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  • Mi rifaccio vivo, non diverte l’All-star cast di Rubini

    2stelle

    Non basta un ottimo cast ed un bravo regista per confezionare un buon film in generale ed una commedia divertente nello specifico. Non fa eccezione Mi rifaccio vivo, regia di Sergio Rubini e cast pieno di ottimi professionisti, della risata ma non solo.
    Si parte, male, con una voce off che dovrebbe proiettare dritti al cuore della vicenda, ma che non fa presagire nulla di buono fin dai primi minuti. Poi un lampo, una trovata, un chiodo ed il volto di gomma di Pasquale Petrolo, in arte Lillo, tengono in vita una speranza. Le tanto agognate risate, il divertimento, la battuta sagace però sono merce rara nella nuova regia di Rubini. Incomprensibilmente, perché, va sottolineato, il regista ed attore pugliese e’ persona colta e divertente, un professionista navigato che però stavolta si perde nelle pieghe di una sceneggiatura debole, scontata e poco divertente. Non lo aiutano le ‘facce’ di Marcore’, incapsulato nel ruolo (un Gastone Paperone un poco stolto un po’ Mefisto) cui non rende la caratteristica di doppiezza evidentemente necessaria, non lo aiuta la Buy (troppo risicato per incidere il suo ruolo di mogliettina trascurata), e poi e poi, Iacchietti, la Incontrada, ma soprattutto un Solfrizzi mai realmente esilarante, troppo contenuto, in un ruolo che invece dovrebbe essere esplosivo, grazie ad una ‘spalla’ come Lillo ed un contraltare come Marcore’.
    L’extra time di vita, l’ultima chance per rimediare all’insano gesto sono plot frequentati al cinema, da commedie più o meno brillanti. Quello che è mancato in questo ennesimo tentativo e’ il coraggio di percorrere fino in fondo almeno uno dei filoni narrativi presi ed abbandonati per strada, con pregiudizio del risultato finale, davvero poco divertente, purtroppo.

     

     

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    Effetti collaterali: psycho giallo per Soderbergh

    3stelle

    L’aspetto psicologico dell’essere umano è stato spesso oggetto di grande interesse per la Settima Arte, che ha declinato patologie e inclinazioni dell’uomo per creare vicende più o meno intense o affascinanti. Quando l’oggetto di analisi psicologica si mescola al thriller poi il connubio è potenzialmente vincente. Accade anche con gli  “Effetti collaterali” di Steven Soderbergh, sulla soglia di un cambio radicale di binario artistico, come lui stesso ha dichiarato, riservandosi per il prossimo festival di Cannes la chiusura in grande stile.  Sarà, però con questo divertissement tra la psichiatria e il giallo che si rifà al grande Hitchock, il regista di ‘Sesso bugie e videotape’ e tanti altri successi dirige Rooney Mara, Catherine Zeta Jones e Jude Law  in un film che parte da un presupposto semplicissimo: una pillola può cambiare il corso di una vita, irrimediabilmente?
    L’incastro è ad orologeria, come sempre nelle sceneggiature del regista americano; il gusto estetico affinato all’ombra della Hollywood indipendente, in quella specie di factory di talenti dell’America off che sa incontrare il gusto degli spettatori europei, è ormai un marchio di fabbrica. C’è anche l’annosa questione delle multinazionali del farmaco sullo sfondo; la pubblicità orientata delle lobby del farmaco senza scrupoli, una certa deriva della società per cui la pillola è il tappeto sotto il quale nascondere deliri, disagi, paure moderne. Viaggia sul filo del rasoio Effetti collaterali, che già aveva fatto bella mostra alla Berlinale, dispensando colpi di scena e sensualità, giudizio morale ed empatia con le vicende raccontate con mestiere da un maestro del cinema che sarebbe un peccato perdere per le strade della ‘videoarte’…

     

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    Io viaggio sola: Tognazzi e un film ‘internazionale’

    Una donna normale con un lavoro molto, molto speciale… Margherita Buy è Irene, di professione ‘ospite a sorpresa’, alias ispettore in incognito per una società che valuta le eccellenze in fatto di alberghi di lusso. Potrebbe sembrare semplice, comodo e divertente stabilire a che temperatura va servita una zuppa, come vanno disposti i saponi e quale la distanza esatta tra le posate; in realtà non è così, come ci racconta la bella interpretazione della Buy, diretta da Maria Sole Tognazzi .
    Un film inconsueto per il nostro cinema ‘Io viaggio sola’, commedia sofisticata che cerca anche risposte sul piano sociale alla domanda “Perchè una donna single e soddisfatta è considerata sola, mentre una maschio nelle stesse condizioni è uno che ama la libertà?”.
    Sempre alla ricerca di una storia convincente e coinvolgente da raccontare, la Tognazzi che aveva stupito al Festival di Roma con il racconto affascinante delle figura paterna, non si smentisce e con leggerezza guida – e si lascia trascinare – da un’ottima interprete di fobie e ansie dei nostri tempi.
    Un connubio quello tra queste due professioniste, che merita di essere segnalato dalla critica ed apprezzato dal pubblico, alle prese con un film che sfonda le pareti del ‘due camere e cucina’, raccontando una storia che da Roma guarda il Mondo. Viaggia tra hotel ed aeroporti, lenzuola inamidate e domande esistenziali sulla maternità, Maria Sole Tognazzi, per poi farvi ritorno nella sua Capitale, con una consapevolezza maggiore, sua, della protagonista e forse, probabilmente, anche dello spettatore.

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    Maria Sole Tognazzi viaggia in ottima compagnia…

    Maria Sole Tognazzi dirige una Margherita Buy straordinariamente in parte in ‘ Viaggio sola’, leggero e divertente ma non senza un tocco di riflessione profonda sulla nostra società osservata con gli occhi di una donna libera.

    Maria Sole, quando hai pensato di raccontare un personaggio così particolare?
    E’ nato con il proposito di raccontare una cosa che esiste ma si vede poco sugli schermi; raccontare cioè una donna che non è in carriera, non rinuncia alla sua vita per il lavoro, non è problematica.
    La mi protagonista ha semplicemente un lavoro che le piace, fa l’ispettore per una catena che certifica solo alberghi a 5 stelle, è sola, senza famiglia, senza figli, ma non per questo non accetta la vita per quello che le offre.

    Fai anche riflettere sul fatto che la società giudica però una persona come Margherita come sola…
    E’ esattamente quello che volevo raccontare. Il fatto che lei viva serena la sua vita non corrisponde alla percezione che il mondo ha di lei, semplicemente perché non è mamma e non è moglie…
    Da donna mi interessava molto raccontare questa storia, il personaggio di Irene. Io ho quarant’anni e avrei voglia di fare un figlio, ma non mi è capitato e non so se mi capiterà, malgrado oggi le donne facciano figli sempre più tardi; molte di noi non si sentono complete se non con la maternità, altre, come il personaggio che ha interpretato in maniera fantastica Margherita, vivono bene la propria vita in ogni caso.

    Come hai scovato il personaggio particolarissimo che affidi alla Buy?
    Io sono alla mia quarta regia e sinceramente l’idea di raccontare un personaggio che non fosse stato rappresentato al cinema, almeno come protagonista, come il mio ‘mistery guest’ non era male.
    Devo ringraziare Francesca Marciano perché scriveva con me ed Ivan Cotroneo questo film ma l’idea di questa single senza figli che ormai è al 17% in Italia è venuta a lei.
    Abbiamo incontrato un ispettore vero ed abbiamo ambientato la storia in 7 reali alberghi sparsi per il mondo.

    Irene è una donna libera, emancipata, il tuo concetto di libertà?
    E’ senza dubbio il bene più prezioso poter decidere del proprio destino. Non sentirsi obbligati a dover scegliere per forza è una bella sensazione; quando si sceglie poi si fanno i conti solo con la prova coscienza.

    il personaggio di Irene sembra ritagliato sulla recitazione di Margherita, sembra quasi che in Italia avrebbe potuto realizzarlo solo lei il tuo film, non è vero?
    Io faccio la regista da tanto, da quanto avevo 28 anni, e almeno da 10 anni pensavo di fare un film con lei. Il mio secondo film era scritto per lei, purtroppo non lo abbiamo mai realizzato…
    Dieci anni dopo mi sono trovata ad offrirle un nuovo ruolo e per fortuna questa volta lei ha acettato ed il film si è fatto. Voglio ringraziarla perché io conosco gli attori, vengo da una famiglia di attori, ne conosco la psicologia, l’indole, ma il rapporto che abbiamo creato sul set ha permesso di creare un personaggio etereo, leggero ma allo stesso tempo malinconico il suo personaggio, che io avevo pensato esattamente così.

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  • La Roma tiene a battesimo il film sui Gladiatori

    Secondo i più accaniti tifosi non poteva essere altrimenti, per altri è una buona occasione per un bagno di folla nella primavera romana. Fatto st ache “Benur – Un gladiatore in affitto”, per la regia di Massimo Andrei, sarà accompagnato all’uscita in sala dalla squadra giallorossa capitanata da Francesco Totti. Il 23 aprile al The Space Cinema Moderno della Capitale una rappresentanza di calciatori della A.S. Roma parteciperà all’anteprima, con tanto di gladiatori romani a far da scorta sul tappeto che per una volta sarà “giallo-rosso”. Inoltre il trailer del film sarà programmato allo stadio Olimpico a partire da domenica 21 Aprile.
    Il film, prodotto da Flavia Parnasi, e già presentato con grande successo di pubblico allo scorso Festival di Roma, Benur uscirà in sala l’1 maggio distribuito dalla Movimento Film diretto da Massimo Andrei (pluripremiato all’esordio con Mater Natura). Si tratta dell’ adattamento cinematografico del fortunatissimo spettacolo teatrale “Ben Hur” di Gianni Clementi, interpretato dagli stessi protagonisti della pellicola, Nicola Pistoia, Paolo Triestino e Elisabetta De Vito.
    Il film è la divertente storia di due fratelli, Sergio e Maria e del bielorusso Milan: tre storie di disperata comicità ai piedi del Colosseo, ai giorni nostri, tra bighe e centurioni… Sergio ha nel cuore sempre la sua Roma a sostenerlo e a dargli carica (e un poster di Falcao nell’armadio e il casco giallorosso): ex stuntman del cinema infortunatosi sul set di un film americano, per sbarcare il lunario si arrangia con impieghi fantasiosi, come fare il centurione al Colosseo, mentre la sorella Maria con cui divide l’appartamento, ‘lavora’ da casa per una hot-line erotica. Due vite alla deriva, finché un giorno a cambiare le cose ci pensa Milan, immigrato clandestino bielorusso, che stravolgerà la loro esistenza…
    Nel film – ambientato tra la periferia di cemento armato di Tor Sapienza e la Roma archeologica, dal Colosseo al Circo Massimo – non sono mancate le scene con la biga con tanto di inseguimento dei centurioni da parte della polizia.

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    Benur, il Gladiatore di Massimo Andrei

    Dal teatro al cinema Benur diventa una commedia dai molteplici piani di lettura. Un buon film quello di Massimo Andrei, che omaggia la grande Commedia all’italiana


    Massimo Andrei un’impresa complicata affrontare un successo teatrale e trasferirlo al cinema, in un linguaggio totalmente diverso…

    Io volevo rappresentare la miseria umana ma lo volevo fare con una risata, una parolaccia, di petto. Mi ricordava una certa grande commedia all’italiana che sapeva ridere sulle nostre disgrazie, sulle miserie di una società che si guardava per cambiare, per correggere certe aberrazioni. Vorrei ringraziare gli attori, i produttori, Il nostro montatore Claudio Di Mauro, che ha creato tante straordinarie commedie di successo e infine ma non certo per ultimo il Maestro Nicola Piovani che ci ha regalato attimi della sua poesia.
    Detto questo io sono arrivato con una sceneggiatura già’ esistente. Ovviamente ci abbiamo ragionato molto perché tra teatro e cinema il passo e’ grande. Abbiamo sfondato una parete e siamo arrivati al Colosseo….

    Gianni Clementi come ti senti ora che la tua commedia arriva al sul grande schermo?
    La ricostruzione di massimo e molto fedele e lo ‘sfondamento’ di quel muro era necessario, anche se non sapevamo come sarebbe stato possibile ambientare il film in un luogo simbolico. Da questo punto di vista c’è stato un impegno produttivo notevolissimo. Poi quando sai di poter avere quella location adattare la sceneggiatura e’ stato molto semplice…

    Un finale diverso, consolatorio, o forse e’ solo un sogno?
    Un Colosseo può essere anche un monumento ‘pesante’ da sopportare. Un peso incredibile per un italiano che lavora, che non Sto arrivando! Bene ogni giorno come farà ad andare avanti… Poi il monumento e’ da sempre un simbolo, pure il grande Alberto Sordi ci salì per gridare il suo disagio… Bisogna guardare il film per farsi un’idea naturalmente.

    Elisabetta, da attrice cosa ci racconti su questo esperimento teatral-cinematografico?
    A volte e’ stato mentalmente difficile riportare quel pathos teatrale al cinema, perché quello dovevamo fare per avere un risultato soddisfacente dopo circa 300 repliche. Ormai con Nicola e Paolo siamo fratelli, ci capiamo senza parlare, basta uno sguardo. Credo che rarissimamente sia capitato ad un cast di avere quella preparazione alle spalle prima di girare.

    Paolo Triestino, la tua personale esperienza sul set di Benur?
    Abbiamo battagliato molto anche sulla trasposizione teatrale. Ci eravamo affezionati, e’ naturale. Pensate cosa e’ stato recitarla al teatro romano di Ostia Antica… Però il cinema richiedeva una trasformazione e per me da attore e’ stata una sfida che spero di aver vinto.

    Nicola Pistoia, da romano de Roma, un film che hai sentito, come e più di altri…
    Non sapevo bene come avremmo amalgamato quegli interni rodati in teatro, amalgamati con gli esterni potenti di cui abbiamo parlato. Poi si dice sempre che noi attori pagheremmo chi sa cosa, pur di stare in platea a vedervi recitare… Ecco stavolta bastano 7 euro! Poi si c’è tanta Roma, in cui siamo tutti sulla stessa barca, romani e migranti. Tor Sapienza non la conoscevo, se ci passi ci vai di corsa, non ti fermi, hai paura di lasciare la macchina per paura che te la rubino. Ed invece ho visto una gentilezza, una umanità, una dignità di chi ha poco e ti mette a disposizione la sua casa per farti fare un film, che confesso mi ha fatto un po’ vergognare delle mie paure.

    Gianni questo e’ un film che contiene tanta umanità, tanta sofferenza, tanto lavoro ed esce in sala il primo di maggio non a caso…
    Assolutamente no, ovviamente. Una sera osservavo dei ‘centurioni che su un autobus tornavano a casa dopo una giornata d’estate passata al lavoro ai Fori Imperiali. Questa scena si impresse nella mia memoria come la notizia che lessi di un povero immigrato morto di fatica su un campo di pomodori in Campania e abbandonato a qualche chilometro da un caporale senza scrupoli. Queste due immagini sono diventate una commedia dolce amara, dal titolo Benur, che certamente non accasato arriva in sala il Primo Maggio.

    Elisabetta, tu hai un aneddoto particolare che è’ precedente alle riprese, addirittura precedente al tuo provino teatrale, c’è lo racconti?
    Stavo girando per Uno Mattina delle mini fiction sul mondo del lavoro ed avevo incontrato questa storia, davvero molto simile, nella dura realtà. Questo mi successe alcuni mesi prima di fare il provino, questo spiega tante cose…

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    Riccobono e Lodovini, non solo belle in Passione sinistra

    Eva Riccobono e Valentina Lodovini, due bellissime e divertenti protagoniste di ‘Passione sinistra’, ci raccontano le loro protagoniste in un’Italia sempre più allo sbaraglio…

    Eva quanto è difficile recitare la parte della bionda completamente svampita?
    E’ difficile ma divertente. Perché hai la possibilità di tornare ad essere bambina, frivola dire quello che ti pare senza freni. I ruoli più distanti da te sono quelli che ti gratificano di più, devi inventare una personalità che non ti appartiene. In america hanno creato stelle ed incassi fantastici, in Italia non so perché fanno paura.

    Eppure sei quella che tra tutti i caratteri che vediamo nel film dice le verità più condivisibili
    Si perché è il personaggio meno costruito, il più spontaneo, che ha meno preconcetti. Essere di destra ti obbliga ad avere dei comportamenti, idem se sei di sinistra. E’ la nostra società e lei invece riesce ad essere se stessa e si vuole un gran bene.

    Abbiamo parlato di Simonetta, la tua protagonista, Eva invece come vede la realtà che ci circonda, come reagisce alle prime pagine dei giornali che legge al mattino?
    Sono profondamente imbarazzata, disgustata sinceramente. Sono stata sempre una grande sostenitrice dell’Italia nel periodo in cui per il mio mestiere di modella ero in America. Sono sempre voluta tornare, amando il mio Paese, che mi mancava. Proprio viaggiando in tutto il Mondo ho capito che meglio dell’Italia non c’è. Il problema dell’Italia sono gli italiani, un popolo chenon si ama. Noi preferiamo sempre l’erba del vicino, sempre più verde; abbiamo dimenticato quanto sia bella la nostra patria e non la rispettiamo più…

    Valentina, credi di assomigliare alla tua protagonista, ecologista e politicamente impegnata?
    Guarda in effetti no, io e Nina non abbiamo assolutamente nulla in comune, comunque è stato molto bello interpretarla. Siamo distantissime, lei è idealista e come gli idealisti spesso si fa travolgere dalla realtà, io sono molto più pragmatica. Io credo, spero, mi auguro, ci provo… ad essere coerente; Nina non si pone molto il problema di essere coerente, crede e basta. In questo dico che siamo distanti.

    Eva Riccobono si dice ‘disgustata’, tu invece come ti rapporti alle prime pagine dei giornali italiani?
    Da cittadina sono molto molto preoccupata. Mi rendo conto che stiamo vivendo il periodo più nero dal dopoguerra e c’è davvero poco da scherzare. Nina si racconta con leggerezza perché la sua vicenda è inquadrata nell’ambito della commedia. Ecco forse se mi chiedi di cercare un punto di contatto tra Nina e Valentina posso inquadrarlo nella confusione che entrambe ci troviamo ad affrontare. Le paure sono probabilmente le stesse, il modo di affrontarle è però profondamente diverso.

    La crisi quanto e come incide sul meraviglioso mondo dello spettacolo?
    Tanto, come in tutti gli altri settori, non è che poi siamo dei privilegiati inaccessibili. Io personalmente mi sento fortunata perché ho lavorato ed in questo momento sto lavorando tanto, però si produce molto meno e si può tranquillamente parlare di disoccupazione anche tra gli attori.
    La cultura nel nostro Paese sono molti anni che non riceve il giusto sostegno. Figuriamoci adesso che ci sono problemi molto, molto più seri. Se eravamo l’ultima ruota del carro adesso cosa siamo diventati…?

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    Diane Fleri: “Anch’io sono stata come Nina”

    Diane Fleri, già protagonista di Mio fratello è figlio unico e Solo un Padre, ci racconta la sua intensa interpretazione in Nina, esordio alla regia per Elisa Fuksas.

    Diane, come hai incontrato questo personaggio, che ti ha impegnata al di la’ del tuo lavoro, sfiorando la tuia sfera personale?
    Io sono stata molto coinvolta da questo film. Il caso ha voluto che mentre giravamo Nina stessi attraversando un periodo molto critico a livello personale, di passaggio, di svolta, pieno di paure; mi stavo rimettendo in discussione. Credo che capiti a molti di svegliarsi un giorno e non riuscire a ‘sentirsi’, a capire bene chi si è, chi si vuol essere, e questa è proprio Nina.

    Immedesimazione totale con il personaggio dunque?

    Con le dovute differenze, certo, ma quel che voglio raccontare è che ho portato al personaggio di Nina certe inquietudini mie personali, mischiandole con quelle che la regista aveva già scritto per lei. Si può dire che si tratti del perfetto incontro tra due inquietudini. Poi il resto lo fanno la straordinaria fotografia, le musiche, i colori, il nostro lavoro. Tutto questo oggi è un film. Solo oggi riesco a vederlo lucidamente per quello che è; fin ora lo avevo vissuto troppo internamente.

    Diane, chi è la tua Nina?
    Nina è una ragazza che semplicemente ha una grande difficoltà ad accettarsi. Non sapere come affrontare delle scelte è lo specchio dell’incapacità di farsi delle domande. No sa prendere una sua strada, ad innamorarsi, a scegliere un lavoro, una casa. Sembra tutto molto metaforico, invece stiamo parlando del quotidiano, in cui Nina è completamente persa in questa nuvola tutta sua. E’ in un mondo onirico dove tutte le domande possono rimanere sospese in attesa di u futuro che non arriva mai.

    Non vuole crescere la tua Nina?
    Probabilmente si, infatti la sola figura che riesce davvero ad interagire con lei nel film è un bambino, che pero sembra più un fratello maggiore, perché è l’unico a dirle la verità dritta in faccia, come solo i bambini a volte sanno fare.

    Il fascino del film di Elisa Fuksas risiede nella cura maniacale dell’immagine, ci spieghi come ci avete lavorato?
    Qui Elisa è stata davvero bravissima. Il film è girato a Roma, all’Eur, in un’estate spettrale, priva di passanti, in cui lei si aggira in un modo quasi completamente autosufficiente. Il film esprime esternamente ciò che lei vive internamente e quindi questo vuoto pneumatico che noi vediamo, le strade e i viali deserti, sono il vuoto che vive lei, nonostante abbia la giornata piena d’impegni che le permettono di aspettare ancora…

    Cosa ti ha convinta maggiormente in questo tuo nuovo lavoro?
    E’ stato interessante per me lavorare su un personaggio che è uno spettatore piuttosto che un protagonista. Il lavoro si è basato prevalentemente sull’ascolto, sulle ripercussioni che aveva l’ambiente esterno su di me, sul mio corpo, sul mio viso. Ci sono dei momenti in questo mio ruolo per i quali Elisa mi ha chiesto semplicemente di essere inquadrata e di ascoltare, senza parlare. A volte evocava ricordi, emozioni e chiedeva di interagire con essi, senza parlare, mentre lei riprendeva delle mie emozioni che poi ha sapientemente usato per costruire il suo film. Sembra facile, ma invece non lo è, anche perché lei è molto sensibile e molto determinata, sul set la chiamavamo Il Presidente!

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  • Nina: esordio senz’anima per Elisa Fuksas

    Al suo esordio Elisa Fuksas  dirige un film esteticamente bello ma senz’anima. Protagonista Diane Fleri.

    Voto: 1,5
    Smarrita su via dell’Arte N.13. Succede a Elisa Fuksas, al suo esordio con Nina, protagonisti Diane Fleri e Luca Marinelli. Il film, dopo una parentesi fortunata al festival di Tokyo, e’ stato presentato al festival di Bari, dove l’accoglienza e’ stata decisamente più fredda. Saremo noi italiani, meno sensibili all’arte astratta, concettuale, legati probabilmente ad un concetto desueto di trama, ad un ormai superato utilizzo di una buona sceneggiatura, sarà anche che nemo profeta in patria, chissà.
    Saranno tante, tutte queste cose insieme forse, fatto sta che la prima regia della giovane Fuksas, dopo aver a tratti indubbiamente affascinato a livello visivo, lascia sconcerto per l’autoreferenzialita’ del progetto. Tra i viali dell’Eur a Roma si muovono le esistenze inquiete di Nina, la protagonista e di tanti altri tipi umani, figure che appaiono e scompaiono tra le colonne di un quartiere affascinante, marziale ed onirico, che favorisce di per se’ l’effetto spaesante.
    Già Fellini con le sue Tentazioni del Dott. Antonio, con un’Anita Ekberg gigante e le frustrazioni di un burocratino piccino piccio’, ci aveva mostrato le potenzialita’ del quartiere dall’architetturarazionalista, concepito e costruito in occasione dell’Esposizione Universale. Ottima quindi l’intuizione di ambientarvi nuovi incubi e paure di una trentenne precaria, in una Roma alle prese con la canicola agostana.
    Sogni e paure di Nina intrigano immediatamente lo spettatore che però viene man mano abbandonato dalla sua regista, come gli incolpevoli protagonisti, inesorabilmente. Quello che dovrebbe essere kaos, voluto, studiato, splendidamente inquadrato… resta disordine, finisce per diventare elemento di disturbo, anche visivo, purtroppo. Insopportabile infine l’utilizzo di una location sfruttata anche da un grande regista (Matteo Garrone) e da un’ottimo direttore della fotografia (Daniele Cipri’), per un profumo di marca… Chi avrà avuto lo ius primae noctis sul colonnato del Museo della Civiltà Romana? Non ha poi troppa importanza, peccato pero’ perché indubbiamente certe scelte visive sono affascinanti, l’ovale enigmatico di Diane Fleri e’ perfetto per il ruolo tormentato, ma e’ un delitto abbandonarla così, smarrita su Viale dell’Arte N.13.

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    Enrico Brignano ‘becchino e innamorato’ in Ci vediamo domani

    Enrico Brignano è il protagonista di ‘Ci vediamo domani’, commedia anti crisi diretta da Andrea Zaccariello. Il comico romano recita accanto a Burt Young e Francesca Inaudi.

    Una commedia particolare, dove c’è posto anche per una storia d’amore
    Direi che ho fatto un film con sentimento. La mia è una commedia con sentimento, io faccio tutto con sentimento e lo sapete perché? Perché anche gli errori, se son fatti con sentimento sono perdonabili, altrimenti no.
    E’ una commedia che parla di amori, sbagliati, perduti, sfiorati; parla anche di amicizie, ma soprattutto parla di invecchiamento. Non si tratta di una malattia, è un dato di fatto, tutto si invecchia, le cose e le persone, e le une e le altre possono invecchiare bene oppure male.
    In questo film vengono raccontate storie di persone che invecchiano bene, malgrado tutto, ricordandosi sempre di salutarsi con un bel “ci vediamo domani”.

    Come ti sei trovato in questo ruolo da protagonista, tra il comico ed il sentimentale?
    Per me è stata una sfida. Avrei potuto accettare altri copioni, economicamente più allettanti, ma questa storia per me andava raccontata così, in modo divertente, accattivante, appetitoso. Sono contento di aver accettato questa sfida.

    Un film che hai scelto, cambiando anche per un po’ i tuoi piani di lavoro in teatro…
    Si, sono stato per alcune settimane in questa meravigliosa masseria, che nella realtà non è funzionante ma è un vero e proprio museo. Sembra un paesino nella finzione cinematografica, un paesino come ce ne sono tanti, meravigliosi in Italia, tutto fatto di salite, anche le discese infatti sono faticose come le salite. Un luogo talmente bello che inganna anche la morte.

    Un film per l’Italia in crisi che ha paura di sognare?
    Comincia come una favola, con ilo tono pacato, c’era una volta… il pubblico secondo me ha voglia di una storia credibile, che non vuol dire che quella storia dev’essere per forza vera. Chi da bambino non amava le favole, magari una in particolare, che la mamma, la nonna, la zia, gli raccontavano, magari sempre la stessa, quella preferita. L’Italia ha paura di sognare, certo, come dargli torto? Con quei parlamentari senza Dio? Non perché debbano essere per forza cattolici, apostolici, sono senza coscienza, magari non tutti ma molti. Senza una morale, perchè in un paese in cui si muore di crisi e in un momento in cui la nazione sta cercando di capire dove andare per non fare la fine di Cipro, ci sono politici, non più eletti, che prendono lo stesso centinaia di migliaia di euro, una vergogna…

    Invece il tuo becchino per caso è sognatore e romantico, ti sei perfino commosso pare, lavorando con Burt Young
    Scherzi, l’allenatore di Rocky…?? Lui è uno che per me sarà sempre quello che si arrabbia e butta il tacchino fuori dalla finestra in Rocky 1. Ci ha raccontato che anche in quel film si facevano i conti con il budget ed i macchinisti lo riprendevano e lo riportavano per la scena da rigirare finché non si è rotta una zampa…. Tutto il mondo è paese. Certo che mi ha emozionato lavorare con lui”.

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