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    Tff35: Seven sisters – Sette volte Noomi Rapace

    Arriva in sala dal 30 novembre dopo il passaggio al Torino Film Festival, il thriller fantascientifico di Tommy Wirkola basato su una sceneggiatura di Max Botkin finita in black list. Interprete principale nei panni di sette gemelle, Noomi Rapace.

     

    Una sceneggiatura finita nella black list hollywoodiana dei migliori script mai realizzati, e poi ricucita su misura per l’imperturbabile talento di Noomi Rapace. A scriverla nel 2001 era stato Max Botkin, a dirigere oggi Seven Sisters, il film basato su quella sceneggiatura, è Tommy Wirkola: fu lui a coinvolgere nel progetto l’attrice svedese e a voler plasmare la storia originaria trasformando i sette fratelli protagonisti in sette sorelle gemelle. “La storia al femminile sarebbe stata più interessante – racconta al Torino Film Festival dove il film è stato presentato in anteprima– perché il legame tra sorelle è più forte e profondo di quello tra fratelli, e poi volevo che questo ruolo venisse interpretato da Noomi, che per me era l’interprete ideale”.

    Il film si inserisce nel filone del cinema post apocalittico con lo sguardo rivolto al genere dell’action movie: non a caso a tenere il ritmo e a regalare i momenti più adrenalinici saranno proprio le sequenze di inseguimenti, scazzottate e scontri a fuoco nel mezzo di un ambiente suburbano che tanto deve all’immaginario distopico e fantascientifico. Un universo popolato da braccialetti identificativi, schermi trasparenti, ricordi e immagini di una vita trasmessi da un corpo all’altro sotto forma di big data, eserciti e reietti. Il futuro di Wirkola è quello del 2073: il nostro pianeta ha subito un aumento incontrollato delle nascite costringendo così i vari governi a mettere in atto la politica del Figlio Unico proposta dal Bureau per il Controllo delle nascite, che impone la criogenesi di sorelle e fratelli. Nel frattempo una donna muore dopo il parto di sette gemelle (Noomi Rapace), e per salvarle tutte, il nonno ( Willem Dafoe) le nasconde chiamandole come i giorni della settimana. Trascorreranno gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza seguendo un duro addestramento e rispettando alcune semplici, ma ferree regole necessarie a sopravvivere: ognuna potrà uscire di casa solo nel giorno della settimana corrispondente al proprio nome con l’identità di Karen Settman e avrà il divieto assoluto di rivelare il segreto di famiglia.
    Costrette a vivere in clandestinità, le sette sorelle sono libere di essere se stesse solo nella prigione del loro appartamento. Tutto procede fino a che, un giorno, Lunedì non fa più ritorno a casa.

    Per Noomi Rapace che ha il compito di farle rivivere tutte e sette, la caratterizzazione di ciascuna è stata la più grande scommessa della sua carriera: “Mi sono sentita adulata e mi sono subito innamorata della storia e della sfida di dover interpretare sette personaggi diversi. Per un anno intero abbiamo affrontato sedute di scrittura che si sono rivelate molto importanti affinché ognuno fosse credibile, senza cadere nel cliché della diversificazione netta e stereotipata: la dura, la dolce, la sexy come le Spice Girls. Dargli un volto è stato un lungo viaggio introspettivo indietro nel tempo, ho attinto alle diverse fasi della mia vita: ad esempio quella dell’adolescente punk per Giovedì, o la mia maternità per Lunedì. Ogni personaggio doveva essere un protagonista, abbiamo dedicato un giorno a ognuno”, dice. Look e make up per rendere l’unicità di ciascuna, sono della mano sapiente di Giannetto De Rossi che accompagna e completa la camaleontica performance della Rapace. Seven sisters è il riflesso estremo di un presente tormentato, oltre che metafora dell’individualismo post moderno: “Penso che la situazione potrà solo peggiorare se non saremo grado di compiere delle scelte per dei cambiamenti duri e radicali, – rivela Wirkola – e perciò forse il presente che viviamo non è poi tra i peggiori possibili”. Poi riferendosi alla situazione politica americana e a Trump, conclude: “Mi fanno paura un certo tipo di esponenti politici al potere e soprattutto mi spaventa la rabbia della gente, che ha portato in carica questa amministrazione; sono norvegese e vi assicuro che l’estrema destra nel mio paese non è nulla a confronto di certi repubblicani negli Stati Uniti. Mi auguro che questa paura possa essere condivisa da tanti americani e che possa portare a scelte diverse per il futuro”.

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    Sfashion: Se il mondo della moda va a pezzi

    Nel suo passato ci sono la fotografia e la Factory di Andy Warhol, è cresciuto in una famiglia di imprenditori e commercianti, conosce da vicino il mondo delle imprese e sa cosa voglia dire la parola crisi anche per chi si ritrova dall’altre parte della barricata. Deve essere anche per questo se il suo film, Sfashion, in sala dal 23 marzo, racconta la crisi nel mondo del tessile e del manifatturiero in Italia attraverso la storia del declino di un’imprenditrice onesta, Evelyn (Corinna Coroneo, che qui è anche co-sceneggiatrice), arrivata persino a vivere all’interno dell’azienda di famiglia pur di salvarla.

    Mauro John Capece è un tipo punk, gli piace osare e in Sfashion lo fa con folli, ma non del tutto riuscitissimi, deliri onirici e intermezzi mistici (i riferimenti cristologici, gli incubi della protagonista che diventano la personificazione horror di un profondo senso di colpa, i dialoghi con il defunto nonno). Il film, che come suggerisce il titolo è il ritratto del progressivo smantellamento di un mondo abituati a vedere quasi sempre ritratto in edulcorate copertine glamour, nasce da una suggestione: “Tre anni fa, per questioni di lavoro, mi recai in un’azienda di moda. – spiega il regista – Arrivai troppo tardi: era piena di telai vuoti. L’unica presenza in tutta l’azienda era quella di una donna, forse la segretaria, che allattava un bambino mentre rispondeva al telefono ripetendo sempre la stessa frase: ‘Il titolare non c’è’. Tornai a casa e quella notte sognai questo film: la via crucis di un imprenditore in quattordici stazioni”.
    Lo definisce un film “nero come la fame, perché è inutile edulcorare le cose”, oltre che “emotivo perché ripercorre le emozioni della crisi, quelle di cui nessuno ha mai parlato, perché non tutti gli imprenditori sono dei furbetti e dietro ogni azienda spesso ci sono dei sogni”.

    Capece punta il dito contro il “sistema Italia” che non ha mai tutelato abbastanza le sue eccellenze: “La moda italiana oggi è un’arte massacrata dal mercato cinese, dall’Iva al 22% e nessuno ha mai fatto nulla per proteggerla”.  E nel film è un “contenitore visivo”, un pretesto per raccontare le difficoltà di un’imprenditoria schiacciata dalla crisi e per esplorare la disperazione che il senso comune riconosce solo come prerogativa della classe operaia.  “Tutti i film – dichiara Capece – hanno affrontato il tema della crisi dal punto di vista degli operai, degli impiegati, degli extracomunitari, dei criminali o dei disoccupati, dimenticando completamente di parlare degli imprenditori onesti che sono, dal dopo guerra, il vero motore della nostra nazione”.

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    Freaks di Tod Browning torna in sala con la Cineteca di Bologna

    All’interno del progetto Il cinema ritrovato. Al cinema, la Cineteca di Bologna, da oggi, riporta in sala il capolavoro ‘maledetto’ di Tod Browning, Freaks. Datato 1932, la pellicola di Browning è stata restaurata recentemente proprio dalla Cineteca e sarà distribuita in circa settanta sale italiane (per conoscere quelle nella vostra regione, cliccate qui).
    Disturbante, grottesco e provocatorio, Freaks si basa sul racconto Spurs scritto da Tod Robbins e pubblicato per la prima volta nel 1923 su Munsey’s Magazine. Ambientato in un circo popolato da esseri bizzarri e deformi, il film racconta la storia del nano Hans, vittima di un inganno da parte della bella trapezista Cleopatra: la donna lo sposa perché interessata al denaro dell’uomo e prova ad avvelenarlo con la complicità di Ercole, il forzuto del circo, suo amante. Gli altri freaks scoprono l’inganno e decidono di vendicarsi: uccidono Ercole e sfigurano Cleopatra, che sarà costretta ad esibirsi come “donna gallina”.

    L’amicizia tra Browning e il patron della MGM, Irvin Thalberg, fu alla base di questa produzione. Browning veniva dal mondo del circo e, dopo essere stato assistente e attore per D. W. Griffith in Intolerance del 1926, aveva iniziato a dirigere suoi film, tra cui quel Dracula che consacrò, nel 1931, Bela Lugosi. Freaks era stato concepito per contrastare il successo del Frankenstein prodotto dalla Universal e doveva essere il film più spaventoso di sempre. L’obiettivo fu pienamente centrato: alla sua prima proiezione, il film destò stupore in sala, molti spettatori uscirono raccapricciati e altri svenirono. Quello che destò sconcerto era vedere sullo schermo non attori truccati o vestiti in modo da sembrare “fenomeni da baraccone”, ma persone che effettivamente avevano quei problemi, quelle deformazioni. Da questa scelta del regista nasce il mito del film maledetto: dopo essere stato rinnegato dalla stessa MGM – secondo alcune voci, durante la prima una donna subì un aborto spontaneo – Freaks fu sottoposto ad una serie di censure e tagli. Browning fu costretto a tagliare ben 30 minuti di film (le parti eliminate sono tuttora introvabili) e molti Paesi ne vietarono la distribuzione: in Italia, ad esempio, il film fu bandito dal regime fascista e uscì solo negli anni Settanta, per poi passare anche in tv nel decennio successivo.

    Rovesciando completamente le categorie di “normalità” e “diversità“, il regista non vuole disegnare un melenso film sulla condizione in cui vivono i suoi personaggi, ma punta tutto sulla morale secondo cui la “mostruosità” appartiene ai “normali”: i freaks di Browning vengono mostrati nella loro totale umanità e nella loro innocenza, mentre il dito viene puntato contro chi si pavoneggia della propria normalità. Spinti dalla vendetta, il più umano dei sentimenti, i personaggi di Browning sono pronti a far conoscere alla “normale” Cleopatra la loro umanità, trasformando anche lei in un freak per farle vivere quello che da sempre provano sulla loro pelle (“Gobble, gobble, we accept her, we accept her, one of us, one of us!“).
    Negli anni, Freaks è diventato un vero e proprio cult movie e ha influenzato altri artisti, non solo al cinema. Nella musica, ad esempio, gli U2 omaggiano Browning con il videoclip di All I want is you, del 1988, e David Bowie cita film e regista nell’album Diamond Dogs del 1974. Al cinema Freaks viene citato da Bertolucci in The Dreamers, da Scorsese in The Wolf of Wall Street e da Will Smith in Io, robot, mentre palese è l’omaggio che Ryan Murphy fa al film di Browning con il suo American Horror Story – Freak Show, in cui uno dei personaggi, Stanley, interpretato da Denis O’Hare, ha un destino molto simile a quello di Cleopatra.

    Figlio dell’epoca, Freaks è una delle reazioni del cinema alla Grande Depressione e anticipa l’uscita del temuto “codice Hays“, una delle conseguenze che l’introduzione del sonoro stava portando con sé. Ma se nel cinema statunitense del periodo la paura nasceva dalla visione di mostri e creature spaventose da combattere, qui siamo di fronte ad un’eccezione ben studiata: in Freaks ciò che fa più paura sono i cosiddetti “normali”, capaci delle più turpi delle azioni. E anche se all’epoca non fu recepito il messaggio, è stata la Storia a dare ragione a Browning.

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    The Young Pope: Il papa tirannico e rock di Paolo Sorrentino

    “L’odore delle case dei vecchi si trova sicuramente in Vaticano anche se non mi hanno permesso di starci per più di mezz’ora”, scherza Paolo Sorrentino citando una delle battute di Jep Gambardella ne La grande bellezza durante la presentazione romana della serie The Young Pope da lui diretta e prodotta da Sky, HBO e Canal+ in onda da stasera su Sky Atlantic e già venduta in 110 paesi.
    “Un’opportunità meravigliosa che ci ha consentito  di fare quello che una volta si faceva al cinema: un cinema d’autore poderoso e forte. – continua – Oggi possiamo spostare questa ambizione sulla tv grazie all’intelligenza dei committenti. E’ stata ristabilita una sana dialettica tra produttori e autori, dove ci si ascolta: i registi non fanno gli arroganti e rispettano regole e i produttori non impongono nulla”.

    Dieci episodi, un investimento di 40 milioni di euro e una seconda stagione già in fase di scrittura per raccontare la storia di Lenny Belardo, alias Pio XIII, il primo Papa americano della storia.
    Lenny (Jude Law) è sempre stato un Cardinale mite e ubbidiente e la sua elezione risulta inaspettata, sia per la giovane età sia per lo scarso peso politico. Secondo alcuni, però, sono proprio questi i motivi per cui è stato eletto. Ma Lenny, grazie a una svolta aggressiva e reazionaria del suo Pontificato, dimostrerà di sapersi affrancare da chi vorrebbe manovrare la mano del Santo Padre: il suo mentore, il Cardinal Michael Spencer (James Cromwell) e il Segretario di Stato, Angelo Voiello (Silvio Orlando). Accanto a lui c’è solo Suor Mary (Diane Keaton), la donna che lo ha accolto in orfanotrofio quarant’anni prima e che gli ha fatto da madre. L’essere stato abbandonato da piccolo è la sua più grande ferita, ciò che lo rende un Papa diverso dagli altri: Lenny, prima ancora di essere un Pontefice conservatore, è un uomo tormentato e abbandonato da chi l’ha messo al mondo.

    Giovane, affascinante, dubbioso, contraddittorio, oscuro, il papa di Sorrentinto fuma molto, mangia poco, beve Coca Cola Zero alla ciliegia, porta le infradito e sovverte qualsiasi forma di raffigurazione iconica. Una rock star in abiti talari che il mondo imparerà a conoscere attarverso al sua ombra:  “Il clero in questo paese è sempre stato rappresentato nella sua fallibilità o malvagità, la nostra idea invece  era rappresentare il clero per quello che è: degli essere umani tra gli umani con i loro difetti e pregi, le loro capacità e incapacità. Lanny Belardo crede che alimentare il mistero su di sè possa essere una strategia di successo, aumentare il numero di fedeli è l’ossessione del Vaticano da sempre. E un filone ampio della serie è giocato su questo: se essere invisibili susciti l’interesse della gente o il rifiuto”, spiega Sorrentino.

    Un pontefice che deve molto all’attore che lo interpreta: “Il mio istinto iniziale è stato capire e studiare la storia del Vaticano e gli effetti dei diversi papi sulla Chiesa cattolica. La prima reazione è stata di panico, poi è arrivata invece la consapevolezza che nonostante tutta questa ricerca e documentazione non sarei riuscito a trovare una indicazione chiara su chi dovesse essere Lanny Belardo nel mondo creato da Paolo. – racconta Jude Law – Allora mi sono fatto guidare dalla sua regia per riuscire a tratteggiare un personaggio completo, che fosse espressione della sua realtà. Sono tornato alla sceneggiatura per costruire un uomo credibile con regole di comportamento precise e ho lavorato su un’impostazione minimalista e sull’essenzialità di gesti che potevano dare maggiore potenza”.
    Il suo compito, dice, “non è stato scavare nel profondo per capire quel magma di contraddizioni, ma semplicemente rappresentarle”.

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