LOGO
  • ,,,

    L’ultima ruota del carro, Elio Germano con l’Italia sulle spalle

    Il film di Giovanni Veronesi apre il festival di Roma con una storia dall’ampia respiro. Si tratta di uno spaccato del nostro Paese, osservato con gli occhi di un omino piccino, con il suo camion, la sua mogliettina e…

    2stellemezzo

    La storia di un piccolo uomo in primo piano, con la Storia del nostro Paese che gli scorre accanto, incrociando piccoli grandi eventi quotidiani con fatti e situazioni che hanno segnato decenni, generazioni. Dall’urlo di Tardelli al Mundial ’82 al ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, passando per le monetine lanciate a Craxi fino ai manifesti 6×6 di Silvio Berlusconi. Il tutto osservato attraverso lo sguardo, ora ingenuo ora disincantato, di un omino che fin da piccolo e’ – o almeno si sente – l’ultima ruota del carro…
    Giovanni Veronesi, maestro della commedia elegante, figlia della grande tradizione all’italiana, si cimenta con la Storia Patria, interpreta e racconta a modo suo le vicende realmente accadute di un suo collaboratore, Ernestino, che un giorno in autostrada gli disse: “sai che sono stato cuoco d’asilo?”.
    Occasione ghiottissima per chi, come il regista toscano, è abituato ad osservare uomini per interpretare la nostra società. E allora e’ naturale che il delicato compito di potare sulle spalle la storia di Ernestino – e di molti italiani come lui – cada su Elio Germano, le cui versatili corde poggiano salde tra commedia e dramma.
    Lo vediamo giovane ed ingenuo, molto maturo e stanco ma mai chino; accanto a lui la compagna di una vita, interpretata da Alessandra Mastronardi, nel ruolo di una donna che è contrappunto ideale del suo uomo, in una coppia inossidabile che crea subito empatia.
    Il film apre fuori competizione il Festival di Roma per approdare subito dopo in sala. Il competitor più vicino e’ la commedia di Zalone, la corazzata campione d’incassi, il ciclone della risata liberatoria ed un po’ facile.
    Di semplice, immediato e rassicurante il vissuto di Ernestino, l’ultima ruota del carro raccontata da Veronesi, non ha nulla. Forse e’ proprio per questo che fa molta simpatia.

    Read more »
  • ,

    Mr. America: Andy Warhol sotto accusa!

    Cinema, arte e cibo per la presentazione insolita al Margutta Ristoarte di Roma del film di Leonardo Ferrari Carissimi, “Mr. America”; conferenza stampa legata alla mostra delle tele pop di Marco Tamburro presenti nel film. Il film, un  thriller ispirato al caso Solanas, la donna che il 3 giugno 1968 attentò alla vita di Andy Wharol, arriva in sala dal 7 novembre  e si sviluppa su tre piani temporali, passato, presente e futuro tramite i quali si arriva alla storia di Penny e Adrian.
    Durante la conferenza stampa non sono mancate le dichiarazioni dei due attori protagonisti a cominciare da Marco Cocci: : “Un film fatto con un gruppo di persone che volevano farlo. Abbiamo cercato di fare in modo che si sentisse la voglia di fare una cosa tutti insieme. Se non ci sono le persone giuste, non riesco a lavorare”. Seguito poi da Anna Favella che ha commentato: “Finalmente dopo tre anni questo progetto trova il suo posto nel mondo. Un film in cui ho creduto tantissimo sin da subito. Che poi non finirà visto che ci spostiamo insieme ai quadri, forse chissà finirà tra altri tre anni!”
    Ha continuato Claudio Bucci , uno dei produttori, dicendo:  “Per questo film non abbiamo preso finanziamenti ministeriali e pubblici. Stiamo cercando di fare un nuovo sistema di cinema. Inizialmente il film era partito per l’estero, poi doppiato in italiano; uscirà in 30 copie e sempre legato alle opere di Marco Tamburro!”. Tina Vannini, proprietaria del Margutta, ha concluso l’originale presentazione, raccontando la sua esperienza : “Ringrazio Claudio e Leonardo che hanno messo insieme le cose che amo di più: il cinema, l’arte e il cibo in modo provocatorio. Io adoro le provocazioni e tutto ciò che è per così dire spettinato! E’ un’occasione che ho preso al volo, è un bellissimo gruppo di lavoro dove c’è molta energia. Mi è piaciuto il contesto del film, una bella provocazione  mettere sotto accusa Andy Warhol!”

    Elisa Solofrano

    Read more »
  • The Act of Killing : A tu per tu con il carnefice

    Joshua Oppenheimer si spinge oltre le barriere del perbenismo, presentando un documentario sui protagonisti che hanno dato vita al regime dittatoriale indonesiano.

    3stelleemezzo

    Gli ‘effetti postumi’ alla visione di “The Act of Killing” (in sala dal 17 ottobre per I Wonder Pictures) sono nulla rispetto ad un pugno nello stomaco. La potenza che questo lavoro di Joshua Oppenheimer emana risulta pesante ed insostenibile per qualsiasi spettatore che si rispetti. Le minime didascalie ed inquadrature servono unicamente da contorno per enfatizzare i ruoli dei due protagonisti, Anwar Congo, uno dei riferimenti degli squadroni della morte, ed Herman Koto, leader dei paramilitari, diretti responsabili del famoso colpo di stato del 1965, che costrinse il governo indonesiano alla resa e all’accettazione della dittatura militare. Con naturalezza ma soprattutto fierezza, i due carnefici raccontano la loro gestione dittatoriale, il rigore che sussisteva e le metodologie applicate contro chiunque si opponesse al regime, su tutti gli appartenenti ai sindacati e alla minoranza etnica cinese. La narrazione  dei due ‘attempati aguzzini’  risulta inaccettabile, nauseabonda e fastidiosa, soprattutto quando mimano le scene delle loro numerose esecuzioni trovando ispirazione da quei generi di cinema che tanto amavano nella loro difficile età adolescenziale.

    Oppenheimer  fa perdere allo spettatore la cognizione di ciò che vede, generando un continuo spaesamento fra ciò che è reale e ciò che non lo è, e propinando al contempo un delirio malsano di due ex-killer che mirano unicamente a lasciare ai posteri le loro testimonianze.
    In realtà ciò che traspare dall’atteggiamento grottesco dei due protagonisti è solamente pentimento, dettato da un rimorso incolmabile e profondo proveniente da ciò che hanno compiuto nel passato. Un perdono dettato dall’età avanzata e dal fatto di essere soli nonostante la loro estrusa popolarità nella loro terra d’origine. Quello che però lascia basiti è l’infantilismo remoto che si denota dallo status mentale dei due protagonisti, soprattutto per come rappresentano l’intero loro contesto politico-esistenziale e dai discorsi bislacchi che tentano di giustificare ciò che hanno compiuto nel passato. Quella che traspare è la loro mancanza di connessione con la realtà senza distinguere il giusto dallo sbagliato. “The Act of Killing” mira quindi ad accentuare una follia condivisa fra persone socialmente distorte attraverso una minuziosa indagine su un mondo tanto negativo e contestato quanto ignoto ai più. Altro punto a favore di questo documentario è il coinvolgimento di Werner Herzog alla produzione.

    Indubbiamente Oppenheimer dà un prezioso contributo a quel cinema d’autore tanto amato ed osannato dai cultori di cinema. La sua capacità di riportare attraverso un documentario (?) quello che occhio e mente umana non vogliono mai vedere né udire, lo pone ampiamente nel panorama del cinema di genere più off. Questo suo modo di rappresentare il tutto, con testimonianze condite da quella teatralità cinematografica che non guasta mai, rievoca in qualche modo il cinema tanto adorato (ma sarebbe meglio dire riscoperto) dai media, di Gualtiero Jacopetti. Un parallelo azzardato? Forse, ma che possa essere di buono auspicio per Oppenheimer.

    Alessio Giuffrida

    Read more »
  • ,,

    Ender’s Game: La guerra non è un gioco da ragazzi

    Esce nelle sale il 30 ottobre il film di Gavin Hood, con Asa Butterfield e Harrison Ford, tratto da uno dei grandi classici della fantascienza: il romanzo omonimo di Orson Scott Card.

    2stellemezzo

    La guerra non è un gioco da ragazzi, eppure sono proprio i giovanissimi a tenerne in mano le redini in “Ender’s Game”, nuovo kolossal sci-fi hollywoodiano che prende le mosse dal romanzo omonimo di Orson Scott Card, uno dei grandi classici della fantascienza degli anni ’80. Il mondo in cui si muove l’eroe ragazzino Andrew ‘Ender’ Wiggin, (interpretato da un convincente Asa Butterfield, in un nuovo ruolo di protagonista dopo “Hugo Cabret”), è quello di un futuro su cui grava la minaccia della misteriosa popolazione aliena degli “scorpioni”, che già 50 anni prima aveva tentato di colpire la Terra.
    La premessa serve a sviluppare una trama fantascientifica dove l’aspetto militare è quello prevalente, seguendo così il filone del romanzo ‘Fanteria dello spazio’ di Robert Heinlein (e della sua discutibile traduzione cinematografica “Starship Troopers”). In questo particolare caso si seguono le vicende del piccolo Ender e dei suoi colleghi, nuova generazione di ufficiali pronta a scongiurare una seconda invasione col classico falso storico della guerra che pone fine alle altre guerre. E per farlo passeranno attraverso le fasi di un addestramento militare alla “Full Metal Jacket” dello spazio. Niente turpiloquio ed eccessi di violenza, però. Qui il regista e sceneggiatore Gavin Hood (un passato di tutto rispetto nel natio Sudafrica, poi l’esordio a Hollywood con il poco riuscito “Wolverine”), vista anche l’età dei personaggi, decide di non lasciare il solco di un tradizionale racconto di formazione quando invece il capolavoro di Kubrick preferiva raccontare un percorso inverso, di de-formazione.

    Senza scomodare i mostri sacri il racconto fila comunque senza troppi picchi e con qualche passaggio un po’ frettoloso, figlio probabilmente dell’adattamento – con relativa compressione – da libro a film. Il meglio invece arriva dalle scene a gravità zero (che però dopo le evoluzioni di “Gravity” sembrano avere meno impatto del dovuto), e da un finale dove alle certezze della prima ora e mezza vengono sostituiti i dubbi e le domande. Passaggio non scontato specie quando si viene a sapere che “Ender’s Game” fa fieramente parte dell’elenco delle letture ufficiali del corpo dei Marine degli Stati Uniti.
    Considerazioni sulla sceneggiatura a parte il film si avvale di un buon cast, anche se forse non sfruttato a dovere. L’unico personaggio oltre a Ender che sembra emergere dall’anonimato è quello del colonnello dai tatuaggi maori interpretato da Ben Kingsley. Un po’ legnoso invece Harrison Ford, in un ruolo a metà tra comandante e padre adottivo del protagonista. Decisamente sprecate infine le protagoniste femminili: Hailee Stanfeld de “Il Grinta”, Abigail Breslin di “Little Miss Sunshine” e Viola Davis di “The Help”, ridotte – ed è un peccato – a ruoli quasi accessori.

    Marcello Lembo

    Read more »
  • ,

    Justin e i Cavalieri Valorosi: La sfida di Manuel Sicilia

    Un cast all star per il cartoon d’animazione prodotto e interpretato da Antonio Banderas, dal 24 ottobre nelle sale.

    2stellemezzo

    Seconda prova per il regista spagnolo Manuel Siracusa, che dopo aver vinto il Premio Goya come miglior film d’animazione nel 2009 con “El lince Perdido” , ha voluto dare fiducia al progetto di “Justin e i Cavalieri Valorosi”, gioiello della casa di produzione Kandor Graphics, di cui è socio insieme ad Antonio Banderas. Il film racconta la storia di Justin, un giovane virtuoso che vive in un regno di burocrati, dove purtroppo i cavalieri sono stati estromessi dal potere. Justin vorrebbe diventare un cavaliere valoroso come lo è stato suo nonno, nonostante il padre, consigliere della Regina,  non sia d’accordo con lui. Spinto dalla complicità della saggia nonna e messo da parte il suo amore per la bella e vanitosa Lara, Justin intraprende il viaggio per diventare cavaliere e lungo il cammino incontrerà la giovane esuberante Talia, l’eccentrico mago Melquiades, l’aitante Sir Clorex, e i tre monaci Blucher, Legantir e Braulio, che si occuperanno del suo addestramento. Nonostante le difficoltà, Justin dovrà accettare di battersi con Sir Heraclio, un ex cavaliere in esilio che tornato in patria , si vuole vendicare minacciando di distruggere il regno con l’aiuto dell’esercito di Sota.

    Nonostante la trama non sia propriamente originale e vada a ricalcare il filone epico-cavalleresco  a cui si sono ispirati diversi film nella storia del cinema, dall’ultima trilogia de “Il Signore degli anelli”, ai più classici “Robin Hood” e “Ivanohe”, il film è da apprezzare soprattutto per l’alto profilo tecnico-visivo con cui è stata realizzata la pellicola assolutamente impeccabile nella riproduzione di location, paesaggi, figure e giochi cromatici.
    Non a caso la produzione ha impiegato quattro anni di lavoro per la realizzazione del film che pur essendo un cartoon per bambini ambientato in epoca medioevale, ha saputo con humor e gag mettere in rilievo il contrasto tra il mondo degli eroi e quello dei burocrati, ingaggiando sia per la versione in spagnolo che per quella in inglese un gruppo di interpreti del calibro di Alfred Molina, Freddie Highmore, Julie Walters, Saoirse Ronan, Mark Strong, Rupert Everett e lo stesso Banderas nelle doppie vesti di produttore e doppiatore.
    La morale che fa da filo conduttore alla vicenda è quella di non fermarsi davanti a difficoltà che sembrano impossibili da superare ma avere una grande determinazione e l’incoscienza giusta per provarci, non perdere l’obiettivo che ci si è prefissati, ma affrontare la realtà con spirito, un po’ come succede nella vita di tutti i giorni.

    Mariangela Di Serio

     

    Read more »
  • ,

    Escape Plan: Lottatori

    Stallone e Schwarzenegger di nuovo insieme dopo le prove generali nella saga de “I mercenari”. In sala dal 17 ottobre.

    2stelle

    Nella Hollywood degli anni ottanta viveva il desiderio fantasticato di milioni di fan di vedere all’opera insieme nel medesimo film la muscolare coppia Stallone – Schwarzenegger.
    Due incarnazioni viventi, due icone che più di chiunque altro erano stati capaci di “interpretare” quel discorso sul corpo e sulla nuova carne che è stato tra gli elementi centrali del cinema americano dell’epoca.  Perché questo desiderio si avverasse ci vollero però molti anni: esattamente bisognò aspettare il 2010 con il corale “I mercenari” che due anni più tardi avrebbe dato origine anche a un sequel, “I mercenari 2”. In entrambi i film lo spazio filmico delle due stelle era però compresso e contenuto in favore di una messa in scena corale che negava uno sviluppo profondo dei due personaggi.

    Oggi “Escape Plan” (in sala dal 17 ottobre) rappresenta il banco di prova, la realizzazione di quel sogno, che a vedere bene forse s’è realizzato fuori tempo massimo. L’incedere dell’età dei due protagonisti obbliga necessariamente il film ad assumere un tono ironico e a non prendersi sul serio. Non è un caso che la rappresentazione funzioni proprio quando diventa farsa, e al contrario strida visibilmente quando i toni assumono connotati cupi, in qualche modo “seriosi”.
    I due protagonisti riflettono, in tal senso, queste due sfumature del film: da una parte Stallone tratteggia infatti la figura laboriosa di un professionista indefesso ed efficace, dall’altra Schwarzy è una sorta di rivoluzionario operoso scagliato contro le multinazionali e le banche, una sorta di Robin Hood dei giorni nostri. Ed è proprio la caratterizzazione eccessiva di quest’ultimo che lascia il segno più positivo del film.

    Si avverte chiara quell’idea di presa in giro e di jokes che l’attore austriaco è chiamato a rendere; su tutti il delirio religioso in tedesco e, soprattutto, la scena in cui impugna una sorta di cannone, facendo il verso al se stesso di tanti suoi film di qualche anno fa.
    Al contrario Stallone è perennemente fermo in una spaesata espressione, un volto plastico, un’espressione che sembra non voler mai arrendersi all’età che avanza, lasciando solo un senso di inconsistenza.
    Per il resto il film anche nei suoi sviluppi più interessanti non risulta particolarmente originale, come l’idea di mettere in scena un carcere le cui pareti sono trasparenti, in cui i prigionieri sono spogliati della loro intimità e “denudati” alla mercé di un “grande occhio”, metafora tragicamente evidente di una società soverchiante che fa del controllo una istanza preminente. Interessante discorso questo, ma solo superficialmente approfondito e già ampiamente narrato.

    Nicola Lazzerotti

    Read more »
  • ,,

    La prima neve: La ‘fiction vera’ di Andrea Segre

    Il regista di doc. come ‘Mare chiuso’ o ‘Il Sangue Verde’ affronta la seconda regia di finzione partendo dal ‘viaggio’ che molti compiono o vorrebbero compiere nella loro vita…

    Potrebbe esser definito un film necessario, uno spaccato della nostra realtà che parte dalla cronaca per raccontare come solo la finzione può fare una bella storia di amicizia, integrazione, fratellanza, amore.
    Molto più semplicemente ‘La prima neve’, seconda regia di fiction per il bravo documentarista Andrea Segre, e’ un racconto onesto, crudo ma capace di momenti di grande poeticità.
    Sullo sfondo di un paesaggio montano incantevole si muovono i personaggio che Segre avvicina pian piano insieme allo spettatore. Le vite di Dani, Michele, Elisa, Pietro, Fabio, oltre ad essere quelle interpretate in maniera credibile dai protagonisti Jean Christophe Folly, Matteo Marchel, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston e il piccolo Peter Mitterunzer, sono sovrapponibili a quelle di tanti spettatori, per intensità, drammaticità, corrispondenza al vero.
    Si conferma regista del vero Segre, che già ci aveva abituati al racconto personale, con il DOC (su tutti Il Sangue verde) ma anche con la sua opera prima di finzione (Io sono Li). La vicenda di Dani, in fuga dal Togo e dalla guerra nei luoghi incantati della Val di Mocheni, e’ il pretesto per raccontare il viaggio, quello fisico, quello mentale, quello drammatico di molti nati in luoghi svantaggiati della terra e di molti, legati ad un territorio incantato che tuttavia li schiaccia, li obbliga a fare i conti con le radici, la perdita, la voglia di un riscatto. Un film doveroso e bello quello di Segre che dopo il successo di pubblico e critica alla Mostra del cinema di Venezia, arriva in sala con tutto il suo carico di umanità.

    Read more »
  • ,,

    Giannelli racconta la ‘grande festa’ per i 10 anni di Alice

    ‘Alice nella città‘ torna ad affiancare il Festival del cinema di Roma, in modo autonomo e parallelo, per proseguire il percorso di promozione, divulgazione e sostegno del cinema rivolto alle nuove generazioni. Come sempre il Festival e’ curato da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli, proprio quest’ultimo ci racconta i 10 anni di un festival in continua ascesa. (Tutto il programma)

    Gianluca, i dieci anni di Alice nella città, un festival per le nuove generazioni, suonano come una maturità per qualsiasi altra kermesse, che pensi?
    Sicuramente continuiamo la nostra opera autonoma e parallela al Festival di Roma, come le Giurnate degli Autori a Venezia. I dieci anni di esperienza si fanno sentire in maniera positiva e rappresentano necessariamente un nuovo inizio. Ci interessa tutto ciò che di nuovo si sta facendo in Italia, e questa e’ la ragione della presenza di due registi Italiani in Selezione, Vittorio Moroni e Fabio Mollo.
    Come sempre programma variegato, tanti i paesi rappresentati, molti graditi ritorni e tanti Premi Oscar da Campanella a Beruccelli che presenterà il DOC School of Babel.

    A volte li avete in qualche modo ‘suggeriti’ gli Oscar…
    No, per carità, restiamo con i piedi ben piantati a terra. Io credo che in generale i festival non abbiano la forza di determinare niente, sono molto pochi i festival che possono ‘suggerire’ un Oscar come dici…
    Noi ci limitiamo a scegliere, selezionare, preservando il pubblico dai ‘brutti film’ che allontanano lo spettatore dalla sala.

    L’ultima parola la dedichiamo al pubblico di Alice, elettivamente pronto a questa selezione, orientato anche dalle scuole, cosa ti aspetti dal tuo giovane pubblico che cresce con Alice?
    La cosa che sottolinei e’ importante, perché va raccontato che noi teniamo contatti costanti con gli insegnanti che da sempre seguono il Festival con i loro studenti. Anche con le giurie e naturalmente con chi è già cresciuto con noi.
    Quello cui con Fabiana stiamo lavorando da anni e’ il ribaltamento del concetto per cui si prepara per un anno l’evento di 10 giorni. Ecco, noi vogliamo lavorare a questo progetto con le scuole per un anno intero e poi fare un agra de festa di 10 giorni durante il Festival. Devo dire che grazie al Ministero, alle istituzione scolastiche che ci credono e spero con il comune di Roma, con cui stiamo dialogando più che in passato, siamo sulla buona strada.

    Read more »
  • ,,

    Il cinema del reale di Marra apre il CinemaXXI

    “L’amministratore” di Vincenzo Marra è il documentario che aprirà il concorso di CinemaXXI, la linea di programma che il Festival Internazionale del Film di Roma (in programma all’Auditorium di Roma dall’8-17 novembre) dedica alle nuove correnti del cinema mondiale. Il regista napoletano, autore di Tornando a casa (2001, miglior film alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia), Estranei alla massa (2002, Menzione Speciale della giuria al Festival di Torino), Vento di terra (2004, Menzione Speciale della giuria a Venezia, film rivelazione dell’anno alla Semaine de la Critique di Cannes), L’udienza è aperta (2006, candidato al David di Donatello come miglior documentario italiano), Il gemello (2012, Menzione Speciale ai Nastri D’Argento), torna a puntare i riflettori sul Meridione, raccontando la vita di Umberto Montella, amministratore di condomini a Napoli. Le sue giornate trascorrono fra riunioni, incontri e problemi quotidiani di piccola e grande portata.
    Con L’amministratore ho voluto raccontare qualcosa dell’Italia di oggi, a partire da Napoli, una città che conosco bene – spiega Marra – Con Il gemello ho scoperto un modo di fare cinema in diretta che mi ha permesso di entrare in contatto con la realtà delle persone che incontravo senza mediazioni o filtri. Molti spettatori mi chiedono come faccio a scrivere sceneggiature così accurate. I miei film non hanno sceneggiatura. Sono come una jam session a cielo aperto che io, il mio operatore e i miei protagonisti affrontiamo spontaneamente. Le storie si coagulano e si sciolgono seguendo un ritmo naturale. Mi pongo in una posizione d’ascolto per raccontarle al meglio. Credo che in Italia oggi sia questo il cinema più adatto a mettere in scena un Paese che cambia instancabilmente. Con il mio quinto capitolo di film documentari dedicati a Napoli, ho seguito un incredibile amministratore di condominio. Grazie a lui e fedele al mio stile, sono riuscito ad entrare nelle case delle persone, quelle ricche e quelle povere, in una Napoli ai tempi della crisi, in ogni caso vitale, arrabbiata, esagerata ma sempre sorprendente. Sono contento ed eccitato di vivere, per me e per il mio film, la nuova esperienza del Festival di Roma”.
    L’amministratore, un documentario che avrebbe potuto essere diretto da Luigi Zampa e scritto da Eduardo De Filippo, conferma in Vincenzo Marra uno degli sguardi più schiettamente mobili e irrequieti del cinema italiano contemporaneo. Fautore di un cinema del reale che bracca corpi e storie negli angoli più angusti dell’Italia contemporanea, Marra è uno degli esponenti di punta del documentario di creazione italiano. Non a caso amatissimo da Martin Scorsese che lo reputa uno dei cineasti italiani più innovativi degli ultimi anni.

    20131004-151237.jpg

    Read more »
  • ,

    Veronesi inaugura il Festival di Roma

    “L’ultima ruota del carro”, commedia corale di Giovanni Veronesi sui sogni e le speranze della gente comune inaugurera’ l’ottava edizione del Festival. Protagonisti Germano e la Mastronardi.

    L’ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi aprirà Fuori Concorso l’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma che si svolgerà dall’8 al 17 novembre presso l’Auditorium Parco della Musica. Il nuovo lavoro del cineasta toscano, uno dei più importanti registi e sceneggiatori italiani, nonche’ autore di alcuni dei maggiori successi cinematografici degli ultimi anni (su tutti la trilogia di “Manuale d’amore”), si riallaccia al grande filone della “commedia all’italiana”.
    Ernesto, il protagonista interpretato da Elio Germano è un uomo semplice che tenta di seguire le proprie ambizioni senza però mai perdere i valori veri della vita. Tappezziere, cuoco d’asilo, traslocatore, autista, comparsa del cinema. Insieme a lui e al suo migliore amico Giacinto (Ricky Memphis) riviviamo le fasi cruciali della storia del nostro Paese dagli anni ’70 ad oggi. Con uno sguardo sempre attento ed ironico sui vizi e le virtù dell’Italia e degli italiani, Giovanni Veronesi ci regala una nuova commedia corale incentrata sulle vicissitudini normali e al contempo eccezionali di un eroe dei nostri tempi.
    A fianco di Germano (due volte David di Donatello come miglior attore protagonista per Mio fratello è figlio unico e La nostra vita, che gli è valso anche il premio per la migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes), ci saranno Alessandra Mastronardi, moglie di Ernesto, Ricky Memphis, Sergio Rubini, Virginia Raffaele e Alessandro Haber. L’ultima ruota del carro (scritto da Giovanni Veronesi, Ugo Chiti, Filippo Bologna ed Ernesto Fioretti, le cui vicende hanno ispirato la storia del film) verrà proiettato nella sala Santa Cecilia che, con oltre duemila posti a sedere, si trasformerà durante il Festival nella più grande sala cinematografica di Roma. Il film, prodotto da Warner Bros. Entertainment Italia e Fandango in associazione con Ogi Film, sarà distribuito da Warner Bros. Pictures a partire dal 17 novembre.

    20131003-152141.jpg

    Read more »
Back to Top