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    Manto Acuìfero: Solitudini

    Il regista Michael Rowe vincitore del Premio Camera D’Or al Festival di Cannes per “Año bisiesto”, dirige un dramma famigliare nel secondo capitolo della trilogia della solitudine.

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    Ambientato in un Messico profondamente legato alla dimensione spirituale e naturalistica dell’essere umano, “Manto acuifero” racconta la triste storia di Caro, una bambina di otto anni segnata profondamente dal divorzio dei genitori.
    La bimba, trapiantata in casa di Felipe, il nuovo compagno della madre, vive ora lontano da Città del Messico, metropoli pericolosa e caotica contrariamente alla sua nuova abitazione immersa nella vegetazione verdeggiante e rigogliosa.
    Caro sofferente per la separazione dei suoi e per la mancanza della figura del padre, non riesce ad inserirsi nel nuovo nucleo famigliare che sua madre e il suo compagno si sono costruiti e non accetta la nuova figura paterna che a tutti costi le vogliono imporre. La bimba incompresa dall’ottusità e dalla totale mancanza di sensibilità da parte degli adulti, si isola chiudendosi in un mondo tutto suo fatto di ricordi e fotografie della precedente famiglia, e scegliendo come rifugio il giardino della nuova casa, dove instaura un rapporto viscerale con la flora e la fauna del luogo.
    La totale mancanza della colonna sonora da parte del regista vuole sottolineare la totale alienazione della bimba e rimarcare il tema della solitudine che già era stato affrontato in “Año bisiesto”, dove invece la protagonista è una donna che vive una sessualità prepotente e sbagliata.
    Il film porta alla ribalta la tematica della separazione e del divorzio, analizzata dal punto di vista di una bambina e della superficialità in cui questi temi vengono trattati dall’opinione comune, che molto spesso da’ per scontato che i bambini accettino la realtà così come gli viene imposta dagli adulti e che siano predisposti spontaneamente a legarsi a chiunque.
    Un altro aspetto rilevante è lo strettissimo legame tra uomo e natura che l’epoca moderna dello sviluppo tecnologico ha contaminato e ridotto al minimo, portando ad una netta frattura tra i due mondi.
    In “Manto acuìfero” Michael Rowe cerca di ricucire questo strappo riconducendo l’essere umano all’interno di un naturalismo puro, dove lo spazio esterno all’uomo è solo un riflesso del suo mondo interiore.

    Mariangela Di Serio

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    La luna su Torino: Ferrario torna a filmare la sua città

    Tre anime sul filo del 45° parallelo Nord, quello che attraversa la città tanto cara al regista di ‘Dopo mezzanotte’. Presentata al Festival di Roma una pellicola che riesce a parlare di crisi raccontando l’amore.

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    La luna su Torino
    osserva il 45° parallelo NORD a Torino, lo stesso che – percorso sempre dritto – arriva dritto in Mongolia. Scruta nelle vite di tre animi diversi ma affini Davide Ferrario, che torna a filmare la sua città preferita con un gusto dell’immagine, un amore per i suoi personaggi, per i luoghi in cui si muovono. Due uomini, una donna, una splendida dimora e discorsi che, tra il serio ed il faceto, cadono sempre sull’amore. È un film quello di Ferrario che a modo suo si occupa anche della crisi che ci riguarda proprio tutti. Ma si tratta di una crisi dei sentimenti, un’apatia del cuore che non era stata osservata in questi termini fin ora e che invece una commedia sofisticata ed intrigante riesce a rendere anche negli aspetti più drammatici.
    Un erede colto e nullafacente, un giovanotto di belle speranze, una commessa di agenzia di viaggio annoiata… Si muovono tutti sullo sfondo di una città affascinante come Torino, accogliente e fredda, moderna ma con un indiscutibile fascino antico, tranquilla eppure inquietante, con i suoi rimandi esoterici e con quel 45° parallelo NORD, che la attraversa, su cui i protagonisti di Ferrario corrono come su un filo teso tra due estremi, reso fortemente instabile dai tempi bui che stiamo vivendo.
    Li osserva distaccati la luna, una città sempre vigile anche quando sembra distratta, il buon Leopardi, un personaggio non accreditato della pellicola, ed infine un topolino di campagna, un’allegoria, una metafora di come gli occhi dell’infinitamente piccino possano essere lucidissimi nell’osservare vizi e virtù di tre generazioni senza una direzione.

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    Marra racconta il ‘condominio Italia’

    Vincenzo Marra con il suo ‘L’amministratore’ apre il Festival Internazionale del Film di Roma dalla parte del MAXXI, il museo dell’arte del XXI secolo.
    Il programma della retrospettiva dedicata al talentuoso regista campano prevede la proiezione di Estranei alla massa (2002) vincitore del ”Premio Pier Paolo Pasolini”, in concorso al Festival di Locarno, Menzione Speciale della giuria al Festival di Torino, L’udienza è aperta (2006) presentato alle Giornate degli autori di Venezia e candidato al David di Donatello come miglior documentario italiano, Il grande progetto (2008) in concorso al Festival di Torino e Il gemello (2012) proiettato alle Giornate degli Autori di Venezia, Menzione Speciale ai Nastri D’Argento. Le quattro pellicole offrono uno straordinario spaccato della città di Napoli, tra luci ed ombre che Marra, napoletano doc., non ha mai smesso di raccontare senza filtri espressivi.
    Il quinto capitolo di questa analisi di Marra e’ come detto ‘L’amministratore‘, un film che parte dall’osservazione di un vero professionista, “scelto dopo averne provinati almeno100” – precisa il regista – alle prese con vari condomini e con varia umanità che vive in zone di Napoli tra di loro diversissime, dal Vomero alla Sanità.
    La macchina da presa di Marra ancora una volta ha il pregio di ‘scomparire’, per lasciare il posto alla essenza dei personaggi.
    “Questo e’ sempre una specie di sorpresa per me – racconta Marra – anche perché io giro da sempre i miei documentari con una vera e propria troupe formata da dieci dodici persone, con due o tre telecamere di quelle grandi che è difficile far scomparire. Eppure come testimoniano i protagonisti, i miei veri attori come li chiamo io, questa magia accade e loro riescono ad essere veri” .
    Questo amministratore non può essere casuale in questa poetica di Marra che racconta la genesi di questo film in maniera molto semplice: “Ero in un viaggio transoceanico di 14 ore e siccome non dormo in quelle circostanze, guardando le nuvolette ho avuto l’immagine chiara di questo personaggio. Per me raccontare Napoli e’ sempre stato un imperativo categorico fin da quando ho deciso di fare cinema. Questa storia e’ Umberto Montella, il protagonista. È uno spaccato del nostro Paese e non solo di Napoli perché tu entri in un appartamento di Posillipo, nella Napoli bene e vedi la vera miseria. Ho incontrato un esercito di persone in difficoltà che chiedeva pietà per le quote condominiali, per spese di ordinaria e straordinaria amministrazione, la bruttezza e la meschinità del genere umano per cui nei momenti di difficoltà il povero azzanna il povero… È un film che riesce a far sorridere e ridere in più punti, ma sono risate amare e spero facciano anche riflettere”.

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    L’ultima ruota del carro, Elio Germano con l’Italia sulle spalle

    Il film di Giovanni Veronesi apre il festival di Roma con una storia dall’ampia respiro. Si tratta di uno spaccato del nostro Paese, osservato con gli occhi di un omino piccino, con il suo camion, la sua mogliettina e…

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    La storia di un piccolo uomo in primo piano, con la Storia del nostro Paese che gli scorre accanto, incrociando piccoli grandi eventi quotidiani con fatti e situazioni che hanno segnato decenni, generazioni. Dall’urlo di Tardelli al Mundial ’82 al ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, passando per le monetine lanciate a Craxi fino ai manifesti 6×6 di Silvio Berlusconi. Il tutto osservato attraverso lo sguardo, ora ingenuo ora disincantato, di un omino che fin da piccolo e’ – o almeno si sente – l’ultima ruota del carro…
    Giovanni Veronesi, maestro della commedia elegante, figlia della grande tradizione all’italiana, si cimenta con la Storia Patria, interpreta e racconta a modo suo le vicende realmente accadute di un suo collaboratore, Ernestino, che un giorno in autostrada gli disse: “sai che sono stato cuoco d’asilo?”.
    Occasione ghiottissima per chi, come il regista toscano, è abituato ad osservare uomini per interpretare la nostra società. E allora e’ naturale che il delicato compito di potare sulle spalle la storia di Ernestino – e di molti italiani come lui – cada su Elio Germano, le cui versatili corde poggiano salde tra commedia e dramma.
    Lo vediamo giovane ed ingenuo, molto maturo e stanco ma mai chino; accanto a lui la compagna di una vita, interpretata da Alessandra Mastronardi, nel ruolo di una donna che è contrappunto ideale del suo uomo, in una coppia inossidabile che crea subito empatia.
    Il film apre fuori competizione il Festival di Roma per approdare subito dopo in sala. Il competitor più vicino e’ la commedia di Zalone, la corazzata campione d’incassi, il ciclone della risata liberatoria ed un po’ facile.
    Di semplice, immediato e rassicurante il vissuto di Ernestino, l’ultima ruota del carro raccontata da Veronesi, non ha nulla. Forse e’ proprio per questo che fa molta simpatia.

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    Mr. America: Andy Warhol sotto accusa!

    Cinema, arte e cibo per la presentazione insolita al Margutta Ristoarte di Roma del film di Leonardo Ferrari Carissimi, “Mr. America”; conferenza stampa legata alla mostra delle tele pop di Marco Tamburro presenti nel film. Il film, un  thriller ispirato al caso Solanas, la donna che il 3 giugno 1968 attentò alla vita di Andy Wharol, arriva in sala dal 7 novembre  e si sviluppa su tre piani temporali, passato, presente e futuro tramite i quali si arriva alla storia di Penny e Adrian.
    Durante la conferenza stampa non sono mancate le dichiarazioni dei due attori protagonisti a cominciare da Marco Cocci: : “Un film fatto con un gruppo di persone che volevano farlo. Abbiamo cercato di fare in modo che si sentisse la voglia di fare una cosa tutti insieme. Se non ci sono le persone giuste, non riesco a lavorare”. Seguito poi da Anna Favella che ha commentato: “Finalmente dopo tre anni questo progetto trova il suo posto nel mondo. Un film in cui ho creduto tantissimo sin da subito. Che poi non finirà visto che ci spostiamo insieme ai quadri, forse chissà finirà tra altri tre anni!”
    Ha continuato Claudio Bucci , uno dei produttori, dicendo:  “Per questo film non abbiamo preso finanziamenti ministeriali e pubblici. Stiamo cercando di fare un nuovo sistema di cinema. Inizialmente il film era partito per l’estero, poi doppiato in italiano; uscirà in 30 copie e sempre legato alle opere di Marco Tamburro!”. Tina Vannini, proprietaria del Margutta, ha concluso l’originale presentazione, raccontando la sua esperienza : “Ringrazio Claudio e Leonardo che hanno messo insieme le cose che amo di più: il cinema, l’arte e il cibo in modo provocatorio. Io adoro le provocazioni e tutto ciò che è per così dire spettinato! E’ un’occasione che ho preso al volo, è un bellissimo gruppo di lavoro dove c’è molta energia. Mi è piaciuto il contesto del film, una bella provocazione  mettere sotto accusa Andy Warhol!”

    Elisa Solofrano

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  • The Act of Killing : A tu per tu con il carnefice

    Joshua Oppenheimer si spinge oltre le barriere del perbenismo, presentando un documentario sui protagonisti che hanno dato vita al regime dittatoriale indonesiano.

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    Gli ‘effetti postumi’ alla visione di “The Act of Killing” (in sala dal 17 ottobre per I Wonder Pictures) sono nulla rispetto ad un pugno nello stomaco. La potenza che questo lavoro di Joshua Oppenheimer emana risulta pesante ed insostenibile per qualsiasi spettatore che si rispetti. Le minime didascalie ed inquadrature servono unicamente da contorno per enfatizzare i ruoli dei due protagonisti, Anwar Congo, uno dei riferimenti degli squadroni della morte, ed Herman Koto, leader dei paramilitari, diretti responsabili del famoso colpo di stato del 1965, che costrinse il governo indonesiano alla resa e all’accettazione della dittatura militare. Con naturalezza ma soprattutto fierezza, i due carnefici raccontano la loro gestione dittatoriale, il rigore che sussisteva e le metodologie applicate contro chiunque si opponesse al regime, su tutti gli appartenenti ai sindacati e alla minoranza etnica cinese. La narrazione  dei due ‘attempati aguzzini’  risulta inaccettabile, nauseabonda e fastidiosa, soprattutto quando mimano le scene delle loro numerose esecuzioni trovando ispirazione da quei generi di cinema che tanto amavano nella loro difficile età adolescenziale.

    Oppenheimer  fa perdere allo spettatore la cognizione di ciò che vede, generando un continuo spaesamento fra ciò che è reale e ciò che non lo è, e propinando al contempo un delirio malsano di due ex-killer che mirano unicamente a lasciare ai posteri le loro testimonianze.
    In realtà ciò che traspare dall’atteggiamento grottesco dei due protagonisti è solamente pentimento, dettato da un rimorso incolmabile e profondo proveniente da ciò che hanno compiuto nel passato. Un perdono dettato dall’età avanzata e dal fatto di essere soli nonostante la loro estrusa popolarità nella loro terra d’origine. Quello che però lascia basiti è l’infantilismo remoto che si denota dallo status mentale dei due protagonisti, soprattutto per come rappresentano l’intero loro contesto politico-esistenziale e dai discorsi bislacchi che tentano di giustificare ciò che hanno compiuto nel passato. Quella che traspare è la loro mancanza di connessione con la realtà senza distinguere il giusto dallo sbagliato. “The Act of Killing” mira quindi ad accentuare una follia condivisa fra persone socialmente distorte attraverso una minuziosa indagine su un mondo tanto negativo e contestato quanto ignoto ai più. Altro punto a favore di questo documentario è il coinvolgimento di Werner Herzog alla produzione.

    Indubbiamente Oppenheimer dà un prezioso contributo a quel cinema d’autore tanto amato ed osannato dai cultori di cinema. La sua capacità di riportare attraverso un documentario (?) quello che occhio e mente umana non vogliono mai vedere né udire, lo pone ampiamente nel panorama del cinema di genere più off. Questo suo modo di rappresentare il tutto, con testimonianze condite da quella teatralità cinematografica che non guasta mai, rievoca in qualche modo il cinema tanto adorato (ma sarebbe meglio dire riscoperto) dai media, di Gualtiero Jacopetti. Un parallelo azzardato? Forse, ma che possa essere di buono auspicio per Oppenheimer.

    Alessio Giuffrida

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    Ender’s Game: La guerra non è un gioco da ragazzi

    Esce nelle sale il 30 ottobre il film di Gavin Hood, con Asa Butterfield e Harrison Ford, tratto da uno dei grandi classici della fantascienza: il romanzo omonimo di Orson Scott Card.

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    La guerra non è un gioco da ragazzi, eppure sono proprio i giovanissimi a tenerne in mano le redini in “Ender’s Game”, nuovo kolossal sci-fi hollywoodiano che prende le mosse dal romanzo omonimo di Orson Scott Card, uno dei grandi classici della fantascienza degli anni ’80. Il mondo in cui si muove l’eroe ragazzino Andrew ‘Ender’ Wiggin, (interpretato da un convincente Asa Butterfield, in un nuovo ruolo di protagonista dopo “Hugo Cabret”), è quello di un futuro su cui grava la minaccia della misteriosa popolazione aliena degli “scorpioni”, che già 50 anni prima aveva tentato di colpire la Terra.
    La premessa serve a sviluppare una trama fantascientifica dove l’aspetto militare è quello prevalente, seguendo così il filone del romanzo ‘Fanteria dello spazio’ di Robert Heinlein (e della sua discutibile traduzione cinematografica “Starship Troopers”). In questo particolare caso si seguono le vicende del piccolo Ender e dei suoi colleghi, nuova generazione di ufficiali pronta a scongiurare una seconda invasione col classico falso storico della guerra che pone fine alle altre guerre. E per farlo passeranno attraverso le fasi di un addestramento militare alla “Full Metal Jacket” dello spazio. Niente turpiloquio ed eccessi di violenza, però. Qui il regista e sceneggiatore Gavin Hood (un passato di tutto rispetto nel natio Sudafrica, poi l’esordio a Hollywood con il poco riuscito “Wolverine”), vista anche l’età dei personaggi, decide di non lasciare il solco di un tradizionale racconto di formazione quando invece il capolavoro di Kubrick preferiva raccontare un percorso inverso, di de-formazione.

    Senza scomodare i mostri sacri il racconto fila comunque senza troppi picchi e con qualche passaggio un po’ frettoloso, figlio probabilmente dell’adattamento – con relativa compressione – da libro a film. Il meglio invece arriva dalle scene a gravità zero (che però dopo le evoluzioni di “Gravity” sembrano avere meno impatto del dovuto), e da un finale dove alle certezze della prima ora e mezza vengono sostituiti i dubbi e le domande. Passaggio non scontato specie quando si viene a sapere che “Ender’s Game” fa fieramente parte dell’elenco delle letture ufficiali del corpo dei Marine degli Stati Uniti.
    Considerazioni sulla sceneggiatura a parte il film si avvale di un buon cast, anche se forse non sfruttato a dovere. L’unico personaggio oltre a Ender che sembra emergere dall’anonimato è quello del colonnello dai tatuaggi maori interpretato da Ben Kingsley. Un po’ legnoso invece Harrison Ford, in un ruolo a metà tra comandante e padre adottivo del protagonista. Decisamente sprecate infine le protagoniste femminili: Hailee Stanfeld de “Il Grinta”, Abigail Breslin di “Little Miss Sunshine” e Viola Davis di “The Help”, ridotte – ed è un peccato – a ruoli quasi accessori.

    Marcello Lembo

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    Justin e i Cavalieri Valorosi: La sfida di Manuel Sicilia

    Un cast all star per il cartoon d’animazione prodotto e interpretato da Antonio Banderas, dal 24 ottobre nelle sale.

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    Seconda prova per il regista spagnolo Manuel Siracusa, che dopo aver vinto il Premio Goya come miglior film d’animazione nel 2009 con “El lince Perdido” , ha voluto dare fiducia al progetto di “Justin e i Cavalieri Valorosi”, gioiello della casa di produzione Kandor Graphics, di cui è socio insieme ad Antonio Banderas. Il film racconta la storia di Justin, un giovane virtuoso che vive in un regno di burocrati, dove purtroppo i cavalieri sono stati estromessi dal potere. Justin vorrebbe diventare un cavaliere valoroso come lo è stato suo nonno, nonostante il padre, consigliere della Regina,  non sia d’accordo con lui. Spinto dalla complicità della saggia nonna e messo da parte il suo amore per la bella e vanitosa Lara, Justin intraprende il viaggio per diventare cavaliere e lungo il cammino incontrerà la giovane esuberante Talia, l’eccentrico mago Melquiades, l’aitante Sir Clorex, e i tre monaci Blucher, Legantir e Braulio, che si occuperanno del suo addestramento. Nonostante le difficoltà, Justin dovrà accettare di battersi con Sir Heraclio, un ex cavaliere in esilio che tornato in patria , si vuole vendicare minacciando di distruggere il regno con l’aiuto dell’esercito di Sota.

    Nonostante la trama non sia propriamente originale e vada a ricalcare il filone epico-cavalleresco  a cui si sono ispirati diversi film nella storia del cinema, dall’ultima trilogia de “Il Signore degli anelli”, ai più classici “Robin Hood” e “Ivanohe”, il film è da apprezzare soprattutto per l’alto profilo tecnico-visivo con cui è stata realizzata la pellicola assolutamente impeccabile nella riproduzione di location, paesaggi, figure e giochi cromatici.
    Non a caso la produzione ha impiegato quattro anni di lavoro per la realizzazione del film che pur essendo un cartoon per bambini ambientato in epoca medioevale, ha saputo con humor e gag mettere in rilievo il contrasto tra il mondo degli eroi e quello dei burocrati, ingaggiando sia per la versione in spagnolo che per quella in inglese un gruppo di interpreti del calibro di Alfred Molina, Freddie Highmore, Julie Walters, Saoirse Ronan, Mark Strong, Rupert Everett e lo stesso Banderas nelle doppie vesti di produttore e doppiatore.
    La morale che fa da filo conduttore alla vicenda è quella di non fermarsi davanti a difficoltà che sembrano impossibili da superare ma avere una grande determinazione e l’incoscienza giusta per provarci, non perdere l’obiettivo che ci si è prefissati, ma affrontare la realtà con spirito, un po’ come succede nella vita di tutti i giorni.

    Mariangela Di Serio

     

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    Escape Plan: Lottatori

    Stallone e Schwarzenegger di nuovo insieme dopo le prove generali nella saga de “I mercenari”. In sala dal 17 ottobre.

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    Nella Hollywood degli anni ottanta viveva il desiderio fantasticato di milioni di fan di vedere all’opera insieme nel medesimo film la muscolare coppia Stallone – Schwarzenegger.
    Due incarnazioni viventi, due icone che più di chiunque altro erano stati capaci di “interpretare” quel discorso sul corpo e sulla nuova carne che è stato tra gli elementi centrali del cinema americano dell’epoca.  Perché questo desiderio si avverasse ci vollero però molti anni: esattamente bisognò aspettare il 2010 con il corale “I mercenari” che due anni più tardi avrebbe dato origine anche a un sequel, “I mercenari 2”. In entrambi i film lo spazio filmico delle due stelle era però compresso e contenuto in favore di una messa in scena corale che negava uno sviluppo profondo dei due personaggi.

    Oggi “Escape Plan” (in sala dal 17 ottobre) rappresenta il banco di prova, la realizzazione di quel sogno, che a vedere bene forse s’è realizzato fuori tempo massimo. L’incedere dell’età dei due protagonisti obbliga necessariamente il film ad assumere un tono ironico e a non prendersi sul serio. Non è un caso che la rappresentazione funzioni proprio quando diventa farsa, e al contrario strida visibilmente quando i toni assumono connotati cupi, in qualche modo “seriosi”.
    I due protagonisti riflettono, in tal senso, queste due sfumature del film: da una parte Stallone tratteggia infatti la figura laboriosa di un professionista indefesso ed efficace, dall’altra Schwarzy è una sorta di rivoluzionario operoso scagliato contro le multinazionali e le banche, una sorta di Robin Hood dei giorni nostri. Ed è proprio la caratterizzazione eccessiva di quest’ultimo che lascia il segno più positivo del film.

    Si avverte chiara quell’idea di presa in giro e di jokes che l’attore austriaco è chiamato a rendere; su tutti il delirio religioso in tedesco e, soprattutto, la scena in cui impugna una sorta di cannone, facendo il verso al se stesso di tanti suoi film di qualche anno fa.
    Al contrario Stallone è perennemente fermo in una spaesata espressione, un volto plastico, un’espressione che sembra non voler mai arrendersi all’età che avanza, lasciando solo un senso di inconsistenza.
    Per il resto il film anche nei suoi sviluppi più interessanti non risulta particolarmente originale, come l’idea di mettere in scena un carcere le cui pareti sono trasparenti, in cui i prigionieri sono spogliati della loro intimità e “denudati” alla mercé di un “grande occhio”, metafora tragicamente evidente di una società soverchiante che fa del controllo una istanza preminente. Interessante discorso questo, ma solo superficialmente approfondito e già ampiamente narrato.

    Nicola Lazzerotti

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    La prima neve: La ‘fiction vera’ di Andrea Segre

    Il regista di doc. come ‘Mare chiuso’ o ‘Il Sangue Verde’ affronta la seconda regia di finzione partendo dal ‘viaggio’ che molti compiono o vorrebbero compiere nella loro vita…

    Potrebbe esser definito un film necessario, uno spaccato della nostra realtà che parte dalla cronaca per raccontare come solo la finzione può fare una bella storia di amicizia, integrazione, fratellanza, amore.
    Molto più semplicemente ‘La prima neve’, seconda regia di fiction per il bravo documentarista Andrea Segre, e’ un racconto onesto, crudo ma capace di momenti di grande poeticità.
    Sullo sfondo di un paesaggio montano incantevole si muovono i personaggio che Segre avvicina pian piano insieme allo spettatore. Le vite di Dani, Michele, Elisa, Pietro, Fabio, oltre ad essere quelle interpretate in maniera credibile dai protagonisti Jean Christophe Folly, Matteo Marchel, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston e il piccolo Peter Mitterunzer, sono sovrapponibili a quelle di tanti spettatori, per intensità, drammaticità, corrispondenza al vero.
    Si conferma regista del vero Segre, che già ci aveva abituati al racconto personale, con il DOC (su tutti Il Sangue verde) ma anche con la sua opera prima di finzione (Io sono Li). La vicenda di Dani, in fuga dal Togo e dalla guerra nei luoghi incantati della Val di Mocheni, e’ il pretesto per raccontare il viaggio, quello fisico, quello mentale, quello drammatico di molti nati in luoghi svantaggiati della terra e di molti, legati ad un territorio incantato che tuttavia li schiaccia, li obbliga a fare i conti con le radici, la perdita, la voglia di un riscatto. Un film doveroso e bello quello di Segre che dopo il successo di pubblico e critica alla Mostra del cinema di Venezia, arriva in sala con tutto il suo carico di umanità.

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