo Juliette Binoche sin dall’inizio”

    Si è laureato con una tesi su Sokurov, suona in una band da quando era bambino, la sua seconda passione dopo il cinema è la musica: “quando giro mi capita spesso di pensare alla musica che ci sarà”, racconta presentando L’attesa alla 72° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, primo degli italiani in concorso.
    Piero Messina, classe 1982, siciliano di Caltagirone, al Lido arriva da esordiente ma è già tra i favoriti nella corsa al Leone d’Oro portandosi dietro un nome che leggero non è e che sarà evidente per tutta la durata del film: quello di Paolo Sorrentino, di cui fu assistente alla regia in This Must be the Place e La grande bellezza. Fu proprio su questo set che Messina presentò il copione de L’attesa a Nicola Giuliano della Indigo Film; poi piacque a Medusa ed oggi quella storia nata da un ricordo di infanzia è diventato un film liberamente tratto da ‘La vita che ti diedi’ di Luigi Pirandello.
    Anna (Juliette Binoche) ha appena perso suo figlio, Giuseppe, quando incontra per la prima volta Jeanne (Lou De Laage): arriva da molto lontano, è giovane e dice di essere la ragazza di Giuseppe. Anna non ha mai saputo nulla di Jeanne, ora sa solo che suo figlio l’aveva invitata a trascorrere qualche giorno di vacanza a casa loro. Incapace di accettare una realtà insopportabile e impronunciabile, Anna fingerà che non sia mai successo nulla, lasciando Jeanne nell’attesa che Giuseppe rientri a casa il giorno di Pasqua.
    L’elegia di un’assenza con tutto il dolore e l’intima sofferenza che ne deriva, un lutto da esorcizzare nel corso di una muta sospensione del tempo.

    Come nasce il film e da dove parte?
    Nasce da una serie di suggestioni nate scrivendo e che nel tempo abbiamo cercato di mettere insieme in unico racconto. Il film nasce da una storia che mi raccontò un mio amico anni fa, di un padre che aveva perso un figlio e che aveva deciso di non parlare più di quanto fosse successo, al punto tale da coinvolgere anche tutte le altre persone che gli stavano accanto. Per molto tempo in quella casa nessuno più parlò della morte di quel ragazzo. Questo racconto mi ha subito colpito e spesso sono tornato a rifletterci; il film poi è nato nel momento in cui la storia mi ha rievocato un ricordo di quando ero bambino, e cioè di migliaia di volti trasfigurati dal pianto davanti ad un pezzo di legno. Da piccolo non ne capivo il senso, ma in realtà le due storie hanno qualcosa in comune: quello che c’è in una processione è quello che accade nel film, ovvero la decisione di condividere un’idea e di credere insieme in qualcosa. E quando tante persone condividono un’idea, allora quell’idea diventa reale e credibile.

    E Pirandello?
    È venuto successivamente. Il lavoro di scrittura è stato molto lungo, e abbiamo avuto la fortuna di scrivere la sceneggiatura quando ancora non avevamo un metodo, una deadline o delle ambizioni particolari. Ci sono state decine di stesure tutte diverse tra di loro: all’inizio doveva essere un film su una famiglia, poi era diventato un film in costume. Pirandello è arrivato alla fine, quando un amico mi chiese di leggere alcuni versi sia de L’attesa che de La vita che ti diedi perché, mi disse, raccontava proprio quello che stavamo scrivendo. Di queste storie abbiamo usato poi quegli elementi che ci hanno permesso di chiudere l’ultima stesura prima di farla leggere agli altri.

    Come ha scelto Lou e Juliette?
    Sin dall’inizio, nel mio ideale, Juliette era perfetta per interpretare questo ruolo e, quando mi chiesero chi avrei voluto, feci il suo nome. Lou è stata l’ultima invece a essere provinata, frutto di un lungo lavoro di ricerca: siamo stati a Parigi sei mesi, abbiamo fatto tantissimi provini e non riuscivo a trovare l’attrice perfetta per questa parte. Lou arrivò in ritardo, ero stanco perché avevamo visto molte altre attrici e quando la vidi mi dissi: “Vabbè, non è lei!”. Poi fece una lettura, il provino durò tre ore, accesi la telecamera e iniziai a girare. Era lei, l’avevo trovata.

    La sceneggiatura si basa su un’attesa molto lunga. In un periodo in cui ci sono mezzi di comunicazione che ti permettono di stare sempre connesso risulta difficile immaginare che la ragazza non potesse capire in breve tempo che qualcosa non andava. Come ha risolto questo problema?
    Uno dei motivi per cui una delle stesure era in costume è proprio questo, il fatto che una storia del genere potesse risultare inverosimile ai giorni nostri quando tutti abbiamo a portata di mano cellulari ed internet. Ma non volevo fare un film in costume, mi sembrava un peccato sprecare quest’occasione così. Tutto si è risolto però pensando ad una frase che spesso mi è stata detta: quando hai problema mettilo in scena. Ed è quello che ho fatto: abbiamo pensato a cosa della società reale poteva essere inserito in maniera fertile nel film dal punto di vista narrativo; così invece di evitarlo lo abbiamo affrontato e abbiamo tirato fuori l’idea della segreteria telefonica. Probabilmente il film vive proprio grazie a quell’idea.

    L’ammirazione per la Binoche viene da lontano…
    Ho imparato molto da lei. Una volta mi disse sul set qualcosa che all’inizio poteva sembrare snob: “Io non recito, io sono”. Invece no, riusciva davvero a calarsi in quel dolore e a viverlo. Lei è stato per me uno scandaglio che si immergeva in questo sentimento, tirava sempre fuori qualcosa di diverso, io così dovevo solo osservare e decidere di volta in volta cosa tenere e cosa no. Lei si sporcava le mani e mi dava la possibilità di vivere quel dolore trovando cose nuove, nonostante quello che avevamo già scritto.

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    Venezia 72 – CineCocktail: Giannini alla Wertmuller: “Lina, ti devo tutto”

    Il segreto del suo successo? ‘‘Rubare dai camerini”, rivela con il piglio e l’ironia che le appartiene Lina Wertmuller, protagonista insieme a Giancarlo Giannini di uno degli appuntamenti dei CineCocktail condotto da Claudia Catalli al Lido di Venezia durante i giorni della 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. L’occasione per l’incontro con il pubblico è la presentazione ufficiale di Dietro gli occhiali bianchi il documentario a lei dedicato diretto da Valerio Ruiz (Venezia Classici), in onda su Studio Universal (Mediaset Premium) a inizio 2016.
    Classe 1928, la regista di Mimì mettallurgico si racconta ad una platea di colleghi, amici e fan senza perdere il sarcasmo che le è proprio, e così capita che a chi le chiede perché, visto il successo internazionale, non abbia puntato su Hollywood risponda: ‘‘Vi è mai venuto in mente che preferivo restare in Italia? Noi siamo diversi, siamo cresciuti a spaghetti”. Ad accompagnarla per tutto il tempo Giannini, uno degli attori diretti dalla Wertmuller in più di un capolavoro e che a lei, dice, deve tutta la sua carriera: ”Lina ti devo tutto, sei tu che mi hai inventato, senza di te sarei rimasto perito elettronico”.
    Poi si lascia andare al racconto di qualche curiosità come quello sul remake di Travolti di un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, realizzato nel 2002 da Guy Ritchie per Madonna (allora sua moglie), e intitolato Swept Away (Travolti dal destino): ”Madonna mi ha chiamato tante volte, ma io non ho mai risposto, non ero interessato. Poi mio figlio Adriano mi ha detto che lei gli aveva offerto la parte del protagonista ma lui voleva rifiutare. Io gli ho risposto ‘sei pazzo? In 50 anni non ho mai avuto l’opportunità di prendere a calci Madonna, ora lo puoi fare tu”. Di aneddoti e ricordi ce ne sono tanti, a partire da quelli evocati dal nipote Massimo Wertmuller: ”Nel primo film in cui mi hai diretto, la tinta ai capelli che mi hai fatto fare è venuta un colore tipo carota andata amale. Per mesi a Roma per strada mi prendevano a pernacchie perché non riuscivo a far tornare i capelli normali”.
    “A me mi ha rasato – ricorda Gabriella Pession, che Lina lanciò in Ferdinando e Carolinapoi ha la fissa della sopracciglia, le piacciono folte, quasi unite”.

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    Cannes 2015: Nanni Moretti incanta la Croisette

    Qualcuno lo darebbe già tra i favoriti del Palmares, la stampa straniera lo ha accolto con lacrime e applausi, un vero e proprio colpo di fulmine quello tra Mia Madre di Nanni Moretti, presentato oggi in concorso a Cannes, e la Croisette.
    Ma si sa, i francesi adorano Nanni che proprio qui vinse la Palma d’Oro nel 2001 con La stanza del figlio e che qui ritorna quattro anni dopo Habemus papam. E chissà che su quel palco, che nel 2012 lo ospitò da giurato, non ci risalga ancora una volta da vincitore alla fine di questo festival

    Questa volta ha deciso di farci piangere e ridere allo stesso tempo.
    I miei film hanno sempre contentuto entrambi questi due aspetti, ci sono momenti dolorosi e momenti divertenti, non è una strategia studiata, ma il mio modo di guardare la vita e raccontare la gente.

    In Mia madre si parla del compito del cinema. Qual è secondo lei?
    Penso sia fare buoni film, possibilmente innovativi e che alla fine non ci facciano dire: “Ah, ma questo l’ho già visto trecento volte!”
    Non penso che per fare buoni film ci siano argomenti privilegiati, qualsiasi arogmento può portare a un brutto film o a un bel film.

    L’ultima parola del film è ‘domani’. Al futuro di chi ha pensato? A quello dei personaggi, dell’Europa? E come vede il futuro del cinema italiano?
    Con quel ‘domani’ che dice il personaggio di Giulia Lazzarini non era mia intenzione riferirmi al futuro dell’Europa, ma quasi tutte le interpretazioni sono ammesse. Mia madre è un film su ciò che resta qui, tra di noi, vivi, su questa terra, ed è anche un film su ciò che resta delle persone che se ne vanno: i libri, gli scatoloni, il latino che la nonna insegna alla nipote, i ricordi che gli ex alunni raccontano a Margherita e Giovanni.
    Come vedo il futuro del cinema italiano? Sono molto contento che quest’anno a Cannes ci siano tre film italiani in concorso e che ce ne siano anche nelle altre sezioni, ma mi sembra ancora il frutto di iniziative individuali di singoli registi o produttori, e non tanto il risultato di un fermento, di un clima attorno al cinema che in Italia è invece sempre molto distratto.

    Quanto c’è di lei nel personaggio di Margherita?
    Non ho mai creduto che il protagonista di questo film potesse essere un personaggio maschile, fin dall’inizio ho sempre pensato a una donna e sin dalle prime pagine del soggetto ho pensato a Margherita Buy.
    Mi interessava affidare a questa figura quella spigolosità, quel nervosismo e quel senso di inadeguatezza che spesso ho dato ai personaggi maschili dei mie film. E’ un personaggio che sta sempre da un’altra parte rispetto al posto in cui si trova e che fa fatica. Non è accudente, nè brava a tenere insieme le cose. C’è molto di me nel ruolo di Margherita, mentre Giovanni è la persona che io vorrei essere.

    C’è una continua sovrapposizone tra il piano della realtà e quello della fantasia. Questo scambio tra i vari registri era un elemento presente sin dall’inizio?
    Durante la sceneggiatura abbiamo lavorato molto all’intreccio di vari livelli della narrazione: la realtà, i ricordi, le fantasie. Il tempo del film è il tempo dello stato emotivo di Margherita in cui tutto ha la stessa urgenza e convive nello stesso momento: c’è la preoccupazione per la madre, il dolore, i problemi con la figlia e sul lavoro, ma ci sono anche i suoi sogni. E per questo mi fa piacere che lo spettatore a volte vedendo una scena non si renda subito conto se sia la realtà o la fantasia.

    Come vive la responsabilità di artista nell’interpretare la realtà per il pubblico?
    La conferenza stampa di Margherita è la conferenza di un film politico, quindi quando il personaggio di Margherita dice di non riuscire più a capire e a comprendere il reale, fa riferimento a quella realtà.
    Io ho affrontato invece la realtà da un altro punto di vista: quello dell’emotività, delle pulsioni e delle emozioni. Il mio film é molto diverso da quello che Margherita sta girando.

    Cosa si aspetta dalla stampa straniera?
    Qui o in altri festival internazionali giudicano il mio film e basta, non ci sono interferenze di altro tipo, che possano in qualche modo far pensare al mio personaggio pubblico, alle mie idee politiche o al tasso di simpatia o antipatia. In Italia invece ci sono tanti elementi in più quando si vede un mio film.

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    Mia madre: ‘Semplicemente’ Nanni

    In sala dal 16 aprile il nuovo film di Nanni Moretti. Opera omnia e dichiaratamente autobiografica, che colpisce per semplicità e levità del racconto.

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    Da Cannes avrebbe “accettato tutto”. E a Cannes Nanni Moretti ci è finito dritto in concorso, quattro anni dopo Habemus Papam e con il suo dodicesimo film, Mia madre, in sala dal 16 aprile.
    Un’opera omnia, dichiaratamente autobiografica, che colpisce per semplicità e levità del racconto, commuove per le infinite sfumature della vita di cui si fa portatrice, e dove Moretti si fa da parte proseguendo il percorso iniziato già con l’inadeguato Papa Michel Piccoli.
    Così succede che Nanni ritagli per sé un ruolo più defilato, di chi sceglie di ‘stare accanto’: quello di Giovanni, il mite e rassegnato fratello della protagonista Margherita (Margherita Buy), regista divisa tra il set del suo prossimo film su una fabbrica occupata dai suoi operai sull’orlo del licenziamento, una figlia adolescente, una separazione in corso e le visite alla madre morente in ospedale.

    È a lei che questa volta il regista di Caro Diario affida le sue isterie, sogni, ricordi, farfugliamenti, preoccupazioni, paure, perché in fondo lui è “lo stesso di 40 anni fa. Il giorno prima delle riprese faccio sempre gli stessi incubi”, ha ribadito durante la conferenza stampa del film.
    La Buy, neanche troppo velatamente alter ego di Moretti, ne incarna gesti, tic, incertezze e quel senso di inadeguatezza alla vita che in questo caso si traduce nella disperata incapacità della protagonista di accettare la perdita della propria madre. Una madre umana, vera e reale, una professoressa di latino che si avvia più o meno consapevolmente verso la fine, personaggio la cui grazia deriva in gran parte dall’interpretazione candidamente disarmante di Giulia Lazzarini.

    Mia madre finisce per essere il film più intimo di Moretti e dentro c’è tutto il Nanni- pensiero: ci sono i girotondi, le crisi, la politica, la vita, la morte, il dolore della separazione, l’autoironia, la perdita dell’innocenza, la passione per la parola (perché “le parole sono importanti!”, come tuonava Michele Apicella in Palombella Rossa). E soprattutto c’è il suo cinema maniacale, personalissimo e scritto riga per riga insieme a collaboratori storici come Valia Santella e Francesco Piccolo.
    Una storia universale che da un lato fa spazio alla dimensione più privata e amara, e dall’altra cede il passo al meta cinematografico con cui il Moretti regista prende in giro se stesso, affidando la dissacrazione del suo cinema ai siparietti tra Margherita Buy e John Turturro, macchietta della star Hollywoodiana capricciosa e innamorata di Antonioni, Rossellini e Fellini, incapace di ricordare una sola battuta del copione, ma a suo modo inadeguato e semplicemente vittima – si scoprirà in seguito – di una memoria che perde pezzi.
    “Margherita, fai qualcosa di nuovo, di diverso, rompi almeno un tuo schema, uno su duecento!”, urla Giovanni alla sorella. E forse questa volta qualcuno dei suoi schemi Moretti lo ha rotto.

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    Nuovo Cinema Aquila di Roma: Resistere, resistere, resistere…

    Nessun rischio chiusura per il Nuovo Cinema Aquila di Roma. Niente barricate, nessun ‘Cinema America’, ma un bando destinato a cooperative sociali indetto a breve – forse entro la fine della prossima settimana – per una nuova gestione.
    Una soluzione che arriva alcuni giorni dopo la revoca della concessione notificata il 27 aprile dal Comune di Roma al consorzio Sol. Co, che dal 2005 gestisce la struttura confiscata alla Banda della Magliana.
    L’ordine di sgombero entro il 9 giugno era arrivato ben tre anni prima della regolare scadenza del contratto. Il motivo? Una irregolarità riscontrata nella sua gestione e cioè la sub concessione da parte di Sol. Co ad una delle cooperative, la N.C.A., che opera al suo interno.
    “Conosciamo bene l’importanza che il Nuovo Cinema Aquila ricopre non solo per il territorio del Municipio ma anche a livello nazionale. – rassicura l’assessore al Municipio V Nunzia CastelloL’assessore alla Cultura Giovanna Marinelli ha compreso la funzione di questo cinema, una realtà che dà opportunità non solo a chi fa cinema indipendente ma anche a chi lo fruisce. L’amministrazione non poteva chiudere gli occhi di fronte all’ irregolarità commessa; una Commissione sta lavorando a un nuovo bando per la gestione della struttura diretto a cooperative sociali, sarà nostra priorità salvaguardare l’identità culturale del Nuovo Cinema Aquila e garantirne una certa continuità”. Una cosa sembrerebbe certa, almeno a parole: in attesa della nuova assegnazione la programmazione andrà avanti regolarmente e nessuno verrà mandato a casa.  

    Ma nonostante le rassicurazioni la mobilitazione al Nuovo Cinema Aquila continua come la raccolta firme dei giorni scorsi, arrivate a quota tremila; mentre non si placano i dubbi e le paure dei lavoratori, leciti e plausibili in un paese dove teatri e cinema fanno spazio a sale bingo e dove la sfiducia nelle istituzioni è diventata ormai un sentimento radicato. Il paese dei paradossi, dove non si capisce per quale motivo un Comune non abbia fatto pervenire una diffida prima di procedere alla più sbrigativa notifica di sgombero.
    La gente del Nuovo Cinema Aquila vuole garanzie, chiede la continuità di un progetto culturale e la tutela delle professionalità senza le quali quella sala non sarebbe mai diventata quello che è oggi, un punto di riferimento per il cinema indipendente italiano. “Non penso di aver commesso errori. Ci costituiremo parte civile contro il comune e i dirigenti, denunceremo qualsiasi forma di diffamazione – fa sapere il direttore Fabio Meloni, facendo riferimento alla campagna che nei mesi scorsi ha associato il Nuovo Cinema Aquila ai fatti di Mafia Capitale –  Questo cinema non ci è stato regalato, abbiamo vinto un ricorso al Tar nel 2005, non abbiamo mai avuto rapporti con Carminati o Buzzi. Oggi ci dimettiamo inoltre come cooperativa dal consorzio Sol. Co, perché non ci ha reso partecipi di ciò che stava succedendo, c’erano troppe cose che non sapevamo”. E annuncia: “Parteciperemo al nuovo bando”.
    In molti si chiedono quali possibilità abbiano di vincere una gara indetta dallo stesso comune che oggi li vuole fuori da lì e se la sbandierata tutela dei lavoratori si tradurrà in atti. E in tanti, dalle mamme del quartiere ai registi, autori e piccoli distributori sono pronti a issare barricate: “Questa gestione non deve muoversi da qui. Il Nuovo Cinema Aquila è un bene comune, una trincea di libertà e se ce ne sarà bisogno verremo a occupare”. Perché un cinema è il cuore di chi lo fa.

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    Uno, anzi due: Maurizio Battista dal teatro al cinema

    In sala dal 9 aprile, il film porta su grande schermo gli spettacoli teatrali di Maurizio Battista. Oscillante tra forzature e gag divertenti, rischia però di porre troppi limiti alla veracità e alla spontaneità dell’attore. Notevoli le scene in coppia con Paola Tiziana Cruciani.

    2stelle

    Uno, anzi due è un film di debutti: quello del regista Francesco Pavolini, qui al suo primo lungometraggio cinematografico dopo le esperienze televisive con Tutti Pazzi per Amore e I Cesaroni, e quello di Maurizio Battista, per la prima volta protagonista di un film (oltre che sceneggiatore). E, come tutti i debutti che si rispettino, la pellicola non è esente da difetti;
    e salta subito all’occhio un Battista eccessivamente ingabbiato. Il film infatti, nasce dai divertenti monologhi teatrali che hanno fatto la fortuna del comico romano. L’intenzione di regista e sceneggiatori era proprio quella di riprendere i più famosi sketch del comico e di cucirli insieme in un film che non presentasse una struttura episodica. Pavolini & Co. ci riescono bene, di questo occorre darne atto, ma le stonature ci sono: Battista, che a teatro lavora con brillanti monologhi ispirati al quotidiano, perde al cinema quell’immediatezza che dà incisività e carica comica alle sue battute. Spesso rimane prigioniero dei meccanismi cinematografici e anche la sua prova attoriale subisce dei contraccolpi, dimostrandosi eccessivo in alcune scene.
    Dopo una faticosa partenza, il film si riprende e sono le scene tra Battista e Paola Tiziana Cruciani a dare quel minimo di carattere alla pellicola mettendo in scena dei siparietti davvero unici e che fanno ridere di gusto.
    Anche le performance di Ninetto Davoli, Ernesto Mahieux e di Claudia Pandolfi, che sorprende tutti con un ruolo fortemente e volutamente macchiettistico, permettono al film di farci sorridere e divertire. In un clima a volte grottesco (vedi la scena del funerale, con un cameo d’eccezione del Mago Silvan), Battista e Pavolini non riescono però ad andare oltre una commedia sciapa, che lascia con l’amaro in bocca soprattutto per una soluzione finale non bene (anzi, per niente) identificata.

    Augusto D’Amante

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