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    le Palme del Festival di Cannes 2013

    Alla fine dei giochi – e delle Palme – il Festival di Cannes 2013 non è stato quello de La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, ma non si può certo negare né che siano arrivate soddisfazioni per i nostri colori, né che siano mancate le bellezze sullo schermo.
    Quelle muliebri e non solo, a partire proprio dalla Palma d’Oro tunisina di Abdellatif Kechiche che, dopo Venere nera e Cous Cous, ottiene un gran risultato con un film che sarebbe ingeneroso e limitato consigliare solo per la lunga ed esplicita scena d’amore tra le protagoniste Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux.
    Per il resto i film che ci erano piaciuti di più erano stati Nebraska di Alexander Payne, Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, Le Passé di Asghar Farhadi e un po’ tutti quelli che sono stati premiati dalla Giuria di Steven Spielberg e che trovate citati nel Palmares completo qui sotto…

    PALMA D’ORO
    LA VIE D’ADÈLE – CHAPITRE 1 & 2 (Blue Is The Warmest Colour) di Abdellatif KECHICHE
    con Adèle EXARCHOPOULOS & Léa SEYDOUX

    GRAND PRIX
    INSIDE LLEWYN DAVIS di Ethan e Joel COEN

    PRIX DU JURY
    SOSHITE CHICHI NI NARU (Like Father, Like Son) di KORE-EDA Hirokazu

    MIGLIOR REGIA
    Amat ESCALANTE per HELI

    MIGLIOR SCENEGGIATURA
    JIA Zhangke pour TIAN ZHU DING (A Touch Of Sin)

    MIGLIOR ATTRICE
    Bérénice BEJO in LE PASSÉ (The Past) di Asghar FARHADI

    MIGLIOR ATTORE
    Bruce DERN in NEBRASKA di Alexander PAYNE

    PALMA D’ORO per i CORTOMETRAGGI
    SAFE di MOON Byoung-gon

    MENTION SPECIALE
    EX-AEQUO: HVALFJORDUR (Whale Valley / Le Fjord des Baleines) di Gudmundur Arnar GUDMUNDSSON e 37°4 S di Adriano VALERIO

    UN CERTAIN REGARD

    PRIX UN CERTAIN REGARD
    L’IMAGE MANQUANTE (The Missing Picture) di Rithy PANH

    JURY PRIZE
    OMAR di Hany ABU-ASSAD

    MIGLIOR REGIA
    Alain GUIRAUDIE per L’INCONNU DU LAC

    PRIX UN CERTAIN TALENT a
    L’insieme degli attori del film LA JAULA DE ORO di Diego QUEMADA-DIEZ

    PRIX DE L’AVENIR
    FRUITVALE STATION di Ryan COOGLER

    CAMÉRA D’OR
    ILO ILO di Anthony CHEN présenté (Quinzaine des Réalisateurs)

    CINÉFONDATION

    PREMIER PRIX
    NEEDLE di Anahita GHAZVINIZADEH

    SEMAINE DE LA CRITIQUE

    GRAND PRIX NESPRESSO e PRIX REVELATION FRANCE 4
    SALVO di Fabio GRASSADONIA e Antonio PIAZZA

    GIURIA ECUMENICA

    MIGLIOR FILM
    LE PASSÉ (The Past) di Asghar FARHADI

    MENZIONE SPECIALE
    EX-AEQUO: MIELE di Valeria GOLINO e SOSHITE CHICHI NI NARU (Like Father, Like Son) di KORE-EDA Hirokazu

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    Cannes 66: Inside Llewyn Davis, viaggio targato Coen

    Al Festival di Cannes 66, con Inside Llewyn Davis, i fratelli Coen ci riportano indietro con un viaggio d’autore.

    Indietro nel tempo agli straordinari anni ’60 (più precisamente il 1961) nello scenario newyorchese del Greenwich Village di New York, il Gaslight Cafè, meta e partenza per artisti e musicisti, dove sono passati nomi come Allen Ginsberg, Bob Dylan e Dave Van Ronk, cantautore e amico intimo del Menestrello di Duluth, scomparso 11 anni fa, qui fonte di attrazione e ispirazione per Ethan e Joel Coen nel loro ultimo e straordinario lavoro, Inside Llewyn Davis.
    La storia è quella di un cantautore folk, Llewyn Davis appunto (interpretato da Oscar Isaac), con alle spalle un disco omonimo pubblicato insieme ad un amico, che d’un tratto si ritrova senza soldi, costretto a passare da un posto all’altro, ospitare da amici e conoscenti, in bilico nel cercare di risalire la strada perduta come artista nel mondo discografico, ma provando a ritrovare un proprio equilibrio.
    Un percorso, che lo vede tra diverse disavventure, che lo portano ad incontrare i personaggi più strani, da Bud Grossman (F.Murray Abraham), guru dell’industria musicale a Chicago, con cui cerca (e ottiene) un audizione, a Roland Turner (John Goodman) arrogante suonatore di jazz, appesantito e in stampelle, portato a spasso dal suo giovane valet (Garrett Hedlund), fino alla coppia Jean (Carey Mulligan), sorella di Llewyn, e Jim (Justin Timberlake).
    Punto di riferimento la sua musica, una chitarra come compagna dalla quale non separarsi.
    On the road che racconta un’epoca, ma dalla quale si avverte un intimo respiro che lentamente si trasforma in qualcosa di più universale. I Coen orchestrano qualcosa di magico e anche se si avvertono rimani al cinema più riconoscibile, da Fratello dove sei a A serious Man, fino Barton Fink, ognuno di noi trova la sua chiave i lettura. Ricerca di stile? No, semmai una confessione appassionata per poter di nuovo far brillare la propria memoria.
    Cosa dire poi di Isaac, talento inespresso e relegato in W.E. di Madonna e Drive di Refn, qui protagonista assoluto nel ruolo della vita. Bravissimo, perfetto, commovente, ironico.
    Pellicola per riscoprire atmosfere perdute.

    Andrea Giordano

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    Daniele Favilli, a Cannes con Swelter

    Da un Posto al sole  alla Croisette passando per Hollywood. Dopo aver lasciato il Bel Paese per trasferito a Los Angeles cinque anni fa, oggi Daniele Favilli sbarca a Cannes per promuovere il film con Jean-Claude Van Damme di cui è anche produttore: Swelter.

    Da tempo ti sei trasferito a Hollywood per lavorare come attore, cosa ti porta oggi a Cannes?
    Sono a Cannes principalmente per due motivi: da un lato per la promozione del film Swelter che ho appena finito di girare tre settimane fa, di cui sono uno dei produttori oltre che attore. Inoltre ho in programma degli incontri per la produzione del nuovo progetto The Magnificents: una miniseries TV sugli artisti del Rinascimento a Firenze che sara una produzione Internationale pronta per il prossimo anno.

    Cosa puoi raccontarci di Swelter?
    E’ un action drama con risvolti western. Un misto tra Quentin Tarantino e Sergio Leone.
    Un film ambientato nel presente, ma che sembra vivere in un suo tempo e spazio originale.
    Sono molto fortunato a farne parte e recitare al fianco di Alfred Molina, Jean Claude Van Damme e Catalina Sandino Moreno. Uscirà in tutto il mondo alla fine del 2013.

    In questo film sei anche produttore. Come è stato evolvere in questo nuovo ruolo?
    Vivo a Los Angeles ormai da cinque anni ed ho imparato che qua l’intraprendenza non solo è supportata e aiutata ma è anche un valore: in parole povere, se hai talento, credi nelle tue idee e sei disposto a lavorare sodo, le cose succedono.
    Inoltre, produrre mi permette di poter recitare in progetti che mi piacciono, di cui seguo la genesi e l’evoluzione e sono film che mi piacerebbe andare a vedere io stesso.

    Anni fa hai abbandonato l’Italia per lavorare prima in Gran Bretagna e poi a Hollywood, è stata una scelta difficile?
    Lasciare un paese bello come l’Italia è molto duro soprattutto se si è di Firenze come me, ma diventa una necessità nel momento in cui l’ambiente artistico è troppo poco stimolante. Sono partito alla ricerca di quei film che da bambino e adolescente mi facevano sognare ed ho trovato la fortuna e l’opportunità di essere gli eroi (e i cattivi) che sognavo.
    Ci sono voluti anni, ma la fortuna davvero aiuta gli audaci: non bisogna mai smettere di credere in se stessi o lasciare che altri ci dicano cosa è giusto o sbagliato. E’ il nostro sogno in fondo e solo noi stessi sappiamo quanto è importante.

    Maria Luisa Lafiandra

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    The Bling Ring: Coppola-Watson, “cattive” ragazze ma poco scandalo

    Quinto film di Sofia Coppola, “The Bling Ring” segna il ritorno a Cannes della regista, a tre anni dall’ultimo lavoro, “Somewhere”, Leone d’Oro a Venezia.
    3stelle

    Tratto da un articolo pubblicato da ‘Vanity Fair’ a cura della giornalista Nancy Jo Sales Dishes, la pellicola racconta le (dis)avventure, a cavallo tra l’ottobre 2008 e l’agosto 2009 della banda di quattro rapinatrici (più un ragazzo), soprannominati dai media appunto The Bling Ring che fecero incetta di abiti firmati e gioielli stimati per un valore di quasi 3 milioni di dollari, intrufolandosi e rubando nelle ville a Los Angeles di star come Paris Hilton, Lindsay Lohan,  Rachel Bilson, Audrina Patridge, Orlando Bloom, Megan Fox e Brian Austin Green.
    Narcisiste, spudorate, vanitose, fashion addicted per scelta di vita, assuefatte e stimolate dal mondo patinato della moda e della rete (Facebook, Tmz) tanto da arrivare a trovare semplicemente gli indirizzi dove colpire grazie a programmi come GoogleMaps o siti come celebrityaddressaerial.com.

    Ricordo di aver letto l’articolo in questione quando ero in aeroporto – dice la Coppola – e fin da quel momento ho trovato questa storia affascinante, molto contemporanea, tanto da interessarmene subito. Ancora un racconto su adolescenti irrequieti (lo fece nel debutto con Il giardino delle vergini suicide e poi con Maria Antonietta), gioventù annoiate, dedite ad alcol, droghe, pronte a scandalizzare a tutti i costi, tanto da arrivare a catturare l’attenzione di tutte le televisioni e riviste americane.

    Bad girls con Emma Watson eletta a capo branco, ruolo-trasformazione che la sdogana dopo anni nei ricchi panni della Hermione nella saga di Harry Potter, ma che il cinema aveva già provato a sperimentare con Spring Breakers di Harmony Korine. La pellicola vive con i suoi ritmi, ritrovando molto nella contaminazione dei linguaggi più recenti, dai reality al web, fino al videoclip, che guardano al glamour trash di una società giovanile, oggi sempre di più ipnotizzata da modelli sbagliati.

    Andrea Giordano

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    Il Grande Gatsby: giocattolo travolgente, ma manca il cuore

    La rilettura di Luhrmann del classico di Fitzgerald è un carnevale caleidoscopico che incanta, ma non emoziona.

    Non c’era momento migliore di questo per riportare sullo schermo una storia come quella raccontata da Fitzgerald ne Il Grande Gatsby, la storia di un uomo capace di credere nei sogni, di coltivare la speranza in un mondo di apparenza e crisi di valori. Che a curarne il quarto adattamento cinematografico fosse Baz Luhrmann, il regista di Moulin Rouge!, ci lasciava ben sperare. Quale connubio più perfetto di un sognatore e un visionario? Ma, quando ci si siede in sala, la delusione è in agguato. Ne Il Grande Gatsby di Luhrmann lo stile opulento e barocco, i movimenti di macchina esagerati, la commistione di generi musicali per dare una rinfrescata al passato, tornano così accentuati da stordire. I colori saturi, accesi abbacinano. L’uso del 3D più che avvolgere porta ad estraniarsi. Tutto è tanto da essere troppo.

    Luhrmann si compiace al punto del suo giocattolo da dimenticare il cuore, l’emozione vera. Se fedele è al testo, infedele è allo spirito profondo del romanzo che si perde nei voli di farfalle colorate, nelle piume e nei lustrini. Evidenti i rimandi al precedente del ’74 di Jack Clayton con Robert Redford e Mia Farrow, ma nessuno dei protagonisti, fatta eccezione per Tobey Maguire, sembra centrato. A DiCaprio il ruolo di Jay Gatsby sta stretto come le giacche che indossa e all’intensità del suo amore per Daisy riusciamo a credere solo a metà. Carey Mulligan è una Daisy graziosa, ‘evanescente’ al punto giusto, ma le manca quello smarrimento nello sguardo che rendeva incantevole la Farrow. Per quanto riguarda gli altri personaggi chiave del film (l’amica Jordan, il marito Tom, l’amante Myrtle e il meccanico cornuto George), Luhrmann resta troppo in superficie per aiutare lo spettatore (e gli attori) a comprenderne drammi e miserie e ad affezionarsi. Il rombo delle auto, la musica, il lunapark delle feste fagocitano i sentimenti e il romanzo di Fitzgerald vive nei pochi attimi in cui il raggio verde fende la nebbia, alimentando la speranza di cogliere il sogno l’indomani.

    Malgrado il film di Clayton abbia un ritmo che il pubblico di oggi troverebbe forse ‘letargico’, resta ancora la migliore trasposizione del romanzo, per la capacità che ha di raccontare i sentimenti senza doverli mai spiegare. A Redford basta uno sguardo per farci entrare nel cuore di Gatsby quando rivede per la prima volta Daisy, uno sguardo che non si dimentica.

    Maria Stella Taccone

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    Steven Spielberg: “Per preparami? Mi sono rivisto La Parola ai Giurati di Lumet”

    Quando qualche mese fa venne annunciato Steven Spielberg come Presidente di Giuria, si capì immediatamente che l’edizione di quest’anno poteva già contare su una conferma di alto prestigio.
    Un Festival da sempre ammirato dal regista americano, che lo ha inseguito spesso per proporgli questo ruolo, e che peraltro lo aveva già visto protagonista in passato sia con Sugarland Express (gli valse il premio come miglior sceneggiatura nel 1974) che con E.T. e Indiana Jones, presentati entrambi fuori concorso.
    Ora la questione è diversa, da una parte sicuramente più affascinante.
    È un onore essere stato chiamato qui.  Per me rappresenta l’opportunità di poter incontrare filmmaker e culture diverse. Non mi concentro sul fatto di vedere dei film in competizione l’uno contro l’altro, ma come un momento per celebrare il cinema, che è un linguaggio comune.
    Le opere potranno metterci d’accordo o dividerci, ma l’importanza starà nella forza di questi lavori.
    Impossibile prepararsi ad un ruolo come questo. Diciamo che mi sono rivisto ancora La Parola ai Giurati di Lumet”.
    Tra i membri della giuria Ang Lee, fresco vincitore dell’Oscar per Vita di Pi,
    “Cannes è un Festival prestigioso, sono onorato di essere stato chiamato in questa giuria. Credo che manifestazione come queste abbiano anche il compito di produrre cultura. Sono curioso di vedere stili differenti e conoscere nuove tematiche politiche e sociali”.
    E poi ancora Nicole Kidman, vista sulla Croisette qualche anno con The Paperboy di Lee Daniels, Cristian Mungiu, Palma d’Oro per Quattro mesi, tre settimane, due giorni e premio della Giuria con Oltre le colline, Christoph Waltz e Daniel Auteuil, vincitori entrambi del riconoscimento di miglior attore, rispettivamente per Bastardi senza gloria e L’ottavo giorno, l’attrice indiana Vidya Balan, nell’edizione che peraltro celebra i 100 anni di Bollywood, Lynne Ramsay (due premi della giuria come cortometrista e in concorso nel 2011 con …e ora parliamo di Kevin) e la regista giapponese Naomi Kawase, Camera d’Oro nel 1997 per Moe no suzaku e Gran Premio della Giuria nel 2007 con Mogari No Mori.
    “Non vedo l’ora di cominciare – ha detto Waltz. – Mi aspetto la discussione riguardo al livello delle opere che andremo a vedere, su quello che ci attrarrà in maniera più profonda e come si possa imparare dal cinema che non conosciamo. I premi che andremo ad assegnare saranno il risultato di questa discussione.
    Una giuria di assoluta qualità che fin da adesso si candida a essere uno dei protagonisti più d’interesse.

    Andrea Giordano

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    Valeria Golino, debutto d’autore con Miele

    “Per me è una nuova giovinezza”… Intimista, mai gridato, profondo. Debutto migliore di Miele per Valeria Golino non poteva esserci. Un film coraggioso, che narra di (dolce) morte guardando però alla vita. Il suo talento come interprete lo si è apprezzato in ogni sfumatura. Se ne sono accorti (a dir il vero troppo poco) anche all’estero. L’essere riuscita  ad essere anche regista di un’opera matura, impreziosita da un valore aggiunto come Jasmine Trinca, è forse una sfida con la quale maggiormente voleva confrontarsi.

    Che lavoro c’è stato con Jasmine?
    Sono stata talmente in osmosi con Jasmine che molte volte non mi sono accorta che è una donna di 30 anni, una madre, e non una delle mie cose.
    Alcune volte giustamente si è ribellata a certe mie “zampate”, o quando l’ha riprendevo, ma al di là degli scherzi mi ha regalato come attrice qualcosa di davvero intenso.
    Mi ha dato molto fastidio (ride, ndr) vederla quanto era stata brava e bella nel film di Giorgio Diritti
    (“Un giorno devi andare”, ndr), che era uscito prima di questo.  Qui volevo però che fosse androgina, invisibile, non volevo descriverla troppo, se non nella sua sottrazione.

    Primo lungometraggio e subito a Cannes nelle vesti di autrice. Che sensazione provi?
    Quando ho cominciato a fare l’attrice ho ricevuto diversi riconoscimenti, la Coppa Volpi a Venezia, poi sono andata al Festival di Cannes, insomma l’inizio è sempre così, parto col botto e c’è sempre indulgenza e benevolenza nei miei confronti. Per me è una nuova giovinezza. Spero che in futuro possa avere lo stesso riscontro, ma per il momento posso solo essere orgogliosa di come è stato  accolto questo progetto, che peraltro è stato davvero fatto con pochi soldi.

    Che tipo di ricerca hai fatto?
    Mauro Covavich, scrittore del libro “A nome tuo”, dal quale ci siamo ispirati, ha fatto gran parte del lavoro. Tante cose non le dico nel film, anche se a me sembravano interessanti, ma poi ho pensato che avrebbero appesantito il racconto. Noi abbiamo usato molto di quanto lui ha scritto in sceneggiatura, ma io ho visto anche dei documentari, non solo di donne, ma anche di cliniche in Svizzera o in Colorado di persone che avevano accettato di farsi filmare in quella loro avventura. Jasmine ne ha visti un paio, ma non era contenta e quindi dopo un po’ ho smesso di mostrarle questi materiali. Sono molto disturbanti da tutti i punti di vista, a partire dai tuoi stessi sentimenti perché non sai che tipo di reazione potrebbero innescare. Non sai se emozionarti, irritarti. Li ho guardati il meno possibile, ma alcuni mi sono davvero serviti per dire delle cose.

    La pellicola fornisce molti punti di vista. Il tuo?
    Sono io stessa spettatrice di quanto accade, i miei pregiudizi cambiano, poi diventano opinioni, mutano a seconda della storia personale di chi incontriamo o vediamo.
    Credo sia importante che ognuno possa decidere per la propria vita per come finirla.
    Penso profondamente e questo genera dubbi, riflessioni. Non voglio imporre la mia verità. Non c’è giusto o sbagliato.
    Come nella letteratura ci sono tanti punti di vista e a me piace che ci siano tanti elementi.
    Miele non nasce per essere un film sociologico, bensì libero da qualsiasi tipo di costruzioni, e questa è la molla che mi ha permesso di muovermi in maniera indipendente, anche attraverso delle licenze poetiche.

    Andrea Giordano

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    Miele: Live and Let Die

    Miele non è certo il primo film a parlare di certi temi, ma certo quello di Valeria Golino è un esordio che si fa notare e che va ad aggiungersi al novero dei film sulla ‘dolce morte’ da non scartare per  qualità o qualunquismo…
    3stelleemezzo

    E’ sempre un merito, per un film, soprattutto se incentrato su un tema controverso, l’essere capace di raggiungere più persone e offrire loro spunti non ideologici di riflessione. Ancora di più se il film è di un regista esordiente.
    Certo, in questo caso, considerare Valeria Golino un’esordiente dopo 30 anni di carriera come attrice, ma l’insidia di realizzare un racconto retorico, banale e buonista, come anche crudo oltre il necessario o artatamente toccante era forte, a prescindere dall’esperienza raccolta. E invece, si riesce a parlare di assistenza al suicidio (più che dolce morte, o ‘semplicemente’ Eutanasia) con una misura che nasce dall’empatia.
    Qualche leggerezza, o qualche scelta potrà essere non condivisibile, ma si conceda licenza all’artista e alla sua sensibilità, anche in considerazione del grande impegno che traspare dalle scene, forti di uno studio delle location e una selezione musicale quasi maniacali, da vera esordiente.
    Un gran lavoro, evidente anche nella selezione e rilettura fatta a partire dal libro originario – A nome tuo (Einaudi) – reso diverso dalla sua derivazione, in punti e maniere anche sostanziali. A partire dalle caratterizzazioni dei due personaggi principali, ben sostenuti dalle interpretazioni di Jasmine Trinca e Carlo Cecchi, qui strumenti di vita e non di morte, in cerca di speranza e non manifesti di disperazione.
    Una positività di fondo che potrà trovare chi, come la regista, in partenza, si avvicinerà al tema senza pregiudizi o dettami (spesso solo formalmente) etici, e senza cercare una provocazione che non c’è, abbracciando invece la possibilità di cui è permeato.

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    Festival di Cannes 66: Sorrentino e gli altri

    La Grande Bellezza in concorso se la vedrà con Polanski, Coen, Refn, Soderbergh e James Grey, ma la selezione promette grandi sorprese – come sempre – a partire dai Fuori Concorso e dall’Un Certain Regard, dove spicca il Miele della nostra Valeria Golino

    Erano circolati i nomi di Terrence Malick (Knight of Cups), Stephen Frears (Philomena) e Steve McQueen (Twelve Years a Slave), oltre a Jim Jarmusch (Only Lovers Left Alive), Tsai Ming-liang (Diary of a Young Boy) e altri, ma l’annuncio ufficiale della Selezione del Festival di Cannes 2013 di certo non è di quelle che può deludere.

    Dal 15 al 26 di maggio, al Palazzo del Cinema della Croisette si alterneranno la Venere di Roman Polanski e il duo Refn-Gosling che con Only God Forgives cercherà di bissare il successo di Drive, ma anche il nuovo film di Ethan e Joel Coen e di Alexander Payne, il controverso biopic di Soderbergh, Valeria Bruni Tedeschi, il ritorno della Bejo di The Artist nel nuovo film di Farhadi (regista della sorprendente Una separazione) e James Gray… Tutti avversari – insieme al trio francese, capitanato da Francois Ozon, fino alla vigilia scaramanticamente poco fiducioso sulla sua presenta – del nostro Paolo Sorrentino e del suo La Grande Bellezza con Toni Servillo.

    Per la gioia di Steven Spielberg, Presidente di Giuria, questi saranno i principali contendenti alla 66esima Palma d’Oro in una manifestazione che si aprirà con l’atteso remake del ‘Grande Gatsby’ di Baz Luhrman e con Leonardo DiCaprio, per chiudersi con “Zulu” di Jérôme Salle.

    Johnnie To, Takashi Miike, Sofia Coppola, Valeria Golino (con Miele, una produzione Buena Onda con Rai Cinema, in uscita il 1° maggio in Italia distribuita da Bim), Claire Denis e James Franco sono alcuni dei nomi che si trovano spigolando nel programma, e che vanno ad aggiungersi a quelli di molte star chiamate a giudicare i propri colleghi, Thomas Vinterberg – Presidente del Un Certain Regard e regista di “The Hunt”, tra i più discussi della scorsa edizione – e Jane Campion (Presidente della Cinefondation) su tutti.

    A loro si aggiunge la madrina Audrey Tautou, che ritroveremo nelle cerimonie di apertura e chiusura, di una edizione che già si distingue per uno dei poster più belli di sempre (una foto di Joanne Woodward e  Paul Newman durante le riprese di “Il mio amore per Samantha” del 1963 rielaborata in maniera splendida) e che propone un omaggio a Jerry Lewis e all’India, in occasione del centenario del suo cinema.

    Ecco la lista completa dei film della Selezione Ufficiale:

     

    Concorso

    The Great Gatsby di Baz Luhrman (film di apertura)

     

    Behind The Candelabra di Steven Soderbergh

    Borgman di Alex Van Warmerdam

    Un Chateau en Italie di Valeria Bruni-Tedeschi

    La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino

    Grisgris di Mahamat-Saleh Haroun

    Heli di Amat Escalante

    The Immigrant di James Gray

    Inside Llewyn Davis di Ethan e Joel Coen

    Jeune et Jolie di François Ozon

    Jimmy P. di Arnaud Desplechin

    Michael Kohlhaas di Arnaud Despallieres

    Nebraska di Alexander Payne

    Only God Forgives di Nicolas Winding Refn

    Le Passe di Asghar Farhadi

    Soshite Chichi Ni Naru di Kore-Eda Hirokazu

    Tian Zhu Ding di Jia Zhangke

    La Venus a la Fourrure di Roman Polanski

    La Vie d’Adele di Abdellatif Kechiche

    Wara No Tate di Takashi Miike

     

    Zulu di Jérôme Salle (film di chiusura)

     

    Fuori Concorso

    All Is Lost di J.C Chandor

    Blood Ties di Guillaume Canet

     

    Midnight Screening

    Blind Detective di Johnnie To

    Monsoon Shootout di Amit Kumar

     

    Un Certain Regard

    The Bling Ring, di Sofia Coppola (film di apertura)

    Anonymous di Mohammad Rasoulof

    As I Lay Dying di James Franco

    Bends di Flora Lau

    Death March di Adolfo Alix Jr.

    Fruitvale Station di Ryan Coogler

    Grand Central di Rebecca Zlotowski

    L’image Manquante di Rithy Panh

    L’inconnu du Lac di Alain Guiraudie

    La Jaula de Oro di Diego Quemada-Diez

    Miele di Valeria Golino

    Norte, Hangganan Ng Kasaysayan di Lav Diaz

    Omar di Hany Abu-Assad

    Les Salauds di Claire Denis

    Sarah Préfère la Course di Chloé Robichaud

     

    Proiezioni Speciali:

    Muhammad Ali’s Greatest Fight di Stephen Frears
    Otdat Konci di Taisia Igumentseva
    Seduced and Abondoned di James Toback
    Stop the Pounding Heart di Roberto Minervini
    Weekend of a Champion di Roman Polanski

     

    Omaggio a Jerry Lewis

    Max Rose di Daniel Noah

     

    Proiezione di Gala In Onore Dell’india

    Bombay Talkies di Anurag Kashyap, Dibakar Banerjee, Zoya Akhtar, Karan Johar

     

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