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    The Bling Ring: Coppola-Watson, “cattive” ragazze ma poco scandalo

    Quinto film di Sofia Coppola, “The Bling Ring” segna il ritorno a Cannes della regista, a tre anni dall’ultimo lavoro, “Somewhere”, Leone d’Oro a Venezia.
    3stelle

    Tratto da un articolo pubblicato da ‘Vanity Fair’ a cura della giornalista Nancy Jo Sales Dishes, la pellicola racconta le (dis)avventure, a cavallo tra l’ottobre 2008 e l’agosto 2009 della banda di quattro rapinatrici (più un ragazzo), soprannominati dai media appunto The Bling Ring che fecero incetta di abiti firmati e gioielli stimati per un valore di quasi 3 milioni di dollari, intrufolandosi e rubando nelle ville a Los Angeles di star come Paris Hilton, Lindsay Lohan,  Rachel Bilson, Audrina Patridge, Orlando Bloom, Megan Fox e Brian Austin Green.
    Narcisiste, spudorate, vanitose, fashion addicted per scelta di vita, assuefatte e stimolate dal mondo patinato della moda e della rete (Facebook, Tmz) tanto da arrivare a trovare semplicemente gli indirizzi dove colpire grazie a programmi come GoogleMaps o siti come celebrityaddressaerial.com.

    Ricordo di aver letto l’articolo in questione quando ero in aeroporto – dice la Coppola – e fin da quel momento ho trovato questa storia affascinante, molto contemporanea, tanto da interessarmene subito. Ancora un racconto su adolescenti irrequieti (lo fece nel debutto con Il giardino delle vergini suicide e poi con Maria Antonietta), gioventù annoiate, dedite ad alcol, droghe, pronte a scandalizzare a tutti i costi, tanto da arrivare a catturare l’attenzione di tutte le televisioni e riviste americane.

    Bad girls con Emma Watson eletta a capo branco, ruolo-trasformazione che la sdogana dopo anni nei ricchi panni della Hermione nella saga di Harry Potter, ma che il cinema aveva già provato a sperimentare con Spring Breakers di Harmony Korine. La pellicola vive con i suoi ritmi, ritrovando molto nella contaminazione dei linguaggi più recenti, dai reality al web, fino al videoclip, che guardano al glamour trash di una società giovanile, oggi sempre di più ipnotizzata da modelli sbagliati.

    Andrea Giordano

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  • The parade: Solo l’amore conta

    Dalla ex Jugoslavia una commedia dolce-amara sulla difficile convivenza tra la comunità LGBT e quella “sana”, che ha convinto il pubblico del 62° Festival di Berlino.

    3stelleemezzo

    In che modo potrebbero mai incrociarsi le strade di un ex soldato serbo e di un veterinario gay? Quando l’adorato cane di Limun, un militare riciclatosi come bodyguard e criminale “occasionale”, viene ferito gravemente, Radmilo dovrà salvarlo a meno che non voglia subire la stessa sorte. La sopravvivenza del povero animale dovrebbe interrompere ogni tipo di rapporto tra due persone cosi diverse, se non fosse che il ragazzo di Radmilo, Mirko, sta organizzando le principesche nozze proprio tra Limun e Biserka, tipa tosta con uno strano concetto di “comunicazione non violenta”.
    Intanto la comunità gay di Belgrado cerca di organizzare la parata del Gay Pride, scontrandosi con la comunità civile ed ecclesiastica, la polizia ma soprattutto con i gruppi neonazisti della città, in cui milita anche il figlio di Limun: Radmilo allora “costringe” l’ex militare ad occuparsi della sicurezza del corteo, in cambio del matrimonio da favola sognato dalla sua fidanzata. Naturalmente i suoi colleghi rifiutano, quindi chi potrebbe aiutarlo se non i suoi vecchi nemici ? Quattro uomini tutti d’un pezzo, temprati dalla guerra nei Balcani, impareranno così a conoscere ed apprezzare i loro nuovi amici attraverso situazioni paradossali, momenti comici e ricordi dolorosi, fino a rendersi conto che non sono poi cosi diversi quando si tratta di combattere per un ideale, come hanno fatto loro stessi in passato.
    La parata non finisce bene ma è comunque il seme che porta, due anni dopo, alla prima manifestazione omosessuale serba “di successo”, se cosi si può definire il semplice fatto che le poche centinaia di partecipanti non siano stati massacrati di botte perché protetti da ben 4600 poliziotti, mentre le bande di estrema destra radevano al suolo il centro di Belgrado.
    In The parade il regista Srdjan Dragojevic (Pretty village pretty flame, The wounds) cerca di condensare temi importanti quali la guerra, l’omofobia, l’amore e l’amicizia in una commedia riuscitissima che fa ridere di  gusto ma anche amaramente, che fa riflettere senza salire in cattedra, che vuole mantenere viva la speranza che le cose possano cambiare. Un film intelligente che, tra una citazione di Ben Hur ed una de I Magnifici Sette, sfodera l’arma dell’ironia per difendere i diritti e la dignità di una parte della società tuttora costretta a nascondersi: del resto, “quando sei disposto a far qualunque cosa per qualcuno, il resto non conta”.

    Guido Curzio

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    Biografilm, tra la Vanoni e le Pussy Riot

    Si aprirà con l’anteprima del documentario vincitore del premio Oscar “Sugar Man” il Biografilm Festival, kermesse italiana dedicata alle biografie, che si terrà a Bologna dal 7 al 17 giugno. Nona edizione per il Biografilm, che si svilupperà con un concorso internazionale, una sezione dedicata ai documentari prodotti nel nostro Paese (Biografilm Italia), la sezione legata a temi di attualità (Contemporary Lives) e Activism, un focus che analizza l’attivismo nell’epoca dei social media.
    Tra i documentari in concorso “Pussy Riot – A punk prayer”, che ripercorre le vicende della musiciste della punk-band condannate e arrestate in Russia, “Wrong Time Wrong Place” sulla strage di Utoya, e “The Man Behind the Throne”, che racconta la carriera del coreografo Vincent Paterson, che ha ideato le più celebri coreografie di Madonna e Michael Jackson. Madrina della manifestazione sarà Ornella Vanoni, protagonista del documentario “Ornella Vanoni. Ricetta di donna”. Ne abbiamo parlato con Andrea Romeo, direttore del festival.

    Andrea cominciamo dall’affascinante ed attualissima sezione Activism..
    “Il focus sull’Activism era inevitabile perché in un anno di cinema ti accorgi delle linee di tendenza e va raccontato il cinema fatto con la camera che c’è mentre le cose accadono. Sintomatico di questo è la storia incredibile delle Pussy Riot e di questo brevissimo video per realizzare il quale queste ragazze hanno subito un processo pesantissimo per vilipendio di qualsiasi cosa… sono seguite le campagne di artisti di tutto il mondo in loro aiuto, ed in questo la macchina da presa di activism ha sempre seguito le cose mentre succedevano. Un bell’esempio di questo processo lo avevamo avuto con ‘The Cove’, film vincitore di un Oscar e che testimonia la mattanza assurda di delfini in una baia del Giappone. Anche li, soprattutto nelle riprese notturne, le micro camere ad infrarossi degli attivisti hanno fatto cinema, hanno fatto cultura, hanno fatto anche cronaca.”
    Ovviamente Biografilm non è solo attivismo. Se ti guardi indietro, tra sforzi e mille difficoltà come ti sembra questa edizione?
    “Se devo essere sincero posso dire che la scommessa di un festival che si basasse sul racconto di vite straordinarie e sul documentario post rivoluzione digitale è una scommessa vincente. Questo cinema si sta nutrendo del periodo, ma ancor di più riesce a documentare e combattere ingiustizie atroci in tutto il mondo. Il senso di un certo cinema è proprio questo e noi al Biografilm cerchiamo di interpretare questo spirito. Biografilm si nutre della produzione smodata favorita dal digitale, dell’accessibilità alla narrazione e alla documentazione di una vastità di artisti, giornalisti, semplici cittadini che imbracciano la telecamera e raccontano la confusione del momento”.

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  • Mi rifaccio vivo, non diverte l’All-star cast di Rubini

    2stelle

    Non basta un ottimo cast ed un bravo regista per confezionare un buon film in generale ed una commedia divertente nello specifico. Non fa eccezione Mi rifaccio vivo, regia di Sergio Rubini e cast pieno di ottimi professionisti, della risata ma non solo.
    Si parte, male, con una voce off che dovrebbe proiettare dritti al cuore della vicenda, ma che non fa presagire nulla di buono fin dai primi minuti. Poi un lampo, una trovata, un chiodo ed il volto di gomma di Pasquale Petrolo, in arte Lillo, tengono in vita una speranza. Le tanto agognate risate, il divertimento, la battuta sagace però sono merce rara nella nuova regia di Rubini. Incomprensibilmente, perché, va sottolineato, il regista ed attore pugliese e’ persona colta e divertente, un professionista navigato che però stavolta si perde nelle pieghe di una sceneggiatura debole, scontata e poco divertente. Non lo aiutano le ‘facce’ di Marcore’, incapsulato nel ruolo (un Gastone Paperone un poco stolto un po’ Mefisto) cui non rende la caratteristica di doppiezza evidentemente necessaria, non lo aiuta la Buy (troppo risicato per incidere il suo ruolo di mogliettina trascurata), e poi e poi, Iacchietti, la Incontrada, ma soprattutto un Solfrizzi mai realmente esilarante, troppo contenuto, in un ruolo che invece dovrebbe essere esplosivo, grazie ad una ‘spalla’ come Lillo ed un contraltare come Marcore’.
    L’extra time di vita, l’ultima chance per rimediare all’insano gesto sono plot frequentati al cinema, da commedie più o meno brillanti. Quello che è mancato in questo ennesimo tentativo e’ il coraggio di percorrere fino in fondo almeno uno dei filoni narrativi presi ed abbandonati per strada, con pregiudizio del risultato finale, davvero poco divertente, purtroppo.

     

     

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    Effetti collaterali: psycho giallo per Soderbergh

    3stelle

    L’aspetto psicologico dell’essere umano è stato spesso oggetto di grande interesse per la Settima Arte, che ha declinato patologie e inclinazioni dell’uomo per creare vicende più o meno intense o affascinanti. Quando l’oggetto di analisi psicologica si mescola al thriller poi il connubio è potenzialmente vincente. Accade anche con gli  “Effetti collaterali” di Steven Soderbergh, sulla soglia di un cambio radicale di binario artistico, come lui stesso ha dichiarato, riservandosi per il prossimo festival di Cannes la chiusura in grande stile.  Sarà, però con questo divertissement tra la psichiatria e il giallo che si rifà al grande Hitchock, il regista di ‘Sesso bugie e videotape’ e tanti altri successi dirige Rooney Mara, Catherine Zeta Jones e Jude Law  in un film che parte da un presupposto semplicissimo: una pillola può cambiare il corso di una vita, irrimediabilmente?
    L’incastro è ad orologeria, come sempre nelle sceneggiature del regista americano; il gusto estetico affinato all’ombra della Hollywood indipendente, in quella specie di factory di talenti dell’America off che sa incontrare il gusto degli spettatori europei, è ormai un marchio di fabbrica. C’è anche l’annosa questione delle multinazionali del farmaco sullo sfondo; la pubblicità orientata delle lobby del farmaco senza scrupoli, una certa deriva della società per cui la pillola è il tappeto sotto il quale nascondere deliri, disagi, paure moderne. Viaggia sul filo del rasoio Effetti collaterali, che già aveva fatto bella mostra alla Berlinale, dispensando colpi di scena e sensualità, giudizio morale ed empatia con le vicende raccontate con mestiere da un maestro del cinema che sarebbe un peccato perdere per le strade della ‘videoarte’…

     

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    Io viaggio sola: Tognazzi e un film ‘internazionale’

    Una donna normale con un lavoro molto, molto speciale… Margherita Buy è Irene, di professione ‘ospite a sorpresa’, alias ispettore in incognito per una società che valuta le eccellenze in fatto di alberghi di lusso. Potrebbe sembrare semplice, comodo e divertente stabilire a che temperatura va servita una zuppa, come vanno disposti i saponi e quale la distanza esatta tra le posate; in realtà non è così, come ci racconta la bella interpretazione della Buy, diretta da Maria Sole Tognazzi .
    Un film inconsueto per il nostro cinema ‘Io viaggio sola’, commedia sofisticata che cerca anche risposte sul piano sociale alla domanda “Perchè una donna single e soddisfatta è considerata sola, mentre una maschio nelle stesse condizioni è uno che ama la libertà?”.
    Sempre alla ricerca di una storia convincente e coinvolgente da raccontare, la Tognazzi che aveva stupito al Festival di Roma con il racconto affascinante delle figura paterna, non si smentisce e con leggerezza guida – e si lascia trascinare – da un’ottima interprete di fobie e ansie dei nostri tempi.
    Un connubio quello tra queste due professioniste, che merita di essere segnalato dalla critica ed apprezzato dal pubblico, alle prese con un film che sfonda le pareti del ‘due camere e cucina’, raccontando una storia che da Roma guarda il Mondo. Viaggia tra hotel ed aeroporti, lenzuola inamidate e domande esistenziali sulla maternità, Maria Sole Tognazzi, per poi farvi ritorno nella sua Capitale, con una consapevolezza maggiore, sua, della protagonista e forse, probabilmente, anche dello spettatore.

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    Maria Sole Tognazzi viaggia in ottima compagnia…

    Maria Sole Tognazzi dirige una Margherita Buy straordinariamente in parte in ‘ Viaggio sola’, leggero e divertente ma non senza un tocco di riflessione profonda sulla nostra società osservata con gli occhi di una donna libera.

    Maria Sole, quando hai pensato di raccontare un personaggio così particolare?
    E’ nato con il proposito di raccontare una cosa che esiste ma si vede poco sugli schermi; raccontare cioè una donna che non è in carriera, non rinuncia alla sua vita per il lavoro, non è problematica.
    La mi protagonista ha semplicemente un lavoro che le piace, fa l’ispettore per una catena che certifica solo alberghi a 5 stelle, è sola, senza famiglia, senza figli, ma non per questo non accetta la vita per quello che le offre.

    Fai anche riflettere sul fatto che la società giudica però una persona come Margherita come sola…
    E’ esattamente quello che volevo raccontare. Il fatto che lei viva serena la sua vita non corrisponde alla percezione che il mondo ha di lei, semplicemente perché non è mamma e non è moglie…
    Da donna mi interessava molto raccontare questa storia, il personaggio di Irene. Io ho quarant’anni e avrei voglia di fare un figlio, ma non mi è capitato e non so se mi capiterà, malgrado oggi le donne facciano figli sempre più tardi; molte di noi non si sentono complete se non con la maternità, altre, come il personaggio che ha interpretato in maniera fantastica Margherita, vivono bene la propria vita in ogni caso.

    Come hai scovato il personaggio particolarissimo che affidi alla Buy?
    Io sono alla mia quarta regia e sinceramente l’idea di raccontare un personaggio che non fosse stato rappresentato al cinema, almeno come protagonista, come il mio ‘mistery guest’ non era male.
    Devo ringraziare Francesca Marciano perché scriveva con me ed Ivan Cotroneo questo film ma l’idea di questa single senza figli che ormai è al 17% in Italia è venuta a lei.
    Abbiamo incontrato un ispettore vero ed abbiamo ambientato la storia in 7 reali alberghi sparsi per il mondo.

    Irene è una donna libera, emancipata, il tuo concetto di libertà?
    E’ senza dubbio il bene più prezioso poter decidere del proprio destino. Non sentirsi obbligati a dover scegliere per forza è una bella sensazione; quando si sceglie poi si fanno i conti solo con la prova coscienza.

    il personaggio di Irene sembra ritagliato sulla recitazione di Margherita, sembra quasi che in Italia avrebbe potuto realizzarlo solo lei il tuo film, non è vero?
    Io faccio la regista da tanto, da quanto avevo 28 anni, e almeno da 10 anni pensavo di fare un film con lei. Il mio secondo film era scritto per lei, purtroppo non lo abbiamo mai realizzato…
    Dieci anni dopo mi sono trovata ad offrirle un nuovo ruolo e per fortuna questa volta lei ha acettato ed il film si è fatto. Voglio ringraziarla perché io conosco gli attori, vengo da una famiglia di attori, ne conosco la psicologia, l’indole, ma il rapporto che abbiamo creato sul set ha permesso di creare un personaggio etereo, leggero ma allo stesso tempo malinconico il suo personaggio, che io avevo pensato esattamente così.

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  • La Roma tiene a battesimo il film sui Gladiatori

    Secondo i più accaniti tifosi non poteva essere altrimenti, per altri è una buona occasione per un bagno di folla nella primavera romana. Fatto st ache “Benur – Un gladiatore in affitto”, per la regia di Massimo Andrei, sarà accompagnato all’uscita in sala dalla squadra giallorossa capitanata da Francesco Totti. Il 23 aprile al The Space Cinema Moderno della Capitale una rappresentanza di calciatori della A.S. Roma parteciperà all’anteprima, con tanto di gladiatori romani a far da scorta sul tappeto che per una volta sarà “giallo-rosso”. Inoltre il trailer del film sarà programmato allo stadio Olimpico a partire da domenica 21 Aprile.
    Il film, prodotto da Flavia Parnasi, e già presentato con grande successo di pubblico allo scorso Festival di Roma, Benur uscirà in sala l’1 maggio distribuito dalla Movimento Film diretto da Massimo Andrei (pluripremiato all’esordio con Mater Natura). Si tratta dell’ adattamento cinematografico del fortunatissimo spettacolo teatrale “Ben Hur” di Gianni Clementi, interpretato dagli stessi protagonisti della pellicola, Nicola Pistoia, Paolo Triestino e Elisabetta De Vito.
    Il film è la divertente storia di due fratelli, Sergio e Maria e del bielorusso Milan: tre storie di disperata comicità ai piedi del Colosseo, ai giorni nostri, tra bighe e centurioni… Sergio ha nel cuore sempre la sua Roma a sostenerlo e a dargli carica (e un poster di Falcao nell’armadio e il casco giallorosso): ex stuntman del cinema infortunatosi sul set di un film americano, per sbarcare il lunario si arrangia con impieghi fantasiosi, come fare il centurione al Colosseo, mentre la sorella Maria con cui divide l’appartamento, ‘lavora’ da casa per una hot-line erotica. Due vite alla deriva, finché un giorno a cambiare le cose ci pensa Milan, immigrato clandestino bielorusso, che stravolgerà la loro esistenza…
    Nel film – ambientato tra la periferia di cemento armato di Tor Sapienza e la Roma archeologica, dal Colosseo al Circo Massimo – non sono mancate le scene con la biga con tanto di inseguimento dei centurioni da parte della polizia.

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    Benur, il Gladiatore di Massimo Andrei

    Dal teatro al cinema Benur diventa una commedia dai molteplici piani di lettura. Un buon film quello di Massimo Andrei, che omaggia la grande Commedia all’italiana


    Massimo Andrei un’impresa complicata affrontare un successo teatrale e trasferirlo al cinema, in un linguaggio totalmente diverso…

    Io volevo rappresentare la miseria umana ma lo volevo fare con una risata, una parolaccia, di petto. Mi ricordava una certa grande commedia all’italiana che sapeva ridere sulle nostre disgrazie, sulle miserie di una società che si guardava per cambiare, per correggere certe aberrazioni. Vorrei ringraziare gli attori, i produttori, Il nostro montatore Claudio Di Mauro, che ha creato tante straordinarie commedie di successo e infine ma non certo per ultimo il Maestro Nicola Piovani che ci ha regalato attimi della sua poesia.
    Detto questo io sono arrivato con una sceneggiatura già’ esistente. Ovviamente ci abbiamo ragionato molto perché tra teatro e cinema il passo e’ grande. Abbiamo sfondato una parete e siamo arrivati al Colosseo….

    Gianni Clementi come ti senti ora che la tua commedia arriva al sul grande schermo?
    La ricostruzione di massimo e molto fedele e lo ‘sfondamento’ di quel muro era necessario, anche se non sapevamo come sarebbe stato possibile ambientare il film in un luogo simbolico. Da questo punto di vista c’è stato un impegno produttivo notevolissimo. Poi quando sai di poter avere quella location adattare la sceneggiatura e’ stato molto semplice…

    Un finale diverso, consolatorio, o forse e’ solo un sogno?
    Un Colosseo può essere anche un monumento ‘pesante’ da sopportare. Un peso incredibile per un italiano che lavora, che non Sto arrivando! Bene ogni giorno come farà ad andare avanti… Poi il monumento e’ da sempre un simbolo, pure il grande Alberto Sordi ci salì per gridare il suo disagio… Bisogna guardare il film per farsi un’idea naturalmente.

    Elisabetta, da attrice cosa ci racconti su questo esperimento teatral-cinematografico?
    A volte e’ stato mentalmente difficile riportare quel pathos teatrale al cinema, perché quello dovevamo fare per avere un risultato soddisfacente dopo circa 300 repliche. Ormai con Nicola e Paolo siamo fratelli, ci capiamo senza parlare, basta uno sguardo. Credo che rarissimamente sia capitato ad un cast di avere quella preparazione alle spalle prima di girare.

    Paolo Triestino, la tua personale esperienza sul set di Benur?
    Abbiamo battagliato molto anche sulla trasposizione teatrale. Ci eravamo affezionati, e’ naturale. Pensate cosa e’ stato recitarla al teatro romano di Ostia Antica… Però il cinema richiedeva una trasformazione e per me da attore e’ stata una sfida che spero di aver vinto.

    Nicola Pistoia, da romano de Roma, un film che hai sentito, come e più di altri…
    Non sapevo bene come avremmo amalgamato quegli interni rodati in teatro, amalgamati con gli esterni potenti di cui abbiamo parlato. Poi si dice sempre che noi attori pagheremmo chi sa cosa, pur di stare in platea a vedervi recitare… Ecco stavolta bastano 7 euro! Poi si c’è tanta Roma, in cui siamo tutti sulla stessa barca, romani e migranti. Tor Sapienza non la conoscevo, se ci passi ci vai di corsa, non ti fermi, hai paura di lasciare la macchina per paura che te la rubino. Ed invece ho visto una gentilezza, una umanità, una dignità di chi ha poco e ti mette a disposizione la sua casa per farti fare un film, che confesso mi ha fatto un po’ vergognare delle mie paure.

    Gianni questo e’ un film che contiene tanta umanità, tanta sofferenza, tanto lavoro ed esce in sala il primo di maggio non a caso…
    Assolutamente no, ovviamente. Una sera osservavo dei ‘centurioni che su un autobus tornavano a casa dopo una giornata d’estate passata al lavoro ai Fori Imperiali. Questa scena si impresse nella mia memoria come la notizia che lessi di un povero immigrato morto di fatica su un campo di pomodori in Campania e abbandonato a qualche chilometro da un caporale senza scrupoli. Queste due immagini sono diventate una commedia dolce amara, dal titolo Benur, che certamente non accasato arriva in sala il Primo Maggio.

    Elisabetta, tu hai un aneddoto particolare che è’ precedente alle riprese, addirittura precedente al tuo provino teatrale, c’è lo racconti?
    Stavo girando per Uno Mattina delle mini fiction sul mondo del lavoro ed avevo incontrato questa storia, davvero molto simile, nella dura realtà. Questo mi successe alcuni mesi prima di fare il provino, questo spiega tante cose…

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    Riccobono e Lodovini, non solo belle in Passione sinistra

    Eva Riccobono e Valentina Lodovini, due bellissime e divertenti protagoniste di ‘Passione sinistra’, ci raccontano le loro protagoniste in un’Italia sempre più allo sbaraglio…

    Eva quanto è difficile recitare la parte della bionda completamente svampita?
    E’ difficile ma divertente. Perché hai la possibilità di tornare ad essere bambina, frivola dire quello che ti pare senza freni. I ruoli più distanti da te sono quelli che ti gratificano di più, devi inventare una personalità che non ti appartiene. In america hanno creato stelle ed incassi fantastici, in Italia non so perché fanno paura.

    Eppure sei quella che tra tutti i caratteri che vediamo nel film dice le verità più condivisibili
    Si perché è il personaggio meno costruito, il più spontaneo, che ha meno preconcetti. Essere di destra ti obbliga ad avere dei comportamenti, idem se sei di sinistra. E’ la nostra società e lei invece riesce ad essere se stessa e si vuole un gran bene.

    Abbiamo parlato di Simonetta, la tua protagonista, Eva invece come vede la realtà che ci circonda, come reagisce alle prime pagine dei giornali che legge al mattino?
    Sono profondamente imbarazzata, disgustata sinceramente. Sono stata sempre una grande sostenitrice dell’Italia nel periodo in cui per il mio mestiere di modella ero in America. Sono sempre voluta tornare, amando il mio Paese, che mi mancava. Proprio viaggiando in tutto il Mondo ho capito che meglio dell’Italia non c’è. Il problema dell’Italia sono gli italiani, un popolo chenon si ama. Noi preferiamo sempre l’erba del vicino, sempre più verde; abbiamo dimenticato quanto sia bella la nostra patria e non la rispettiamo più…

    Valentina, credi di assomigliare alla tua protagonista, ecologista e politicamente impegnata?
    Guarda in effetti no, io e Nina non abbiamo assolutamente nulla in comune, comunque è stato molto bello interpretarla. Siamo distantissime, lei è idealista e come gli idealisti spesso si fa travolgere dalla realtà, io sono molto più pragmatica. Io credo, spero, mi auguro, ci provo… ad essere coerente; Nina non si pone molto il problema di essere coerente, crede e basta. In questo dico che siamo distanti.

    Eva Riccobono si dice ‘disgustata’, tu invece come ti rapporti alle prime pagine dei giornali italiani?
    Da cittadina sono molto molto preoccupata. Mi rendo conto che stiamo vivendo il periodo più nero dal dopoguerra e c’è davvero poco da scherzare. Nina si racconta con leggerezza perché la sua vicenda è inquadrata nell’ambito della commedia. Ecco forse se mi chiedi di cercare un punto di contatto tra Nina e Valentina posso inquadrarlo nella confusione che entrambe ci troviamo ad affrontare. Le paure sono probabilmente le stesse, il modo di affrontarle è però profondamente diverso.

    La crisi quanto e come incide sul meraviglioso mondo dello spettacolo?
    Tanto, come in tutti gli altri settori, non è che poi siamo dei privilegiati inaccessibili. Io personalmente mi sento fortunata perché ho lavorato ed in questo momento sto lavorando tanto, però si produce molto meno e si può tranquillamente parlare di disoccupazione anche tra gli attori.
    La cultura nel nostro Paese sono molti anni che non riceve il giusto sostegno. Figuriamoci adesso che ci sono problemi molto, molto più seri. Se eravamo l’ultima ruota del carro adesso cosa siamo diventati…?

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