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  • Un giorno devi andare: affascinante il viaggio di Diritti

    In Un giorno devi andare il regista bolognese racconta a modo suo la ricerca di se’ di una giovane, interpretata da un’ottima Jasmine Trinca, che in Amazzonia trova molto di più di quello che avrebbe mai sperato di incontrare.
    VOTO: 3,5

    Un viaggio alla ricerca di se’, del senso più profondo della vita, questo è quello che intraprende, senza preconcetti e senza sovrastrutture culturali, un regista come Giorgio Diritti, abituato a sorprendere con il suo cinema essenziale.
    Questa volta Diritti affida il suo racconto – un viaggio in Amazzonia, tra le acque ora placide ora furiose del Rio delle Amazzoni – agli occhi curiosi di Jasmine Trinca, perfetta nel rendere lo spaesamento occidentale al cospetto della meravigliosa brutalità della Natura.
    La fuga inevitabile dal dolore per la perdita di un figlio non è che uno solo dei motivi che allontanano Augusta dalla sua comunità montana in un’Italia, in un’Europa, in una cultura occidentale ormai divenuta inconsapevolmente aliena.
    Quello che succede al cospetto di modi, usi e costumi lontani, di fronte a bisogni primari che lasciano il posto ad inattesi gesti di infinita leggerezza, è una piccola meraviglia che non riempie solo l’anima di Augusta, ma anche gli occhi ed i cuori dello spettatore.
    Dagli Indios delle palafitte di una favela di Manaus abbiamo tutti da imparare, nel bene e nel male. Sembra facile da intuire, non era facile da spiegare in maniera che fosse plausibile e mai scontata, come la carità pelosa, come l’integralismo cattolico che risente dell’atavico stimolo del conquistadores…
    Augusta fugge da questo nella foresta esattamente come era fuggita da quel peso che la opprimeva in patria. Si tratta di una scelta dolorosa certo, ma come contraltare inatteso ha un sorriso, quello di un bimbo su una spiaggia deserta, allegoria di chi è capace di parlare il linguaggio delle emozioni ed insegnare ad un adulto l’essenza della felicità.

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  • Il volto di un’altra: Occasione sprecata

    VOTO: 2

    Tanto presi dalla necessità di apparire che nemmeno un  asteroide in procinto di piombare sulla Terra può distogliere lo sguardo delle telecamere dal popolo e del popolo dalle telecamere. Questo in sintesi il Corsicato pensiero che è visibile attraverso lo schermo deformante de Il volto di un’altra. Una clinica specializzata in chirurgia plastica, atmosfera bucolica nella cornice che la contorna, il gioco dei contrasti che ci mostra i protagonisti, Laura Chiatti ed Alessandro Preziosi, muoversi tra le dinamiche del talent – lei – e quelle di rino e masto plastiche per miliardari  – lui-.
    Le loro strade di coniugi indifferenti e patinati si icontreranno grazie ed un incidente d’auto causato, udite udite da un wc che piomba sull’auto di lei da un cavalcavia deturpandole il viso. Ma sarà vero? la dicotomia tra essere e apparire e fin troppo chiara fin dalle prime battute su un film che il regista firma in ogni minimodettaglio con quello che è il suo marchio di fabbrica, l’umorismo acido e irriverente.Corsicato ci racconta la società dei talent, dei giornali patinati, degli interessi miliardari che si nascondono nei messaggi, pubblicitari e non, che spingono alla ricerca della perfezione.
    Quello che stavolta non funziona nel lavoro del talentuoso regista di Chimera, I buchi neri o Il seme della discordia, è quel meccanismo capace di coinvolgere, avviluppare con immagini smaglianti che raccontano miserie umane e sociali. questa volta il grottesco non colpisce lo stomaco, annoia, rende la narrazione didascalica fino all’inverosimile. Il risultato è stilisticamente perfetto, dai primi piani su occhi e labbra della splendida Chiatti alle sopracciglia di Preziosi, dai bendaggi creativi della diva e delle degenti mostruosamente rifatte, agli spazi chirurgici asettici e popolati da infermiere mostrate comele famose tre scimmiette, ma questo basta a giustificare la catarsi finale, con tanto di asteroide salvifico? Monty Python docet. Peccato.

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    Peter Greenaway e la sua crociata anti-religiosa

    Al Festival del Film di Roma il regista gallese Peter Greenaway presenta Goltzius and the Pelican Company, sua personale crociata anti-religiosa in un film ad alto tasso erotico che si pone di demolire alcuni miti dei credenti.

    Non ci si aspettava un film di questo tipo, da dove trae la sua immaginazione?
    Avete già visto alcuni dei miei film? Allora la nozione del nudo non sarà una sorpresa per voi. Allo stesso modo l’idea di dare priorità all’aspetto visivo allo stesso tempo di combinare l’arte pittorica e il cinema non vi saranno nuove se avete già visto il mio cinema.
    Pensavamo sopratutto ai vari temi del Vecchio Testamento che ha affrontato, da Adamo ed Eva ad Salomé e Giovanni Battista.
    Dimenticavo che stavo parlando con degli italiani. Tutte le vostre nonne immagino erano devote cattoliche, ma credo che oramai sarete tutti dei ragionevoli atei. Comunque la si rigiri la nostra società è stata influenzata da nozioni giudaico-cristiane. Personalmente sono inorridito dalla negatività della religione ed in particolare di quella cristiana. Il cristianesimo dovrebbe essere una forza che promuove la creatività, la fecondità, l’andare avanti ed il progresso, ed invece è molto negativa e l’opportunità che il cristianesimo ed il sesso vadano a letto insieme è praticamente inesistente. Ed è detto all’inizio della genesi che Adamo ed Eva non debbano ‘scopare’. Ma se non avessero ‘scopato’ io non sarei qui a parlare con voi.
    Ma gli amanti possono fare sesso dopo il matrimonio…
    Anche questa soluzione è vista di sbieco dalla religione cattolica. Dovresti farlo attraverso un lenzuolo e con le luci spente. Ma la realtà è che 95% degli atti sessuali sono a scopo ricreativo, e non funzionali a procreare, quindi sembra esserci un’enorme malagestione da parte della chiesa di quello che è un argomento enorme.
    Sicuramente è un aspetto importante delle controversie della chiesa da diversi anni e che la allontana dalla modernità
    Voi cattolici la modernità di fatto l’avete persa nel 1517 quando siete stati rimpiazzati dai protestanti nei paesi chiave in Europa. Vi siete persi l’illuminismo, vi siete persi la rivoluzione industriale. Lo sviluppo vi ha lasciato indietro perchè il cattoliscesimo è sostanzialmente fondato sull’ignoranza, mentre il protestantesimo, pur con tutte le sue pecche, cerca di abbracciare il presente e guardare al futuro.
    La religione sembra essere per lei un argomento moderno, è così?
    E’ molto facile criticare la religione in particolare il cristianesimo, fin troppo facile. Alcuni dei miei amici protestanti mi chiedono: ‘perchè continui a perdere il tuo tempo a criticare la religione?’, sostanzialmente perché nessuno oggi di alcun calibro intellettuale crede ancora in quella stupida mitologia. La mitologia cristiana è di enorme diletto ma sostanzialmente è priva di significato. Il Vaticano stesso ha smesso di puntare sull’Europa  e ora cerca i suoi nuovi bacini in Africa e Sudamerica tra le persone superstiziose. E spero inoltre che nessuno di voi sia mussulmano perché non vorrei essere l’oggetto di una fatwa, ma sicuramente anche l’Islam finirà per disintegrarsi entro le prossime due o tre generazioni. Con I giovani che hanno accesso a sempre più informazioni, presto tutta la mitologia di matrice religiosa sarà spazzata via.
    Quindi il suo messaggio è: chiudiamo con il placebo della religione e guardiamo avanti ad un mondo libero da restrizioni?
    Si, perché per la prima volta siamo rimasti tutti quanti soli. Dio é morto, il diavolo è morto, non possiamo più incolpare Sigmund Freud perché oramai è screditato. Non c’è più nessuno a cui attribuire delle colpe. Per la prima volta nella storia del mondo siamo soli. Dobbiamo addossarci le nostre responsabilità e questo nuovo senso di assoluta libertà terrorizza molte persone. Ma allo stesso tempo dovrebbe motivarci, perché non c’è più nessuno da incolpare, e siamo finalmente i padroni del nostro destino. Finalmente abbiamo la libertà alla quale siamo stati disabituati politcamente, religiosamente e psicologiacamente per secoli, usiamola!
    Quali sono gli elementi che secondo lei rappresentano meglio I tempi moderni?
    Per esempio, il film apre con una scelta, Goltzius dice agli spettatori che possono o essere rappresentati dal cristianesimo, e quindi il vecchio testamento, oppure dalla corrente dell’umanesimo. Stiamo nel sedicesimo/diciassettesimo secolo e, se vi ricordate, in questo paese c’era un grande scontro tra le due correnti: Come si faceva quindi a mettere il cristianesimo in associazione con l’umanesimo? Possiamo considerare Virgilio un ‘pre-cristiano’? Possiamo includero Omero in paradiso? Sono dei grandi problemi intellettuali. C’è stato nel Rinascimento italiano una grossa attenzione verso la grande questione dell’umanesimo. Ci sono stati una serie di luminari che hanno lottato per fare combaciare gli opposti di umanesimo e cristianesimo, da Erasmo da Rotterdam a Giordano Bruno. Ma la questione rimane irrisolta.
    E quindi io non ti rispetterò per la tua religione, ma mi sforzerò maledettamente di proteggerti da ogni forma di sfortuna in nome dell’umanesimo. Sostanzialmente perché considero che la vita sia sacra, ma non da un punto di vista religioso, ma piuttosto da una prospettiva Darwiniana, da un punto di vista evolutivo.
    Quale è la sua prospettiva, non necessariamente religiosa, diciamo il suo modo di interpretare il mondo?
    Mettiamola così, vengo da una lunga tradizione di persone che possiamo descrivere come rurali. Come sapete la tradizione brittannica è molto associata alla natura. Siamo stati I primi a scalare le Alpi. Voi italiani non vi siete mai preoccupati di scalare le Alpi, l’hanno scalata per primi gli stupidi inglesi, che sono stati anche I primi a scrivere poesi liriche, e la stessa idea di romanticismo l’abbiamo iniziata noi, e neppure I tedeschi. Quindi siamo stati I primi ad avere una relazione profonda con la natura, ed intendo la Natura con la N maiuscola. Darwin, che credo fermamente essere l’uomo più grande di tutti I tempi, creò un sistema di pensiero che era fortemente legato all’ordine naturale, e che era enormemente confortante. Sebbene I miei genitori ed I miei avi non erano assolutamente fattori – mio padre era un ornitologo, mio nonno uno giardiniere specializzato in rose, e mio bisnonno un taglialegna – sapevano tantissimo del loro paese dal punto di visto naturale. E non lo facevano affidandosi a manuali, lo facevano attraverso le loro  osservazioni personali. Quando avevo circa otto anni mio padre mi portava in Olanda con  un paio di binocoli attaccati agli occhi, e probabilmente saprete che l’Olanda è un paese bagnato, umido e fangoso. Quindi ho passato la mia gioventù girovagando ed osservando gli uccelli in Olanda. E quelle nozioni mi sono rimaste, quindi oggi in base al suono solamente posso dirvi la differenza tra un rigogolo e un cardellino. Semplicemente in base al suono. E pensavo all’epoca che qualsiasi bambino potesse distinguere I cinguettii dei due uccelli, e mi sono accorto dopo che molto persone non possono distinguere, non dico I suoni ma di fatto, tra un piccione ed un passero. Ma è anche vero che questi ragazzi mi sapevano dire la differenza tra una Alfa Romeo ed una Lamborghini, ed io non ero in grado. Quindi molto è legato all’influenza parentale. Io ho due figlie da un primo matrimonio, e le portavamo in giro per gallerie d’arte a Londra e per il mondo, e loro lo odiavano, tutto ciò che volevano fare era essere a con gli amici, o a casa a guardare la tv. Adesso sono nella quarantina ed una è una scultrice e l’altra un’argentiere, quindi è curiosio che nonostante in giovane età si rifiuti queste influenze parentali, diventano molto importanti nel corso degli anni.
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  • Diaz – Don’t Clean up This Blood: La forza delle idee!

    In Diaz – Don’t Clean up This Blood, Daniele Vicari affronta con rigore i fatti del G8 di Genova. Il film, già premiato a Berlino, non fornisce risposte ma lascia lo spettatore solo con le proprie domande.

    Una bottiglia vuota vola al ralenti, infrangendosi al suolo, ancora e ancora e ancora….
    Una delle immagini iniziali di “Diaz – Don’t clean up this blood”, in cui quello che sconvolge è il senso di impunità che resta nello spettatore allo scorrere dei titoli di coda. Quello che ancor più sconvolge è che gli artefici di una mattanza in pieno stile ‘macelleria messicana’ siano ancora tutti lì, a ‘proteggere e servire’, direbbero poco più su, in America.
    E invece siamo in Italia e l’attentato alla democrazia perpetrato da 400 esponenti delle forze dell’ordine a Genova, tra la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto, durante il G8 del luglio 2001, è raccontato da un giovane e rigoroso regista italiano: Daniele Vicari.
    Solo uno spirito libero poteva affrontare senza pregiudizio una storia italiana solo a livello territoriale, mentre la sua valenza travalica le frontiere, arrivando a scuotere le coscienze dal torpore ad oltre 10 anni da quell’orrore insensato, ovunque il film verra’ proiettato.
    Ma andiamo con ordine. Le vicende che seguirono il summit dei Grandi della Terra, la ‘zona rossa’, i ‘black bloc’, la tragica fine di un manifestante, Carlo Giuliani, sono vicende note ai più. Meno noto, o meglio, mai reso noto con questa lucidità e chiarezza, è quello che accadde alla ‘Scuola elementare primaria Armando Diaz’ il 21 luglio 2001, tra le 22.45 e la mezzanotte.
    Vicari racconta dei 364 poliziotti entrati nella notte a sgomberare un “manufatto occupato da pericolosi sovversivi” – almeno secondo i verbali che sono agli atti del processo – dei 150 carabinieri chiamati a presidiare l’area, tutto per 93 persone, non tutte con il certificato di santità in tasca certamente, ma molte delle quali andate a Genova solo a manifestare pacificamente il proprio dissenso.
    Vicari mostra un dramma in cinque atti mentre la bottiglietta vuota vola e atterra varie volte, infrangendosi sul selciato da vari punti di osservazione, simbolo di sogni infranti, orrore, disillusione, impotenza, indignazione. Un montaggio dalla precisione chirurgica e dalla grammatica impeccabile tiene insieme i fili di facce e stati d’animo dei protagonisti, 126 attori e 8000 comparse che rendono credibile l’atmosfera di carruggi deserti e piazze assolate almeno quanto affollate, di palestre dormitorio e media center. Nulla è lasciato al caso, un lavoro certosino, due lunghi anni di preparazione alle riprese.
    C’era una montagna di documentazione processuale alle spalle, che tuttavia necessitava di una chiave di lettura, per non restare pulviscolo e vergogna. La chiave di lettura di un film come “Diaz” è la sua volontà di parlare al Mondo, non solo all’Italia. Perché
    nulla di quanto raccontato sulla Diaz – e ancora di più su Bolzaneto – è stato mai esaustivo, definitivo. Quello che mancava oltre le ferite, i denti e gli arti spaccati, era la consapevolezza filmata che gli abusi da soli non bastano a capire e ad indignarsi.
    Quello che deve atterrire e in cui il film di Vicari riesce mirabilmente nel suo triste compito, è raccontare la sistematicità della violenza cieca.
    Quindici ragazze in stato d’arresto denudate e fatte girare su se stesse al ludibrio generale, 15 su meno di cento arrestati, di cui meno di 40 erano donne; un numero spaventosamente alto anche per chi non mastica la statistica. E ancora scalpi, capelli tagliati con il coltello, una cosa terribile, e ancora e ancora e ancora…
    Allora il fatto che qualcuno, anche senza averne ricevuto ordine, si sia sentito in diritto di fare quello… non è accettabile. Almeno per Vicari, che non ha risposte per lo spettatore, solo domande: quelle che il regista e il privato cittadino italiano Daniele, che di mestiere fa il regista del reale, si pone e che tutti dovrebbero porsi dopo questo film.
    Non a caso nessuno degli ottimi professionisti che hanno contribuito alla riuscita di questo difficilissimo film è stato citato. Vanno ringraziati tutti insieme però. Molti di essi, abituati a ruoli di primo piano, hanno accettato di prestare la loro forza interpretativa a personaggi poco più che marginali. Anche questa è la forza di una storia che evidentemente nella coscienza di tanti, anche la loro dunque, andava raccontata.
    Forse perché una delle parole chiave del movimento no global, dopo ‘un altro mondo è possibile’ era Tobin tax, dalla proposta di tassazione delle transazioni finanziarie dell’economista americano James Tobin, ispiratore del movimento ATTAC. Curiosamente si tratta della stessa Tobin tax di cui discutono, 11 anni dopo, la Merkel e Sarkozy. E intanto continua ad infrangersi al suolo, ancora e ancora e ancora… una bottiglia.

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